Ponte del 25 aprile in volo

Gli organizzatori dell’associazione Parapendio Pizzo hanno scelto un nome eloquente: “Il lungo weekend del 25 aprile in volo”.

Saranno tre giorni all’insegna delle emozioni che il volo libero in deltaplano e parapendio, cioè senza motore, sulle ali del vento, reggendosi in aria grazie alle correnti ascensionali, sa regalare. Tre giorni a Pizzo Calabro (Vibo Valentia), borgo arroccato su un promontorio al centro del Golfo di Sant’Eufemia. Sotto la frastagliata Costa degli Dei, contraddistinta a nord-est, dalla pineta mediterranea fino alla foce del fiume Angitola, da 9 chilometri di ampie spiagge sabbiose, e più a sud, dove si innalza il masso di tufo sul quale si sviluppa Pizzo, da numerose calette, grotte e zone ricche di scogli naturali. Suggestivo il panorama con le isole Eolie sullo sfondo.

Tre giorni di voli spensierati lungo un costone di 18 chilometri dai decolli a nord di Pizzo, in zona Marinella, oppure dal decollo Pandolfo in località Maierato, entrambi a 380 metri d’altezza sul mare. L’atterraggio ufficiale sarà il Lido Blue Moon, adiacente alla spiaggia.

Il programma, al quale collaboreranno i piloti di Fly Maratea e quelli siciliani di Etna Fly, prevede due prove d’abilità, facoltative, vale a dire che i piloti al termine del volo tenteranno di centrare un bersaglio posto in atterraggio. La prima sarà aperta a tutti, mentre la seconda è consigliata a volatori più esperti con atterraggio nella marina di Pizzo Calabro. Faranno da contorno escursioni in mountain bike con percorsi tra le pinete, nelle stradine del centro storico, o salendo fino ai decolli. Chi vorrà provare per la prima volta l’ebbrezza del volo, può valersi della presenza in loco di piloti equipaggiati con parapendio biposto, vale a dire idonei al trasporto di un passeggero oltre al conduttore.

Gustavo Vitali

Il Senato per “La Leonessa. Città di Brescia” 2014

Consuetudine ormai da anni, anche quest’anno il Senato della Repubblica ha inviato una medaglia istituzionale da assegnare nell’ambito della quindicesima edizione del Premio Internazionale di Poesia “La Leonessa. Città di Brescia”.

La Segreteria organizzativa del Premio si pregia di ringraziare così le massime istituzioni dello Stato per voler nobilitare un Premio che intende fungere da veicolo per la creazione di nuove produzioni poetiche, sia libere che su argomenti suggeriti. Il Premio gode anche del patrocinio del Comune di Brescia.

La premiazione avverrà il prossimo 18 maggio, a Brescia, presso l’Auditorium San Barnaba, palcoscenico tradizionale dei Poeti che giungono in città grazie alle loro poesie selezionate da un’attenta Giuria. Anche quest’anno la selezione sarà altissima, dato che normalmente non si raggiungono i cinquanta premiati su un numero altissimo di elaborati arrivati alla Segreteria organizzativa.

Lo scorso anno si erano superate le 1.800 liriche; quest’anno le cifre verranno rese note ufficialmente alla cerimonia di premiazione, come consuetudine.

Il Premio intende in questo modo essere veicolo culturale e letterario, perché la Poesia abbia sempre quell’attenzione che merita come parte fondamentale della letteratura.

La Redazione

The Duke Ellington Orchestra

A quarant’anni dalla scomparsa del “Duca” Edward Kennedy Ellington, la jazz band da lui fondata e diretta e che tuttora lo rappresenta in tutto il mondo si esibirà in tre date e in esclusiva in Italia. Il 30 Aprile a Roma, alla Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, in occasione della “giornata mondiale del jazz” promossa dall’UNESCO, il 1° Maggio al Teatro Europauditorium di Bologna e il 3 Maggio all’Auditorium La Verdi di Milano, la formazione di 18 elementi diretta da Tommy James, darà vita ad uno spettacolo musicale che ripercorrerà una selezione del miglior repertorio ellingtoniano, dagli storici hit It Don’t Mean a Thing if it Ain’t Got That Swing e Take the A train alle più morbide melodie di Mood Indigo e Satin Doll. Il patrimonio culturale di Ellington, composto da opere universalmente riconosciute, conta più di duemila brani prodotti e innumerevoli concerti in giro per il mondo in tour con la sua Big Band. La storica Orchestra nata negli anni Venti e diretta dal suo fondatore fino alla morte, nel 1974, ha continuato ad esibirsi nel panorama internazionale dapprima con la conduzione del figlio di Duke, Mercer (anch’egli compositore, arrangiatore e trombettista), in seguito col nipote Paul (attualmente produttore cinematografico e sostenitore attivo dell’orchestra) e, dal 2010, con il pianista Tommy James, in organico dal 1987 (su diretto invito di Mercer) che, con la DEO, ha registrato dischi come Only God Can Make A Tree (1996) e Third Generation (2009).

30 APRILE 2014 ROMA: AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA SALA SINOPOLI ORE 21.00 INFOLINE: http://www.auditorium.com

1° MAGGIO 2014 BOLOGNA: TEATRO EUROPAUDITORIUM ORE 21:00 INFOLINE: http://www.teatroeuropa.it

3 MAGGIO 2014 MILANO: AUDITORIUM LA VERDI ORE 21.00 INFOLINE: http://www.laverdi.org

Elisabetta Castiglioni
 

 

 

Antonio Pappano per Amnesty International

Amnesty International Italia esprime la sua profonda riconoscenza per la decisione del Maestro Antonio Pappano, direttore dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma, di dedicare all’associazione il concerto “Prigionia e liberta’”, che si terra’ martedi’ 29 aprile a Roma, alle ore 19.30, presso la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica.Il programma del concerto prevede: Beethoven: Fidelio, “Gott! Welch Dunkel hier!”, scena dalla prigione.Dallapiccola: Il prigioniero, opera in un atto.Beethoven: Sinfonia n. 9, III e IV movimento “Inno alla Gioia”.“Siamo particolarmente riconoscenti al Maestro Antonio Pappano per aver voluto associare ad Amnesty International i temi della prigionia e della liberta’, del diritto di ogni essere umano a poter esprimere le sue opinioni senza timore di persecuzione. Questi temi sono al centro dell’azione di Amnesty International sin dal 1961, anno della sua fondazione. Da oltre mezzo secolo, attraverso le nostre campagne, ci battiamo per il rispetto della dignita’ delle persone e contro le ‘prigionie ingiuste’, avendo appreso molto bene che oltre a quelle fisiche, esistono altre prigioni che impediscono a uomini e donne di esprimere e manifestare la loro identita’, le loro origini, i loro orientamenti e i loro desideri” – ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.Il Maestro Pappano, invece, afferma: “Musica e diritti umani. Un connubio possibile, un risultato eccezionale. E’ dalla voglia di affiancare Amnesty International nelle sue azioni in difesa della liberta’ e della giustizia che nasce la volonta’ di dedicare questo concerto: un concerto rivolto a chi ogni giorno si impegna per difendere i diritti umani, a chi vede in Amnesty International la sola speranza per una vita migliore ma anche, e soprattutto, a chi decidera’ di starci vicino in questa importante impresa scegliendo di essere la voce di chi non ha voce, sostenendo Amnesty International.“In oltre 50 anni di attivita’ – continua il direttore – Amnesty International e’ stata una fonte autorevole per i governi e di speranza per gli oppressi e la difesa dei diritti umani puo’ passare anche attraverso la musica. Una musica che attraversa il dolore della prigionia per arrivare alla gioia quindi alla speranza e alla liberta’, per ricordare che tutti noi possiamo fare qualcosa per un mondo migliore. Sostenete Amnesty International”.unitevi a noi!Dopo il concerto, seguira’ un brindisi offerto da Amnesty International Italia grazie alla collaborazione dell’azienda Trimani, con la prestigiosa presenza del Maestro Antonio Pappano.Nel 2013 Antonio Pappano ha ricevuto il premio “Arte e diritti umani” che Amnesty International Italia assegna a coloro che con la loro arte contribuiscono a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle campagne in favore dei diritti umani.I biglietti per il concerto potranno essere acquistati online sul sito http://www.santacecilia.it/concerti_e_biglietti/

