Con Ivo Compagnoni “La Grappa diventa arte”

sam_4024Inaugurata a Brescia la mostra di Ivo Compagnoni “La Grappa diventa arte” alla presenza dell’assessore regionale allo Sviluppo Economico Mauro Parolini, di A.D.I.D. rappresentata da Alessia Biasiolo, Renato Hagman, Bruno Gobbi, Fioravante Buttignol, Franco Nobili, con le riprese di Brixia Channel. Tra i molti presenti, l’ingegnere Masserdotti di A2A, Antonio D’Azzeo della Camera di Commercio di Brescia, don Claudio in rappresentanza del Vescovo di Brescia, gli studenti dell’Agenzia Formativa “don Angelo Tedoldi” di Lumezzane ai quali l’artista ha spiegato la sua tecnica pittorica.

Giunta ad una tappa ancor più interessante, proprio la tecnica di Ivo Compagnoni attira l’attenzione per i molti materiali di riuso che campeggiano sulle sue tele, fatte di materia che rappresenta un umano di sempre maggiore spessore. sam_4031

In questo caso, il ciclo di quadri realizzati ha come argomento la Grappa, regina dei distillati Made in Italy. Non manca l’omaggio ad A.D.I.D. e al suo percorso di insegnamento e di degustazione, immortalato tra versi dedicati alla grappa e sniffer, con l’ambiente che non è mai secondario. Bedizzole, il campo, la trattoria storica, la natura che incontra l’uomo e si intreccia a lui in un connubio che diventa arte nel bicchiere o sulla tela. Una tela che ferma le emozioni della degustazione dei sensi, che sa essere traghettatrice di una tradizione antica e moderna di cui molto si è parlato nel convegno che ha fatto da cornice alla mostra di Compagnoni.

Una cornice a quadri che non l’hanno, perché il momento fermato dall’Artista non si ferma in realtà del tutto, ma lascia lo spazio per immaginare un prima e un domani, sapendo che il serpente del quale Ivo ha utilizzato la pelle la muterà ancora e che lo sguardo del fruitore deve andare bene al di là di un confine artificiale.

La mostra resterà aperta da lunedì 28 novembre fino a venerdì 2 dicembre dalle 9 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 18 ad ingresso libero nel bellissimo spazio concesso dal Comune di Brescia.

 

“La Grappa diventa arte”, Ivo Compagnoni

Brescia, Palazzo Martinengo Delle Palle, Via San Martino della Battaglia 18

 

FuturBalla alla Fondazione Ferrero di Alba

Resterà aperta fino al prossimo 27 febbraio, presso la Fondazione Ferrero di Alba, la bella mostra “Futurballa”, dedicata a Giacomo Balla, straordinario pittore che ha costituito un importante raccordo tra l’arte italiana e le avanguardie storiche.

La mostra, progetto Ferrero in occasione del settantesimo dell’azienda omonima, è curata da Ester Coen. La prima opera in mostra è datata 1894, mentre le opere più recenti sono degli anni Venti del Novecento.

Anni mitici di innovazioni, di Belle Epoque, di Art Nouveau o Liberty italiano; anni di velocità (l’automobile, il treno, i primi aerei che volavano per ben una quindicina di minuti a trenta centimetri da terra, del grammofono, poi della mitragliatrice celebrata dai futuristi, Marinetti in testa). Anni di interventismo e neutralismo seguiti alla guerra mossa alla Turchia per avere il diritto di transito per lo stretto dei Dardanelli e poi il momento glorioso che ha portato all’intervento nella prima guerra mondiale per riscattare i territori irredenti del Trentino e del Friuli. Momenti che gli artisti vivevano come parte di quella “isteria collettiva” che portò al conflitto, ma anche con angoscia, con senso di partecipazione ad un futuro alle porte che alcuni vedevano gonfio di medaglie e di trionfi, ma alcuni carico di tenebrose nubi. L’autoritratto di Balla del 1894 dimostra un uomo dagli intensi occhi azzurri che scrutano il mondo con piglio deciso, mentre si consolida in lui l’idea di trasferirsi dall’ormai ex capitale del Regno, Torino sua città natale, alla capitale Roma, nel 1895. Il Paese è unificato soltanto sulla carta, le prospettive di dare al proprio figlio un avvenire sono scarse e ancora non è certo che la sua carriera sarà di pittore. O almeno di un pittore capace di guadagnare a sufficienza per mantenersi. Qui, come si evince dal bel catalogo della mostra, a Balla “… ha fatto una bellissima impressione il Colosseo, specialmente nella sua grandiosità nell’assieme”, ma non gli dispiace nemmeno la campagna romana. Avremo nel 1902 il dipinto “La fidanzata al Pincio”, essenziale, con una forte propensione per il colore che domina la scena intorno ad una ragazza pensosa, languidamente seduta sul filo che delimita un’aiola. È intenso il pastello su carta, sempre del 1902, di Enrichetta, seducente nel volto, ma anche nel tratto di Balla che rende l’incarnato vivace come se fosse da toccare, un’immagine fotografica, una statua di marmo ed una persona viva nello stesso tempo. Dello stesso anno le figure de “La pazza” o de “Il contadino” che ondeggiano la sua opera tra un’interpretazione passionale, spessa della figura, e una riproduzione precisa, realistica. Il colore comincia a popolare le sue opere come un elemento a sé stante di propensione ad un’arte individuale, unica, opera dell’artista e autonoma allo stesso tempo. Si arriva a “Novecento”, la raffigurazione di una porta chiusa di un negozio, che ha un realismo ancora più convincente e di una crudezza che rende l’opera la più interessante del nostro. Attraverso malati, cesellatori, falegnami, le persone comuni prendono vivacità nelle tele come se fossero davvero protagonisti in un mondo che, come abbiamo scritto, sembra andare più velocemente di loro, ma che senza di loro non avrebbe il senso del vivere. In molti lavori a matita su carta, Balla ci racconta la quotidianità, il senso dell’esistenza nelle piccole cose e proprio in quel Verismo che ha completato il suo corso e si è fatto materia di studio e di profonde riflessioni. La fotografia ha un’intensa influenza sull’artista che approda allo studio della luce in modo unico, seppur apparentemente simile a molti altri artisti. È il caso di “Agave sul mare”, olio su tela di 90×143 centimetri che racchiude un senso di tranquillità e di azione uniche. Arriviamo così al 1910, quando Balla accoglie entusiasta l’invito di Marinetti e Boccioni di far parte della schiera di nuovi combattenti per l’arte. Ecco che l’energia che sembra avviluppata tra le spine dell’agave si dipana e diventa innovazione, tanto da fargli mettere in vendita, nel 1913, tutte le sue opere del primo periodo per entrare in uno nuovo.

