Arte e persuasione a Trento

Fino al prossimo 29 settembre, è aperta presso il Museo Diocesano Tridentino la mostra Arte e persuasione. La strategia delle immagini dopo il concilio di Trento. Per la prima volta una mostra focalizza l’attenzione sugli esiti che le decisioni assunte dal concilio di Trento in materia di immagini sacre ebbero nella produzione artistica di uno specifico contesto territoriale, quello del principato vescovile di Trento, dove fu attuata una ben precisa politica di disciplinamento culturale e sociale attraverso la strategia delle immagini. Un dato che emerge con evidenza in questo territorio di frontiera, posto a stretto contatto con le aree della Riforma protestante, diversamente da diocesi geograficamente e culturalmente più lontane. E’ in una delle ultime sessioni dell’assise tridentina, la XXV del 3 dicembre 1563, che venne promulgato il decreto Della invocazione, della venerazione e delle reliquie dei santi e delle sacre immagini, con il quale la Chiesa assolveva l’uso delle immagini sacre, la cui legittimità era stata aspramente criticata dalla Riforma protestante. La norma esaltava la funzione didattica delle immagini e forniva alcune ‘linee guida’ da seguire per la realizzazione delle immagini da collocare negli edifici di culto, demandandone ai vescovi il controllo. Nei decenni successivi furono pubblicati numerosi trattati dedicati alle arti figurative a soggetto sacro, all’architettura dei luoghi di culto e alla suppellettile liturgica, testi che tradiscono la forte preoccupazione della gerarchia ecclesiastica nei confronti dell’attività artistica, da riportare entro parametri codificati da una superiore autorità religiosa. Gli studi, avviati in occasione del 450° anniversario della chiusura del concilio (1563-2013), prendono in esame le decisioni assunte dalla gerarchia ecclesiastica nella diocesi tridentina; i rapporti che si instaurarono a livello locale tra la nuova liturgia, spiritualità, pietà, devozione popolare e il fenomeno artistico; l’interpretazioni dei trattatisti postconciliari. La mostra, curata da Domizio Cattoi e Domenica Primerano, è promossa dal Museo Diocesano Tridentino in collaborazione con la Soprintendenza per i beni storici, artistici, librari e archivistici della Provincia autonoma di Trento e con il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Trento. Presenta una settantina di opere, molte delle quali mai esposte prima, provenienti da numerose chiese del Trentino, da importanti musei del territorio e da altre istituzioni pubbliche italiane. Un’ulteriore novità è data dal fatto che la selezione delle opere è stata operata sulla base della ricca documentazione raccolta durante l’attività di inventariazione informatizzata dei beni artistici e storici dell’Arcidiocesi di Trento, promossa a livello nazionale dalla Conferenza Episcopale Italiana, circostanza che ha permesso di evidenziare le innumerevoli potenzialità di un innovativo strumento finalizzato alla ricerca e alla tutela dei beni culturali. In questo senso, si tratta di un ‘progetto pilota’, che l’Associazione Musei Ecclesiastici Italiani propone di estendere ad altre realtà territoriali. Il percorso espositivo, si apre con una sezione introduttiva di carattere storico documentario. Vi sono esposte alcune edizioni a stampa della Sacra Scrittura, a partire dalla prima Bibbia corredata di illustrazioni pubblicata in Italia nel 1489 fino alla celebre Bibbia Sisto-clementina del 1592. Una sequenza di Bibbie in lingua latina, italiana e tedesca, stampate sia in ambito cattolico sia protestante, propone al visitatore il tema della traduzione del testo sacro nel volgare in uso presso le varie nazioni, fatto percepito come necessario da Martin Lutero per consentire l’accesso diretto dei fedeli al Verbum divino, senza la secolare mediazione della Chiesa e della tradizione. Si entra poi nel merito delle problematiche discusse al concilio con l’edizione a stampa dei decreti (1564) e con esemplari dei principali trattati dedicati alle immagini, in particolare quelli più noti di Giovanni Andrea Gilio, Carlo Borromeo, Gabriele Paleotti e Jan van der Meulen o Vermeulen, conosciuto come Molanus. Il focus si concentra inoltre sui temi della censura e della proscrizione del nudo attraverso gli esempi celeberrimi del Giudizio universale di Michelangelo e della Cena in casa di Levi di Paolo Veronese, richiamati in mostra attraverso due grandi stampe dell’epoca. Questi semplici esempi daranno l’idea del clima di grande dibattito culturale che sorse attorno alle immagini e del loro potere comunicativo anche in termini di diffusione di dottrine eretiche. Vengono quindi indagati i riflessi sulla produzione artistica del territorio trentino in un’epoca compresa tra la fine del Cinquecento e la metà del Seicento, un periodo in cui dalle elaborazioni del tardo Manierismo si passò progressivamente all’affermazione del Barocco. Dopo aver illustrato attraverso audaci confronti l’evoluzione del dipinto a tema religioso dal Rinascimento all’epoca postconciliare, la mostra indaga le iconografie più diffuse nel contesto locale: il culto del Crocifisso, l’esaltazione della figura della Madonna nelle varie declinazioni, la rivalutazione delle figure dei santi. In questo periodo, le nuove raffigurazioni dovevano commuovere lo spettatore per incrementarne la devozione, esaltando al contempo il ‘trionfo’ della Chiesa nella lotta al Protestantesimo. Particolarmente indicate a questo scopo, erano le raffigurazioni del martirio dei santi, che assumevano talvolta toni molto cruenti e patetici, oppure le immagini che catturavano i paladini della fede cattolica nei momenti dell’estasi mistica. Accanto alla produzione di carattere più spiccatamente devozionale, vengono esposte opere dal contenuto dottrinale più complesso, interpretabili quali risposte polemiche alle contestazioni della Riforma in merito ai temi più dibattuti della dottrina, tra gli altri quelli dell’Eucaristia e del Purgatorio. La mostra espone opere realizzate da artisti di rilievo che transitarono in Trentino tra la fine dell’evento conciliare e la metà del XVII secolo, tra gli altri Paolo e Orazio Farinati, Felice Brusasorci, Jacopo Palma il Giovane, Martino Teofilo Polacco, Francesco Frigimelica, Fra Semplice da Verona, Donato Mascagni e Pietro Ricchi. Accanto agli artisti forestieri, che supplivano all’assenza di una vera e propria scuola pittorica locale, sono presentati dipinti di personalità più modeste sotto il profilo stilistico, ma non per questo meno interessanti nella capacità di elaborare immagini efficaci dal punto di vista iconografico e indurre sentimenti di pietà e devozione nei fedeli. La visita alla mostra permetterà inoltre di conoscere le microstorie legate al variegato mondo della committenza, sia essa di rango altolocato, sia scaturita da personalità di provincia, confraternite, prelati. Nel contesto dell’esposizione sarà valorizzato anche il patrimonio artistico dislocato sul territorio: specifici percorsi legati ai temi della mostra porteranno alla scoperta di emergenze monumentali e cicli figurativi di particolare interesse, tra gli altri le cappelle di San Ruperto a Villa Lagarina, dell’Annunziata a Sacco, del Rosario di Cavalese e i santuari dell’Inviolata a Riva del Garda e della Madonna Lauretana a Castel Madruzzo e Villazzano. Infine, la mostra si pone come capofila di un progetto lanciato a livello nazionale da AMEI, Associazione Musei Ecclesiastici Italiani, che invita gli enti associati a svolgere analoghe indagini sui propri territori attraverso la banca dati dell’Inventario diocesano elaborando proposte espositive o approfondimenti tematici. Orari fino al 31 maggio: lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato: 9.30-12.30 / 14.00-17.30; domenica: 10.00-13.00 / 14.00-18.00. Dall’1 giugno al 29 settembre: lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì: 9.30-12.30/14.30-18.00; sabato e domenica: 10.00-13.00 / 14.00-18.00. Giorni di chiusura: ogni martedì, 26 giugno, 15 agosto. Biglietti: 5 euro intero, 3 euro ridotto.

Campigli nella Villa dei Capolavori

Donne, infinite donne, elegantissime, ingioiellate, eppure prigioniere; il mistero che si cela nell’arte di Massimo Campigli viene indagato in oltre ottanta opere, concesse da celebri musei e raccolte private, a documentare l’intero percorso dell’artista, dagli anni venti agli anni sessanta, quando le sue iconografie tipiche, figure femminili racchiuse in sagome arcaiche di grande suggestione simbolica, divengono esplicite meditazioni sull’archetipo femminile, sempre in equilibrio fra ingenuità e cultura, con una stilizzazione geometrica che rende personalissima la sua maniera.

