Le donne, il cavallier, l’arme, gli amori

Nel cortile del Castello Estense di Ferrara, fino al prossimo 5 giugno, sarà possibile ammirare la bellissima opera di Sara Bolzani e Nicola Zamboni, da oltre vent’anni collaboratori proprio al monumento scultoreo esposto intitolato “Umanità”, ispirato al trittico con la “Battaglia di San Romano” di Paolo Uccello. Realizzata in rame e terracotta, l’opera è un’allegoria della vita sia dei tempi antichi che di quelli moderni, pur se oggi indossando altre armature. Cavalieri che combattono in arcione ad agili destrieri ci riportano in un’epoca epico-cavalleresca che appassiona, pur se dimostra di essere stata violenta e ingiusta.

Una guerra che abbiamo davanti agli occhi sia che si parli dell’attuale conflitto, sia che si veda la fatica del migrante (presente la barca), della persona emarginata che deve pensare di attraversare i propri giorni attimo per attimo e con estrema fatica, anche se e quando la società edulcora con il senso di libertà questa combattuta miseria del nostro presente. “Umanità” che si rifà anche all’opera di Ludovico Ariosto “L’Orlando furioso”, con Angelica e Astolfo che ha il senno di Orlando, capolavoro letterario che Ariosto concepì proprio a Ferrara, dove il libro venne stampato nel 1516. Ariosto è rappresentato da una delle statue, raffigurato in piedi con corona d’alloro e abiti antichi, accanto ad un tavolo con sedia alata, simbolo della possibilità di ampliare i propri orizzonti grazie alla Letteratura.

Il cortile del Castello Estense si ritrova palcoscenico di una battaglia con duelli concitati, cavalieri atterrati e feriti, così come i loro cavalli; altri sono in sella a cavalli che s’impennano, mentre alcune guerriere scoccano frecce, un saraceno imbraccia la sua scimitarra, un musulmano a cavallo è accompagnato da donne velate; intanto l’amore comunque è capace di aleggiare anche dove infuria la tragedia del dissidio violento. Ispirazione degli artisti è anche il “Ratto delle sabine” della Loggia dei Lanzi a Firenze, mentre un angelo della scena richiama “Melencolia I” di Albrecht Dührer. Non manca nemmeno San Giorgio, patrono della città di Ferrara, che combatte il drago trafiggendolo con la spada, come nel dipinto di Cosmè Tura del 1469, ammirabile nel museo della Cattedrale.

Un’opera estremamente interessante, che avvicina grandi e bambini (molto compresi dalla sofferenza dei cavalli a terra, ad esempio) inducendoli a pensare a quella letteratura andata che comunque fa ancora parte di noi e che grazie a lavori come questo può tornare ad essere di moda.

Alessia Biasiolo

Balla al femminile. Tra intimismo e ricerca del vero

Dall’1 al 30 aprile 2022 la Galleria Bottegantica accoglierà nei suoi spazi espositivi di via Manzoni 45, a Milano, la mostra BALLA AL FEMMINILE | TRA INTIMISMO E RICERCA DEL VERO, con cui la galleria intende rendere omaggio a Giacomo Balla, uno dei più importanti e originali esponenti dell’arte italiana del XX secolo. Una “preview” speciale con una selezione di opere dalla mostra la si potrà già avere al MIART fino al 3 aprile dove la Galleria sarà presente nella sezione Decades allo stand A100. Dopo quattro anni dalla rassegna Giacomo Balla. Ricostruzione futurista dell’universo (2018), incentrata sull’esperienza futurista del pittore, Bottegantica dedica una mostra alle declinazioni della femminilità interpretate dall’artista in due periodi apparentemente lontani della sua produzione, quello divisionista di inizio Novecento e quella figurativo-realista degli anni Trenta e Quaranta. La mostra, curata dalla storica dell’arte Elena Gigli ­­– la quale custodisce e preserva l’Archivio dell’artista – presenta, accanto a due opere eseguite da Balla agli inizi del Novecento, un selezionato nucleo di dipinti del Balla maturo. Tale accostamento permette di creare un dialogo tra i differenti modi di interpretare la figurazione del primo e dell’ultimo Balla, all’insegna della centralità della figura femminile. Nelle opere presenti in mostra Balla rivela la sua capacità di entrare nell’animo di chi vuole ritrarre, mosso dalla ricerca di rendere la realtà in maniera profonda e sincera. Quiete operosa (1898) e La famiglia Stiavelli (1905) si inseriscono nella stagione dei ritratti di primo Novecento in cui le donne sono spesso protagoniste, raffigurate in interni o negli spazi aperti di Villa Borghese. Si intuisce in queste due opere l’intento di Balla di cogliere il vero in una visione d’insieme, che sia allo stesso tempo psicologica e d’ambiente, in cui l’interiorità dei soggetti dialoghi con l’ambiente circostante. In Quiete operosa, Balla ritrae Elisa Marcucci, che sposerà nel 1904, intenta a ricamare vicino alla finestra; la luce s’irradia nella stanza creando un delicato chiaroscuro. In La Famiglia Stiavelli, invece, una luce bianca, quasi artificiale, illumina frontalmente ogni elemento dello studio, attirando l’attenzione tanto sulla famiglia, la pittrice al cavalletto, il marito e le bambine dallo sguardo fisso, che sugli oggetti dell’atelier. Nell’estate del 1929 Balla si trasferisce con la famiglia in Via Oslavia 39B. Casa Balla diventa presto la dimora dove si intrecciano i rapporti affettivi ed artistici tra l’artista e la sua famiglia, la moglie Elisa, le due figlie, Luce ed Elica, e la cugina Francesca Marcucci. Nel dipinto Timidezza, eseguito nel 1932, la modella è proprio la figlia Luce che posa sul terrazzo coinvolgendo con lo sguardo lo spettatore. In Profumo di rose (1940), i colori vivaci dei petali, investiti di luce, si rifrangono nello spazio circostante, riproponendo quel dialogo tra soggetto e ambiente che muove Balla nella sua percezione della realtà e nella ricerca del vero. Infine, l’universo femminile si allarga e coinvolge anche l’amica di famiglia, la giovane Giuliana Canuzzi, che posa per il ciclo delle Quattro stagioni in rosso, realizzate tra il 1939 e il 1940. Prendendo ispirazione dalla fotografia artistica e di moda di quegli anni, Balla immerge la modella in un rosso caldo, energico e vitale, e la illumina di una luce calda e radente, proveniente dal basso, enfatizzando la modernità di questa figura femminile, simbolo del rinnovarsi delle stagioni e contemporaneamente diva del suo tempo.