Balla rinnega addirittura il suo passato e, firmando il manifesto futurista, apre un nuovo capitolo della propria esistenza. Le parole che si affollano nella sua mente, e forse tra i suoi pennelli, trovano senso all’estero, in Germania e a Parigi, e giungiamo al bellissimo e innovativo “Bambina che corre sul balcone”, del 1912, olio su tela. La sua pittura si divide in tanti pezzetti di colore, tessere di un puzzle che arrivano a dipingere il movimento, la novità, il pensiero che diventa arte. Le sue parole diventano compenetrazioni iridescenti, acquerelli dai colori tenui o intensi, dalle figure geometriche precise o originate da un sogno mentale che diventa espresso, in volute, caleidoscopi, giochi di rincorse tra tonalità che forse non si raggiungeranno mai. Di certo tutto quanto fa pensare, cambia stile e genere, arriva al capolavoro, almeno per me, che è “Dinamismo di una cane al guinzaglio”, sempre del 1912, quando sulla tela si incontrano le zampette svelte di un cane accanto allo svolazzo dell’abito della padrona che lo porta con sé a passeggio, ed entrambi creano un percorso che tutti vorremmo fare. Il movimento diventa sempre più arte e anche il movimento del mondo, degli esseri umani, degli eserciti sembra incontrarsi in qualche sviluppo geometrico che Balla traccia sulla tela o sulla carta. La velocità, il dinamismo avranno poi bisogno di parole, come già in altri suoi colleghi del tempo, e allora troveremo scritte, nomi, cose resi immortali. FuturBalla prosegue il suo percorso fino al 1916 quando “Gli Avvenimenti” sono espressi in china su carta in una concentrazione di episodi che, se da un lato dimostrano l’appartenenza futurista, dall’altro testimoniano di come l’artista sia stato vero testimone del proprio tempo, con lucida capacità interpretativa. Il tutto si svilupperà ulteriormente nel 1917 con ancora biglietti scritti e cartoline, in cui campeggia “Attenti alle spie” indirizzato a Marinetti. Un tripudio di colore, di sviluppo di idee coraggiose e in linea con i tempi artistici, in un contributo all’arte che meritava davvero un approfondimento, se non una riscoperta, grazie alla Fondazione Ferrero.

Da vedere.

 

Alessia Biasiolo

 

Carte e tele 1993/2015. Una mostra di Salvatore Garau

Sessanta carte, metà delle quali  mai esposte, quasi dimenticate, raccolte in due album di trenta lavori ognuno, realizzati a vent’anni di distanza l’uno dall’altro, e in mezzo otto grandi tele che sintetizzano il passaggio dell’artista dal bianco e nero al colore.

“Carte e tele, 1993/2015” è il titolo della nuova mostra dell’artista sardo Salvatore Garau, classe 1953,  ospitata al Museo Nazionale  della Repubblica a Brasilia fino al 4 dicembre 2016 e realizzata in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia di Brasilia, il Governo di Brasilia e l’Istituto Italiano di Cultura di San Paolo.

Il primo album di carte (serie “Sculture sul limitare”, cm 24×33, 1993) è composto  di trenta piccoli lavori con una scultura disegnata a ridosso del margine della superficie della carta, sul limite estremo dopo il quale l’avventura continua anche se non possiamo vederla, dove la scultura fa appena in tempo ad affacciarsi, e chi l’ha costruita si è già dileguato ma ne sentiamo il lavoro. “Sculture” immobili disegnate minuziosamente con grafite a contrasto col paesaggio, in continuo mutamento, sul quale sono posate.

Il secondo album di carte (serie “Rosso Wagner”, cm 40×30, 2013) è composto da altri trenta lavori dove il rosso porpora e l’argento si materializzano non  più utilizzando il “minerale” della grafite ma il “lucido” dell’alluminio. Carte nate col sostegno, dapprima segreto e poi imperioso, della musica di Wagner che ha aiutato a creare un mondo passionale di contrasti caldi e freddi, di odi e amori, di drammi e gelosie; contrasti violenti,  una fusione dolce  che nel cinema la chiameremmo dissolvenza: morbido ingresso di altro e morbida scomparsa di ciò che già c’era. I colori non asciugano, ma si fondono insieme nell’atto della pittura, archetipo di un matrimonio che non crea traumi.

Le “Sculture” disegnate con grafite e acrilico tagliano la superficie anche al centro della grande tela, dettando la prospettiva e quindi lo spazio, nel quale l’artista è immerso lavorando dall’interno.

Delle otto tele presenti a Brasilia, realizzate tra il 2003 e il 2015 e che raccontano in maniera quasi viscerale il passaggio dal bianco e nero al colore, in una sola di esse, anche se di sfuggita, una traccia tangibile della presenza fisica di un uomo: “Mantello rosso che abbandona la scultura” (2007). Il mantello è trascinato via da una mano che non c’è, nell’atto in cui sta appena scoprendo la scultura.

Questa tela è la metafora del lavoro di Salvatore Garau: l’uomo è importante nel momento in cui  lascia una traccia del suo passaggio: un susseguirsi di piccole e grandi azioni vissute con passione. E l’Arte, come tutto il resto,  è solo un semplice atto d’amore

 

De Angelis

“La Via Geometrica. Da Scaccomatto agli Scacchi di Leonardo da Vinci” di Franco Rocco. Alla presentazione Vittorio Sgarbi

Ma Leonardo da Vinci giocava a scacchi?

Il critico d’arte Vittorio Sgarbi ne parla domani, giovedì 8 settembre alle ore 18.30, presso lo Spazio Espositivo PwC Milano di viale Monte Rosa 91 in occasione dell’inaugurazione della mostra di Franco RoccoLa Via Geometrica. Da Scaccomatto agli Scacchi di Leonardo” (8-30 settembre).

 

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La mostra parte dalla riedizione del libro dell’architetto Franco Rocco “Leonardo e Luca Pacioli. L’evidenza” (Editore Due Torri, Bologna) che, partendo da una approfondita analisi del Manoscritto riconosciuto come preparatorio del De Ludo Scachorum o Schifanoia del famoso matematico Frà Luca Pacioli, dimostra l’indiscutibile contributo di Leonardo da Vinci alla sua stesura e nell’evoluzione del gioco degli scacchi.

Il lavoro editoriale di Franco Rocco nasce infatti dal ritrovamento a Gorizia, fra i fondi storici della biblioteca del conte Guglielmo Coronini Cronberg, proprio del manoscritto sopra citato, databile con sicurezza fra il 1497 e il 1508.

