Gulietta rimossa dalla Casa

Con una delicata operazione di imbragamento, la statua di Giulietta è stata rimossa dal famoso cortile della Casa di Giulietta di via Cappello, a Verona, per essere trasportata alla Fonderia Brustolin, dove sarà utilizzata per realizzarne una copia. L’operazione si è resa necessaria a causa dell’usura della statua in bronzo, opera dello scultore Nereo Costantini. Presenti alle operazioni di rimozione il Sindaco Flavio Tosi, la direttrice dei Musei Civici Paola Marini con il curatore Ettore Napione, il presidente dell’Accademia di Belle Arti “G.Cignaroli” Stefano Pachera e Rodolfo Camatta, titolare della Fonderia Brustolin di Verona.

“Un evento unico per la nostra città – ha detto il Sindaco – visto che la statua di Giulietta rappresenta, insieme all’Arena, uno dei simboli di Verona più conosciuti al mondo. Ringrazio Cattolica Assicurazioni e quanti partecipano a questa impresa che, sono certo, contribuirà a dare ancora più risalto alla statua e alla sua storia, oltre che alla città che la ospita”. I lavori per la realizzazione del calco per la nuova statua dureranno una decina di giorni, dopodiché l’originale sarà ricollocato nel Cortile della Casa di Giulietta. L’intervento, finanziato dalla Società Cattolica Assicurazioni, sarà realizzato dalla Fonderia Brustolin con il supporto del maestro Novello Finotti; la nuova statua sarà creata a partire dal calco in silicone ricavato dall’originale, avvalendosi, per le lavorazioni di rifinitura, del gesso originale conservato dall’Accademia di Belle Arti dal 1978.

Roberto Bolis

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Erano tutti miei figli

Il celebre lavoro di Arthur Miller, messo in scena da Teatro Stabile di Catania, Doppiaeffe Production, per la regia di Giuseppe Dipasquale su traduzione di Masolino D’Amico, ha visto in scena al Teatro Sociale di Brescia due nomi noti del panorama teatrale italiano. Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini, rispettivamente nei panni del magnate americano Joe Keller e della moglie Kate. Il dramma di Keller è il senso di colpa per avere causato la morte di una squadriglia aerea durante la seconda guerra mondiale. Soltanto per non avere controllato un pezzo prodotto dalla sua fabbrica di aerei da combattimento. Non può perdonarsi il fatto di avere trascurato un dettaglio minimo, una lieve incrinatura di un pezzo, e di avere mandato a morire dei ragazzi che erano sì in guerra, ma erano morti a causa dei loro connazionali, non del nemico. E mentre Kate ricorda l’anniversario del loro figlio morto in battaglia, comincia ad aleggiare su tutti il grigio sospetto che anch’egli sia morto a causa della disattenzione di suo padre. Un fatto fortuito, certo, ma non si può certo dire così al proprio cuore e al proprio animo. Così ecco che vengono coinvolti nel dolore l’ex fidanzata, il fratello, l’amico della ragazza famoso drammaturgo. Ne nasce una discussione tra frasi prima smozzicate e apparentemente senza senso e poi la verità, e in tutti diventa chiaro che il dolore dei protagonisti della vicenda non era tanto per la perdita del figlio/fratello o per la colpa non lavata, quanto per la verità taciuta e che sia Kate che Joe sapevano. Soltanto il fatto che anche gli altri ne siano venuti a conoscenza porta a farsi carico della propria responsabilità che, altrimenti, sarebbe rimasta nascosta nella corteccia di un albero, eterno rappresentante del figlio perduto.

Un dramma privato diventa, quindi, paradigma delle contraddizioni di un’epoca dalla quale non siamo molti lontani. Quando alle responsabilità si antepone il denaro; quando per non scartare dei pezzi forse mal riusciti, si preferisce pensare che non fosse tanto grave l’imperfezione, ecco che si deve essere pronti a pagare. E stavolta il prezzo è stato davvero alto. Al punto che gli attori di questo spaccato di vita dell’alta borghesia americana, vivono al riparo da loro stessi, dalla loro coscienza che li richiama di tanto in tanto all’ordine, stando in una sorta di serra asettica, che li protegga dalla loro crisi, dall’ansia che li assale e li tiene svegli tutta la notte. Un’ansia impersonata da Kate, ma che, in realtà, marito e figlio sperano svanisca per non doverne fare personalmente i conti. In realtà, Kate e suo figlio non hanno alcuna colpa di quanto è accaduto, però il destino li punisce perché dell’agio procurato da Joe hanno goduto, senza chiedersi come venisse realizzato, da dove arrivasse e se dovesse essere frutto di compromessi troppo illeciti.

Il figlio sopravvissuto, reduce di guerra, preferisce non ricordare quei giorni, non sapere davvero com’è morto il fratello, in nome dell’essere tornato vivo e di attenzioni che vuole rivolte a lui stesso, proprio ora che ha deciso di sposare l’ex fidanzata del fratello morto con la quale aveva mantenuto teneri rapporti epistolari. Anche lui, dunque, ha dei benefici dalla morte, e di un congiunto per giunta, quindi non può sfuggire alla punizione.