Amnesty International Italia

Jackson Pollock. La figura della furia

Per la prima volta Firenze rende omaggio a Jackson Pollock (1912 -1956), uno dei grandi protagonisti dell’arte mondiale del XX secolo, colui che ha scardinato le regole dell’arte figurativa occidentale dissolvendo gli ultimi baluardi della prospettiva rinascimentale, e lo fa accostando idealmente l’opera dell’artefice americano a quella di un altro titano dell’arte universale, Michelangelo Buonarroti (1475-1564) di cui proprio quest’anno si celebra il 450° anniversario della morte. La mostra, promossa dal Comune di Firenze con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e la collaborazione dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, è ideata e curata da Sergio Risaliti e Francesca Campana Comparini.

Il luogo prescelto per esporre ben sedici opere di Pollock è Palazzo Vecchio simbolo, e a tutt’oggi sede, del potere politico di Firenze, in particolare della città comunale e rinascimentale che fece dell’arte un elemento di forza della propria civiltà e del proprio prestigio nel mondo. E proprio in Palazzo Vecchio si conserva nel Salone dei Cinquecento Il Genio della Vittoria, una delle opere più celebri del Buonarroti, emblema di quelle tensioni contrapposte che caratterizzano la scultura michelangiolesca e che per vie sotterranee tornano a proporsi con assoluta enfasi nelle rivoluzionarie pitture di Pollock.

Il titolo della mostra, infatti, La figura della furia, vuole essere un riferimento allo stesso Pollock, alla sua figura nell’atto di dipingere le tele girandogli intorno, pervaso da impeto passionale e da un furore dinamico come in un rituale sciamanico. Al tempo stesso quel titolo allude all’espressione “La furia della figura” citata nel ‘500 dal teorico e pittore Giovanni Paolo Lomazzo (1584) quando volle descrivere “la maggior grazia e leggiadria che possa avere una figura” pittorica o scultorea, che potesse essere realizzata dagli artisti del suo tempo”. Ed evidenziò che ciò che dava queste qualità è che la figura mostri di muoversi in un moto simile alla fiamma “… la quale è più atta al moto di tutte, perché ha il cono e la punta acuta con la quale par che voglia rompere l’aria ed ascender alla sua sfera”. Quel movimento spiraliforme, quella dinamica bellezza, fatta di parti non-finite e di forze contrapposte che Michelangelo conferiva alle sue figure con una lavorazione fisicamente travolgente e di cui il Genio della Vittoria è uno dei maggiori paradigmi. In questo senso è proprio la “furia” della figura creata da Michelangelo che si traspone in Pollock nell’atto di creare quel nuovo tessuto di segni che, se disgrega il mondo figurativo tradizionale, assegna una nuova immagine a quella intima potenza e a quella furia nella pittura.

Oltre ai sei cruciali disegni – eccezionalmente prestati dal Metropolitan Museum di New York e per la prima volta esposti in Italia – sono presenti alcuni dipinti e incisioni di Pollock concessi da musei internazionali e collezioni private: opere ancora giovanili degli anni Trenta, Panel with Four designs (1934 -1938, The Pollock Krasner Foundation, New York – per gentile concessione della Washburn Gallery, New York) e Square composition with horse (1937 – 1938, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma), dipinti degli anni Quaranta The water Bull (1946, Stedelijk Museum, Amsterdam) e Earth Worms (1946, Museum of Art di Tel Aviv) dove il suo stile più personale, nell’ambito dell’espressionismo astratto, si va definendo.

Prestigiosi poi gli altri prestiti dalla Pollock Krasner Foundation. Una serie di straordinarie opere grafiche: due del secondo lustro degli anni Quaranta, dove i tratti dello stile di Pollock iniziano a definirsi in modo più maturo nel realizzare figure e segni destrutturanti la stessa composizione che animano – andando talvolta a creare quasi serrate ragnatele di tratti – e dove riferimenti a Michelangelo, in particolare in una delle incisioni con grovigli di segni di figure, sembrano ricondurre a quello di corpi della Battaglia dei centauri del Buonarroti; altrettanto significative le altre due opere grafiche degli anni Cinquanta, in cui, a seguire i più celebri drip painting, torna a farsi urgente la necessità di confronto tra l’azione espressiva e la comunicazione figurativa di volti e anatomie, simili a maschere o sculture frammentate, non più coperte dal diluvio di segni e sgocciolature.

Infine, di notevole fascino, il dipinto Composition with Black Pouring di collezione Olnick-Spanu che Jackson Pollock teneva nel proprio studio con particolare affezione. Opera poi appartenuta a Hans Namut, il fotografo che con i suoi reportage del 1949 fece conoscere a tutti il modo di lavorare di Pollock.

L’idea di tale esposizione è nata studiando una serie di disegni dell’artista americano conservati al Metropolitan Museum di New York, già pubblicati nel 1997 da Katharine Baetjer in occasione di un’esposizione temporanea organizzata dal grande museo americano e dedicata a dei quaderni da lavoro di Pollock e alla sua relazione con gli ‘ antichi maestri’. In questi preziosi taccuini da disegno – Sketchbooks I, II – Pollock risulta fortemente impressionato dalle immagini della volta della Cappella Sistina e del Giudizio universale. Si riconoscono infatti almeno tre ignudi, oltre al profeta Giona, all’Adamo che riceve lo spirito della vita, ad alcune figure dal Giudizio. Pollock aveva avuto occasione di conoscere alcuni capolavori del Rinascimento italiano durante il suo apprendistato presso Thomas Hart Benton, uno dei grandi protagonisti della pittura americana della prima metà del ‘900. Benton era infatti un grande ammiratore di Michelangelo, come di Tintoretto ed El Greco, oltre che di Rubens, pittori che sottoponeva allo studio dei suoi allievi affinché apprendessero la resa delle forme del corpo umano, sottolineandone in particolare l’attenzione per i volumi, per il pieno e il vuoto, per la contrapposizione espressiva di forze interiori ed esteriori alla struttura fisica del corpo umano