In particolare Franco Rocco evidenzia l’aspetto inedito dei pezzi rappresentati sul Manoscritto rispetto a quelli su altri documenti dell’epoca, e dimostra come in molte pagine i tratti grafici di Leonardo da Vinci siano inconfondibili.

Afferma Vittorio Sgarbi: “Sono anni importanti, quelli rinascimentali che portano alla fine del Quattrocento, anche per la storia degli scacchi, come ci informa Rocco: il gioco medievale si stava modernizzando nella forma detta “alla rabiosa”, prevedendo il cambio di alcune regole fondamentali. Il manoscritto di Gorizia prende atto proprio di questa evoluzione, presentando il gioco secondo due varianti, la vecchia e l’aggiornata. Fra le nuove regole c’è anche la possibilità dell’arrocco, che limita i margini di manovra della regina, fino a quel momento troppo superiori rispetto a quelli delle altre pedine. E’ Leonardo, riferisce Rocco, il primo ad alludere alla mossa scacchistica nel modo in cui normalmente la intendiamo, attraverso la soluzione di un rebus che compare nel grande foglio 12692 di Windsor (1487-90 ca.)”.

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In particolare, scrive Franco Rocco, negli antichi trattati le posizione dei pezzi sulle scacchiere erano indicate con il loro nome o con figure soltanto accennate, mentre nel Manoscritto pacioliano sulle scacchiere sono rappresentati pezzi veri dalle forme chiaramente distinguibili le une dalle altre, caratterizzate da proporzioni  perfette, pezzi di un design ricercato ed elegante mai visto prima.

Inoltre sulle 96 pagine del manoscritto, suddivise in 5 fascicoli, i pezzi sono disegnati in due maniere differenti: su 48 pagine tutte le figure hanno il contorno ben delineato e spesso ma non sempre sono colorate, mentre sulle altre 48 pagine le figure dei pezzi sono definite con la sola stesura del colore e sono senza contorno.

Franco Rocco dimostra infine come dei 114 problemi scacchistici presentati nel Manoscritto Leonardo ne abbia illustrati 58, dei quali ben 24 inediti, inventanti per il manoscritto, tutti da giocare con le nuove regole “a la rabiosa”, ovvero quelle ancora oggi in uso con la regina in grado di muoversi sulla scacchiera in ogni direzione.

La mostra milanese pone anche l’attenzione sul metodo con il quale Franco Rocco  ha affrontato lo studio del Manoscritto, mettendo in evidenza il suo gioco di scacchi Scaccomatto, nel quale i pezzi neri in bronzo e i pezzi bianchi in bronzo argentato possono essere ricomposti secondo uno schema di incastri in due cubi che racchiudono tutte le 32 pedine del gioco.

L’esposizione è inoltre arricchita da una sezione video che, in realtà virtuale, presenta il minuzioso lavoro di ricerca sul De Ludo Scachorum, lo scomponimento e ricomponimento tridimensionale del cubo Scaccomatto, e un’altra opera fondamentale del lavoro di Franco Rocco: La Via di Colombo, una sfera composta da trentasette parti in legno e bronzo che può essere smontata lasciandosi guidare dalla simbologia incisa sulla sua superficie come addentrandosi in un labirinto.

La mostra è completata da due sculture in bronzo a cera persa: Giano e La Parola e il Gesto, sul tema della natura messa a rischio dal gesto dell’uomo.

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FRANCO ROCCO

La via geometrica. Da Scaccomatto agli scacchi di Leonardo da Vinci

 

Spazio Espositivo PwC Milano

Via Monte Rosa 91, Milano

8-30 settembre 2016

Ingresso libero

Orari di apertura:

tutti i giorni dalle 10.00 alle 19.00

 

De Angelis

I “Fiori d’inverno a New York” di Francesco Clemente

Francesco Clemente_RidottaPresso il complesso museale Santa Maria della Scala di Siena, è aperta la mostra Francesco Clemente. Fiori d’inverno a New York curata da Max Seidel con la collaborazione di Carlotta Castellani.

Con questa mostra Francesco Clemente rende omaggio a Siena, città che già nel 2012 ha dimostrato un vivo interesse per la sua arte con la prestigiosa nomina per l’esecuzione del drappellone del Palio. In seguito a tale collaborazione l’artista ha realizzato dieci opere inedite, suddivise in due cicli distinti, da esporre nella città su invito di Max Seidel. Si tratta di dieci tele di grande formato realizzate dal pittore napoletano a New York a partire dal 2010 ed esposte per la prima volta a Siena. La serie dei “Fiori d’inverno a New York” è costituita da cinque opere che hanno impegnato l’artista per più di cinque anni (2010-2016). Questo ciclo nasce in collaborazione con la moglie dell’artista, Alba Primiceri, nota attrice e coreografa, la quale ha scelto alcuni fiori presenti a New York nei mesi invernali che hanno costituito la base per una rielaborazione pittorica da parte di Francesco Clemente, contraddistinta dall’accurata selezione dei pigmenti di origine vegetale utilizzati per ciascun lavoro.

Come afferma Daniele Pittèri, direttore del complesso museale Santa Maria della Scala di Siena: “Quando penso a Francesco Clemente penso alla pelle. Le sue opere mi hanno sempre rimandato l’idea di poggiare su superfici sensibili. Segni leggeri eppure simbolicamente densi, anche quando autoritraggono l’artista, piccoli graffi sull’epidermide, tracce che entrano dentro invadendo un poco alla volta il corpo. Quando mi è stata proposta “Fiori d’inverno a New York”, senza ancora vedere le opere, ho provato nuovamente questa sensazione di pervasione sensibile e mi è piaciuta l’idea di ospitarle al Santa Maria della Scala, che è un luogo sì di memoria, ma anche un luogo vivo e pulsante, un grande organismo che informa con il suo solo esistere un intero territorio“.

Sono presenti in mostra anche le opere della serie – intitolata “l’Albero della vita” – che rappresenta la summa del linguaggio adottato dall’artista fin dai suoi esordi, con riferimenti ad alcuni motivi presenti nella sua produzione e collegati al tema del ciclo della vita. L’iconografia di Clemente attinge liberamente dalle fonti più svariate come la mitologia classica, il buddhismo, la storia e la letteratura orientali e l’immaginario contemporaneo, ma in essa è particolarmente evidente l’interesse per le tradizioni contemplative dell’India, paese dove l’artista ha vissuto per lunghi periodi fin dai primi anni Settanta e dove continua a soggiornare per molti mesi l’anno.