Arthur Miller pone poi l’accento sulla lobby delle armi e sugli industriali in genere quando sono senza scrupoli, ma sottolinea molto bene anche che tutti sono colpevoli quando sostengono la produzione di armi da guerra pensando che non sia affar loro. Chiama in causa tutti, quindi, allora come oggi.

Affiancati da un ottimo cast, composto daRuben Rigillo, Silvia Siravo, Filippo Brazzaventre, Barbara Gallo, Enzo Gambino, Annalisa Canfora, Giorgio Musumeci, Rigillo e Rossini hanno reso la commedia partecipata, interessante, sospesa al punto giusto e con un aleggiare di riflessioni che hanno colpito il pubblico positivamente, rendendo il silenzio in sala parte integrante della recitazione.

Buone le scene di Antonio Fiorentino e i costumi di Silvia Polidori.

Ancora una volta la stagione proposta dal Sociale di Brescia si mostra all’insegna della riflessione, più o meno composta e seria, sul presente, pur proponendo classici del teatro. Il senso di responsabilità che dovrebbe essere parte integrante dell’etica dell’essere umano, la condivisione con gli altri, la consapevolezza che ogni nostra azione ha a che vedere con quelle altrui e viceversa, sono temi che diventano di estremo spessore proprio quando proposti in teatro. Soprattutto in un momento storico-sociale come quello attuale che li rende particolarmente avvincenti per il pubblico.

Alessia Biasiolo
 

Estoy Viva a Milano

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Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano apre la stagione espositiva del 2014 tornando a parlare del corpo, con una grande mostra personale e una nuova performance di Regina José Galindo, Leone d’Oro alla 51. Biennale di Venezia come migliore giovane artista.

In occasione dell’opening, il 24 marzo, l’artista guatemalteca realizzerà Exalatión (Estoy viva), una performance inedita pensata per il PAC e per Milano. Un’azione intensa e poetica, un gesto di sospensione e di scambio simbolico tra artista e pubblico, metafora del legame, sempre presente nel lavoro di Galindo, tra arte, vita e morte.

Promossa dal Comune di Milano Cultura in occasione di MiArt 2014, prodotta da PAC e Civita e curata da Diego Sileo ed Eugenio Viola, Estoy Viva è la prima – e più completa – antologica dell’artista mai realizzata.

L’ultimo decennio del secolo scorso ha registrato una rinnovata attenzione per le poetiche legate al corpo e all’azione, solo in apparente continuità con le esperienze legate a questi fenomeni nella loro fase ormai storicizzata. La performance torna oggi ad “oltraggiare” con nuova forza i territori dell’arte, attraverso una contaminazione spregiudicata di diversi linguaggi, che ha permesso inedite forme d’espressione radicate nel presente e svincolate dalla tradizione e dalle convenzioni. Il lavoro di Regina José Galindo, sin dalle origini, si ricollega a queste forme di resistenza attiva, caratterizzate da una nuova centralità del corpo.

“L’arte, quella vera, ha poco a che vedere con il glamour, le mode, le esigenze del mercato. Non è chic, non compiace e non si compiace. L’arte, quella vera, assorbe gli umori e le verità della realtà che la circonda e le restituisce filtrate dalla sensibilità dell’interprete, e a volte l’effetto di ritorno è quello di uno schiaffo, o di un urlo – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno – Milano è quindi orgogliosa di ospitare la prima retrospettiva in Italia di Regina José Galindo, donna e artista sensibile e coraggiosa che ha già conquistato, grazie alla sua capacità di affrontare temi universali con un linguaggio altrettanto universale, pubblico e critica di molti diversi Paesi in tutto il mondo. Una programmazione che conferma il PAC quale sede naturale, e prestigiosa, per tutte le più significative esperienze di arte contemporanea internazionale”.

Regina José Galindo (Guatemala City, 1974) è tra le artiste più rappresentative del magmatico continente latinoamericano. La sua ricerca incarna la dimensione soppressa e rimossa della sofferenza, utilizzando il proprio corpo in chiave politica e polemica, alla stregua di uno strumento per riattivare i traumi del rimosso e non dimenticare le rovine della storia. Partendo dal microcosmo del suo paese, il Guatemala, attraversato da una situazione di perenne instabilità e violenza, l’artista restituisce opere scomode, spesso brutali, nelle quali il suo corpo minuto e all’apparenza fragile è esposto ad una serie di azioni pubbliche che usano lo spazio metaforico dell’arte per denunciare le implicazioni etiche legate alle ingiustizie sociali e culturali, le discriminazioni di razza e di sesso e più in generale tutti gli abusi derivanti dalle relazioni di potere che affliggono la società contemporanea.

