Le stanze delle muse

Nota a livello internazionale, la raccolta Molinari Pradelli è la più significativa formatasi a Bologna nel Novecento e si segnala, oltre che per la consistenza delle opere e la selezionata qualità, per la specifica connotazione conferitale dal gusto raffinato del celebre direttore d’orchestra Francesco Molinari Pradelli (1911-1996) attraverso i numerosi viaggi e le relazioni internazionali sull’onda del successo della professione.

Con una mostra di cento dipinti della raffinata collezione la Galleria degli Uffizi vuole rendere ‘omaggio alla grande personalità del maestro, direttore d’orchestra di fama e d’attività mondiali, che ebbe con Firenze un lungo e fruttuoso rapporto grazie alla sua presenza nel Teatro allora Comunale e nei programmi del Maggio Musicale Fiorentino’ (Cistina Acidini).

Francesco Molinari Pradelli nacque a Bologna nel 1911 e frequentò il Liceo musicale “Gian Battista Martini” sotto la guida di Filippo Ivaldi per il pianoforte e di Cesare Nordio per la direzione d’orchestra. Completò la propria formazione musicale a Roma, dove, già alle prime esibizioni, la stampa lo definì, nel 1938, “direttore di sicuro avvenire” mentre Arturo Toscanini lo segnalò come giovane che “ha del talento e farà carriera”. A Roma si distinse nella direzione di concerti avendo come solisti Arturo Benedetti Michelangeli e Wilhelm Kempff. Negli anni Quaranta comparve sulle scene a Milano, Pesaro, Trieste, Bologna e Firenze dirigendo in particolare pezzi di Mozart, Beethoven, Brahms, Wagner. Ebbe inizio, con la tournée ungherese del 1949, il successo internazionale che lo portò sul podio dei principali teatri europei e americani con un repertorio di trentatre concerti e di ventotto realizzazioni operistiche, dal 1938 al 1982. Tra le affermazioni più lusinghiere si ricordano gli spettacoli dell’Arena di Verona: il Guglielmo Tell di Rossini (1965), la Norma di Bellini con la Montserrat Caballé (1974), replicata a Mosca, e inoltre la Carmen di Bizet nel 1961 con cantanti d’eccezione e la Turandot di Puccini in uno spettacolo del 1969 che vide il debutto di Plácido Domingo. Non si possono tralasciare le sei stagioni consecutive all’Opera di Vienna e soprattutto i grandi successi nei teatri americani, dapprima a San Francisco poi, dal 1966, al Metropolitan di New York. Assidua fu la sua presenza a Firenze per oltre trent’anni, a partire dal 1942, come direttore dell’orchestra del Teatro Comunale con una decina di concerti sinfonici di sicuro successo nei quali ricorrenti furono i nomi di Beethoven, Rossini, Brahms, Caikovskij, Wagner. Risale alla stagione 1964-65 la direzione dell’opera verdiana Forza del destino, da tempo nel suo repertorio, mentre data al 1967 il debutto lirico al Maggio Musicale Fiorentino con il moderno recupero di Maria Stuarda di Donizetti, cui seguirono la direzione della Carmen (1968) e Lohengrin (1971).

A partire dagli anni Cinquanta il maestro coltivò una crescente passione per la pittura raccogliendo dapprima dipinti dell’Ottocento, quindi rivolgendosi alla pittura barocca spinto da un’attrazione del tutto originale verso il genere della natura morta i cui studi erano allora alle origini, con un’ottica che univa al piacere del possesso e all’apprezzamento estetico il desiderio di conoscenza, sollecitato dalle visite ai musei e alle mostre nelle città in cui la carriera professionale lo portava (ne sono testimonianza la quantità di libri e riviste specialistiche presenti nell’abitazione, le fotografie, gli appunti delle ricerche storico-artistiche condotte con la consultazione delle fonti storiografiche, la fitta corrispondenza epistolare e le relazioni con gli storici dell’arte, da Roberto Longhi a Federico Zeri, da Francesco Arcangeli a Carlo Volpe, da Ferdinando Bologna a Marcel Roethlinsberger, da Erich Schleier a Giuliano Briganti e a Mina Gregori.).

‘La sua predilezione per le “nature morte” in un tempo in cui non erano tanti i loro estimatori (lo sarebbero invece diventati dopo) offre il primo spunto di riflessione sull’indipendenza di giudizio di Molinari Pradelli. Lui, ch’era maestro internazionalmente celebrato, dimostra, scegliendo un genere di pittura poco ambìto, di non fondare le sue scelte d’amatore d’arte sui pareri degli storici e dei critici, né tanto meno di tener conto dell’onda delle mode. Come fa ogni collezionista culturalmente elegante, si disinteressava delle convenzioni. Non attribuendo ai quadri,  poi, valore d’investimento, non si curava di quello che piaceva agli altri, ma cercava di far suo ciò che piaceva a lui; e non rincorreva i nomi eccellenti (che difatti nella raccolta non si troveranno). L’aspirazione di lui era quella d’acquisire opere che gli fossero consentanee. N’è venuta una collezione ch’è lo specchio veridico della sua disposizione ideologica, per nulla incline al conformismo’ (Antonio Natali).