La mostra, promossa e organizzata dal Comune di Siena, è realizzata in collaborazione con Opera Gruppo-Civita. Il catalogo, curato dall’editore Sillabe s.r.l., è accompagnato da una presentazione di Daniele Pittèri, da una intervista di Max Seidel all’artista e da un testo di Carlotta Castellani.

BIOGRAFIA

L’attività artistica di Francesco Clemente (Napoli, 1952) attraversa quattro decadi con importanti riconoscimenti a livello nazionale ed internazionale. Fin dai primi anni Settanta hanno inizio i suoi viaggi in India, dove entra in contatto con la cultura locale che rappresenta un serbatoio di immagini per la sua produzione successiva. Tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, espone con il gruppo della Transavanguardia italiana, il movimento di ritorno alla figurazione promosso da Achille Bonito Oliva. Dal 1981 Clemente si trasferisce a New York con la moglie Alba, città in cui partecipa a numerosi progetti di collaborazione, insieme ad artisti come Jean-Michel Basquiat, Keith Haring e Andy Warhol, e dove realizza libri d’artista con Robert Creeley, Allen Ginsberg, John Wieners e Rene Ricard. I suoi dipinti, i disegni, le incisioni e i libri illustrati sono stati esposti in prestigiose sedi internazionali, tra le quali si possono menzionare la Whitechapel Art Gallery di Londra, la Nationalgalerie di Berlino, il Metropolitan Museum of Art di New York, l’Art Institute di Chicago e il Dia Center for the Arts di New York. Durante gli anni Novanta opere dell’artista sono state in mostra presso il Philadelphia Museum of Art, la Royal Academy of the Arts di Londra, il Pompidou Center di Parigi e il Sezon Museum di Tokyo. Nel 1999/2000 la più importante retrospettiva dedicata ai lavori di Clemente è stata organizzata dal Solomon R. Guggenheim Museum di New York e dal Museo Guggenheim di Bilbao. Recentemente le sue opere sono state esposte presso l’Irish Museum of Modern Art di Dublino (2004), il Rose Art Museum in Massachusetts (2004), il Museo MAXXI di Roma (2006), il Museo MADRE di Napoli (2009), la Schirn Kunsthalle a Francoforte (2011), il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi (2011), Rubin Museum of Art, New York (2014), Tan Guobin Contemporary Art Museum, Changsha (Cina, 2015) e il MASS MoCA, North Adams, MA (2015).

 

FRANCESCO CLEMENTE. FIORI D’INVERNO A NEW YORK, Siena, complesso museale Santa Maria della Scala. Fino al 2 ottobre 2016. Tutti i giorni ore 10.30-18.30.

Il costo del biglietto della mostra è compreso in quello d’ingresso al complesso museale Santa Maria della Scala;

biglietto intero: € 9,00

biglietto ridotto: € 8,00

(ragazzi da 12 a 19, over 65, studenti universitari non iscritti ad istituzioni universitarie senesi, militari, categorie convenzionate)

biglietto famiglia: € 22,00 (2 adulti + 2 minori superiori ad anni 11)

biglietto gruppi e istituzioni formative: € 5,00 (gruppi di minimo 10 persone)

biglietto gratuito:

bambini fino a 11 anni, residenti del comune di Siena, scuole pubbliche ed universitarie senesi, docenti accompagnatori, accompagnatori gruppi (1 ogni 10 persone), portatori di handicap e accompagnatore, giornalisti

INFORMAZIONI

complesso museale Santa Maria della Scala

piazza Duomo, 2

53100 Siena

Biglietteria del museo: tel. 0577 534571

PRENOTAZIONI

centro Servizi del Comune di Siena

tel. 0577 292615

 

Salvatore La Spina

 

 

Tempi della storia, tempi dell’arte. Cesare Battisti tra Vienna e Roma

“Cesare Battisti, chi era costui?” Nonostante gran parte degli italiani abbiano sentito pronunciare almeno una volta il nome di Cesare Battisti, pochi ne conoscono la vita, la storia umana, le battaglie politiche, la passione per la storia, la geografia, la scrittura. La maggior parte delle persone associa Cesare Battisti alla sua tragica fine nella cosiddetta Fossa dei Martiri del Castello del Buonconsiglio, il 12 luglio 1916. Emblematica la frase con la quale lo storico Mario Isnenghi definisce Battisti come “una delle personalità più citate ma meno conosciute del Novecento.” Nell’ambito delle iniziative sulla prima guerra mondiale e in occasione del centenario della sua morte, la mostra intende, attraverso una selezione di preziose opere d’arte dell’epoca e di rare testimonianze storiche, illustrare al grande pubblico una personalità di grande spessore umano e culturale che ha avuto un ruolo importante nella storia recente non solo del Trentino ma anche dell’Italia e merita di essere conosciuto nella sua complessità e modernità.

La prima sezione traccia un quadro della vivace situazione culturale del Trentino nel contesto austro-ungarico prima del 1914, con dipinti di Giovanni Segantini, Eugenio Prati, Bartolomeo Bezzi, Alcide Davide Campestrini, Umberto Moggioli, ma anche Franz von Defregger, Albin Egger-Lienz. I paesaggi di Guglielmo Ciardi e le fotografie di illustrazione di un Trentino ancora prevalentemente rurale accanto ai dipinti di Felice Carena introducono nella seconda sezione il crescente impegno di Battisti, ormai rientrato a Trento dopo la laurea a Firenze, nelle questioni sociali, politiche e culturali della sua terra, dalla militanza socialista all’elezione a deputato a Vienna, che egli conduce assieme all’esperienza di giovane geografo sul campo con le sue innovative ricerche sui laghi del Trentino. Al periodo immediatamente precedente all’entrata in guerra dell’Italia, durante il quale la gente trentina venne invece coinvolta subito nell’impegno bellico austro-ungarico, è dedicata la terza sezione, che vede Battisti impegnato nella campagna interventista nelle città italiane, la chiamata alle armi, i profughi di Katzenau, e, in parallelo, le opere di Depero, di Balla, di Bonazza, ma anche di Kriegsmaler, come Alfons Walde, Albin Egger-Lienz, Hans Josef Weber-Tyrol, Hans Bertle, quest’ultimo testimone della cattura di Battisti sul Monte Corno. Altre testimonianze storiche e figurative – quelle di Beltrame, Pogliaghi, Sartorio, Sottssas, D’Andrea, Guala, Viani, Mantelli, Morando – raccontano gli anni cruciali della guerra, le immane fatiche condotte sulle cime alpine e la macchina militare austro-ungarica, acquartierata nelle sale cinquecentesche del Castello del Buonconsiglio. Alla creazione del mito di Battisti è infine dedicata l’ultima parte, con fondamentali opere che ne costruiscono l’iconografia, come i dipinti di Carrà e di Barbieri. La mostra è stata inserita nelle iniziative per la commemorazione del Centenario della prima guerra mondiale voluto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

TEMPI DELLA STORIA, TEMPI DELL’ARTE. CESARE BATTISTI TRA VIENNA E ROMA

Castello del Buonconsiglio, fino al 6 novembre 2016

Orari di apertura: 10 – 18 chiuso il lunedì (dal 18 luglio al 30 agosto aperto anche il lunedì)

Biglietti: 10,00 euro intero, 8,00 euro ridotto

Info e prenotazioni: tel. 0461 492811 (dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13).

