Andrea Mantegna. Rivivere l’antico, costruire il moderno. Dal 12 dicembre a Torino

Andrea Mantegna: “Una sibilla e un profeta”, 1495 ca, Cincinnati Art Museum Ohio (Bequest of Mary M. Emery/Bridgeman Images

Il 12 dicembre apre a Torino, nelle sale monumentali di Palazzo Madama, una grande esposizione che vede protagonista Andrea Mantegna (Isola di Carturo 1431 – Mantova 1506), uno dei più importanti artisti del Rinascimento italiano, in grado di coniugare nelle proprie opere la passione per l’antichità classica, ardite sperimentazioni prospettiche e uno straordinario realismo nella resa della figura umana. Intorno alle sue opere si articolano le testimonianze di una stagione artistica – il Rinascimento in pianura padana, prima a Padova e poi a Mantova – capace di rivivere l’antico e di costruire il moderno.

La rassegna presenta il percorso artistico del grande pittore, dai prodigiosi esordi giovanili al riconosciuto ruolo di artista di corte dei Gonzaga, articolato in sei sezioni che evidenziano momenti particolari della sua carriera e significativi aspetti dei suoi interessi e della sua personalità artistica, illustrando al tempo stesso alcuni temi meno indagati come il rapporto di Mantegna con l’architettura e con i letterati.

Andrea Mantegna: “Baccanale con Sileno”, 1470, Metropolitan Museum of Art, New York

Viene così proposta ai visitatori un’ampia lettura della figura dell’artista, che definì il suo originalissimo linguaggio formativo sulla base della profonda e diretta conoscenza delle opere padovane di Donatello, della familiarità con i lavori di Jacopo Bellini e dei suoi figli (in particolare del geniale Giovanni), delle novità fiorentine e fiamminghe, nonché dello studio della scultura antica.

Un’attenzione specifica è dedicata al suo ruolo di artista di corte a Mantova e alle modalità con cui egli definì la fitta rete di relazioni e amicizie con scrittori e studiosi, che lo resero un riconosciuto e importante interlocutore nel panorama culturale, capace di dare forma ai valori morali ed estetici degli umanisti.

Il percorso della mostra è preceduto e integrato, nella Corte Medievale di Palazzo Madama, da uno spettacolare apparato di proiezioni multimediali: ai visitatori viene proposta una esperienza immersiva nella vita, nei luoghi e nelle opere di Mantegna, così da rendere accessibili anche i capolavori che, per la loro natura o per il delicato stato di conservazione, non possono essere presenti in mostra, dalla Cappella Ovetari di Padova alla celeberrima Camera degli Sposi, dalla sua casa a Mantova al grande ciclo all’antica dei Trionfi di Cesare.

Andrea Mantegna: “Pala Trivulzio”, 1497, Castello Sforzesco, Milano

Il Piano Nobile di Palazzo Madama accoglie, quindi, l’esposizione delle opere, a partire dal grande affresco staccato proveniente dalla Cappella Ovetari, parzialmente sopravvissuto al drammatico bombardamento della seconda guerra mondiale ed esposto per la prima volta dopo un lungo e complesso restauro e dalla lunetta con Sant’Antonio e San Bernardino da Siena proveniente dal Museo Antoniano di Padova.

Il percorso espositivo non è solo monografico, ma presenta capolavori dei maggiori protagonisti del Rinascimento nell’Italia settentrionale che furono in rapporto col Mantegna, tra cui opere di Donatello, Antonello da Messina, Pisanello, Paolo Uccello, Giovanni Bellini, Cosmè Tura, Ercole de’ Roberti, Pier Jacopo Alari Bonacolsi detto l’Antico e infine il Correggio. Accanto a dipinti, disegni e stampe del Mantegna, saranno esposte opere fondamentali dei suoi contemporanei, così come sculture antiche e moderne, dettagli architettonici, bronzetti, medaglie, lettere autografe e preziosi volumi antichi a stampa e miniati.

Andrea Mantegna: “Madonna con Bambino e santi Gerolamo e Ludovico d1 Tolosa”, 1453-1454, Musée Jacquemart André, Paris

Per rendere chiaro e lineare questo tema complesso, un prestigioso comitato scientifico internazionale ha selezionato un corpus di oltre un centinaio di opere, riunito grazie a prestigiosi prestiti internazionali da alcune delle più grandi collezioni del mondo, tra cui il Victoria and Albert Museum di Londra, il Musée du Louvre e il Musée Jacquemart André di Parigi, il Metropolitan Museum di New York, il Cincinnati Art Museum, il Liechtenstein Museum di Vienna,  lo Staatliche Museum di Berlino, oltre a prestiti di numerose collezioni italiane, tra cui le Gallerie degli Uffizi, la Pinacoteca Civica del Castello Sforzesco, il Museo Poldi Pezzoli di Milano, l’Accademia Carrara di Bergamo, il Museo Antoniano e i Musei civici di Padova, la Fondazione Cini e le Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Museo di Capodimonte di Napoli, i Musei Civici di Pavia, la Galleria Sabauda e il Museo di Antichità di Torino, i Musei Civici, il Seminario Arcivescovile e la Basilica di Sant’Andrea a Mantova.

Il comitato scientifico della mostra è composto dai curatori Sandrina Bandera e Howard Burns, con Vincenzo Farinella come consultant curator per l’antico, insiemea Laura Aldovini, Lina Bolzoni, Molly Bourne, Caroline Campbell, Marco Collareta, Andrea Di Lorenzo, Caroline Elam, David Ekserdjian, Marzia Faietti, Claudia Kryza – Gersch, Mauro Mussolin, Alessandro Nova, Neville Rowley e Filippo Trevisani. La mostra, promossa dalla Fondazione Torino Musei e da Intesa Sanpaolo, è organizzata da Civita Mostre e Musei. Il catalogo, comprendente numerosi saggi introduttivi e di approfondimento oltre alle schede scientifiche di tutte le opere in mostra,è pubblicato da Marsilio Editori.

ANDREA MANTEGNA. Rivivere l’antico, costruire il moderno.

    Palazzo Madama, Corte Medievale e Piano Nobile, Torino, Piazza Castello

Dal 12 dicembre 2019 al 4 maggio 2020, tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00.

Chiusura martedì.

 

Ombretta Roverselli (anche per le immagini)

 

Modigliani and the Montparnasse Adventure

On 22 January 1920 Amedeo Modigliani was taken, unconscious, to the Hôpital de la Charité in Paris and died there two days later at the age of only 36, struck down by the then incurable disease of tubercular meningitis that he had miraculously managed to survive twenty years earlier. On that day, Paris and the world lost one of the greatest artists of all time, a man who, with his instantly recognisable style, had captured the likenesses of friends, lovers and collectors, and the “heroic” faces of Paris’s night prowlers.

In the Montparnasse and Montmartre neighbourhoods Modigliani forged friendships with Guillaume Apollinaire, Chaïm Soutine, Paul Guillaume, Blaise Cendrars, Andrè Derain and Maurice Utrillo and he was admired by all of them for his culture, his charm and his charisma. He enchanted them with his genius and his intransigent approach to art, with his good looks and his passionate Mediterranean temperament. But for all that he was a prisoner to alcohol and drugs, he worked himself to the bone and defied death on a daily basis, seeking refuge from his tragic fate in his art.

