La Rosa Bianca

Nell’ambito della Rassegna Altri Percorsi 2013/2014, presso il Teatro Sociale di Brescia, è andata in scena la commedia “La Rosa Bianca”, a cura del Teatro Stabile di Bolzano, per la regia di Carmelo Rifici. La drammaturga americana Lilian Groag ha scritto il bel testo della storia di un gruppo di ragazzi tedeschi tra il 1942 e il 1943, tradotto da Angelo Dellagiacoma, per metterlo in scena per la prima volta a San Diego, in California, nel 1991. Rappresentato in Italia per la prima volta alla fine del 2012 a Bolzano, il testo si presenta intenso, carico di interessanti note umane e vissute, capace di rendere davvero partecipe il pubblico della vicenda eroica e drammatica di studenti universitari tedeschi stanchi di sentirsi oppressi dall’oppressione nazista. La rosa bianca era il fiore preferito di Sophie Scholl, ventenne studentessa di biologia e filosofia all’università di Monaco di Baviera. Scopre che il fratello Hans, anch’egli studente universitario, di venticinque anni, reduce della battaglia sul fronte occidentale e tuttora studente medico dell’esercito tedesco, e un gruppo di amici, tra i quali uno padre già di due figli, sta organizzando qualcosa. Quando a forza viene a sapere di cosa si tratta, non vuole tirarsi indietro, anche se donna. È vero che Hans la deve proteggere, anche per obbedire ai genitori, ma lei è grande, adesso, e non vuole saperne di stare a guardare. Cosa? Hans dirà durante un interrogatorio “Voglio avere indietro i miei vicini di casa ebrei”: voleva vedere il latte sui gradini della loro abitazione e avere allo stesso tempo risposte circa quegli strani agglomerati di case, chiuse da filo spinato, che aveva costeggiato tornando dal fronte, nei pressi di Dachau. Vuole sapere ma, soprattutto, non vuole fingere di non sapere. E così sua sorella e i suoi amici. Uno di questi è stanco di nascondere di essere cattolico praticante, l’altro vuole essere libero. Vogliono parlare di Freud e Goethe senza timore di essere arrestati. Vogliono la Germania bella e forte di Wagner, ma senza il fraintendimento nazista. Vogliono risposte alle stelle gialle sui vestiti di certa gente. Vogliono sapere perché non li vedono più. La protesta silente comincia verso il luglio del 1942, a pochi mesi dalla terribile decisione della “soluzione finale del popolo ebraico”. Siamo in presenza di ragazzi di buona famiglia, ariani a tutto tondo, di provata fede nazista, che vogliono ballare sulle canzoni di Frank Sinatra e pensano che F. D. Roosevelt sia un buon presidente. Non vogliono essere arrestati per questo. Così si impossessano di una stampante e cominciano a produrre volantini. Riescono, nel giro di alcuni mesi, a contattare la resistenza tedesca, ma soprattutto quella di altre città e di altri paesi, tra cui Francia e Italia, per creare una rete di coscienza che li riscattasse dall’essere tedeschi in quel particolare momento storico. Così, un giorno di febbraio, lanceranno i volantini all’università, verranno fermati e arrestati da un civile, il bidello dell’università stessa, in cambio di un encomio e della ricompensa di tremila marchi. Dopo interrogatori e perquisizioni domestiche, verranno scoperte le loro responsabilità e i nomi degli amici coinvolti e così verranno condannati a morte per decapitazione.

I nomi di Sophie e Hans Scholl, Alexander Schmorell, Christoph Probst, Wilhelm Graf diverranno il simbolo della coscienza antinazista germanica e, allo stesso tempo, riscatto di una nazione che sembrava cieca e sorda, apatica più che inerme dinanzi alle atrocità che il governo perpetrava ai danni dei propri cittadini.

Il loro pensiero di libertà era quello che soltanto la perdita della guerra avrebbe dato la forza per rovesciare Hitler, pertanto le recenti sconfitte tedesche, in Russia e nel nord Africa, erano salutate come mezzo per ritornare ad essere liberi da un giogo che pestava i tedeschi anziché elevarli. Le proteste c’erano state, anche contro i militari della Gestapo, ma erano state soppresse nel sangue e con gli arresti, quindi non restava che ai giovani, e a quelli universitari che si mantenevano distanti dall’indottrinamento della gioventù hitleriana, spronare alla riscossa i conterranei per riappropriarsi non solo della propria patria, ma soprattutto del loro futuro.

Sophie, Hans e i loro amici credevano in un’Europa federale che aderisse ai principi di tolleranza e di giustizia; che permettesse di citare la Bibbia, Lao Tzu, Aristotele e Novalis, ma anche Goethe, Schiller, Spinoza, Beethoven, appellandosi all’intellighenzia tedesca certi che si sarebbe opposta al nazismo.

