Polvere di diamante

L’autore di questo nuovo thriller è diventato famoso perché il suo primo romanzo, “Vertigo” è stato il primo poliziesco di successo del mondo arabo. Ahmed Mourad, egiziano, classe 1978, è stato fotografo personale di Mubarak, poi regista e scrittore, e ha visto la stampa di ben otto edizioni di “Vertigo” nel suo Paese. Voglia di polizieschi su modello occidentale? Sono gli effetti della primavera che non vuole dare spazio ad altre stagioni, nel travagliato nord Africa? Può darsi, ma leggendo i romanzi di questo giovane autore, si capisce che c’è molto di più. La capacità di calare il narrato nella storia degli ultimi decenni dell’Egitto contraddistingue anche la “Polvere di diamante” che dà titolo alla nuova opera. Una scrittura accurata, con un gran gusto per i vocaboli, scevra di nervosismi propri di molti narratori in erba o che sbandierano la novità della scrittura creativa.

Mourad è capace di avvincere con toni caldi, a volte ampollosi, ma sempre appropriati e scelti con molta cura. Lo scenario è complesso da raccontare, come vogliono i migliori thriller, romanzi di genere che non hanno solo del giallo e nemmeno solo del poliziesco, ma imbastiscono trame articolate, costruite su vite vere o presunte o verosimili dei propri personaggi con un’eleganza rara. Ecco allora che ci sono molti toni tratti dallo spionaggio, come se il nostro volesse farci ben capire il clima che si viveva davvero in un ambiente sovrastato dal potere, dai sospetti, dalla necessità di mantenere un matrimonio soltanto per non contrastare vecchie tradizioni e, soprattutto, per non essere considerato poco virile dalla cerchia di amici e conoscenti, soprattutto per vendetta da parte della moglie abbandonata. Storie di vita privata che si intrecciano con nomi noti di potenti, in un crescendo di suspance ma, soprattutto, di curiosità da parte del lettore che è come se si trovasse ad entrare, in punta di piedi, in un harem, o in un bagno turco affollato da maschi nudi e sconosiuti, che parlano una lingua strana e che ti guardano con sopresa.

Piano piano, quindi, si è condotti per mano a diventare il narratore e la voce narrante sembra la nostra, mentre aleggiano profumi di droge bruciate e di incensi inebrianti e i cadaveri vengono trovati nella casa di un povero ed apparentemente innocente paralitico.

Interessanti le storie basate sul rispetto, ma anche sul silenzio, quasi si fosse sempre nell’anticamera di una famiglia mafiosa, ma senza poterne individuare gli appartenenti, se non nel tutti sanno tutto, tipico di ogni luogo e, soprattutto, dei luoghi che non vedono troppa libertà. “L’omicidio è solo un effetto collaterale di una medicina che guarirà un paese in agonia”, si legge. E forse è vero. Nel contempo riuscendo a dare alla medicina-letteratura il vero ruolo, quello che dovrebbe avere dovunque ma che, molto spesso, da noi è andato dimenticato se non perduto. Il ruolo di stimolo e luce per indicare il cambiamento: quale possibile e verso dove dirigerlo.

Il Cairo è delineato per vizi inconfessabili, per scelte misteriose, per verità taciute e, soprattutto, per i bassifondi dove è lampante che abbia perso l’innocenza di capitale delle mummie e dei faraoni, luogo di vacanza e di turismo apparentemnete sopra le righe. Un romanzo interessante, intrigante ed affascinante come pochi, e, ripeto, non per l’ambientazione esotica, quanto per questo linguaggio così denso e carico di significati. E’ la parola a farla da protagonista. Finalmente.

Ahmed Mourad: “Polvere di diamante”, Marsilio, Venezia, 2013, euro 18,50.

Articolo di Alessia Biasiolo

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