Galindo esplora il proprio corpo, lo trasforma in strumento di rievocazione simbolica di eventi cui è sottoposto il corpo collettivo, il cosiddetto “corpo sociale”. Le sue azioni, realizzate in un’ottica di coinvolgimento totale, da un lato ribadiscono l’impegno dell’artista a materializzare attraverso la violenza e il dolore le criticità del presente, dall’altro esplicitano un senso di profonda impotenza, chiamando in causa simultaneamente i ruoli ancipiti di partecipante e spettatore.

Regina José Galindo indaga la paura, l’angoscia e le sue conseguenze, affrontandone in prima persona il rischio fisico e psicologico, spingendosi fino ai limiti dell’immaginabile. Le sue azioni radicali e drammatiche restituiscono situazioni sempre spiazzanti ed eticamente scomode, diventano strumento di denuncia teso a ridefinire, ancora una volta, i labili confini di arte e vita.

Estoy viva è articolata in cinque sezioni, intese non come monadi concettuali ma categorie permeabili ed interdipendenti tra loro: Politica, Donna, Violenza, Organico e Morte. Cinque macro emergenze tematiche, pensate per presentare un panorama aperto sull’esperienza artistico-esistenziale di Regina José Galindo ed evidenziarne i principali filoni di ricerca, assilli e motivi di continuità. Un percorso costruito attraverso cortocircuiti e slittamenti, dalle origini ad oggi, che affianca ad alcune delle sue azioni più emblematiche e conosciute, come ¿Quién puede borrar las huellas? (2003), Himenoplastia (2004), Mientras, ellos siguen libres (2007) e Caparazon (2010), opere più recenti e numerosi lavori inediti o mai esposti prima in Italia, come Marabunta e Joroba (2011), Descensión (2013) o la toccante La Verdad, (2013).

La ricerca dell’artista, incentrata su tematiche legate alla violenza, alla privazione dei diritti e alla libertà individuale, è talmente universale da interessare uomini e donne di tutto il mondo e incontrare storie di ogni continente e realtà. Per questo la mostra sosterrà attraverso una donazione l’attività di Amnesty International, l’Organizzazione non governativa indipendente e autofinanziata che dal 1961 difende i diritti umani ovunque siano violati. Tutti i visitatori del PAC potranno contribuire a sostenere le attività di Amnesty International in occasione della mostra: basterà scegliere il biglietto Donazione, disponibile nella formula intero (€ 9,00 anziché 8,00 con 1,00 di donazione), ridotto (€ 7,50 anziché 6,50) e ridotto speciale (€ 5,00 anziché 4,00).

Estoy Viva è realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva annuale del PAC, e con il supporto di Vulcano.

Per avvicinare il pubblico al complesso e articolato lavoro dell’artista il PAC raddoppia le visite guidate gratuite. Tutte le domeniche alle ore 17.30 e tutti i giovedì alle 19.00 previo acquisto del biglietto della mostra.

In occasione della mostra verrà pubblicato un catalogo edito da Skira Editore, con testi inediti dei due curatori e di Emanuela Borzacchiello, latino-americanista ed esperta in gender studies.

Dal 25 marzo all’8 giugno al PAC, Milano

Barbara Izzo e Arianna Diana

 

Siria, un rapporto di A. I.

Un nuovo rapporto diffuso da Amnesty International documenta crimini di guerra e crimini contro l’umanita’ commessi nei confronti dei civili palestinesi e siriani residenti a Yarmuk, il campo alla periferia della capitale Damasco sotto assedio da parte delle forze governative.

Il rapporto, intitolato “Vite schiacciate: crimini di guerra contro i civili sotto assedio” e pubblicato alla vigilia del terzo anniversario dell’inizio della crisi siriana, denuncia la morte di quasi 200 persone da quando, nel luglio 2013, l’assedio si e’ fatto piu’ stringente ed e’ stato tagliato l’accesso a cibo e medicinali fondamentali. Secondo le ricerche di Amnesty International, 128 delle vittime sono morte di fame.

“La vita a Yarmuk e’ diventata sempre piu’ insopportabile per persone disperate, affamate e intrappolate in un ciclo di sofferenza da cui non sanno come poter uscire. La popolazione di Yarmuk e’ trattata come una pedina di guerra in un gioco mortale di cui non ha il controllo” – ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Secondo il rapporto, le forze governative e i loro alleati hanno ripetutamente compiuto attacchi, compresi raid aerei e pesanti bombardamenti, contro edifici civili tra cui scuole, ospedali e una moschea. Alcuni degli obiettivi degli attacchi erano stati adattati a rifugi per profughi interni provenienti da altre zone di conflitto. Sono stati presi di mira anche medici e operatori sanitari.
“Lanciare attacchi indiscriminati contro le aree civili, provocando morti e feriti, e’ un crimine di guerra. Colpire ripetutamente una zona densamente popolata, da cui i civili non hanno modo di fuggire, dimostra un’attitudine spietata e un vile disprezzo per i principi piu’ elementari del diritto internazionale umanitario” – ha affermato Luther.

Almeno il 60 per cento di coloro che si trovano ancora a Yarmuk soffre di malnutrizione. Gli abitanti hanno detto ad Amnesty International che non mangiano frutta o verdura da mesi. I prezzi sono saliti alle stelle e un chilo di riso puo’ costare anche piu’ di 70 euro.