Milano, Galleria Bottegantica (Via A. Manzoni, 45)

6 – 30 APRILE 2022 (con chiusura nei giorni 16-17-18 aprile)

Orari: dal martedì al sabato 10-13; 15-19

S.E.

L’Inferno dantesco in mostra multimediale al Bastione delle Maddalene

Due mesi di multimedialità, cultura, spettacolo per un viaggio speciale nell’inferno dantesco. Si tratta della mostra/evento “Il mio inferno. Dante profeta di speranza”, in programma dal 29 marzo al 29 maggio al Bastione delle Maddalene, in vicolo Madonnina a Porta Vescovo. Un appuntamento unico dedicato al Sommo Poeta. Un viaggio tra i gironi danteschi, per i giovani e con i giovani, nato per avvicinare e appassionare le nuove generazioni alla lettura della “Divina Commedia”.

L’evento è organizzato da Associazione Rivela con Comune di Verona, Casa Editrice Cento Canti e Diocesi di Verona.

Apertura ufficiale martedì 29 marzo, ore 11, al Bastione delle Maddalene. Alle ore 20.45, al Teatro Camploy, in via Cantarane 32, serata spettacolo “Il mio inferno. Retroscena da una mostra” alla presenza del curatore Franco Nembrini, di un gruppo di studenti-guide e del robot umanoide NAO. Conduce l’evento Nicolò Brenzoni.

Esposizione multimediale. La mostra si avvale di due contributi fondamentali, quello del curatore Franco Nembrini, saggista e pedagogista, e quello del fumettista e illustratore Gabriele Dell’Otto.

L’esposizione si sviluppa su una superficie di 500 metri quadri. Tra i tunnel e i cunicoli del Bastione delle Maddalene, il visitatore si trova ad attraversare l’Inferno dantesco, immergendosi in un percorso multisensoriale fatto di proiezioni di immagini, video e suoni.

Sono 35 le tappe, scandite da altrettante illustrazioni accompagnate da approfondimenti e riflessioni. Emerge chiaro il legame tra il poeta e la città scaligera, dove fu accolto durante il suo esilio (prima dal 1303 al 1304, quindi dal 1313 al 1318); il vagare per la “selva oscura”, nella quale Dante incontra Virgilio, poi il passaggio della Porta dell’Inferno; lungo i gironi, si susseguono gli incontri, tra gli altri con Paolo e Francesca, Cerbero, Farinata Degli Uberti e Lucifero.

Parte integrante dell’evento è, in esclusiva per Verona, l’opera “El Dante”, realizzata dallo scultore Adelfo Galli. È la raffigurazione di un uomo stupito, travolto e commosso dall’incontro con Beatrice, tanto da cambiare la coscienza che ha di se stesso e di tutta la realtà. Lo scultore rappresenta la processione a cui il Sommo Poeta assiste nel paradiso terrestre (canti XXIX e XXX) del “Purgatorio”. Il mitologico grifone guida il carro della Chiesa, su cui è assisa Beatrice, protetta dai quattro evangelisti (l’aquila, l’angelo, il bue e il leone; la scena è allietata dalla danza delle tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità) e dal tripudio di un popolo numeroso.

La mostra segue il filo conduttore delle straordinarie illustrazioni realizzate da Gabriele Dell’Otto per il volume di Franco Nembrini sull’Inferno dantesco.

