Don Lorenzo Milani

Spesso le grandi figure della Storia rimangono nascoste oppure, e questo è ben peggio, vengono osteggiate in tutti i modi possibili anche dalle persone dalle quali meno ci si aspetterebbe ostacoli. Ora, di lui tutti parlano bene, oppure dicono la verità potendolo descrivere per quello che in realtà era, ma con l’accezione della qualità, invece che del difetto.

Carlo Maria Martini, ad esempio, scrisse: “Una personalità così ricca e così provocatoria”; oppure papa Francesco lo definisce “un grande educatore italiano, che era un prete: don Lorenzo Milani!”. “Sai come andava quando ero ancora a Firenze? Ero così solo che non potevo dormire allora vagavo per la città finché arrivavo a sedere sulla ringhierona di piazzale Michelangelo”, scriveva ad un amico. Infatti, il giovane Milani voleva diventare pittore e seguì quella strada con impegno, scegliendo i maestri e l’Accademia di Brera; sembrava un ragazzo inquieto, che stesse cercando la sua via, ma del resto molti giovani sono così. Il libro che racconta la gioventù di colui che diverrà universalmente noto come don Milani è interessante, privo di frivolezze, e porta a conoscere nel profondo l’uomo che diventerà prete e un prete che insegnerà a imparare a centinaia di ragazzi e meno ragazzi, portandoli alla licenza elementare o alla licenza media, per offrire loro una prospettiva di lavoro e di avanzamento di vita. La celeberrima scuola di Barbiana si avvarrà anche di alcuni maestri che il giovane aveva conosciuto nella sua vita, tra cui Staude.

Hans-Joachim Staude era stato anche un grande musicista e colui al quale Maja Einstein aveva lasciato il suo pianoforte Bluthner, donatole dal fratello Albert, quando dovette lasciare la casa toscana a causa delle leggi razziali italiane. La madre di don Lorenzo scriverà alla vedova: “Lorenzo che in Staude ha avuto il suo primo maestro. Maestro di serietà, di coscienza, di quella ricerca dell’assoluto nel bene e nel bello che poi ha portato Lorenzo sulla sua strada”.

Strada che prendeva avvio nel 1941, in un periodo così difficile per ciascuno e così complesso per poter trovare se stessi, eppure, Staude aveva scritto ad Albert Einstein che faceva quello che sentiva e si impuntava a farlo sempre. Penso che questo sia stato il vero insegnamento per Lorenzo Milani, ciò che gli ha tracciato la strada per fare quello che sentiva senza dare retta a nessuno. Difficile. Ma non impossibile, da quanto hanno tracciato di vita i personaggi di cui scriviamo. Nell’agosto 1941 Lorenzo si iscrive all’Accademia di Brera che tuttavia lascerà ben presto per un diverbio con un maestro, continuando a dipingere nel suo studio privato. Nel frattempo, la situazione della famiglia non era affatto rosea, perché si erano convertiti al cattolicesimo per non incorrere nelle leggi del momento, ma era comunque pericoloso essere cristiani solo sulla carta. Così i coniugi Milani, del resto già non praticanti dell’ebraismo, decisero di sposarsi in chiesa e di fare battezzare i figli, in modo da metterli al riparo da eventuali inasprimenti politici. Andando a trovare il figlio a Brera, la madre Alice Weiss conobbe la professoressa di Arte Sacra dell’Accademia, Eva Tea, la vera artefice della conversione di Lorenzo. Sarà la sua passione e determinazione, una ricerca che doveva mettere a punto, insomma sarà Eva a portare Lorenzo sulla strada che lo condurrà a decidere di diventare prete, come sarà.

Un uomo che ha fatto della sua determinazione, forse della sua cocciutaggine, un capolavoro per tanti.

Sarà “L’artista che trovò Dio”.

 

Valentina Alberici: “Lorenzo Milani”, Paoline, Milano, 2017, euro 22,00

 

Alessia Biasiolo

 

Buon anno con il sorriso

È racchiuso in un libro di Giuliano Guerra, edito Paoline, “Il sorriso”; lo troviamo in un volume di facile lettura per cercare di entrare nell’ampio mondo del sorriso interiore e delle sue manifestazioni esteriori più note, da quelle vere a quelle false.

Penso che sia un’ottima lettura per iniziare bene l’anno. Infatti: “Non c’è persona al mondo che non desideri vivere in modo felice, nella salute, nel benessere, nell’abbondanza. Perché non sentirci in diritto di condurre un’esistenza nella gioia, nella serenità, nell’armonia […]? Dobbiamo liberarci dalla prigionia dei nostri condizionamenti mentali che ci incatenano nei sensi di colpa, nei vissuti di impotenza e nell’incapacità a reagire alla sofferenza. […] Le persone illuminate che hanno raggiunto una profonda pace interiore, […] ci invitano a farlo e si offrono con umiltà, con semplicità e senza alcuna forzatura per guidarci nel cammino che conduce alla gioia di esistere e al saper portare nel mondo dinamiche di pace e di amore”.

