Ay Carmela!

Nell’ambito della rassegna teatrale organizzata dall’Associazione culturale Malcostume, Chronos 3 presenta “Ay Carmela!” di J. S. Sinisterra, per la regia di Manuela Renga con Maria Concetta Gravagno e Luca Mammoli.

Lo spettacolo è ambientato durante la guerra civile spagnola, nel 1938. Racconta la storia di due artisti di “varieté” spagnoli, Carmela, danzatrice di flamenco e Paolino, tenore di zarzuela, che dopo il matrimonio girano tutta la Spagna portando il loro spettacolo nei teatri e nelle piazze. La guerra però rovina i loro piani, per cui si ritrovano a dover passare da una città all’altra, soli, con costumi e scene che vanno via via logorandosi e perdendosi, a cercare feste o gruppi di miliziani da intrattenere, senza per questo perdere il loro spirito. Una mattina per sbaglio, mentre cercavano ingaggi alle feste, secondo Paolino, mentre andavano a comprare sanguinacci, secondo Carmela, oltrepassano la linea di confine fra la zona nazionalista e quella repubblicana e vengono arrestati. Dopo l’interrogatorio, sono costretti a mettere in scena in pochissimo tempo il loro spettacolo di varietà, per la truppa, al quale però assisterà anche un gruppo di miliziani internazionali repubblicani condannati alla fucilazione il giorno dopo.

Ay Carmela! è una riflessione sul significato della morte: morte come gesto eroico e morte come mezzo di redenzione per il comportamento tenuto in vita. La scelta fra la vita e la morte condizionerà completamente il comportamento dei due protagonisti dello spettacolo. Una scelta che bene si presenta allo spettatore come un continuo passaggio dalla risata alla commozione, alla rabbia, soprattutto se mentre si lascia trasportare dalla poesia, si ricordasse che i fatti raccontati potrebbero essere successi realmente, anzi sicuramente sono successi e chissà quante volte. “Si è voluto affrontare, con questo testo, i grandi temi della guerra e della memoria, argomento con il quale ogni stato che ha affrontato delle guerre, si trova a confrontarsi; in Spagna questo è particolarmente sentito, poiché ancora non è stata fatta chiarezza a riguardo, e c’è tuttora un forte timore a parlarne. Per sviscerare queste profonde tematiche, abbiamo deciso di partire dal basso, dal concreto, per renderle al pubblico in modo sincero, e siamo partiti la relazione di coppia dei due protagonisti: marito e moglie, sposati da tanti anni e quindi soggetti alle dinamiche che si formano col tempo in una famiglia dove non ci sono figli, e dove Carmela oltre ad essere moglie è anche un po’ madre per Paolino. I due hanno fatto dell’arte un’ideale di vita che molto rapidamente, con l’arrivo della guerra, è diventato un mezzo di sopravvivenza, mantenendo inalterato tuttavia il suo valore ideologico. Messi alle strette dalla situazione i due si riveleranno per quello che realmente sono, e le conseguenze delle loro scelte li metteranno di fronte a “fantasmi” di cui sicuramente non sospettavano neppure l’esistenza”.

Lo spettacolo si terrà venerdì 29 e sabato 30 novembre, alle ore 21.00 presso Casa Foresti in Via Asti, a Brescia. Ingresso euro 8,00; 6,00 euro per gli studenti.

 

 

 

 

 

 

La Stagione invernale 2014 del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

La stagione invernale 2014 del Maggio Muicale Fiorentino crea un ideale legame di continuità con l’autunno 2013, a preannunciare il ritorno di una stagione, che condurrà gli spettatori da autunno ad autunno, a partire già dal 2014/ 2015.

I primi quattro mesi del 2014, da gennaio ad aprile, presentano 3 titoli operistici (Nabucco di Giuseppe Verdi, Madama Butterfly di Giacomo Puccini, La Metamorfosi di Silvia Colansanti), 8 appuntamenti sinfonici (con Kazushi Ono e Vitalij Kowaljow, Daniel Oren e Alexei Volodin, Roberto Abbado e Renaud Capuçon, Andrea Battistoni e Giuseppe Albanese, Ryan McAdams con Paolo Marzocchi e Igor Sklyarov, Xu Zhong, Zubin Mehta e Denis Matsuev), 4 produzioni destinate alle scuole e alla famiglie, realizzate e interpretate da ragazzi e studenti afferenti a diversi percorsi formativi fiorentini ed europei (Il piccolo spazzacamino di Benjamin Britten, Metamorfosi liberamente tratta dall’omonimo racconto di Franz Kafka, Parsifal, il cavaliere del Graal, Le bourgeois gentilhomme, une farce à la saveur d’Italie), 47 occasioni di approfondimento -2 incontri con il pubblico, 25 guide all’ascolto, 12 conversazioni nei quartieri di Firenze, 8 incontri al Piccolo Teatro con ascolti e proiezioni per conoscere la ‘sinfonia’-.

Ad inaugurare la stagione sarà martedì 21 gennaio 2014, per 6 recite, Nabucco di Giuseppe Verdi, assente dal Teatro Comunale da oltre 30 anni, dal 1977. L’allestimento è quello del Teatro Lirico di Cagliari e dell’Ente Concerti Marialisa De Carolis di Sassari, per la regia di Leo Muscato (miglior regista Premio Abbiati 2012), scene di Tiziano Santi e costumi di Silvia Aymonino. Il primo ed il secondo cast, diretti da Renato Palumbo sul podio, alternano promesse del panorama lirico contemporaneo e possono vantare il ritorno di Leo Nucci, quale guest star nel ruolo principale, per due recite, il 26 e 30 gennaio. Fra i giovani attesi al debutto fiorentino segnaliamo Anna Pirozzi nei panni di Abigaillle, reduce dal successo riscosso durante l’ultima edizione del Festival di Salisburgo.