Quando il 18 febbraio 1943 i due fratelli Scholl (Irene Villa e Alessio Genchi) distribuirono il sesto volantino (come gli altri cinque precedenti che portavano dappertutto in treno, da Berlino ad Augusta fino all’estero) dal titolo “Il movimento di resistenza in Germania”, vennero fermati e quindi arrestati, cercarono di difendersi prima e di assumersi da soli le responsabilità poi, ma in breve anche gli altri complici (Christoph Probst-Tindaro Granata, Wilhelm Graf-Christian Mariotti La Rosa e Alexander Schmorell-Enrico Pittaluga) vennero arrestati e poi processati da un tribunale del popolo.

“…Io non voglio sopravvivere, voglio vivere. E’ la cosa giusta da fare!” dirà Sophie, e cercherà di farsi sentire soprattutto da Robert Mohr impersonato da Andrea Castelli, chiamato a interpretare l’ambigua e tormentata figura del capo della Gestapo di Monaco, in bilico tra la volontà di salvare la giovane ragazza e il terrore di fatali ripercussioni sulla sua carriera. I cinque giovani capivano che tanti la pensavano come loro, ma la paura e l’opportunismo avevano il sopravvento. Speravano che la loro forza, il loro urlare contro il potere costituito, insieme alle sconfitte sul campo di quell’esercito che soltanto due anni prima era sembrato invincibile, fossero sufficienti per dare voce anche ad altri. In effetti era così, ma non abbastanza da organizzare una sollevazione in grado di battere le squadre antisommossa; non abbastanza per salvare loro la vita.

Grazie alla cocciutaggine dell’investigatore della Gestapo Anton Mahler (Pasquale di Filippo) si trovarono prove sufficienti alla condanna che verrà comminata il 22 febbraio 1943. La scena si chiude sulla certezza che nulla era stato vano: Bauer, aiutante di Mohr (Gabriele Falsetta) brucerà l’elenco di altri sospettati a dimostrare che, volendo, si poteva dare una mano alla verità e alla libertà.

Belle le scene di Guido Buganza: tubi Innocenti capaci di fungere da guardina, da stanze, da università, allo stesso tempo permettendo al pubblico di non perdere mai di vista gli attori. Fondamentali le luci di Giovancosimo De Vittorio, interessanti le musiche di Daniele D’Angelo e perfetti i costumi di Margherita Baldoni.

 

Alessia Biasiolo
 

“Cover: stairway to heaven” a Roma

Uno spettacolo multimediale giocato sull’anima, o meglio su quel repertorio musicale che attraverso la purezza di testi, l’emotività delle melodie, la costruzione di sonorità coinvolgenti ed eterne alla memoria, risveglia desideri di bellezza e poesia, accende coraggio e speranza, infonde entusiasmo e gioia di vivere. Su queste linee di positività, e servendosi della propria esperienza, trascorsa l’una alla prestigiosa scuola di Pina Bausch come danzatrice solista e coreografa, l’altro alla composizione di numerose musiche di scena e videografie, Caterina Genta e Marco Schiavoni propongono in anteprima Cover: stairway to heaven, performance teatrale “completa”, in programma dal 22 aprile all’11 maggio al TeatroDueRoma teatro stabile d’essai.

Non una semplice performance di Teatro-Canzone, ma un vero e proprio esperimento subliminale in cui la musica dal vivo suonata da Schiavoni, l’interpretazione vocale-danzata di Caterina Genta e le videografie che “fuoriescono” dallo schermo quali veri e propri personaggi drammaturgici – elaborate insieme a Fabio Nardelli e alla storica rock band romana degli UNIPLUX – ben si amalgamano al repertorio musicale prescelto, che va dai Led Zeppelin a Fred Buscaglione. Tra i brani selezionati (e riarrangiati in funzioni dell’episodio scenico preposto) alcuni must evocativi come Stairway to Heaven, presente anche in versione italiana con la voce fuori campo di Alessandro Gassman, By this river di Brian Eno, Because the Night di Patti Smith, Wish you were here dei Pink Floyd ma anche uno sprazzo d’Italia con la forza vocale del Modugno di Meraviglioso o la poesia di Dalla nel Parco della luna, fino alle canzoni-denuncia La libertà di Gaber e Che colpa abbiamo noi dei Rokes (con l’amichevole partecipazione in video di Shel Shapiro). Dall’importanza del silenzio come messaggio di pace e di speranza espresso con movimenti di danza Butho della stessa Genta alla famosa affermazione di Steve Jobs rielaborata in musica e immagini (“Chi ha voglia di cambiare il mondo non può essere fermato”), tra simboli e poesia di gesto-parola-suono, tutto in questo spettacolo è occasione non solo per apprezzare un linguaggio artisticamente interattivo, ma per stimolare nelle nostre menti il coraggio di credere in un mondo migliore, in “una scala per il paradiso”.

Caterina Genta e Marco Schiavoni sono due artisti che operano nell’ambito dell’arte performativa, contaminando i diversi linguaggi del teatro, della danza, della musica e dell’arte visiva.

Caterina Genta si è formata come danzatrice solista e coreografa in Germania alla scuola di Pina Bausch ed in seguito ha approfondito l’uso della voce come attrice e cantante.