Pollock andò però oltre l’esercizio della copia accademica di capolavori dell’arte rinascimentale e nella fattispecie di Michelangelo. I disegni in mostra manifestano, infatti, il coinvolgimento da lui riposto nello studio delle anatomie e delle muscolature, così da esprimere sentimenti di dolcezza e di grazia, ma anche di tensione e potenza, suggerite dalle rientranze e dalle sporgenze delle belle forme del corpo umano, misurandosi in questo senso proprio con la rappresentazione dinamica ed espressiva delle anatomie, del pieno e del vuoto, delle zone di rilassamento e di massima tensione dei muscoli e della carne. E’ qui che possiamo cogliere le basi delle composizioni astratte di Pollock, qui l’artista è alla ricerca di quel suo linguaggio che lo porterà oltre la tradizione figurativa europea. Tradizione che tuttavia rimase imprescindibile anche dopo il suo deliberato abbandono come ebbe a testimoniare Lee Krasner, artista e compagna di Pollock: “Molti quadri, tra i più astratti, cominciavano con un’iconografia più o meno riconoscibile – teste, parti del corpo, creature fantastiche. Una volta chiesi a Jackson perché non smettesse di dipingere i suoi quadri non appena una data immagine vi aveva preso forma. Mi rispose: Quello che voglio coprire sono le figure”.

Ed ecco manifestarsi nell’atto e nell’esito creativo il punto di similitudine fra i due grandi artisti a distanza di quattrocento anni. L’anelito alla creazione, l’impulso irrefrenabile dell’atto creativo che assume una valenza mistica nella ricerca mai paga della bellezza come assoluto e dell’infinito come limite e scopo dell’azione artistica. Come manifestazione di Dio per Michelangelo, per il quale la perfezione desiderata, vagheggiata, resta comunque meta irraggiungibile dovendosi confrontare con una dimensione soggettiva dell’ispirazione. Pollock, facendo il percorso contrario, ha comunque cercato di raggiungere il suo assoluto, la sua aspirata idea di armoniosa totalità, lasciando al proprio inconscio il compito esagerato di generare qualcosa di perfetto e d’infinito: Pollock, infatti, parte dalla percezione di un’immagine, ma arriva a disgregarla completamente, consegnandola così alle sue infinite possibilità di evoluzione, lettura e interpretazione.

In altre parole, Pollock introdusse un modo totalmente nuovo di dipingere, partendo dalla profonda comprensione della grande personalità artistica di Michelangelo e della sublime tragica dimensione della sua opera. Oltrepassando l’uso del quadro verticale posto sul cavalletto, egli stendeva la tela orizzontalmente sul pavimento per dipingerla su tutti i lati. Con questo procedimento Pollock arrivò a sviluppare la tecnica del dripping, in poche parole facendo sgocciolare il colore sulla superficie direttamente dai tubetti o dai contenitori e senza far uso del pennello. Tecnica definita action painting (pittura d’azione) -propria dell’espressionismo astratto – da Harold Rosemberg nel 1952 per descrivere l’urgenza dell’atto creativo del pittore coinvolto fisicamente e psicologicamente nell’azione del dipingere, talvolta con veemenza, con furore, come in una lotta, in un corpo a corpo con la tela, diventata nell’agone una vera e propria arena L’esito di questa ‘performance’ era rivolta al fatto che l’opera enfatizzasse l’atto generativo della pittura in assenza di un disegno o schematismo preliminare, perché arte e pittura forssero come originata in se stesse e per se stesse, senza mai perdere il controllo dei mezzi, quello della risoluzione durante il susseguirsi dell’action.

La mostra si compone di una seconda sezione nel Complesso di San Firenze e più precisamente nella Sala della musica che offre spazi interattivi, apparati multimediali e didattici, dove, attraverso allestimenti creativi, si propongono proiezioni e filmati sulla vita e l’arte dell’artista. Il progetto, oltre la mostra stessa, ha come obiettivo quello di contribuire ad esperire l’arte con strumenti nuovi ed attuali. Nel caso specifico vivere l’arte e comprendere le opere di Pollock attraverso immagini, suoni e filmati che suscitino una sollecitazione sensoriale capace di coinvolgere l’osservatore immergendolo nei drip painting, riproducendo l’ambiente in cui l’artista operava, tanto da percepire l’odore delle tinte, il senso di apertura illimitata (all over) delle sue azioni pittoriche. Le opere di Pollock possiedono infatti un’energia creativa capace di rapire e coinvolgere totalmente l’osservatore in un momento di profonda esperienza intellettuale e sensoriale.

Le grandi dimensioni delle tele assumono così il senso di rispecchiare il kosmo perfettamente ordinato, nella sua intrinseca forma caotica, capace di avvolgere colui che vi si trova di fronte: gli strumenti multimediali tenteranno di restituire e favorire questa immersione dell’uomo nell’universo infinito quale senso creativo originario dell’arte di Pollock. Oltrepassare una tela di Pollock, come vero e proprio ex-per-ire – etimologicamente un “passare attraverso” – è una delle tante esperienze sensoriali che la multimedialità di San Firenze vuole offrire al pubblico, in modo che l’immedesimazione dell’osservatore sia più fedele al vero.

La mostra è organizzata da Opera Laboratori Fiorentini – Gruppo Civita con la collaborazione di CARIPARMA Crédit Agricole come main sponsor e il sostegno di Prelios, FAI Service e Unipol. La sezione multimediale è realizzata da Art Media Studio di Firenze. Il catalogo è edito da Giunti Arte Mostre e Musei.

Jackson Pollock. La figura della furia

Firenze, Palazzo Vecchio e San Firenze

Fin al 27 luglio 2014

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

 

Istituti Vicenza. Come realizzare i sogni

Sono a colloquio con Idra Panetto, responsabile marketing e comunicazione degli Istituti Vicenza, una scuola privata professionale che prepara persone adulte a diventare professionisti nel mondo del design orafo, di moda, nella grafica. L’ho conosciuta per ragioni professionali, ma questa intervista nasce perché ho individuato in lei un raro entusiasmo nel rendere la propria professionalità gioia di vivere sogni e di imparare a realizzarli. Imparare a volerli realizzare. Per questo vi propongo di leggere uno spaccato, silenzioso e modesto, di quel mondo dell’istruzione (pur se privata) che tanto si pontifica debba premiare il merito e la capacità.

Ciao Idra e grazie per aver voluto rilasciare questa intervista. Come giudichi l’approccio dell’Italia alla moda, oggi che molto è stato delocalizzato all’estero?

Sulla delocalizzazione penso sia doverosa una precisazione: è stata portata all’estero l’esecuzione “materiale” del lavoro, in paesi dove il lavoro costa meno. Ma la creatività, la progettazione dei capi, quindi lo stilismo e il modellismo e alcuni lavori di alto artigianato, sono sempre rimasti qui da noi. In questo l’Italia, anzi, gli Italiani, sono stati come al solito all’altezza della situazione.