 

Buonconsiglio

Lorenzo de Carris e i pittori eccentrici nelle Marche del primo Cinquecento

01-Lorenzo de carrisIl Comune di Matelica e il Museo Piersanti continuano la politica di studio e valorizzazione del patrimonio artistico della città e dopo la fortunata esposizione del 2015 Luca di Paolo e il Rinascimento nelle Marche, hanno inaugurato la mostra “Lorenzo de Carris e i pittori eccentrici nelle Marche del primo Cinquecento”, a cura di Alessandro Delpriori e di Matteo Mazzalupi.

Attraverso la selezione di pitture e sculture che vanno dal 1490 alla metà del Cinquecento, la mostra racconta l’arte nelle Marche del Rinascimento maturo e si snoda lungo un percorso cronologico e stilistico che accosta le opere di Lorenzo de Carris a quelle dei suoi contemporanei coma Luca Signorelli, Cola dell’Amatrice e Vincenzo Pagani.

Lorenzo di Giovanni, che dal 1502 viene chiamato anche il Giuda, era di origine slava e nacque a Matelica tra il 1465 e il 1466, la sua prima opera è una pala d’altare commissionata per la famiglia Turelli e destinata alla Cattedrale di Matelica. Questa è stata smembrata e dispersa ma due frammenti sono conservati ancora al Museo Piersanti.

(nell’immagine: “Madonna col Bambino in gloria tra i santi Giuliano e Antonio da Padova”, Lorenzo di Giovanni de Carris detto il Giuda, 1515 ca, olio su tavola, Duomo di Macerata)

Il lavoro di ricostruzione del percorso critico ha permesso di puntualizzare la cronologia interna del pittore, anche e soprattutto in relazione alle presenze nel territorio di altri artisti con cui Giuda ha collaborato o da cui ha trovato ispirazione. All’inizio del Cinquecento Matelica diventa infatti una città cruciale per l’intero svolgimento dell’arte nelle Marche, la presenza in San Francesco della stupenda pala di Marco Palmezzano datata 1501 e l’arrivo della grandiosa Deposizione di Luca Signorelli nel 1505 per Sant’Agostino, segna un clamoroso cambio di passo nel gusto delle immagini per tutto il territorio.

05-Lorenzo de carrisLa chiesa di San Francesco appena riaperta sarà una sezione esterna della mostra in cui sarà possibile vedere il maestoso dipinto di Palmezzano completo in ogni sua parte e perfettamente conservato, e un dipinto di Eusebio da San Giorgio datato 1512 che rappresenta in maniera perfetta la penetrazione del raffaellismo umbro anche nelle Marche.

In mostra sarà presente in maniera del tutto eccezionale un tondo di Luca Signorelli commissionato al pittore dal figlio di Luca di Paolo, Giovannantonio, che fu usato dagli agostiniani come tramite per arrivare al famoso pittore cortonese.

Lorenzo di Giovanni si spostò poi a Macerata dove visse fino alla morte avvenuta ben oltre la metà del secolo, dopo il 1555. La sua stupenda tavola per il Duomo di quella città che sarà presente in mostra è opera sintomatica della cultura locale nei primi decenni del secolo, in cui la pittura lucida di Palmezzano si sposa in maniera perfetta con la cultura antiquaria di stampo romano di Cola dell’Amatrice e con il gusto cromatico di Lorenzo Lotto, che nel frattempo era arrivato nelle Marche.

La mostra racconta l’intero percorso del pittore avendo raccolto tutte le opere mobili disponibili tra cui spicca il prestigiosissimo prestito dalla Pinacoteca di Brera di Milano che ha acconsentito alla movimentazione di una pala d’altare che era in origine a Serra San Quirico. Questa aveva la sua predella che decenni fa fu spostata al Senato della Repubblica a Palazzo Madama a Roma; per la prima volta le due opere torneranno insieme per ricomporre il complesso.

(nell’immagine: “Stendardo di San Venanzio”, Venanzio da Camerino e Pergentile da Matelica, 1515 ca, olio su tavola, Musei Civici di San Domenico, Camerino).

Il catalogo della mostra, edito da Quattroemme, è curato da Alessandro Delpriori e da Matteo Mazzalupi e conterrà un approfondito studio scientifico sul pittore e sul panorama artistico locale della prima metà del Cinquecento con numerose nuove attribuzioni, puntualizzazioni critiche e novità storiche.

 06-lorenzo de carris(nell’immagine: “Madonna col Bambino e santi”, Marco Palmezzano, firmato 1501, Chiesa di San Francesco, Matelica)

Lorenzo de Carris e i pittori eccentrici nelle Marche del primo Cinquecento, Matelica, Museo Piersanti, Via Umberto I, 11.

Fino al 2 ottobre 2016, tutti i giorni dalle ore 10.00 alle ore 13.00 e dalle ore 15.00 alle ore 19.30.07-Lorenzo de carris

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

(nell’immagine a destra: “San Sebastiano”, affresco staccato, 1480/85 ca, Deposito attrezzato del Comune, Cagli)

Ofelia voleva soltanto nuotare. Mostra fotografica a Pieve Santo Stefano di Arezzo