“Le forze siriane stanno commettendo crimini di guerra usando la fame dei civili come arma di guerra. I terrificanti racconti delle famiglie che si sono ritrovate costrette a mangiare gatti e cani e di civili attaccati dai cecchini mentre cercavano cibo fuori dal campo, sono diventati familiari in questa storia dell’orrore che si e’ materializzata a Yarmuk” – ha sottolineato Luther.

Il campo e’ senza fornitura di energia elettrica dall’aprile 2013.

Nonostante la fornitura a intermittenza di razioni alimentari da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite Unrwa tra gennaio e febbraio 2014, gli aiuti arrivati sono del tutto inadeguati a sopperire alle necessita’ di base. Gli operatori umanitari li hanno definiti “una goccia nell’oceano”. La ripresa dei bombardamenti negli ultimi giorni ha significato ancora una volta l’interruzione delle forniture. “Il numero dei morti aumenta e la situazione e’ disperata. E’ atroce pensare che in molti casi si sarebbero potute salvare vite umane se fossero state disponibili cure mediche adeguate”- ha commentato Luther.

Amnesty International ha avuto notizia di donne morte durante la gravidanza. Anche i bambini e gli anziani sono stati colpiti in modo particolarmente grave: 18 tra bambini e neonati sono morti. Tra le complicazioni riferite, quelle dovute all’ingerimento di cibo non commestibile, di piante velenose e di carne di cane.

La maggior parte degli ospedali ha dovuto chiudere e quelli aperti sono privi persino dei medicinali di prima necessita’. In alcuni casi, secondo quanto raccontato ad Amnesty International dai residenti del campo, i gruppi armati di opposizione hanno rubato i medicinali e le ambulanze.

Gli stessi operatori sanitari sono stati presi di mira. Almeno 12 di essi sono stati arrestati durante l’assedio, nella maggior parte dei casi ai posti di blocco. Sei risultano “scomparsi” dopo essere stati fermati dalle forze governative. Si ritiene che almeno un medico sia morto sotto tortura.

“Prendere di mira i medici e gli operatori sanitari che stanno cercando di prestare cure agli ammalati e ai feriti e’ un crimine di guerra. Tutte le parti devono cessare di attaccare il personale medico e gli operatori umanitari” – ha sottolineato Luther.

A Yarmuk sono state arrestate almeno 150 persone, oltre 80 delle quali si ritiene siano ancora in stato di detenzione. Amnesty International chiede l’immediato e incondizionato rilascio di tutti coloro che sono stati arrestati solo a causa della loro opinione o identita’ politica.

“L’assedio di Yarmuk e’ una punizione collettiva nei confronti della popolazione civile. Il governo siriano deve immediatamente porre fine all’assedio e consentire alle agenzie umanitarie di entrare nel campo per assistere, senza essere ostacolate, la popolazione civile” – ha proseguito Luther.
Il mese scorso, il Consiglio di sicurezza aveva adottato una risoluzione che chiedeva a tutte le parti in conflitto di porre fine all’assedio dei centri abitati, di consentire l’accesso senza ostacoli delle agenzie umanitarie e di porre fine alle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. La risoluzione non ha ancora portato a un significativo miglioramento nella situazione delle popolazioni assediate.

“L’assedio di Yarmuk e’ il piu’ mortale di una serie di blocchi armati imposti dalle forze armate governative e dai gruppi armati di opposizione nei confronti di 250.000 civili in tutta la Siria. Questi assedi stanno causando incommensurabili sofferenze umane e devono cessare immediatamente” – ha concluso Luther.

Amnesty International continua a chiedere che chiunque sia sospettato di aver commesso od ordinato crimini di guerra o crimini contro l’umanita’ sia sottoposto alla giustizia, anche attraverso il deferimento della situazione in Siria al procuratore della Corte penale internazionale. Secondo lo statuto di Roma della Corte, determinati atti – tra cui l’omicidio, la tortura e la sparizione forzata – costituiscono un crimine contro l’umanita’ se condotti contro la popolazione civile come parte di un attacco sistematico e su larga scala.

Amnesty International Italia

 

Les pêcheurs de perles al Regio di Parma

Debutta martedì 25 marzo, alle ore 20.00 al Teatro Regio di Parma, Les pêcheurs de perles (repliche il 31 marzo, il 2, 4 e 6 aprile). L’opera di George Bizet, assente dal palcoscenico del Regio dal 1980, va in scena nell’allestimento della Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” di Trieste con la regia di Fabio Sparvoli, le scene di Giorgio Ricchelli, i costumi di Alessandra Torella, le luci di Jacopo Pantani, le coreografie di Anna Rita Pasculli. Patrick Fournillier, sul podio dell’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani, guida il cast composto da Antonino Siragusa (Nadir), Vincenzo Taormina (Zurga), Luca Dall’Amico (Nourabad).