Segue Madama Butterfly di Giacomo Puccini, a partire da giovedì 6 febbraio, per 6 recite, fino a giovedì 13 febbraio, in un allestimento del Teatro Comunale di Bologna, per la regia di Fabio Ceresa, uno dei ‘nomi nuovi’ della regia italiana: dopo aver lavorato a fianco di importanti registi, ha dato prova in diversi teatri italiani (fra i tanti il circuito AsLiCo, il Festival di Jesi, il Teatro Petruzzelli di Bari, il Festival di Martina Franca), di saper coniugare fantasia, talento, lucidità e raffinata sintesi. Le scene sono di Giada Tiana Claudia Abiendi, i costumi di Massimo Carlotto.

Juraj Valčuha, dopo il consenso ottenuto nel repertorio sinfonico dal pubblico e dall’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, con cui ha instaurato un ottimo rapporto, debutta al Teatro Comunale in un’opera italiana. Guest star nelle recite del 6, 9 e 12 febbraio, sarà, nel ruolo della protagonista, Fiorenza Cedolins, interprete di fama internazionale, una Butterfly ineguagliabile per pathos e tecnica vocale, accanto a lei, nel ruolo di F.B. Pinkerton (6,9, 11 e 12 febbraio) Stefano Secco.

Segue al Teatro Goldoni, sede privilegiata per il repertorio contemporaneo, per 5 recite, da domenica 9 a domenica 16 marzo, La Metamorfosi di Silvia Colasanti, opera commissionata dal Teatro del Maggio Musicale Fiorentino per il 75° Festival, con regia, scene, costumi ed ideazione video del fiorentino Pier’Alli, con Marco Angius sul podio. L’opera registrò il tutto esaurito nelle recite programmate in occasione della prima mondiale avvenuta nel 2012 a Firenze.

Alla programmazione operistica si alternano 8 appuntamenti sinfonici, che vedono il ritorno di interpreti e solisti apprezzati dalla critica e dal pubblico fiorentino.

Kazushi Ono, il 16 e 18 febbraio, dirigerà il Coro e l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, insieme al basso ucraino Vitalij Kowaljow nella Sinfonia n. 13 in si bemolle minore op. 113 Babij Jar per basso, coro maschile e orchestra di Dmitrij Šostakovič, abbinata alla Sinfonia in re maggiore K 133 di Wolfgang Amadeus Mozart.

A distanza di una settimana (venerdì 21 e sabato 22 febbraio) Daniel Oren dirigerà Alexei Volodin al pianoforte, in un concerto che spazierà da Beethoven a Gershwin e Ravel. L’atteso ritorno di Roberto Abbado è fissato per venerdì 28 febbraio e sabato 1 marzo, accompagnato da Renaud Capuçon, ad eseguire il Concerto n. 1 in la minore op. 77 per violino e orchestra di Dmitrij Šostakovič, cui seguirà Daphnis et Chloé di Maurice Ravel, nella versione raramente eseguita per coro e orchestra.

Il fine settimana a seguire (venerdì 7 e sabato 8 marzo) Andrea Battistoni dirigerà Giuseppe Albanese al pianoforte nel Concerto n. 2 in si bemolle minore op. 66 per pianoforte e orchestra di Giuseppe Martucci e concluderà il programma con la Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36 di Pëtr Il’ič Čajkovskij.

Venerdì 14 marzo e sabato 15 marzo, un altro giovane direttore, già applaudito a Firenze nell’autunno 2012, Ryan McAdams, tornerà sul podio del Teatro Comunale con due ospiti d’eccezione, Paolo Marzocchi al pianoforte e Igor Sklyarov, celebre solista russo, specializzato nell’arpa a bicchieri, per un concerto particolarmente intrigante che inizierà con Métaboles per orchestra di Henri Dutilleux (noto compositore francese, mancato nel maggio del 2013, all’età di 97 anni), proseguirà con la Fantasia dell’assenza per pianoforte, orchestra e arpa a bicchieri (ispirata alla scena della pazzia della Lucia di Lammermoor), e terminerà con un capolavoro classico, la Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 di Ludwig van Beethoven.

Venerdì 28 marzo e sabato 29 marzo, nella duplice veste di direttore e pianista, Xu Zhong, bacchetta cinese, attualmente Direttore artistico del Teatro Massimo Bellini di Catania, propone Prélude à l’après-midi d’un faune (Preludio al pomeriggio di un fauno) di Claude Debussy, il Concerto in mi bemolle maggiore K.271 per pianoforte e orchestra di Wolfgang Amadeus Mozart e la Sinfonia in re minore di César Franck.

Martedì 1 aprile il Coro del Maggio Musicale Fiorentino, diretto da Lorenzo Fratini, insieme al Coro di voci bianche della Scuola di Musica di Fiesole, diretto da Joan Yakkey eseguirà i Carmina Burana di Carl Orff nella versione per soli, coro, pianoforti e percussioni.

Zubin Mehta ritornerà sul podio del Teatro Comunale sabato 5 aprile, per dirigere Denis Matsuev nel Concerto n. 2 in la maggiore R 456 per pianoforte e orchestra di Franz Listz e a seguire la Sinfonia n. 8 in do minore di Anton Bruckner.

Procede, di pari passo alla stagione ufficiale, in un cartellone studiato su misura per le scuole, la programmazione per le classi e le famiglie, affinché gli appuntamenti per i ragazzi siano propedeutici alla fruizione e alla piena comprensione dei titoli
originali.

La prima occasione destinata ai ragazzi nel 2014 è Facciamo un’opera: Il piccolo spazzacamino di Benjamin Britten, spettacolo realizzato dal Coro Ragazzi Cantori di Firenze e Ensemble Rosa Antica della Scuola di Musica Landini, con la partecipazione del Coro Giovanile del Teatro Goldoni di Livorno, per la regia di Angelica Dettori, elementi scenici di Roberta lazzeri, Maestro del Coro Marisol Caballo.