Ofelia-Maria-1963-sRGB-1-311x435. Foto SAMUEL WEBSTER, modella Maria CheccagliniOfelia voleva soltanto nuotare è un progetto dell’artista Samuel Webster e della criminologa Mariantonietta Anania che unisce fotografia e indagine forense, per restituire l’immagine della donna del nostro tempo. Una donna emblema della bellezza mutilata dalla violenza di genere. Il Femminicidio, una parola ormai inflazionata che non fa più rumore alle orecchie dei nostri giorni, ma che in Ofelia Voleva Soltanto Nuotare si trasforma in un grido di Vita. Lontani dal voyeurismo imperante che assale e distorce i fatti di cronaca del nostro tempo, Samuel Webster e Mariantonietta Anania danno voce alle donne vittime del femminicidio e alle loro famiglie con un progetto artistico innovativo. Una bellezza che scuote le coscienze, che emoziona e fa riflettere negli scatti di Webster e nelle testimonianze raccolte dalla criminologa Anania. Con Ofelia Voleva Soltanto Nuotare si inaugura uno sguardo nuovo, immediato, essenziale e poetico. È nella bellezza del gesto, nei piccoli momenti privati del quotidiano che la donna incarna tutta la forza e la debolezza della propria femminilità. Scatti intimi, autentici, affiancati da storie di vita vera, alla ricerca di uno specchio artistico capace di restituite il riflesso della complessità delle nostre esistenze. Una mostra che indaga una nuova strada, uno strumento di comprensione e denuncia, per affrontare attraverso una nuova cultura un fenomeno che oggi è prima di tutto culturale, quello della violenza di genere. Una mostra itinerante, internazionale e ad ingresso gratuito che fino al 29 luglio sarà ospitata nel Palazzo Pretorio di Pieve Santo Stefano. L’esposizione sarà visitabile da lunedì a venerdì dalle 09.30 alle 12.30 e nel pomeriggio dalle 16 alle 19; sabato e domenica dalle 16 alle 19. Da settembre l’esposizione partirà in giro per l’Italia per toccare Arezzo, Firenze, Roma, Jarcuso, Cortina d’Ampezzo, Torino, e poi Londra, Philadelphia, New York fino a Sydney e Melbourne in Australia.

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Ofelia chi?Ofelia voleva soltanto nuotare, Ofelia voleva soltanto amare, Ofelia voleva soltanto vivere. Ofelia è la donna che ama e muore per amore. Ofelia è la vittima e allo stesso tempo il risveglio delle nostre coscienze. Ofelia voleva soltanto nuotare è l’immagine di una visione artistica che non può prescindere dai fatti della nostra realtà, sempre più nera. È la Bellezza che spalanca gli occhi e ci aiuta a vedere. È l’Ofelia di Shakespeare, Rimbaud e Guccini. È il simbolo della femminilità negata, violata. È insieme mito e realtà. È la storia di Melania, giovane madre uccisa brutalmente in un boschetto dal marito; la storia di Fabiana, data alle fiamme dal fidanzatino geloso a soli quindici anni; la storia di Carla, uccisa dal marito dopo cinquantaquattro anni di soprusi e matrimonio. Ofelia voleva soltanto nuotare è una mostra, un evento culturale spartiacque mai realizzato prima in Italia. È l’inaugurarsi di un nuovo metodo con cui si vuole affrontare il fenomeno della violenza di genere nel nostro Paese.

Ofelia voleva soltanto nuotare può vantare una curatela d’eccezione, quella della criminologa italiana Mariantonietta Anania. Insieme all’artista australiano Samuel Webster, la dottoressa Anania ha dato vita all’esposizione, ancorando la ricerca artistica agli episodi italiani di femminicidio degli ultimi anni. “Nel Bel Paese le donne uccise dai propri partner o ex partner nel primo semestre del 2016 sono state 65, cioè circa una donna ogni due giorni e mezzo – spiega la curatrice Anania. Dal 2013 al 2015 le vittime attribuite al femminicidio in Italia sono state centinaia. Un dato preoccupante che deve spingerci ad intervenire. Parlare di Femminicidio oggi è tanto delicato quanto necessario. La parola femminicidio suona male. Però serve. Definire in modo appropriato la categoria criminologica del delitto perpetrato contro una donna, perché è donna, è necessario. Ma questo riconoscimento deve avvenire anche da parte di tutta la società, non solo degli addetti ai lavori. Per capire e spiegare meglio contesti, cercare di non banalizzare il fenomeno e di non ridurlo a una invenzione mediatica. Il termine femminicidio si usa quando in un crimine il genere femminile della vittima è una causa essenziale, un movente, del crimine stesso, nella maggior parte dei casi perpetuato all’interno di legami familiari. Donne uccise dai fidanzati, mariti, compagni, ma anche dai padri a seguito del rifiuto di un matrimonio imposto o di scelte di vita non condivise. Femminicidio non è una parola inventata dai giornali. È un fenomeno che, oltre all’omicidio, racchiude anche tutte le discriminazioni e pressioni psicologiche di cui una donna può essere vittima. Il femminicidio è la forma estrema di violenza di genere contro le donne: è la forma più alta di violazione dei suoi diritti umani. È un fenomeno sociale che per leggerezza a volte viene definito come “l’amore che fa male”. Ma quello non è amore. È violenza, dolore, sopruso, isolamento: è il prodotto peggiore di quella cultura maschilista che non accetta l’autonomia della compagna, moglie, figlia. È una questione profondamente culturale che necessita di esser affrontata con la cultura. Da qui nasce il nostro progetto Ofelia voleva soltanto nuotare. Una mostra itinerante, una mostra che con la fotografia canta le storie di tutte quelle donne che hanno perso la vita con la sola colpa di essere donne. Affinché non si ripetano più atti di questo genere e si rafforzi la cultura del dialogo già presente in Italia. Perché non esiste il raptus,  non esiste la gelosiad’amore che muove ad uccidere. Questo non è amore, ma solo violenza e morte. Di troppo amore non si muore”.

Ofelia-Camilla-3472-bw-sRGB-575x411-Foto SAMUEL WEBTER modella Anania“Sogno e realtà in uno stesso scatto, per smascherare la violenza” afferma l’artista Samuel Webster. “Anche se il mio lavoro è sempre stato un tentativo di trovare la bellezza poetica nella verità, ultimamente mi sono dedicato alla fusione fra verità e poesia – spiega il fotografo Samuel Webster. Gli albori della mia formazione sono infatti da ricondurre alla poesia, prima che alla fotografia. Così nasce la mostra Ofelia voleva soltanto nuotare, sul filo del rasoio tra bellezza estetica e la forza di un pensiero coinvolgente come può essere quello del femminicidio. In questa mostra ho avuto l’opportunità di confrontarmi con una questione sociale molto vicina a me. Quella con Mariantonietta Anania è stata una comunione di intenti, pur nella diversità dei nostri punti di vista. Realtà e sogno si sono fusi nella ricercadi un prodotto artistico che fosse capace di ispirare un nuovo pensiero e incitare nuove esperienze coinvolgenti, per affrontare la misoginia sistematica che alimenta la violenza domestica e distruggere quella maschera di falsità che spesso avvolge culturalmente l’omicidio di genere. Ofelia voleva soltanto nuotare è una collezione di 22 ritratti, che raccontano 11 storie in 33 panelli, che celebrano le preziose passioni delle vite innocenti. È una rappresentazione di piccoli momenti di femminilità, semplici, universali e irripetibili. Donne di ogni età, nazionalità ed estrazione sociale; donne creative, donne che lavorano, studiano; donne animate da sogni. Tutte loro sono la nostra Ofelia. Fin da subito è stata chiara e condivisa con Mariantonietta Anania, la precisa volontà di non concentrarci sui modi macabri in cui sono state uccise queste donne, ma sull’innocenza che le lega tutte indissolubilmente. È l’immagine della donna che parla alle altre donne e allo stesso tempo è la donna che parla agli uomini. Che siano assassini o innocenti. È una mostra che parla alle nuove generazioni, a tutti quei ragazzi che crescono e spero possano imparare quanta responsabilità abbiamo noi uomini nel perpetrare una cultura del rispetto nei confronti della donna e di tutti gli essere umani”.