Percorso espositivo. Nella sua parte iniziale, la mostra si sofferma su due prospettive: dapprima fa prendere coscienza che l’esistenza dell’uomo è “una selva oscura” caratterizzata dalla paura, dall’insoddisfazione, dalla solitudine e dal fatto che tutti i tentativi umani, anche i più ardimentosi sono caratterizzati dal fallimento, dalla constatazione che l’uomo da solo non è in grado di dare un senso al suo vivere. In seguito, rende evidente come Dio non abbandoni l’uomo nel suo limite: nel momento in cui chiede aiuto (“Miserere di me”), Dante viene affiancato da una guida, Virgilio, che conduce il poeta attraverso il complesso e difficile viaggio verso la luce. In questo viaggio Dante incontra il male prodotto dall’uomo contro se stesso e gli altri, fino al male assoluto, Lucifero.

La mostra rappresenta questo viaggio soffermandosi su alcuni dei personaggi che il poeta incontra nella visita dei vari gironi infernali, riflettendo sui dannati e sui loro peccati; descrivendo in modo mirabile l’intero orizzonte umano. Lo sguardo appare però sempre teso al bene: la constatazione dell’abisso del male umano non sfocia mai nel nichilismo o nell’indifferenza, nemmeno nell’atmosfera opprimente e ghiacciata di Lucifero. La prospettiva rimane sempre quella del Cristianesimo: affermare la speranza anche nel momento del dolore e del male (“per ridir del ben che vi trovai”), perché l’uomo non è mai solo. Infatti la presa di coscienza del male e della debolezza dell’uomo non è che il primo passo verso la pienezza della luce, della verità, del bene (“uscimmo a riveder le stelle”).

A fare da guida alla mostra studenti e un robot umanoide. Il punto di vista è quello delle nuove generazioni: l’idea originaria è partita da due studenti dell’Università Cattolica di Milano. A fare da guide sono gli studenti del triennio delle superiori (accompagnati da guide e tutor adulti dell’associazione Rivela) grazie all’attività dei PCTO (Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento). Formati sulla mostra con lezioni e approfondimenti, i ragazzi possono così illustrarne i contenuti ai coetanei e ai visitatori. Guida d’eccezione è inoltre NAO, un robot umanoide con tutte le articolazioni di un essere umano e sensori che, grazie all’Intelligenza Artificiale, lo rendono capace di dare feedback emotivi e spiegazioni sui contenuti della rassegna.

“Mostra particolare e di grande fascino – spiega l’assessore Briani – che per due mesi coinvolgerà il pubblico nella prima tappa di un più ampio viaggio nel mondo dantesco, che nei prossimi anni porterà alla realizzazione di altre due tappa una sul purgatorio e l’altra sul paradiso. Continua quindi a Verona il grande viaggio dedicato al Sommo Poeta che, nel corso del 2021, anno di Dante, ha portato, in particolare, alla realizzazione: di una esposizione alla Galleria d’Arte Moderna e di una mostra diffusa tra piazze e monumenti, chiese, palazzi e biblioteche, con una mappa d’autore che guida il visitatore. Questo appuntamento è una nuova speciale opportunità, dedicata soprattutto ai più giovani, per scoprire ed apprezzare lo straordinario testo della Divina Commedia”.

“L’esposizione è realizzata all’interno del Bastione delle Maddalene – dichiara Toffali – uno spazio suggestivo dalla particolare struttura architettonica, che si sposa bene con l’Inferno dantesco di cui ricorda i gironi. In questi ultimi anni il Bastione è stato teatro di importanti eventi e mostre che hanno incrementato non solo l’utilizzo di un’area davvero unica della città ma, anche, le frequentazioni di cittadini e turisti al quartiere di Porta Vescovo”.

“La Regione ha riconosciuto con entusiasmo il suo sostegno a questo evento curato dal professor Nembrini – sottolinea Donazzan –, straordinario oratore ed esperto degli scritti del Sommo Poeta. Questa esposizione, realizzata con una soluzione multimediale molto coinvolgente, punta a far riscoprire nei più giovani la bellezza di questo scritto e la modernità degli argomenti trattati da Dante. Sono più di un centinaio i ragazzi degli istituti superiori coinvolti, che faranno alla mostra, illustrandone i contenuti ai coetanei e ai visitatori”.

“Importante e fondamentale – dichiara il presidente Benetti – la sensibilità dimostrata da tutte le istituzioni pubbliche e private coinvolte. Quando abbiamo immaginato questa esposizione volevamo fare in modo che i giovani si accostassero con passione alla lettura della Divina commedia, trovando in essa una indicazione e un sostegno per la loro crescita. Abbiamo aperto un dialogo che una volta cominciato non finirà più”.

“Vale la pena fare la fatica di leggere Dante? – chiede il curatore Franco Nembrini –. Vale la pena se si parla con Dante, cioè se si entra nella letteratura con le proprie domande, i propri drammi, il proprio interesse per la vita – risponde il saggista –. Allora, improvvisamente, Dante parlerà. Parlerà al nostro cuore, alla nostra intelligenza, al nostro desiderio; ed è un dialogo che una volta cominciato non finirà più. Straordinaria la passione ed il coinvolgimento dimostrati dai giovani, tanti, meravigliosi, che hanno voluto essere parte attiva di questo progetto. Un entusiasmo ma visto prima, che ben rappresenta quella voglia di esserci che i giovani manifestano e a cui noi, adulti, dovremo dare una risposta”.