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In concomitanza con la pubblicazione del Catalogo generale dell’artista (realizzato dagli Archives Campigli) la mostra “Campigli. Il Novecento antico”, a cura di Stefano Roffi, presso la Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani Rocca a Mamiano di Traversetolo (Parma), fino al 29 giugno 2014, richiama così l’attenzione su uno dei pittori più significativi del Novecento italiano, presente nei maggiori musei del mondo ma pressoché assente dalla grande scena espositiva dopo la memorabile mostra che la Germania gli dedicò nel 2003. Cinque le sezioni, oltre ai grandi mosaici allestiti nel giardino: la stupenda ritrattistica, con le effigi di personalità del mondo della cultura, ma anche amici, signore belle e famose; la città delle donne, che accosta opere che rivelano l’ossessione per un mondo che pare tutto al femminile; le figure in sé prive di identità ma caratterizzate da scene di gioco, spettacolo, lavoro, che l’artista osserva memore del proprio passato di reporter a Parigi; i dialoghi muti, coppie vicine spazialmente ma incapaci di comunicare, prigioniere del proprio mistero; gli idoli, presentati nell’evoluzione dalle figure idolatriche tratte da Carrà negli anni venti a quelle di ispirazione primitiva che compaiono a partire dagli anni cinquanta. Di particolare interesse l’accostamento, per la prima volta in un’esposizione, delle quattro enormi tele che Campigli teneva nel proprio atelier. L’esposizione si avvale del sostegno di Fondazione Cariparma e di Cariparma Crédit Agricole. Il catalogo Silvana editoriale presenta interventi di Luca Massimo Barbero, Nicola Campigli, Mauro Carrera, Nicoletta Pallini, Paolo Piccione, Stefano Roffi, Rita Rozzi, Sileno Salvagnini, Eva e Marcus Weiss. Tedesco di nascita, italiano di formazione, parigino per cultura, egizio, etrusco, romano, mediterraneo per elezione, Campigli (Berlino, 1895 – Saint-Tropez, 1971) fu un personaggio colto ed europeo (parlava cinque lingue), inusuale nel nostro panorama artistico. Uomo solitario, nella sua pittura si intrecciano geometrie e magie, memorie e simboli (lesse Freud e Jung in lingua originale); fu anche scrittore raffinato e riservato. Per conoscere l’artista e la sua ossessione dell’immagine femminile bisogna entrare nella sua vita familiare. Il mistero è infatti protagonista nella vita di Campigli: solo in tempi relativamente recenti si è scoperto che era nato a Berlino e che il suo vero nome era Max Ihlenfeld. La madre, tedesca di appena diciotto anni, non era sposata; per evitare lo scandalo, il bambino viene portato in Italia, nella campagna fiorentina. La madre, che gli aveva dato il cognome, lo raggiunge saltuariamente; nel 1899 sposa un commerciante inglese e può prendere il bambino con sé, fingendo (per salvare le apparenze) di essere sua zia. A quattordici anni, Max scoprirà casualmente la verità. Questa vicenda familiare può spiegare, almeno da un punto di vista psicologico, il mondo espressivo dell’artista: il suo universo di donne quasi inconoscibili, immobili e insieme sfuggenti e distanti, è in definitiva una lunga meditazione sull’enigma femminino, sull’icona della Dea-Madre. Non uscirà più dalla dimensione infantile e permetterà alla sua immaginazione di prendere il sopravvento sulla realtà per rendergliela accettabile. Scrive infatti: “Non mi sono mai rifugiato nel sogno, nell’infantilismo, ci sono semplicemente rimasto, non ne sono mai uscito”. La sua formazione avviene tra Firenze e Milano, in quegli anni città artisticamente vivace, in pieno Futurismo. Sono di questo periodo opere dal marcato senso ritmico, una composizione a tessere di mosaico che riaffiorerà sempre nell’opera dell’artista. Nel 1914 egli inizia a lavorare presso il Corriere della Sera e, dopo la sofferta parentesi della guerra, italianizzato il cognome in “Campigli”, ne diviene corrispondente da Parigi; nel 1919 la città è il cuore del Ritorno all’ordine, di quel rinnovato dialogo con la classicità che percorre l’Europa, e che molto influenza l’artista. Il 1928 è un anno cruciale per Campigli. A Roma visita il museo di Villa Giulia, restando affascinato dall’arte etrusca, e le Terme di Diocleziano, dove viene colpito dalla ritrattistica romana del basso impero. Dopo questo vero colpo di fulmine per l’antico, approccia le prime figure femminili dai grandi occhi senza sguardo inserite in raffinate trame architettoniche. La sua pittura mostra ora un mondo perfetto che affascina con i suoi colori fantasmatici, gli elementi geometrici di donne dal corpo a clessidra, statue dal busto stretto (come era lo stereotipo-donna della sua infanzia), fermate in un’espressione incantata, con grande attenzione per l’abbigliamento, la moda. Donne prive di realismo, a parte la bellissima ritrattistica femminile ma anche maschile, in una dimensione mitica e idealizzante, un “non luogo” dell’astrazione antropomorfica e sentimentale: si guardano i quadri e si entra nell’ “altrove”, nelle visioni interiori dell’artista, in stretto confine onirico. Alle reminiscenze etrusche si mescolano quelle egizie del Fayum, poi copte, romane; è tutta la millenaria arte mediterranea che lo ispira. Campigli, insomma, in sintonia col concetto di tempo assoluto espresso dal Ritorno all’ordine (“Tutte le età sono contemporanee” scrive Pound in questi anni) attinge a un passato complesso e stratificato. Sono peraltro gli anni in cui l’appello alle radici della civiltà antica, al “mito della romanità”, assume in Italia (dove l’artista torna a stabilirsi nel 1931, in pieno fascismo) anche un significato di celebrazione nazionalista. Quello che in realtà Campigli persegue è soprattutto sospendere il presente e raggiungere, attraverso l’emergere dell’antico, una dimensione di eternità dipinta. Negli anni trenta conquista fama internazionale ed espone a Milano, Parigi, Amsterdam, New York, poi alle Biennali veneziane. Oltre a importanti committenze pubbliche e private, ad acquisizioni museali, vanno ricordati i quattro magnifici affreschi che realizzò fra il 1933 ed il 1940 per il Palazzo della Triennale di Milano, il Palazzo delle Nazioni di Ginevra, il Palazzo di Giustizia di Milano e quello monumentale all’Università di Padova, oltre ai grandiosi cicli per i transatlantici. Dai primi anni cinquanta si avverte una crescente stilizzazione, alla ricerca dell’archetipo, del primitivo: ai suoi interrogativi la cultura occidentale contemporanea, per lui improntata a una ricerca minimalista prossima al nulla, non offriva risposta; è così che annulla la prospettiva nello spazio come nel tempo e ne racchiude l’essenza in uno schema in cui i corpi dei suoi nuovi “idoli” galleggiano irrigiditi in una infinita varietà di atteggiamenti, tornando a esprimere l’enigma della sua infanzia, di quelle donne dall’identità sfuggente, una volta per sempre. “Nelle mie fantasticherie, le mie innamorate erano sempre prigioniere” (M. Campigli, da “Scrupoli”, 1955). CAMPIGLI. Il Novecento antico. Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma). Fino al 29 giugno 2014. Aperto anche tutti i festivi. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18). Lunedì chiuso. Ingresso: € 9,00 valido anche per le raccolte permanenti – € 5,00 per le scuole.