Marco Schiavoni è compositore, produttore musicale e videografo, autore di oltre ottocento musiche di scena, alcune delle quali nel repertorio di enti lirici e delle compagnie di danza più attive in Italia. Collaborano dal 2006 e hanno prodotto, creato e distribuito le proprie opere come artisti indipendenti. Dal 2011 dirigono il Balletto di Spoleto trasferendosi nella città umbra, dove continuano la loro attività di creazione e produzione.

Cover: stairway to heaven

Teatro Due, Vicolo dei Due Macelli 37, Roma

Dal 22 aprile all’11 maggio 2014

Infoline: 06 678 8259 – teatrodueroma@virgilio.it

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21.15 domenica ore 18

Biglietti: 15€ intero 12€ ridotto 8€ gruppi

Elisabetta Castiglioni
 

Trionfale il bilancio del Grande Teatro

Autori di grande rilievo, attori e registi di altissimo livello, capolavori di sicuro richiamo del Novecento e opere drammaturgiche dei giorni nostri: la stagione 2013/14 del Grande Teatro – pluridecennale rassegna di prosa organizzata dal Comune di Verona in collaborazione col Teatro Stabile di Verona, con Unicredit come main partner e con il contributo della Provincia di Verona – ha avuto un esito trionfale. Con le sue 30.044 presenze – 5.386 in più rispetto alla precedente edizione (pari a un incremento del 22% con un aumento di quasi centomila euro di incasso) – la rassegna ha letteralmente ribaltato la tendenza nazionale che purtroppo vede il teatro in crisi. La formula, consolidata negli anni, si è arricchita (in questa edizione, la ventottesima) di nuovi elementi fermo restando il criterio che sta alla base della rassegna: proporre al pubblico un ventaglio, ampio e di qualità, della drammaturgia classica quanto del teatro del secolo scorso e del nuovo millennio. Il tutto con messinscene che si sono avvalse degli attori più amati e stimati da pubblico e critica a livello nazionale e dei migliori registi italiani.

Il cartellone 2013/14 ha abbinato capolavori dell’Ottocento e del Novecento (come Hedda Gabler di Henrik Ibsen, Le voci di dentro di Eduardo De Filippo ed Erano tutti miei figli di Arthur Miller che appartengono a un filone drammatico) a commedie comiche e brillanti come I ragazzi irresistibili di Neil Simon e Servo per due che il cinquantasettenne drammaturgo inglese Richard Bean ha rielaborato dal Servitore di due padroni di Carlo Goldoni. Restando in ambito contemporaneo due testi in programma sono stati di sicuro e forte impatto per le tematiche che trattano: Prima del silenzio del regista e drammaturgo Giuseppe Patroni Griffi (scomparso nel 2005) che nel fare un raffronto tra generazioni, traccia il bilancio che un uomo maturo fa della sua vita, e La torre d’avorio del settantanovenne sudafricano Ronald Harwood, testo che affronta il tema della libertà di un artista durante il nazismo. E infine la poetica Ballata di uomini e cani, tributo di Marco Paolini allo scrittore Jack London e al “senso del limite” che la montagna ci impone.

Lo spettacolo che ha fatto registrare più presenze è stato, con 4.204 spettatori, La torre d’avorio con protagonista Luca Zingaretti. Seguono, nell’ordine, Ballata di uomini e cani (4.185) con Marco Paolini, Servo per due (4.177) con Pierfrancesco Favino, Le voci di dentro (4.100) con Toni Servillo, I ragazzi irresistibili (3.875) con Eros Pagni e Tullio Solenghi, Prima del silenzio (3.267) con Leo Gullotta e con il giovane veronese Eugenio Franceschini, Erano tutti miei figli (3.184) con Mariano Rigillo ed Hedda Gabler (3.052) con Manuela Mandracchia.

Enrico Pieruccini e Betty Zanotelli

La Bohème. Al Teatro Carlo Felice dal 5 al 16 aprile 2014

Sabato 5 aprile 2014, alle ore 20.30, va in scena La Bohèmedi Giacomo Puccini, opera in quattro quadri su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, tratto da Scènes de la via de bohème di Henri Murger. Tragedia della giovinezza, ma anche inno all’amore puro in un’ottocentesca ambientazione parigina, rappresentata, per la prima volta, il 1° febbraio 1896 al Teatro Regio di Torino con la direzione di Arturo Toscanini. La musica di Giacomo Puccini, scritta in soli otto mesi, diede vita ad una delle sue opere più amate e rappresentate, ancora oggi in grado di commuovere e meravigliare. La storia sincera e semplice di Mimì e Rodolfo, le schermaglie amorose di Marcello e Musetta, sono spettacolari tranches de vie che ispirano registi, scenografi ed artisti da ormai 113 anni.

Questa produzione del Teatro Carlo Felice è stata presentata per la prima volta nel dicembre 2011, in cui scene e costumi, ricchissimi di colori, sono stati disegnati da Francesco Musante, famoso pittore genovese, allora al suo debutto nel mondo della lirica. La regia è di Augusto Fornari, conosciuto come brillante attore e regista, anche lui alla sua prima esperienza nel mondo dell’opera. La direzione di Coro e Orchestra del Teatro Carlo Felice è affidata a Giampaolo Bisanti, applaudito più volte dal pubblico genovese, mentre il Coro di voci bianche è guidato a Gino Tanasini. Le luci sono di Luciano Novelli.

