Frappé di vite

Ogni volta che ci troviamo dinanzi alle nuove mode, proviamo nostalgia per quello che perdiamo. Così, nell’era dell’elettronica e dell’informatizzazione, proviamo una certa malinconia per la carta stampata, i libri cartacei, il profumo della carta che sembra appena uscita da una tipografia. Ci comperiamo il nuovo lettore musicale, ma ci manca il vinile che andiamo a cercare ai mercatini vintage. Non ricordiamo certo i lati negativi, la cassetta che si srotolava nell’autoradio o il mangiadischi che si inceppava sempre sul solito solco, come non ci ricordiamo gli anni bui della contestazione e delle discussioni accanite, che finivano per tramutarsi nella sensazione che non si sarebbe tornati a casa tutti interi, soprattutto se universitari, e soprattutto se dalla parte sbagliata e, ancor più, se di Milano, Torino, Genova, Trento. Così ecco che si materializza in alcuni ricordi, propri o raccontati, il bar come mito e come depositario di leggende, luogo cult e principe degli incontri, sia che fossero della signorina al culmine della propria libertà di uscite, sia che fosse del bell’uomo che raccontava di calcio e forse anche di politica, piuttosto che dell’ubriaco che aveva sempre qualche verità da rivelare. Sono quelle miscellanee che i baristi conoscono bene e, forse, che hanno ispirato il mix nello shaker che così bene il barista-amico-confessore sa agitare al momento giusto.

Il tutto messo in scena in un cartellone della Compagnia Malcostume, a Brescia e alcuni limitrofi, con cinque produzioni proprie e cinque ospiti. Apre l’interessante proposta di un gruppo di giovani, con le mille difficoltà dei luoghi e dei tempi, “Teatro 6” con Jessica Leonello, Renato Dossi alle percussioni e Nic Garrapatero alla chitarra, che propone appunto un “Frappé di vite” di buon gusto. Un’ora di divertimento mai banale e che non cala mai di tono, giusta composizione di parole e di sguardi, quelli con i quali Jessica ti osserva, osserva il suo pubblico, transitando per un “Che bei lacci che hai”, “Cos’hai da guardare?” e “Cos’è poi un ubriaco” che ricordano il cabaret e il teatro d’autore. Arriva in scena, ad aprire il nostro immaginario, una donna che incarna il risultato della vita, delle scelte, volute o imposte, il genere di soggetto che esce da un cassonetto o dai nostri armadi. Coperta di improvvisati abiti, Giulietta è il nostro immaginario migliore, il nome che apre subito al beato sorriso di chi ama e pensa al bello. Giulietta è la saggezza popolare e popolana che transita dal bar come dal luogo di ritrovo, quello nel quale è sempre più difficile entrare. Nell’era della nostalgia, il bar catalizza i cuori che vogliono dialogo nel tempo dell’individualismo e dell’isolazionismo personale, quando ci si incontra forse solo nei luoghi più “seri”, come le sale da tè o le aree delle mega librerie, magari create negli ex cinema. Così Giulietta pone le domande alle quali il pubblico sa già rispondere, essendo Giulietta una parte di noi, ma che non vuole proferire, attendendo il responso dell’attrice novella Cassandra. Attende di avere il responso proprio da lei, il pubblico, da quella donna bambina che ricorda il carnevale di Ivrea, quello al quale non voleva partecipare perché non le piacevano le arance, ma che, nel grottesco del sogno, poteva avere assassinato Olivetti durante la famosa battaglia. Giulietta siamo noi che ci guardiamo con gli occhi di
Jessica, dalla rara capacità di guardare dritto negli occhi e di portare il teatro in noi, alle nostre risposte, alle nostre paranoie diventate vecchio ubriaco in corsa o “contessa” con improbabili boa di struzzo. Il cambio scena è dato da cambi d’abito a vista dell’attrice alla quale i musicisti fanno ottima spalla, diventando spettacolo essi stessi e non solo corollario musicale. Ognuno, quindi, nel frappé è comprimario, è coprotagonista e si porta dietro, a fine serata, quella dose di storia sociale nella quale non può più dire di essere innocente.

Aleggia un ché di circense, come se fossimo per un attimo in uno spezzone della bella vita, dato che è felliniano il clima e anche la Giulietta, rimasta senza troppi spiriti, se non quelli dell’alcol da bar, appunto. La caratterizzazione dei personaggi è netta, a tutto tondo, degli anni Sessanta. Il cappellino che dà lustro alla Signoranonerolimasotutto, con la sottolineatura di quell’aperitivo che è stato mito anch’esso e colonna portante ancora oggi di serate, chissà se più dense di quelle di un tempo. La Signora fuma la sigaretta che lo stesso Professore non potrebbe gestire così bene, nel suo sentenziare sul sedere delle clienti, attività sportiva ancora in voga oggi, in famosi caffè cittadini, ma senza più parole, solo sguardi più o meno fessi. Le pietre miliari dei bar sono grottesche e tragiche allo stesso tempo, perché nel luogo di ritrovo per antonomasia si consumano i maggiori drammi dell’esistenza, senza il sentore di essere soli. Prova ne sia che il famoso ubriacone del piano di sopra, rimasto “a secco”, riceve nella calura dell’agosto senza ferie un cesto pieno di “riserve”, da part dei compagni di s-ventura. Il suono di sottofondo diventa padrone della scena e i musicisti sono le colonne sonore della vita di tutti, di tutte le età, perché con o senza il bar della propria vita, siamo delle comparse tragiche e, appunto per questo, dall’antichità ad oggi, comiche.

Davvero un bello spettacolo.

Articolo di Alessia Biasiolo

One thought on “Frappé di vite

  1. Willem ha detto:

    Ottimo l’articolo. E superbo lo spettacolo. La semplicità del modo di presentarsi è senz’altro servita a riconoscersi nei modi o difetti di tutti noi, e possiamo per questo riderci addosso.

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