Stefania Bertelli

Un secolo di grande fotografia a Reggio Emilia

L’esposizione promossa e organizzata dal Museo d’arte moderna di Salisburgo e dalla Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia, e curata da Margit Zuckriegl e Walter Guadagnini, è composta da 150 sceltissime fotografie della prestigiosa collezione “Fotografis” di Bank Austria – Gruppo UniCredit e viene presentata in anteprima nazionale a Palazzo Magnani a Reggio Emilia dal 2 maggio al 13 luglio 2014. “Fotografis” è una raccolta eccezionale per numero e qualità di opere, costituita da oltre 600 fotografie acquisite in una decina d’anni dal 1975 al 1985 e da allora mai smembrata, rimasta integra nella forma che era stata prevista dai suoi iniziatori. Dal 2009 la raccolta è depositata in comodato gratuito al Museo d’arte moderna di Salisburgo, dove è conservata e valorizzata, e dove nell’ottobre di quest’anno si è tenuta una grande mostra, accompagnata da un ricco catalogo illustrato. La mostra “Un secolo di grande fotografia. I capolavori della Collezione Fotografis Bank Austria” di Palazzo Magnani presenta, in una sequenza inimitabile, l’evoluzione della fotografia dalle origini sino agli anni Settanta: si parte con gli iniziatori del mezzo come ad esempio Nadar, e con i primi grandi protagonisti, da Frances Frith a Eadweard Muybridge, da Bertall a Frederick Evans, fino a Julia Margaret Cameron. Le prime, splendide testimonianze fotografiche dei viaggi in Oriente, e insieme il desiderio di raccontare la realtà quotidiana, di realizzare ritratti somiglianti come mai prima, la competizione instaurata da subito con la pittura. Si prosegue poi con i protagonisti della stagione del pittorialismo, uno dei momenti cruciali e più affascinanti dell’evoluzione del linguaggio fotografico in chiave artistica: in questa sezione si segnalano tra gli altri i nomi di Heinrich Kühn, Edward Steichen, Alfred Stieglitz, Frantisek Drtikol, attraverso opere che sono autentici capolavori dell’arte fotografica dei primi decenni del XX secolo. Il punto di maggiore richiamo dell’esposizione è probabilmente quello appena successivo a questa stagione, ed è quello della cosiddetta fotografia modernista, o delle avanguardie. In questa sezione si trovano i nomi di Eugène Atget, Man Ray, Alexander Rodchenko, Herbert Bayer, Edward Weston, Paul Strand, André Kertész, August Sander, Walker Evans, gli autori che sono entrati non solo nella storia della fotografia, ma nell’immaginario collettivo del secolo. I rayographs di Man Ray, le distorsioni di Kertész, i ritratti di Sander sono altrettante icone del Novecento, hanno influenzato generazioni di fotografi, artisti, pubblicitari, e insieme hanno dato un’immagine indimenticabile di quegli anni e di quella realtà storica e sociale. Assieme ad essi, va anche segnalata la presenza di autori meno noti al grande pubblico ma di grandissima qualità, che permettono di avere una visione ampio del panorama fotografico tra anni Venti e Trenta del Novecento. Anche la fotografia di reportage e di stretto legame con gli avvenimenti del tempo è ben rappresentata nella mostra, con esempi di Henri Cartier-Bresson, Margaret Bourke White, Weegee, Lee Friedlander, Elliot Erwitt e molti altri a testimonianza di una volontà di raccogliere le diverse voci e le diverse anime della fotografia: con questo principio si arriva agli anni del dopoguerra e in particolare ai Sessanta e Settanta, nei quali emergono figure come quella di Otto Steinert, Mario Giacomelli, Diane Arbus, Arnulf Rainer, in una chiusura ideale sul confine tra fotografia di documentazione e fotografia concettuale, che segna la nascita di una nuova stagione. Un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di fotografia e per tutti coloro che intendono ripercorrere la storia della fotografia nella sue massime espressioni. Tutti gli autori in mostra: Nadar, Fenton, Muybridge, Carroll, Bertall, Frith, Frederick Evans, Steichen, Kuhn, Nahr, Cameron, D’ora, Coburn, Stieglitz, Rusizcka, Rossler, Taborski, Novak, Mucha, Drtikol, Weston, Atget, Bellocq, Fleischmann, Benda, Sander, Henle, Renger Patzsch, Becher, Rubelt, Mantz, Hoffmann, Lukas, Blossfeldt, Seidenstucker, Stieglitz, Hine, Strand, Walker Evans, Bourke White, Weston, Funke, Outerbridge, Loew, Schawinsky, Weston, Steinert, Struwe, Bruguiere, Bayer, Man Ray, Rodcenko, Hausmann, Kertesz, Tabard, Friedlander, Erwitt, Horst, Cartier-Bresson, Giacomelli, Weegee, Arbus, Krims, Willman, Muller Pohle, Wachter, Export, Rainer, Becher. La mostra è inserita nell’ambito di FOTOGRAFIA EUROPEA 2014.

Articolo di S. E.

Antonio Pappano per Amnesty International

Amnesty International Italia esprime la sua profonda riconoscenza per la decisione del Maestro Antonio Pappano, direttore dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma, di dedicare all’associazione il concerto “Prigionia e liberta’”, che si terra’ martedi’ 29 aprile a Roma, alle ore 19.30, presso la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica.Il programma del concerto prevede: Beethoven: Fidelio, “Gott! Welch Dunkel hier!”, scena dalla prigione.Dallapiccola: Il prigioniero, opera in un atto.Beethoven: Sinfonia n. 9, III e IV movimento “Inno alla Gioia”.“Siamo particolarmente riconoscenti al Maestro Antonio Pappano per aver voluto associare ad Amnesty International i temi della prigionia e della liberta’, del diritto di ogni essere umano a poter esprimere le sue opinioni senza timore di persecuzione. Questi temi sono al centro dell’azione di Amnesty International sin dal 1961, anno della sua fondazione. Da oltre mezzo secolo, attraverso le nostre campagne, ci battiamo per il rispetto della dignita’ delle persone e contro le ‘prigionie ingiuste’, avendo appreso molto bene che oltre a quelle fisiche, esistono altre prigioni che impediscono a uomini e donne di esprimere e manifestare la loro identita’, le loro origini, i loro orientamenti e i loro desideri” – ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.Il Maestro Pappano, invece, afferma: “Musica e diritti umani. Un connubio possibile, un risultato eccezionale. E’ dalla voglia di affiancare Amnesty International nelle sue azioni in difesa della liberta’ e della giustizia che nasce la volonta’ di dedicare questo concerto: un concerto rivolto a chi ogni giorno si impegna per difendere i diritti umani, a chi vede in Amnesty International la sola speranza per una vita migliore ma anche, e soprattutto, a chi decidera’ di starci vicino in questa importante impresa scegliendo di essere la voce di chi non ha voce, sostenendo Amnesty International.“In oltre 50 anni di attivita’ – continua il direttore – Amnesty International e’ stata una fonte autorevole per i governi e di speranza per gli oppressi e la difesa dei diritti umani puo’ passare anche attraverso la musica. Una musica che attraversa il dolore della prigionia per arrivare alla gioia quindi alla speranza e alla liberta’, per ricordare che tutti noi possiamo fare qualcosa per un mondo migliore. Sostenete Amnesty International”.unitevi a noi!Dopo il concerto, seguira’ un brindisi offerto da Amnesty International Italia grazie alla collaborazione dell’azienda Trimani, con la prestigiosa presenza del Maestro Antonio Pappano.Nel 2013 Antonio Pappano ha ricevuto il premio “Arte e diritti umani” che Amnesty International Italia assegna a coloro che con la loro arte contribuiscono a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle campagne in favore dei diritti umani.I biglietti per il concerto potranno essere acquistati online sul sito http://www.santacecilia.it/concerti_e_biglietti/

Amnesty International Italia

Jackson Pollock. La figura della furia

Per la prima volta Firenze rende omaggio a Jackson Pollock (1912 -1956), uno dei grandi protagonisti dell’arte mondiale del XX secolo, colui che ha scardinato le regole dell’arte figurativa occidentale dissolvendo gli ultimi baluardi della prospettiva rinascimentale, e lo fa accostando idealmente l’opera dell’artefice americano a quella di un altro titano dell’arte universale, Michelangelo Buonarroti (1475-1564) di cui proprio quest’anno si celebra il 450° anniversario della morte. La mostra, promossa dal Comune di Firenze con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e la collaborazione dell’Opificio delle pietre dure di Firenze, è ideata e curata da Sergio Risaliti e Francesca Campana Comparini.

Il luogo prescelto per esporre ben sedici opere di Pollock è Palazzo Vecchio simbolo, e a tutt’oggi sede, del potere politico di Firenze, in particolare della città comunale e rinascimentale che fece dell’arte un elemento di forza della propria civiltà e del proprio prestigio nel mondo. E proprio in Palazzo Vecchio si conserva nel Salone dei Cinquecento Il Genio della Vittoria, una delle opere più celebri del Buonarroti, emblema di quelle tensioni contrapposte che caratterizzano la scultura michelangiolesca e che per vie sotterranee tornano a proporsi con assoluta enfasi nelle rivoluzionarie pitture di Pollock.

Il titolo della mostra, infatti, La figura della furia, vuole essere un riferimento allo stesso Pollock, alla sua figura nell’atto di dipingere le tele girandogli intorno, pervaso da impeto passionale e da un furore dinamico come in un rituale sciamanico. Al tempo stesso quel titolo allude all’espressione “La furia della figura” citata nel ‘500 dal teorico e pittore Giovanni Paolo Lomazzo (1584) quando volle descrivere “la maggior grazia e leggiadria che possa avere una figura” pittorica o scultorea, che potesse essere realizzata dagli artisti del suo tempo”. Ed evidenziò che ciò che dava queste qualità è che la figura mostri di muoversi in un moto simile alla fiamma “… la quale è più atta al moto di tutte, perché ha il cono e la punta acuta con la quale par che voglia rompere l’aria ed ascender alla sua sfera”. Quel movimento spiraliforme, quella dinamica bellezza, fatta di parti non-finite e di forze contrapposte che Michelangelo conferiva alle sue figure con una lavorazione fisicamente travolgente e di cui il Genio della Vittoria è uno dei maggiori paradigmi. In questo senso è proprio la “furia” della figura creata da Michelangelo che si traspone in Pollock nell’atto di creare quel nuovo tessuto di segni che, se disgrega il mondo figurativo tradizionale, assegna una nuova immagine a quella intima potenza e a quella furia nella pittura.