One of the great rivals of Modì, as he was known in Paris, was Pablo Picasso whom he both admired and loathed. Picasso, for his part, was fascinated by the young Italian artist and by his work, which reflected the full beauty of Renaissance art yet expressed in a thoroughly modern style.

Despite living life to the full, despite his countless lovers who included the poetesses Anna Akhmatova and Beatrice Hastings, despite his energy and his youth, Modigliani could not escape death, a tragedy that overwhelmed the whole of the Paris Avant-garde world. And to cap it all, his young lover Jeanne Hébuterne, herself a talented artist loved by all, chose to take her own life in order be with him in death despite the fact that she was expecting his second child. The upshot of all this was the birth of an instant myth that turned Modigliani into a creature of legend, a fleeting and faintly scandalous figure embodying a Bohemian world, who imbued his portraits and his nudes with a sense of his own outward vitality tempered with a hint of tedium and a deeply melancholic fatalism.

Modigliani and the Montparnasse Adventure. Masterpieces from the Netter and Alexandre Collections” (Museo della Città di Livorno, to 16 February 2020), an exhibition organised by the Comune di Livorno in collaboration with the Istituto Restellini in Paris and with the participation of the Fondazione Livorno, is curated by Marc Restellini in conjunction with Sergio Risaliti, offering visitors a unique opportunity to admire 14 paintings and 12 drawings by Modigliani only rarely shown in public.  

To mark the 100th anniversary of the artist’s death, the rooms of the Museo della Città will exceptionally be hosting the paintings and drawings that belonged to two of the most important collectors to have accompanied and supported the artist in life: Paul Alexandre first of all, who stood at the heart of a link between Paris and Livorno, who encouraged Modigliani on his arrival in Paris and who helped him both with his sculptural project The Caryatids and when he returned to Livorno in 1909 and in 1913. But also, indeed above all, Jonas Netter, an expert collector with an extraordinary eye who snapped up the young artist’s finest masterpieces. The works on display in the exhibition will include La Fillette en Bleu, a large portrait painted in 1918, depicting a girl aged between eight and ten whose pinafore is the same delicate blue as the wall behind her, in a setting imbued with sweetness and innocence; a portrait, painted in 1916, of Chaïm Soutine, his close friend during the toughest years in Paris, seated with his hands on his knees, hinting at the close bond between the two and at Soutine’s affection and respect for Modigliani; a portrait of Elvire au Col Blanc (Elvire à la Collerette) painted between 1918 and ’19 depicting the young Elvire, a Paris girl whom Modigliani with his hot Mediterranean blood met and admired for her dazzling beauty and portrayed at least four times, twice clothed and twice in the nude; and a portrait of La Jeune Fille Rousse (Jeanne Hébuterne) dated 1919, depicting the beautiful Jeanne Hébuterne in a three-quarter pose as she turns to face the observer with her deep blue eyes, her gaze so natural and elegant it is almost hypnotic. The drawings on display include several of his Caryatids, including the Cariatide (bleue) dated 1913 from the second cycle which, unlike the first (comprising studies for sculptures inspired by primitive art) is not a preparatory sketch at all but a work in its own right where the female figure is rounder and more voluptuous, with a more nuanced and colorful silhouette.

Complementing Modigliani‘s work, the exhibition will also be hosting about 100 other masterpieces representative of the grand École de Paris collected by Jonas Netter from 1915 onwards. They include paintings by Chaïm Soutine such as L’Escalier Rouge à Cagnes, La Folle, L’Homme au Chapeau and Autoportrait au Rideau painted between 1917 and 1920, which perfectly capture the artist’s style and his penchant for depicting reality in a timeless fashion as the expression of an inner tragedy. In his Self-Portrait, in particular, Soutine puts himself to the test by portraying himself like the great artists of the past whom he so admired, in an almost anonymous pose, his gaze unfrowning yet concerned, his hands out of the picture, his face with its irregular planes emerging from a green scarf; also works by Maurice Utrillo, for instance Place de l’Église à Montmagny, Rue Marcadet à Paris and Paysage de Corse, where all space is serene, calm and silent, and where we see no hint of the occasions on which he was hospitalised in the psychiatric ward after his drink problem drove him more than once to attempt to commit suicide; works by Suzanne Valadon, for example Trois Nus à la Campagne depicting naked women in the open air, a theme much loved by Renoir and Cézanne as well as by Andrè Derain who, in his Bagneuses, produced a painting which many consider to be one of the mainstays of modern art; or works such as St. Tropez and Portrait d’Homme (Jonas Netter) by Moïse Kisling, a Polish artist who also produced one of the most emblematic portraits of the collector Jonas Netter himself.

Livorno has been waiting for this exhibition for a whole century.

Ir was in this city that Amedeo trained as an artist by studying the Macchiaioli and it was here that he fell seriously ill for the first time, miraculously managing to recover before travelling to Paris, the nerve centre of the art scene (and of the art market) where he was to find an environment that allowed him to express his outstanding talent in full. Immersing himself in the artistic Avant-garde of the day in the Ville Lumière, Amedeo found there the energy he needed to become invincible as an artist, as a demiurge and as a repository of truth and knowledge on a par with the great masters of his own time. He almost succeeded in concealing his sickness, his addiction and his inexorable fate even from himself. His culture, his erudition, his talent, his charm and his charisma did the rest. Yet Modigliani was never to sever his ties with Livorno, returning to his native city several times in the course of his tragically short life.

According to the curator, Marc Restellini: “The exhibition is a return home. I am happy with the occasion and I thank and congratulate the City Council as a whole for the courage and rapidity of their decisions. There could have been no better decision than to bring the Modigliani exhibition to his native city on the 100th anniversary of his death. It was here in Livorno that Amedeo Modigliani first developed his creative talent and his Jewish spiritualism, and I hope that here in Livorno, history rather than simply the market can benefit from this marvellous opportunity to accord to him the place that is rightfully his in the history of Western art”.

Luca Salvetti, the Mayor of Livorno, also considers the exhibition to be a unique and unrepeatable occasion: “This is an event of exceptional value for Livorno. Amedeo Modigliani returns to his native city, the city where he was born and where he spent his formative years as an artist. He wished to do so in that far off year of 1920, the year when his life was snuffed out in such an untimely manner. He wished to return to live in Livorno with his Jeanne, as he told his painter friends, and many people in Paris were aware of his wish. But death had a different fate in store for him. 100 years after his death, we have succeeded with immense courage in bringing Dedo’s soul back to his native city. That soul is embodied in his works, his finest works that will be hosted in the rooms of the Museo della Città for four long months”.

