Per la Morte la vita è meravigliosa!

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Al Teatro Sociale di Brescia è andata in scena “Lady Mortaccia, la vita è meravigliosa!”, impersonata da Veronica Pivetti per il Teatro De Gli Incamminati, in collaborazione con Pigra Srl, su testo e regia di Giovanna Gra, con Oreste Valente ed Elisa Benedetta Marinoni.

Spettacolo musicale, su musiche di Maurizio Abeni, con notevoli spunti per lo spettatore: cantando la vita di umani che la Morte aspetta al varco, ci troviamo davanti a punti di vista lontani e distorti, perché la Morte non ha le nostre stesse considerazioni e, quindi, non dà lo stesso valore a ciò che per noi è fondamentale. Se si trascorre la vita ad accumulare denaro, alla Morte non interessa, perché a lei i soldi non arrivano. Se una persona pensa alla salute, cercando di vivere il più a lungo possibile, arriva la Morte e organizza un camion che porti al più presto il malcapitato nei suoi inferi. I due aiutanti di Lady Mortaccia sono armati di falce, come da tradizione, ma vestiti da Pizzi Calzelunghe e da povero malcapitato finito con le dita nella presa di corrente, a fare sorridere grazie ai costumi di Valter Azzini che veste anche Mortaccia da alta e dinoccolata signora, un può disincantata anche del suo ruolo. Infatti, dopo divertenti canzoncine che deridono gli umani, la Morte si lagna del fatto che tanta gente che doveva arrivare a lei non arriva affatto per eccesso di organizzazione umana, ma alcune persone che non erano nel brogliaccio dei morti quotidiani, eccole là! Compaiono nell’Oltretomba non chiamate e non volute e non si sa più dove metterle. Come fare? Ecco un cadavere in esubero, un simpaticissimo fantoccio con occhiali scuri. Nel camposanto non c’è il posto stabilito. La Mortaccia, tanto dannata dagli umani, deve risolvere il dilemma e si dispera di non essere più la Morte di una volta, di non essere più rispettata neanche lei. Cosa sta capitando in questo mondo?

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È l’aldilà in difetto, oppure il mondo umano che sta travalicando e travisando il senso della vita? Le dimensioni della vita e della morte sono tante, molte più di quante ne conosciamo e di quante vorremmo approfondire, per noia o per paura di scontrarci con quella parte di noi con la quale non vogliamo fare i conti. La morte, appunto. Alla fine, Pivetti-Mortaccia ci porta proprio a ragionare, sorridendo, sul senso della vita umana, sul punto di non ritorno della vita umana che è la Morte. Quella che vediamo tutti i giorni al telegiornale e alla quale siamo assuefatti, ma che non vogliamo affrontare mai. O almeno non dal punto di vista filosofico, ragionando sul senso del vivere profondo. Ne esce un lavoro teatrale divertente, simpatico, che scivola via ma con una personalità, senza diventare stucchevole. Si lascia vedere senza colpi di scena, perché comunque l’argomento non è leggero, ma reso con leggerezza. Anche con un cornettino regalato agli astanti prima dello spettacolo, con tanto di piumino per togliere il malocchio. Si parla di Morte, ma dal teatro si esce tutti interi!

Alessia Biasiolo

 

“Rivelazione” inaugura Brescia Contemporanea

Primo spettacolo della rassegna teatrale BRESCIA CONTEMPORANEA – Prima rassegna di teatro contemporaneo, promossa dal Centro Teatrale Bresciano in collaborazione con il Festival delle Colline Torinesi, domani sera a Brescia.

La rassegna è articolata in quattro spettacoli che saranno ospitati al Teatro Santa Chiara (Contrada Santa Chiara 50 A) da domani 15 gennaio appunto, fino al 4 marzo prossimo.

Con Rivelazione. Sette meditazioni intorno a Giorgione siamo di fronte ad una messa in scena che ricorda tanto una lezione di “storia dell’arte”, unendo diversi aspetti che interagiscono perfettamente, un percorso verso la conoscenza di un artista quanto mai misterioso ed inquieto.