Oltre ai sei cruciali disegni – eccezionalmente prestati dal Metropolitan Museum di New York e per la prima volta esposti in Italia – sono presenti alcuni dipinti e incisioni di Pollock concessi da musei internazionali e collezioni private: opere ancora giovanili degli anni Trenta, Panel with Four designs (1934 -1938, The Pollock Krasner Foundation, New York – per gentile concessione della Washburn Gallery, New York) e Square composition with horse (1937 – 1938, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma), dipinti degli anni Quaranta The water Bull (1946, Stedelijk Museum, Amsterdam) e Earth Worms (1946, Museum of Art di Tel Aviv) dove il suo stile più personale, nell’ambito dell’espressionismo astratto, si va definendo.

Prestigiosi poi gli altri prestiti dalla Pollock Krasner Foundation. Una serie di straordinarie opere grafiche: due del secondo lustro degli anni Quaranta, dove i tratti dello stile di Pollock iniziano a definirsi in modo più maturo nel realizzare figure e segni destrutturanti la stessa composizione che animano – andando talvolta a creare quasi serrate ragnatele di tratti – e dove riferimenti a Michelangelo, in particolare in una delle incisioni con grovigli di segni di figure, sembrano ricondurre a quello di corpi della Battaglia dei centauri del Buonarroti; altrettanto significative le altre due opere grafiche degli anni Cinquanta, in cui, a seguire i più celebri drip painting, torna a farsi urgente la necessità di confronto tra l’azione espressiva e la comunicazione figurativa di volti e anatomie, simili a maschere o sculture frammentate, non più coperte dal diluvio di segni e sgocciolature.

Infine, di notevole fascino, il dipinto Composition with Black Pouring di collezione Olnick-Spanu che Jackson Pollock teneva nel proprio studio con particolare affezione. Opera poi appartenuta a Hans Namut, il fotografo che con i suoi reportage del 1949 fece conoscere a tutti il modo di lavorare di Pollock.

L’idea di tale esposizione è nata studiando una serie di disegni dell’artista americano conservati al Metropolitan Museum di New York, già pubblicati nel 1997 da Katharine Baetjer in occasione di un’esposizione temporanea organizzata dal grande museo americano e dedicata a dei quaderni da lavoro di Pollock e alla sua relazione con gli ‘ antichi maestri’. In questi preziosi taccuini da disegno – Sketchbooks I, II – Pollock risulta fortemente impressionato dalle immagini della volta della Cappella Sistina e del Giudizio universale. Si riconoscono infatti almeno tre ignudi, oltre al profeta Giona, all’Adamo che riceve lo spirito della vita, ad alcune figure dal Giudizio. Pollock aveva avuto occasione di conoscere alcuni capolavori del Rinascimento italiano durante il suo apprendistato presso Thomas Hart Benton, uno dei grandi protagonisti della pittura americana della prima metà del ‘900. Benton era infatti un grande ammiratore di Michelangelo, come di Tintoretto ed El Greco, oltre che di Rubens, pittori che sottoponeva allo studio dei suoi allievi affinché apprendessero la resa delle forme del corpo umano, sottolineandone in particolare l’attenzione per i volumi, per il pieno e il vuoto, per la contrapposizione espressiva di forze interiori ed esteriori alla struttura fisica del corpo umano

Pollock andò però oltre l’esercizio della copia accademica di capolavori dell’arte rinascimentale e nella fattispecie di Michelangelo. I disegni in mostra manifestano, infatti, il coinvolgimento da lui riposto nello studio delle anatomie e delle muscolature, così da esprimere sentimenti di dolcezza e di grazia, ma anche di tensione e potenza, suggerite dalle rientranze e dalle sporgenze delle belle forme del corpo umano, misurandosi in questo senso proprio con la rappresentazione dinamica ed espressiva delle anatomie, del pieno e del vuoto, delle zone di rilassamento e di massima tensione dei muscoli e della carne. E’ qui che possiamo cogliere le basi delle composizioni astratte di Pollock, qui l’artista è alla ricerca di quel suo linguaggio che lo porterà oltre la tradizione figurativa europea. Tradizione che tuttavia rimase imprescindibile anche dopo il suo deliberato abbandono come ebbe a testimoniare Lee Krasner, artista e compagna di Pollock: “Molti quadri, tra i più astratti, cominciavano con un’iconografia più o meno riconoscibile – teste, parti del corpo, creature fantastiche. Una volta chiesi a Jackson perché non smettesse di dipingere i suoi quadri non appena una data immagine vi aveva preso forma. Mi rispose: Quello che voglio coprire sono le figure”.

Ed ecco manifestarsi nell’atto e nell’esito creativo il punto di similitudine fra i due grandi artisti a distanza di quattrocento anni. L’anelito alla creazione, l’impulso irrefrenabile dell’atto creativo che assume una valenza mistica nella ricerca mai paga della bellezza come assoluto e dell’infinito come limite e scopo dell’azione artistica. Come manifestazione di Dio per Michelangelo, per il quale la perfezione desiderata, vagheggiata, resta comunque meta irraggiungibile dovendosi confrontare con una dimensione soggettiva dell’ispirazione. Pollock, facendo il percorso contrario, ha comunque cercato di raggiungere il suo assoluto, la sua aspirata idea di armoniosa totalità, lasciando al proprio inconscio il compito esagerato di generare qualcosa di perfetto e d’infinito: Pollock, infatti, parte dalla percezione di un’immagine, ma arriva a disgregarla completamente, consegnandola così alle sue infinite possibilità di evoluzione, lettura e interpretazione.

In altre parole, Pollock introdusse un modo totalmente nuovo di dipingere, partendo dalla profonda comprensione della grande personalità artistica di Michelangelo e della sublime tragica dimensione della sua opera. Oltrepassando l’uso del quadro verticale posto sul cavalletto, egli stendeva la tela orizzontalmente sul pavimento per dipingerla su tutti i lati. Con questo procedimento Pollock arrivò a sviluppare la tecnica del dripping, in poche parole facendo sgocciolare il colore sulla superficie direttamente dai tubetti o dai contenitori e senza far uso del pennello. Tecnica definita action painting (pittura d’azione) -propria dell’espressionismo astratto – da Harold Rosemberg nel 1952 per descrivere l’urgenza dell’atto creativo del pittore coinvolto fisicamente e psicologicamente nell’azione del dipingere, talvolta con veemenza, con furore, come in una lotta, in un corpo a corpo con la tela, diventata nell’agone una vera e propria arena L’esito di questa ‘performance’ era rivolta al fatto che l’opera enfatizzasse l’atto generativo della pittura in assenza di un disegno o schematismo preliminare, perché arte e pittura forssero come originata in se stesse e per se stesse, senza mai perdere il controllo dei mezzi, quello della risoluzione durante il susseguirsi dell’action.

La mostra si compone di una seconda sezione nel Complesso di San Firenze e più precisamente nella Sala della musica che offre spazi interattivi, apparati multimediali e didattici, dove, attraverso allestimenti creativi, si propongono proiezioni e filmati sulla vita e l’arte dell’artista. Il progetto, oltre la mostra stessa, ha come obiettivo quello di contribuire ad esperire l’arte con strumenti nuovi ed attuali. Nel caso specifico vivere l’arte e comprendere le opere di Pollock attraverso immagini, suoni e filmati che suscitino una sollecitazione sensoriale capace di coinvolgere l’osservatore immergendolo nei drip painting, riproducendo l’ambiente in cui l’artista operava, tanto da percepire l’odore delle tinte, il senso di apertura illimitata (all over) delle sue azioni pittoriche. Le opere di Pollock possiedono infatti un’energia creativa capace di rapire e coinvolgere totalmente l’osservatore in un momento di profonda esperienza intellettuale e sensoriale.

Le grandi dimensioni delle tele assumono così il senso di rispecchiare il kosmo perfettamente ordinato, nella sua intrinseca forma caotica, capace di avvolgere colui che vi si trova di fronte: gli strumenti multimediali tenteranno di restituire e favorire questa immersione dell’uomo nell’universo infinito quale senso creativo originario dell’arte di Pollock. Oltrepassare una tela di Pollock, come vero e proprio ex-per-ire – etimologicamente un “passare attraverso” – è una delle tante esperienze sensoriali che la multimedialità di San Firenze vuole offrire al pubblico, in modo che l’immedesimazione dell’osservatore sia più fedele al vero.

La mostra è organizzata da Opera Laboratori Fiorentini – Gruppo Civita con la collaborazione di CARIPARMA Crédit Agricole come main sponsor e il sostegno di Prelios, FAI Service e Unipol. La sezione multimediale è realizzata da Art Media Studio di Firenze. Il catalogo è edito da Giunti Arte Mostre e Musei.