“Pieve Santo Stefano Città del Diario è memoria che non dimentica le vittime del femminicidio. Ofelia che va per il mondo parte da qui”, afferma Luca Gradi, consigliere del Comune di Pieve Santo Stefano responsabile della Cultura.“Conosco Samuel e Maria Antonietta da qualche anno, da quando per motivi diversi si sono trasferiti a Pieve Santo Stefano – dichiara il consigliere Luca Gradi. Provenienze diverse, vite diverse, storie diverse, mondi diversi. Samuel Webster, un artista australiano che utilizza la macchina fotografica come un pittore e Mariantonietta Anania, giovane donna forte del Sud Italia, madre e moglie che è riuscita a coniugare i valori e l’impegno di una famiglia con una storia di studi importanti, sfociati nella laurea in criminologia. Questo mix tra personalità forti e diverse, questo inaspettato quanto magico sodalizio artistico, arricchisce in modo assolutamente nuovo l’offerta culturale di Pieve Santo Stefano. Sapere che Ofelia voleva soltanto nuotare, una mostra internazionale, muove i suoi primi passi proprio da Pieve ci riempie di orgoglio. Voler affrontare con l’arte il femminicidio è una scelta coraggiosa e importante di Webster e Anania. A qualsiasi latitudine, in qualsiasi forma di stato, in qualsiasi credo religioso la violenza sulla donna è ancora presente, pulsante, palpabile ed avvelena nel profondo tutta l’umanità. Come delegato alla cultura del Comune di Pieve Santo Stefano ed a nome di tutta l’amministrazione comunale, non potevo, non potevamo, non dare tutto l’appoggio possibile a questa mostra. Pieve Santo Stefano è la Città del Diario, dove oltre settemila storie di gente comune sono custodite e divulgate. Tra queste, tante storie sono di donne, storie di violenza. Sabato 16 luglio alle 18 vi aspettiamo nella splendida cornice di Palazzo Pretorio per inaugurare Ofelia voleva soltanto nuotare, una mostra che parla al cuore e alla mente di tutti”.

Ofelia voleva soltanto nuotare

Fotografia di Samuel Webster, a cura di Mariantonietta Anania.

Fino al 29 Luglio 2016, Palazzo Pretorio – Pieve Santo Stefano, Arezzo

Anna Martini

(anche per credit foto)

 

I voli dell’Ariosto. L’Orlando furioso e le arti

02-ariostonell’immagine “Angelica e Medoro”, Simone Peterzano, ante 1572, olio su tela, Parigi, Galérie Canesso

In occasione del cinquecentesimo anniversario della prima edizione dell’Orlando furioso di Ludovico Ariosto (1516), una mostra organizzata dal Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli e allestita a Tivoli, nello splendido scenario di Villa d’Este, diretta da Marina Cogotti, intende celebrare l’impatto esercitato dal poema fino ad oggi sulle arti figurative.

Villa d’Este, con il suo celebre giardino e i suoi ambienti affrescati, costituisce uno scenario ideale per una mostra di questo tipo: il cardinale Ippolito II d’Este, che fece costruire e decorare tra gli anni sessanta e settanta del Cinquecento questa villa di delizie, nipote del cardinale Ippolito I a cui era stato dedicato il Furioso, non solo è citato più volte nel poema, ma aveva avuto modo di frequentare l’Ariosto negli anni della giovinezza trascorsi presso la corte ferrarese.

Già i contemporanei hanno giudicato Ludovico Ariosto un “poeta che colorisce”, capace di “dipingere” le armi e gli amori con la penna e con l’inchiostro: pochi decenni dopo la sua morte lo si poteva già celebrare paragonandolo a Tiziano. È anche a causa della natura intrinsecamente figurativa dei versi ariosteschi che l’Orlando furioso ha goduto, nei secoli, di una vasta fortuna visiva: una vicenda che non si è ancora esaurita e che la mostra, curata da Marina Cogotti, Vincenzo Farinella e Monica Preti intende ricostruire, analizzando in dettaglio una serie di episodi significativi, partendo dagli inizi del Cinquecento e giungendo fino al Novecento.

07-ariostoLe opere convocate a Villa d’Este, attingendo alle più varie tipologie e tecniche artistiche (dipinti, sculture, arazzi, ceramiche, disegni, incisioni, medaglie, libri illustrati…), intendono costruire un’esposizione rigorosa, nel suo costante rapporto con i temi del poema ariostesco, ma al tempo stesso capace di suggestionare emotivamente il visitatore.

Il percorso si apre, al piano nobile della villa, negli appartamenti del cardinale. Si possono seguire, in un itinerario cronologico, alcune vicende della fortuna visiva del poema: dopo una premessa dedicata al volto e al mito del poeta (dove i ritratti cinquecenteschi dell’Ariosto dialogano con le rievocazioni ottocentesche di alcuni episodi, reali o fantastici, della sua vita), una sezione è dedicata alla storia figurativa del Furioso nel Cinquecento.

Si parte da un capolavoro di Dosso Dossi, che recenti indagini diagnostiche hanno confermato costituire la più antica testimonianza dell’iconografia ariostesca (in anticipo perfino sulla prima pubblicazione a stampa del poema) e si giunge a fine secolo, con uno smagliante dipinto di Simone Peterzano (il pittore che fu il primo maestro di Caravaggio a Milano) dedicato al fortunatissimo episodio dell’amore tra Angelica e Medoro. Al centro di questa sezione campeggiano tre monumentali arazzi estensi prestati dal Musée des Arts décoratifs di Parigi e restaurati per l’occasione, convocati a Tivoli per rievocare visivamente l’ambiente della corte estense e gli splendidi apparati che decoravano le delizie ferraresi, in cui affondano le radici della cultura figurativa dell’Ariosto, e una serie di maioliche policrome che documentano la diffusione delle iconografie ariostesche anche nel campo delle arti applicate (nell’immagine: “Ludovico Ariosto legge l’Orlando furioso alla presenza della corte estense”, Massimiliano Leali, 1860, Ferrara, Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea).

