Paolo Roversi. Studio Luce

Il Comune di Ravenna, l’Assessorato alla Cultura e il MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna, presentano la mostra personale Paolo Roversi – Studio Luce, dedicata al grande fotografo ravennate. Realizzata con il prezioso contributo di Christian Dior Couture, Dauphin e Pirelli, main sponsor, la mostra si tiene dal 10 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021.

L’allestimento si sviluppa sui tre piani espositivi del MAR e comprende molte immagini diverse tra loro, in una serie di accostamenti e sovrapposizioni sorprendenti. Ad aprire il percorso, le prime fotografie di moda e i ritratti di amici e artisti come Robert Frank e Peter Lindbergh che si alternano a still life di sgabelli raccolti in strada e immagini che ritraggono la Deardorff, macchina fotografica con cui Roversi scatta da sempre. L’autore mette in mostra i suoi lavori più recenti: una selezione del calendario Pirelli 2020 e una serie di scatti di moda inediti, esposti qui per la prima volta, frutto del lavoro decennale per brand come DIOR e COMME des GARÇONS e magazine come Vogue Italia, in una sequenza che arriva agli editoriali più recenti. Aperta al pubblico dal 10 ottobre 2020 al 10 gennaio 2021, l’esposizione coincide con la pubblicazione di un omonimo volume da collezione, catalogo della mostra.

Paolo Roversi – Studio Luce costituisce un’occasione unica per conoscere a fondo le immagini e l’immaginario dell’artista. In omaggio al settecentesimo anniversario della morte di Dante, sarà presente un’ampia selezione di scatti provenienti direttamente dall’archivio di Roversi che celebrano e reinventano la figura della musa, la Beatrice cantata dal Poeta nella Divina Commedia, qui interpretata in chiave contemporanea da donne leggendarie come Natalia Vodianova, Kate Moss, Naomi Campbell e Rihanna.

Paolo Roversi nasce a Ravenna nel 1947. Nel 1973 si trasferisce a Parigi, città dove ancora oggi vive e lavora nel suo atelier in Rue Paul Fort – lo “Studio Luce” che dà titolo alla mostra. Dell’infanzia ravennate porta con sé quasi tutto e, nonostante gran parte del suo lavoro si svolga oggi lontano dalla sua città, riconduce la sua ricerca di una bellezza pura, quasi spirituale, allo sfavillio dei mosaici di Sant’Apollinare, San Vitale e Galla Placidia, all’atmosfera rarefatta di un luogo pervaso da una bellezza serena, tersa, silenziosa e avvolto dalla nebbia. Non mancheranno quindi in mostra numerosi rimandi a Ravenna, la città che più di ogni altra ha plasmato il suo immaginario.

A parte rare eccezioni, Roversi lavora in studio, per lui spazio dalla duplice connotazione: da una parte infatti è un luogo fisico, un teatro essenziale e scarno dove mettere in scena i propri sogni e desideri; dall’altra è un luogo della mente, una sorta di contesto rituale che apre le porte ad una dimensione alternativa, la cui chiave è, da sempre, la luce. La mostra, a cura di Chiara Bardelli Nonino con le scenografie di Jean–Hugues de Chatillon, è pensata come un ritorno alle origini, tanto letterale quanto metaforico, ed è la prima esplorazione così approfondita di un universo visivo particolarmente ricco e complesso.

Che lavori a un servizio di moda, prepari un ritratto o componga una natura morta, Roversi tenta comunque di dar forma al mistero, di scoprirlo e di portarlo alla luce. Le sue foto hanno diverse anime ma appaiono prima di tutto come lampi di una bellezza illogica e perturbante, riflessi di un altrove fotografico sulla cui soglia, quasi sempre, ci fermiamo ma che questa mostra ci consente invece, per una volta, di visitare.

MAR, Ravenna – Via di Roma, 13. http://www.mar.ra.it

 

Andrea Fornasier

Chuck Close. Mosaics

Il MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna, nell’ambito della VI edizione 2019 della Biennale di Mosaico Contemporaneo, grazie al contributo della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna e di Edison, presenta la mostra dell’artista statunitense di fama internazionale, Chuck Close.

Salito alla ribalta della scena artistica tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70, con autoritratti e ritratti, dipinti in scala monumentale dalla riproposizione di scatti fotografici, Chuck Close ha esplorato nel tempo un’ampia gamma di tecniche pittoriche, grafiche e fotografiche, tessili e, negli ultimi anni, musive, innovando il panorama artistico internazionale con soluzioni linguistiche e formali originali e di grande impatto.

Le opere di Chuck Close testimoniano una instancabile ricerca delle possibilità di costruzione, ricostruzione e visualizzazione del volto umano, inestricabilmente legata alla condizione neuropsicologica dell’artista. Affetto da prosopagnosia – un disturbo cognitivo che non permette di riconoscere le persone per mezzo dei soli caratteri fisionomici – Close ha saputo trasformare una condizione di svantaggio nell’innesco di un percorso artistico che induce ad una riflessione sulle relazioni tra le persone. Partendo dalla bidimensionalità della fotografia, rivelatasi un significativo aiuto per il riconoscimento delle persone, Chuck Close ha sviluppato una pratica artistica con cui indagare gli infiniti modi di rappresentare lo stesso soggetto, dal realismo fotografico ai limiti dell’astrazione. È un’emblematica ricerca, quella di Close, che si rivela di stringente attualità oggi, in una società abituata alla comunicazione dei volti per mezzo dei selfie e al loro riconoscimento automatico, grazie alle più recenti tecnologie e consentito dalle applicazioni dell’intelligenza artificiale e della computer vision.