Lo spettacolo nasce dalla collaborazione tra la Compagnia Anagoor, una tra le più preziose ed importanti realtà teatrali d’avanguardia nazionale e Laura Curino, grande maestra dell’arte e della narrazione storica. Un lavoro imperdibile, didattico e travolgente, immediato, ma non banale con cui la compagnia Anagoor offre un’altra lezione di teatro, di etica e pratica teatrali.

Paola Dallan e Marco Menegoni, due narratori, di fronte a due grandi schermi, ci racconteranno per mezzo di parole, documenti, versi poetici ed immagini, le opere del pittore di Castelfranco, il suo tempo, il respiro delle opere, il clima che le pervade.

Lo spettacolo, che durerà circa un’ora e dieci minuti senza intervallo a partire dalle 20.30, è diretto da Simone Derai su drammaturgia di Laura Curino, Maria Grazia Tonon e Derai stesso.

 

Silvia Vittoriano

Brescia diventa Versailles… grazie a Paolo Rossi

Il classico caso di una commedia che dura più di due ore, eppure quando si chiude il sipario e scrosciano gli applausi finali, ti sembra di esserti appena seduto in sala. Al Teatro Sociale di Brescia è andata in scena la rappresentazione di “Molière: la recita di Versailles” del Teatro Stabile di Bolzano, per la regia di Giampiero Solari, su testo riscritto da Stefano Massini, Solari stesso e Paolo Rossi, direttore dello Stabile e protagonista del lavoro. Assieme a Rossi sul palcoscenico anche Lucia Vasini, Fulvio Falzarano, Mario Sala, Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciari, Stefano Bembi, Mariaberta Blasko, Riccardo Zini, Irene Villa, Karoline Comarella, Paolo Grossi. Canzoni originali di Gianmaria Testa, con musiche eseguite dal vivo da “I Virtuosi del Carso”.

Rossi inizia a spiegare che cosa vedrà il pubblico: incaricato di dirigere il teatro di Bolzano, immagina di essere Molière quando il Re Sole gli chiese di preparargli una commedia nuova in poche ore. Il parallelo si presta a tramutare la scena in un’affascinate melange di nuovo e moderno, di commedia dell’arte e di teatro d’avanguardia, tra prove e ripassi della parte, un improbabile suggeritore e la cruda realtà. Oggi, afferma Paolo Rossi, il mestiere dell’attore è quanto mai superato, forse inutile, perché ogni persona, o personaggio, recita meglio di quanto ogni attore potrebbe mai fare. Si pensi agli avvocati, ai politici, a tanta altra gente. Secondo il capocomico/Molière/Rossi chiunque recita meglio di quanto potrebbe recitare un attore che volesse impersonare ciascuno di quei ruoli e se anche un attore mette in scena il personaggio di un politico sapendo di recitare, non è mai bravo quanto il politico stesso che, invece di sapere che recita e magari recitando mente, quando si riguarda in video crede talmente tanto in quello che dice che si commuove persino e finisce per credersi. Quindi, agli attori non rimane che recitare la vita, in questa mescola di passato e presente che finisce per diventare un tutt’uno. Gli attori indossano maschere del Seicento che potrebbero andare bene anche per          questo periodo di carnevale e se si tolgono la maschera sono comunque coloro che devono fingere di essere quello che forse non sono. Ciascuno indossa la sua maschera quotidiana come facciamo sempre uscendo di casa, sia che si guidi un’auto, sia che si salga in carrozza. Per divertire il re, si deride la corte, perché nulla è più spassoso della satira su noi stessi, ma se si può essere feroci sul prossimo senza incorrere in grane, proprio perché riparati dal travestimento, è di certo più divertente, non solo più conveniente.