La collezione di circa duecento quadri che nel corso del tempo rivestirono le pareti della residenza bolognese e quindi della villa a Marano di Castenaso è stata ammirata dai maggiori storici dell’arte del Novecento, europei e americani. Come la mostra documenta, attraverso la selezione di cento dipinti, il maestro privilegiò rigorosamente la pittura del Seicento e del Settecento documentando le diverse scuole italiane, senza eccezione, con specifica attenzione ai bozzetti e ai modelletti. E se prevalenti sono i dipinti di figura della scuola emiliana – con opere di Pietro Faccini, Mastelletta, Guido Cagnacci, Marcantonio Franceschini e soprattutto i fratelli Gandolfi – e di quella napoletana – con dipinti di Luca Giordano, Micco Spadaro, Francesco De Mura, Lorenzo De Caro etc. -, non mancano capolavori di artisti veneti – Palma il Giovane, Alessandro Turchi, Sebastiano Ricci, Giovanni Battista Pittoni -, di artisti liguri e lombardi – Bernardo Strozzi, Bartolomeo Biscaino, Giulio Cesare Procaccini, Carlo Francesco Nuvolone, fra Galgario, Giuseppe Bazzani – e di artisti romani quali Gaspard Dughet, Pier Francesco Mola, Lazzaro Baldi, Paolo Monaldi.

A conferire alla collezione, molto precocemente, una notorietà internazionale furono tuttavia proprio i numerosi dipinti di natura morta di artisti come Jacopo da Empoli, Luca Forte, Giuseppe Recco, Cristoforo Munari, Arcangelo Resani, Carlo Magini, segno di un intuito fuori dal comune che fece del noto direttore d’orchestra un autentico conoscitore della pittura barocca italiana, antesignano dei moderni studi sulla natura morta.

La mostra, a cura di Angelo Mazza come il catalogo edito da Giunti, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, la Galleria degli Uffizi, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Ad arricchire la mostra è una sezione cinematografica, a cura del regista Pupi Avati – con la collaborazione di Armando Chianese  – che evoca la Bologna del tempo del grande maestro e collezionista, che Avati ricorda di aver incontrato nella sua infanzia in più occasioni e con emozione poiché suo padre Angelo Avati era rinomato antiquario e collezionista d’arte in città.

“Le stanze delle muse. Dipinti barocchi dalle collezioni di Francesco Molinari Pradelli”.

Galleria degli Uffizi, fino all’ 11 maggio 2014, dal martedì alla domenica 8.15 – 18.50; la biglietteria chiude alle 18.05.

Chiuso il lunedì e il 1 maggio.

Biglietti: intero: € 11.00; ridotto: € 5.50 per i cittadini dell’U.E. tra i 18 ed i 25 anni. Gratuità del biglietto per i  minori di 18anni e per i cittadini dell’U.E. sopra i 65 anni.

Articolo di Firenze Musei

 

“Robert Capa. Una vita leggermente fuori fuoco”

“Robert Capa. Una vita leggermente fuori fuoco”, è il titolo della retrospettiva dedicata dal Museo MAN di Nuoro a uno dei più importanti maestri della fotografia del XX secolo. Con quasi cento scatti tra i più significativi dell’intera produzione di Capa, la mostra, realizzata in collaborazione con Magnum Photos e Contrasto, ripercorre le tappe fondamentali del percorso umano, professionale e artistico del grande fotoreporter, spentosi sessant’anni fa.

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In programma fino al 18 maggio 2014, la mostra di Capa, dopo quelle di Henri Cartier-Bresson e Werner Bischof, chiude il ciclo di eventi espositivi, iniziato nel 2011, dedicati dal museo nuorese ai fotografi dell’agenzia Magnum.
Nato in Ungheria nel 1913 con il nome di Endre Friedmann, emigrato a Berlino e poi a Parigi, Capa è considerato il padre del fotogiornalismo. Figlio di una famiglia ebrea ed esule egli stesso, non smise mai di documentare il mondo dei diseredati e dei profughi, utilizzando la macchina fotografica come strumento di testimonianza e di denuncia. I suoi reportage, pubblicati su importanti riviste internazionali, tra le quali Life”e Picture Post, costituiscono un documento storico di indiscusso valore, oltre che uno straordinario e affascinante archivio di immagini, talvolta immediate ed esplicite, talvolta sottili e ironiche.

Il percorso della mostra ha inizio con le celebri istantanee di Leon Trotsky, realizzate senza autorizzazione a Copenaghen nel 1932. Nel 1931 Capa si era trasferito a Berlino, da dove sarebbe fuggito all’avvento del nazismo per recarsi a Parigi. È qui che nel 1936 fotografa i tumulti delle lotte operaie e del fronte popolare.

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Ancora nel 1936 Capa è in Spagna, per documentare la guerra civile. A Cerro Muriano, nel mese di agosto, realizza lo scatto che lo renderà celebre in tutto il mondo, “Morte di un miliziano lealista”, una delle più famose immagini della storia del Novecento, presente in mostra insieme ad altre fotografie del periodo.
Nel percorso al MAN, oltre a una decina di fotografie del conflitto cinese-giapponese, realizzate nel 1938, anche una selezione delle immagini realizzate da Capa in Gran Bretagna e in Italia durante la seconda guerra mondiale, tra le quali il “Contadino siciliano che indica all’ufficiale americano la presenza di un convoglio tedesco”, “L’uomo con in braccio la bimba ferita”, “Il funerale delle giovani vittime partigiane delle Quattro giornate di Napoli”.
Un’altra sezione è dedicata alla documentazione dello sbarco degli alleati in Normandia. È in questa occasione che Capa realizza i celebri fotogrammi da lui stesso definiti “leggermente fuori fuoco”, a causa di un errore tecnico nella fase di sviluppo. In mostra sono presentati i principali, insieme ad altre fotografie realizzate in diverse parti della Francia nel 1944.