Così afferma l’Autore riferendosi a vari testi sacri e a varie storie di cui l’umanità è costellata non solo per portare la pace al di fuori di noi, e oggi, Giornata Mondiale della Pace è l’occasione propizia per ricordarlo, ma soprattutto dentro di noi, in quel vivere tra noi e noi che appartiene al nostro personale bagaglio esistenziale e alla nostra meta di vita. Il sorriso spesso ci è negato, per una svariata serie di motivazioni, e continuare a perseguirlo anche quando molte persone o fatti intorno a noi vogliono cancellarcelo, non è semplice.

Nella vita umana non c’è niente di peggio di apparire persone serene ed equilibrate per generare invidie e gelosie, quasi la serenità del prossimo ricadesse sui singoli altri come un macigno. Meglio pensare che tutti abbiamo lati negativi o problemi che attanagliano l’esistenza, così da non sentirsi tanto fuori dal normale. Ricordo una vecchia collega di lavoro che era così felice di sapere che tutti avevano qualche guaio da gioirne e, allo stesso tempo, avere la scusa per non affrontare davvero i propri problemi. Molte persone sono così e forse lo siamo un po’ tutti.

Il volume di Guerra, medico e psicoterapeuta che ha creato una struttura nei pressi di Sirmione (Brescia) dove le persone possono ritrovare o trovare il proprio percorso esistenziale, può essere molto utile, attraverso semplici esempi di esperienze personali o di casi emblematici nei quali riconoscersi e conoscersi.

 

Giuliano Guerra: “Il sorriso”, Paoline, Milano, 2017, pagg. 208; euro 15,00

 

Alessia Biasiolo

E gli angeli custodi?

Bisogna andare a scoprirli. Con l’inizio della scuola meglio trovarsene qualcuno e tenerselo amico. Così ecco un bel libro di Luigi Ferraresso che porta proprio “Alla scoperta degli angeli custodi”, con illustrazioni di Fabrizio Zubani ad accompagnare una lettura che se la fa qualcuno meglio, così da lasciarsi cullare al suono melodioso della voce umana. La ricerca degli angeli custodi è affidata a Rita e Tullio, i protagonisti della storia. Assieme a nonni, genitori e una catechista, i due bambini scopriranno che gli angeli sono sempre accanto a noi e, spesso, sono le persone che incontriamo sul nostro cammino.

Di angeli parlano le scritture, la nonna, la suora, i libri, le cartoline; Angelo è anche un nome proprio, di un custode di un palazzo o di un prete, ma di angeli parlano tutti. Sono delle presenze costanti nella vita degli uomini ed è naturale che i bambini vogliano saperne di più. Così il racconto porta a sviscerare tutte le domande che possono affacciarsi nella mente infantile, ricca di quei “perché” che non finiscono mai, e a cercare di dare delle risposte semplici, concrete, per un “concetto”, una “realtà” che è tanto semplice quanto difficile da spiegare a parole.

Allora gli angeli cominciano ad avere un senso per Rita e Tullio, i due fratellini curiosi, che cominciano a pesare a quelle creature celestiali come a dei comuni amici, con i quali giocare se sono preparati per metterli nel presepe, con i quali riflettere se sono nel Vangelo, con i quali lasciarsi portare nelle alte vette dell’arte se sono riprodotti dai celebri affreschi o dalle celebri pitture dei nostri grandi artisti.

Un libretto simpatico, ben scritto e ben illustrato, valido strumento per la famiglia e per la condivisione genitori/figli.

 

Luigi Ferraresso: “Alla scoperta degli angeli custodi”, Paoline, Milano, 2017, pagg. 64; euro 6,00

 

Alessia Biasiolo

 

“Impossibili ma non troppo”. Un libro per ricominciare la scuola

Settimana di rientro scolastico per tutte le regioni italiane, dopo l’inizio trentino, e di focalizzare l’attenzione su approfondimenti didattici adatti ai nostri ragazzi. Ho tra le mani, dopo una lettura facile, un libretto edito da Elledici, scritto da Federica Storace, di cui già ho avuto modo di scrivere per i suoi precedenti lavori, e Anna Maria Frison.

Il libretto, perché è di piccolo formato e di poche pagine, si presenta elegantemente colorato, con immagini e disegni che accompagnano la lettura a bordo pagina, tra le righe, all’inizio, alla fine, popolando di magia le lettere. Alle quali viene dato spazio dopo un’accurata selezione di emozioni. Il volumetto, infatti, dal titolo “Impossibili ma non troppo”, propone storie di fantasia che trovano radice nella letteratura italiana e mondiale. Ci sono rivisitazioni di Pinocchio e del Piccolo Principe, ci sono volpi, grilli, stelle, castelli, incantesimi, pescatori solitari e tempeste, topini, lumache e un sacco di altri personaggi che parlano, agiscono e soddisfano ogni genitore voglia adoperare questo simpatico libro per intrattenere alcuni momenti con i propri figli. Bambini, preadolescenti e, direi, anche adolescenti. Infatti, il testo propone riflessioni che, se per i più piccoli sono simpatiche storie educative, per i ragazzi diventano anche materiale didattico, dal momento che le autrici propongono di cambiare il finale di ogni storia e di inviarglielo, per giungere al prossimo volume con le nuove storie dai finali diversi.