L’opera si avvale di due cast prestigiosi che si alternano nelle recite: Maite Alberola, Olga Busuioc (Mimì), Alessandra Marianelli, Jessica Nuccio (Musetta), Teodor Ilinčai, Giordano Lucà (Rodolfo), Roberto De Candia, Simone Piazzola (Marcello), Andrea Porta, Roberto Maietta (Schaunard), Andrea Concetti, Emanuele Cordaro (Colline). Al loro fianco, i giovani del secondo Ensemble Opera Studio, la compagnia stabile EOS di giovani talenti che il Carlo Felice sta coltivando dall’inizio della stagione.

La Fondazione Teatro Carlo Felice propone, dopo il successo conseguito nei passati incontri, la piacevole consuetudine dell’esclusiva cena dopo Teatro con gli Artisti, al termine delle “Prime” di ogni opera.

Il terzo appuntamento di quest’anno è dunque fissato per sabato 5 aprile, dopo la recita di La Bohème. L’organizzazione della cena è affidata a Svizzera Ricevimenti, che si distingue per un servizio professionale, elegante ed efficiente, contribuendo a rafforzare l’immagine del Teatro come luogo di incontro tra convivialità e cultura.

Il prezzo della “Cena Esclusiva” è di euro 45.00.=, per informazioni ed acquisto: Biglietteria del Teatro.

 

Marina Chiappa

“L’impresario delle Smirne” rivive e teatro

Spettacolo interessante a attualissimo, per rinnovare la magia di Carlo Goldoni e del suo “Impresario delle Smirne”, nome considerato plurale per intendere la terza cittadina della Turchia. Un pizzico di fascino orientaleggiante, per una commedia spassosa, come spesso sono quelle goldoniane, e che intende sottolineare ancora una volta i vizi dell’essere umano. La superficialità, il pressapochismo e la vanagloria, da sempre forieri di guai. E, soprattutto, di turlupinamenti da parte di scaltri individui che non si fanno scrupoli di approfittare dell’orgoglio e dell’immodestia. Della volontà di apparire più di quel che si sia e, ancor più, di volere finalmente quel successo che non sembra mai sinonimo di lavoro impegno e responsabilità maggiori, bensì di agi, di possibilità di concedersi beni e lussi altrimenti negati. Si passa, insomma, da una vita anche solo immaginaria da nababbi, ad una vita di miseria, la via di mezzo non c’è.

A meno che non si diventi giocolieri o locandieri o tutti e due, come nel caso del locandiere della commedia che intrattiene gli astanti “da trent’anni” sempre con la stessa “merda”: lui si è reso conto che tutto è niente e che è sempre meglio avere persone capaci di pagare il conto, piuttosto che con nomi altisonanti.

Tra sollazzi e risate, eccoci allora ad ammirare la scena di un tonfo dalla poltrona e da un finto tentativo di impiccagione, per poi correre ai soliti ripari: per non sentirsi falliti si ricorre al Conte che promette guadagni e soprattutto “fama”, “successo”, “zecchini” e d’oro, naturalmente.

Messo in scena da Associazione Teatrale Pistoiese in collaborazione con Valzer Srl, su adattamento e regia di Roberto Valerio, “L’impresario” è una commedia scritta nel 1759, ma è resa moderna ed antica allo stesso tempo dalle belle scene di Giorgio Gori, rese ancor più accoglienti e parte più del solito della recitazione stessa dalle luci di Emiliano Pona. I costumi di Lucia Mariano ravvivano un impresario turco, a caso si chiama Alì (Nicola Rignanese), di bianco e turbante, ma la modernità arabescheggiante degli abiti lo tramutano in una macchietta, mentre l’impresario italiano, il Conte Lasca (Roberto Valerio), gli fa da contraltare completamente vestito di nero e dalla maestra andatura da dandy. Bastone compreso.

La “ciurma” di attori raffazzonati è composta da tre donne, tutte prime attrici ovviamente, che pur di contendersi la parte si giocano la reputazione, il guadagno, sarebbero disposte a lavorare gratis. Primeggiare è la parola d’ordine. Ecco allora che Annina (Federica Bern) e Tognina (Valentina Sperlì) già dal nome scelto dall’abile commediografo non possono che scomparire davanti all’avvenenza di Lucrezia (Chiara Degani), bella, giovane, disposta a tutto, dal marcato accento veneziano quando le occorre, quindi “per bene, a posto”, a differenza della bolognese Annina, ad esempio. Eppure, Lucrezia è astuta, porta ogni argomento dalla sua parte, non disdegna di usare le maniere forti con Lasca al quale non dispiacciono durante effusioni amorose, mentre cerca in ogni modo di portare il ragionamento di Alì a preferirla, quasi fosse una sua scelta. Carluccio e Pasqualino scompaiono, malgrado vogliano essere riconosciuti i bravi attori che non sono, Maccario fa da spalla e Beltrame diverte il pubblico con i suoi birilli che volteggiano come i pensieri degli impresari, ammaliati sì dalla bellezza femminile, ma ancor più dalle borse di denaro sonante.

