Cantando il Mediterraneo tra il sacro e il profano

Barbara EramoIl Mediterraneo – culla di antiche civiltà, che le sue acque univano, offrendo una facile via ai commerci e agli scambi – è oggi testimone di una delle più atroci tragedie della nostra epoca. La musica può aiutare a superare incomprensioni, diffidenze ed egoismi, facendoci capire che apparteniamo tutti ad un’unica grande cultura, che ha tante sfumature diverse ma una matrice comune.

È quel che si propone lo spettacolo-concerto “Cantando il Mediterraneo tra il sacro e profano”, ideato da Stefano Saletti insieme a Barbara Eramo, Gabriele Coen e Arnaldo Vacca, che lo porteranno mercoledì 23 marzo alle 18.00 nell’Auditorium “Ennio Morricone” dell’Università di Roma “Tor Vergata” (Macroarea di Lettere e Filosofia, via Columbia 1) per la stagione dei concerti dell’Associazione Roma Sinfonietta.

Da anni presenti sulla scena italiana e internazionale nell’ambito della musica world, jazz e della canzone popolare, il polistrumentista Stefano Saletti (oud, bouzoukim chitarra e percussioni), la cantante Barbara Eramo, il sassofonista Gabriele Coen e il percussionista Arnaldo Vacca presentano un percorso di musica e parole che parte dal sud dell’Italia e arriva a toccare le sponde degli altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Come antichi naviganti, gli spettatori vengono trasportati in un immaginario viaggio nel tempo alla ricerca degli elementi che uniscono e differenziano i popoli che si affacciano sul Mare Nostrum. Perché il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: merci, navi, idee, modi di vivere. Qui sono nate le tre grandi religioni monoteistiche. Da qui Roma ha dominato il mondo facendo propri miti e costumi che venivano dalla Grecia e dall’Oriente.Stefano Saletti

Attraverso le musiche e i canti di Stefano Saletti, Barbara Eramo, Gabriele Coen e Arnaldo Vacca, il racconto prende vita cercando di restituire il senso di questo grande mare, abbandonandosi al fascino della parola, ma anche circoscrivendone rigorosamente il significato, i limiti e i confini. Il sacro e il profano, il mito e la natura s’intrecciano nelle storie di quegli uomini vissuti da sempre davanti al mare, esperti dei venti e custodi di un sapere antico che affonda le sue radici nelle acque del Mediterraneo. Si susseguono canti di lavoro del Sud, cantigas spagnole di pellegrinaggio, musica della diaspora sefardita e canti in sabir, la lingua franca usata nei porti del Mediterraneo, che permetteva a mercanti e marinai europei, africani e asiatici di comunicare. E poi gli strumenti del Mediterraneo, l’oud, il bouzouki, la darbouka e il bendir, chiamati a descrivere in musica testi in siciliano, calabrese, aramaico, ebraico, sabir, greco antico e turco.

 

Mauro Mariani

 

 

Due Concerti per violino composti da Mozart

marco serino fotoI Concerti n. 3 K. 215 e n. 4 K 218 di Mozart, ovvero due dei massimi capolavori della musica per violino, interpretati da Marco Serino,  uno dei migliori violinisti italiani di oggi, e in più due sinfonie giovanili dello stesso Mozart. Ecco gli ingredienti che rendono imperdibile l’appuntamento di mercoledì 16 marzo alle 18.00 all’Auditorium “Ennio Morricone” dell’Università di Roma “Tor Vergata” (Macroarea di Lettere e Filosofia, via Columbia 1) per la stagione di concerti dell’Associazione Roma Sinfonietta.

Vincitore di numerosi concorsi internazionali tra cui il Viotti di Vercelli, Marco Serino è primo violino del Quartetto Bernini, con il quale ha svolto attività concertistica nei quattro continenti. Inoltre suona come solista con importanti orchestre in Italia (Toscanini di Parma, la  Scarlatti di Napoli, I Solisti di Bologna, la Sinfonica Abruzzese, Roma Sinfonietta, ecc.) e in altri paesi (Svizzera, Ungheria). Ha inciso come solista per Dynamic, Tactus e Amiata e i suoi cd hanno ricevuto premi da parte di riviste specializzate, quali Strad, Repertoire, Classica, Amadeus. Suona un prezioso violino Nicolò Amati del 1661.