Per maestre ed insegnanti, il libro potrebbe diventare un valido strumento educativo adatto a tutti i propri discenti, sia che tra i banchi si aggirino scrittori in erba, sia che ci siano svogliati che non aprirebbero mai un libro, sia che ci siano soltanto i nostri curiosi studenti. Le immagini, infatti, sono vicine ai più popolari linguaggi informatici, ma senza scordare le emozioni che dà la carta stampata, la sua lucidità, il suo odore e, soprattutto, la possibilità di “toccare” storie su misura per ciascuno dei lettori.

Il confronto con la letteratura, la lettura in genere, è basilare per tutti, perché abbiamo sempre più bisogno di lasciare librare la mente tra parole che non siano la solita realtà dei social, delle news, della realtà. Quindi, ecco una bellissima occasione che diventa anche veicolo per conoscere, o far conoscere, realtà altre.

Senza pensare che la validità del lavoro dipenda solo da questo, Anna Maria Frison, suora Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1958, è affetta dal morbo di Parkinson che l’ha costretta a lasciare l’attività scolastica. I racconti, quindi, sono anche un modo per tramandare la sua esperienza e per continuare a vivere con e per i giovani, per dare loro la lezione che potrà portarli a crescere dentro, non soltanto in età e altezza. L’esperienza tra le cattedre è anche di Federica Storace che, in collaborazione con Anna Maria, ha portato nero su bianco un percorso condiviso con la collega, per tracciare una linea che possa aiutare i ragazzi, ma anche i genitori e gli insegnanti, nell’affascinate esercizio dell’educazione che non è mai finito, per noi e per gli altri di cui abbiamo cura.

Da leggere.

Federica Storace, Anna Maria Frison: “Impossibili ma non troppo”, Elledici, Torino, 2017, pagg. 112; euro 6,90.

 

Alessia Biasiolo

 

Oscar Romero e i martiri di El Salvador

L’occasione del viaggio papale in America Latina ci offre l’idea di approfondire tematiche relative alla situazione in zone del mondo considerate da tutti bellissime, eppure travagliate da profondi conflitti interni. Spesso, e per lungo tempo, patrimonio di dittature o di regimi di stampo dittatoriale, i Paesi latinoamericani ancora oggi mostrano i segni di una sofferenza che potrà essere superata soltanto con l’ausilio di tutti.

Coloro che, spesso, detengono il potere sono i bianchi, eredi degli spagnoli e delle famiglie spagnole, oppure di origine francese o inglese. Questi si ritengono superiori agli indios e a coloro che, pur vantando “maggiori” diritti, sono tuttavia “mezzosangue”.

Le grandi famiglie salvadoregne hanno appoggiato a lungo, nei decenni scorsi, militari o politici conservatori, che potessero pensare di mantenere nella zona lo status quo, legato in modo particolare al possesso della terra. Privare i grandi proprietari terrieri delle loro terre per consegnarne degli appezzamenti ai campesinos era impossibile, perché avrebbe significato spezzettare anche se di poco quel latifondo produttivo. Le coltivazioni di canna da zucchero, caffè e cotone, prevalenti nel territorio, non possono pensarsi redditizie se sparse nelle mani di piccoli proprietari, o almeno così pensavano (e in alcuni casi ancora pensano) i “ricchi”.

Così ogni elemento di rivolta alla situazione, ogni possibilità di diffusione di idee di stampo socialista, venivano bollate come comuniste o marxiste in senso dispregiativo; chiunque parlasse di diritti, di appoggio ai più deboli era un sovversivo. Anche i bambini potevano essere uccisi in esecuzioni extragiudiziali vere e proprie se si permettevano di minare la supremazia di coloro che l’avevano. E che erano direttamente legati alle multinazionali e alle grandi aziende fuori dal Paese.

Una situazione che ha accomunato, e in alcuni casi ancora accomuna, molti Paesi, dall’Argentina a Cuba, per citare gli esempi più noti.

Per lungo tempo la Chiesa cattolica, alla quale le grandi famiglie di El Salvador appartenevano, ha protetto i potenti, accusando di cattiva condotta, addirittura di blasfemia o eresia coloro che volevano solo il diritto alla vita: mangiare, studiare, avere un tetto appena dignitoso e un lavoro, la propria terra da coltivare anche solo per sfamare la famiglia.

Poi sono arrivati dei sacerdoti illuminati e poi è stato eletto papa Giovanni XXIII. Il suo Concilio Vaticano II ha posto le basi affinché a El Salvador e in altri luoghi dell’America Latina, come in altre parti del mondo, la Chiesa diventasse davvero pastore e baluardo per coloro che avevano solo la fede per capire di appartenere al genere umano. Quindi la situazione è cambiata, pian piano, attraverso il sacrificio di molti che, capendo come non si potesse servire Dio e Mammona, hanno scelto i poveri. Preti, suore, suore laiche, laici che hanno visto da vicino la crudeltà, la violenza continua e senza altro scopo e senso se non perpetuare il diritto di prevaricare il prossimo, di vessare chi era più sfortunato. Alcune voci sono diventate famose per la propria tenacia. Una di queste quella di Oscar Romero, assassinato mentre celebrava la messa nella sua chiesa. Un arcivescovo contestato dai suoi stessi vescovi, dai suoi amici, perché considerato “rosso”, perché si rifiutò ad un certo punto di portare avanti la ripetutamente tentata la strada del dialogo e non si prestò più a partecipare, ad esempio, alle cerimonie pubbliche a fianco di quei potenti ai quali cercava di aprire il cuore. Il risultato erano costanti omicidi anche di intere famiglie, la tortura, la distruzione di interi villaggi solo per dare un esempio. I martiri, con il loro sangue sparso per la terra salvadoregna hanno dato origine a consapevolizzazione, cultura, sforzi affinché si potesse cambiare quello che sembrava statico, insormontabile, inarrestabile.