Insomma, per denaro si cede tutto, si vende tutto, tranne la dignità del locandiere, che tale rimane, tra un attore che va ed uno che viene.

Goldoni “parla per fondamento”, per sua stessa dichiarazione, e tratteggia dell’ambiente del teatro un ritratto impietoso e ben per questo divertente, che porta ancora una volta a riflettere su noi stessi e il nostro tempo: su quanto siamo disposti a barattare la nostra etica pur di spingere qualcun altro nel fosso.

Annina, Tognina e Lucrezia sparlano l’una dell’altra; complottano per sgambettarsi, ma non pensano affatto di coalizzarsi per ottenere un trattamento migliore.

Soltanto alla fine, quando l’impresario turco scapperà dalla città per non essere capace di venire a capo di una compagnia d’opera che è sì messa insieme alla bell’e meglio, ma che comunque gli costa troppo (con il dubbio che sia composta da gente che non sa recitare), tutti quanti si decidono di ascoltare Lasca. Egli propone una novità: utilizzare i duemila ducati ricevuti in regalo da Alì per il mancato ingaggio, per creare una compagnia nuova, autogestita. Tutti concordano, senza capire di essere caduti in un nuovo raggiro. E tutto ricomincia come prima, senza nessuna donna che voglia recitare altro ruolo che la prima e con gli uomini che si improvvisano, pur di sopravvivere. E di voler lavorare quando vogliono loro, tra un amoreggio e l’altro.

Bravi anche Antonino Iuorio, Massimo Grigò, Alessandro Federico e Peter Weyel.

Vista al Teatro Sociale di Brescia, la commedia riproduce il clima dell’epoca goldoniana, ma tratteggia grottescamente il nostro tempo e porta a riflettere più del solito in questi tempi grigi.

Sul ruolo dell’Arte, del teatro; su chi tira i fili di quelle marionette che possiamo essere tutti noi, sia che ne siamo consapevoli che non.

Alessia Biasiolo

 

 
 

 

 

Erano tutti miei figli

Il celebre lavoro di Arthur Miller, messo in scena da Teatro Stabile di Catania, Doppiaeffe Production, per la regia di Giuseppe Dipasquale su traduzione di Masolino D’Amico, ha visto in scena al Teatro Sociale di Brescia due nomi noti del panorama teatrale italiano. Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini, rispettivamente nei panni del magnate americano Joe Keller e della moglie Kate. Il dramma di Keller è il senso di colpa per avere causato la morte di una squadriglia aerea durante la seconda guerra mondiale. Soltanto per non avere controllato un pezzo prodotto dalla sua fabbrica di aerei da combattimento. Non può perdonarsi il fatto di avere trascurato un dettaglio minimo, una lieve incrinatura di un pezzo, e di avere mandato a morire dei ragazzi che erano sì in guerra, ma erano morti a causa dei loro connazionali, non del nemico. E mentre Kate ricorda l’anniversario del loro figlio morto in battaglia, comincia ad aleggiare su tutti il grigio sospetto che anch’egli sia morto a causa della disattenzione di suo padre. Un fatto fortuito, certo, ma non si può certo dire così al proprio cuore e al proprio animo. Così ecco che vengono coinvolti nel dolore l’ex fidanzata, il fratello, l’amico della ragazza famoso drammaturgo. Ne nasce una discussione tra frasi prima smozzicate e apparentemente senza senso e poi la verità, e in tutti diventa chiaro che il dolore dei protagonisti della vicenda non era tanto per la perdita del figlio/fratello o per la colpa non lavata, quanto per la verità taciuta e che sia Kate che Joe sapevano. Soltanto il fatto che anche gli altri ne siano venuti a conoscenza porta a farsi carico della propria responsabilità che, altrimenti, sarebbe rimasta nascosta nella corteccia di un albero, eterno rappresentante del figlio perduto.

Un dramma privato diventa, quindi, paradigma delle contraddizioni di un’epoca dalla quale non siamo molti lontani. Quando alle responsabilità si antepone il denaro; quando per non scartare dei pezzi forse mal riusciti, si preferisce pensare che non fosse tanto grave l’imperfezione, ecco che si deve essere pronti a pagare. E stavolta il prezzo è stato davvero alto. Al punto che gli attori di questo spaccato di vita dell’alta borghesia americana, vivono al riparo da loro stessi, dalla loro coscienza che li richiama di tanto in tanto all’ordine, stando in una sorta di serra asettica, che li protegga dalla loro crisi, dall’ansia che li assale e li tiene svegli tutta la notte. Un’ansia impersonata da Kate, ma che, in realtà, marito e figlio sperano svanisca per non doverne fare personalmente i conti. In realtà, Kate e suo figlio non hanno alcuna colpa di quanto è accaduto, però il destino li punisce perché dell’agio procurato da Joe hanno goduto, senza chiedersi come venisse realizzato, da dove arrivasse e se dovesse essere frutto di compromessi troppo illeciti.