Grazie al mio lavoro conosco moltissime persone che, benché avessero perso il lavoro, hanno scelto di non “buttare via” la loro esperienza come cucitrici e confezionatrici, e si sono riqualificate diventando modelliste e stiliste. Hanno scelto di rimboccarsi le maniche e investire in loro stesse. Sono tornate sui banchi di scuola per imparare quel “pezzetto” di professione che mancava loro a trovare di nuovo lavoro e in 1-2 anni di formazione sono passate ai piani alti, dirigendo da qui, dall’Italia, intere linee di produzione all’estero. Hanno tutta la mia ammirazione: molte di loro hanno figli, famiglia, impegni e un’età non proprio scolastica, eppure non hanno mollato. Mi piace pensare che l’Italia sia fatta di persone così!

Reputi che il nostro Paese sia ancora maestro di moda nel mondo, o vedi altri Paesi in questa dirittura?

Che bella domanda! Tendo a vedere il mondo in modo orizzontale, non verticale, quindi penso che ci sia spazio per tutti. I mass media hanno reso il mondo più piccolo e accessibile. La bellezza e la creatività degli altri paesi sono a portata di mano. E poi un conto è la percezione e un conto è la realtà: il mercato della moda è tutto mescolato. Molte case di moda italiane hanno stilisti stranieri, e molti stilisti italiani lavorano per brand esteri. Cosa è italiano e cosa non lo è?

L’Italia gode di una grossa reputazione nella moda (come in molti altri settori), perciò all’estero qualsiasi cosa suoni vagamente italiana vende di più. Fuori dall’Italia e dall’Europa spesso certe sensibilità estetiche non sono molto sviluppate e la gente compra davvero di tutto. Mentre in Italia è più difficile fregarci: se un capo è brutto, è brutto e non lo compriamo. In questo senso sì, grazie al nostro senso estetico noi italiani siamo ancora maestri di moda.

Istituti Vicenza propongono corsi di Fashion Design, Sartoria nelle varie suddivisioni, Modellista. Chi frequenta i vostri corsi? Sono prevalentemente adulti, ragazzi, uomini, donne, italiani o stranieri?

Tutti i nostri corsi sia nel settore moda, che negli altri, sono strutturati come laboratori pratici. Sono pensati per persone adulte, impegnate, che non hanno tempo da perdere. La provenienza è eterogenea: ci sono allievi che lavorano già nel settore moda ma vogliono poter chiedere uno stipendio migliore e avere più responsabilità. Ci sono giovani che hanno appena terminato il diploma o la laurea e hanno le idee ben chiare di cosa vogliono diventare e dove vogliono arrivare. Ci sono allievi che provengono da settori completamente diversi e si sono stancati di fare tutto il giorno un lavoro che non amano e vengono a imparare il mestiere dei loro sogni. Sono quelli che preferisco, perché hanno una scintilla particolare negli occhi.

Nell’insieme sono prevalentemente italiani, anche se gli stranieri negli ultimi 5-6 anni sono aumentati sempre di più. L’età media è di 29 – 30 anni, con punte minime di 20 – 21 anni e massime attorno ai 45 – 50. Ma le nostre allieve più anziane, del corso di sartoria, hanno rispettivamente 65 e 68 anni. Sono due sorelle e nella vita hanno fatto tutt’altro. Quando sono venute ad iscriversi mi hanno detto: “Nostro papà ci ha fatto studiare quello che voleva lui anche se noi amavamo i vestiti. Erano altri tempi, non potevamo opporci. Adesso però che i nostri figli sono grandi e non dobbiamo più niente a nessuno, abbiamo tirato fuori il sogno dal cassetto!”

Non è mai troppo tardi per inseguire le proprie passioni.

Come ci si deve approcciare ad un corso di “inventore” di moda nell’era della globalizzazione?

Con umiltà (non modestia ma umiltà). Con determinazione. Con la mente più aperta possibile, per catturare tutti gli spunti che la globalizzazione offre. E con sicurezza nelle proprie capacità e nel proprio background culturale. Proprio grazie alla globalizzazione e a internet, che hanno reso il mondo più accessibile, è possibile che una giovane allieva stilista apra un blog bilingue sulla moda, sulle tendenze, dando consigli di stile per tutte le taglie e le età, e in questo modo possa non solo diventare “influencer”,ovvero muovere l’opinione di una grossa fetta di utenti del web, ma far conoscere il proprio lavoro nel mondo e vendere le proprie creazioni in Italia e all’estero. Trent’anni fa sarebbe stato impensabile.

Il Veneto nel quale operate ha risentito molto della crisi: pensi che sia in grado di ripartire dai settori di vostra competenza?

Tocchi un tasto dolente: soffro molto quando penso agli imprenditori e ai professionisti che vedono svanire il lavoro di una vita. Ma abbiamo una bella tempra. Penso di sì, che possiamo riprenderci. E non solo perché sono un’inguaribile ottimista. Perché sono un’ottimista attenta: mi guardo attorno e vedo che le aziende che non si sono mai fermate sono quelle che lavorano con l’estero. E che lavorano bene, con qualità e cuore. Dei nostri quattro principali settori di competenza: grafica, arredamento, oreficeria e moda, i corsi che negli ultimi anni hanno avuto un maggiore incremento di iscrizioni sono sartoria nel settore moda e i corsi orafi, quali incisione, modellazione di prototipi in cera, lavorazione del metallo, incastonatura ecc. Questi corsi-laboratorio sono tenuti da artigiani e “sfornano” artigiani. Sono pratici, basati sull’imparare a fare. Sostituiscono il periodo di gavetta a bottega. Verrebbe da chiedersi: ma come? In un mondo supertecnologico c’è chi investe per diventare artigiano? Sembrerebbe un controsenso, ma non lo è.

Negli anni ’60 e ’70 l’artigianato è stato schiacciato dall’industria, perché il mercato era locale. Oggi, invece, il mercato è globale. Molti nostri allievi lavorano nel laboratorio sotto casa, ma realizzano gioielli o capi così particolari e unici che li possono vendere in tutto il mondo, grazie ad internet. E’ la teoria della “coda lunga”, già espressa nel 2004 da Chris Anderson.

Cosa dire del comparto orafo? Cosa proponete per il settore?

Grazie per queste domande che mi permette di fare un po’ di promozione. Porta pazienza ma qui uscirà fuori la mia “anima marketing”. Comincio col dire che chi fosse interessato può fare una prova gratuita e senza impegno di tutti i corsi. Come già in parte ti ho accennato, proponiamo corsi che formano da zero un artigiano orafo in ogni aspetto della produzione di oreficeria e gioielleria. Ovviamente le competenze si possono spendere anche nell’ambito dell’industria e della grande produzione, ma la via più veloce per far fruttare l’investimento nel corso è quella dell’artigianato. Partendo dallo studio dell’idea abbracciano le varie fasi della produzione fino ad arrivare alla finitura.