Desirée Rancatore (Léila), a causa di un serio problema di salute fisica, è stata costretta a interrompere le prove e a cancellare il suo impegno. “Nonostante l’invito al riposo assoluto prescrittomi dai medici nelle scorse settimane, – dichiara il soprano – ho voluto comunque essere a Parma e partecipare a questa produzione alla quale tengo molto. È per questo che sono particolarmente dispiaciuta nel trovarmi costretta a rinunciarvi. Mi auguro di poter riabbracciare presto il pubblico di Parma, cui mi sento legata da grande affetto”. Il ruolo di Leïla sarà interpretato da Nino Machaidze, che il Teatro ringrazia per la disponibilità.

Diversamente da quanto annunciato, Prima che si alzi il sipario, l’appuntamento di presentazione dell’opera, si terrà sabato 22 marzo alle ore 14.00 al Ridotto del Teatro Regio, con ingresso libero fino a esaurimento posti. Lo storico della musica Giuseppe Martini metterà in luce gli aspetti salienti dell’opera. L’incontro sarà arricchito dall’esecuzione dal vivo di alcuni brani, interpretati dal soprano Sungwon Hann, dal tenore Davide Urbani e dal baritono Lorenzo Bonomi, allievi del Conservatorio di Musica “A. Boito” di Parma, accompagnati al pianoforte da Yuna Saito e coordinati da Donatella Saccardi. Al termine dell’incontro, nell’ambito del Progetto di promozione culturale, sabato 22 marzo alle ore 15.30 avrà luogo la prova generale de Les pêcheurs de perles, dedicata al pubblico delle associazioni. I biglietti riservati a coloro che non hanno aderito al progetto saranno in vendita venerdì 21 marzo presso la Biglietteria del Teatro Regio a partire dalle ore 10.30 (posto unico €10,00).

Paolo Maier

 

Eataly a Verona tra due anni

Entro due anni, all’interno dell’area della ghiacciaia all’ex Magazzini generali, su una superficie complessiva di 11 mila metri quadrati, sarà aperto a Verona un nuovo spazio enogastronomico di Eataly, del gruppo fondato Oscar Farinetti. L’hanno annunciato questa mattina il Sindaco Flavio Tosi insieme al vicesindaco con delega all’Urbanistica Stefano Casali e al direttore della Fondazione Cariverona Fausto Sinagra. “Un progetto importante per Verona – spiega Tosi – che garantirà, grazie all’accordo già stipulato tra Farinetti e Fondazione Cariverona, proprietaria dell’area, l’apertura in breve tempo sul nostro territorio di una prestigiosa realtà imprenditoriale italiana che, oltre ad essere una sicura opportunità economica in termini di investimenti e di nuovi posti di lavoro, assicurerà la completa riqualificazione dell’area dell’ex ghiacciaia con l’inserimento di una struttura enogastronomica e culturale di alto profilo e di particolare importanza storico-architettonica per la nostra città. Un intervento di pregio, su progetto dell’architetto svizzero Mario Botta, che ha già ricevuto il parere favorevole da parte della Soprintendenza e della Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto”. Per il vicesindaco Casali, si tratta “di un investimento di alto profilo nazionale ed internazionale, proposto in una modalità di valorizzazione di questa zona della città, con un progetto che, entro 18-24 mesi dalla sua approvazione, punta non solo alla realizzazione di una nuova importante attività commerciale ma all’apertura nell’area di spazi culturali a disposizione di tutta la città. Il Veneto è l’area dell’agroalimentare più importante d’Italia e Verona è sempre di più la capitale italiana della cultura dei prodotti alimentari ed enologici – precisa Casali – un dato che ha sicuramente rappresentato un’attrattiva interessante per questo gruppo e per la scelta di allargamento dell’attività imprenditoriale sul nostro territorio”. “Stiamo parlando del coinvolgimento economico di un gruppo italiano importantissimo – dichiara Sinagra – che ha già realizzato progetti imprenditoriali di pregio in primarie città italiane come Roma, Milano, Torino e Firenze ed estere come New York, Toronto, Chicago e Boston e che ora, con il coinvolgimento della Fondazione, ha richiesto l’acquisizione in locazione dell’edificio ‘La Rotonda’ agli ex Magazzini generali, al fine di realizzavi il più importante punto vendita italiano, attrattivo nei confronti di Veneto, Trentino e Friuli”.

Roberto Bolis

Celebrazioni a Verona in memoria delle due guerre mondiali

In occasione del centenario dell’inizio della Grande guerra, mercoledì 19 marzo, alle ore 20.45, nell’Auditorium della Gran Guardia, a Verona, si terrà la rappresentazione di musica e parole “Tra i due fronti”. L’evento, patrocinato dal Comune di Verona, è organizzato dalla Compagnia amatoriale “La Pocostabile” in collaborazione con la Fondazione Giorgio Zanotto, il Centro di Cultura Europea Sant’Adalberto, la Fondazione Medaglia d’Oro Carlo Ederle, la sezione di Verona dell’Associazione Nazionale Alpini–Gruppo storico 6° reggimento alpini battaglione “Verona”, con il contributo della Fondazione Cattolica Assicurazioni e della ditta Eissmann.