And as Simone Lenzi, the Councillor for Cultural Affairs with the Comune di Livorno, put it: “This exhibition is of historic value for the city of Livorno. Nor does my use of that adjective sound excessive because that is how history works: it sets us deadlines at which we have to find the courage to show up. The 100th anniversary of Modigliani’s death is one such deadline; or rather, it is the deadline which, at long last, we can no longer afford to miss. So the significance of this exhibition lies in its marking an important celebration, but there is more to it than that. It serves to welcome back Amedeo Modigliani, or “Dedo” as he was known locally, to the city where he was born and where he grew up. At the same time, it serves to put paid to the age-old misunderstanding sparked by the fallout from cheap romanticism and phony legend that has distorted beyond recognition the deep bond between Livorno and its son who was fated to become the 20th century’s most extraordinary painter. We believe that the city that remained in the eyes and heart of Modigliani was made up of a specific light, of certain street views, of childhood friends and classmates, of a unique Sephardic Jewish spirituality and of vibrant family memories: in fact of so many things which, starting with this exhibition, we are going to have to recount as part and parcel of a single story that continues to reverberate in our own day. In the meantime, I feel it is worth recalling that in the very same years in which Modigliani was making his indelible mark on the history of painting, the poet Rainer Maria Rilke described infancy with astonishing accuracy as the time when “we were full to the brim with figures”, his way of telling us that those figures are the things that stay with us the longest, for the rest of our lives. So whether we continue to live in a provincial city – albeit a city of exceptionally cosmopolitan modernity from the very day it was founded – or we leave it to take the world by storm from an artist’s studio in Montparnasse, that panoply of images with which we were born and grew up is the fuel that shapes our gaze for ever. Today, that gaze that was forged in this city has come back home”.

The exhibition catalogue edited by Marc Restellini is published by Sillabe.

 

Salvatore La Spina

 

 

 

Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky a Verona

Briani, Goldin e Sboarina

A Verona, nei suggestivi spazi della Gran Guardia, è aperta l’esposizione “Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky. Capolavori dalla Fondazione Maeght”. La mostra, in programma fino al 5 aprile 2020, presenta al pubblico una vera e propria monografica dedicata ad Alberto Giacometti, con oltre una settantina di opere di sue esposte, assieme ai capolavori di artisti del calibro di Kandinsky, Braque, Chagall e Miró, con un’ulteriore ventina di dipinti famosi in tutto il mondo.

A Verona si ritrovano così raccolte oltre un centinaio di opere, tra sculture, dipinti e disegni, espressione del più alto Novecento internazionale. Per la prima volta insieme, i capolavori in bronzo e i disegni del più grande scultore del ventesimo secolo e i più bei dipinti realizzati nella Parigi a cavallo tra le due guerre.

La mostra, organizzata da Linea d’ombra con il Comune di Verona e la Fondazione Marguerite e Aimé Maeght, è curata da Marco Goldin. Main sponsor il Gruppo Baccini.

“Con questa mostra – ha sottolineato il sindaco Federico Sboarina – tornano nella nostra città i grandi eventi espositivi. Un appuntamento dallo straordinario valore artistico, che si aggiunge alle esposizioni dei nostri musei civici e all’ampio calendario di proposte per tutto il periodo natalizio. Iniziative ed eventi diversi che mirano a far crescere l’attrattiva della città in un periodo dell’anno che non è sempre stato di forte interesse per il turismo. Oggi, anche grazie all’ampia proposta offerta, siamo in grado di attrarre un sempre maggior flusso di visitatori qualificati e colti, vista l’alta qualità artistica esposta. Il nostro obiettivo è di garantire sempre un’offerta culturale di alto livello, sia per quanto riguarda l’arte che lo spettacolo. Rivolgo quindi un ringraziamento al suo curatore Goldin, che torna a Verona creando un allestimento davvero suggestivo ed interessante”.

Ha dichiarato l’assessore alla Cultura Francesca Briani: “alcuni dei più importanti capolavori di Giacometti saranno visibili al pubblico insieme alle opere di altri straordinari artisti del Novecento. Visibili oltre settanta opere dello scultore, quasi una monografia sull’artista che ha dedicato la sua vita alla realizzazione di capolavori straordinari. Siamo onorati di poter offrire ai nostri cittadini e ai numerosi turisti che verranno a Verona un’esposizione di così alto livello. Un ringraziamento al curatore Goldin che ha scelto la nostra città allestendo una mostra non facile, ma di forte impatto e di grande bellezza”.

“In esposizione non solo le opere dell’artista Giacometti – ha spiegato il curatore Goldin – ma una ricostruzione dell’ambiente parigino nel quale lui ha vissuto, da quando è arrivato nella capitale francese nel gennaio 1922 fino al momento in cui l’ha lasciata, per andare a morire in Svizzera, la sua terra natale. Quindi, al di là di oltre 70 opere di Giacometti, ci sono anche molti capolavori di Kandinsky, Mirò, Chagall, che sono stati amici di Giacometti e che, soprattutto, hanno gravitato attorno alla galleria Maeght, oggi Fondazione, che ha inviato a Verona tutte le opere esposte in questa mostra”.

“Abbiamo scelto di assumerci un impegno di grande rilevanza nei confronti dell’Amministrazione, di un’impresa e del pubblico – ha dichiarato la presidente del Gruppo Baccini Elisa Baccini –. Sono molto contenta di consegnare come sponsor questa mostra a questa città e di dare questo investimento di famiglia al nostro territorio e alla comunità”.

La mostra rievoca una delle più straordinarie avventure culturali in Europa dalla metà del secolo scorso in poi, quella di Aimé e Marguerite Maeght, che prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale fondano a Cannes una loro galleria. Nell’ottobre 1945 aprirà la galleria parigina, dove due anni dopo verrà presentata, con un successo senza precedenti, l’Esposizione internazionale del Surrealismo, in collaborazione con Duchamp e Breton. Nel 1964 poi viene inaugurata a Saint-Paul-de-Vence la Fondazione Maeght, con un insieme architettonico concepito per presentare l’arte moderna e contemporanea in tutte le sue forme. La Fondazione possiede oggi una delle più importanti collezioni in Europa di dipinti, disegni, sculture e opere grafiche del XX secolo, con nomi di grande importanza che sono stati legati alla famiglia Maeght per decenni, Giacometti in primis.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Isabella Ducrot Claire De Virieu. Personale a Roma

La MAC Maja Arte Contemporanea ha inaugurato giovedì 14 novembre scorso la doppia personale di Isabella Ducrot e Claire de Virieu a cui Patrizia Cavalli dedica una poesia inedita. Resterà aperta fino al 18 gennaio 2020.

In mostra un corpus di opere di recente produzione che sorge come un dialogo tradotto visivamente tramite il mezzo fotografico di Claire de Virieu e i pigmenti su carte di Isabella Ducrot.

Non si tratta di uno spazio intimo e di intesa bensì di un teatro che mette in scena due narrazioni visive apparentemente consonanti tra loro per il tema comune, i vasi e le nature morte, che invece sorprendono lo spettatore per la forza della loro dinamica dissonante, quasi un contrappunto dove i temi si rincorrono senza quiete.