Lo spettacolo andrà in scena al Piccolo Teatro per 6 recite da martedì 11 febbraio a sabato 15 febbraio.

Segue una Metamorfosi, liberamente tratta dal racconto di Franz Kafka, in cui si cimenteranno in qualità di ideatori e interpreti gli studenti del laboratorio teatrale del Liceo Machiavelli-Capponi di Firenze, affiancato dall’Ensemble orchestrale del Liceo Musicale Passaglia di Lucca, diretti da Luca Bianucci e coordinati da Anna Agostini. Si tratta di un progetto interdisciplinare, che coinvolge il laboratorio teatrale del Liceo Machiavelli-Capponi di Firenze, la classe di composizione del Liceo Musicale Passaglia di Lucca, con la collaborazione del laboratorio di scenografia del Liceo Artistico Leon Battista Alberti di Firenze.

Questa rivisitazione della Metamorfosi sarà in scena al Teatro Goldoni per 4 recite da martedì 18 a mercoledì 19 marzo.

Il Teatro Goldoni, ancora una volta ritorna ad essere, all’interno della programmazione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, luogo deputato alla sperimentazione, alle opere contemporanee, agli spettacoli dedicati ai giovani.

Segue, senza soluzione di continuità, nel fitto calendario di primavera, al Teatro Comunale, per 6 recite da giovedì 20 marzo a 24 marzo Parsifal, il cavaliere del Graal, tratto dall’omonima opera di Richard Wagner e ispirato ai testi del ciclo Arturiano, nel contesto che vede partecipi, all’interno del progetto Le chiavi della città, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Venti Lucenti, in collaborazione con l’Assessorato all’Educazione del Comune di Firenze e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Ad aprile, per 4 recite in due giorni, martedì 8 e mercoledì 9, andrà in scena un progetto interamente realizzato e interpretato dagli allievi dei laboratori teatrali e musicali del Liceo Machiavelli-Capponi di Firenze e Lycée Camille Jullian di Bordeaux: Le Bourgeois Gentilhomme: une farce à la saveur d’Italie, tratto da Molière (al secolo Jean-Baptiste Poquelin), con musiche del fiorentino Jean-Baptiste Lully.

Come sempre le scuole hanno l’opportunità di accedere alle prove generali dei concerti: venerdì 21 febbraio, venerdì 28 febbraio, venerdì 7 marzo, venerdì 14 marzo, venerdì 28 marzo, sabato 5 aprile con inizio alle 10.30.

Da qualche mese il Teatro del Maggio ha riposto particolare attenzione ai percorsi formativi destinati a fasce di pubblico di ogni età, così da raggiungere ed incontrare un pubblico 0-99 anni e … oltre!

2 saranno gli incontri con il pubblico al Piccolo Teatro, il primo per approfondire rapporto regia – direttore in Nabucco (giovedì 16 gennaio), con Leo Muscato e Renato Palumbo a tu-per-tu con il pubblico; il secondo per mettere a confronto le due versioni di Madama Butterfly redatte da Puccini (mercoledì 5 febbraio).

25 saranno le guide all’ascolto al Piccolo Teatro, affidate a Marialuisa Pepi, che prima di ogni recita di Nabucco e Madama Butterfly, ed ancora prima di ogni concerto, in mezz’ora, esporrà i temi e le particolarità del programma proposto.

12 sono invece le conversazioni musicali, nei quartieri di Firenze, realizzate grazie al supporto degli Amici del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

Dopo l’entusiasmo ed apprezzamento suscitato dall’iniziativa ‘conoscere l’opera’, per il 2014 sono stati pianificati 8 incontri al Piccolo Teatro con ascolti e proiezioni per conoscere la ‘sinfonia’.

Articolo di Francesca Zardini

Nuovo rapporto di Amnesty International sulla Bielorussia

In un nuovo rapporto sulla Bielorussia pubblicato da Amnesty International, intitolato ‘Cio’ che non e’ permesso e’ vietato’, Amnesty International ha denunciato la soppressione della societa’ civile bielorussa da parte di un governo repressivo che non tollera alcuna forma di critica.

Il rapporto di Amnesty International mostra come le autorita’ di Minsk neghino regolarmente i diritti alla liberta’ d’espressione, associazione e riunione, impedendo di parlare in pubblico, organizzare iniziative o fondare organismi della societa’ civile. Chi prende parte a manifestazioni viene spesso multato o persino messo in prigione.

‘Negli ultimi 20 anni, il governo della Bielorussia ha sempre piu’ soffocato ogni aspetto della societa’ civile, privando le persone dell’opportunita’ di esprimere le loro opinioni, di contribuire al dibattito pubblico e di agire come un contrappeso alle autorita’’ – ha dichiarato Heather McGill, ricercatrice di Amnesty International sulla Bielorussia.

Il rapporto di Amnesty International analizza la legislazione in materia di associazioni e di manifestazioni pacifiche e documenta violazioni nei confronti di difensori dei diritti umani, sindacalisti, ambientalisti e persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender.

Coloro che intendono registrare organizzazioni indipendenti di qualunque genere devono affrontare una legislazione restrittiva, che i pubblici ufficiali applicano in modo da restringere ulteriormente gli spazi per la liberta’ d’associazione. Gli attivisti che operano senza registrazione vanno incontro a processi per aver agito a nome di un soggetto non riconosciuto.

A causa dei rigorosi requisiti richiesti, nessun partito politico e’ stato registrato a partire dal 2000. Gli iscritti ai sindacati indipendenti vanno incontro a discriminazioni sul posto di lavoro.

