Epidemie italiane: il colera “politico”

(segue)

Addirittura i deputati comunali o i parroci altalenavano nelle credenze, combattuti all’idea che nelle teorie complottiste ci fosse qualcosa di vero. Spesso scoppiavano disordini, perché si temeva l’uso politico di una malattia diffusa appunto dai politici e le persone, oltre ad organizzare le rivolte, rifiutavano l’ospedalizzazione per timore di essere ammazzate in ospedale. Soltanto lo spaventoso numero dei morti, salito ad oltre ventimila nella città di Torino ad esempio, farà sedare gli animi e li rese più disponibili ad ascoltare le parole del sindaco.

In Sardegna, il colera fece scattare una forte opposizione antipiemontese, data l’unione delle due regioni in un unico Regno.

Nella “colta e civilissima” Firenze, come veniva definita al tempo, il caso di colera tra i carcerati fece diffidare dei pubblici poteri.

Al Sud, si pensava male dei Piemontesi, alludendo alla guerra di Crimea da dove molti soldati erano in effetti tornati ammalati, ma si pensava anche a un “veleno” sparso tra la popolazione dalle autorità napoletane per sfoltirla e intimorire i sopravvissuti, memori della pesante azione antiliberale messa in atto dopo i moti del 1848 che avevano portato con sé fucilazioni e arresti.

Anche a livello politico si vigilava affinché non ci fosse utilizzo del colera come arma contro il governo, o di una parte politica contro l’altra.

Nel 1856, una lettera anonima accusava un deputato di avere avvelenato l’acqua con il verderame e di avere attribuito a Ferdinando II il colera-veleno. Altri avevano diffuso la voce che un fornaio, a Silvi, aveva avvelenato il pane, sperando così di causare un’insurrezione e di mettere a sacco il forno.

Alcuni gridavano all’avvelenamento delle spighe di grano con fosfato di fiammiferi.

Nei territori di Chieti e Pescara, venne fatta comminare una buona dose di legnate a chi propagava notizie sediziose sul morbo. Fu subito chiaro che dove le misure repressive adottate erano più drastiche, il popolo rispettava maggiormente le indicazioni date e i disordini furono nulli, per evitare che si ripetessero le sommosse viste nel 1837.

La repressione era utile anche contro gli allarmisti, che spesso erano donne popolane, perché il panico diventava pericoloso tanto quanto la malattia.

Un povero girovago di Brindisi, Francesco D’Alessio, ad esempio, entrato da un pizzicagnolo, venne visto toccare dei ceci arrostiti, forse perché ne avrebbe voluto per mangiare; poi venne visto entrare in un’osteria dove da solo si servì di un bicchiere di vino al banco. La voce circolò subito e venne accusato di avvelenamento: rincorso dalla folla inferocita, trovò rifugio in chiesa. Il piglio divertito del giudice istruttore fa comprendere la tragicommedia che denota la paura diffusa in tempi drammatici.

Lo smarrimento dinanzi all’impossibilità di azioni contro la malattia, faceva aumentare il timor panico, l’odio verso qualcuno, il pregiudizio e a volte si innestava sulla criminalità usuale. Spesso si rispondeva al contagio dicendo di stare in casa, a finestre tappate, soprattutto laddove si pensava che nubi di aglio bruciato stessero vagando portando il colera.

Si ebbe poi un colera nazionalpopolare nel 1865-67 quando si ribadisce dalle colonne del saggio di Michele Lessona “Volere è potere” che non era vero che il colera fosse inviato al popolo dal governo liberale, ma di certo il detto governo aveva le sue colpe, dal momento che i liberali non si erano fatti scrupoli di mantenere viva nel popolo la credenza degli untori politici se faceva comodo.

(continua)

prof.ssa Alessia Biasiolo

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