Per imparare a progettare il pezzo o la collezione, per le persone molto creative ci sono i corsi di Design Orafo e Cad Rhinoceros (disegno tridimensionale al computer) dove si affrontano gli aspetti estetici e tecnici del progetto quali: cosa va di moda? Come trovare nuove idee per forme nuove? Queste forme sono realizzabili? Con quali materiali? Con quali metalli? Quanto peserà il pezzo finito? Quanto costerà? Sarà “portabile”? A che tipo di clientela si rivolge?

Per le persone creative ma più manuali, e per quelle che vogliono subito vedere la propria idea trasformata in realtà, c’è il corso di modellazione di prototipi in cera, ovvero la scultura a mano dell’oggetto su un pezzo di cera che verrà fuso per ottenere lo stesso oggetto in metallo. Questo corso permette a molti allievi, con un investimento sui materiali davvero irrisorio (nell’ordine di poche decine di euro) di eseguire lavori anche importanti su ordinazione senza impegnare grammi di prezioso oro. Si scolpisce un prototipo del gioiello in cera da mostrare al cliente e solo se piace viene fuso e trasformato in metallo. Con un semplice calcolo è possibile sapere con precisione quanti grammi peserà e quindi quanto costa realizzarlo.

Per chi invece desidera da subito cimentarsi con la lavorazione del metallo tipo taglio di lamine, saldatura, tiratura, piegatura e assemblaggio, c’è il corso di Oreficeria. E infine ci sono i corsi di incastonatura e incisione, che riguardano la finitura del gioiello. Le pietre e le decorazioni a bulino, infatti, vengono eseguite alla fine del procedimento di creazione del gioiello.

Tutti i corsi vengono tenuti da artigiani orafi che di lavoro fanno quel che insegnano e si frequentano un weekend al mese, così da permettere agli allievi di non lasciare il loro lavoro e i loro impegni troppo di frequente e troppo a lungo

Chi si approccia ai corsi orafi o per la gioielleria pensa alla professionalità o al classico “fare soldi”?

Bisognerebbe chiederlo a loro! Scherzo… In realtà sono importanti tutti e due. Nessuno fa niente per niente. Penso che chi non conosce il settore orafo abbia l’illusione che maneggiando un materiale così prezioso si possano “fare soldi”. Poi fissiamo il colloquio di orientamento e a me tocca l’ingrato onere di smontare le loro aspettative. Perché alla fine il guadagno, per chi lavora l’oro, è lo stesso di molti altri settori: viene pagata la professionalità. Con la differenza che l’oro costa “come l’oro” e quindi o possiedi molti soldi da tenere lì bloccati in lamine, pezzetti di scarto e limatura (che poi ovviamente vengono fusi, ma anche far rifondere costa) o aggiri il problema e lavori la cera, in modo da fondere solo quando sei sicuro di venire pagato. Noi come scuola siamo molto attenti al guadagno che i nostri allievi devono avere in cambio del loro lavoro. Siamo consapevoli che l’investimento che fanno per venire a scuola da noi deve essere ripagato con risultati economici.

panetto 1

A chi consiglieresti un corso professionalizzante in questi ambiti nel periodo di crisi attuale?

Agli appassionati. I corsi di moda agli appassionati di moda. Quelli di grafica agli amanti della grafica e così via. Il nostro motto è “Trasformiamo la Passione in Professione”. Il vero motore del successo, crisi o no, è la passione. Se una cosa ti piace la fai, e la vuoi fare bene, perché ci tieni e ti piace. Non senti il peso della fatica, anzi, mentre la stai facendo entri in una sorta di trance e le ore volano. Non ne hai mai abbastanza. E sei felice.

Se invece una cosa non ti piace, non importa quanto ti pagano per farla. Non importa se è un lavoro richiestissimo e pagatissimo. Non importa se la crisi è finalmente finita. Non ti piace, punto e basta. E se fai una cosa che non ami hai due possibili scelte: o cambi e ti metti a fare una cosa che ti piace, oppure sei destinato all’infelicità a vita. Quanto costa essere infelici? Secondo me molto più che cambiare strada. Ma sai, ognuno ha la propria scala di valori.

Non ci sono scorciatoie. Mi dispiace. I nostri allievi trovano lavoro? Sì. Più facilmente degli altri? No e sì. No perché devono darsi da fare tanto quanti gli altri. Sì perché se ti dai da fare per una cosa che desideri davvero, ti pesa molto meno.

Certo, se la crisi non ci fosse, se l’economia tirasse di più… se ci fosse meno burocrazia… se il governo facesse leggi migliori… se le banche finanziassero… se… se… se…

Secondo te, la crisi è materiale o c’è altro?

Francamente non lo so. In questi ultimi anni si sono persi molti posti di lavoro, i soldi hanno girato meno e le difficoltà pesano sulle spalle delle famiglie: è sotto gli occhi di tutti. Ma penso anche che a volte i mass media ci hanno marciato. In fondo tutta la vita è fatta di rompicapo da risolvere. Perciò imparare a filtrare i continui bombardamenti mediatici è indispensabile per sopravvivere. Buon senso insomma.

Personalmente mi sforzo di imparare dall’esempio dei nostri nonni, che sono vissuti in tempi più duri dei nostri. Con meno soldi. Con problemi più reali. Eppure senza perdere il sorriso. Mia nonna è rimasta vedova a 44 anni e ha allevato 7 figli piccoli da sola. A polenta e cipolle. Ed era una persona normalissima in mezzo a tante altre normalissime, che hanno fatto cose eccezionali.

Basterebbe anche solo farsi un giro fuori dall’Europa, verso est, o verso sud per riconsiderare la nostra posizione. Cerco di non dimenticarmi che sono una delle 10 persone, ogni 100 nel pianeta, che in casa ha un rubinetto da cui esce acqua potabile e, a seconda di come lo muovo, l’acqua esce calda o fredda. O tiepida.

La parola “Crisi” deriva da una parola greca che anticamente indicava la fase finale della trebbiatura, quando si faceva saltare, su grandi teli, il raccolto al vento. In questo modo i chicchi pesanti ricadevano giù e la pula, lo scarto, volava via.

Perciò non so “quanta” crisi ci sia ancora da vivere. Non so se sia materiale o di valori o morale. Quello che so è che ottiene qualcosa chi si dà da fare. Chi è disposto a pagare il prezzo per intero. In anticipo e senza sconti. Quella gente lì è il grano. Gli altri purtroppo sono pula.

Raccontaci qualcosa di te: chi è Idra in un Istituto per creazione delle grandi passioni soprattutto femminili e perché ha scelto questa carriera?