Completano il percorso espositivo le fotografie delle macerie tedesche dopo la fine della guerra, le immagini scattate in Ucraina nel 1947, dove Capa documenta la vita nelle fattorie collettive, gli scatti del conflitto israeliano e quelli dell’ultimo reportage in Indocina, dove Capa troverà la morte sul campo, a causa di una mina anti-uomo.

Chiude la mostra un’ampia sezione dedicata ai ritratti realizzati da Capa nel corso della sua carriera, da Gary Cooper a Ingrid Bergman, sua amante, da Truman Capote a John Huston, fino alle celebri immagini di Matisse e dell’amico Pablo Picasso.
MAN_Museo d’arte Provincia di Nuoro, Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro. Orari: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00 (lunedì chiuso).

Biglietti: Intero 3,00 euro; Ridotto 2,00 euro (dai 18 ai 25 anni); Gratuito under 18 e over 65. Gratuito ultime domeniche del mese.
Articolo di S. E.

Affresco da incanto a Ravenna

Il MAR Museo d’Arte della Città di Ravenna prosegue la sua indagine su temi di grande interesse ancora da approfondire con l’ambizioso progetto espositivo dal titolo L’incanto dell’affresco in programma fino al 15 giugno 2014, realizzato grazie al fondamentale sostegno della Fondazione della Cassa di Risparmio di Ravenna.

La mostra, che raccoglie un’accurata selezione di 110 opere, curata da Claudio Spadoni, e da Luca Ciancabilla, si divide in sei sezioni, ordinate secondo un indirizzo storico-cronologico: dai primi masselli cinque-seicenteschi, ai trasporti settecenteschi, compresi quelli provenienti da Pompei ed Ercolano, agli strappi ottocenteschi, fino alle sinopie staccate negli anni Settanta del Novecento.

Più di mezzo secolo or sono Roberto Longhi, anche sull’onda del successo della prima “Mostra di affreschi staccati” che si tenne al forte Belvedere di Firenze (1957), avvertì molto tempestivamente la necessità di allestire un’esposizione che potesse ripercorrere la secolare storia e fortuna della pratica del distacco delle pitture murali. Che era anche una storia del gusto, del collezionismo, del restauro e della tutela di quella parte fondamentale dell’antico patrimonio pittorico italiano.

Risalgono ai tempi di Vitruvio e di Plinio le prime operazioni di distacco, secondo una tecnica che prevedeva la rimozione delle opere insieme a tutto l’intonaco e il muro che le ospitava. Il cosiddetto massello, che favorì il trasporto a Roma di dipinti provenienti dalle terre conquistate, altrimenti inamovibili, dopo secoli di oblio trovò nuova fortuna a partire dal Rinascimento – nel nord come nel centro della Penisola – favorendo la conservazione per i posteri di porzioni di affreschi che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre. Così, in un arco temporale compreso fra il XVI e il XVIII secolo, vennero traslate la Maddalena piangente di Ercole de Roberti della Pinacoteca Nazionale di Bologna, Il gruppo di angioletti di Melozzo da Forli dei Musei Vaticani, La Madonna delle Mani del Pinturicchio: opere presenti in questa mostra.

Un modus operandi difficile e dispendioso che a partire dal secondo quarto del Secolo dei Lumi venne affiancato, e piano piano sostituito, dalla più innovativa e pratica tecnica dello strappo, prassi che tramite uno speciale collante permetteva di strappare gli affreschi e quindi portarli su di una tela. Una vera rivoluzione nel campo del restauro, della conservazione, ma anche del collezionismo del patrimonio murale italiano. Così mentre nelle appena riscoperte Ercolano e Pompei si trasportavano su nuovo supporto, per destinarle al Museo di Portici, le più belle pitture murali dell’antichità, nel resto d’Italia si diffondeva la rivoluzione dello strappo. Nulla sarebbe stato più come prima. Da quel momento in poi e fino a tutto il XIX secolo un numero cospicuo di capolavori della pittura italiana furono strappati, staccati dalle volte delle chiese, delle cappelle, dalle pareti dei palazzi pubblici e privati che le accoglievano da secoli, per essere trasportati in luoghi più sicuri, nelle quadrerie e nelle gallerie nobiliari e principesche d’Italia e di mezza Europa. Spesso infatti, dietro a conclamate esigenze conservative, si celavano implicite motivazioni collezionistiche.