“Una mostra multimediale innovativa, che esce dai consueti parametri dell’esposizione culturale – sottolinea monsignor Signoretto –. Dai più giovani ai più anziani stiamo tutti percorrendo un inferno di traversie e avversità, che però non ci devono mai far perdere la fiducia di poter un giorno uscire a riveder le stelle”.

Roberto Bolis (anche per la foto di gruppo)

La Verona di oggi per immagini

Un racconto fotografico sulla Verona di oggi, per mostrarne i cambiamenti urbani, sociali e culturali più significativi. Un viaggio affascinate composto di 281 scatti, visibili al pubblico in Gran Guardia, con ingresso gratuito, fino al 30 marzo. La mostra è l’ultima tappa del progetto triennale ‘Il presente nel contesto urbano di Verona’ promosso dall’Assessorato al Decentramento in collaborazione con il Circolo Fotografico Veronese e resterà visibile tutti i giorni, dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 19. L’accesso è gratuito con obbligo di Green Pass e mascherina FFP2.

Un’idea che ha preso forma nel 2019 con l’obiettivo di rappresentare e raccontare la realtà della nostra città nella contemporaneità. Da qui l’avvio di un progetto triennale che, in questi ultimi anni, ha portato alla realizzazione di tre esposizioni e che ora giunge al termine con quest’ultima importante mostra.

Oltre 10.000 gli scatti realizzati dai 40 soci del Circolo Fotografico e circa 3.000 quelli vagliati dall’apposita Commissione per giungere alla selezione delle 281 fotografie esposte in mostra alla Gran Guardia e delle 359 pubblicate nel volume “Il presente nel contesto urbano di Verona”. Un grande racconto per immagini, che ha cercato di cogliere le trasformazioni più significative avvenute nel tessuto cittadino e, in particolare, sulle relazioni, sugli stili di vita, sui modelli sociali.

Il progetto è sostenuto da Fondazione Cattolica e gode del contributo di Agsm, Amia, Consorzio Zai, A.I.A. e Fedrigoni e del patrocinio dell’Ordine Architetti, Ordine Commercialisti e Rotary Provincia di Verona.

“Una bella opportunità offerta alla cittadinanza, che potrà ammirare la nostra splendida città da 281 nuovi punti di osservazioni – spiega l’assessore –. Gli scatti in mostra, frutto di una selezione delle oltre 10.000 immagini prodotte nel triennio di vita del progetto, puntano infatti a raccontare la Verona di oggi e le trasformazioni avvenute nel tessuto cittadino”.

Roberto Bolis

Robert Capa. Fotografie oltre la guerra

Nel 1938 Robert Capa fu definito dalla prestigiosa rivista inglese Picture Post “Il migliore fotoreporter di guerra nel mondo”. Senza dubbio l’esperienza bellica fu al centro della sua attività di fotografo: iniziò come fotoreporter durante la guerra civile spagnola (1936-39), proseguì attestando con i suoi scatti la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone (1938), la seconda guerra mondiale (1941-45) – fra cui spicca la documentazione dello sbarco in Normandia – e ancora il primo conflitto Arabo-Israeliano (1948), e quello francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni.

Una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un’urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione “Se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza”. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso. Ma il lavoro di Robert Capa non si limitò solo esclusivamente a testimoniare eventi drammatici, ma spaziò anche in altre dimensioni non riconducibili alla sofferenza della guerra. Proprio da qui prende avvio questo progetto espositivo a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme, fino al prossimo 5 giugno, che vuole esplorare parti del lavoro di questo celebre fotografo ancora poco conosciute.

Un progetto che pone l’attenzione proprio su reportage poco noti di Capa, una mostra per scoprire la sua fotografia lontano dalla guerra.

La mostra esplora il suo rapporto con il mondo della cultura dell’epoca con ritratti di celebri personaggi come Picasso, Hemingway e Matisse, mostrando così la sua capacità di penetrare in fondo nella vita delle persone immortalate. Al contempo una sezione è dedicata ai suoi reportage dedicati a film d’epoca. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale è l’attrice svedese ad introdurre Capa sul set del Notorius di Alfred Hitchcock, dove si cimenta per la prima volta in veste di fotografo di scena.

Nell’arco di pochissimi anni Capa si confronta con mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortala la bellezza di Gina Lollobrigida e l’intensità di Anna Magnani. Maturerà poi la scelta, congeniale alla sua sensibilità e all’oggetto privilegiato della sua ricerca artistica, di confrontarsi con i grandi maestri del Neorealismo. Straordinarie dunque le immagini colte sul set di “Riso Amaro”, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.