I vasi della Ducrot hanno un che di irriverente rispetto allo sguardo: gli oggetti irrompono nello spazio che ha il sapore effimero di un luogo “fuori luogo” senza alcuna indicazione, se non talvolta un accenno ad un tovagliato a quadretti o delle onde marine, come se la loro ragione d’essere fosse definitivamente assoggettata alla loro stessa bellezza: “Il loro modo d’essere riguarda il loro apparire. Non sono natura ma tutto artificio. L’artista che rappresenta i vasi deve averli visti come vivi nel senso di belli a vedere, per questo li ha dipinti o fotografati.” (Isabella Ducrot). La tracotanza della loro solitaria bellezza in qualche caso si disfa arrendendosi a una inevitabile dispersione nello spazio di ciò che essi contengono, perché sono dei contenitori. Il loro contenuto, in una sorta di ribellione, evapora e sfugge alla forma, alla categoria della rotondità per disperdersi in un gioco di nuove forme. Le photogrammes di Claire de Virieu tengono a freno la bellezza assoluta dei loro vasi, liberano lo sguardo dalla superficie e dirigono l’occhio oltre la forma visibile. Sembrano infatti voler superare il limite dello spazio e del tempo, tra contenuto e contenitore, tra ciò che appare (il fenomeno) e ciò che è, risolvendo così in un gioco imprevedibile di luci e di ombre, di bianchi e di neri, l’eterna battaglia tra forma e sostanza, tra ciò che l’occhio vede e ciò che l’immaginazione prevede o desidera. I suoi vasi, che svelano un contenuto non arreso al disfacimento, quasi a resistere a quell’estremo passaggio dove la forma si arrende, possiedono tutta la forza e la risonanza di una imprevedibile vitalità: “Nella camera oscura, senza pellicola e senza macchina, l’atto del fotografo forma direttamente la materia: giochi d’ombra e di luce, libertà di accogliere e di modellare più o meno l’una, più o meno l’altra. È grazie alla loro perpetua lotta che sorge l’immagine. Le mani del fotografo agiscono sulle trasparenze luminose disposte sulla superficie sensibile, ma senza i contorni definiti l’immagine non può che rispondere come una eco al suo desiderio …” (Claire de Virieu).

Isabella Ducrot (Napoli, 1931) vive e lavora a Roma. Nei molteplici viaggi in Oriente sviluppa un particolare interesse per i prodotti tessili di questi paesi; da qui parte un percorso di ricerca artistica che prevede l’uso di materiale tessile per la realizzazione delle opere. Alla Biennale di Venezia del ’93 presenta un grande arazzo, oggi parte della Collezione del Museo di Gibellina. Del 2002 è una serie di arazzi di carta esposta all’Archivio di Stato a Milano. Nel 2005 realizza due mosaici per la stazione di Piazza Vanvitelli della metropolitana di Napoli. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma ospita due sue personali (2008 e 2014). Nel 2011 partecipa alla Biennale di Venezia, Padiglione Italia. Nel 2014 espone alla Galleryske di New Delhi e successivamente partecipa ad Art Basel dove torna nel 2019 con la Galerie Gisela Capitain che la espone nello stesso anno a Frieze (Londra) e alla FIAC (Parigi). Nel 2015 realizza l’installazione Effimero al Museo Archeologico di Napoli, a cura di Achille Bonito Oliva. Del 2019 sono le due personali presso la Galerie Gisela Capitain di Colonia e Capitain Petzel di Berlino. Realizza fondali per palcoscenico, per concerti e balletti (Filarmonica di Roma, Balletto del Sud di Lecce, Teatro Olimpico e Teatro Palladium di Roma). Quattro le sue pubblicazioni: La stoffa a quadri (2018, ed. Quodlibet), Fallaste Corazón (2012, ed. Il notes magico), Suonno (2012, ed. La Conchiglia), La matassa primordiale (2008, ed. Nottetempo).

 

Claire de Virieu (Parigi, 1948) vive e lavora tra Roma e Parigi.

I soggetti fotografici da lei più amati sono la natura e i paesaggi. Ha pubblicato diversi libri con Pierre Bergé, Marc Augé, Hubert de Givenchy, etc. Negli ultimi vent’anni questi lavori sono stati esposti in varie mostre.
Recentemente si è riavvicinata alla fotografia in bianco e nero, creando paesaggi immaginari di ispirazione giapponese e una serie di foto astratte. Nel 2017 e nel 2019 ha esposto queste ultime alla Galleria Pierre-Alain Challier a Parigi ed ha partecipato al Festival Kyotographie a Kyoto.

Un portfolio, intitolato NARA, con i suoi ultimi lavori, è stato realizzato dalle Éditions La Falaise.

Oggi Claire de Virieu è tornata nella sua camera oscura in Borgogna per creare photogrammes: un lavoro in contatto diretto con la materia fotografica, senza macchina e senza pellicola. Tutti i fiori e le foglie che utilizza e che animano i suoi fotogrammi vengono dal suo giardino che, oltre ad essere la sua seconda passione, è anche la sua più grande fonte di ispirazione.

 

Maja Arte Contemporanea, via di Monserrato 30 – 00186 Roma; martedì-venerdì ore 15,30-20; sabato ore 11-13 / 15-19,30; altri orari su appuntamento.

M.A.C. (anche per le immagini)

 

L’Annunciazione di Filippino Lippi a Palazzo Marino, Milano

L’Annunciazione di Filippino Lippi: l’angelo annunziante

È “L’Annunciazione” di Filippino Lippi il capolavoro protagonista della mostra di Natale in Sala Alessia Palazzo Marino con ingresso libero, dal 29 novembre 2019 al 12 gennaio 2020.

Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento natalizio con l’arte: le porte di Palazzo Marino si aprono dal 29 novembre 2019 al 12 gennaio 2020 per consentire ai milanesi e sempre più numerosi turisti di ammirare un grande capolavoro di Filippino Lippi, una Annunciazione che il maestro toscano ha dipinto in due grandi tondi: uno raffigurante “L’Angelo annunziante”, l’altro “L’Annunziata”.

“Quest’anno il tema del Natale viene celebrato con un’opera straordinaria, proveniente dalle collezioni civiche di San Gimignano, che ringraziamo per aver voluto condividere con la nostra città un capolavoro che le appartiene da oltre cinque secoli – dichiara l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno -. Ancora una volta, i Municipi partecipano alle celebrazioni natalizie proponendo un’iniziativa d’arte che segue lo stesso modello di Palazzo Marino, e cioè con l’esposizione, sempre gratuita, di altre due importanti opere provenienti dalle collezioni civiche milanesi e, in particolare, dal Castello Sforzesco”.

L’Annunciazione di Filippino Lippi: la Vergine annunziata

Proprietario dell’opera esposta a Palazzo Marino è da sempre il Comune di San Gimignano, che la commissionò nel 1482 proprio per ornare la sede del Municipio. Una committenza laica, dei Priori e dei Capitani di Parte Guelfa, di cui l’Archivio Storico Comunale conserva una completa documentazione.

Pur essendo ormai lontana la potenza che la città aveva espresso nel Trecento, San Gimignano restava un centro importante, frequentato da Benozzo Gozzoli e Pinturicchio, Benedetto da Maiano e Antonio del Pollaiolo, il Ghirlandaio e Pier Francesco Fiorentino. Proprio una tavola di quest’ultimo artista sarà restaurata nell’occasione, grazie alla collaborazione tra le due amministrazioni.