Io sono una persona innamorata delle persone: mi piacciono le loro storie, la loro energia. Ogni giorno scopro persone eccezionali intorno a me, fenomeni che affrontano a testa alta e con dignità situazioni complicate. Basta saperle vedere. E sono affascinata dalla comunicazione. Qui a scuola mi occupo principalmente di marketing e comunicazione. Faccio del mio meglio perché lo spirito e i valori della scuola vengano capiti dai nostri utenti. Poi mi occupo di orientamento e da un po’ di tempo anche di personal branding, ovvero aiuto gli allievi ad applicare concetti di marketing aziendale su loro stessi per avviare più facilmente la loro carriera. Devo ringraziare con tutto il cuore il dottor Paolo Bortolotti, proprietario e Direttore della scuola, che ogni giorno mi onora della sua fiducia. La scuola è il riflesso dei suoi valori personali di condivisione della conoscenza, di rispetto per i sacrifici, di responsabilità e valorizzazione del potenziale umano. Valori che condivido pienamente. Lavoro in collaborazione con grandi professionisti, i docenti, che hanno una caratteristica che li contraddistingue tutti e li accomuna: sono generosi. Sanno fare bene qualcosa e non hanno paura di insegnare ad altri come si fa. Sono felici di condividere il loro sapere con gli allievi, convinti che le idee non si trasferiscono ma si moltiplicano.

Poi ci sono gli allievi. Siamo una scuola privata e per adulti. Chi ci sceglie lo fa perché lo vuole davvero. Sono circondata da campioni. Da gente che suda per avere risultati. Vengono a scuola la sera, al sabato, nei weekend. Rinunciano ai divertimenti, al tempo libero e al relax in cambio della formazione sulla loro passione. Con la promessa di farne un mestiere. Riesci a immaginare quanta energia respiro ogni giorno? Quanta motivazione?

Nel mio lavoro ho il privilegio di incontrare le persone in momenti molto “potenti” della loro vita: quando intuiscono che vogliono di più. Spesso vengono da me sottovoce, vergognandosi di ammettere che vorrebbero essere stilisti, o arredatori, o designer. Si sentono in colpa ad avere un sogno. L’ambizione nella nostra società viene spesso derisa. Io ho in privilegio di essere lì, in quel magico momento, e dire loro che sì, possono: se vogliono, possono. Che certo, c’è un prezzo da pagare e non solo economico, ma anche in termini di costanza, energia, sacrifici e tempo lontano dallo svago, dalla famiglia, dagli hobby. Ma che se sono disposti a pagarlo, hanno davvero concrete possibilità. Alcuni di loro non vedono l’ora di iniziare. Altri hanno bisogno di rifletterci. Altri ancora scoprono che non era la loro strada. Va bene comunque. Mi piace pensare che ormai la scintilla sia accesa. Si può immaginare un lavoro migliore di questo? Non per me.

 

Intervista di Alessia Biasiolo

Archi_tetture di pane. Sacralità e Contemporaneità

La festa degli Archi di Pane di San Biagio Platani, si arricchisce quest’anno delle fotografie di Letterio Pomara per portare ulteriore bellezza alla già nota manifestazione tradizionale. Un passo in avanti per San Biagio. Un cammino verso un futuro di forte identità territoriale e di riconoscibilità artistico-culturale.

– Le opere – assimilabili ad autentiche gigantografie, per le loro grandi dimensioni – sono state realizzate da Pomara in un fascinoso bianco-nero analogico durante il suo soggiorno nel piccolo centro siciliano. Trasformate in vere e proprie installazioni fotografiche, saranno esposte all’interno degli Archi di pane 2014, tra i Madunnara, nell’ambito della manifestazione “Architetture di Pane. Sacralità e Contemporaneità”.

– Foto di donne di San Biagio Platani che esprimono voglia di vivere. Donna-madonna. Indiscussa figura di madre, moglie, compagna, sorella, figlia. Donna simbolo di accoglienza. E non è un caso se a San Biagio Platani si trova il più grande cimitero di migranti.

– Ritratti d’arte tra drammatizzazioni e sdrammatizzazioni.

– Foto di donne di San Biagio e non – che al di là del colore della pelle e della loro religione – vogliono manifestare la loro solidarietà a tutte quelle donne vittime di soprusi e violenze.

– Fotografie di incontri e di pensieri. Espressioni di visi e di anime, bellezze interiori ed esteriori, il tutto mescolato – a volte – a quel pizzico di provocazione e ironia rispettosa che non guasta.

– Immagini che esaltano femminilità e delicatezza, anche nello sguardo verso i figli, nel sorriso alla vita e nella gestualità “autoctona”.

Fotoreporter professionista e artista poliedrico, Letterio Pomara ha curatoreportage fotogiornalistici a sfondo sociale e antropologico, i temi della sua fotografia. Ha anche ritratto grandi personaggi della cultura, della scienza, della politica, dello sport, dello spettacolo e della moda, tracciandone fotograficamente i loro aspetti meno pubblici. Ha pubblicato sui più prestigiosi magazine italiani e stranieri. Le sue fotografie sono distribuite in esclusiva dall’Agenzia fotogiornalistica SipaPress di Parigi. Sue monografie aziendali sono state utilizzate per grandi campagne pubblicitarie nazionali ed estere. Ha al suo attivo innumerevoli mostre e pubblicazioni.

Da sempre alterna al lavoro professionale un percorso artistico personale e di ricerca. Anche se per motivi editoriali fotografa a colori, è votato alla convenzionale fotografia in bianco/nero e alla soddisfazione delle sue esigenze estetiche.

Archi_tetture di pane. Sacralità e Contemporaneità

Da domenica 20 Aprile a domenica 18 Maggio 2014 – Ingresso libero.

SAN BIAGIO PLATANI, Agrigento

 

Visite al Vinitaly 2014. Sol&Agrifood

 L’esperto di lemienotizie.com a passeggio per gli stand Vinitaly, Sol&Agrifood, Enolitech 2014

Siamo ancora nell’agroalimentare e mi soffermo nello stand della birra THERESIANER, avendo in precedenza assaggiato la “COFFEE STOUT”, ho voluto (si fa per dire) conoscere le sue sorelle, quindi riporterò letteralmente le descrizioni della birra proposte in brochure e poi anche le nostre valutazioni.

° Theresianer Wit

Orzo e frumento sono arrivati dalla Baviera per incontrarsi in questa birra e definirne, in perfetta armonia, l’inconfondibile gusto. È un piacere che non conosce fretta, ma che ama lasciarsi catturare in un istante: eccolo nel colore giallo paglierino, nel gusto sofisticato, nel profumo, nato da lieviti pregiati ad alta fermentazione e così intensamente fruttato. Poi, il suo carattere dissetante e la sua anima frizzante affiorano insieme per dichiararsi nel sapore unico che la rende indimenticabile. Così è lei; un amore a prima vista da assaporare in ogni sua singola nota.

 

° Temperatura di servizio: 6-8° C

° Gradazione alcolica: 5,1% Vol.

° Colore: Giallo paglierino

° Profumo: Intenso e fruttato

° Gusto: Complesso e articolato

° Abbinamenti consigliati: piatti di pesce, salumi, insalate

° Ottima come aperitivo e dissetante.

* Medaglia d’oro IBC 2012 – Medaglia d’argento WBC 2013

 

° Theresianer Bock

Si annuncia con l’intensità del suo profumo, pervaso da chiare note di malto. Si fa riconoscere dalla sua schiuma, compatta, fine e persistente. Lei, decisa e moderatamente frizzante, afferma così il suo gusto, permettendo al nostro palato di scoprirne ogni particolare dall’equilibrio perfetto del suo corpo, a quel-non-so-che di delicatamente amaro che abbraccia il suo aroma, morbido e tostato. Ma prima di tutto è il suo colore a parlare di questa birra: indiscutibilmente ambrato, come si addice ad una protagonista di carattere, proprio come lei.