Mostra a cura di Marco Minuz con il Patrocinio del Consolato Generale di Ungheria

Museo Villa Bassi, Abano Terme

Lunedì, mercoledì, giovedì dalle 14.30 alle 19.00; venerdì dalle 14.30 alle 19.00; sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00. Festività infrasettimanali: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00, martedì chiuso. È previsto il pagamento di un biglietto.

Museo Villa Bassi Abano

A misura di bambino

Aperta presso la Galleria degli Uffizi di Firenze fino al prossimo 24 aprile, la mostra “A misura di bambino” indaga la vita quotidiana di bambini e bambine dell’impero romano, attraverso giochi e svaghi. Sono un esempio la raffigurazione di Ercole bambino che lotta con i serpenti del I secolo d. C.; una statuetta di gladiatore con accessori componibili come l’elmo e la spada, e un cavallino giocattolo da trainare del II-III secolo d. C., oppure una rara bambola in avorio del III secolo d. C. mai esposta prima d’ora. I riti di passaggio, la dimensione ludica, il rapporto con gli animali, le paure, sono i temi centrali della mostra che propone statuette, sarcofagi, rilievi, giocattoli dei bambini dell’antica Roma.

La strutturazione della mostra permette il dialogo tra i bambini del passato e quelli di oggi, utilizzando lo stesso linguaggio, con apparati didascalici, fumetti, tavole e clip-audio che permettono ai bambini di comprendere quanto esposto, sentendosi la storia vicina. Anche la tipologia di esposizione è fatta per i più piccoli, con gli oggetti esposti più in basso rispetto al solito, in modo che i bambini possano avere i reperti alla loro altezza e osservarli da vicinissimo. Inoltre, un documentario proiettato nell’ambito espositivo permette ai giovani fruitori della mostra di essere catapultati in un giardino della Roma antica dova alcuni bambini, nella simulazione, giocano come farebbero oggi, se si adoperassero più i giocattoli classici che l’elettronica.

La Redazione

Libero Spazio Libero. La nuova mostra della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna

Giulia Niccolai, Martha Rosler, Lucy Orta, Claudia Losi e Claire Fontaine sono le artiste protagoniste di LIBERO SPAZIO LIBERO, la nuova mostra promossa e organizzata dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. L’esposizione, curata da Fabiola Naldi, sarà aperta al pubblico gratuitamente fino a venerdì 15 aprile 2022 a Palazzo Paltroni, via delle Donzelle, 2 a Bologna. Le opere in mostra, in parte inedite in Italia o riportate a una nuova vita espositiva, guideranno i visitatori in un percorso alla scoperta del rapporto tra corpi, libertà e spazio. Da Martha Rosler e Giulia Niccolai, due autrici così distanti ma unite dalla volontà di far coincidere poesia, performance, arte e suono, si giunge a Lucy Orta, Claudia Losi e Claire Fontaine che mostrano come l’arte possa essere resa come uno spazio di svuotamento degli stereotipi. Le cinque artiste, di differenti generazioni e provenienze, si presentano come libere interpreti di uno spazio che inizialmente è puramente espositivo, ma poi si lascia manipolare per estendersi alle necessità di ciascuna. Un differente uso della parola, della scrittura, dell’oggetto e del corpo porta alla riconquista di uno spazio sociale, soggettivo, critico e di denuncia.

La scomparsa di Giulia Niccolai nel giugno 2021 ha impedito di portare a termine la conversazione iniziata con l’artista su Libero Spazio Libero, ma si è deciso di riportare all’attenzione del pubblico alcune preziose opere visive presenti negli archivi del Museion di Bolzano e una collaborazione con Maurizio Osti del 1972.

Di Martha Rosler in mostra i due video Vital Statistics of a Citizen, Simply Obtained (1977) e Secrets From the Street: No Disclosure (1980), con la volontà di parafrasare l’intero progetto anche attraverso le parole dell’artista, tradotte per la prima volta per il pubblico italiano. Claudia Losi presenta un’opera fotografica mai esposta, Dettaglio foto documentarie delle tappe del viaggio della balena Goliath, 1959-1977 (2021) e un intervento site specificnelle sale espositive della Fondazione del Monte.

Dal dialogo fra Lucy Orta e la curatrice è emersa la necessità di mostrare tre opere degli anni Novanta della serie Refuge Wear, corredate da un prezioso disegno a supporto dell’installazione.

Claire Fontaine dialogherà attivamente con lo spazio espositivo insinuandosi sulle pareti tramite una serie di interventi linguistici pensati appositamente e tre opere “rigenerate” dalla collaborazione fra il collettivo e la curatrice.

Fondazione del Monte accoglie nei propri spazi espositivi Libero Spazio Libero, ulteriore tappa di un percorso tutto declinato al femminile, due anni dopo la mostra collettiva 3 Body Configuration. Da alcuni anni, infatti, abbiamo scelto di dedicare una particolare attenzione alle donne, ponendo il tema di genere al centro di una riflessione estetica e culturale fortemente intrecciata alla critica del presente – dichiara Giusella Finocchiaro presidente della Fondazione. Il messaggio che affidiamo alla mostra è proprio questo: l’arte può concretamente dischiudere gli spazi e allargare la visione su un mondo mai come in questi ultimi tempi tanto ripiegato su se stesso e costretto entro i limiti fisici delle nostre case”.