Lo spettacolo, ad ingresso gratuito, è stato presentato dal consigliere incaricato ai Rapporti culturali con associazioni religiose Rosario Russo. Presenti la responsabile della Compagnia “La Pocostabile” Lucia Ruina Peretti, il segretario generale della Fondazione Giorgio Zanotto Romano Tavella, Carlo Bortolozzo del Centro di Cultura Europea Sant’Adalberto, Massimo Beccati della Fondazione Medaglia d’Oro Carlo Ederle e Silvano Lugoboni dell’Associazione Nazionale Alpini. “L’iniziativa – spiega Russo – ripercorre i momenti più tragici e importanti della Grande guerra per ricordare e approfondire, anche attraverso la musica, le canzoni e alcuni testi della letteratura dell’epoca, quello che è stato il primo conflitto mondiale. La rievocazione, rivolta in particolare ai più giovani, vuole essere soprattutto un monito affinché simili avvenimenti non si ripetano ancora”.

Prenderanno il via venerdì 21 marzo, invece, sempre a Verona, le celebrazioni per il 70° anniversario del bombardamento che il 28 marzo del 1944 colpì il quartiere Porto San Pancrazio. “Una serie di eventi – spiega l’assessore al Decentramento Antonio Lella – attraverso i quali ricorderemo i nostri concittadini, che in quel giorno del 1944 persero la vita o rimasero segnati in modo permanente dal bombardamento aereo che colpì Verona ed in particolare l’area di Porto San Pancrazio. Un avvenimento drammatico, che causò la morte di vittime innocenti e segnò la vita dell’intero quartiere, che andò in gran parte distrutto”. Il programma, promosso da Comune di Verona, Ex Combattenti, Gruppo Alpini, associazione Marinai d’Italia e associazioni d’Arma e Sociali, prevede: Venerdì 21 marzo alle 16 al centro ricreativo “28 Marzo” di via Sarpi apertura della mostra di fotografie ed oggetti “Il cielo cadde su di noi” di Mauro Vittorio Quattrina (l’esposizione sarà visitabile anche nei giorni 22, 23, 28, 29 e 30 marzo, dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 18); sabato 22 marzo alle 16.30, sempre al centro ricreativo “28 Marzo”, sarà proiettato il dvd “Quei giorni di fine aprile 1945”, che proporrà filmati del territorio veronese ripresi dai cine operatori americani e presentati dal regista Mauro Vittorio Quattrina; venerdì 28 marzo, presso la “Capannina” in via 28 Marzo, si svolgerà una cerimonia commemorativa con la celebrazione della Messa alle ore 10 e, a seguire, l’alzabandiera, la deposizione di una corona di alloro e la benedizione del cippo marmoreo che ricorda i morti del quartiere. Si procederà poi, in corteo, con la banda Arrigo Boito, fino a piazza Giovanni Paolo II, per deporre una corona di alloro al monumento dei caduti e quindi fino a piazza Marcolini, davanti alle scuole Medie “Fava”, dove sarà deposta una corona di alloro al monumento dedicato alla Medaglia d’Oro al valore militare Evelino Marcolini, con la presenza dell’associazione Marinai d’Italia di Verona. Alle 16.30 presso la “Capannina” si terrà la presentazione e proiezione del documentario “28 Marzo 1944. Io c’ero” del regista Mauro Vittorio Quattrina e alle 21, al circolo NOI, incontro del regista con i ragazzi di “Arena giovani” per la commemorazione del 28 marzo 1944 “E’ accaduto a casa tua”.

Roberto Bolis

Abbagnato e Mannoia saranno “Tener-A-Mente” al Vittoriale

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Continuano le anticipazioni rispetto all’edizione 2014 del Festival del Vittoriale tener-a-mente. Dopo il successo dei primi ospiti (Paolo Conte, Pat Metheny, Burt Bacharach, Damon Albarn e The National), arrivano  i nomi di due protagoniste femminili: mercoledì 2 luglio sul palcoscenico gardesano salirà Fiorella Mannoia, l’interprete più raffinata della scena musicale nazionale. Reduce dal successo del suo ultimo disco “A te”, omaggio a Lucio Dalla, l’artista romana –  sessant’anni ad aprile, per la cui inconfondibile voce da contralto hanno scritto i più importanti autori italiani, da Ivano Fossati a Enrico Ruggeri, e che ha all’attivo collaborazioni con musicisti di spessore internazionale come Caetano Veloso e Gilberto Gil – sul palcoscenico gardesano sarà accompagnata dalla sua band, composta da Carlo Di Francesco (percussioni e direzione musicale), Diego Corradin (batteria), Luca Visigalli (basso), Davide Aru (chitarre), Fabio Valdemarin (pianoforte) e proporrà il meglio del suo repertorio.