Conservati nella Pinacoteca Civica di San Gimignano, i due grandi tondi vennero realizzati tra il 1483 e il 1484, quando Filippino, allievo di Sandro Botticelli, aveva 26 anni ed era già impegnato in importanti committenze tra cui la Cappella Brancacci a Firenze.

Il soggetto dell’Annunciazione era molto importante per la città di San Gimignano, dove, come a Firenze, la celebrazione della Santissima Annunziata, il 25 marzo, rappresentava il primo giorno dell’anno secondo il calendario fiorentino.

La mostra è curata da Alessandro Cecchi, uno dei maggiori studiosi dell’arte toscana tra Quattro e Cinquecento, e sarà presentata nella Sala Alessi di Palazzo Marino con un allestimento dedicato, un ampio apparato didattico e la proiezione di un video.

Il tondo con l’Angelo Annunziante presenta l’Angelo inginocchiato su un pavimento in prospettiva centrale, mentre il tondo con l’Annunziata appare più arioso e luminoso grazie alla luce riflessa in diagonale. Le cornici in legno intagliato, dipinto, dorato e argentato furono realizzate sei anni più tardi probabilmente da Antonio da Colle, attivo a San Gimignano nella seconda metà del Quattrocento.

“Un onore poter inviare come ambasciatori della nostra città i tondi di Filippino Lippi commissionati dalla città di San Gimignano nel 1482 e conservati presso la nostra Pinacoteca. Con la città di Milano ci lega un rapporto di stima e la volontà di intensificare il dialogo e la collaborazione fra Enti del nostro paese Italia. Se guardiamo alla nostra storia troviamo ancora connessioni preziose con la città di Milano: l’architetto Piero Bottoni che negli anni 50 ha redatto il nostro piano regolatore di San Gimignano proteggendo e valorizzando il nostro centro storico con le sue torri. Non ultimo lo zafferano, la spezia che noi coltiviamo fin dal Medioevo, ancora oggi preziosa DOP di San Gimignano, e ingrediente rinomato della cucina milanese”, afferma Carolina Taddei, Assessore alla Cultura del Comune di San Gimignano.

Si conferma quindi anche quest’anno la volontà del Comune di Milano di valorizzare il patrimonio culturale diffuso nei centri di un “Italia minore” che è in realtà uno scrigno di tesori straordinari e mai abbastanza conosciuti. Un percorso che finora ha dato risalto a città come Fermo, Sansepolcro, Ancona e Perugia che conservano opere di grandi maestri come Rubens, Piero della Francesca, Tiziano e Perugino.

Patrocinata dal MIBACT – Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, promossa dal Comune di Milano e Intesa Sanpaolo (partner istituzionale), con il sostegno di Rinascente, la mostra è coordinata da Palazzo Reale e realizzata insieme alla Pinacoteca Civica di San Gimignano, con il supporto del Comune di San Gimignano, in collaborazione con le Gallerie d’Italia di Piazza Scala. L’organizzazione è affidata a Civita.

Si uniscono all’iniziativa natalizia di Palazzo Marino anche i Municipi 2, 3, 7 e 8 del Comune di Milano, con un doppio dono alla collettività, per la più ampia conoscenza del patrimonio culturale cittadino.

Dal 30 novembre al 12 gennaio sarà possibile infatti ammirare due importanti opere provenienti dalle collezioni civiche del Castello Sforzesco: “L’Adorazione dei pastori” di Paolo Caliari (bottega del Veronese), che potrà essere ammirata prima presso villa Scheibler (Municipio 8) dal 30 novembre al 20 dicembre, e poi presso l’Emeroteca di via Cimarosa (Municipio 7) dal 21 dicembre al 12 gennaio; e “L’Annunciazione” di Carlo Francesco Nuvolone, che sarà allestita prima presso Cascina Turro (Municipio 2) e a seguire presso l’Auditorium Cerri (Municipio 3), con date in corso di definizione.

Le iniziative sono promosse da Comune di Milano, i Municipi 2, 3, 7 e 8, coordinata da Palazzo Reale, e realizzata insieme alla Pinacoteca Civica del Castello Sforzesco con l’organizzazione di Civita.

Orari di apertura al pubblico: tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 20.00 (ultimo ingresso alle ore 19.30). Giovedì dalle ore 9.30 alle ore 22.30

(ultimo ingresso alle ore 22.00). Chiusure anticipate: 7 dicembre chiusura ore 12.00 (ultimo ingresso alle ore 11.30), 24 e 31 dicembre 2019 chiusura ore 18.00 (ultimo ingresso alle ore 17.30). Festività: 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio aperti dalle ore 9.30 alle ore 20.00 (ultimo ingresso alle ore 19.30).

 

Ombretta Roverselli (anche per le immagini)

 

Eroi contro la mafia raccontati attraverso le tavole di una graphic novel

una tavola del fumetto di Nico Blunda e Giuseppe Lo Bocchiaro

“Vittime di mafia” è il tema della mostra di graphic novel visitabile alla Biblioteca Casa Niccolini (via Romiti 13, Ferrara), organizzata in occasione della Festa della Legalità a cura della casa editrice Becco Giallo. Protagonisti della mostra sono eroi del nostro tempo, che hanno sfidato e combattuto la mafia: Peppino Impastato, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Lea Garofalo, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo e Mauro Rostagno, disegnati dalle abili ed esperte mani di Marco Rizzo, Lelio Bonaccorso, Giacomo Bendotti, Nico Blunda, Giuseppe Lo Bocchiaro, Ilaria Ferramosca, Chiara Abastanotti e Gian Marco De Francisco. Lavori poi confluiti nelle collane a fumetti dell’editore Il Beccogiallo (Padova).

Il racconto di storie e di resistenza contro l’omertà fatto attraverso un linguaggio artistico e immediato delle tavole a fumetti si potrà vedere in esposizione fino a sabato 16 novembre. Visitabile, con ingresso libero, negli orari di apertura della Biblioteca: martedì, mercoledì e giovedì ore 14.30-18.30; mercoledì, venerdì e sabato ore 9-12.30.

 

Alessandro Zangara (anche per l’immagine)

Novembre a Bologna

Palazzo Fava apre le sue porte per far rivivere al grande pubblico l’emozione dell’arte dei Carracci. Al Piano Nobile di via Manzoni, Ludovico, Annibale e Agostino realizzarono nel 1584, per volontà del proprietario Filippo Fava, il primo ciclo pittorico della loro carriera decorato con le storie di Giasone e Medea nel salone, e con episodi tratti dall’Eneide nelle altre sale.

Il fregio raggiunse risultati di grande naturalismo anti-accademico rinnovando da quel momento il concetto di ciclo di affreschi.
Dal 22 novembre a Palazzo Fava (Palazzo delle Esposizioni, Via Manzoni 2) si potrà vedere da vicino il capolavoro bolognese dei Carracci.

Primo incontro sabato 30 novembre con una visita nelle sale del Piano Nobile, in cui ogni scena del ciclo sarà raccontata e analizzata per comprendere la grande innovazione attuata dai pittori bolognesi. Lo storico dell’arte Roberto Longhi definì il ciclo come “inferiore solo alla Cappella Sistina”.