Andrea del Castagno, Bramante, Bernardino Luini, Garofalo, Girolamo Romanino, Correggio, Moretto, Giulio Romano, Nicolò dell’Abate, Pellegrino Tibaldi, Veronese, Ludovico e Annibale Carracci, Guido Reni, Domenichino, Guercino: tutti i grandi maestri dell’arte italiana fra la metà del Settecento e la fine del XIX secolo furono oggetto delle attenzioni degli estrattisti: Antonio Contri, Giacomo e Pellegrino Succi, Antonio Boccolari, Filippo Balbi, Stefano Barezzi, Giovanni Rizzoli, Giovanni Secco Suardo, Giuseppe Steffanoni. Anche loro, come gli illustri artisti sopracitati, e come alcune fra le più belle pitture di Ercolano e Pompei, saranno protagonisti della mostra del Mar.
Ma la prassi estrattista conoscerà la sua più fortunata stagione proprio nel secolo scorso, quando, a partire dal secondo dopoguerra furono strappati e staccati un numero impressionante di affreschi. I danni provocati ad alcuni fra i principali monumenti pittorici italiani dai bombardamenti bellici e la convinzione che l’unica strada da percorrere per evitare che in futuro potessero reiterarsi danni irreparabili come quelli al Mantegna a Padova, Tiepolo a Vicenza, Buffalmacco e Benozzo Gozzoli a Pisa, fecero sì che a partire dagli anni Cinquanta fosse avviata la più imponente campagna di strappi e stacchi che l’Italia abbia mai conosciuto. In caso di una temutissima nuova guerra, anche quella fondamentale porzione del nostro patrimonio pittorico si sarebbe potuta salvare ricoverandola nei rifugi antiaerei, come era stato fatto a partire dal 1940 con le tele e le tavole dei maggiori musei della nazione.
Prese quindi avvio la cosiddetta “stagione degli stacchi” e della “caccia alle sinopie”, i disegni preparatori che i maestri tre-quattrocenteschi avevano lasciato a modo di traccia sotto gli intonaci. Se nell’Ottocento era il collezionismo privato a favorire il trasporto degli affreschi, ora erano gli storici dell’arte e i musei della ricostruita Nazione a chiedere la diffusione su più ampia scala della tecnica estrattista rendendo facilmente fruibili a tutti tanti capolavori.
L’alluvione di Firenze fece il resto, mostrando al mondo intero la precarietà che condizionava la sopravvivenza dei più straordinari affreschi italiani. Così furono separati per sempre dal muro che li aveva custoditi da secoli Giotto, Buffalmacco, Altichiero, Vitale da Bologna, Pisanello, Signorelli, Pontormo, Tiepolo trovando dimora in alcuni fra i più importanti musei della nazione, e ora, per questa mostra, nelle sale del Mar di Ravenna. Il catalogo, in due tomi, edito da Silvana, raccoglie i saggi di diversi specialisti, le schede scientifiche di tutte le opere esposte e apparati biobibliografiche.

L’incanto dell’affresco. Capolavori strappati da Pompei a Giotto da Correggio a Tiepolo”, Museo d’Arte della città di Ravenna.

Fino al 15 giugno 2014. Orari fino al 31 marzo: martedì- venerdì 9-18, sabato e domenica 9-19; dall’1 aprile: martedì – giovedì 9-18; venerdì 9-21; sabato e domenica 9-19, chiuso lunedì.

Articolo di S. E.

La famiglia reale del Belgio in visita alla mostra “Liberty”

Nella giornata di mercoledì 5 marzo scorso, si è recata in visita strettamente privata alla mostra “Liberty. Uno stile per l’Italia moderna”, promossa dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì presso i Musei San Domenico, la famiglia reale del Belgio, ovvero Alberto II, sesto re dei Belgi (dal 1993 al 2013 allorché ha abdicato in favore del figlio) e la consorte Paola Ruffo di Calabria. La regina Paola è molto legata alla Romagna, in quanto il padre, Fulco Ruffo di Calabria, fece parte della “Squadriglia degli Assi” comandata da Francesco Baracca, di cui prese quindi il comando alla morte dell’aviatore lughese. Una decisione, quella di visitare la mostra forlivese, maturata all’ultimo momento, per l’interesse del tema. Bruxelles ha aperto da pochi giorni un museo dedicato all’arte belga di fine secolo.

Alberto II e la consorte si sono fermati a lungo (all’incirca tre ore) nella sale dell’esposizione, ammirando e complimentandosi per la qualità delle opere per l’insieme del percorso espositivo. Tra le opere più ammirate: La Sirena di Sartorio, il Ritratto della moglie di De Carolis, le due opere di Boldini e la Primavera classica di Chini. Oltre al percorso espositivo, i reali del Belgio hanno avuto parole di elogio per il recupero dell’intero complesso dei Musei San Domenico e per la Pinacoteca civica. “Raramente ho visto una mostra così completa e ben allestita”, è stato il commento finale della regina Paola; “Raramente – ha aggiunto sorridendo Alberto II – ci siamo trattenuti tre ore ad un’esposizione”.

Articolo di S. E.

 

Alessi presidente di giuria dell’International Packaging Competition

 È Alberto Alessi, presidente di Alessi SpA e responsabile di design management, marketing strategico e comunicazione, il presidente di giuria della 18^ edizione del Concorso Internazionale Packaging in programma da oggi, 14 marzo, a Verona. La competizione è nata su iniziativa di Veronafiere e Vinitaly (6-9 aprile 2014) per premiare le aziende produttrici di vini e distillati che investono anche nell’immagine dei propri prodotti.

A seguire, dal 26 al 30 marzo, i lavori del Concorso Enologico Internazionale, arrivato alla sua 21^ edizione e da sempre considerato la più importante, partecipata e soprattutto la più selettiva competizione al mondo, con le medaglie assegnate che non superano il 3% dei campioni.

Altamente qualificata la giuria del Concorso Packaging, composta, oltre che dal presidente Alberto Alessi, da Riccardo Facci, art-director e fondatore dell’agenzia creativa Facci & Pollini, dal designer Luca Fois, creative advisor e docente a contratto alla Facoltà di Design del Politecnico di Milano, da Giuseppe Martelli, direttore generale di Assoenologi, e dalla giornalista Elena Caccia di Civiltà del Bere.

Questi i premi messi in palio dal Concorso Internazionale Packaging: Etichetta d’Oro, Etichetta d’Argento, Etichetta di Bronzo per le sette categorie previste dal regolamento. All’azienda di ogni Paese che otterrà le maggiori valutazioni, riferite alle confezioni che avranno superato almeno la prima fase della selezione, sarà assegnato il Premio Speciale “Packaging 2014”, rispettivamente per le categorie dei vini e dei distillati.