Ales Bialiatski, prigioniero di coscienza, presidente del Centro Viasna per i diritti umani, un’organizzazione cui e’ stato ritirato il riconoscimento nel 2003, sta scontando una condanna a quattro anni e mezzo di carcere, emessa nel 2011, per aver ricevuto donazioni per il suo lavoro sui diritti umani sui suoi conti bancari aperti in Polonia e Lituania dopo che gli era stato impedito di aprire un conto nelle banche bielorusse.

Aleh Stakhaevich, un autista di una cava di granito situata nella Bielorussia

sudoccidentale, e’ stato eletto presidente di un sindacato indipendente costituito nel dicembre 2011. Secondo quanto previsto dalle leggi in materia, gli iscritti hanno informato il datore di lavoro e hanno chiesto il permesso di avere una sede legale. L’azienda ha rifiutato e ha iniziato a perseguitare i potenziali nuovi iscritti. Stakhaevich e’ stato accusato di guida imprudente ed e’ stato licenziato. Ad oggi, quattro membri del sindacato indipendente sono stati licenziati e altri sono stati intimiditi fino al punto da lasciarlo per paura di perdere il lavoro.

Quando, nel 2003, i soci di Amnesty International cercarono di registrarsi come organizzazione internazionale, venne detto loro che c’erano problemi con l’uso del simbolo della candela col filo spinato. Quando ci riprovarono nel 2005, stavolta come fondazione locale, gli venne risposto che la registrazione sarebbe stata concessa se avessero condiviso preventivamente con le autorita’ tutte le iniziative in programma. Poiche’ cio’ avrebbe minato l’indipendenza dell’organizzazione, decisero di rinunciare.

Nel corso degli anni, Amnesty International ha documentato numerosi casi in cui partecipanti a manifestazioni non autorizzate sono stati arrestati, imprigionati e a volte picchiati dagli agenti di polizia.

Durante le ‘proteste silenziose’ settimanali del 2011, in cui gruppi di persone in tutto il paese camminavano senza dire nulla, applaudendo o attivando simultaneamente la suoneria dei cellulari, molte persone sono state picchiate, condannate a multe o a periodi di detenzione amministrativa.

La piu’ grande manifestazione nella storia recente del paese, convocata al centro della capitale Minsk a seguito delle elezioni presidenziali del dicembre 2010, e’ stata soppressa con una violenza senza precedenti. La polizia ha arrestato oltre 700 persone e molte altre, compresi semplici passanti, sono state picchiate e ferite. Quattro prigionieri di coscienza – Mykalau Statkevich, Pavel Sevyarynets, Eduard Lobau e Zmitser Dashkevich – sono in carcere da allora.
La Legge sulle azioni di massa viola il diritto umani fondamentale di prendere parte a una manifestazione.

‘Anche la marcia o la protesta di una sola persona e’ considerata una violazione di quella Legge. Si puo’ essere processati per aver preso parte a una marcia solitaria o multati per aver consegnato un omaggio in luogo pubblico’ – ha spiegato McGill.

Manifestanti pacifici vengono spesso condannati al pagamento di una multa o a brevi periodi di detenzione per aver violato la Legge sulle azioni di massa o per infrazioni minori come aver imprecato in un luogo pubblico. Pavel Vinahradau, un esponente del movimento giovanile Zmena (‘Cambiamento’), ha trascorso in carcere 66 giorni tra il 30 dicembre 2011 e il 12 dicembre 2012 per otto separate condanne amministrative per reati quali insulto in luogo pubblico, violazione delle norme sulle riunioni pubbliche e sui picchetti.

‘La Bielorussia deve consentire alla sua popolazione di esprimersi liberamente senza timore di subire repressione. Le autorita’ devono riesaminare tutti i decreti presidenziali e le leggi relative alla registrazione e alle attivita’ delle Organizzazioni non governative e assicurare che i funzionari pubblici rispettivo il diritto alla liberta’ di associazione e di riunione’ – ha concluso McGill.

Articolo di Amnesty International Italia

La Galassia di Arp

Frutto di una collaborazione con la Città di Locarno, l’esposizione, a cura di Rudy Chiappini e Lorenzo Giusti che si terrà al MAR di Nuoro fino al prossimo 16 febbraio, ricostruisce la complessa rete di rapporti intrattenuta dall’artista franco-svizzero con alcuni tra i maggiori protagonisti dell’avanguardia europea attraverso la presentazione di un gruppo significativo di opere provenienti in massima parte dalla collezione della Città di Locarno, ma anche dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dalle collezioni di Intesa Sanpaolo e da altre raccolte private.

In mostra, insieme a un’importante serie di sculture, bassorilievi, arazzi e carte di Jean Arp (Strasburgo 1887-Basilea 1966), vengono presentati lavori significativi di grandi autori del primo e secondo Novecento, tra cui Alexander Calder, Max Ernst, Paul Klee, André Masson, Meret Oppenheim, Francis Picabia, Kurt Schwitters e ancora Josef Albers, Julius Bissier, Sonia Delaunay, Theo Van Doesburg, Piero Dorazio, Viking Eggeling, Fritz Glarner, Richard Huelsenbeck, Johannes Itten, Marcel Janco, Richard Paul Lohse, Alberto Magnelli, Sebastián Matta, Aurélie Nemour, Hans Richter, Arthur Segal, Italo Valenti, Victor Vasarely.

Nell’importante mostra al MAN vengono riunite alcune tra le più celebri sculture di Arp, come Hurlou, Pas encore de titre, Feuille-miroir e Torse-amphore realizzate tra l’inizio degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta, rappresentative della sua singolare attitudine alla creazione di forme organiche, insieme a dodici straordinari rilievi, realizzati da Arp nel periodo della piena maturità creativa, due arazzi e una serie di collage e découpage di grandi dimensioni.