Spazio, contesto, identità sono ambiti che nel corso della ricerca estetica degli ultimi decenni hanno rappresentato vere e proprie urgenze critico scientifiche. Certamente il periodo tanto drammatico quanto contraddittorio che stiamo tutti vivendo ha ulteriormente messo in campo questioni già presenti in molti movimenti artistici attivi dalla fine degli anni Sessanta ma che ora appaiono indispensabili – spiega la curatrice Fabiola Naldi. Lo spazio, nel caso della mostra, è uno spazio chiuso nei confini di un luogo espositivo istituzionale che può al contempo amplificare la frustrazione del limite ma offrire l’occasione di costruire l’ipotesi di un dialogo con le storie delle artiste invitate. È tuttavia anche uno spazio libero, che riporta agli spazi pubblicitari stradali di grandi dimensioni in cui si annuncia la possibilità di inserimenti pubblicitari a pagamento, ma allo stesso tempo può rappresentare l’occasione illegale e vandalica di subentrare all’annuncio con un significato alternativo» prosegue Naldi. «Il museo certamente contrasta con il concetto di spazio collettivo condiviso a confronto con l’idea di contesto e città, ma al contempo le artiste e i gruppi invitati, come anche alcune opere storiche esposte, rappresentano la costruzione di un’esperienza e di una fruizione alternativa in grado di rinnovare lo stesso concetto di libertà e di spazio. Memoria, identità, relazione con tempo e spazio del proprio vissuto trascendono l’idea di una dimora stanziale a favore di un’idea e di una reale capacità di oltrepassare lo schema sociale convenzionale”.

La mostra è accompagnata da un volume edito da SETE edizioni, con una raccolta di testi per lo più inediti e interviste alle artiste realizzate per l’occasione.

Delos

Lattanzio Gambara, pittore manierista, in mostra a Brescia

Resterà aperta a Brescia, presso il Museo di Santa Giulia, fino al prossimo 20 febbraio, la mostra “Il senso del nuovo” che la città dedica al concittadino Lattanzio Gambara, con un omaggio doveroso e una sottolineatura che rende la piccola mostra un gioiello davvero da non perdere.

Lattanzio Gambara, Autoritratto, 1561-1562, strappo d’affresco

La cornice del Museo della città è delle migliori e la mostra si può visitare sia con la visita del vasto museo compresa, sia singolarmente. Il pretesto dell’esposizione è l’acquisto da parte di Fondazione Brescia Musei di un dipinto che è stato infine attribuito al Gambara per continuità stilistica con altre sue opere; andato all’asta nel 2020 a Vienna come opera di scuola cremonese, è tornato in città. Pare che Lattanzio Gambara l’abbia dipinto durante il periodo di realizzazione di opere nel cantiere del Duomo di Parma tra il 1570 e il 1574, probabilmente destinato all’altare della chiesa di San Bartolomeo, fatto che spiegherebbe come mai nel Compianto sul Cristo morto appaia proprio quel santo. Il quadro forse è stato venduto in seguito alle soppressioni napoleoniche e si era disperso il nome del suo autore fino ad ora quando, posto in mostra accanto ad altre opere dello stesso, si può ammirare non soltanto la talentuosa capacità del nostro, definito da Vasari “il miglior pittore che sia a Brescia”, quanto anche la firma dell’opera. Il quadro è particolarmente interessante per un gesto d’amore che la Madonna compie verso il figlio che vede calare dalla croce sulla quale era spirato dopo la sua condanna a morte. La donna intreccia le dita della mano a quelle dell’uomo, come per essergli vicina ancora in un gesto materno difficile da trovare su opere simili. La sua compostezza rivela un dolore profondo per il quale non c’erano parole né lacrime, soltanto quell’ultima tenerezza rivelatrice di sentimenti che Gambara pone in pennellate dai toni caldi, vividi, a sottolineare così il pallore del corpo esanime.

Lattanzio Gambara, Compianto su Cristo morto con i Santi Bartolomeo e Paolo (?), 1570-1574 ca, particolare

Prima di giungere al Compianto, il percorso espositivo pone il visitatore subito davanti a Lattanzio, nel suo celebre autoritratto in uno strappo d’affresco datato tra il 1561 e il 1562, quando l’artista aveva poco più di trent’anni. Nato in città si pensa nel 1530, si forma alla bottega cremonese di Giulio Campi. Rientrato nella sua città, intraprenderà un rapporto di lavoro con Girolamo Romanino che diverrà suo suocero quando, nel 1556, Lattanzio ne sposerà la figlia Margherita. Dapprima Gambara era apprendista, poi frescante e collaboratore di Romanino, traendone ampie committenze, sia grazie al rapporto con il maestro, sia per la sua comprovata bravura. Sarà così che Lattanzio Gambara realizzerà gli affreschi sulle case della Contrada del Gambero, conclusi nel 1557, di cui sono esposti in mostra degli strappi molto interessanti. L’opera, che era voluta dal Comune di Brescia per rinnovare l’aspetto cittadino, si distingue per le figure di grande formato, ritraenti soggetti mitologici, con chiare influenze di Romanino.