Jackson Pollock. La figura della furia

Firenze, Palazzo Vecchio e San Firenze

Fin al 27 luglio 2014

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

 

Baccio Bandinelli. Scultore e maestro (1493 – 1560)

Al Museo Nazionale del Bargello di Firenze si apre la prima mostra monografica dedicata allo scultore fiorentino Baccio Bandinelli, “una mostra ricolma di scoperte e di sorprese – come dovrebbe essere ogni mostra fondata su studi e ricerche – che riposiziona il cavalier Bandinelli nella costellazione dei massimi scultori della straordinaria Firenze del Cinquecento” (Cristina Acidini).

Bandinelli fu un “universale artefice”, secondo il giudizio del Vasari (che pure non gli fu amico): un giudizio che la mostra intende quasi provocatoriamente confermare – in questo anno di celebrazioni michelangiolesche – perrestituire infine al Bandinelli la sua posizione di spicco nel panorama della sculturaitaliana della Maniera e per ristabilire la verità su un artista ancora ammiratissimo nel Sei e Settecento, ma condannato all’ostracismodalla critica negli ultimi due secoli, fino ad oggi. La biografia del Bandinelli – dopo quelle di Michelangelo, del Vasari stesso e di Raffaello – è la più estesa fra le Vite vasariane: è uno scritto tormentato, considerando l’odio tra i due artisti, ma in cui Vasari è infine costretto ad ammettere la grandezza di Baccio, “terribile di lingua e d’ingegno”.

I suoi committenti principali furono dapprima i due papi di casa Medici – Leone X e Clemente VII – e poi il duca Cosimo I: nessun dubbio è possibile sul livello che allora si richiedeva ad un artista per ambire a simili incarichi, che videro Bandinelli primeggiare su tutti i concorrenti (spesso di gran nome) e assicurarsi, a Firenze e non solo, le imprese artistiche più impegnative e più rappresentative della prima metà del secolo, mantenendo un indiscusso credito e prestigio.

La parte iniziale e più rilevante della mostra, aperta fino al 13 luglio prossimo, è stata ambientata nella Sala di Michelangelo, perché tutte le opere lì esposte hanno a che fare con Bandinelli: quelle dei suoi maestri, come Michelangelo e il Rustici; quelle dei suoi coetanei, come Jacopo Sansovino, il Tribolo e soprattutto il Cellini, suo eterno nemico; quelle dei suoi allievi, come Vincenzo De Rossi e Bartolomeo Ammannati; infine, quelle del suo successore alla corte granducale, il Giambologna. Per comprendere finalmente l’arte di questo controverso scultore, ciascuna delle opere presenti in sala, in esposizione permanente, offre innumerevoli spunti di riflessione, attraverso il confronto diretto con l’antologia bandinelliana che vi è temporaneamente raccolta. Il Bacco, il Tondo Pitti e il Bruto di Michelangelo, che il visitatore incontrerà per primi, fanno da premessa non solo all’arte del Bandinelli ma alla sua vita, dominata dall’aspirazione a superare i vertici espressivi e la fama raggiunti dal Buonarroti, che proietterà su di lui la sua ombra fino alla fine. Così il culto di Michelangelo – allora come oggi – spiega la freddezza se non l’acrimonia della critica verso il ‘rivale’ Bandinelli, che solo ultimamente registra l’avvio di una riabilitazione.

Il percorso della mostra inizia con i suoi esordi d’enfant prodige nella bottega del padre Michelangelo di Viviano, orafo di prim’ordine e fiduciario di casa Medici, esercitandosi senza sosta a copiare gli antichi e i maestri del Quattrocento, anche in rilievo. Giovanissimo, conferma le sue doti straordinarie superando nel disegno coetanei di gran talento come il Rosso, il Pontormo, Jacopo Sansovino: un’ eccellenza che gli riconosceranno tutti gli ‘intendenti’ e che dovrà ammettere persino Vasari. La dimostrano d’altronde i tanti straordinari disegni esposti in mostra: quelli giovanili (ispirati a Donatello, a Michelangelo, a Leonardo) e i molti altri – della collezione degli Uffizi, ma quasi ignoti – nei soggetti e nelle tecniche più varie, spesso tradotti poi in incisione e copiati da pittori e ceramisti; oppure elaborati dall’artista in raffinati rilievi. E poiché, a Firenze, si considerava il disegno l’origine e il fondamento dell’arte, non stupisce che assai presto l’ambizione di Baccio a diventare un artista “universale” sia cresciuta a dismisura. A parte la presenza saltuaria di Michelangelo, la Firenze della sua prima giovinezza è soprattutto una città di pittori: e con la pittura Bandinelli esordisce neppure ventenne. Prove deludenti, per un così celebrato “disegnatore”, per via soprattutto del colore, che manca alle sue corde: lo conferma la Leda (1512), unico suo dipinto superstite di questo tempo ed esposta al pubblico per la prima volta, grazie al prestito della Sorbona.

La scelta del giovane Bandinelli si orienta dunque definitivamente alla scultura, cui già Leonardo l’aveva incoraggiato anni prima. Che il suggerimento fosse giusto, lo dimostra il Mercurio del Louvre, dello stesso anno, entrato ben presto nelle collezioni del re di Francia. Ma Baccio vuole “far grande” ecosì è a Roma, ai capolavori dell’arte antica e soprattutto a Michelangelo che egli lancia la sua sfida ‘titanica’, che lo vedrà sempre sconfitto, criticato spesso fino al dileggio nonostante la protezione dei due papi Medici, Leone X e Clemente VII. Dopo l’exploit fiorentino con l’Orfeo in Palazzo Medici (1519), si susseguono le ‘imprese’ romane: i Giganti di Villa Madama, la copia del colossale Laocoonte antico (oggi agli Uffizi), le Tombe papali in Santa Maria Sopra Minerva, altri grandi progetti incompiuti; poi, finalmente, l’Ercole e Caco, da affiancare al David michelangiolesco sul fronte di Palazzo Vecchio: la commissione più ambita, che riesce a strappare al Buonarroti e che sarà oggetto di secolari derisioni e fonte di infinita amarezza per Bandinelli. Immagini in video, mostreranno al visitatore tutte le opere monumentali realizzate da Baccio nel corso della sua vita. Esse spiegano perché all’insediarsi di Cosimo I, egli sia stato scelto come scultore ufficiale della corte e come ritrattista del duca, insieme al Bronzino: in mostra, il raffinato busto marmoreo di Cosimo I è posto accanto al coevo ritratto del Bronzino (della Galleria Sabauda), a sottolineare l’affinità dei due artisti e l’ascendente di Baccio sul pittore; e ancora a diretto confronto, i due grandi busti bronzei che raffigurano Cosimo in armi: l’uno di Baccio, l’altro di Benvenuto Cellini. Alla metà del secolo, Bandinelli si aggiudica le più importanti commissioni fiorentine: gli arredi scultorei della Sala dell’Udienza in Palazzo Vecchio e del Coro della Cattedrale. Per quest’ultimo, il Bandinelli immaginò un insieme grandioso e rivoluzionario, anche dal punto di vista dottrinario: in mostra, accanto ai candidi marmi dell’Adamo e Eva, che – scandalosamente nudi – testimoniavano dietro all’altar maggiore la purezza primigenia dell’uomo, una serie di rilievi di Profeti dal recinto del coro dimostrano nella “varietà” delle pose tutto dell’ingegno di Baccio. Il percorso della sala si conclude con la ricostruzione (attraverso tutte le opere originali) della “stanza” di Palazzo Vecchio in cui il duca Cosimo volle riunite le più belle figure ‘moderne’ : e qui il Bacco di Bandinelli torna a confrontarsi col David-Apollo di Michelangelo, col Bacco di Jacopo Sansovino e col Ganimede del Cellini.

Dopo i disegni, i ‘modelli’ preparatori – come il San Girolamo tratto da una cera giovanile perduta (da Dresda) e la cera originale appena scoperta del Nettuno per la fontana di Piazza della Signoria (da Montpellier) – e i bronzetti (in esemplare unico e da sempre conservati nelle collezioni granducali), la mostra si conclude con la terza sala che raccoglie i Ritratti, gli Autoritratti e le “invenzioni” di Baccio Bandinelli primo fondatore, a Roma, di un’ “Accademia” per giovani artisti. Cultore del suo nobile aspetto, barbuto come un filosofo antico, Baccio si ritrasse più volte nel corso della vita: in bassorilievi marmorei (esposti tre degli esemplari più belli), ma anche in una vivissima testa in terracotta, “parlante” e imperiosa (da Oxford). Dominano nella sala, due dipinti che lo ritraggono, da giovane e da vecchio. Il primo è la replica più fedele e più antica di quello che gli fece Andrea del Sarto, quando lui aveva poco più di vent’anni e tentava inutilmente di carpire ad Andrea i segreti del colore; il secondo – prestito eccezionale dell’Isabella Stewart Gardner di Boston – è il grande Autoritratto a figura intera e in veste di cavaliere di San Jacopo, l’onorificenza concessagli nel 1530 dall’imperatore.