Una seconda sezione ospita, invece, i lavori del gruppo di artisti che con Arp hanno condiviso, oltre che un sentimento di amicizia, una parte significativa del loro percorso creativo. Tra questi Paul Klee, uno dei più noti artisti del XX secolo, sperimentatore delle possibilità espressive della linea come elemento figurativo indipendente; Max Ernst, esponente di punta del Surrealismo, autore di immagini in cui figurazione e astrazione convivono; Alexander Calder, autore dei famosi mobiles, sculture astratte sospese, mosse dalle correnti d’aria, influenzate dal linguaggio di Arp. In mostra anche opere di Theo Van Doesburg, in rappresentanza della corrente neoplastica, Sonia Delaunay, pittrice ucraina, moglie di Robert Delaunay, che affiancò il marito nella ricerca pittorica del simultaneismo, Alberto Magnelli, che tra il 1939 e il 1944, in stretto contatto con i coniugi Arp e Delaunay, sperimentò nuove forme espressive in linea con le ricerche del gruppo Abstraction-Création, e ancora Meret Oppenheim, pittrice e scultrice svizzera, autrice di sorprendenti oggetti di ispirazione surrealista, e Victor Vasarely, pittore e grafico, di origine ungherese, prima in contatto con il gruppo Abstraction-Création e quindi fondatore del movimento “optical.

Nata nel 1965 grazie a una donazione dei coniugi Jean e Marguerite Arp, la collezione della Città di Locarno contava originariamente sei sculture e venti rilievi dello stesso Arp, oltre a un cospicuo numero di opere di altri artisti che di Jean e Marguerite erano stati amici: Sophie Taeuber, prima moglie dell’artista, Theo Van Doesburg, Marcel Janco, Wilfredo Arcay, Alexander Calder, Richard Mortensen, Antoin Poncet, Lajos Kassak, Günther Fruhtrunk, Arthur Segal e Victor Vasarely. A questo primo nucleo di opere se ne sono in seguito aggiunte altre che hanno contribuito a definire il profilo attuale della collezione, che oggi comprende autori di primo piano nella storia dell’arte europea del ventesimo secolo. Pur essendosi costituita in maniera spontanea, senza un preciso piano di sviluppo, la Collezione Arp di Locarno ha assunto nel tempo una fisionomia definita, sviluppata principalmente nel campo dell’astrazione, che oggi permette di vedere rappresentata una parte importante della storia dell’avanguardia europea.

Nato a Strasburgo da madre alsaziana e padre tedesco, Arp usò per tutta la vita due nomi: quello tedesco (Hans) e quello francese (Jean). Noto per il contributo giovanile ai movimenti del Dadaismo – di cui fu tra i fondatori a Zurigo e a Colonia – e del Surrealismo, Arp deve la sua fama all’elaborazione di un linguaggio astratto originale, di matrice organica e naturale, rivolto all’individuazione di un principio creativo e primigenio della forma.

Un’attitudine che l’artista sviluppò nel corso degli anni Trenta, con la partecipazione ai movimenti astrattisti Cercle et Carré e Abstraction-Création, e successivamente, nella maniera caratteristica che lo ha reso noto in tutto il mondo occidentale, tra l’immediato dopoguerra e la metà degli anni Sessanta.
Completa la mostra un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale con una presentazione di Lorenzo Giusti, direttore del Museo MAN.

MAN_Museo d’arte Provincia di Nuoro, Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro

Articolo di S. E.

 

Melotti guarda Melotti

Il Museo Marino Marini presenta sabato 30 novembre 2013, alle ore 19.00, “Melotti guarda Melotti”, un progetto che mette a confronto il ritratto di Fausto Melotti eseguito da Marino Marini del 1937, nella sua versione in cera, della collezione del museo fiorentino, e Teorema del 1971 di Fausto Melotti, una delle sue opere più leggere e trapunte d’aria, come scrive Fabrizio D’Amico nel testo che accompagna l’esposizione.

Poste una di fronte all’altra, nel sacello della cripta del Museo, le due opere stabiliscono un dialogo tra i due artisti escludendo, data la lontananza nel tempo delle due sculture, riferimenti filologici e caricando di fascino evocativo questo immaginifico dialogo.

“Melotti guarda Melotti”, grazie alla collaborazione con la Collezione Merlini, offre l’opportunità di iniziare a esplorare in maniera approfondita il rapporto tra i due artisti, permettendo agli studiosi di potersi soffermare grazie a indagini accurate su ciascuna delle due sculture.

L’esposizione si collega a The Player. Viaggio nelle passioni contemporanee, un progetto annuale del Museo Marino Marini, curato dal direttore artistico Alberto Salvadori, dedicato a preziose collezioni private italiane e soprattutto alla passione che anima il collezionista nella continua ricerca e nella scelta delle opere, nella conoscenza dell’arte e degli artisti.

Melotti guarda Melotti” rimarrà aperta fino al 4 gennaio 2014.

Museo Marino Marini, Piazza San Pancrazio, Firenze.

Orario: 10:00 – 17:00, chiuso il martedì, la domenica e i giorni festivi.

Biglietti: intero: euro 4, ridotto euro 2.

Articolo di Davis & Franceschini

 

Carlo Saraceni, un Veneziano tra Roma e l’Europa

La mostra, frutto di anni di lavoro, ideata da Rossella Vodret ed è curata da Maria Giulia Aurigemma con un comitato scientifico internazionale, costituito da studiosi dei principali musei e istituzioni mondiali, presieduto da Maurizio Calvesi, è la prima mostra monografica antologica sul veneziano Carlo Saraceni, attivo a Roma dal 1598 al 1619, quando torna a Venezia dove morirà nel giugno 1620.