 

° Temperatura di servizio: 9-11° C

° Gradazione alcolica: 6,5% Vol.

° Colore: Ambrato intenso

° Profumo: Intenso con gradevoli note di malto

° Gusto: Morbido e tostato con note di frutta matura.

° Abbinamenti consigliati: Formaggi abbastanza stagionati, salumi saporiti alle erbe o cotti alla brace, pasta al ragù, all’amatriciana, lasagne ed arrosti.

* Medaglia d’oro WBC 2011 – Medaglia d’argento DLG 2011

 

° Theresianer Premium Pils

Ogni volta che si ascolta il suo gusto ricercato… inevitabilmente si ritorna là: a Pilsen, una cittadina della Repubblica Ceca, situata non lontano dalla Baviera dove lei è nata. Luoghi in cui da secoli si coltivano orzo distico con la scorza particolarmente fine e luppoli Saaz, dall’aroma delicatissimo. Sono loro l’anima di questa birra: così unica da rapire i sensi con il suo profumo equilibrato e deciso che non lascia spazio ad “altre”.

 

° Temperatura di servizio: 6-8° C

° Gradazione alcolica: 5,0% Vol.

° Colore: Giallo paglierino

° Profumo: Intenso di luppolo

° Gusto: Secco con note di cereale e luppolo

° Abbinamenti consigliati: Torte salate, salumi, verdure, pesce fritto

* Medaglia d’argento WBC 2012

 

° Theresianer Coffee Stout

Nel suo nome c’è la presenza inconfondibile del migliore caffè Hausbrandt e la grande storia della birra Theresianer. Insieme, morbidamente intrecciati in una definizione perfetta di gusto che nasce da malti scuri attentamente selezionati. Una stout dal carattere anglosassone che si mostra ai nostri occhi nel suo tipico colore ebano intenso; che si avvicina al nostro “sentire” col suo profumo di caffè tostato avvolto da sentori di cacao, nocciola, cappuccino e con le sue note piacevolmente speziate. Persiste questa birra, con il suo aroma, morbido e rotondo, con il suo gusto di caffè e con le sue citazioni dolci/amare che si incontrano. Non ha fretta di maturare; il suo tempo è il tempo della perfezione.

 

° Temperatura di servizio: 9-11° C

° Gradazione alcolica 5,7% Vol.

° Colore Ebano intenso e schiuma color nocciola

° Profumo: Intenso di caffè tostato, con sentori di cacao, nocciola e cappuccino, e note leggermente speziate

° Gusto: Aroma delicato, morbido e rotondo, dal forte gusto di caffè e note dolci/amare gradevolmente amalgamate

° Abbinamenti consigliati: Biscotti secchi e dolci a base di cioccolato o di frutta secca, uova in frittata o crèpe, crostini con formaggio fresco spalmabile,focacce salate o quiche a base di patate.

° TheresianerIndia Pale Ale

Il suo nome deriva da quello delle rinomate Ale che venivano imbarcate, a partire dal XVII secolo, sulle navi che facevano rotta verso l’India. Dovendo oltrepassare l’equatore e non essendovi a bordo nessun tipo di refrigerazione, la Ale chiara, destinata all’India era prodotta con un grado alcolico più alto e soprattutto con un forte dosaggio di luppolo, in modo di consentirle di sopportare meglio le traversie del lungo viaggio.

Nella rivisitazione di questo stile, i Maestri Birrai Theresianer hanno ottenuto un aroma che sorprende con i suoi sentori di fiori ed agrumi, ed un’amarezza decisa che però tende a svanire lasciando una gradevole impressione di equilibrata corposità.

 

° Temperatura di servizio: 9-11° C

° Gradazione alcolica: 5,8% Vol.

° Colore: Ambrato scuro con riflessi aranciati

° Profumo: Intenso, aromatico, speziato

° Gusto: Deciso, ricco, complesso

° Abbinamenti consigliati: Rombo al forno ed altri pesci e cibi saporiti. Salumi piccanti. Formaggi a crosta lavata molto stagionati. In aperitivo accompagnata da spuntini salati.

 

Renato Hagman

 

Baccio Bandinelli. Scultore e maestro (1493 – 1560)

Al Museo Nazionale del Bargello di Firenze si apre la prima mostra monografica dedicata allo scultore fiorentino Baccio Bandinelli, “una mostra ricolma di scoperte e di sorprese – come dovrebbe essere ogni mostra fondata su studi e ricerche – che riposiziona il cavalier Bandinelli nella costellazione dei massimi scultori della straordinaria Firenze del Cinquecento” (Cristina Acidini).

Bandinelli fu un “universale artefice”, secondo il giudizio del Vasari (che pure non gli fu amico): un giudizio che la mostra intende quasi provocatoriamente confermare – in questo anno di celebrazioni michelangiolesche – perrestituire infine al Bandinelli la sua posizione di spicco nel panorama della sculturaitaliana della Maniera e per ristabilire la verità su un artista ancora ammiratissimo nel Sei e Settecento, ma condannato all’ostracismodalla critica negli ultimi due secoli, fino ad oggi. La biografia del Bandinelli – dopo quelle di Michelangelo, del Vasari stesso e di Raffaello – è la più estesa fra le Vite vasariane: è uno scritto tormentato, considerando l’odio tra i due artisti, ma in cui Vasari è infine costretto ad ammettere la grandezza di Baccio, “terribile di lingua e d’ingegno”.

I suoi committenti principali furono dapprima i due papi di casa Medici – Leone X e Clemente VII – e poi il duca Cosimo I: nessun dubbio è possibile sul livello che allora si richiedeva ad un artista per ambire a simili incarichi, che videro Bandinelli primeggiare su tutti i concorrenti (spesso di gran nome) e assicurarsi, a Firenze e non solo, le imprese artistiche più impegnative e più rappresentative della prima metà del secolo, mantenendo un indiscusso credito e prestigio.

La parte iniziale e più rilevante della mostra, aperta fino al 13 luglio prossimo, è stata ambientata nella Sala di Michelangelo, perché tutte le opere lì esposte hanno a che fare con Bandinelli: quelle dei suoi maestri, come Michelangelo e il Rustici; quelle dei suoi coetanei, come Jacopo Sansovino, il Tribolo e soprattutto il Cellini, suo eterno nemico; quelle dei suoi allievi, come Vincenzo De Rossi e Bartolomeo Ammannati; infine, quelle del suo successore alla corte granducale, il Giambologna. Per comprendere finalmente l’arte di questo controverso scultore, ciascuna delle opere presenti in sala, in esposizione permanente, offre innumerevoli spunti di riflessione, attraverso il confronto diretto con l’antologia bandinelliana che vi è temporaneamente raccolta. Il Bacco, il Tondo Pitti e il Bruto di Michelangelo, che il visitatore incontrerà per primi, fanno da premessa non solo all’arte del Bandinelli ma alla sua vita, dominata dall’aspirazione a superare i vertici espressivi e la fama raggiunti dal Buonarroti, che proietterà su di lui la sua ombra fino alla fine. Così il culto di Michelangelo – allora come oggi – spiega la freddezza se non l’acrimonia della critica verso il ‘rivale’ Bandinelli, che solo ultimamente registra l’avvio di una riabilitazione.