La riscrittura dell’opera, firmata da Stefano Massini, uno dei maggiori drammaturghi italiani, Paolo Rossi e Giampiero Solari, si prefigge di approfondire l’arte comica, fondendo tradizione e attualità con rigore e poesia. Un viaggio nel teatro, soprattutto dietro le quinte di una compagnia in prova che deve allestire uno spettacolo in tutta fretta, una nuova commedia che mette a confronto, in un gioco di specchi temporali ed esistenziali, il lavoro e la vita del capocomico Molière e del personaggio capocomico Paolo Rossi.

Il lavoro si ispira a “Improvvisazione di Versailles”, quando Molière metteva in scena se stesso volonteroso di fondare una nuova commedia di carattere e di costume.

Egli era sempre alla ricerca di una nuova forma di commedia, che fosse al passo con i tempi, che proponesse una recitazione più naturalistica, tanto come oggi Rossi e Solari teorizzano una coesistenza sul palco dell’attore che conosce il mestiere (o almeno dovrebbe conoscerlo), dei personaggi e della persona in quanto tale. Così come potrebbe essere ogni spettatore. La compresenza esige e permette un’improvvisazione totale, che ravvivi lo spettacolo e la riuscita è ottima. Rossi, istrione, circondato da attori davvero bravi, affascina e conquista, permette riflessioni e risate, coinvolge e dissacra, getta il sasso e ritira la mano per burlarsi di tutto e di tutti, in modo intelligente e professionale, conducendo un lavoro apparentemente senza nesso eppure sorprendente e riuscito.

Davvero bella la parte dedicata al riformatore papa Francesco, con in testa il basco alla Che Guevara, rivoluzionario e conservatore, ironico e profondo, davanti ad un gruppo di preti, suore e frati, in una gag che è stata pensata forse prima degli ultimi eventi di fuoriuscita di notizie riservate. L’ironia e la burla non diventano dissacratorie e permettono al pubblico davvero di assaporare la voglia di ridere in un momento in cui ce n’è davvero molto bisogno.

 

A.B.

 