In quest’occasione, oltre che solista al violino, Serino sarà il concertatore dell’Orchestra Roma Sinfonietta, esattamente come faceva Mozart ai suoi tempi.

I Concerti per violino e orchestra n. 3 in sol maggiore, K 216 e n. 4 K 218 furono composti da Wolfgang Amadeus Mozart nel 1775, a diciannove anni, quando il fanciullo prodigio si era già trasformato in un genio senza uguali in tutta la storia della musica. Rispetto alle sue precedenti composizioni, l’ispirazione e la tecnica compositiva si pongono qui su un piano superiore e Mozart raggiunge per la prima volta una sintesi perfetta tra equilibrio formale, misurata espressività e giusto brio strumentale. Le idee musicali sgorgano abbondanti dalla fantasia del compositore, che le profonde senza risparmio dall’inizio fino letteralmente alla fine, perché spesso le conclusioni dei vari movimenti sono sorprendenti e inaspettate, non senza un tocco di scherzoso umorismo.

Ai due Concerti per violino si alternano le due Sinfonie n. 4 in re maggiore K 19 e n. 7 in re maggiore K 45: composte rispettivamente a Londra a nove anni d’età e a Vienna a dodici anni, sono la sbalorditiva testimonianza di una precocità che non ha uguali nella storia non solo della musica ma delle arti in generale.

Presenta il concerto Giorgio Sanguinetti, professore di Teoria e Analisi della Musica presso l’università di Roma “Tor Vergata”.

 

Mauro Mariani

 

Girotondo dei cibi del mondo. Un cd

Molto bello e interessante il disco di canzoncine per bambini che ha lo scopo di insegnare loro le abitudini alimentari corrette, le origini degli alimenti, il modo in cui si producono i cibi, come la “Storia di un chicco di grano”, tratto da “Filastrocche per tutto l’anno”, su testo di Daniela Cologgi e musica di Paola Serafino. Molto carina la canzone “Girotondo dei cibi del mondo”, in cui si racconta del pesce crudo del Giappone o del riso bianco della Cina, mentre ostriche e banane africane saltano insieme sulle note della tortilla messicana che canta da una settimana. La patata indiana chiama il curry e il tacchino indiano, intanto, fa… appunto l’indiano. Così, su testo e musica di Dolores Olioso, si racconta ai bambini da dove arrivano le varie tradizioni e particolarità alimentari, modo sempre soddisfacente per unire le persone e le culture. Didattiche sono le canzoni che servono ad insegnare le corrette modalità di alimentarsi con “Le verdurine” e “Un po’ di tutto”: l’acqua accanto agli agrumi, frutta e verdura con carne, pesce, riso, pasta, “un po’ di tutto, quanto basta!” (testo di Paola Fontana e musica di Emiliano Branda, da “Chi mangia sano”). Vari gli autori degli arrangiamenti per vari solisti e coro. Ad esempio, si esibiscono il coro delle Voci Bianche dell’Accademia d’Arte Musicale di Verona, o il Coro Arcobaleno di Lucca, diretto da Cristina Torselli, lo Scarabocchio (solisti e coro) diretti da Alberto Giraldi, accanto a tante altre voci, alcuni delle quali dirette da Ilenia Bosi. Bello il ritornello: “La salute viene prima di tutto,/ te ne accorgi quando ormai sei distrutto./ I bambini non ci pensano mai/ e quando son grandi combinano guai!”, della canzone “La salute”. E il monito “E ricorda che/ la Terra è un bene di tutti,/ non è mio, non è tuo: è di tutti noi!”, che è un mezzo semplice per parlare del risparmio dell’acqua, piuttosto che di buone pratiche che diventano orecchiabili per tutti, facili da memorizzare e da canticchiare, e buon messaggio anche per i grandi che spesso, attraverso i propri bambini, possono focalizzare meglio passaggi che a scuola, da piccoli, non sono stati ben ascoltati, o trattati o, semplicemente, perché con gli anni si capisce meglio. Conclude la rassegna di canzoni un consiglio di benessere fatto non solo di cibi, ma anche di passeggiate e ginnastica. Un metodo d’insegnamento valido a scuola o per i tempi pomeridiani, sia in attività di gruppo, che per cantare o ascoltare a casa, supporto per i genitori da sempre alle prese con rifiuti di mangiare alcuni cibi, che invece potrebbero diventare appetibili proprio grazie alla giusta musica di sottofondo. Un validissimo regalo o sussidio didattico per tutti, ma soprattutto per le scuole primarie, corredato anche delle basi musicali.