I nomi, oltre a quello del ben noto Romero, sono tanti: Rutilio Grande, Marianella Garcia Villas, Ita Ford, Maura Clarke, Dorothy Kazel, Jean Donovan. L’elenco purtroppo è lungo. Oggi, per ricordarlo, a San Salvador c’è un muro di granito di settanta metri di lunghezza e tre di altezza chiamato Monumento alla Memoria e alla Verità. Sul muro sono stati incisi i nomi di circa trecentomila vittime della repressione. La situazione è cominciata a cambiare con l’elezione, nel 2009, di Mauricio Funes. Prima di andare all’Assemblea Legislativa per l’insediamento, Funes si recò in cattedrale a pregare sulla tomba di Oscar Romero, al quale dedicò l’aeroporto della capitale. Il segno era chiaro: si doveva finire con la gestione Arena, con l’amnistia generale del 1993, con l’ingiustizia dilagante. Nel 2016, la Corte Suprema di El Salvador ha dichiarato incostituzionale la legge per l’amnistia e tutti coloro che si sono macchiati di crimini durante il periodo di repressione dovranno essere processati. Tutto questo e molti altri dati, dettagli, quadri storico-politici, è stato trattato da Anselmo Palini nel libro “Oscar Romero e i martiri di El Salvador”, un testo lineare, con molti spunti di riflessione e di ricerca storica in grado di fare il punto su vicende sconosciute a molti o nei ricordi nebulosi per altri. Palini alterna la trattazione storica in forma cronachistica, con la spiegazione dei fatti di stampo giornalistico senza alterarli per edulcorarli. Il lettore è reso partecipe del percorso di cambiamento in America Latina e, anche con eventi ripetuti nel racconto per cercare di mantenere chiaro il filo che legava persone e fatti, diventa in grado di comprendere il clima del momento, le ragioni dei più, la necessità di partecipazione emotiva a situazioni altrimenti non degne di finire nel novero della memoria.

Lo scrittore ha il merito di sottolineate il processo di modifica delle proprie convinzioni maturato a contatto con la realtà, con le esigenze e le opinioni degli altri. Una lezione di vita che ci arriva ancora dai martiri dei tempi trascorsi dei quali Oscar Romero è stato l’esempio più noto.

Da leggere.

Anselmo Palini: “Oscar Romero e i martiri di El Salvador”, Paoline, Milano, 2017

Alessia Biasiolo

 

L’amante alchimista

Interessante il romanzo di Isabella della Spina, edito da Piemme, dal titolo “L’amante alchimista”. La storia narrata, ambientata nel Cinquecento d’oro italiano, racconta con incedere elegante, tra molti flashback e alcune prolessi, la storia romanzata di un’Italia che si costruiva tra intrighi e giochi di corte, artisti celebri, rivalità pontificie e nobiliari per accaparrarsi il pittore o l’architetto più in voga, guerre, assassinii, vedovanze celeberrime, reggenze in bilico e, soprattutto, la dedizione ad un’arte che tanto veniva censurata quanto veniva tenuta in considerazione per cercare di capire se le proprie scelte, o non scelte, avrebbero portato ai benefici sperati. Ogni personaggio in vista o di qualche conto, infatti, interrogava gli arcani, i tarocchi, gli indovini, chiunque ci sapesse fare con la predizione del futuro. Tra momenti di pace e tanti conflitti, ecco che risalta la figura di un’esperta delle arti occulte, Margherida de’ Tolomei, figlia di quel Cornelio che l’aveva avviata all’arte del sapere per eccellenza. Amica di Isabella d’Este, al galoppo tra le corti di Ferrara e di Mantova, con amicizie alla corte degli Sforza e dei papi, Margherida si innamorerà di Pico della Mirandola e vivrà le congiure per l’assassinio di Lorenzo il Magnifico, dopo aver visto morire suo padre e il padre della sua migliore amica. Il racconto si snoda all’arrivo delle truppe lanzichenecche di Carlo V, con sullo sfondo quella riforma luterana di cui ricorre un importante anniversario quest’anno. Siamo, infatti, al Sacco di Roma del 1527 e, mentre è tenuta prigioniera a Castel Sant’Angelo dopo che l’amica Isabella l’ha di fatto venduta al “nemico” in cambio della berretta cardinalizia per il figlio, e del potere collegato per il suo casato, Margherida ricorda avvenimenti che sono in parte storici e in parte abilmente architettati, in una trama che avvince e non annoia mai, tra amori e dissapori, incendi, morti, distruzione e rinascita, da Isabella della Spina. Nome dietro al quale si celano due scrittrici, Sonia Raule e Daniela Ceselli.