Il figlio sopravvissuto, reduce di guerra, preferisce non ricordare quei giorni, non sapere davvero com’è morto il fratello, in nome dell’essere tornato vivo e di attenzioni che vuole rivolte a lui stesso, proprio ora che ha deciso di sposare l’ex fidanzata del fratello morto con la quale aveva mantenuto teneri rapporti epistolari. Anche lui, dunque, ha dei benefici dalla morte, e di un congiunto per giunta, quindi non può sfuggire alla punizione.

Arthur Miller pone poi l’accento sulla lobby delle armi e sugli industriali in genere quando sono senza scrupoli, ma sottolinea molto bene anche che tutti sono colpevoli quando sostengono la produzione di armi da guerra pensando che non sia affar loro. Chiama in causa tutti, quindi, allora come oggi.

Affiancati da un ottimo cast, composto daRuben Rigillo, Silvia Siravo, Filippo Brazzaventre, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Annalisa Canfora, Giorgio Musumeci, Rigillo e Rossini hanno reso la commedia partecipata, interessante, sospesa al punto giusto e con un aleggiare di riflessioni che hanno colpito il pubblico positivamente, rendendo il silenzio in sala parte integrante della recitazione.

Buone le scene di Antonio Fiorentino e i costumi di Silvia Polidori.

Ancora una volta la stagione proposta dal Sociale di Brescia si mostra all’insegna della riflessione, più o meno composta e seria, sul presente, pur proponendo classici del teatro. Il senso di responsabilità che dovrebbe essere parte integrante dell’etica dell’essere umano, la condivisione con gli altri, la consapevolezza che ogni nostra azione ha a che vedere con quelle altrui e viceversa, sono temi che diventano di estremo spessore proprio quando proposti in teatro. Soprattutto in un momento storico-sociale come quello attuale che li rende particolarmente avvincenti per il pubblico.

Alessia Biasiolo
 

Les pêcheurs de perles al Regio di Parma

Debutta martedì 25 marzo, alle ore 20.00 al Teatro Regio di Parma, Les pêcheurs de perles (repliche il 31 marzo, il 2, 4 e 6 aprile). L’opera di George Bizet, assente dal palcoscenico del Regio dal 1980, va in scena nell’allestimento della Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste con la regia di Fabio Sparvoli, le scene di Giorgio Ricchelli, i costumi di Alessandra Torella, le luci di Jacopo Pantani, le coreografie di Anna Rita Pasculli. Patrick Fournillier, sul podio dell’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani, guida il cast composto da Antonino Siragusa (Nadir), Vincenzo Taormina (Zurga), Luca Dall’Amico (Nourabad).

Desirée Rancatore (Léila), a causa di un serio problema di salute fisica, è stata costretta a interrompere le prove e a cancellare il suo impegno. “Nonostante l’invito al riposo assoluto prescrittomi dai medici nelle scorse settimane, – dichiara il soprano – ho voluto comunque essere a Parma e partecipare a questa produzione alla quale tengo molto. È per questo che sono particolarmente dispiaciuta nel trovarmi costretta a rinunciarvi. Mi auguro di poter riabbracciare presto il pubblico di Parma, cui mi sento legata da grande affetto”. Il ruolo di Leïla sarà interpretato da Nino Machaidze, che il Teatro ringrazia per la disponibilità.

Diversamente da quanto annunciato, Prima che si alzi il sipario, l’appuntamento di presentazione dell’opera, si terrà sabato 22 marzo alle ore 14.00 al Ridotto del Teatro Regio, con ingresso libero fino a esaurimento posti. Lo storico della musica Giuseppe Martini metterà in luce gli aspetti salienti dell’opera. L’incontro sarà arricchito dall’esecuzione dal vivo di alcuni brani, interpretati dal soprano Sungwon Hann, dal tenore Davide Urbani e dal baritono Lorenzo Bonomi, allievi del Conservatorio di Musica “A. Boito” di Parma, accompagnati al pianoforte da Yuna Saito e coordinati da Donatella Saccardi. Al termine dell’incontro, nell’ambito del Progetto di promozione culturale, sabato 22 marzo alle ore 15.30 avrà luogo la prova generale de Les pêcheurs de perles, dedicata al pubblico delle associazioni. I biglietti riservati a coloro che non hanno aderito al progetto saranno in vendita venerdì 21 marzo presso la Biglietteria del Teatro Regio a partire dalle ore 10.30 (posto unico €10,00).

Paolo Maier

 

Le splendide Sonate di Vivaldi per flauto dolce e flauto traverso

Sala Museo Nazioanle Strumenti Musicali

 

Dopo due “tutto esaurito” consecutivi, se ne prospetta un altro sabato 15 marzo alle 17.00 per il terzo concerto della Stagione di Musica Antica del Conservatorio “Santa Cecilia” al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali (Piazza S. Croce in Gerusalemme 9/A).

L’ingresso al concerto è libero.

Il concerto è preceduto alle ore 16.15 da una visita guidata alla collezione di flauti traversi del Museo, a cura del M. Enrico Casularo.

Alle 17.00 inizia il concerto, che presenta l’esecuzione integrale delle Sonate di Antonio Vivaldi per flauto dolce e flauto traverso.