 

“Girotondo dei cibi del mondo”, Paoline editoriale audiovisivi, 2016

 

Alessia Biasiolo

 

Carlo Crivelli per Marco Bellocchio a Tor Vergata

Carlo CrivelliCarlo Crivelli ha scritto la musica di quasi tutti i film di Marco Bellocchio, tanto che si può parlare di una vera simbiosi tra loro, come nel caso di altri registi e compositori. Mercoledì 17 febbraio alle 18.00 musicista e regista saranno i protagonisti del concerto all’Auditorium “Ennio Morricone” dell’Università di Roma “Tor Vergata” (Macroarea di Lettere e Filosofia, via Columbia 1) realizzato dall’Associazione Roma Sinfonietta. Carlo Crivelli, sul podio dell’Orchestra Roma Sinfonietta, dirigerà le proprie colonne sonore per i film di Marco Bellocchio e di altri noti registi.

Bellocchio stesso spera che i suoi impegni gli permetteranno di intervenire al concerto e di raccontare al pubblico la sua lunga collaborazione con Crivelli, dai primi incontri ad oggi, spiegando come lavorano insieme e qual è il feeling che si crea tra loro.

Molte sono le pellicole per cui Bellocchio ha chiesto la musica a Crivelli, a partire da “Diavolo in corpo” del 1986 e “La condanna” del 1990 (vincitore del premio qualità ed Orso d’argento al Festival di Berlino) fino a “L’ultimo vampiro” del 2014. Hanno lavorato insieme anche in teatro, realizzando nel 2000 il per il Teatro di Roma “Macbeth” con Michele Placido come protagonista.

Oltre alle colonne sonore di “Bella addormentata”, “Il regista di matrimoni” , “Sangue del mio sangue” e “Fai bei sogni”  di Bellocchio, sono in programma le musiche composte da Crivelli per “Altri tempi”  di Marco Turco, “Malefemmene” di Fabio Conversi, “Virginia, la monaca di Monza” e “La vita di Salvo D’Acquisto” di Alberto Sironi, “Il senso della bellezza” di Valerio Jalongo e ” Il 7 & l’8 ”  di Avellino-Ficarra e Picone.

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Carlo Crivelli ha collaborato anche con molti altri registi (tra cui Marco Tullio Giordana, Paolo e Vittorio Taviani, Michele Placido, Zhang Yuan, Manuel Pradal, Carlo Mazzacurati) e anche con poeti e artisti visivi: il brano per coro “Tra Terra e Cielo” nasce infatti dalla collaborazione con il poeta Mario Luzi, dall’incontro con il pittore Michelangelo Pistoletto ha origine la serie delle “Sinfonie Specchianti” (va ricordata in particolare la n. 2, in cui interagivano 4 gruppi orchestrali dislocati a Monaco, Londra, Pescara e Paliano), mentre Jannis Kounellis ha curato gli aspetti visivi della messa in scena de “Il Sogno di Urizen” dai “Libri profetici” di William Blake al Ravenna Festival.

Ha composto inoltre molta musica da concerto, eseguita in importanti sedi quali il Guggheneim di New York e il Teatro Colòn di Buenos Aires, oltre che in numerosi altri paesi, tra cui Francia, Germania, Spagna, Inghilterra, Canada, Grecia, Bulgaria, Turchia, Finlandia, Cuba, Cina e Australia.