Dopo la visita seguirà un piacevole aperitivo. Prenotazione obbligatoria chiamando lo 051 19936329, oppure scrivendo una e-mail a didattica@genusbononiae.it

Santa Maria della Vita (via Clavature 8/10) è una delle sedi della IV Biennale di Foto/Industria, promossa dalla Fondazione MAST. Qui è esposto il progetto fotografico Porto di Genova di Lisetta Carmi, considerata tra i fotografi più importanti del Novecento italiano. I lavori che compongono la mostra sono stati realizzati nel 1964, e denunciano le condizioni lavorative dei portuali genovesi. Fino al 24 novembre, ingresso gratuito.

Bologna s’industria. La rinascita economica dal secondo dopoguerra agli anni ’80 nelle immagini dell’archivio Fototecnica

Gli autori delle immagini della mostra Bologna s’industria furono quattro operatori, formati presso lo Studio Villani – Albuccio Arcani, Tiziano Calza, Sigfrido Pasquini e Pietro Roda – che fondarono la ditta Fototecnica Artigiana e che successivamente si trasformò in Fototecnica Bolognese. Il fondo, oggi conservato presso la Biblioteca di San Giorgio in Poggiale (via Nazario Sauro 20/2), rappresenta una fonte iconografica di grande rilevanza per la documentazione della vita economica di Bologna e delle aree limitrofe, dal secondo Dopoguerra agli anni Ottanta. L’esposizione intende offrire al pubblico una sintesi della varietà della produzione industriale di quegli anni.

Martedì 26 novembre 2019 alle ore 17.30, conferenza con Riccardo Vlahov, La fabbrica delle immagini.

Il 16 novembre alle ore 17.00, Bologna: Street of Food in collaborazione con Eataly Bologna, Bologna nei suoi vicoli e nelle sue strade, conserva ancora il ricordo di una cultura legata fortemente al cibo. Dopo un tour tra osterie e luoghi storici della città, si arriverà da Eataly dove verrà proposto un mini laboratorio su un’eccellenza della gastronomia emiliana e una degustazione.

Prenotazione obbligatoria chiamando lo 051 19936329 oppure scrivendo una mail a didattica@genusbononiae.it

In occasione della Giornata dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza Palazzo Pepoli (Museo della Storia di Bologna), domenica 24 novembre alle ore 10.30 vi aspetta a ingresso gratuito con Green World, una visita animata e un laboratorio per famiglie con bambini dai 6 ai 10 anni, per scoprire giocando insieme, tutti i segreti del nostro pianeta e capire come attraverso tanti nuovi suggerimenti possiamo aiutare il nostro ecosistema.
Per i bambini, un grande evento diffuso in molti musei per avvicinare tante famiglie al mondo della cultura e all’importanza della lettura insieme ai bambini. Genus Bononaie ha organizzato due imperdibili appuntamenti per domenica 17 novembre dedicati ai bambini:

alle ore 10.30 per bambini dai 3 ai 6 anni, Ogni storia ha il suo tempo: il tempo della narrazione e il tempo dell’ascolto . Un visita animata tra le sale di Palazzo Pepoli dove leggeremo e ascolteremo storie che narrano di civiltà del passato e del nostro presente. Sarà un’avventura interattiva e piena di stimoli, in cui l’ascolto, la narrazione e la partecipazione saranno i veri protagonisti;

alle ore 16.30 bambini dai 7 ai 12 anni, Ogni storia ha il suo tempo: il tempo della narrazione e il tempo scientifico. Il ticchettio delle lancette dell’orologio narra due storie: il nostro tempo e quello degli altri. Una visita tra storie e letture, alla scoperta dei diversi sistemi che l’uomo ha ideato per misurare lo scorrere del tempo. Un percorso avventuroso come un viaggio con la macchina del tempo, tra passato e futuro. 5€ attività + ingresso ridotto per il bambino e 1 accompagnatore.

Prenotazione obbligatoria chiamando lo 051 19936329 oppure scrivendo una mail a didattica@genusbononiae.it

 

Genus Bononiae

Modigliani e l’avventura di Montparnasse

Amedeo Modigliani, Fillette en bleu, 1918, olio su tela, 116 x 73 cm, collezione Jonas Netter

Il 22 gennaio 1920 Amedeo Modigliani è ricoverato, incosciente, all’ospedale della Carità di Parigi dove muore, due giorni dopo, all’età di 36 anni, colpito da meningite tubercolare, malattia incurabile al tempo, che era riuscito, miracolosamente, a sconfiggere vent’anni prima.  Il giorno della sua morte Parigi e il mondo intero perdono uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Con il suo stile inconfondibile era riuscito a rendere immortali i suoi amici, le sue compagne e amanti, i collezionisti e i volti ‘eroici’ dei figli della notte parigina.

Nei quartieri di Montparnasse e di Montmartre, Modigliani aveva stretto amicizia con Guillaume Apollinaire, Chaïm Soutine, Paul Guillaume, Blaise Cendrars, Andrè Derain e Maurice Utrillo ed era da tutti ammirato per sua cultura il suo fascino e il suo carisma. Egli incantava per il suo talento geniale e l’approccio intransigente all’arte, per la sua bellezza e per la sua passionalità mediterranea. La sua vita era però anche prigioniera dell’alcol e delle droghe, Modigliani non si risparmiava e sfidava ogni giorno la morte cercando nell’arte una via di fuga al suo tragico destino.

Grande rivale di Modì, così era conosciuto Amedeo a Parigi, era Pablo Picasso che il pittore di Livorno ammirava e odiava. Picasso era però affascinato dal giovane artista italiano, e dalle sue opere in cui si rispecchiava tutta la bellezza dell’arte rinascimentale espressa con un linguaggio assolutamente moderno.

Moïse Kisling, Portrait d’homme (Jonas Netter), 1920, olio su tela, 116 x 81 cm, collezione Jonas Netter

Nonostante la vita “sopra le righe”, le tanti amanti, tra le quali le poetesse Anna Akhmatova e Beatrice Hastings, la sua energia e giovinezza, Modigliani non può sfuggire alla morte. Una tragedia che provocò forte turbamento nell’intera avanguardia parigina. E se tutto ciò non bastasse, anche la sua giovane compagna, Jeanne Hébuterne, artista di talento che tutti adoravano, decide di accompagnarlo nella morte, nonostante aspettasse il secondo figlio da Amedeo. Con una conseguenza immediata: la nascita di una leggenda che trasformerà Modigliani in un personaggio leggendario, in una emanazione evanescente e scandalosa di un mondo bohémien, che nei suoi ritratti e nei suoi nudi riconoscerà il senso della propria estrema vitalità mista a tedio e profonda fatale malinconia.

L’esposizione “Modigliani e l’avventura di Montparnasse. Capolavori dalle collezioni Netter e Alexandre” organizzata da oggi, 7 novembre, al 16 febbraio 2020 al Museo della Città di Livorno, è organizzata dal Comune di Livorno insieme all’Istituto Restellini di Parigi con la partecipazione della Fondazione Livorno, curata da Marc Restellini con il coordinamento di Sergio Risaliti; offre al pubblico l’occasione di ammirare ben 14 dipinti e 12 disegni di Modigliani raramente esposti al pubblico.