In questa sua continua esplorazione di tecniche e di media, Chuck Close giunge al mosaico a seguito del coinvolgimento nel progetto artistico per la Metropolitana di New York. È dal 1985, infatti, che il programma di arte pubblica coordinato dal dipartimento Arts & Design dell’Autorità di Trasporto Metropolitano si occupa dell’installazione di opere d’arte permanenti nei passaggi sotterranei e nelle stazioni della rete cittadina. Dal 2017 le dodici opere della serie Subway Portraits, ritratti di importanti figure dell’arte, della musica e della cultura tra cui Cecily Brown, Philip Glass, Zhang Huan, Alex Katz, Lou Reed, Cindy Sherman e Kara Walker, sono ammirate da chi transita nella stazione Second Avenue-86th Street di New York City.

La mostra organizzata dal MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna è suddivisa in due sezioni. La prima è dedicata all’ultima serie di opere a mosaico, realizzate, nel corso di quest’ultimo anno, in collaborazione con Mosaika Art and Design di Montréal (Canada) e Magnolia Editions di Oakland (California). Il percorso espositivo presenta sette opere in mosaico di grandi dimensioni, tra cui due autoritratti e i ritratti del noto musicista, cantautore e poeta Lou Reed e di colleghi artisti e amici come Lucas Samaras e Lorna Simpson. La particolarità delle opere in mostra, è quella di riproporre nei materiali tipici del mosaico, quali smalti, vetri e ceramiche colorate, quella ampia gamma di sperimentazioni tecniche e linguistiche che è cifra stilistica dell’artista.

Ad accompagnare i mosaici, e in una relazione coerente con i processi di lavorazione degli stessi, la prima parte della mostra espone una selezione di opere che ben rappresentano l’interesse di Chuck Close nei confronti di altre tecniche extra-pittoriche. Ne sono esempi le fotografie polaroid, a colori e in bianco e nero, gli arazzi lavorati su telaio jacquard, un tappeto in seta intessuto a mano, una preziosa stampa pochoir in 165 colori e un suggestivo autoritratto ottenuto con pittura a olio distribuita a mano per mezzo di stampi in feltro.

La seconda sezione di mostra documenta, con materiali video e fotografici, il lavoro svolto dai laboratori Mosaika Art and Design e Magnolia Editions per la realizzazione dei mosaici della stazione Second Avenue-86th Street di New York. Un lavoro che ha visto i due laboratori impegnati in un processo di invenzione e di elaborazione di soluzioni inedite dal punto di visto tecnico e dei materiali, nella messa a punto delle tipologie di mosaico più adatte a tradurre le estetiche delle opere di Chuck Close.

Chuck Close. Mosaics

MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna

Dal 5 ottobre 2019 al 12 gennaio 2020, 9-18 dal martedì al sabato, 11-19 domenica e festivi, lunedì chiuso (il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura).

S.E.

Affresco da incanto a Ravenna

Il MAR Museo d’Arte della Città di Ravenna prosegue la sua indagine su temi di grande interesse ancora da approfondire con l’ambizioso progetto espositivo dal titolo L’incanto dell’affresco in programma fino al 15 giugno 2014, realizzato grazie al fondamentale sostegno della Fondazione della Cassa di Risparmio di Ravenna.

La mostra, che raccoglie un’accurata selezione di 110 opere, curata da Claudio Spadoni, e da Luca Ciancabilla, si divide in sei sezioni, ordinate secondo un indirizzo storico-cronologico: dai primi masselli cinque-seicenteschi, ai trasporti settecenteschi, compresi quelli provenienti da Pompei ed Ercolano, agli strappi ottocenteschi, fino alle sinopie staccate negli anni Settanta del Novecento.

Più di mezzo secolo or sono Roberto Longhi, anche sull’onda del successo della prima “Mostra di affreschi staccati” che si tenne al forte Belvedere di Firenze (1957), avvertì molto tempestivamente la necessità di allestire un’esposizione che potesse ripercorrere la secolare storia e fortuna della pratica del distacco delle pitture murali. Che era anche una storia del gusto, del collezionismo, del restauro e della tutela di quella parte fondamentale dell’antico patrimonio pittorico italiano.