Margherida è depositaria di saperi antichi, imparati tra esperimenti e confronto con sapienti. È una donna, una di quelle che dovevano morire sul rogo come streghe, ma se potesse risolvere i problemi papali in quello scorcio del 1527, tramutando qualsiasi cosa in oro, verrebbe di certo perdonata per il suo voler essere autonoma, emancipata, capace di capire quello che nemmeno gli artefici del potere più studiato al tavolino delle congiure capivano. L’Italia che si stava stabilizzando, tra signorie potenti capaci di determinarsi come ago della bilancia in un Paese conteso per la sua posizione strategica, i suoi porti, le sue bellezze, la sua influenza nel Mediterraneo in cui ancora la presenza politica araba, e il timore delle nuove rotte atlantiche, doveva essere circoscritta con l’idea di nuove crociate che avevano l’unico scopo di cercare di limitare il potere di altri in Europa e non. Quell’Italia che sembrava sempre alla mercé altrui, ma che in fondo sapeva tenere in scacco l’imperatore, le terre di nuova scoperta, l’affanno dei poveri in quasi perenne carestia e la sete di potere di tutti; anche di un papato che non nascondeva i figli dei papi e i nipoti da sistemare al soglio cardinalizio. Conoscere le debolezze, vizi e virtù umani, era il compito dei regnanti e in molti casi fanno bella mostra di sé delle donne come Isabella d’Este o Caterina Sforza. Coloro che, a dispetto dell’idea maschile, spesso dei mariti, di tenerle soggiogate a ruolo subalterno dopo averle sposate per interessi di famiglia, si trovano a tramare per avere nuove terre, maggiore peso politico, più potere. Per farlo sfoderano le arti femminili della bellezza e della seduzione, ma tirano anche di spada, si fanno rispettare dimostrando la bassezza e la piccolezza dei propri consorti, oppure affiancandoli nel tessere tele di concreto amministrare. Insomma, un romanzo intrigante e capace di soddisfare molti tipi di amanti della lettura.

Isabella della Spina: “L’amante alchimista”, Piemme, Milano, pagg. 410; euro 18,50.

 

Alessia Biasiolo

 

 

Il Vangelo a fumetti. Da Gesù a Paolo

Una proposta Paoline per i più piccoli, ma adatta anche agli adulti amanti del fumetto, del semplice, dell’innovativo; ai nonni che possono trascorrere qualche momento a raccontare una storia illustrata ai nipotini e ai genitori che vogliano, nello stesso modo, utilizzare un valido strumento per raccontare storie ai figli, allo stesso tempo insegnando i fondamenti della religione cattolica. In modo immediato e semplice. Le illustrazioni del libro a fumetti sul Vangelo sono di Josè Perez Montero, su testo di Ben Alex. Fedele alla narrazione biblica, il testo proposto “Il Vangelo a fumetti. Da Gesù a Paolo”

è adatto al periodo pasquale. La storia prende inizio, infatti, da quando Gesù risponde ai capi dei farisei circa la giustezza o meno di pagare i tributi. Si arriva poi all’Ultima Cena, all’arresto, all’incontro con Pilato, alla morte di Giuda, al processo finale e alla crocifissione e morte di Gesù. Quindi alla sua sepoltura e resurrezione, alla cena di Emmaus, all’ascensione, all’insegnamento dei discepoli, al martirio di Stefano e alla conversione di Saulo che chiude il testo.

Disegnato davvero bene, il volumetto è senz’altro un valido strumento per la preparazione alla Pasqua e per comprenderne meglio e appieno i significati, da leggere e rileggere anche nei giorni a venire.

 

“Il Vangelo a fumetti. Da Gesù a Paolo”, Paoline, Milano, 2017, euro 8,50.

 

Alessia Biasiolo

 

 

“Medicine e bugie”. Il libro di Salvo Di Grazia

Salvo Di Grazia è un chirurgo specialista in Ginecologia e Ostetricia, medico ospedaliero e divulgatore scientifico. Appassionato di musica e internet, scrive per diverse testate e siti, collabora con “Le Scienze” e “il Fatto Quotidiano”. Ha fondato nel 2008 e gestisce il blog MedBunker che è diventato con il tempo punto di riferimento sulla medicina e contro i ciarlatani della salute. Già autore nel 2014, sempre per Chiarelettere, del libro “Salute e bugie”, bissa con “Medicine e bugie” e continua la sua carrellata prevalentemente contro molti prodotti che si trovano anche in farmacia, se non solo, e che fanno parte di tutta quella “medicina” altra che va sotto, nel parlato comune, anche il non corretto nome di omeopatia o naturopatia, o “io mi curo con metodi naturali”.

A dire il vero, ho trovato interessanti alcuni stralci del libro, soprattutto quando Di Grazia parla di tanto sbandierati farmaci o protocolli che non servono a salvare vite umane, ma talvolta portano a forse inutili cure preventive. Usiamo sempre tutti il condizionale, perché è vecchio il proverbio che dice che del senno di poi sono piene le fosse, ma anche che è comodo chiacchierare, o scrivere, comodamente seduti davanti al pc senza dover decidere per cure, interventi e altro.