Tra le confezioni che otterranno l’Etichetta d’Oro, la giuria assegnerà il Premio Speciale “Etichetta dell’anno 2014”, sempre per le categorie dei vini e dei distillati, mentre all’azienda che otterrà le migliori valutazioni riferite all’immagine coordinata, cioè alla capacità di evidenziare il proprio stile inconfondibile attraverso confezioni diverse, sarà assegnato il Premio Speciale “Immagine Coordinata 2014”.

Quest’ultimo riconoscimento viene attribuito solo a condizione che l’azienda abbia superato con almeno tre confezioni la prima fase di valutazione.

La scelta di riportare i grandi concorsi internazionali di Vinitaly a pochi giorni dall’apertura del salone è stata fatta pensando alle esigenze di marketing delle aziende vincitrici, che hanno così la possibilità di presentare i prodotti premiati.

 Articolo di Veronafiere

 

Le splendide Sonate di Vivaldi per flauto dolce e flauto traverso

Sala Museo Nazioanle Strumenti Musicali

 

Dopo due “tutto esaurito” consecutivi, se ne prospetta un altro sabato 15 marzo alle 17.00 per il terzo concerto della Stagione di Musica Antica del Conservatorio “Santa Cecilia” al Museo Nazionale degli Strumenti Musicali (Piazza S. Croce in Gerusalemme 9/A).

L’ingresso al concerto è libero.

Il concerto è preceduto alle ore 16.15 da una visita guidata alla collezione di flauti traversi del Museo, a cura del M. Enrico Casularo.

Alle 17.00 inizia il concerto, che presenta l’esecuzione integrale delle Sonate di Antonio Vivaldi per flauto dolce e flauto traverso.

Il flauto fu – dopo il violino, di cui egli stesso era un virtuoso – uno degli strumenti preferiti dal compositore veneziano, che gli dedicò alcuni splendidi Concerti e un piccolo gruppo di Sonate.

Le eseguiranno Benedetto Ciociola e Celestino Dionisi, rispettivamente al flauto traverso e al flauto dolce: il primo è un giovane e valente concertista formatosi nel conservatorio romano, il secondo è professore ai corsi superiori di Musica Antica dello stesso conservatorio e ha un prestigioso curriculum sia come insegante che come concertista. Il basso continuo è affidato ad altri tre docenti di “Santa Cecilia”, Andrea Damiani alla tiorba, Bruno Re alla viola da gamba e Barbara Vignanelli al clavicembalo. Con loro Massimo Genna alla tiorba.

Sono in programma le cinque Sonate per flauto presenti nel catalogo di Vivaldi: quattro per flauto traverso e una per flauto dolce. A queste si aggiunge una preziosa rarità, una inedita Trio Sonata in do maggiore per flauto dolce, traverso e basso continuo, recentemente scoperta da Enrico Casularo in una raccolta manoscritta della Biblioteca Querini Stampalia di Venezia: sebbene non sia firmata, l’attribuzione a Vivaldi è da considerarsi sicura.

Invece è ormai assodato che non sono autentiche le sei Sonate raccolte sotto il titolo “Il Pastor fido”, per secoli attribuite a Vivaldi e scritte invece da Nicolas Chédeville il Giovane. Per documentare questa falsificazione di successo, viene tuttavia presentata anche una di queste Sonate.

Museo Nazionale degli Strumenti Musicali

Piazza Santa Croce in Gerusalemme, 9/A – Roma

 

Mauro Mariani

 

“Le Nozze di Figaro” da oggi al Teatro Carlo Felice

“Le Nozze di Figaro” ritornano, dopo nove anni, al Teatro Carlo Felice di Genova, dal 14 al 18 marzo 2014.

L’opera buffa in quattro atti, tra le più famose del grande compositore austriaco Wolfgang  Amadeus Mozart, andò in scena per la prima volta al Burghtheater di Vienna il 1° maggio 1786. L’opera, su libretto di Lorenzo Da Ponte, tratta dalla commedia La folle journée ou Le mariage de Figaro di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, segna l’inizio della collaborazione con il librettista e drammaturgo italiano che portò, successivamente, alla realizzazione di altri due capolavori, Don Giovanni e Così fan tutte.

Sul podio, a dirigere l’Orchestra e il Coro del Teatro Carlo Felice, Johannes Wildner, uno dei maggiori direttori austriaci contemporanei, applaudito più volte nelle ultime stagioni e recentemente nel concerto sinfonico del 2012 con il violinista David Garrett.

La regia – incentrata sull’Eros come vero motore del vortice di eventi della “folle giornata” – è firmata da Marco Spada, affermato regista, musicologo e, dal 1998, direttore artistico dell’Ente Concerti “Marialisa De Carolis”-Teatro di Tradizione di Sassari; le scene sono di Tommaso Lagattolla, i costumi di Giovanna Buzzi e le luci di Fabio Rossi. L’allestimento proviene dall’Ente Concerti “Marialisa De Carolis” di Sassari.

Il cast è composto interamente dai giovani dell’Ensemble Opera Studio, che, sotto l’attenta direzione di Alvise Casellati, oltre a mostrarsi come dei promettenti giovani cantanti, si stanno rivelando anche attori estremamente convincenti.

La Fondazione Teatro Carlo Felice propone, dopo il successo conseguito nei passati incontri, la  piacevole consuetudine dell’esclusiva cena dopo Teatro con gli Artisti, al termine delle “Prime” di ogni opera. L’appuntamento di stasera è fissato per dopo la recita di Le Nozze di Figaro. L’organizzazione della cena è affidata a Svizzera Ricevimenti, che si distingue per un servizio professionale, elegante ed efficiente contribuendo a rafforzare l’immagine del Teatro  come luogo di incontro tra convivialità e cultura.