Vorremmo che dalla mostra uscisse appunto un “ritratto a figura intera” del Bandinelli artista, quanto più possibile oggettivo: eliminando tutte le ridipinture e le ombre troppo rimarcate, che la tradizione vi ha aggiunto per dar più luce ai suoi ‘nemici’, Michelangelo e Cellini.

La mostra, a cura di Detlef Heikamp e Beatrice Paolozzi Strozzi come il catalogo edito da Giunti, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo Nazionale del Bargello, Firenze Musei, gli Amici del Bargello e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Grazie all’Opera di Santa Croce, in occasione dell’esposizione, quindi fino al 13 luglio, verrà aperta gratuitamente per i visitatori della mostra la Cripta dei Caduti in cui si conserva la Pietà, già sull’altare della Cattedrale di Firenze e tra i capolavori di Baccio Bandinelli.

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

Paolo Gioli. “Abuses. Il corpo delle immagini”

Paolo Gioli (Sarzano-RV 1942) è uno degli artisti italiani più apprezzati della seconda metà del XX secolo; pittore, filmaker, fotografo, le sue opere sono conservate nelle collezioni di musei internazionali come il MoMA di New York, il Centre Georges Pompidou di Parigi e l’Art Institute of Chicago. Il suo lavoro è attualmente al centro di un particolare interesse scientifico e critico internazionale per le innovazioni linguistiche che l’autore ha introdotto nel campo della fotografia e del cinema. Nel 2015 la GNAM di Roma presenterà una grande antologica dedicata ai molteplici aspetti della sua ricerca.

La mostra “Paolo Gioli- Abuses. Il corpo delle immagini” a cura di Giuliano Sergio, che inaugurerà il 12 aprile a Villa Pignatelli, Napoli, presso la Casa della fotografia (Riviera di Chiaia, 200), vuole offrire una lettura inedita della sua opera fotografica, attraverso una selezione di oltre un centinaio di immagini che affrontano un tema centrale nella ricerca dell’artista veneto: l’indagine sul corpo e sulla natura morta.

L’esposizione illustra come la ricerca dell’autore sulle superfici fotografiche produca una carnalità dell’immagine fatta di innesti, suture e artifici. Per Gioli la fotografia non è documento ma emanazione del corpo, l’artista forza i limiti strutturali dell’immagine, le sue aberrazioni e gli effetti ottici, per utilizzarli come elementi drammatici. La tecnica del foro stenopeico –principio originario della camera oscura che rinuncia all’uso dell’ottica- il montaggio di fotografie e di pellicole trouvée, gli interventi di luce in sede di sviluppo, i trasferimenti della polaroid, gli inserti di stoffa e gli interventi con la pittura, costituiscono una narrazione visiva che trasforma il medium fotografico nell’icona che incarna la seduzione, il desiderio, la sofferenza del corpo.

Nelle sale di Villa Pignatelli il pubblico si accosterà alla ricerca dell’autore partendo da una serie di autoritratti che introducono una riflessione sul motivo del volto e della maschera, come opposizione tra identità e simulacro.

Il ciclo delle nature morte (1986-1997), presentate in dialogo con le “Autoanatomie” (1986-1987), sviluppano il tema dell’erotismo che sarà ripreso dalla più recente serie delle “Naturae”(2007-2010). Lo studio anatomico e di genere permette all’artista di misurarsi con la carnalità della superficie polaroid trasferita su carta, seta e pittura. I soggetti sono riferimenti di un corpo intimo che aderisce alla fotografia stessa.

Nei “Torsi” (1997-2007) Gioli affronta l’iconografia classica del corpo “martirizzato”, sublimato nel celebre autoritratto “Omaggio a Hyppolite Bayard” (1981), fino alle ultime ricerche delle “Vessazioni” (2009-2010) dove ritorna il tema della maschera. Simboli del passaggio inesorabile del tempo sono, infine, i due cicli che chiudono la mostra: gli “Sconosciuti” (1994) e i “Luminescenti” (2006-2010), che riprendono rispettivamente foto di identità degli anni Cinquanta e resti di antiche sculture greco –romane, frammenti visivi dove quel che resta del corpo è la corruzione della materia.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo a cura di Giuliano Sergio edito da Peliti Associati.

La mostra è promossa e organizzata dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Napoli e della Reggia di Caserta con Incontri Internazionali d’Arte. Resterà aperta fino al primo di giugno.

Simona Golia

 

Sergio Staino. Satira e sogni

Staino

Da oggi, 6 aprile, al 3 novembre, apre al pubblico, nelle sale del Santa Maria della Scala in Siena, la prima rassegna “antologica” di Sergio Staino.

Nell’esposizione, dall’emblematico titolo “Satira e Sogni”, che evoca le due attitudini principali che hanno da sempre caratterizzato il lavoro dell’artista, si potranno ammirare gli acquarelli e le più recenti opere digitali che hanno reso Sergio Staino uno tra i maggiori protagonisti della satira in Italia. Sono esposte in mostra oltre trecento opere, dalle prime strisce di Bobo per Linus, che risalgono ai primi anni Settanta, fino alle più recenti creazioni in digitale.

“Sembra quasi un destino, e se lo è, è un bel destino, che uno nato in provincia di Siena e per la precisione a Piancastagnaio sull’ Amiata, arrivi in età avanzata a vedersi consacrato in una bella mostra nel proprio capoluogo. Già questo mi rende particolarmente felice ed emozionato, spingendomi nella ricerca di un percorso e di un senso a questa mostra, che vada al di là di una normale rassegna antologica e retrospettiva – dichiara Sergio Staino- La realtà è che vorrei tanto che l’aspetto più importante di questa esposizione non fosse il retrospettivo ma alcuni piccoli germi di futuro, germi di futuro messi a disposizione dalle attuali tecnologie”.

Intorno all’anno 2000 l’artista ha infatti dovuto abbandonare per motivi di eccessivo degrado della vista il disegno tradizionale fatto a punta di matita o di penna a china, per spostarsi obbligatoriamente sul digitale. “Mi sembrava un ripiego e in questo senso anche un passaggio triste – commenta oggi Sergio Staino – In realtà ho scoperto una parte di mondo meravigliosa: le mille occasioni di raccordo, di confronto e di cambiamento che il touch screen mi offriva.”

La parte più ampia della mostra è quindi dedicata a questo territorio ancora così largamente inesplorato e che solo recentemente alcuni artisti, primo fra tutti David Hockney, hanno cominciato a precorrere.

“Ho spostato il mio segno nel virtuale, utilizzando una penna elettronica e scannerizzando di tutto, e nel virtuale l’ho fatto incontrare con i segni e i colori di artisti di ogni luogo e ogni epoca, oppure ho sposato il digitale con i miei acquerelli informi, confusi, creati più col cuore che con l’occhio, e ne è venuta fuori questa materia che adesso metto in mostra.

Non essendoci originali concreti nel momento della stampa si può giocare come vogliamo, si possono ingrandire su grandi dimensioni e farli vivere in questi stupendi spazi dell’antico ospedale senese”.

La mostra dunque segue questo passaggio: dai primi disegni nati su Linus nel ’79 agli appassionati interventi su l’Unità, e poi il cinema e quello che ha significato nell’evoluzione del suo disegno, fino alle ultime opere disegnate a mano e acquerellate in grigio prima dell’addio definitivo e il passaggio al digitale. Mescolati tra loro temi politici, dispute familiari, disegni per bambini o di puro gioco, tutti segnati e contraddistinti, da un segno e da una fantasia che, al di là delle tante tecniche usate, rimangono completamente sue.

Nella mostra si entrerà attraverso un arco trionfale, sormontato da un Bobo-Rodin pensatore e subito ci si imbatterà in una sorta di Pantheon dei nostri giorni: grandi sagome dei personaggi che hanno animato gli ultimi trenta tormentati anni della nostra vita politica e istituzionale. Nelle prime sale troveranno spazio le memorabili storie degli anni di Linus (Capitan Kid, Moskava, Senza famiglia) e de l’Unità ( I funerali di Belinguer, Livorno 1921, A proposito di Arbasino ). Sono gli anni dei disegni a penna, dell’uso della china e dei pennarelli.

Nel 1989 Sergio Staino si misura con la regia e gira il film Cavalli si nasce. Oltre a rivedere quella pellicola ormai quasi dimenticata i visitatori potranno rivedere lo storyboard originale: cinque grandi quaderni nei quali l’artista anticipa con deliziosi acquarelli tutte le scene del film. Sono gli anni dei disegni a china e dei lavori con acquarello.

