“L’impresario delle Smirne” rivive e teatro

Spettacolo interessante a attualissimo, per rinnovare la magia di Carlo Goldoni e del suo “Impresario delle Smirne”, nome considerato plurale per intendere la terza cittadina della Turchia. Un pizzico di fascino orientaleggiante, per una commedia spassosa, come spesso sono quelle goldoniane, e che intende sottolineare ancora una volta i vizi dell’essere umano. La superficialità, il pressapochismo e la vanagloria, da sempre forieri di guai. E, soprattutto, di turlupinamenti da parte di scaltri individui che non si fanno scrupoli di approfittare dell’orgoglio e dell’immodestia. Della volontà di apparire più di quel che si sia e, ancor più, di volere finalmente quel successo che non sembra mai sinonimo di lavoro impegno e responsabilità maggiori, bensì di agi, di possibilità di concedersi beni e lussi altrimenti negati. Si passa, insomma, da una vita anche solo immaginaria da nababbi, ad una vita di miseria, la via di mezzo non c’è.

A meno che non si diventi giocolieri o locandieri o tutti e due, come nel caso del locandiere della commedia che intrattiene gli astanti “da trent’anni” sempre con la stessa “merda”: lui si è reso conto che tutto è niente e che è sempre meglio avere persone capaci di pagare il conto, piuttosto che con nomi altisonanti.

Tra sollazzi e risate, eccoci allora ad ammirare la scena di un tonfo dalla poltrona e da un finto tentativo di impiccagione, per poi correre ai soliti ripari: per non sentirsi falliti si ricorre al Conte che promette guadagni e soprattutto “fama”, “successo”, “zecchini” e d’oro, naturalmente.

Messo in scena da Associazione Teatrale Pistoiese in collaborazione con Valzer Srl, su adattamento e regia di Roberto Valerio, “L’impresario” è una commedia scritta nel 1759, ma è resa moderna ed antica allo stesso tempo dalle belle scene di Giorgio Gori, rese ancor più accoglienti e parte più del solito della recitazione stessa dalle luci di Emiliano Pona. I costumi di Lucia Mariano ravvivano un impresario turco, a caso si chiama Alì (Nicola Rignanese), di bianco e turbante, ma la modernità arabescheggiante degli abiti lo tramutano in una macchietta, mentre l’impresario italiano, il Conte Lasca (Roberto Valerio), gli fa da contraltare completamente vestito di nero e dalla maestra andatura da dandy. Bastone compreso.

La “ciurma” di attori raffazzonati è composta da tre donne, tutte prime attrici ovviamente, che pur di contendersi la parte si giocano la reputazione, il guadagno, sarebbero disposte a lavorare gratis. Primeggiare è la parola d’ordine. Ecco allora che Annina (Federica Bern) e Tognina (Valentina Sperlì) già dal nome scelto dall’abile commediografo non possono che scomparire davanti all’avvenenza di Lucrezia (Chiara Degani), bella, giovane, disposta a tutto, dal marcato accento veneziano quando le occorre, quindi “per bene, a posto”, a differenza della bolognese Annina, ad esempio. Eppure, Lucrezia è astuta, porta ogni argomento dalla sua parte, non disdegna di usare le maniere forti con Lasca al quale non dispiacciono durante effusioni amorose, mentre cerca in ogni modo di portare il ragionamento di Alì a preferirla, quasi fosse una sua scelta. Carluccio e Pasqualino scompaiono, malgrado vogliano essere riconosciuti i bravi attori che non sono, Maccario fa da spalla e Beltrame diverte il pubblico con i suoi birilli che volteggiano come i pensieri degli impresari, ammaliati sì dalla bellezza femminile, ma ancor più dalle borse di denaro sonante.

Insomma, per denaro si cede tutto, si vende tutto, tranne la dignità del locandiere, che tale rimane, tra un attore che va ed uno che viene.

Goldoni “parla per fondamento”, per sua stessa dichiarazione, e tratteggia dell’ambiente del teatro un ritratto impietoso e ben per questo divertente, che porta ancora una volta a riflettere su noi stessi e il nostro tempo: su quanto siamo disposti a barattare la nostra etica pur di spingere qualcun altro nel fosso.

Annina, Tognina e Lucrezia sparlano l’una dell’altra; complottano per sgambettarsi, ma non pensano affatto di coalizzarsi per ottenere un trattamento migliore.

Soltanto alla fine, quando l’impresario turco scapperà dalla città per non essere capace di venire a capo di una compagnia d’opera che è sì messa insieme alla bell’e meglio, ma che comunque gli costa troppo (con il dubbio che sia composta da gente che non sa recitare), tutti quanti si decidono di ascoltare Lasca. Egli propone una novità: utilizzare i duemila ducati ricevuti in regalo da Alì per il mancato ingaggio, per creare una compagnia nuova, autogestita. Tutti concordano, senza capire di essere caduti in un nuovo raggiro. E tutto ricomincia come prima, senza nessuna donna che voglia recitare altro ruolo che la prima e con gli uomini che si improvvisano, pur di sopravvivere. E di voler lavorare quando vogliono loro, tra un amoreggio e l’altro.

Bravi anche Antonino Iuorio, Massimo Grigò, Alessandro Federico e Peter Weyel.

Vista al Teatro Sociale di Brescia, la commedia riproduce il clima dell’epoca goldoniana, ma tratteggia grottescamente il nostro tempo e porta a riflettere più del solito in questi tempi grigi.

Sul ruolo dell’Arte, del teatro; su chi tira i fili di quelle marionette che possiamo essere tutti noi, sia che ne siamo consapevoli che non.

Alessia Biasiolo

 

 
 

 

 

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