Dipartita finale. Al Sociale di Brescia fino al 19 aprile

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Chiudere in bellezza. Cosa c’è di più auspicabile, quando un percorso è stato costruito ed affrontato bene. Quindi, chiude la stagione di prosa del Teatro Sociale di Brescia, la produzione del locale CTB e Teatro de Gli incamminati, un lavoro di Franco Branciaroli in replica fino al prossimo 19 aprile. Il titolo è significativo anche del testo in sé: “Dipartita finale”, prospettando già qualcuno che muore. Titolo anche ironico, se si pensa a “Finale di partita” di Beckett, che lo stesso Branciaroli ha portato sulle scene lo scorso 2006. Interpreti straordinari di un lavoro molto bene impostato e sommamente recitato, sono un Gianrico Tedeschi che, malgrado l’argomento del testo, non sembra affatto in procinto di andarsene, dati i suoi 95 anni che muove in scena meglio di un ragazzino, con piegamenti, inginocchiamenti e praticamente corse da un punto all’altro del palcoscenico, per assistere adeguatamente un compagno di sventura, Ugo Pagliai, quasi (forse) immobilizzato a letto. E riferirgli di tanto in tanto i pensieri del Supino, che per lungo tempo dorme o tace, Massimo Popolizio. Un’interpretazione davvero straordinaria di tedeschi, che sembra muovere le fila dei compagni, di compagnia e di sventura drammaturgica, più giovani di lui ma comunque non proprio ragazzini. Un trio al quale si aggiunge Franco Branciaroli, malmesso anch’egli perché impersona la Morte che deve morire, ha finito il suo ruolo perché la gente non muore più. Mentre alcune persone del pubblico non hanno capito l’antifona che sottende a tutto il lavoro teatrale, pensando a osservare solo il visibile, sono assolutamente chiari i riferimenti a Dante, a Nietzsche del “Dio è morto” per intendere ben altro, come qui, con colte citazioni da “I Promessi Sposi”, da Cecco Angiolieri, ma anche dalla Storia, dato che i protagonisti Tedeschi e Pagliai in scena si chiamano Pol e Pot. La Morte, poi, si chiama Toto, non a caso (a ricordare Totò menagramo). Cosa si vede in scena? Uno scalcinato antro in procinto di essere abbattuto per fare posto ad una pista ciclabile, dove vivono tre sciagurati, clochard, barboni, ma anche convinti assertori di essere ormai gli unici sopravvissuti di un mondo morto. Supino, ad esempio, non è voluto partire per un’altra galassia come alcuni suoi amici che ora, con la strana voce assomigliante a quella di Silvio Berlusconi, lo chiamano da una sorta di Aldilà dove tutto è bello e nuovo, anche se vagamente troppo assomigliante al pianeta Terra. Sulle belle scene della sempre brava Margherita Palli, si snodano vicende comiche e usuali: l’impossibilità di fare i propri bisogni normalmente, l’incapacità di comunicare, tanto che serve il “vecchio” Tedeschi come portavoce tra le persone che pur condividono uno spazio ristretto. Ad un certo punto comparirà in scena qualcuno che porrà il dubbio che tutto quello che è stato detto sia fantomatico, non futurista, ma solo futuribile, che si sia trattato solo del vaneggiamento di persone con un piede e mezzo nella fossa, ma pur se giovane e aitante, il ragazzo (Sebastiano Bottari) scivola clamorosamente su una buccia di banana. E non poteva che essere così. Perché nella perfezione delle macchine, l’imprevisto non è prevedibile. E non ha soluzione. Se si continua a vivere poi non c’è più da mangiare e non c’è più un posto dove doversi scaricare; ma se c’è da mangiare, non è pensabile che qualcuno ancora butti per terra una buccia di banana. Nel luogo del non essere proprio di qualsiasi periferia profonda delle grandi città, tutto si compie e si domanda, con una lucidità che sconcerta dinanzi all’evidenza che i quattro presenti nella stanza siano un po’ dementi. La Morte, con tanto di abito nero e falce in mano, si sente depressa e inutile e Toto non può che mettersi a letto pure lui che, pur giovane o almeno più giovane, non può che farsi servire dall’anziano che sgambetta per rendersi utile. E non sono i giovani, ai nostri giorni, ad avere sempre più bisogno degli anziani per sperare di sopravvivere? Adesso che, nel tempo scenico, si comunica con l’Aldilà fatto di esseri forse extraterrestri, ecco che forse ci si chiede se era opportuno credere in Dio e semmai in quale, mentre tutto scivola nell’assurdo e nel chiaramente certo delle singole parole che sembrano, magicamente, trovare un senso proprio perché pronunciate da persone che nessuno starebbe mai a sentire.

L’assenza è quella dei valori che, però, diventano drammaticamente presenti perché, quando non ci sono, una parte dell’essere umano li cerca, pur se non consapevole di dove cercarli e di dove poterli trovare.

Un lavoro divertente, che porta a ridere davvero di gusto in certi momenti, in certi altri non ci si deve lasciare ingannare dal parlare basso e dai riferimenti sconci, perché in fondo l’argomento è serio e riguarda la vita contemporanea. Come la considerazione sul perché si sia arrivati a non morire più, a non voler morire più. Eterni, in un mondo sempre più vecchio perché non nascono più bambini, non esiste più la tradizionale famiglia e chi parla è un travestito, dato che Pol e Pot sono compagni. Il rifugio dei quattro è sulle rive di un fiume, forse il Tevere, e i riferimenti agli sgombri romani è fin troppo facile, se non fosse che le considerazioni non si riferiscono ad una o all’altra città, ma a tutti gli esseri umani, di tutto il pianeta. Ed è interessante che si parli anche di cibo, argomento che sta per diventare fortemente milanese, ma che deve diventare consapevolezza di tutti per una maggiore responsabilità nelle azioni di tutti i giorni. Un lavoro molto bello e da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

 

 

Il Centro Teatrale Bresciano Teatro di Rilevante Interesse Culturale

È arrivato da Roma l’atteso riconoscimento di Teatro di Rilevante interesse culturale per il Centro Teatrale Bresciano.