Il prezzo della “Cena Esclusiva” è di euro 45.00. Informazioni prenotazione presso la Biglietteria del Teatro.

Le Nozze di Figaro

Opera buffa in quattro atti di Lorenzo Da Ponte

Musica di Wolfgang  Amadeus Mozart

Direttore

Johannes Wildner

Regia

Marco Spada

Scene

Tommaso Lagattolla

Costumi

Giovanna Buzzi

Luci

Fabio Rossi

Maestro al fortepiano Sirio Restani

 

Il Conte di Almaviva

Luka Brajnik

Ricardo Crampton

La Contessa di Almaviva

Gioia Crepaldi

Francesca Geretto

Mila Soldatic

Susanna

Daria Kovalenko

Maria Mudryak

Francesca Tassinari

 

Figaro

Valdis Jansons

Roberto Maietta

 

Cherubino

Marina Ogii

Margherita Rotondi

 

Marcellina

Sophie Koberidze

Francesca Pierpaoli

 

Bartolo

Emanuele Cordaro

 

Basilio/Don Curzio

Matteo Macchioni

 

Barbarina

Irene Celle

Federica Di Trapani

 

Antonio

John Paul Huckle

 

Due giovani

Irene Celle/ Federica Di Trapani

Marta Mari

 

Allestimento dell’ Ente Concerti “Marialisa de Carolis”  Sassari; Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice. Maestro del Coro Pablo Assante.

Repliche

Sabato 15 marzo 2014  – (L) 20.30

Domenica 16 marzo 2014 – (C) 15.30

Martedì 18 marzo 2014 – (B) 20.30

 

Marina Chiappa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Intervista impossibile a Chopin

Sul palco un pianoforte grancoda e un salottino moderno con due poltrone. Entrano, Leone Magiera e il famoso anchorman Philippe Daverio.

Leone Magiera, celebre pianista, tra i più apprezzati interpreti chopiniani, direttore e didatta, sul palcoscenico impersonifica il pianista romantico per eccellenza, Frédéric Chopin, del quale si sono appena celebrati i duecento anni della nascita.

E’ in atto una specie di “intervista impossibile” a Chopin/Magiera che racconta del suo immenso amore per la musica del grande polacco che apparve nel panorama musicale della prima metà dell’Ottocento come la stella più luminosa del Romanticismo musicale.

Daverio parla del Romanticismo declinato nelle varie arti, della sua nascita (Sturm und Drang) e del suo affermarsi, intrecciando il suo dire con gli esempi musicali e le notazioni di Magiera, che esplicita con il pianoforte i primi evidenti segni del movimento già nella musica di Mozart; molto più evidenti in Beethoven e finalmente in Chopin e nei compositori a lui contemporanei (Schumann, Schubert…). Magiera sottolinea come il movimento romantico giunga fino quasi ai tempi nostri. Puccini stesso è debitore a Chopin di diversi temi, rintracciabili chiaramente nella sua opera; l’ultimo tempo della Sonata chopiniana in si bemolle, con quella mancanza di una precisa tonalità, pare aver dato spunto anche alla rivoluzione dodecafonica di Schonberg.

Magiera interpreta al piano brani di Clementi, Beethoven e Chopin.

In un crescendo di battute sulla storia della musica, l’anchorman Philippe Daverio intrattiene gli spettatori. A fine serata, chissà, forse, Magiera e Daverio  suonano insieme a quattro mani.

LEONE MAGIERA

La personalità artistica di Leone Magiera  è senz’altro una delle più originali e poliedriche della vita musicale italiana ed internazionale degli ultimi decenni.

Nato a Modena, è cresciuto alla scuola pianistica di Lino Rastelli, Giorgio Vidusso e Alberto Mozzati. Enfant prodige, già a 12 anni si esibiva nei primi concerti, si è diplomato con lode e menzione speciale al Conservatorio di Parma, ma i casi della vita lo hanno portato a percorrere molti altri sentieri musicali, affermando in ciascuno di essi una personalità forte ed originale.

E’ stato Maestro del coro nei teatri di Bologna, Genova e alla Scala. Poi collaboratore di Maestri come Giulini, Abbado, Solti, Kleiber e von Karajan con cui ha avuto un rapporto artistico di particolare intensità.

Molto ampia e prestigiosa la sua attività di pianista in duo con molti dei più importanti artisti del panorama internazionale. Si è infatti esibito in centinaia di recitals, oltre che con Luciano Pavarotti a cui è stato legato da un lungo sodalizio artistico, con Piero Cappuccilli, Renata Scotto, Mirella Freni, Ruggero Raimondi, Raina Kabaivanska, Lucia Valentini Terrani, Katia Ricciarelli, Nicolai Gedda, Shirley Verret, in tutte le sale internazionali più prestigiose: tra tutte il Musikverein di Vienna, la Grosse Festspilhause di Salisburgo,  la Salle Pleyel di Parigi, il Bolshoi di Mosca, il Metropolitan di New York, il Teatro alla Scala di Milano, il Teatro San Carlo di Napoli, la Fenice di Venezia, l’Auditorium dell’Accademia di Santa Cecilia. La discografia di questa sua attività, con prestigiose case quali la Decca, l’Emi, la DDG, è immensa.