Per celebrare il centenario della morte del pittore, saranno eccezionalmente riuniti nelle sale del Museo della Città, i dipinti e disegni appartenuti ai due collezionisti più importanti che lo hanno accompagnato e sostenuto nella sua vita. Paul Alexandre, primo fra tutti, che era al centro di un legame tra Livorno e Parigi, che lo ha sostenuto al suo arrivo a Parigi e che lo ha aiutato nel progetto scultoreo delle Cariatidi oltre che durante i suoi ritorni a Livorno nel 1909 e 1913. Ma anche e soprattutto Jonas Netter che ha riunito, come un esperto e geniale collezionista, i più bei capolavori del giovane livornese. Tra le opere in mostra sarà visibile il ritratto Fillette en Bleu del 1918, opera di grandi dimensioni che raffigura una bambina di circa 8-10 anni il cui vestitino e il muro retrostante sono dipinti di un delicato colore azzurro, in un ambiente ricolmo di dolcezza e innocenza; il ritratto di Chaïm Soutine del 1916, suo caro amico durante gli anni parigini più difficili, seduto con le mani appoggiate sulle ginocchia, dove si percepisce la grande sintonia tra i due e la stima che Soutine provava per  Modigliani; il ritratto Elvire au col blanc (Elvire à la collerette) dipinto tra il ’18 e il ’19 raffigurante la giovane Elvira, ritratta da Modigliani ben quattro volte, due da vestita e due nuda, conosciuta ed ammirata a Parigi per la sua folgorante bellezza e per il suo caldo temperamento italiano; il ritratto Jeune fille rousse (Jeanne Hébuterne) del 1919, che ritrae la bella Jeanne Hébuterne di tre quarti mentre si rivolge allo spettatore in un atteggiamento pieno di naturalezza ed eleganza e capace di catture l’attenzione con suoi profondi occhi azzurri. Dei disegni si possono ammirare alcune Cariaditi tra i quali la Cariatide (bleue) del 1913. Il disegno appartiene al secondo ciclo che, a differenza del primo – costituito da studi per sculture ispirate all’arte primitiva – non è uno schizzo preparatorio, ma un’opera a sé stante dove la figura femminile è più rotonda e voluttuosa con contorni più sfumati e colorati.

Maurice Utrillo, Rue Marcadet à Paris, 1911, olio su tela,54 x 81 cm, collezione Jonas Netter

Insieme alle opere di Modigliani saranno esposti, inoltre, un centinaio di altri capolavori, anch’essi collezionati da Jonas Netter a partire dal 1915, opere rappresentative della grande École de Paris. Tra queste si potranno ammirare i dipinti di Chaïm Soutine come L’Escalier rouge à Cagnes, La Folle, L’Homme au chapeau e Autoportrait au rideau, eseguite dal 1917 al 1920, che ben rappresentano la poetica dell’artista e la sua maniera di rappresentare la realtà in modo atemporale e come espressione di tragedia interiore. Nell’Autoritratto, in particolare, Soutine si mette alla prova nel ritrarsi come i grandi artisti del passato, che tanto ammirava, in una posa quasi anonima e con lo sguardo senza rughe ma preoccupato, con le mani fuori dal campo, la cui faccia, con i piani irregolari, emerge da una sciarpa verde; opere di Maurice Utrillo come Place de l’église à Montmagny, Rue Marcadet à Paris, Paysage de Corse, dipinti dove gli spazi sono sereni e dove tutto è calmo e silenzioso, dove nulla traspare dei suoi soggiorni negli ospedali psichiatrici per tentati suicidi legati alla dipendenza dall’alcol; opere di Suzanne Valadon come le Trois nus à la campagne, con donne nude in aperta campagna, tema molto caro a Renoir e a Cézanne oltre che ad Andrè Derain che con Le Grand Bagneuses ha realizzato un’opera considerata uno dei capisaldi dell’arte moderna e dipinti come St.tropez e Portrait d’homme (Jonas Netter) di Moïse Kisling, artista polacco che ci ha lasciato uno dei ritratti più emblematici del collezionista Jonas Netter.

Livorno attendeva da un secolo questa mostra.

Qui, Amedeo, si era formato artisticamente studiando i macchiaioli, qui si era ammalato per la prima volta gravemente ed era riuscito miracolosamente a guarire fino alla partenza per Parigi, centro nevralgico della scena e del mercato artistico, dove ebbe modo di esprimere il suo straordinario talento.  Nella Ville Lumière, immergendosi nell’avanguardia artistica di allora, Amedeo aveva trovato l’energia necessaria per essere invincibile, come artista, come demiurgo e come detentore di verità e di conoscenza, alla pari dei più grandi del suo tempo. Era quasi riuscito a nascondere a sé stesso la malattia, la dipendenza, l’inesorabile destino. La sua cultura, la sua erudizione, il suo talento, il suo fascino e il suo carisma fecero il resto. Ma a Livorno Modigliani restò sempre legato, tanto da tornarci più volte nel corso della sua breve vita.

Per il curatore, Marc Restellini: “La mostra è un ritorno a casa, sono felice di questa occasione e ringrazio e mi complimento con tutta l’Amministrazione per il coraggio e la rapidità delle scelte. Non poteva esserci decisione migliore di portare la mostra di Modigliani nella sua città nell’anniversario del centenario della morte. Qui a Livorno Amedeo Modigliani ha sviluppato la sua capacità creativa e lo spiritualismo ebraico e qui a Livorno mi auguro che la storia, e non solo il mercato, possano approfittare di questa meravigliosa opportunità per dargli la giusta posizione nella storia dell’arte occidentale”.

Anche per il Sindaco Luca Salvetti la mostra è un’occasione unica e irripetibile: “Un evento che per Livorno ha una valenza eccezionale. Amedeo Modigliani torna nella sua Livorno, dove è nato e si è formato artisticamente. Avrebbe voluto farlo in quel lontano 1920, in cui la vita lo ha lasciato, avrebbe voluto tornare a vivere a Livorno con la sua Jeanne. Lo aveva detto agli amici pittori, a Parigi in molti sapevano. Ma la sorte ha avuto altre mire per lui. A 100 anni dalla morte siamo riusciti, con grande coraggio, a far tornare l’anima di Dedo nella sua città. Anima rappresentata dalle sue opere, le più belle, che per quattro mesi troveranno dimora nelle sale del Museo della Città”.