Il flauto fu – dopo il violino, di cui egli stesso era un virtuoso – uno degli strumenti preferiti dal compositore veneziano, che gli dedicò alcuni splendidi Concerti e un piccolo gruppo di Sonate.

Le eseguiranno Benedetto Ciociola e Celestino Dionisi, rispettivamente al flauto traverso e al flauto dolce: il primo è un giovane e valente concertista formatosi nel conservatorio romano, il secondo è professore ai corsi superiori di Musica Antica dello stesso conservatorio e ha un prestigioso curriculum sia come insegante che come concertista. Il basso continuo è affidato ad altri tre docenti di “Santa Cecilia”, Andrea Damiani alla tiorba, Bruno Re alla viola da gamba e Barbara Vignanelli al clavicembalo. Con loro Massimo Genna alla tiorba.

Sono in programma le cinque Sonate per flauto presenti nel catalogo di Vivaldi: quattro per flauto traverso e una per flauto dolce. A queste si aggiunge una preziosa rarità, una inedita Trio Sonata in do maggiore per flauto dolce, traverso e basso continuo, recentemente scoperta da Enrico Casularo in una raccolta manoscritta della Biblioteca Querini Stampalia di Venezia: sebbene non sia firmata, l’attribuzione a Vivaldi è da considerarsi sicura.

Invece è ormai assodato che non sono autentiche le sei Sonate raccolte sotto il titolo “Il Pastor fido”, per secoli attribuite a Vivaldi e scritte invece da Nicolas Chédeville il Giovane. Per documentare questa falsificazione di successo, viene tuttavia presentata anche una di queste Sonate.

Museo Nazionale degli Strumenti Musicali

Piazza Santa Croce in Gerusalemme, 9/A – Roma

 

Mauro Mariani

 

“Le Nozze di Figaro” da oggi al Teatro Carlo Felice

“Le Nozze di Figaro” ritornano, dopo nove anni, al Teatro Carlo Felice di Genova, dal 14 al 18 marzo 2014.

L’opera buffa in quattro atti, tra le più famose del grande compositore austriaco Wolfgang  Amadeus Mozart, andò in scena per la prima volta al Burghtheater di Vienna il 1° maggio 1786. L’opera, su libretto di Lorenzo Da Ponte, tratta dalla commedia La folle journée ou Le mariage de Figaro di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, segna l’inizio della collaborazione con il librettista e drammaturgo italiano che portò, successivamente, alla realizzazione di altri due capolavori, Don Giovanni e Così fan tutte.

Sul podio, a dirigere l’Orchestra e il Coro del Teatro Carlo Felice, Johannes Wildner, uno dei maggiori direttori austriaci contemporanei, applaudito più volte nelle ultime stagioni e recentemente nel concerto sinfonico del 2012 con il violinista David Garrett.

La regia – incentrata sull’Eros come vero motore del vortice di eventi della “folle giornata” – è firmata da Marco Spada, affermato regista, musicologo e, dal 1998, direttore artistico dell’Ente Concerti “Marialisa De Carolis”-Teatro di Tradizione di Sassari; le scene sono di Tommaso Lagattolla, i costumi di Giovanna Buzzi e le luci di Fabio Rossi. L’allestimento proviene dall’Ente Concerti “Marialisa De Carolis” di Sassari.

Il cast è composto interamente dai giovani dell’Ensemble Opera Studio, che, sotto l’attenta direzione di Alvise Casellati, oltre a mostrarsi come dei promettenti giovani cantanti, si stanno rivelando anche attori estremamente convincenti.

La Fondazione Teatro Carlo Felice propone, dopo il successo conseguito nei passati incontri, la  piacevole consuetudine dell’esclusiva cena dopo Teatro con gli Artisti, al termine delle “Prime” di ogni opera. L’appuntamento di stasera è fissato per dopo la recita di Le Nozze di Figaro. L’organizzazione della cena è affidata a Svizzera Ricevimenti, che si distingue per un servizio professionale, elegante ed efficiente contribuendo a rafforzare l’immagine del Teatro  come luogo di incontro tra convivialità e cultura.

Il prezzo della “Cena Esclusiva” è di euro 45.00. Informazioni prenotazione presso la Biglietteria del Teatro.

Le Nozze di Figaro

Opera buffa in quattro atti di Lorenzo Da Ponte

Musica di Wolfgang  Amadeus Mozart

Direttore

Johannes Wildner

Regia

Marco Spada

Scene

Tommaso Lagattolla

Costumi

Giovanna Buzzi

Luci

Fabio Rossi

Maestro al fortepiano Sirio Restani

 

Il Conte di Almaviva

Luka Brajnik

Ricardo Crampton

La Contessa di Almaviva

Gioia Crepaldi

Francesca Geretto

Mila Soldatic

Susanna

Daria Kovalenko

Maria Mudryak

Francesca Tassinari

 

Figaro

Valdis Jansons

Roberto Maietta

 

Cherubino

Marina Ogii

Margherita Rotondi

 

Marcellina

Sophie Koberidze

Francesca Pierpaoli

 

Bartolo

Emanuele Cordaro

 

Basilio/Don Curzio

Matteo Macchioni

 

Barbarina

Irene Celle

Federica Di Trapani

 

Antonio

John Paul Huckle

 

Due giovani

Irene Celle/ Federica Di Trapani

Marta Mari

 

Allestimento dell’ Ente Concerti “Marialisa de Carolis”  Sassari; Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice. Maestro del Coro Pablo Assante.