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Spazio invece alla grande danza internazionale, sabato 19 luglio, con il graditissimo ritorno, a tre anni di distanza, di Eleonora Abbagnato, che nel 2011 inaugurò il Festival “tener-a-mente” con un intenso omaggio a D’Annunzio. Prima ballerina italiana a essere stata nominata, il 27 marzo scorso, étoile dell’Opera di Parigi, la Abbagnato danzerà con le altre stelle dell’Opéra, tra cui i colleghi Nicolas Le Riche e Clairemarie Osta.

Lo spettacolo, con la supervisione artistica della stessa Eleonora Abbagnato e a cura di Daniele Cipriani, sarà quindi un’occasione speciale per assistere a una rappresentazione in cui la tradizionale magia delle recite “en plein air” si unirà alla brillante tecnica coreutica dei protagonisti, impegnati in un programma  in cui la danza viene declinata nelle sue più avvincenti  interpretazioni odierne. In programma anche un passo a due, Odyssée, creazione di Nicolas Le Riche: un balletto ‘interiore’ in cui il cammino della vita – i suoi amori, la sua solitudine –  diventa azione coreografica che vede protagonisti lo stesso Le Riche con Clairemaire Osta.

 

Musica da Camera a Parma

Comune di Parma, Fondazione Teatro Regio di Parma, Fondazione Teatro Due presentano la rassegna Musica da Camera 2014 dedicata a Claudio Abbado, realizzata con il sostegno di Fondazione Monte di Parma.

Nelle composizioni di Franz Schubert, Richard Strauss e György Kurtág, un viaggio in quattro tappe nella musica mitteleuropea, che attraversa, per quasi due secoli e fino ai giorni nostri, Austria, Germania e Ungheria.

A inaugurare il ciclo di concerti, mercoledì 9 aprile, alle ore 20.30 al Ridotto del Teatro Regio di Parma, il baritono Stefan Zenkl con la pianista Annette Seiler.

La rassegna prosegue a Teatro Due con il Trio di Parma (giovedì 17 aprile), il Quartetto Prometeo (martedì 29 aprile) e il pianista Alberto Miodini con la voce recitante di Emanuele Vezzoli (lunedì 12 maggio).

Paolo Maier

 

Le stanze delle muse

Nota a livello internazionale, la raccolta Molinari Pradelli è la più significativa formatasi a Bologna nel Novecento e si segnala, oltre che per la consistenza delle opere e la selezionata qualità, per la specifica connotazione conferitale dal gusto raffinato del celebre direttore d’orchestra Francesco Molinari Pradelli (1911-1996) attraverso i numerosi viaggi e le relazioni internazionali sull’onda del successo della professione.

Con una mostra di cento dipinti della raffinata collezione la Galleria degli Uffizi vuole rendere ‘omaggio alla grande personalità del maestro, direttore d’orchestra di fama e d’attività mondiali, che ebbe con Firenze un lungo e fruttuoso rapporto grazie alla sua presenza nel Teatro allora Comunale e nei programmi del Maggio Musicale Fiorentino’ (Cistina Acidini).

Francesco Molinari Pradelli nacque a Bologna nel 1911 e frequentò il Liceo musicale “Gian Battista Martini” sotto la guida di Filippo Ivaldi per il pianoforte e di Cesare Nordio per la direzione d’orchestra. Completò la propria formazione musicale a Roma, dove, già alle prime esibizioni, la stampa lo definì, nel 1938, “direttore di sicuro avvenire” mentre Arturo Toscanini lo segnalò come giovane che “ha del talento e farà carriera”. A Roma si distinse nella direzione di concerti avendo come solisti Arturo Benedetti Michelangeli e Wilhelm Kempff. Negli anni Quaranta comparve sulle scene a Milano, Pesaro, Trieste, Bologna e Firenze dirigendo in particolare pezzi di Mozart, Beethoven, Brahms, Wagner. Ebbe inizio, con la tournée ungherese del 1949, il successo internazionale che lo portò sul podio dei principali teatri europei e americani con un repertorio di trentatre concerti e di ventotto realizzazioni operistiche, dal 1938 al 1982. Tra le affermazioni più lusinghiere si ricordano gli spettacoli dell’Arena di Verona: il Guglielmo Tell di Rossini (1965), la Norma di Bellini con la Montserrat Caballé (1974), replicata a Mosca, e inoltre la Carmen di Bizet nel 1961 con cantanti d’eccezione e la Turandot di Puccini in uno spettacolo del 1969 che vide il debutto di Plácido Domingo. Non si possono tralasciare le sei stagioni consecutive all’Opera di Vienna e soprattutto i grandi successi nei teatri americani, dapprima a San Francisco poi, dal 1966, al Metropolitan di New York. Assidua fu la sua presenza a Firenze per oltre trent’anni, a partire dal 1942, come direttore dell’orchestra del Teatro Comunale con una decina di concerti sinfonici di sicuro successo nei quali ricorrenti furono i nomi di Beethoven, Rossini, Brahms, Caikovskij, Wagner. Risale alla stagione 1964-65 la direzione dell’opera verdiana Forza del destino, da tempo nel suo repertorio, mentre data al 1967 il debutto lirico al Maggio Musicale Fiorentino con il moderno recupero di Maria Stuarda di Donizetti, cui seguirono la direzione della Carmen (1968) e Lohengrin (1971).