Esposte sono poi le opere “Sepoltura di Cristo” e “Trasporto di Cristo nel sepolcro”, messe in relazione con il quadro di Campi “Deposizione di Cristo nel sepolcro” dipinta tra il 1580 e il 1590. La “Deposizione” di Gambara del 1568 è stata infatti una delle sue opere più copiate e riprodotte. Si notano in questo lasso di tempo i cambiamenti stilistici compiuti da Lattanzio Gambara che fa sue le istanze del Pordenone e di Correggio, oltre che le note di Salviati. Gambara sarà poi a fianco di Paolo Veronese nell’abazia di Polirone e i toni diventano quelli della “Conversione di Saulo”, tela esposta a Brescia. I prestiti sono della Galleria degli Uffizi e dei Musei Reali di Torino, oltre che da collezioni private e dalla Pinacoteca Tosio Martinengo cittadina.

Alessia Biasiolo

Monet al Palazzo Reale di Milano

Ancora alcuni giorni per poter ammirare la bella mostra dedicata a Claude Monet al Palazzo Reale milanese, per la curatela di Marianne Mathieu, storica dell’Arte e curatrice del Musée Marmottan Monet di Parigi, dal quale arrivano le 53 opere dell’artista esposte. La mostra è stata promossa dal Comune di Milano, settore Cultura, per fare conoscere i musei del mondo nella “capitale” lombarda.

L’esposizione si manifesta molto interessante perché permette di comprendere l’evoluzione di Monet e degli impressionisti francesi, a partire dalla loro più nota caratteristica di dipingere all’aria aperta una volta acquisita la novità delle tinte vendute in tubetti, permettendo di focalizzarsi sulla luce, sui colori, sui cambiamenti di questi aspetti naturali durante la giornata, oppure con i cambiamenti climatici, come la nebbia o la presenza di sole o di vento. Le opere scelte sono quelle che Monet stesso riteneva fondamentali per il suo lavoro e la sua espressione ed evoluzione artistica, tanto da averli nella sua casa di Giverny e di non averli mai voluti vendere. Rimarranno al figlio Michael che li donerà al Museo Marmottan Monet, che oggi custodisce il più alto numero di opere dell’artista per questo motivo. Sarà a seguito di quel lauto lascito che il Museo prenderà il secondo nome di Monet, dal 1966. Quell’anno Michel morirà senza eredi, essendo lui l’unico erede di Monet, dopo la morte del fratello maggiore Jean avvenuta nel 1914. Quindi il suo fondo di opere e di studi del padre andranno al Museo fondato dal grande collezionista Marmottan.

Ritratto di Marmottan

La mostra di Milano è quindi divisa in sette sezioni, con tele di piccola misura prevalentemente dedicate ai paesaggi urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville, le varie case dell’artista, alcuni suoi momenti familiari: il ritratto del figlio, la passeggiata con Camille ad Argenteuil (luogo ameno a pochi chilometri da Parigi dove i cittadini arrivavano in treno, specialmente la domenica), piuttosto che la spiaggia di Trouville-sur-Mer dove Monet si recherà pochi giorni dopo il suo matrimonio con Camille avvenuto nel 1870, o Charing Cross, o Belle-ile-en Mer dove era andato per dipingere il carattere selvaggio del luogo e la luce insulare. Lavori degli ultimi decenni dell’Ottocento, fino agli inizi del nuovo secolo. Il visitatore viene coinvolto nella mostra attraversando stanze in cui viene letteralmente immerso nell’ambiente di Monet, con video cangianti che fanno camminare sui pesci rossi o essere immersi nelle ninfee, entrando nel vero senso della parola nell’opera dell’artista. Non sono questi gli aspetti interessanti della mostra, ma di certo sono un mezzo per consentire a chi la visita di lasciarsi per un’oretta tutto alle spalle, tutto all’esterno, per entrare nel senso dell’opera d’arte prodotta, cercando di capirne il valore e perché viene ritenuta così di valore.

Lo stagno delle ninfee, 1917-1919 ca

Durante la prima guerra mondiale, Monet si getta a capofitto nel lavoro: crea un grande atelier dove può produrre opere monumentali, scegliendo come soggetto preferito le ninfee dello stagno. Produrrà anche 19 tele più piccole, con lo stesso soggetto. Le pennellate veloci, i colori accesi e stemperati, fanno delle Ninfee uno dei soggetti più noti e più amati dell’artista. Il giardino era carico di fiori, tra i quali gli iris, le rose, ma anche il ponte giapponese o il salice piangente, soggetti frequenti dei lavori del celebre artista.