Il percorso della mostra inizia con i suoi esordi d’enfant prodige nella bottega del padre Michelangelo di Viviano, orafo di prim’ordine e fiduciario di casa Medici, esercitandosi senza sosta a copiare gli antichi e i maestri del Quattrocento, anche in rilievo. Giovanissimo, conferma le sue doti straordinarie superando nel disegno coetanei di gran talento come il Rosso, il Pontormo, Jacopo Sansovino: un’ eccellenza che gli riconosceranno tutti gli ‘intendenti’ e che dovrà ammettere persino Vasari. La dimostrano d’altronde i tanti straordinari disegni esposti in mostra: quelli giovanili (ispirati a Donatello, a Michelangelo, a Leonardo) e i molti altri – della collezione degli Uffizi, ma quasi ignoti – nei soggetti e nelle tecniche più varie, spesso tradotti poi in incisione e copiati da pittori e ceramisti; oppure elaborati dall’artista in raffinati rilievi. E poiché, a Firenze, si considerava il disegno l’origine e il fondamento dell’arte, non stupisce che assai presto l’ambizione di Baccio a diventare un artista “universale” sia cresciuta a dismisura. A parte la presenza saltuaria di Michelangelo, la Firenze della sua prima giovinezza è soprattutto una città di pittori: e con la pittura Bandinelli esordisce neppure ventenne. Prove deludenti, per un così celebrato “disegnatore”, per via soprattutto del colore, che manca alle sue corde: lo conferma la Leda (1512), unico suo dipinto superstite di questo tempo ed esposta al pubblico per la prima volta, grazie al prestito della Sorbona.

La scelta del giovane Bandinelli si orienta dunque definitivamente alla scultura, cui già Leonardo l’aveva incoraggiato anni prima. Che il suggerimento fosse giusto, lo dimostra il Mercurio del Louvre, dello stesso anno, entrato ben presto nelle collezioni del re di Francia. Ma Baccio vuole “far grande” ecosì è a Roma, ai capolavori dell’arte antica e soprattutto a Michelangelo che egli lancia la sua sfida ‘titanica’, che lo vedrà sempre sconfitto, criticato spesso fino al dileggio nonostante la protezione dei due papi Medici, Leone X e Clemente VII. Dopo l’exploit fiorentino con l’Orfeo in Palazzo Medici (1519), si susseguono le ‘imprese’ romane: i Giganti di Villa Madama, la copia del colossale Laocoonte antico (oggi agli Uffizi), le Tombe papali in Santa Maria Sopra Minerva, altri grandi progetti incompiuti; poi, finalmente, l’Ercole e Caco, da affiancare al David michelangiolesco sul fronte di Palazzo Vecchio: la commissione più ambita, che riesce a strappare al Buonarroti e che sarà oggetto di secolari derisioni e fonte di infinita amarezza per Bandinelli. Immagini in video, mostreranno al visitatore tutte le opere monumentali realizzate da Baccio nel corso della sua vita. Esse spiegano perché all’insediarsi di Cosimo I, egli sia stato scelto come scultore ufficiale della corte e come ritrattista del duca, insieme al Bronzino: in mostra, il raffinato busto marmoreo di Cosimo I è posto accanto al coevo ritratto del Bronzino (della Galleria Sabauda), a sottolineare l’affinità dei due artisti e l’ascendente di Baccio sul pittore; e ancora a diretto confronto, i due grandi busti bronzei che raffigurano Cosimo in armi: l’uno di Baccio, l’altro di Benvenuto Cellini. Alla metà del secolo, Bandinelli si aggiudica le più importanti commissioni fiorentine: gli arredi scultorei della Sala dell’Udienza in Palazzo Vecchio e del Coro della Cattedrale. Per quest’ultimo, il Bandinelli immaginò un insieme grandioso e rivoluzionario, anche dal punto di vista dottrinario: in mostra, accanto ai candidi marmi dell’Adamo e Eva, che – scandalosamente nudi – testimoniavano dietro all’altar maggiore la purezza primigenia dell’uomo, una serie di rilievi di Profeti dal recinto del coro dimostrano nella “varietà” delle pose tutto dell’ingegno di Baccio. Il percorso della sala si conclude con la ricostruzione (attraverso tutte le opere originali) della “stanza” di Palazzo Vecchio in cui il duca Cosimo volle riunite le più belle figure ‘moderne’ : e qui il Bacco di Bandinelli torna a confrontarsi col David-Apollo di Michelangelo, col Bacco di Jacopo Sansovino e col Ganimede del Cellini.

Dopo i disegni, i ‘modelli’ preparatori – come il San Girolamo tratto da una cera giovanile perduta (da Dresda) e la cera originale appena scoperta del Nettuno per la fontana di Piazza della Signoria (da Montpellier) – e i bronzetti (in esemplare unico e da sempre conservati nelle collezioni granducali), la mostra si conclude con la terza sala che raccoglie i Ritratti, gli Autoritratti e le “invenzioni” di Baccio Bandinelli primo fondatore, a Roma, di un’ “Accademia” per giovani artisti. Cultore del suo nobile aspetto, barbuto come un filosofo antico, Baccio si ritrasse più volte nel corso della vita: in bassorilievi marmorei (esposti tre degli esemplari più belli), ma anche in una vivissima testa in terracotta, “parlante” e imperiosa (da Oxford). Dominano nella sala, due dipinti che lo ritraggono, da giovane e da vecchio. Il primo è la replica più fedele e più antica di quello che gli fece Andrea del Sarto, quando lui aveva poco più di vent’anni e tentava inutilmente di carpire ad Andrea i segreti del colore; il secondo – prestito eccezionale dell’Isabella Stewart Gardner di Boston – è il grande Autoritratto a figura intera e in veste di cavaliere di San Jacopo, l’onorificenza concessagli nel 1530 dall’imperatore.

Vorremmo che dalla mostra uscisse appunto un “ritratto a figura intera” del Bandinelli artista, quanto più possibile oggettivo: eliminando tutte le ridipinture e le ombre troppo rimarcate, che la tradizione vi ha aggiunto per dar più luce ai suoi ‘nemici’, Michelangelo e Cellini.

La mostra, a cura di Detlef Heikamp e Beatrice Paolozzi Strozzi come il catalogo edito da Giunti, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo Nazionale del Bargello, Firenze Musei, gli Amici del Bargello e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Grazie all’Opera di Santa Croce, in occasione dell’esposizione, quindi fino al 13 luglio, verrà aperta gratuitamente per i visitatori della mostra la Cripta dei Caduti in cui si conserva la Pietà, già sull’altare della Cattedrale di Firenze e tra i capolavori di Baccio Bandinelli.

 

Barbara Izzo, Arianna Diana