 

Mauro Mariani

Gazebo e il suo bellissimo “Reset”

La capacità artistica di Gazebo, l’artista Paul Mazzolini definito un poliglotta girovago alla ricerca di sempre nuove sensazioni ed emozioni, di coniare nuove tracce musicali senza perdere la personalità legata a culture di più luoghi del mondo e di più luoghi dell’anima, si intuisce subito dal primo ascolto delle musiche raccolte nel nuovo cd “Reset” che coniuga l’elettronica degli anni Ottanta alla dance della nuova generazione. Famoso per l’indimenticabile “I like Chopin”, oppure “Masterpiece”, “Lunatic” o “Telephone Mama”, Gazebo torna con un album interessante, intenso, dai mille volti e dalle sonorità decise. Ogni brano ha una personalità indiscussa, ma capace di coinvolgere l’ascoltatore che ben presto fa sue le note e le sfumature emozionali che le sottendono. Molto bella la melodia di “Reverie” in cui le note musicali si stemperano nei colori dei quadri di Monet. Il sound è deciso, e gli argomenti non dimenticano il presente, da raccontare e anche da commentare. “Evil” diventa, allora, chi ci sta vicino e ci fa del male, per la propria cattiveria, per l’invidia e l’incapacità di condividere i cammini verso il reciproco successo, o comunque la reciproca realizzazione di sé. È un demone colui che ci ostacola a volte solo per il gusto di farlo, ma anche quel demone che è in noi e fa di tutto per inciampare le nostre aspirazioni, mantenendoci nella normalità dietro alla quale spesso ci nascondiamo per paura di riuscire oltre i confini della normalità socialmente accettata. Molto interessante anche “Blindness”, l’incapacità, in questo caso, di capire come possono esserci persone diverse da noi, con altri obiettivi e altre aspirazioni, non per questo con minore diritto di esistere. L’incontro deve essere per l’aiuto comune e reciproco, senza paura, senza quei paraocchi che rendono la vita difficile anche quando potrebbe essere soltanto una meravigliosa avventura. Non avere paura di sorridere, di scegliere, recita Gazebo, perché soltanto superando la nostra paura possiamo andare incontro alle paure dell’altro e cercare di superarle insieme per una società migliore. “The secret” è, invece, una canzone dedicata all’outing visto come coraggio di espressione. La musica trascina al movimento, al ritmo che diventa interiore e riesce a portare dentro ciascuno non soltanto i suoni, ma anche le riflessioni che, espresse così, diventano davvero musica con la quale ballare il nostro tempo, in un’esplosione che diventi gioia, vivacità, indipendentemente dall’età, dalla provenienza, dalle particolarità di ciascuno. Questa è la musica, si può obiettare? Sì, certo, è questo che deve essere e che deve fare, cercando l’universalità che non è fatta di barriere, ma di incontri. Un album adatto a varie tipologie di ascoltatori, anche al di là del ritmo e dell’elettronica che potrebbe allontanare di prim’acchito gli amanti di generi più soft, più classicheggianti, più standard. Il fraseggio di Gazebo verte a unire la voglia di danza con la complessità dell’animo umano che si stempera non soltanto nei colori di una tela o di uno spartito, quanto nei colori dell’esplosione di sé: della gioia, della voglia di vivere nei vari aspetti della vita. È il sogno della condivisione che genera “Europa” per poi attraversare la “Queen of Burlesque”, “Temple Bar”, “Wet Wings”, dolcissima, sugli amori impossibili per varie motivazioni: la differenza d’età, le problematiche lavorative, la lontananza, varie situazioni che rendono incompatibile vivere anche con l’amore più grande della vita. In questo caso soprattutto, la canzone diventa una sorta di coccola, una ninna nanna che sottolinea la profondità dell’autore (con Mario Manzani) e la sua volontà di rompere le barriere, raccontando vite e cercando di andare loro incontro. Almeno a metà strada, in un mondo contemporaneo che spesso fa tanto parlare, ma lascia le persone sole non appena smettono di essere una notizia di cronaca, sia che sia condivisa dai mass media, sia che sia una notizia passata di bocca in bocca nel vicinato. Bello il disco e bella la proposta musicale, tutta da ascoltare. E riascoltare. Seguendo il principio che possiamo sempre riavvolgerci e ricominciare daccapo, seguendo la musicalità del momento o reinventando la propria utilizzando l’innovazione senza rinunciare ai propri valori.