Risalgono ai tempi di Vitruvio e di Plinio le prime operazioni di distacco, secondo una tecnica che prevedeva la rimozione delle opere insieme a tutto l’intonaco e il muro che le ospitava. Il cosiddetto massello, che favorì il trasporto a Roma di dipinti provenienti dalle terre conquistate, altrimenti inamovibili, dopo secoli di oblio trovò nuova fortuna a partire dal Rinascimento – nel nord come nel centro della Penisola – favorendo la conservazione per i posteri di porzioni di affreschi che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre. Così, in un arco temporale compreso fra il XVI e il XVIII secolo, vennero traslate la Maddalena piangente di Ercole de Roberti della Pinacoteca Nazionale di Bologna, Il gruppo di angioletti di Melozzo da Forli dei Musei Vaticani, La Madonna delle Mani del Pinturicchio: opere presenti in questa mostra.

Un modus operandi difficile e dispendioso che a partire dal secondo quarto del Secolo dei Lumi venne affiancato, e piano piano sostituito, dalla più innovativa e pratica tecnica dello strappo, prassi che tramite uno speciale collante permetteva di strappare gli affreschi e quindi portarli su di una tela. Una vera rivoluzione nel campo del restauro, della conservazione, ma anche del collezionismo del patrimonio murale italiano. Così mentre nelle appena riscoperte Ercolano e Pompei si trasportavano su nuovo supporto, per destinarle al Museo di Portici, le più belle pitture murali dell’antichità, nel resto d’Italia si diffondeva la rivoluzione dello strappo. Nulla sarebbe stato più come prima. Da quel momento in poi e fino a tutto il XIX secolo un numero cospicuo di capolavori della pittura italiana furono strappati, staccati dalle volte delle chiese, delle cappelle, dalle pareti dei palazzi pubblici e privati che le accoglievano da secoli, per essere trasportati in luoghi più sicuri, nelle quadrerie e nelle gallerie nobiliari e principesche d’Italia e di mezza Europa. Spesso infatti, dietro a conclamate esigenze conservative, si celavano implicite motivazioni collezionistiche.

Andrea del Castagno, Bramante, Bernardino Luini, Garofalo, Girolamo Romanino, Correggio, Moretto, Giulio Romano, Nicolò dell’Abate, Pellegrino Tibaldi, Veronese, Ludovico e Annibale Carracci, Guido Reni, Domenichino, Guercino: tutti i grandi maestri dell’arte italiana fra la metà del Settecento e la fine del XIX secolo furono oggetto delle attenzioni degli estrattisti: Antonio Contri, Giacomo e Pellegrino Succi, Antonio Boccolari, Filippo Balbi, Stefano Barezzi, Giovanni Rizzoli, Giovanni Secco Suardo, Giuseppe Steffanoni. Anche loro, come gli illustri artisti sopracitati, e come alcune fra le più belle pitture di Ercolano e Pompei, saranno protagonisti della mostra del Mar.
Ma la prassi estrattista conoscerà la sua più fortunata stagione proprio nel secolo scorso, quando, a partire dal secondo dopoguerra furono strappati e staccati un numero impressionante di affreschi. I danni provocati ad alcuni fra i principali monumenti pittorici italiani dai bombardamenti bellici e la convinzione che l’unica strada da percorrere per evitare che in futuro potessero reiterarsi danni irreparabili come quelli al Mantegna a Padova, Tiepolo a Vicenza, Buffalmacco e Benozzo Gozzoli a Pisa, fecero sì che a partire dagli anni Cinquanta fosse avviata la più imponente campagna di strappi e stacchi che l’Italia abbia mai conosciuto. In caso di una temutissima nuova guerra, anche quella fondamentale porzione del nostro patrimonio pittorico si sarebbe potuta salvare ricoverandola nei rifugi antiaerei, come era stato fatto a partire dal 1940 con le tele e le tavole dei maggiori musei della nazione.
Prese quindi avvio la cosiddetta “stagione degli stacchi” e della “caccia alle sinopie”, i disegni preparatori che i maestri tre-quattrocenteschi avevano lasciato a modo di traccia sotto gli intonaci. Se nell’Ottocento era il collezionismo privato a favorire il trasporto degli affreschi, ora erano gli storici dell’arte e i musei della ricostruita Nazione a chiedere la diffusione su più ampia scala della tecnica estrattista rendendo facilmente fruibili a tutti tanti capolavori.
L’alluvione di Firenze fece il resto, mostrando al mondo intero la precarietà che condizionava la sopravvivenza dei più straordinari affreschi italiani. Così furono separati per sempre dal muro che li aveva custoditi da secoli Giotto, Buffalmacco, Altichiero, Vitale da Bologna, Pisanello, Signorelli, Pontormo, Tiepolo trovando dimora in alcuni fra i più importanti musei della nazione, e ora, per questa mostra, nelle sale del Mar di Ravenna. Il catalogo, in due tomi, edito da Silvana, raccoglie i saggi di diversi specialisti, le schede scientifiche di tutte le opere esposte e apparati biobibliografiche.

L’incanto dell’affresco. Capolavori strappati da Pompei a Giotto da Correggio a Tiepolo”, Museo d’Arte della città di Ravenna.

Fino al 15 giugno 2014. Orari fino al 31 marzo: martedì- venerdì 9-18, sabato e domenica 9-19; dall’1 aprile: martedì – giovedì 9-18; venerdì 9-21; sabato e domenica 9-19, chiuso lunedì.

Articolo di S. E.