Con la “Storia di Montemaggio”, disegnata per le pagine de l’Unità e poi pubblicata in volume, inizia quel progressivo uso delle tecnologie di cui Sergio Staino è costretto a servirsi. In sequenza si potranno ammirare le molte sezioni fatte di opere così realizzate: Furti e omaggi, Acque toscane, Canzoni e fumetto, le Scenografie teatrali del Premio Tenco. Non mancherà, naturalmente, uno sguardo alla satira del “ giorno dopo giorno” con cinquanta tavole sulla produzione satirica più recente.

Questo lungo viaggio nell’opera di Sergio Staino sarà raccontato anche in un grande catalogo, edito da Effegi, che conterrà, oltre alla riproduzione di gran parte delle opere esposte, anche scritti di Maurizio Boldrini, Tomaso Montanari e Sabrina Benenati. Curatori della mostra sono Maurizio Boldrini e Claudio Caprara.

Presso il Bookshop del Complesso Museale Santa Maria della Scala sarà possibile oltre al catalogo della mostra consultare ed acquistare altre pubblicazioni relative ai lavori e disegni di Sergio Staino e verrà presentata la linea di merchandising ufficiale studiata e realizzata per la mostra senese.

La mostra, fortemente voluta dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Siena e organizzata da Opera Civita Group, sarà parte integrante dei sette percorsi museali del Santa Maria della Scala. Contemporaneamente alla mostra sarà infatti possibile percorrere i suggestivi ambienti monumentali dell’antico ospedale così da valorizzare i sette percorsi museali esistenti : I luoghi dell’accoglienza e della cura; Jacopo della Quercia (La Fonte Gaia); Museo Archeologico Nazionale; Le bandiere delle Contrade (dal museo Stibbert); Siena, Racconto della città (Dalle origini al medioevo); Il tesoro (Le reliquie e gli ori) e il Museo d’Arte per bambini.

SERGIO STAINO. Satira e Sogni. Disegni acquarelli opere digitali

Complesso Museale Santa Maria della Scala

Tutti i giorni dalle 10.30 alle 18.30

BIGLIETTO INTERO: € 10,00

BIGLIETTO RIDOTTO: € 8,00

Barbara Izzo e Arianna Diana

 

“Elliott Erwitt. Icons” a San Gimignano

 

 

Elliott Erwitt_Icons_da Barbara Izzo

Per iniziativa dell’Assessorato alla Cultura del Comune di San Gimignano, dal 6 aprile al 31 agosto 2014, sarà aperta al pubblico, presso la Galleria di Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada”, la mostra “Elliot Erwitt”, un progetto di Civita e SudEst57, curato da Biba Giacchetti e organizzato da Opera Laboratori Fiorentini.

La mostra ripercorre la carriera e i temi principali della poetica del grande fotografo e artista americano Elliott Erwitt (1928), attraverso 42 scatti da lui stesso selezionati come i più rappresentativi della sua produzione artistica. Sarà esposta inoltre una serie di 9 autoritratti, esclusivi di questa mostra,  che costituiscono un “evento nell’evento”.

Tra gli autoritratti esposti anche quelli a colori in cui l’artista veste i panni di André S. Solidor, alter ego inventato per ironizzare sul mondo dell’arte contemporanea e sui suoi stereotipi. Andrè S. Solidor (si noti l’acronimo irriverente) ed Elliott Erwitt saranno anche protagonisti del film “I Bark At Dogs” che sarà proiettato in mostra.

Grande autore Magnum, reclutato nel 1953 all’interno della celebre agenzia direttamente da Robert Capa, Elliott Erwitt ha firmato immagini diventate icone del Novecento. Tra queste, in mostra a San Gimignano alcune delle più celebri: il bacio dei due innamorati nello specchietto retrovisore di un’automobile, una splendida Grace Kelly al ballo del suo fidanzamento, un’affranta Jacqueline Kennedy al funerale del marito, i ritratti di Che Guevara e Marilyn Monroe, alcune foto appartenenti alla serie di incontri tra i cani e i loro padroni, iniziata nel 1946.

E ancora, gli scatti che Erwitt, reporter sempre in viaggio, ha raccolto per il mondo, a contatto con i grandi del Novecento ma anche con la gente comune. E i paesaggi, le metropoli. Gli scatti di denuncia, in cui al suo sguardo di grande narratore, si mescola sempre ironia e leggerezza, e la sua capacità di trovare i lati surreali e buffi anche nelle situazioni più drammatiche.

La mostra sarà corredata da una esclusiva pubblicazione curata da Erwitt stesso in collaborazione con Sudest57 e disegnata da Anders Weinar. Una collezione di stampe rilegate ed amovibili, ciascuna con testi inediti di backstage, scritti da Biba Giacchetti che collabora con Erwitt da circa

20 anni.

Elliott Erwitt è nato in Francia da una famiglia di emigrati russi, nel 1928. Passa i suoi primi anni in Italia. A 10 anni si trasferisce con la Famiglia in Francia e da qui negli Stati Uniti nel 1939, stabilendosi dapprima a New York, poi, dopo due anni, a Los Angeles.

Nei primi anni ‘50, Erwitt dopo aver soggiornato a Pittsburg, in Germania e in Francia, si stabilisce a New York, città che elegge sua base operativa. Dotato di flessibilità e spirito di adattamento, Erwitt ha viaggiato in tutto il mondo. Durante i suoi studi alla Hollywood High School, Erwitt lavora in un laboratorio di fotografia sviluppando stampe “firmate” per i fan delle star di Hollywood. Nel 1949 torna in Europa, viaggiando e immortalando realtà e volti in Italia e Francia. Questi anni segnano l’inizio della sua carriera di fotografo professionista. Chiamato dall’esercito americano nel 1951 continua a lavorare per varie pubblicazioni e, contemporaneamente, anche per l’esercito americano stesso, mentre soggiorna in New Jersey, Germania e Francia.

La grande opportunità gli viene offerta dall’incontro, durante le sue incursioni newyorchesi a caccia di lavoro, con personalità come Edward Steichen, Robert Capa e Roy Stryker che amano le sue fotografie al punto da diventare suoi mentori. Nel 1953 congedato dall’esercito, Elliott Erwitt viene invitato da Robert Capa, socio fondatore, ad unirsi a Magnum Photos in qualità di membro fino a diventarne presidente nel 1968.

Oggi Erwitt è riconosciuto come una dei più grandi fotografi di tutti i tempi. I libri di Erwitt, i saggi giornalistici, le illustrazioni e le sue campagne pubblicitarie sono apparse su pubblicazioni di tutto il mondo per oltre quarant’’anni. Pur continuando il suo lavoro di fotografo Elliot Erwitt negli anni ‘70 comincia a girare dei film. Tra i  suoi documentari si ricordano Beauty Knows No Pain (1971) Red White and Blue Glass (1973) premiato dall’American Film Institute e The Glass Makers of Herat (1997).

Negli anni ‘80 Elliott Erwitt produce 17 commedie satiriche per la televisione per la Home Box Office. Dagli anni ‘90 fino ad oggi continua a svolgere un’intensa vita professionale che tocca gli aspetti più disparati della fotografia.

Tra le sedi espositive più prestigiose dove Erwitt ha presentato i suoi lavori, si segnala The Museum of Modern Art a New York, The Chicago Art Institute, The Smithsonian Institution a Washington D.C., The Museum of Modern Art di Parigi (Palais de Tokyo), The Kunsthaus a Zurigo, il Museo Reina Sofia a Madrid, The Barbican a Londra, The Royal Photografic Society a Bath, The Museum of Art del New South Wales a Sydney.

Attualmente i libri pubblicati da Erwitt sono più di 45

Elliott Erwitt/ Icons

San Gimignano

Spezieria Santa Fina – Museo Archeologico – Galleria di Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada”. Dal 6 aprile al 31 agosto 2014, tutti i giornidalle 9.30 alle 19.00.

Ingresso:€ 7,50 Intero; € 6,50 ridotto: minori dai 6 ai 17 anni, ultrasessantacinquenni, gruppi di almeno 20 persone (fino a due accompagnatori con ingresso gratuito), gruppi di alunni di scuole pubbliche in visita didattica (fino a due accompagnatori con ingresso gratuito).

Ingresso gratuito: minori di 6 anni, residenti a San Gimignano, soggetti diversamente abili che necessitino di accompagnamento e relativi accompagnatori, guide turistiche, titolari tessere I.C.O.M.

Agevolazione Gruppi: Sconto del 50% sul check in autobus per i gruppi che avranno prenotato il biglietto d’ingresso alla mostra ed ai Musei Civici di San Gimignano.

Barbara Izzo e Arianna Diana

 

Misteriosa magica ragazza a Bologna

Nella magia diurna di Bologna intepidita da un sole primaverile un po’ inaspettato, anche se agognato durante i lunghi mesi di piogge che hanno contraddistinto l’inverno appena passato, passeggiando in direzione del centro il cui cuore è San Petronio, ci si imbatte in un corridoio che incanala la folla verso “La ragazza con l’orecchino di perla”, ormai frase celebre per indicare un mito. Un elegante modo per accogliere i sempre più numerosi visitatori accorsi in città per ammirare uno dei quadri più famosi al mondo, soprattutto perché diventato tale dopo periodi oscuri, sia per l’opera che per il pittore.