 

Alessia Biasiolo

 

Musiche di Ricci, Sollima e Schubert per il Warhol Piano Quartet

foto quartetto warhol.2Il Warhol Piano Quartet è un gruppo emergente nel panorama attuale della musica da camera, per il suo intenso percorso di perfezionamento a stretto contatto con alcuni dei grandi interpreti e maestri di oggi e per la sua attenzione ai linguaggi contemporanei, che lo porta a dedicare ampio spazio nei suoi progetti alla nuova musica, accostata ai grandi capolavori del repertorio tradizionale. Mercoledì 10 febbraio alle 18.00 suonerà all’Auditorium “Ennio Morricone” dell’Università di Roma “Tor Vergata” (Macroarea di Lettere e Filosofia, via Columbia 1) per la stagione di concerti dell’Associazione Roma Sinfonietta.

Il concerto inizia con Quartetto Classico del compositore romano contemporaneo Guido Ricci, autore di un ampio e variegato catalogo di musica strumentale (sia da camera che sinfonica), vocale e teatrale. I suoi lavori sono stati eseguiti in Italia e all’estero. Recentemente diverse sue rielaborazioni per orchestra d’archi su temi della musica di Nino Rota per il cinema sono state presentate con grande successo all’interno della Stagione da Camera dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Segue Quartetfiles del palermitano Giovanni Sollima, compositore e interprete poliedrico, che frequenta la musica di ogni genere – dalla barocca alla classica contemporanea e alla pizzica – e la porta davanti al pubblico variegato e trasversale delle grandi sale da concerto, della “Notte della taranta” e del concerto del 1° maggio in piazza San Giovanni, conquistando tutti, dagli estimatori della musica “colta” ai giovani metallari e agli appassionati della musica folk.

Conclude il concerto il Quintetto op. 114 “La trota” di Franz Schubert, uno dei capolavori del periodo romantico, il cui il titolo viene dal fatto che nel quarto movimento compare la melodia di un Lied (dunque una piccola canzone per voce e pianoforte) così intitolato. È una delle composizioni più popolari del musicista austriaco e tra le più emblematiche della sua vena per la purezza del sentimento e la spontaneità dell’immaginazione.

Il Warhol Piano Quartet è protagonista di un’importante carriera concertistica e si è esibito con unanime successo di pubblico e di critica in numerosi palcoscenici, tra cui Festival dei Due Mondi di Spoleto, Festival Esprit de Fès (Marocco), Accademia Filarmonica di Bologna, Festival Pontino, Festival Internazionale “Dino Ciani di Stresa”, Concerti del Quirinale, CitéInternationaledesArts di Parigi.

Agli elementi del Warhol Piano Quartet (Andrea Feroci, pianoforte, Filippo Fattorini, violino, Alessio Toro, viola e Paolo Andriotti, violoncello) si aggiungono per questo concerto Francesco Peverini (violino) e  Massimo Ceccarelli (contrabbasso).

 

Mauro Mariani

 

Rivive il mondo musicale di “Orlando furioso” alla Sapienza

foto Micrologus ridotta

 

Con il concerto di sabato 6 febbraio alle 17.30 nell’Aula Magna della Sapienza (Palazzo del Rettorato, piazzale Aldo Moro 5) la IUC celebra il cinquecentenario della prima edizione dell'”Orlando furioso” di Ludovico Ariosto, che ebbe grande e immediata fortuna anche in ambito musicale.

In questo concerto – intitolato“Le cortesie e le audaci imprese io canto” -l’Ensemble Micrologusesegue un’ampia scelta di arie per cantare ottave, barzellette, frottole, madrigali, mottetti e danze della prima metà del Cinquecento, ispirate direttamente all'”Orlando Furioso” o comunque riconducibili all’Ariosto e al suo ambiente.