A partire dagli anni Cinquanta il maestro coltivò una crescente passione per la pittura raccogliendo dapprima dipinti dell’Ottocento, quindi rivolgendosi alla pittura barocca spinto da un’attrazione del tutto originale verso il genere della natura morta i cui studi erano allora alle origini, con un’ottica che univa al piacere del possesso e all’apprezzamento estetico il desiderio di conoscenza, sollecitato dalle visite ai musei e alle mostre nelle città in cui la carriera professionale lo portava (ne sono testimonianza la quantità di libri e riviste specialistiche presenti nell’abitazione, le fotografie, gli appunti delle ricerche storico-artistiche condotte con la consultazione delle fonti storiografiche, la fitta corrispondenza epistolare e le relazioni con gli storici dell’arte, da Roberto Longhi a Federico Zeri, da Francesco Arcangeli a Carlo Volpe, da Ferdinando Bologna a Marcel Roethlinsberger, da Erich Schleier a Giuliano Briganti e a Mina Gregori.).

‘La sua predilezione per le “nature morte” in un tempo in cui non erano tanti i loro estimatori (lo sarebbero invece diventati dopo) offre il primo spunto di riflessione sull’indipendenza di giudizio di Molinari Pradelli. Lui, ch’era maestro internazionalmente celebrato, dimostra, scegliendo un genere di pittura poco ambìto, di non fondare le sue scelte d’amatore d’arte sui pareri degli storici e dei critici, né tanto meno di tener conto dell’onda delle mode. Come fa ogni collezionista culturalmente elegante, si disinteressava delle convenzioni. Non attribuendo ai quadri,  poi, valore d’investimento, non si curava di quello che piaceva agli altri, ma cercava di far suo ciò che piaceva a lui; e non rincorreva i nomi eccellenti (che difatti nella raccolta non si troveranno). L’aspirazione di lui era quella d’acquisire opere che gli fossero consentanee. N’è venuta una collezione ch’è lo specchio veridico della sua disposizione ideologica, per nulla incline al conformismo’ (Antonio Natali).

La collezione di circa duecento quadri che nel corso del tempo rivestirono le pareti della residenza bolognese e quindi della villa a Marano di Castenaso è stata ammirata dai maggiori storici dell’arte del Novecento, europei e americani. Come la mostra documenta, attraverso la selezione di cento dipinti, il maestro privilegiò rigorosamente la pittura del Seicento e del Settecento documentando le diverse scuole italiane, senza eccezione, con specifica attenzione ai bozzetti e ai modelletti. E se prevalenti sono i dipinti di figura della scuola emiliana – con opere di Pietro Faccini, Mastelletta, Guido Cagnacci, Marcantonio Franceschini e soprattutto i fratelli Gandolfi – e di quella napoletana – con dipinti di Luca Giordano, Micco Spadaro, Francesco De Mura, Lorenzo De Caro etc. -, non mancano capolavori di artisti veneti – Palma il Giovane, Alessandro Turchi, Sebastiano Ricci, Giovanni Battista Pittoni -, di artisti liguri e lombardi – Bernardo Strozzi, Bartolomeo Biscaino, Giulio Cesare Procaccini, Carlo Francesco Nuvolone, fra Galgario, Giuseppe Bazzani – e di artisti romani quali Gaspard Dughet, Pier Francesco Mola, Lazzaro Baldi, Paolo Monaldi.

A conferire alla collezione, molto precocemente, una notorietà internazionale furono tuttavia proprio i numerosi dipinti di natura morta di artisti come Jacopo da Empoli, Luca Forte, Giuseppe Recco, Cristoforo Munari, Arcangelo Resani, Carlo Magini, segno di un intuito fuori dal comune che fece del noto direttore d’orchestra un autentico conoscitore della pittura barocca italiana, antesignano dei moderni studi sulla natura morta.

La mostra, a cura di Angelo Mazza come il catalogo edito da Giunti, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, la Galleria degli Uffizi, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Ad arricchire la mostra è una sezione cinematografica, a cura del regista Pupi Avati – con la collaborazione di Armando Chianese  – che evoca la Bologna del tempo del grande maestro e collezionista, che Avati ricorda di aver incontrato nella sua infanzia in più occasioni e con emozione poiché suo padre Angelo Avati era rinomato antiquario e collezionista d’arte in città.

“Le stanze delle muse. Dipinti barocchi dalle collezioni di Francesco Molinari Pradelli”.

Galleria degli Uffizi, fino all’ 11 maggio 2014, dal martedì alla domenica 8.15 – 18.50; la biglietteria chiude alle 18.05.

Chiuso il lunedì e il 1 maggio.

Biglietti: intero: € 11.00; ridotto: € 5.50 per i cittadini dell’U.E. tra i 18 ed i 25 anni. Gratuità del biglietto per i  minori di 18anni e per i cittadini dell’U.E. sopra i 65 anni.

Articolo di Firenze Musei