La vasta produzione artistica del pittore, dalle grandi pale ai piccoli raffinati rami, si lega ai nomi dei principali committenti religiosi ed aristocratici del suo tempo, nonché ad importanti episodi artistici, ad esempio la decorazione ad affresco della Sala Regia al Quirinale, offrendo uno spaccato della cultura figurativa primosecentesca romana. La mostra intende mettere a fuoco sia l’evoluzione stilistica del pittore, il caravaggismo declinato in modo personale, i profondi paesaggi,  sia il vivace contesto in cui operò e di cui fu protagonista di fama e successo internazionale, indagando alcuni notevoli aspetti della sua cultura artistica.

Con alcuni quadri mai esposti prima e con i numerosi restauri compiuti negli ultimi anni e in gran parte finalizzati alla mostra, si mette in luce la straordinaria qualità dello stile di colui che a Roma veniva chiamato tout court il Veneziano.

Roma, Palazzo di Venezia

Dal 29 novembre 2013 al 2 marzo 2014, dalle 9.00 alle 19.00. Chiuso il lunedì.

Catalogo De Luca Editori d’Arte.

Articolo di Barbara Izzo e Arianna Diana

Il Saloncino. Un tè all’Opera

Il Complesso monumentale del Duomo di Siena desidera offrire alla città un’ulteriore occasione culturale, ancora sei incontri dopo quello di apertura dello scorso 17 novembre, denominati il Saloncino: un tè all’Opera, che intendono approfondire tematiche relative alla Cattedrale. Nel corso degli appuntamenti domenicali sarà inoltre possibile degustare alcuni pregiati tè provenienti da varie parti del mondo.

Il “Saloncino” evoca l’antico spazio teatrale di fianco al Duomo, nel Museo dell’Opera, ove furono recitate le tragedie di Vittorio Alfieri, il drammaturgo e poeta che ebbe con Siena un legame privilegiato, a partire dal 1766, quando vi restò soltanto per un solo giorno, ma fu subito colpito dal modo gentile della parlata. Dopo quel breve soggiorno tornò più volte a Siena, anche per periodi prolungati. Nel 1787 ebbe a scrivere anche: “Ho sempre Siena nel core e davanti gli occhi”. La Sala del Museo dell’Opera è in suo onore denominata Sala dell’Alfieri ed è presentata da una lapide, sopra la porta d’ingresso, recante l’iscrizione “Fu il Saloncino campo della gloria di Vittorio Alfieri nel 1777”, che ricorda il verso di un sonetto composto dal celebre letterato che definisce il Saloncino “il campo di mie glorie / dove si fan le belle recitone / quasi cantar si udisse il Perellino”.

Ma al di là dei riferimenti teatrali, il nome ricorda i “salotti” che in Siena l’Alfieri amò frequentare ove strinse legami di amicizia e istituì rapporti intellettuali con le persone colte della città: “Due Gori, un Bianchi, e mezzo un arciprete / una Carlotta bella, e cocciutina; / una gentil Teresa, e un po’ di Nina, / fan sì ch’io trovo in Siena almen quiete”.

Tali conversazioni si terranno alle ore 16.00 nei locali adiacenti alla Cripta sotto il Duomo e riguardano argomenti relativi al Complesso Monumentale della Cattedrale di Siena, ma si estendono anche a tematiche più ampie di ambito letterario, artistico e iconografico.

Il Rettore dell’Opera della Metropolitana Mario Lorenzoni afferma: “L’Opera della Metropolitana, nei mesi autunnali e invernali, dopo i grandi flussi turistici, intende approfondire alcuni aspetti culturali propri del Complesso attraverso questa nuova iniziativa ed altre prossime dedicate al Santo Natale, in modo da far vivere il Complesso Monumentale in tutte le stagioni”.

L’iniziativa fortemente voluta dall’Opera della Metropolitana è organizzata da Opera – Civita Group.

I prossimi incontri sono programmati per le seguenti date: 8 dicembre – 29 dicembre – 19 gennaio – 23 febbraio – 23 marzo – 6 aprile, presso il Complesso Monumentale del Duomo di Siena, Cripta Sotto il Duomo.

Il costo della partecipazione è di euro 7,00 a persona, fino ad esaurimento posti. Si consiglia la prenotazione allo 0577 286300.

 

Polvere di diamante

L’autore di questo nuovo thriller è diventato famoso perché il suo primo romanzo, “Vertigo” è stato il primo poliziesco di successo del mondo arabo. Ahmed Mourad, egiziano, classe 1978, è stato fotografo personale di Mubarak, poi regista e scrittore, e ha visto la stampa di ben otto edizioni di “Vertigo” nel suo Paese. Voglia di polizieschi su modello occidentale? Sono gli effetti della primavera che non vuole dare spazio ad altre stagioni, nel travagliato nord Africa? Può darsi, ma leggendo i romanzi di questo giovane autore, si capisce che c’è molto di più. La capacità di calare il narrato nella storia degli ultimi decenni dell’Egitto contraddistingue anche la “Polvere di diamante” che dà titolo alla nuova opera. Una scrittura accurata, con un gran gusto per i vocaboli, scevra di nervosismi propri di molti narratori in erba o che sbandierano la novità della scrittura creativa.

Mourad è capace di avvincere con toni caldi, a volte ampollosi, ma sempre appropriati e scelti con molta cura. Lo scenario è complesso da raccontare, come vogliono i migliori thriller, romanzi di genere che non hanno solo del giallo e nemmeno solo del poliziesco, ma imbastiscono trame articolate, costruite su vite vere o presunte o verosimili dei propri personaggi con un’eleganza rara. Ecco allora che ci sono molti toni tratti dallo spionaggio, come se il nostro volesse farci ben capire il clima che si viveva davvero in un ambiente sovrastato dal potere, dai sospetti, dalla necessità di mantenere un matrimonio soltanto per non contrastare vecchie tradizioni e, soprattutto, per non essere considerato poco virile dalla cerchia di amici e conoscenti, soprattutto per vendetta da parte della moglie abbandonata. Storie di vita privata che si intrecciano con nomi noti di potenti, in un crescendo di suspance ma, soprattutto, di curiosità da parte del lettore che è come se si trovasse ad entrare, in punta di piedi, in un harem, o in un bagno turco affollato da maschi nudi e sconosiuti, che parlano una lingua strana e che ti guardano con sopresa.