Autori di queste musiche sono imassimi compositori dell’epoca, comeJosquinDesPres, Jacques Arcadelt, Cipriano de Rore, Giaches de Wert, Bartolomeo Tromboncino, Marco Cara e Francesco dalla Viola, attivi presso la corte ferrarese degli Este,nel cui ambito Ariosto trascorse gran parte della propria vita, o nelle altre capitali artistiche del rinascimento, come la Mantova dei Gonzaga, con cui pure il poeta ebbe contatti. Particolarmente importante la presenza di alcuni compositori franco-fiamminghi, che dominavano la scena musicale europea dell’epoca e che lavorarono a lungo in Italia.

Alcune di queste musiche sono invece anonime, ma non meno interessanti. Testimoniano infatti l’uso di cantare “Orlando furioso” e gli altri poemi cavallereschi su alcune melodie tramandate oralmente, chiamate “arie per cantar ottave”. Sebbene sia finito solo in epoca recente, quest’uso è ormai quasi completamente dimenticato, ma in quest’occasione se ne potranno ascoltare alcuni esempi, come le prime due ottave del poema intonate su una antica melodia cantata ancora cinquant’anni fa da Vittorio Lorenzi, un cantastorie toscano.

È particolarmente interessante che alcune di queste composizioni usinouna versione del testo ariostesco diversa da quella nota, che forse rappresenta una prima fase del poema, precedente l’edizione a stampa.

Micrologus è un gruppo italiano specializzato nell’esecuzione della musica medioevale e rinascimentale, fondato nel 1984. Il bagaglio professionale dei componenti li spinge ad un approccio al repertorio basato sulla lettura filologica degli spartiti ed al recupero delle sonorità originali per mezzo della ricostruzione degli strumenti e delle vocalità del tempo in cui furono composte le musiche da loro eseguite. Si sono rapidamente imposti a livello internazionale e hanno dato concerti in tutta l’Europa, in America del Nord, estremo oriente e Africa.

Mauro Mariani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Angela Hewitt, “la più grande interprete di Bach della nostra epoca” a Roma

Hewitt 2012   4 credit Bernd Eberle ridotta

Atteso ritorno a Roma della pianista canadese Angela Hewitt, molto amata dal pubblico e ammirata dalla critica di tutto il mondo, che l’ha definita “la più grande interprete di Bach della nostra epoca” (The Guardian), “la pianista che rappresenterà Bach nei prossimi anni” (Stereophile: una previsione di qualche anno fa, oggi ampiamente realizzatasi), “la risposta più elettrizzante e coerente a Gould e ai suoi moderni epigoni” (La Repubblica).

Suonerà in due concerti alla IUC, martedì 2 febbraio alle 20.30 per la stagione in abbonamento e mercoledì 3 febbraio alle 11.00 per il ciclo “Musica Pourparler”, pensato specialmente per il pubblico più giovane ma aperto a tutti gli appassionati.

Nel concerto di martedì non può mancare l’autore preferito della Hewitt, Johann Sebastian Bach, e precisamente la Partita n. 2 in do minore BWV 826, una delle sei composizioni di tal genere pubblicate una all’anno dal 1726 al 1731, come prima parte della Clavier Übung (Esercizio per tastiera), ed è quindi una delle poche opere di Bach ad aver avuto l’onore della stampa durante la vita dell’autore. Si tratta in pratica di una suite di danze, in cui lo spirito galante di gusto francese allora predominante nella musica di danza viene nobilitato da Bach e reso più robusto e interessante da intrecci contrappuntistico fitti eppure delicati. La presunta seriosità germanica di Bach non rifiuta qui la piacevolezza e si concede anche spunti scherzosi, come negli ultimi due movimenti, Rondeaux e Capriccio. La Hewitt da giovane ha studiato anche danza e questo l’aiuta molto, come riconosce ella stessa, a ricreare il ritmo e lo spirito giusti delle diverse danze settecentesche. Di lei è stato scritto che “a ogni nota, a ogni dinamica, a ogni colore o spostamento di peso o di fraseggio esprime, anzi proclama, la gioia di ricreare sullo strumento di oggi quella musica (Bach) senza peso né epoca”.