Pertanto andiamo sul sicuro quando leggiamo che molti, se non moltissimi, prodotti per rinforzare pelle, ossa, capelli, eccetera non servono a molto; andiamo sempre sul sicuro affermando che siamo un po’ tutti ossessionati dal benessere. Concordiamo un po’ tutti che non avremmo mai imparato e saputo il nome di molti microrganismi se la pubblicità non ci bombardasse giorno per giorno letteralmente conducendoci a chiederci se siamo proprio noi, sì, davvero noi, gli unici a non aver bisogno di qualcosa da mangiare o inghiottire per avere una flora microbica corretta e vigile e arzilla. Ho scherzato più volte in occasione di cene con medici presenti, riguardo al fatto che, ciclicamente, siamo stitici tutti quanti, oppure tutti soffriamo di diarrea; oppure ci danniamo per sapere se abbiamo valori alti nel sangue di qualcosa che, in TV, è davvero brutto e preoccupante. Anch’io avrò quella cosa là? Ecco, allora, che il libro è interessante. Mantiene, tuttavia, alcuni passaggi superficiali, soprattutto non considerando che esistono prodotti “alternativi”, ma questo termine lo uso molto malvolentieri, dal momento che spiega tutto e niente e forse proprio niente, che vengono regolarmente utilizzati e prescritti da medici perché possono permettere di ottenere un miglioramento delle condizioni di un paziente, senza però apportare tutti gli effetti collaterali negativi delle medicine. O di qualsiasi farmaco, anche blando, ma che rientri nella categoria farmaco. Sono anni che vengono svolte ricerche e analisi accurate, da ricercatori seri, su alcuni effetti benefici di prodotti naturali (e la gamma è vasta, dalle radici ai semi) che regolarmente vengono introdotti nei farmaci e che hanno spiccate doti curative. La stragrande maggioranza dei farmaci propone molecole contenute in natura e debitamente elaborate, pertanto sparare a zero su tutto è azzardato. Addirittura affermare che quasi tutto “alternativo” è soltanto zucchero, penso possa fare irritare qualcuno. Per quanto riguarda l’agopuntura, è comunque insegnata ai medici nelle università di Medicina regolari, pertanto che Di Grazia affermi che non serve a nulla, non mi trova d’accordo. E forse non sono la sola. Per lo meno, sarebbe opportuno un approfondimento maggiore di canoni e dettami che, è vero, non possono essere giudicati dalla medicina cosiddetta tradizionale. La quale, è noto, non è perfetta e spesso va avanti e indietro su molti aspetti dell’esistenza umana. Adesso siamo nell’era del poco uso di antibiotici, mentre soltanto dieci anni fa se non ne assumevi secondo prescrizione venivi considerato pazzo. Si è detto a lungo che le vaccinazioni potevano essere sospese, e adesso siamo in emergenza. Certo, quando una popolazione viene ritenuta immune è inutile insistere nel vaccinare i bambini, ma forse non si tiene sempre conto del volume di persone che viaggiano e che possono, quindi, entrare o fare entrare in contatto con virus e batteri che potevano essere considerati debellati in alcune aree geografiche. Abbiamo spesso un comportamento poco coerente che sembra, almeno sembra alla gente comune, derivante da interessi che esulano dalla salute. Pertanto non viene avvertito come problema quello che forse lo è.

Ho letto, pertanto, nel libro molti spunti interessanti e molti spunti da approfondire ulteriormente. Se questo è un metodo perché i lettori siano maggiormente consapevoli della loro salute e ne approfondiscano i dettami, allora ben venga.

Concordo con Salvo Di Grazia che si deve, tutti, essere più consapevoli.

 

Salvo Di Grazia: “Medicine e bugie”, chiarelettere, Milano, 2017, pagg. 210; euro 15,00.

 