Come afferma, inoltre, Simone Lenzi, Assessore alla cultura del Comune di Livorno: “Questa mostra ha per la città di Livorno un valore storico. L’aggettivo non sembri eccessivo, perché la storia funziona così: stabilisce degli appuntamenti a cui dobbiamo avere il coraggio di presentarci. Il Centenario della morte di Modigliani è uno di questi. O meglio, è l’appuntamento a cui, finalmente, non possiamo più mancare. Il valore di questa mostra è allora quello di una celebrazione importante, ma non solo. Serve a dare il bentornato a Amedeo Modigliani, o meglio, a “Dedo”, nella città in cui è nato e cresciuto. Ma serve anche a mettere fine a quel lungo fraintendimento, generato dai cascami di un romanticismo d’accatto e da leggende posticce, che ha distorto, fino a renderlo irriconoscibile, il profondo rapporto di filiazione fra Livorno e questo suo figlio che era destinato a diventare il pittore più straordinario del Novecento. Crediamo infatti che la città che era rimasta negli occhi e nel cuore di Modigliani fosse fatta di una luce precisa. Di alcuni scorci di strada, di amici di gioventù, di compagni di scuola. Di una specifica spiritualità ebraico-sefardita, di vividi ricordi familiari. Di tante cose che, a partire da questa mostra, andranno finalmente raccontate come parte di un’unica storia, per quanto ancora si riverbera nel presente. Intanto mi piace ricordare che, proprio negli anni in cui Modigliani lasciava un segno indelebile nella storia della pittura, il poeta Reiner Maria Rilke, con una impressionante precisione, descriveva l’infanzia come il tempo in cui “eravamo fino all’orlo colmi di figure”. A spiegarci, insomma, che quelle figure sono precisamente ciò in cui duriamo per tutta la vita. Sia dunque che si resti a vivere in una città di provincia, che ha però, sin nelle origini, una storia di straordinaria modernità cosmopolita, sia che si parta per stupire il mondo in uno studiolo d’artista a Montparnasse, quella pienezza di immagini in cui siamo nati e cresciuti è destinata a determinare per sempre il nostro sguardo.  E quello sguardo, che qui originava, qui oggi ritorna”.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo, curato da Marc Restellini, pubblicato da Sillabe.

 

Salvatore La Spina (anche per le immagini)

 

“Interminati spazi”: mostra fotografica sui paesaggi della Bassa

Una mostra fotografica dedicata ai paesaggi “defilati” della Bassa ferrarese quella intitolata “Interminati spazi di là da quella. Oltre le mura della città”. Trenta fotografie in bianco e nero realizzate da Enrico Baglioni che saranno esposte a Casa Ariosto (via Ariosto 67, Ferrara). La mostra, a cura di Paola Roncarati per il Garden Club Ferrara, rientra nel filone di recupero dei luoghi cari a Bacchelli e legati al suo romanzo “Il Mulino del Po”. Inaugurazione venerdì 8 novembre alle 16.30. L’esposizione rimarrà visitabile fino al 20 dicembre 2019 negli orari di apertura del museo, dal martedì alla domenica ore 10-12.30 e 16-18. Ingresso libero.
Per info: Casa Ariosto, tel. 0532 244949.

Oggi s’impone un altro modo di fare ‘paesaggio’ in pianura: la mostra è mossa da questa suggestione. L’estetica dello sguardo su un territorio fluviale e agricolo, fotografato in banco e nero dall’artista, è adattata a un nuovo rapporto tra mappa dei luoghi – cura e racconto – eutopia; che sembra essenziale in epoca di sconvolgimenti climatici e sociali. La mostra è in linea con il tema portante che nel 2019 ha perseguito il Garden Club: il recupero di luoghi cari a Bacchelli, riscoprendo le parole del romanzo Il mulino del Po e, con esse, l’antica civiltà fluviale, le radici che il mondo globalizzato rende ormai non riconoscibili, facendo rischiare la conseguente perdita di ‘nomi e cognomi’ (Giorgio Bassani). L’assegnazione del Premio Nazionale del Paesaggio 2019 (istituito dal MIBAC) al Consorzio Uomini di Massenzatica, ovvero ad un territorio agricolo ben condotto e tutelato, muove in direzione del recupero e della rigenerazione di ‘luoghi’; ‘luoghi’ non necessariamente d’eccellenza estetica.

L’esibizione nella mostra – curata da Paola Roncarati – di 30 fotografie in bianco e nero vuol essere un appello a superare la logica della com/prensione, intesa come ‘includere conquistando’ (presupposto di ogni malinteso ‘esteticamente fruibile’ del turismo di massa), per favorire un nuovo modo di ‘connivenza’ con la natura da rispettare e proteggere insieme al senso dell’abitare; nella previsione di un incerto futuro per generazioni senza memorie.
Una sezione fotografica richiama scritti ambientali di Giorgio Bassani, tratti da “Italia da salvare”, raccolta recentemente riedita: le fotografie di Enrico Baglioni erano amate dallo scrittore che ne utilizzò immagini di ‘luoghi ferraresi’ per sue pubblicazioni.

 

Alessandro Zangara (anche per la fotografia)

I 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino celebrati a Verona

Anche Verona celebra i 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, con una mostra fotografica e proiezioni cinematografiche. Fino all’8 dicembre, nell’atrio di Palazzo Barbieri sarà possibile ammirare gli scatti di Vittorio Rossi. L’esposizione “Mr. Gorbachev, tear down this wall!” è composta da settanta stampe in bianco e nero realizzate dal fotografo veronese tra l’ottobre 1989 e il marzo 1990, mentre si trovava proprio a Berlino.

Curata da Noy Jessica Laufer, la mostra è accompagnata da installazioni visive, spezzoni di telegiornali d’epoca, dichiarazioni dei protagonisti di quella stagione politica, di film che affrontano il tema della caduta del Muro.

Gli scatti sono raccontati dalle spiegazioni storiche di Pietro Giovanni Trincanato, dottore in ricerca storica contemporanea, e saranno al centro di un progetto didattico che coinvolgerà le classi quinte di 5 scuole superiori veronesi.

La mostra, ad ingresso libero, rimarrà aperta da martedì a sabato, dalle 11 alle 18. Domenica e festivi dalle 9.30 alle 12. Chiusa il lunedì. L’esposizione è realizzata dall’Associazione culturale RiVer – Primavere Urbane, in collaborazione con gli Amici dei Musei Civici e il Comune di Verona, con il sostegno della Comunità Ebraica di Verona, dei Rotary Club di Verona e Provincia, della Società Letteraria, di Diplomart e di Scripta editore.

Non solo fotografie ma anche cinema. Mercoledì 20 novembre, al Teatro Ristori, saranno proiettate le pellicole “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders, alle ore 17, e “Uno, due, tre!” di Billy Wilder, alle 21. Le due proiezioni, organizzate dal Verona Film Festival, sono ad ingresso gratuito. Al centro Audiovisivi della Biblioteca Civica, invece, tutti i lunedì di novembre, alle ore 15, sarà possibile vedere un film sul periodo storico che portò alla caduta del Muro.

“Un anniversario importante e sentito da tutti – ha detto l’assessore alla Cultura Francesca Briani -, che deve essere adeguatamente celebrato. Ecco perché abbiamo deciso di sostenere queste iniziative, che permetteranno anche ai più giovani di conoscere, con materiale e opere dell’epoca, un periodo importante della storia contemporanea. Fatti che risalgono solamente a trent’anni fa ma che hanno segnato il nostro continente, permettendo la nascita dell’Europa unita che conosciamo oggi”.

Roberto Bolis