Prima e dopo Bach la Hewitt suona alcune Sonate di un altro genio del periodo  barocco, Domenico Scarlatti. Sono undici Sonate (in re minore K. 9, do maggiore K. 159, si minore K. 87, la maggiore K. 24, si minore K. 377, re maggiore K. 96, do maggiore K. 513, fa maggiore K. 82, la minore K. 109, re minore K. 141, fa minore K. 481) delle 555 scritte dal compositore napoletano. Hanno le dimensioni di una miniatura, ma ognuna di loro è una miniera di idee sorprendenti e vivaci. Sono quasi tutte in tempo velocissimo ma la Hewitt ne ha scelte anche alcune lente, che rivelano una cantabilità e una malinconia già preromantiche.

Si lascia il Settecento con l’ultimo pezzo in programma, la Sonata No. 26 in mi bemolle maggiore, op. 81a “Gli addii” di Ludwig van Beethoven, il cui titolo si riferisce alla partenza da Vienna del suo allievo e amico Rodolfo d’Asburgo, costretto nel 1809 ad allontanarsi da Vienna per l’avvicinarsi delle truppe francesi, che infatti da lì a poco occuparono la città. La destinazione privata della Sonata trova un puntuale corrispettivo nelle sue sonorità sobrie e contenute, nelle dimensioni non vaste e nell’assenza di drammatiche estroversioni, sostituite da sentimenti più intimi e familiari.

Il giorno dopo, mercoledì 3 febbraio alle 11.00, Angela Hewitt sarà all’Aula Magna per una conferenza-concerto della serie “Musica Pourparler”: anche in questo caso suonerà Bach, Scarlatti e Beethoven. Questi incontri della mattina sono pensati particolarmente per gli studenti, sia delle medie e delle superiori che dell’università, ma si rivolgono a tutti gli appassionati e specialmente ai tantissimi ammiratori della Hewitt.

Angela Hewitt è tra le pianiste più conosciute a livello mondiale. Il suo decennale progetto dedicato alla registrazione di tutte le maggiori opere per tastiera di Bach è stato definito “una delle glorie discografiche dei nostri tempi” (The Sunday Times). E’ costantemente in viaggio per i suoi impegni musicali e ha tre case, a Londra, Ottawa (sua città d’origine in Canada) e in Umbria, une regione che ama particolarmente e dove da dieci anni è direttore artistico del Trasimeno Music Festival, da lei fondato.

 

Mauro Mariani

 

 

 

 

 

Il duo pianistico Carbonara- Maio dall’America di Gershwin alla Russia di Stravinsky

Mercoledì 3 febbraio alle 18.00 il duo pianistico Michelangelo Carbonara – Antonello Maio è il protagonista del concerto della stagione di concerti di Roma Sinfonietta presso l’Università di Roma “Tor Vergata” (Auditorium “Ennio Morricone”, Macroarea di Lettere e Filosofia, via Columbia 1).

La prima metà del programma è dedicata a quella musica classica moderna che affonda le sue radici nel jazz. Naturalmente il primo posto spetta a George Gershwin, il creatore del jazz sinfonico, e precisamente al suo Un americano a Parigi, il famosissimo “poema sinfonico” del 1928, composto al ritorno da un viaggio in Francia. A partire da questa musica Vincente Minnelli realizzò poi l’omonimo film musicale con Gene Kelly e Leslie Caron, che vinse vari Oscar nel 1951.