Viene anche sottolineato il problema agli occhi che lo affliggerà e sono esposti, accanto alla sua tavolozza, gli occhiali che, grazie ad una ingegnosa trovata ottica del suo oculista, avevano lenti diverse che permettevano a Monet di vedere al meglio.

Una mostra da non perdere, per la preziosa possibilità di vedere a Milano lavori che difficilmente viaggiano.

Alessia Biasiolo

2020: a Milano nell’ora del lupo

All’interno del progetto espositivo “The art of two generations” a cura di Bianca Friundi e in programma al Museo Italo Americano di San Francisco fino al 20 febbraio 2022, l’artista Giovanni Cerri presenta la mostra “2020: a Milano nell’ora del lupo”, un nuovo percorso di immagini ispirate al capoluogo lombardo durante la pandemia Covid-19 preceduto da un ampio lavoro di preparazione dal titolo Diario della pandemia: in tutto 39 opere fra disegni e dipinti che descrivono le atmosfere del vissuto lockdown tra assenze, silenzio e desolazione, i non-luoghi di una Milano dipinta in presa diretta durante un periodo unicamente drammatico, di sospensione dal tempo e dalla vita quotidiana.

La pittura di Giovanni Cerri, classe 1969, fin dai suoi esordi avvenuti alla fine degli anni Ottanta ha spesso raccontato la città e l’ambiente urbano, in particolare il territorio delle periferie, partendo proprio da Milano, città dove da sempre vive e lavora, ricca di spunti artistici, architettonici e di immagini legate al mondo industriale. 

Giovanni Cerri, Capolinea 19, 2020

Giovanni la sua città l’ha vissuta, indagata e rappresentata in tanti aspetti, cercando sempre di rendere partecipe il pubblico di quanto sia stato importante per lui, come uomo e artista, crescere in un determinato tipo di ambiente. 

Così, a cinque anni di distanza dalla mostra Milano ieri e oggi, realizzata in occasione di Expo 2015, l’artista presenta un nuovo percorso di immagini ispirate a Milano, questa volta partendo da un fatto reale altamente drammatico, l’epidemia Covid-19.

Preceduto dal corpus di disegni Diario della pandemia, già esposti a ottobre 2020 alla Casa di Lucio Fontana a Comabbio (VA), il ciclo di lavori realizzato ad-hoc per la mostra  “2020: a Milano nell’ora del lupo” richiama nel titolo il film L’ora del lupo di Ingmar Bergman del 1968, dove diventa emblematica la citazione: “L’ora del lupo è quella tra la notte e l’alba, quando molta gente muore e molta gente nasce, quando il sonno è più profondo, gli incubi ci assalgono, e se restiamo svegli abbiamo paura.”

Non solo scorci di una Milano vuota, osservata “in presa diretta” negli accadimenti di quei mesi, quando il rumore prevaricante era il suono sempre più incessante delle ambulanze, ma anche alcuni volti in cui si percepisce l’angoscia della rinuncia alla vita di tutti i giorni, la costrizione degli spazi privati, la rinuncia alla libertà di muoversi dovuta all’emergenza sanitaria e ai suoi divieti inderogabili.

Volti e sguardi immersi nell’ora più buia, introspezioni del “coprifuoco”, come quello di Papa Francesco nella solitudine immensa e sconfinata della giornata del 27 marzo 2020 durante la preghiera e la benedizione Urbi et Orbi in una Piazza San Pietro desolatamente vuota.

Giornate oscure e piovose, che si susseguono una dietro l’altra, drammaticamente uguali, tenebrose e struggenti come tutte quelle settimane in cui il mondo pareva essersi fermato, costretto a una tragica sosta: Piazza del Duomo, il Castello Sforzesco, la Basilica di Sant’Ambrogio, lo skyline della città con i nuovi grattacieli dell’area di Porta Nuova dove in primo piano un carrello della spesa è stato abbandonato, il tram che percorre una periferia vuota e silente. Anche i parchi giochi sono pervasi dalla muta assenza, così come i posti di lavoro, come nel quadro “Stop”, che ci mostra una scavatrice spenta in un cantiere vuoto, perché il virus ha posto fine anche all’articolo 4 della Costituzione.

Soffre la Milano di Giovanni Cerri, così come la città italiana più colpita dal Covid, Bergamo, volutamente rappresentata dall’artista con colori lividi e tetri nell’opera “Bergamo tace”.

Il progetto espositivo “The art of two generations”, comprendente anche la mostra di Giancarlo Cerri  “Le sequenze astratte. 1995-2005” e realizzato con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco e il Museo della Permanente di Milano, si pone come un confronto aperto tra le ricerche pittoriche di Giancarlo e Giovanni Cerri, padre e figlio, che in passato hanno già avuto occasione di esporre insieme in Italia e all’estero.

Due modi differenti di pensare e interpretare il dipingere ma con radici profonde e comuni, per un intenso omaggio all’essenzialità della pittura e alla irrinunciabilità della vita.

MUSEO ITALO AMERICANO, Fort Mason Center, 2 Marina Blvd, Building C, San Francisco / CA U.S.A.

De Angelis (anche per l’immagine)