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Ora che giunge a Bologna, in una rara apparizione fuori dal museo che lo ospita all’Aia, il quadro diventa pretesto per visitare la bella città turrita, per scoprirne il fascino, gustarne la cucina e riempirsi gli occhi di una movenza che affascina: quella di una ragazzina, una serva sembra, che indossa solo la sua bellezza semplice e umile.

Una semplicità che sola può spiegare il mito che sta diventando questo piccolo quadro dalle grandi potenzialità. Una bellezza genuina, senza desiderio di mettersi in mostra; la capacità di un pittore di ritrarla quasi di sfuggita, come nell’atto di andarsene, di girarsi per un soffio mentre viene chiamata.

Esce così dal Mauritshuis, il famoso quadro, ed è il pretesto per farci conoscere la Golden Age che hanno vissuto gli olandesi nell’arte, con nomi di prim’ordine, primo fra tutti quello di Rembrandt.

Il museo olandese riaprirà la prossima estate e quale occasione migliore per prestare “La ragazza” che difficilmente lascia i Paesi Bassi? La direzione del museo, infatti, ha approfittato dei necessari restauri per cedere in prestito opere a mezzo mondo, anche se buona parte delle collezioni sono state trasferite alGemeentemuseum dell’Aia per evitare di deludere i molti visitatori che, da Amstedam, si appropinquano fino alla capitale per ammirarne i gioielli d’arte.

Le sedi individuate per il prestito de “La ragazza”, e della mostra omonima, sono state due in Giappone e tre negli Stati Uniti. Unica sede europea Bologna.

“Il rapporto con la Fondazione Carisbo e il suo presidente dott. Leone Sibani e Genus Bononiae-Musei nella Città e il suo presidente prof. Fabio Roversi Monaco, la partecipazione di Intesa San Paolo e quella fondamentale, in qualità di main sponsor, del Gruppo Segafredo Zanetti” afferma il curatore Marco Goldin, ha permesso di ammirare il capolavoro di Vermeer in Italia.

Ed eccoci alla nostra giornata bolognese. L’effetto principale è quello della folla di persone che attendono in fila di entrare nel Palazzo Fava, splendida sede scelta per ospitare la mostra comprendente “La ragazza con l’orecchino di perla” e che da esse prende il nome: è sorridente, in trepidante e paziente attesa. Con attenzione segue le guide o ascolta il nastro delle audio guide per non perdersi nulla dell’incanto e poi, quasi per una strana legge, quando arriva davanti al lavoro di Vermeer, quasi gli passa accanto senza dargli peso. Pieni gli occhi di quanto ammirato in precedenza.

La scelta è caduta sui lavori custoditi nel Mauritshuis e coevi dell’opera principale, per raccontare il XVII secolo olandese ricordato come Golden Age. Si inizia dall’apprendere la storia del museo stesso, per arrivare ai paesaggi, ai ritratti e a nomi noti e meno noti della pittura: Rembrandt, Hals, Ter Borch, Claesz, Van Goyen, Van Honthorst, Hobbema, Van Ruisdael, Steen.

Il Mauritshuis, situato nel cuore politico dell’Aia, era nel Seicento la dimora di Johan Maurits, conte di Nassau-Siegen, e soltanto nel 1822 divenne museo statale. La splendida veduta del palazzo dall’Hofvijver (Stagno della Corte) di Augustus Wijnantz, che apre la prima sezione della mostra, raffigura l’edificio riflesso nel piccolo lago rettangolare. Famoso sin dall’inizio per la sua straordinaria collezione di opere degli antichi maestri del Seicento e del Settecento, ospita tra i dipinti più famosi molti Rembrandt, alcuni dei quali esposti in mostra, come “Canto di lode di Simeone”. Si passa quindi a quadri di paesaggi, soprattutto di Delf, città natale di Vermeer e della quale si riconoscono i colori, cupi e sereni allo stesso tempo, di giornate spesso grigie eppure cariche di fascino. Non mancano boschi, casolari, foglie dipinte con una magica maestria.

Ecco il “Pae­saggio invernale” di Jacob van Ruisdael, o il suo “Veduta di Haarlem con campi di candeggio”, o ancora “Veduta del Reno vicino a Hochelten”, di Jan van Goyen, uno dei più importanti paesaggisti dei Paesi Bassi.

Si passa, quindi, ai ritratti. Come per l’Italia del Moretto, del Pitocchetto, anche l’Olanda ha avuto il momento della pittura di genere e dei ritratti di gente comune, non per forza appartenente a quella nobiltà, o aristocrazia, o alta borghesia che facilmente sovvenzionava o manteneva presso di sé gli artisti. Essi hanno da attingere ad ampie mani ad una lunga serie di persone che, in atteggiamenti più o meno usuali, più o meno in posa, ci danno la dimensione della quotidianità, di quelle piccole cose di più o meno buon gusto nelle quali ciascuno cercava di fare bella mostra di sé. Ed in Italia, come nei Paesi Bassi, impegnati del resto ad ampie navigazioni in tutti i continenti, sono proprio le persone comuni a catturare l’attenzione e il pennello artistico, in opere dal fascino inusuale e misterioso, fino alla giovane serva, appunto. Il realismo e la verità della vita normale cominciano a diventare di moda, dato che proprio gli artisti ne tratteggiano la profondità in sguardi, rughe, modi di fare, di sedersi, di giocare, di ostentare un piglio di posa che denota la dignità, al di là del censo.

Allo stesso tempo, c’è la volontà di onorare quella classe di borghesi che hanno portato al successo la Repubblica olandese, creandone la nuova ricchezza e che ora può permettersi un quadro, cioè di lasciare qualcosa di sé che possa sembrare incidere anche sul futuro, non soltanto sul presente.

Ritratto di uomo anziano di Rembrandt

 

In mostra, ecco “Ritratto di uomo anziano” di LHarmenszoon van Rijn Rembrandt, del 1667, oppure il suo “Ritratto di un uomo con cappello piumato”, dall’interessante virtuosismo tecnico. Interessante anche l’opera del giovane Go­vaert Flin­ck, al­lievo di Rembrandt, che si afferma co­me uno dei principali esponenti di Amsterdam nel campo della ritrattistica e della pittura storica.

Accanto a questa emergente pittura, che tanto deve a Van Dick, le opere che propongono scene di interni, con osterie, contadini, “Al vecchio che canta il giovane fa eco”, di Jan Steen, o donne che scrivono lettere, o uomini che fumano, donne che bevono, e cose così. Pitture intense, dal fascino unico, fino alla natura morta, in varie modalità interpretata.

Per concludere con l’attesissimo quadro di Vermeer, lasciato a campeggiare in una stanza, da solo. È una delle sale più eleganti e più austere, più avvolgenti e più solenni: il quadro è da solo, in ottima luce (a differenza di quelli delle altre sale che per luce si trovano a soffrire a volte parecchio), e dona tutta la sua luminosità. Il soffitto a cassettoni, che crea rimbalzo con le sale morbidamente affrescate e i soffitti colorati precedenti, lascia sospesi a cercare di individuare chi sta guardando quella bellissima ragazzina dei tempi andati. Forse risponde ad un richiamo del padrone, forse vuole andarsene da chi la osserva, ma tutto di quella piccola tela lascia senza fiato: il mistero, la delicatezza con la quale l’opera è stata dipinta, quel senso di passione per l’arte che diventa amore per un dipinto e, forse, per quel qualcosa che la ragazzina aveva e che non era di tutti. Le pennellate sono morbide e invisibili, il tocco è magico anch’esso, fortemente ispirato da una luce che la ragazza aveva dentro di sé.

Ragazza orecchino di perla

Entrato a far parte della collezione del Mauritshuis nel 1903 per legato testamentario, senza che se ne desse molto valore, il quadro, anche grazie al film e al romanzo, ha sempre più acquisito importanza e valore, facendo di Delf una cittadina famosa non soltanto per le sue altrettanto magiche porcellane, o per gli orafi. Johannes Vermeer lo dipinse nel 1665 circa, e non è difficile pensare che qualche donne ne fosse gelosa. Impossibile per tutte possedere quella naturalezza, quella genuinità e quel semplice fascino che non è dato da belletti e da vestiti sontuosi. E nemmeno da un orecchino che, tuttavia, diventa prezioso proprio perché indossato da lei, la sua inseparabile “ragazza”.

La mostra “Il mito della Golden Age. Da Vermeer a Rembrandt capolavori dal Mauritshuis”, resterà aperta a Bologna, Palazzo Fava, sino al 25 maggio prossimo, ad orari prolungati data la grande affluenza di pubblico. E non è da perdere.

Alessia Biasiolo