Come direttore d’orchestra è stato alla testa delle più importanti compagini orchestrali tra cui i Berliner Sinphoniker, la Philharmonia di Londra, la Bayerisher Rundfunk, l’Orchestra del Teatro alla Scala, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e decine di complessi nord e sud americani. Con queste orchestre ha realizzato importantissimi concerti sinfonici, spesso registrati o ripresi dalle televisioni di tutto il mondo, tra cui ricordiamo quelli dal Central Park di New York, da Hyde Park di Londra e dalla Torre Eiffel di Parigi che hanno avuto un pubblico planetario.

Ha anche eseguito decine di opere del grande repertorio dell’’800 e del ‘900, da Verdi fino a Strawinski ottenendo grandi successi alla Staatsoper di Berlino e di Amburgo, al Colon di Buenos Aires, al Liceu di Barcellona, al Festival di Bilbao, al Filarmonico di Verona e al Carlo Felice di Genova.

Di assoluto rilievo la sua attività didattica. Ha insegnato canto al Conservatorio G.B. Martini di Bologna per molti decenni,  al Festival di Glyndebourne e di Salisburgo. Herbert von Karajan, reputandolo il maggior preparatore di cantanti lirici, per la profonda conoscenza del repertorio operistico italiano, francese e mozartiano, lo ha  chiamato, per molti anni,  a formare artisti giovani o già affermati prima del debutto sul grande palcoscenico del Festival di Salisburgo. Fra i tanti allievi divenuti celebri ricordiamo Luciano Pavarotti, Mirella Freni, Peter Glossop, Ruggero Raimondi e, più recentemente, Carmela Remigio

Possiede anche una grossa esperienza nel campo dell’organizzazione teatrale avendo ricoperto importanti cariche dirigenziali al Teatro alla Scala di Milano (segretario artistico) e al Maggio Musicale fiorentino (direttore della programmazione).

Per molti anni è stato direttore artistico e consulente musicale dell’ associazione concertistica “Settembre Musicale” di Modena e dell’Associazione romana del Club Orpheus, di cui ha curato la stagione concertistica nel settore vocale.

Leone Magiera ha scritto e scrive di cose musicali: per le edizioni Ricordi, ha pubblicato i tre volumi: Metodo e Mito dedicati a Luciano Pavarotti , Mirella Freni e Ruggero Raimondi. Un quarto volume, Pavarotti visto da vicino, pubblicato dalla Ricordi da pochi mesi, ha suscitato un notevole interesse anche a livello internazionale.

Nonostante questa intensa e prestigiosa attività in altri ambiti, è rimasto sempre fedele al pianoforte e le sue apparizioni alla tastiera destano ogni volta l’interesse degli appassionati per la brillantezza della tecnica e l’originale profondità interpretativa.

Nell’ambito della sterminata discografia ricordiamo le incisioni dei 24 Studi e delle Sonate di Chopin per Cime-Zyc, della Petite Messe Solemnelle di G. Rossini per la Decca, Al Chiaro di luna per le edizioni Papageno e, recentissimo, il CD con le Sonate di Muzio Clementi per le edizioni Bongiovanni. Di prossima pubblicazione il CD con i 24 Studi di Chopin.

PHILIPPE DAVERIO

Philippe Daverio è nato il 17 ottobre 1949 a Mulhouse, in Alsazia. Dal 1961 al 1967 ha frequentato il Liceo scientifico francese. Tornato in Italia per gli studi universitari, ha frequentato il corso di laurea in Economia e Commercio presso l’Università Bocconi di Milano.

Nel capoluogo lombardo ha avuto inizio la sua attività di mercante d’arte. Quattro le gallerie d’arte moderna da lui inaugurate: due a Milano, le altre a New York.

Specializzato in arte italiana del XX secolo, ha dedicato i suoi studi al rilancio internazionale del Novecento. Come gallerista ed editore – nell’81 ha inaugurato una casa editrice e nell’84 una libreria, sempre a Milano – ha pubblicato una cinquantina di titoli (tra cui: Catalogo ragionato dell’opera di Giorgio De Chirico fra il 1924 e il 1929; Catalogo generale e ragionato dell’opera di Gino Severini, Fillia e le avanguardie fra le due guerre).

Assessore a Milano dal 1993 al 1997 nella giunta Formentini, con le deleghe alla Cultura, al Tempo Libero, all’Educazione e Relazioni Internazionali, si è occupato del rilancio di Palazzo Reale di Milano, del suo restauro, e del riposizionamento del sistema museale nell’insieme del patrimonio civico. E’ stato fra i promotori delle fondazioni (Fondazione Teatro alla Scala, Fondazione Pierlombardo, Fondazione dei Pomeriggi Musicali) intese quali strumento di autonomia e di osmosi tra pubblico e privato nelle istituzioni culturali, ed ha promosso e seguito alcuni lavori pubblici significativi, tra cui il completamento del Piccolo Teatro e del Teatro dell’Arte in Triennale.

Consulente per la casa editrice Skira, Philippe Daverio si è sempre definito uno storico dell’arte. Così infatti lo ha scoperto il pubblico televisivo: nel 1999 in qualità di “inviato speciale” della trasmissione di Raitre Art’è, e nel 2000 come conduttore della trasmissione Art.tù, sempre su Raitre.

Attualmente è autore e conduttore di Passepartout, programma d’arte e cultura su Raitre e del nuovo programma Emporio Daverio per RAI 5.