Piano piano, quindi, si è condotti per mano a diventare il narratore e la voce narrante sembra la nostra, mentre aleggiano profumi di droge bruciate e di incensi inebrianti e i cadaveri vengono trovati nella casa di un povero ed apparentemente innocente paralitico.

Interessanti le storie basate sul rispetto, ma anche sul silenzio, quasi si fosse sempre nell’anticamera di una famiglia mafiosa, ma senza poterne individuare gli appartenenti, se non nel tutti sanno tutto, tipico di ogni luogo e, soprattutto, dei luoghi che non vedono troppa libertà. “L’omicidio è solo un effetto collaterale di una medicina che guarirà un paese in agonia”, si legge. E forse è vero. Nel contempo riuscendo a dare alla medicina-letteratura il vero ruolo, quello che dovrebbe avere dovunque ma che, molto spesso, da noi è andato dimenticato se non perduto. Il ruolo di stimolo e luce per indicare il cambiamento: quale possibile e verso dove dirigerlo.

Il Cairo è delineato per vizi inconfessabili, per scelte misteriose, per verità taciute e, soprattutto, per i bassifondi dove è lampante che abbia perso l’innocenza di capitale delle mummie e dei faraoni, luogo di vacanza e di turismo apparentemnete sopra le righe. Un romanzo interessante, intrigante ed affascinante come pochi, e, ripeto, non per l’ambientazione esotica, quanto per questo linguaggio così denso e carico di significati. E’ la parola a farla da protagonista. Finalmente.

Ahmed Mourad: “Polvere di diamante”, Marsilio, Venezia, 2013, euro 18,50.

Articolo di Alessia Biasiolo

Frappé di vite

Ogni volta che ci troviamo dinanzi alle nuove mode, proviamo nostalgia per quello che perdiamo. Così, nell’era dell’elettronica e dell’informatizzazione, proviamo una certa malinconia per la carta stampata, i libri cartacei, il profumo della carta che sembra appena uscita da una tipografia. Ci comperiamo il nuovo lettore musicale, ma ci manca il vinile che andiamo a cercare ai mercatini vintage. Non ricordiamo certo i lati negativi, la cassetta che si srotolava nell’autoradio o il mangiadischi che si inceppava sempre sul solito solco, come non ci ricordiamo gli anni bui della contestazione e delle discussioni accanite, che finivano per tramutarsi nella sensazione che non si sarebbe tornati a casa tutti interi, soprattutto se universitari, e soprattutto se dalla parte sbagliata e, ancor più, se di Milano, Torino, Genova, Trento. Così ecco che si materializza in alcuni ricordi, propri o raccontati, il bar come mito e come depositario di leggende, luogo cult e principe degli incontri, sia che fossero della signorina al culmine della propria libertà di uscite, sia che fosse del bell’uomo che raccontava di calcio e forse anche di politica, piuttosto che dell’ubriaco che aveva sempre qualche verità da rivelare. Sono quelle miscellanee che i baristi conoscono bene e, forse, che hanno ispirato il mix nello shaker che così bene il barista-amico-confessore sa agitare al momento giusto.

Il tutto messo in scena in un cartellone della Compagnia Malcostume, a Brescia e alcuni limitrofi, con cinque produzioni proprie e cinque ospiti. Apre l’interessante proposta di un gruppo di giovani, con le mille difficoltà dei luoghi e dei tempi, “Teatro 6” con Jessica Leonello, Renato Dossi alle percussioni e Nic Garrapatero alla chitarra, che propone appunto un “Frappé di vite” di buon gusto. Un’ora di divertimento mai banale e che non cala mai di tono, giusta composizione di parole e di sguardi, quelli con i quali Jessica ti osserva, osserva il suo pubblico, transitando per un “Che bei lacci che hai”, “Cos’hai da guardare?” e “Cos’è poi un ubriaco” che ricordano il cabaret e il teatro d’autore. Arriva in scena, ad aprire il nostro immaginario, una donna che incarna il risultato della vita, delle scelte, volute o imposte, il genere di soggetto che esce da un cassonetto o dai nostri armadi. Coperta di improvvisati abiti, Giulietta è il nostro immaginario migliore, il nome che apre subito al beato sorriso di chi ama e pensa al bello. Giulietta è la saggezza popolare e popolana che transita dal bar come dal luogo di ritrovo, quello nel quale è sempre più difficile entrare. Nell’era della nostalgia, il bar catalizza i cuori che vogliono dialogo nel tempo dell’individualismo e dell’isolazionismo personale, quando ci si incontra forse solo nei luoghi più “seri”, come le sale da tè o le aree delle mega librerie, magari create negli ex cinema. Così Giulietta pone le domande alle quali il pubblico sa già rispondere, essendo Giulietta una parte di noi, ma che non vuole proferire, attendendo il responso dell’attrice novella Cassandra. Attende di avere il responso proprio da lei, il pubblico, da quella donna bambina che ricorda il carnevale di Ivrea, quello al quale non voleva partecipare perché non le piacevano le arance, ma che, nel grottesco del sogno, poteva avere assassinato Olivetti durante la famosa battaglia. Giulietta siamo noi che ci guardiamo con gli occhi di
Jessica, dalla rara capacità di guardare dritto negli occhi e di portare il teatro in noi, alle nostre risposte, alle nostre paranoie diventate vecchio ubriaco in corsa o “contessa” con improbabili boa di struzzo. Il cambio scena è dato da cambi d’abito a vista dell’attrice alla quale i musicisti fanno ottima spalla, diventando spettacolo essi stessi e non solo corollario musicale. Ognuno, quindi, nel frappé è comprimario, è coprotagonista e si porta dietro, a fine serata, quella dose di storia sociale nella quale non può più dire di essere innocente.