Alessia Biasiolo

Stivali di gomma svedesi

Un titolo insolito per un romanzo, ma non per il nostro scrittore, Henning Mankell che ci aveva lasciato già “Scarpe italiane”. “Stivali di gomma svedesi”, che di quel successo è il seguito indipendente, è l’ultimo romanzo di Mankell, morto il 5 ottobre del 2015 a soli 67 anni per una malattia. Forse più noto per essere il padre del commissario Wallander di cui ha scritto storie in molti libri polizieschi, poi tradotti non solo in molte lingue, ma anche in serie televisive trasmesse anche in Italia, lo scrittore svedese anche regista teatrale, racconta nel suo ultimo lavoro la storia di una persona anziana che deve fare i conti con se stessa. Deve, perché se ha trovato rifugio in un isolotto sperduto nel silenzio nordico spesso freddissimo del Mar Baltico, ora è costretto ad affrontare l’impeto della vita a causa dell’incendio della sua casa, ereditata dai nonni materni, che lo mette KO tecnico. Solo, senza nulla da mettersi se non pochi stracci e un paio di stivali costituito, però, da due sinistri, Fredrik Welin tira le somme della sua vita. Non dà risposte, né soluzioni, ma mette il lettore dinanzi ad una storia a tratti strana e inverosimile, ma tanto più vita vera, possibile, normale nel caleidoscopio di scene che proprio l’esistenza ci proietta e nelle quali siamo proiettati a vivere. Medico chirurgo fallito per un intervento non andato come avrebbe dovuto, Welin non si è mai perdonato, in fondo, e in continui flashback si narra come un solitario dalla mente curiosa, che viaggiava spesso verso Parigi, dove ora si trova a tornare, luogo così diverso dal panorama al quale era avvezzo. L’immersione nella vita apparentemente più vissuta, fa ricordare amori, aneddoti delle giovinezza, scava a più rimandi nella strana storia d’amore che l’ha portato ad avere una figlia, di cui, però, viene a conoscenza quando questa è già grande. Ed ora, nel dramma della perdita di tutti i suoi punti di riferimento, proprio quella figlia di cui sa poco o nulla, diventa uno dei suoi modi per rivivere affetti e sensazioni che credeva smarrite nella sua coscienza. Vive una paternità tardiva, ma scopre la bellezza del diventare nonno; scopre che gli amici sono strani e stravaganti più dell’immaginato e che non si può più fidare di nessuno. Nel luogo in cui credeva di avere trovato rifugio, si vive vulnerabile, dovendo ripensare a tutti coloro che potevano avercela con lui al punto di volerlo uccidere, dato che l’incendio è chiaramente doloso e che ha rischiato di farlo morire. E proprio lì, nel vento freddo in cui riscopre la sua vecchia tenda di ragazzo che monta su un altro isolotto per i ricordare i mitici vecchi tempi, un ragazzo in surf si va ad impossessare delle sue cose, mentre la roulotte che lo ospita è troppo stretta e il bagno nell’acqua gelida del mare lo ritempra solo per poco. Ordinare un paio di stivali di gomma svedesi è praticamente impossibile: adesso si vendono solo prodotti made in China, sia camicie di basso costo che usa per asciugarsi, che stivali poco resistenti. Il paio svedese che arriverà non sarà della sua misura e dovrà attendere: il tempo dell’attesa è devastante per la sua età, ma anche motivo di riflessione, tanto come sarà devastante l’attesa della convocazione dalla polizia per sospetto incendio doloso provocato da lui stesso per motivi assicurativi. Insomma, una vicenda intricata, ma narrata da Mankell con garbo e lentezza necessari a far vivere al lettore l’assurdità di tutto quanto costruiamo e che ci sfugge tra le dita per i più bislacchi motivi. Inimmaginabile il finale, infatti, ma anche difficile decifrare come potrebbe concludersi la storia con una giornalista che decide, per il giornale locale, di approfondire i fatti accaduti e anche la strana figura di quel medico sfortunato. Lisa Modin permette di aprire la storia ai desideri nascosti all’età chiamata terza: bisogno di un amore, di vivere o rivivere sensazioni di appartenenza, di amare qualcuno cercando, allo stesso tempo, di voler bene a se stessi quel tanto che basta per trovare la forza di tirarsi su ancora, dopo un disastro del genere. Non più ricordi, non più punti fermi, quelli che si passa la vita a raccogliere e accumulare proprio per avere una vecchiaia tranquilla, se non felice, e che miseramente diventano un cumulo di cenere. Forse, riflette Mankell, erano già cenere e il fuoco, come già sapevano gli antichi, non è altro che la catarsi ultima, definitiva, per trovare modo e spazio di rinascere e riallacciare quei contatti con il mondo vero che sembravano smarriti e forse tagliati, dalla necessità di nascondersi in una tana.

Louise, la figlia trovata, dall’altrettanto vita impossibile, diventa l’archetipo di come non si debba e non si possa calcolare niente nell’esistenza umana senza lasciarle quegli spiragli che le permettono di ricamare in noi prodigi di artistico fulgore. E tante altre figure tratteggiate dallo scrittore, permettono di riconoscersi o di riconoscere qualcuno e, soprattutto, qualcosa nella storia che bene o male ci appartiene. Testamento letterario che non vuole affatto dare insegnamenti, questo romanzo affascinante e strano allo stesso tempo, è un gioiello raro che porta a riflettere su noi stessi a qualsiasi età, sia per cercare di non ritrovarsi soli su un isolotto freddo dove improvvisamente il fato fa scatenare incendi in più case, sia per capire che anche quando tutto sembra perduto, possiamo avere il dono di altri occhi con i quali guardare al futuro, indipendentemente da quanto è lontana da noi la linea dell’orizzonte.

 

Henning Mankell: “Stivali di gomma svedesi”, Marsilio, Venezia, 2016, pagg. 432; euro 19,50.