Inoltre si occupa di strategia ed organizzazione nei sistemi culturali pubblici e privati, e svolge attività di docente presso atenei ed istituti di diverse città: è incaricato di un corso di Storia dell’arte presso lo IULM di Milano, laurea in Comunicazione e gestione dei mercati dell’arte e della cultura, di corsi di Storia del design presso il Politecnico di Milano, e dei corsi di Sociologia dei Processi Artistici e Design degli Eventi presso la facoltà di Architettura dell’Università degli Studi di Palermo.

Leonora Armellini alla Sapienza

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Negli ultimi anni i giovani concertisti italiani che si sono imposti in campo internazionale sono in maggioranza donne, più brave dei loro colleghi maschi, più moderne nel rapporto con i social networks e con i mass media, più spigliate nel proporre un’immagine meno seriosa del musicista classico.

Leonora Armellini è la pianista più rappresentativa di questa nuova generazione. Ha dimostrato tempra di lottatrice in quella massacrante competizione che è il Concorso Pianistico Internazionale “F. Chopin” di Varsavia, ottenendo una bellissima affermazione nell’edizione del  bicentenario, quella del 2010, dove ha vinto il Premio Janina Nawrocka, per “la straordinaria musicalità e la bellezza del suono”. Si è poi mostrata totalmente a suo agio nella ben diversa atmosfera di Sanremo, suonando Chopin davanti al pubblico del festival della canzone italiana e a 155 milioni di spettatori collegati in mondovisione.

È chiaro che Frédéric Chopin è il suo autore prediletto e infatti è interamente dedicato al compositore polacco il suo concerto di sabato 15 marzo alle 17.30 nell’Aula Magna della Sapienza per la stagione della IUC – Istituzione Universitaria dei Concerti.

A poco più di vent’anni Leonora si è già esibita nelle sale da concerto più prestigiose d’Europa e inoltre nella Weill Recital Carnegie Hall di New York, nella Musashino Concert Hall di Tokyo, nello Stein Auditorium di New Delhi. Martha Argerich l’ha invitata al suo festival di Lugano, dalle mani di Zubin Mehta ha ricevuto il Premio Internazionale Galileo, l’Associazione Nazionale Critici Musicali ha assegnato il premio “Piero Farulli” al trio da lei costituito insieme al fratello Ludovico e a Laura Marzadori.

Aprirà il suo concerto col virtuosismo tecnico dell’Andante spianato e Grande polacca brillante op. 22 e prosegue con i due Notturni op.48 e il Notturno op. postuma, opere semplici e commoventi che richiedono qualcosa di ancor più difficile, un virtuosismo interpretativo che si raggiunge solo con una grande maturità artistica. Infine una delle più ampie e complesse raccolte di Chopin, i dodici Studi op. 25: qui Chopin lavora sugli aspetti tecnici dell’esecuzione ma nello stesso tempo realizza immagini poetiche di grande intensità e di toccante forza emotiva.

Musiche in programma:

Chopin Andante spianato e Grande polacca brillante op. 22

Chopin 2 Notturni op. 48

Chopin Allegro di concerto in la maggiore op. 46

Chopin Notturno in do diesis minore op. postuma

Chopin 12 Studi op. 25

 

Mauro Mariani

 

Palazzo Pretorio: patrimonio recuperato alla Città

Dopo quasi 20 anni, l’11 aprile 2014, Palazzo Pretorio, monumento simbolo di Prato, sarà integralmente restituito alla città. In questi anni è rimasto chiuso per evidenti problemi alle strutture.

Gli interventi di restauro e di adeguamento dell’edificio agli standard internazionali fissati per la conservazione delle opere d’arte (il Palazzo Pretorio torna infatti alla funzione di Museo che già aveva dal 1912) si sono rivelati piuttosto complessi.

Il Palazzo ha assunto le sue forme attuali tra il ‘200 e il ‘300, conglobando tre edifici preesistenti. Nella trama dell’architettura è ancora possibile distinguere le diverse parti originarie, magistralmente unite nella nuova costruzione.
L’edificio medievale, voluto come sede del Podestà cittadino, della magistratura e delle prigioni, venne rimaneggiato in epoca cinquecentesca anche a causa di un parziale crollo.

Mutando, in parte, le funzioni, mutò anche la suddivisione degli spazi interni: i grandi ambienti di rappresentanza e di incontro vennero suddivisi in vani più piccoli.
Poi il terremoto del 1899 e i nuovi danni all’edificio.

La rinascita risale al 1912, quando Palazzo Pretorio venne destinato a Museo Civico, funzione che ha adempiuto sino al 1997 quando, davanti alle evidenti esigenze di restauro, le opere furono provvisoriamente esposte nel vicino Museo di Pittura Murale. Fra queste i capolavori di Filippo e Filippino Lippi, Fra’ Diamante e Donatello, protagonisti della mostra di settembre.
Oltre che adeguare l’intero edificio alle nuove esigenze di fruizione e di conservazione, il restauro voluto dall’Amministrazione Comunale e che con riapertura del Museo giunge al suo completamento anche funzionale, ha messo in sicurezza la parte muraria ed ha riportato all’antica bellezza gli stemmi dei podestà affrescati alle pareti ed i meravigliosi soffitti lignei dipinti, tra i più belli in Toscana.

Le opere che qui ritrovano casa godono di ambienti a norma per climatizzazione e per ogni altro aspetto collegato alla salvaguardia. Il pubblico può così ammirarle in un nuovo e innovativo allestimento, in un museo dotato dei servizi per la didattica, l’accoglienza e la comunicazione multimediale. A firmare” il progetto del nuovo allestimento, promosso dal Comune di Prato, gli architetti Adolfo Natalini, Marco Magni e Piero Guicciardini.

Articolo di S. E.