Aleggia un ché di circense, come se fossimo per un attimo in uno spezzone della bella vita, dato che è felliniano il clima e anche la Giulietta, rimasta senza troppi spiriti, se non quelli dell’alcol da bar, appunto. La caratterizzazione dei personaggi è netta, a tutto tondo, degli anni Sessanta. Il cappellino che dà lustro alla Signoranonerolimasotutto, con la sottolineatura di quell’aperitivo che è stato mito anch’esso e colonna portante ancora oggi di serate, chissà se più dense di quelle di un tempo. La Signora fuma la sigaretta che lo stesso Professore non potrebbe gestire così bene, nel suo sentenziare sul sedere delle clienti, attività sportiva ancora in voga oggi, in famosi caffè cittadini, ma senza più parole, solo sguardi più o meno fessi. Le pietre miliari dei bar sono grottesche e tragiche allo stesso tempo, perché nel luogo di ritrovo per antonomasia si consumano i maggiori drammi dell’esistenza, senza il sentore di essere soli. Prova ne sia che il famoso ubriacone del piano di sopra, rimasto “a secco”, riceve nella calura dell’agosto senza ferie un cesto pieno di “riserve”, da part dei compagni di s-ventura. Il suono di sottofondo diventa padrone della scena e i musicisti sono le colonne sonore della vita di tutti, di tutte le età, perché con o senza il bar della propria vita, siamo delle comparse tragiche e, appunto per questo, dall’antichità ad oggi, comiche.

Davvero un bello spettacolo.

Articolo di Alessia Biasiolo

Fausto Pirandello. Il tempo della guerra

Dal 23 novembre prossimo al 23 febbraio 2014 le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento ospitano la mostra “Fausto Pirandello. Il tempo della guerra (1939-1945)”. La mostra, curata da Fabrizio D’Amico e Paola Bonani, è promossa dalle Fabbriche Chiaramontane e realizzata con il contributo dell’AFP – Associazione Fausto Pirandello.

A documentare per la prima volta in modo puntuale uno degli snodi più rilevanti della ricerca dell’artista saranno circa sessanta opere. Agli oltre trenta dipinti provenienti da istituzioni e musei pubblici e da gelose collezioni private, in particolare romane, milanesi e siciliane, fra i quali alcuni del tutto inediti, s’affianca ad Agrigento una larga scelta di opere su carta (sanguigne, pastelli, acquarelli), anch’esse per lo più inedite, provenienti dalla collezione degli eredi di Antonio Pirandello.

A introdurre questo periodo dell’operosità di Pirandello, saranno inoltre esposti alcuni esempi della precedente stagione, spesa dal pittore fra Roma e Parigi: dalla Scena campestre del 1926 alla Donna con bambino del 1929 al misterioso Testa di bambola, fra gli altri.

All’indomani della morte del padre (occorsa nel dicembre del 1936), si chiude il periodo più interrogante e sospeso di Pirandello, influenzato insieme dall’arte etrusca, dalla metafisica dechirichiana, dall’esempio di Picasso e di Braque e dal Surrealismo – avvicinati questi ultimi direttamente nei tardi anni Venti trascorsi dall’artista a Parigi, ove il pittore terrà anche la sua prima personale. E s’apre un tempo coeso, caratterizzato dal senso d’un oscuro dolore e da una intensa drammaticità: tempo nel quale l’immagine accede ad un dilacerato espressionismo, che si pone in sintonia con le punte più avanzate della coeva ricerca romana (di Mafai e del giovane Guttuso), quasi avvertendo in anticipo il dramma della guerra.

Fausto Pirandello (1899-1975) è autore votato ad un’aspra visione della realtà, e insieme ad un sogno capace di trasfigurarla, trasportandola in una dimensione ove albergano il rito, il mito, l’allucinazione. La sua figura, dopo la frequente e rilevante attività espositiva (alla Biennale di Venezia, in particolare, e alla Quadriennale di Roma) che ne ha contrassegnato tutta l’esistenza, e dopo il tempestivo riconoscimento dell’ampia antologica che, subito dopo la morte, gli ha destinato la Galleria Nazionale d’Arte Moderna (1976), è stata rivisitata da importanti studi recenti che hanno tra l’altro condotto alla pubblicazione del catalogo generale (Electa, a cura di Claudia Gian Ferrari, 2009) e ad una mostra incentrata sugli anni della sua prima maturità allestita dalla Galleria Nazionale di Roma (2010).

Ora, nel momento in cui nasce l’Associazione Fausto Pirandello (AFP) promossa dagli eredi Dora, Fausto e Silvio Pirandello, le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento promuovono questa rara mostra incentrata in special modo sul tempo della seconda guerra mondiale e sull’operosità densa, e spesso segnata dal dolore, di Pirandello in quegli anni.

Fausto Pirandello. Il tempo della guerra (1939-1945)

fino al 23 febbraio 2014

A cura di Fabrizio D’Amico e Paola Bonani

FAM, Fabbriche Chiaramontane, Agrigento, Piazza San Francesco 1.

Catalogo Silvana Editoriale, con testi di Paola Bonani, Fabrizio D’Amico, Flavia Matitti.

Organizzazione Associazione Amici della Pittura Siciliana dell’Ottocento.
Orari: da martedì a domenica 10-13 e 16-20. Aperto l’8 dicembre.

Chiuso: tutti i lunedì; 25 e 26 dicembre e 1 gennaio.

Ingresso gratuito.

Articolo di Studio Esseci