 

Alessia BIasiolo

 

 

“Occhio per occhio”. Il nuovo romanzo di Massimo Galluppi

Bellissimo romanzo e appassionante trama. È raro trovare nel panorama italiano un libro dalla storia narrata così ben congegnata, con intrighi internazionali che soddisfano il giallista, l’amante di spy story, il lettore curioso, e il lettore che non si accontenta facilmente. L’imbastitura rimanda ad argomenti di storia spessi, come la guerra nell’ex Jugoslavia che evoca i massacri e gli odi etnici. Allo stesso tempo, abbiamo aspetti personali, la passione per il proprio lavoro qualsiasi esso sia: il medico, il politico di carriera, l’addetto agli organismi internazionali all’Aia, il giornalista, l’amante di fotoreportage, il poliziotto. Una nuova avventura per Marcobi, capo della Squadra Mobile di Napoli, con la bella città partenopea che fa da sfondo con tutti i propri vizi e le sue molte virtù. Ma il romanzo di Galluppi è anche romanzo di ambienti diversi, da Madrid alla Serbia, alla Croazia, all’Adriatico, a Parigi, l’Aia, con incursioni di New York e di jazz. Insomma, una trama ricca, carica di ambientazioni ben descritte, con personaggi a tutto tondo senza sbavature, ben congegnati e delineati. Lo stile è asciutto, con descrizioni precise e dettagliate mantenute nell’essenziale, in modo da lasciare spazio all’immaginazione del lettore che pure è rapita dalla lettura attenta e incapace di smettere fino all’ultima riga. Una trama gialla e vagamente di spionaggio che pure non apre ai classici colpi di scena all’americana: la suspance è intrinseca nel testo, ma molto all’italiana, con la prevalenza di un lessico accurato e colto che dimostra di avere attentamente valutato ogni passaggio del testo. Le scene romantiche sono accennate, senza dettagli puramente di pinza come tipico nei famosi romanzieri d’oltreoceano. Non manca un accenno all’immigrazione, grazie al bel personaggio del clochard testimone di un delitto, professore di liceo magrebino che si inanella alla perfezione nella trama. Una trama ricca di indagini che non sono mai scontate: non appena si pensa di essere arrivati alle risposte si deve cominciare daccapo, forse come proprio succede nel mondo reale. Niente deve essere lasciato al caso, ma l’intuizione e l’apporto personale del poliziotto prevalgono sulla macchinosità delle indagini delegate alla sola prova di laboratorio. Ancora si indaga con il vecchio sistema di ascoltare i testimoni, perché niente è mai come sembra e giungere alle risposte affrettate può portare sulla strada sbagliata gli inquirenti. Così succede a Marcobi, infatti, e non per pessime indagini, quanto perché le varie piste di indagine si rivelano false oppure molto, ma molto più complesse di quanto apparivano. L’assassinio di un giornalista non è proprio quello di una persona qualunque, soprattutto se l’assassinato è Giorgio Cobau, esperto della guerra nell’ex Jugoslavia. E se il fatto segue la ricerca di un’intervista ad un personaggio famoso dal passato torbido. Anche il mestiere di giornalista si affranca, grazie al bel romanzo di Galluppi. Le persone, anche quando la storia necessita di esprimere giudizi, non sono mai rese a sole due dimensioni; anche quando è necessario maledire le abitudini giornalistiche di avere le fonti protette, ad esempio, non si getta fango su nessuno, neanche quando sono gli assassini stessi. L’equilibrio che si nota nelle pagine e dalle pagine è quello di uno scrittore saggio, capace di basare il proprio costrutto sulle parole e sulla cura del proprio scritto, non sulla notizia strillata o sulle gonfiate sensazionalità del momento. Eppure, nel romanzo si scrivono articoli funzionali alle indagini, ma senza che gli articoli rivelino meschinità o falsità. Tutti i personaggi sono caratterizzati dal proprio modo di essere, cupi, brillanti, sbarazzini, intriganti, ma mai si perde il rispetto per ciò che sono o che rappresentano o che hanno rappresentato. Di nuovo abbiamo la classica trama del passato che ritorna, ma ritorna come nuovo presente, come storia che continua, non come nostalgica narrazione di riempimento di una vita vuota. Si ha l’impressione, leggendo il bel romanzo di Galluppi, di avere tra le mani una vera storia raccontata da un ottimo cronista, senza gli indugi di mille trasmissioni che scompongono e ricompongono le vite altrui come se fossero dei puzzle per allontanare la noia. Un libro da leggere d’un fiato, magari andando ad approfondire la storia che gli sta dietro, tanto per saperne un po’ di più di tutto ciò che fa da sfondo, aspettando allo stesso tempo la prossima avventura di Marcobi. Che conosce perfettamente il francese e Rimbaud, ascolta chi ama dissertate su “Guerra e pace” piuttosto che “Anna Karenina”, suona il sassofono e frequenta concerti jazz, beve birra o superalcolici ma anche acqua, va al cinema e telefona, senza per forza utilizzare tutto il tempo congegni elettronici sofisticatissimi. Persone che sono tali, non schiave di usi ultramoderni che cancellano l’essenza, perché la vita reale è ancora fatta di gente che dorme nei giardini pubblici, vede i fantasmi del passato, odia e ama cercando di portare avanti la propria esistenza, possibilmente senza trovarsi a fare i conti con il Deuteronomio 19,21. Bella la citazione di Shakespeare, da “Amleto”, nell’epilogo, che forse riassume tutto il libro: “Se è ora, non sarà dopo./ Se non sarà dopo, sarà ora./ Se non è ora, tuttavia sarà”. Da non perdere.

 Massimo Galluppi: “Occhio per occhio”, Marsilio, Venezia, 2016, pagg. 414; euro 18,50.

 Alessia Biasiolo