Il secondo compositore in programma è l’italoamericano John Corigliano jr, vincitore di numerosi premi, tra cui il Pulitzer, cinque Grammy per la miglior composizione di classica contemporanea e un Oscar per “The red violin” nel 1999. Carbonara e Maio eseguiranno il suo Kaleidoscope for two pianos, eseguito per la prima volta al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1961. Come indica il titolo, è un mosaico colorato formato da varie cellule sonore cangianti, alcune nello spirito del ragtime, altre liriche e cantabili. Il terzo compositore è una sorpresa: si tratta infatti dell’ucraino Nikolaj Kapustin, oggi quasi ottantenne, che in pieno regime sovietico componeva secondo i modi della melodia e dell’armonia jazzistiche, come dice chiaramente il titolo della sua composizione proposta ora da Carbonara e Maio: Paraphrase on D.Gillespile’s  “Manteca” op.129.

La seconda parte del concerto è interamente dedicata a uno dei capolavori assoluti del Novecento, Le sacre du Printemps (Il rito della primavera) di Igor Stravinsky, che alla sua prima esecuzione – nel 1913 a Parigi, durante la stagione di danza dei Ballets russes – causò un memorabile scandalo, perché una parte del pubblico cominciò a fischiare e urlare già pochi secondi dopo l’inizio, causando la reazione non meno violenta dei sostenitori di Stravinsky: si andò avanti così fino alla fine e fu praticamente impossibile ascoltare una sola nota. Poi questa musica divenne popolarissima, al punto che Walt Disney la inserì in Fantasia. Come indica il sottotitolo “Quadri della Russia pagana”, Stravinsky volle ricreare un momento della vita della Russia primitiva e precisamente il rito del sacrificio di una vergine agli dei per propiziare l’arrivo della primavera. Fu soprattutto la violenza ritmica a scatenare l’ira del pubblico tradizionalista, ma è esattamente questa scoperta di nuovi e irregolari schemi ritmici ad aver fatto del Sacre du Printemps una pietra miliare della musica moderna.

Michelangelo Carbonara e Antonello Maio hanno ciascuno un’importante attività concertistica, che li ha portati nelle più importanti sale da concerto in Europa, America e Asia, da soli, in gruppi da camera e con grandi e prestigiose orchestre.

 

Mauro Mariani

 

Ciak in Brass: trascrizioni di celeri musiche da film con l’Italian Brass Band

Italian-Brass-Band

 

Famose musiche da film eseguite dalla Italian Brass Band diretta da Filippo Cangiamila, mercoledì 27 gennaio all’Auditorium “Ennio Morricone” dell’Università di Roma “Tor Vergata” (Macroarea di Lettere e Filosofia, via Columbia 1) per la stagione di concerti dell’Associazione Roma Sinfonietta.

Con quale altra musica si può aprire questo concerto se non con la sigla della 20th Century Fox, che tutti hanno sentito decine o centinaia di volte, ma di cui pochissimi  conoscono il nome dell’autore, Alfred Newman, che ha vinto nove Oscar, il record per un compositore.

Seguono famosissime colonne sonore di altri grandi musicisti che hanno lavorato per Hollywood. Ci sono Alan Silvestri con “Forrest Gump”, Hans Zimmer con “Pearl Harbour” e “Pirates of the Caribbean”, John Williams con “Hook-Capitan”, “Schindler’s List” e “Jurassic Park”, John Barry con “Balla coi lupi” e i vari compositori che hanno scritto le musiche per la avventure cinematografiche di James Bond dal primo con Sean Connery nel 1962 ad oggi.

E c’è anche Richard Strauss, autore “a sua insaputa” dei celeberrimi accordi iniziali di “Odissea nello spazio”, che Stanley Kubrick prese dal poema sinfonico “Così parlò Zarathustra” del 1896.

L’Italian Brass Band – composta da musicisti accuratamente selezionati provenienti dalle più prestigiose bande, orchestre ed ensembles musicali italiani – è stata fondata nel novembre del 2013. Quindi ha una storia recente, ma ricca di eventi e successi. Ha tenuto numerosi concerti in tutta Italia riscuotendo successi e facendosi apprezzare per l’alta qualità delle esecuzioni, la difficoltà del repertorio proposto e l’abilità tecnica ed espressiva dei suoi solisti. Nel 2015 ha vinto il Primo Posto nella Challenge Section dell’European Brass Band Championship a Frigurgo (Germania), la più rappresentativa competizione europea in questo campo.

 

Mauro Mariani