10-ariostoLa sezione seicentesca, particolarmente ricca per i prestiti concessi dai musei fiorentini, ruota intorno ad una serie di grandi dipinti che documentano la vasta diffusione, in diverse regioni della penisola, dei temi tratti dal Furioso nelle arti maggiori (ma è presente anche un piccolo capolavoro scultoreo: il bronzetto del Tacca raffigurante Ruggiero ed Angelica conservato al museo del Louvre).

Dopo un interludio settecentesco (rappresentato da alcuni disegni di Fragonard e di Giani), un altro affondo risulterà condotto sull’Ottocento italiano e francese: in Francia, dopo i celebri dipinti dedicati al Furioso da Ingres e Delacroix, il protagonista dell’iconografia ariostesca risulterà Gustave Doré, rappresentato in mostra, oltre che dalle diffusissime edizioni illustrate del poema, da una selezione di disegni originali, dove si dispiega tutta la sua inesauribile fantasia, e da un indimenticabile bronzo dedicato ad uno dei temi più fortunati del poema: Ruggiero sull’ippogrifo che uccide l’orca e salva Angelica. Nell’Italia dell’Ottocento l’iconografia ariostesca conoscerà una particolare fortuna nell’epoca romantica, come dimostrato dai dipinti di Giuseppe Bisi, Massimo D’Azeglio e Giuseppe Bezzuoli, con aperture che già preludono alla rivoluzione realistica che si affermerà nella seconda metà del secolo.

11-ariostoL’ultima sezione, che conclude il percorso, intende rivolgere un omaggio al più bel Furioso del Novecento: quello messo in scena da Luca Ronconi a Spoleto nel luglio del 1969 e poi riproposto in altre sedi e ad un più vasto pubblico, in versione televisiva, nel 1975: in questo caso è possibile ammirare per la prima volta sia la sequenza di fotografie realizzate da Ugo Mulas in occasione della messa in scena dello spettacolo ronconiano in piazza del Duomo a Milano, sia i disegni preparatori delle scenografie e dei costumi realizzati da Pier Luigi Pizzi per la versione televisiva. Al piano inferiore, nella Sala della Fontana, splendidamente affrescata e fortemente rievocatica dell’ambiente estense, è stata ricostruita una scenografia del Furioso televisivo: i cavalli ideati da Pier Luigi Pizzi dialogano in questo caso con gli alberi e le foglie che invadono l’ambiente cinquecentesco, trasformandolo idealmente in uno spazio infinito, in una suggestiva rievocazione delle scenografie concepite per la versione televisiva di quello spettacolo (1975).

Ad integrazione della mostra, Villa d’Este proporrà durante il periodo di esposizione una serie di manifestazioni ed eventi collegati: percorsi nel territorio, concerti, proiezioni cinematografiche, spettacoli teatrali, conferenze, letture ariostesche.

I voli dell’Ariosto. L’Orlando furioso e le arti”, Villa d’Este, Piazza Trento, 5 – 00019 Tivoli (RM), fino al 30 ottobre 2016, dal martedì alla domenica ore 8.30 fino ad un’ora prima della chiusura del monumento. Aperture serali nelle giornate di venerdì e sabato.

Biglietto unico € 11,00: mostra + ingresso villa. Ridotto: € 5,50. Catalogo Officina Libraria.

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

(anche per credit foto)

MGT trio a Brescia per Chiostro in Musica

MGT_2_photo_by_Joanne_BellProsegue la serie di concerti della prima edizione di “Chiostro in musica” all’interno del Chiostro del Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri, nati grazie alla collaborazione con il Centro Teatrale Bresciano e grazie al sostegno della Fondazione ASM e del Gruppo a2a.

Domenica 3 luglio 2016 alle ore 21.30, all’interno del Chiostro del Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri, è in programma il concerto di Mgt Trio (in fotografia di Joanne Bell), composto dal leggendario chitarrista americano Ralph Towner, accompagnato dai due straordinari chitarristi Slava Grigoryan e Wolfgang Muthspiel. Il concerto è organizzato in collaborazione con Associazione Jazz on the Road.

L’ innovazione musicale non è un’impresa facile: richiede non solo un talento innato, ma anche la devozione per l’arte che non è accecata dal bagliore commerciale della cultura popolare. Ralph Towner è un tale innovatore del panorama moderno musicale che le sue idee sono sempre fresche anche se abbracciano una carriera lunga più di trenta anni.

Meglio conosciuto come il fondatore, compositore, chitarrista, tastierista dell’ensemble jazz acustico “Oregon”, Towner ha avuto anche una ricca e variegata carriera da solista che ha visto una fruttuosa e memorabile collaborazione musicale con grandi musicisti moderni come Gary Burton, John Abercrombie, Egberto Gismonti, Larry Coryell, Keith Jarrett, Jan Garbarek, e ancora Gary Peacock, Marc Johnson Eddie Gomez, Jack Dejohnette e come pianista intense e fruttuose collaborazioni insieme ad altre leggende del jazz come Wayne Shorter e Freddie Hubbard.

A partire dal 1972 Towner inizia un rapporto di lavoro con il produttore Manfred Eicher della mitica etichetta ECM che lo porta a registrare oltre 20 album, dandogli la possibilità di realizzare una sua forte crescita personale come leader e affianco i giganti del jazz internazionale.

Per il concerto di Brescia il leggendario chitarrista americano, dividerà il palco con altri due straordinari chitarristi: Wolfgang Muthspiel, considerato fra le leve più interessanti del panorama internazionale jazz contemporaneo che ha già collaborato con artisti del calibro di Paul Motian, Bob Berg, Brian Blade e molti altri e Slava Grigoryan, classe 1976 che nel 1995 ha registrato con Sony Classical Label, realizzando 6 album in solo e che, nonostante la giovane età, vanta collaborazioni con leggende del calibro di Paco Pena e Leo Kottke e numerose partecipazioni a festival ed orchestre internazionali.

Trio delle meraviglie, insomma, che offrirà al pubblico presente un concerto in equilibrio fra composizione e improvvisazione, dominato da una incredibile tecnica strumentale.

MGT Trio

Ralph Towner – chitarra

Slava Grigoryan – chitarra

Wolfgang Muthspiel – chitarra

3 luglio, ore 21,30 – Chiostro Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri, Contrada Santa Chiara 50 A, Brescia

INGRESSO SINGOLO CONCERTO

INTERO € 10,00

RIDOTTO € 8,00

 

Silvia Vittoriano