Repliche

Sabato 15 marzo 2014  – (L) 20.30

Domenica 16 marzo 2014 – (C) 15.30

Martedì 18 marzo 2014 – (B) 20.30

 

Marina Chiappa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I perfetti equivoci dei Menecmi di Tato Russo al Sociale di Brescia

Nell’azzeccato cartellone del Teatro Sociale di Brescia, è andata in scena l’esilarante commedia “Menecmi” per la compagnia T.T.R., Il teatro di Tato Russo. Tratto da Plauto e da Shakespeare, per la riscrittura strepitosa di Tato Russo, la commedia, diretta da Livio Galassi, ha raggiunto centinaia e centinai di repliche, con sempre rinnovato successo.

Ne risulta una compagnia ben congegnata, ma che ormai ha raggiunto quella perfezione di recitazione e scenica che fa diventare la commedia degli equivoci un vero capolavoro dello spasso collettivo. In sala le sonore risate non si sono fatte attendere, anche da parte di chi è meno avvezzo a frequentare il teatro, dai ragazzi a qualche signore trascinato in sala da gentili signore. Oltre due ore di risate per quello che si vedeva e per gli equivoci della vita, animati da vestali, femminielli, scenate di gelosia, ripicche e tutto quanto tramuta l’essere umano da perfetto uomo del foro a personaggio trascinato dagli eventi fino ad essere considerato pazzo e a pensare di esserlo diventato. Tutti bravi gli attori in scena, mentre Tato Russo si dimostra ancora una volta un vero mostro sacro del teatro. Afferma: “Sono venticinque anni che porto in giro per l’Italia i miei Menecmi, ispirati a Plauto: in tutto questo tempo è cambiata la mia età anagrafica, e mi è diventato faticoso interpretare due parti. Ma il pubblico e i teatri continuano a richiedermelo, e oggi mi ritrovo a inventarmi le forze per essere di nuovo in scena con questo mostruoso composto di fatica e di follia creativa”. Miscellanea di teatro greco, con maschere e grottesche, riti propiziatori in una Napoli stregata e in cui si è certi vivano le streghe, intrecci e colpi di scena, la commedia è una vera delizia.

Veniamo alla trama, con il prologo recitato da Eva Sabelli. Anni addietro un uomo di Naepolis ha due gemelli talmente identici che né la madre né la nutrice sono in grado di riconoscerli. Quando i bambini hanno sette anni, uno dei due si perde al mercato e il padre non riesce più a trovarlo. Una donna di Capua lo vede disperso e lo porta a casa con sé. L’uomo, disperato per le vane ricerche, per l’amore che portava per quel figlio, cambia il nome a quello che gli era rimasto e da allora lo farà chiamare Menecmo. In questo modo i Menecmo saranno due. Trent’anni dopo, il Menecmo di Capua torna a Napoli in cerca delle sue origini e della sua ricca famiglia, accompagnato dal fedele schiavo Messenione (Rino Di Martino applauditissimo). In effetti si ritrova poco distante dalla casa del fratello gemello che non conosce e che è diventato illustre avvocato del foro, rispettato da tutti, anche se un po’ meno dalla moglie che si lamenta di essere trascurata per l’amante di lui Erozia (Clelia Rondinella). Il Menecmo di Napoli è seguito dal fedele Spazzola, Massimo Sorrentino, che è fedele sono fino a quando non pensa di essere stato tradito dall’amico e rivela le trame nascoste di lui alla moglie. Intanto, però, la moglie stessa si lamenta con il vecchio suocero che non fa altro che sostenere il figlio, mentre apparentemente appoggia la nuora, e per i suoi sollazzi gli fornisce anche laute borse di monete d’oro. In tutto questo maneggio di amori e amanti, vestiti d’oro e gioielli, fedeltà e infedeltà, giunge il Menecmo vero, quello di Capua, che si stupisce di essere conosciuto da tutti e che si ritrova suo malgrado, e a suo più o meno beneficio, a interpretare ignaro la parte dell’altrettanto ignaro fratello gemello. Gli equivoci, com’è facile immaginare, si sommano e si moltiplicano, in una scena che diventa sempre più coinvolgente, divertente ed entusiasmante, perché si vuole sapere come andrà a finire. Ne fanno le spese alcuni personaggi come il femminiello di eccezionale bravura interpretativa Cilindro, Antonio Rampino, e di volta in volta Spazzola o Messenione, Dorippide o Erozia, Menecmo di Napoli o suo fratello, in un crescendo di divertimento. Naturalmente il cambio abiti e ruoli di Tato Russo è di incredibile efficacia e rapidità, sempre convincente e mai con una sbavatura, fino al finale strappa applausi. Ottime le scene di Tony di Ronza, i costumi di Giusi Giustino e i movimenti coreografici curati da Aurelio Gatti. Da non perdere!

Alessia Biasiolo