Il neodirettore Gian Mario Bandera esprime piena soddisfazione per l’ottenuta qualifica: “Il riconoscimento di TRIC è motivo d’orgoglio per la città di Brescia, e vede confermate le nostre aspettative. Il Ministero ha voluto premiare una storia teatrale importante ed un progetto artistico e produttivo valido: da domani, forti della professionalità che ci è stata riconosciuta, lavoreremo ancora più per aumentare il pubblico, rafforzare l’offerta culturale e la nostra presenza sul territorio. Non abbiamo intenzione di sederci sugli allori: questa nuova qualifica è un grande sprone al cambiamento ed alla crescita”.

Si associa alle dichiarazioni del direttore la presidente Carla Boroni: “Dopo due mesi di traversata nel deserto, tra improvvise dimissioni di Angelo Pastore, incognite sulla presentazione dell’istanza e revisioni statutarie, arriva questa meravigliosa e attesa notizia per il CTB e soprattutto per la città: sono davvero contenta. Anche personalmente sono ripagata di questo periodo difficilissimo durante il quale ho dovuto farmi carico di competenze e ruoli non miei per garantire la sopravvivenza dello Stabile. Ma quello che conta davvero in questo momento è il risultato: il CTB ha dimostrato ancora una volta di essere una realtà di peso nazionale capace di raccogliere e vincere le importanti sfide al cambiamento che questa riforma aveva posto.

Voglio ricordare che se siamo riusciti a raggiungere questo obiettivo è anche merito del fondamentale supporto arrivato dagli Enti fondatori e del tenace lavoro del personale dello Stabile: un ringraziamento sincero a tutti”.

Silvia Vittoriano

Dopo il silenzio, la dignità contro la mafia

Nell’ambito della rassegna teatrale “Altri Percorsi”, inserita nella stagione di prosa del Teatro Sociale di Brescia, anche domani, giovedì 5 marzo, andrà in scena alle 20.30 il lavoro di Francesco Nicolini e Nicoletta Rubino tratto dal libro di Pietro Grasso “Liberi tutti”, per la regia di Alessio Pizzech, dal titolo “Dopo il silenzio”, con Sebastiano Lo Monaco, Mariangela D’Abbraccio e Turi Moricca. Un lavoro intenso, coraggioso, di Sicilia Teatro, Spoleto56 Festival dei 2Mondi, Teatro “Tina di Lorenzo” di Noto, con scene di Giacomo Tringali, musiche di Dario Aricidacono, luci di Luigi Ascione e costumi di Cristina Da Rold. “Il silenzio è mafia” è il perfetto slogan dello spettacolo, uno spaccato della storia e delle ragioni profonde di un fenomeno che potrà essere sconfitto, destinato come tutti i fenomeni umani a finire, soltanto se combattuto dal di dentro, da coloro che dovranno liberarsi dal giogo della mafia, quel sistema di pensiero che è diventato fenomeno di costume e di potere sugli uomini, di alcuni uomini su altri. A partire dalla storia, recitata ad arte per convincere i sicari della giustezza delle sentenze da loro compiute e per assoldare facilmente coloro che si lasciano imbonire dalle belle parole, dell’origine dei mafiosi nientemeno che dai Cavalieri Templari, fino all’appoggio talvolta poco velato della Chiesa, fino a quando non è diventata paladina di giustizia contro il potere della Cupola. La mafia come fenomeno che si intride di ignoranza, di credulità. La lotta di un’insegnante che, durante il pomeriggio, cercava di tenere lontani i ragazzi dalle strade del facile assoldamento per portarli ad avere un’opinione, un’istruzione, un potere fatto di rispetto di sé e da parte degli altri per quello che si vale, non per ciò che si rappresenta. La professoressa racconta di come, in trent’anni, le coscienze siano cambiate, dalle mogli capaci di denunciare i mariti mafiosi, allo scuotimento di coscienze dopo avere saputo dei bambini sciolti nell’acido, dei giudici morti ammazzati, del sangue di decine di agenti morti in servizio. Piano piano tutto è cambiato, anche sulle parole, pesanti come macigni, di Filippo Tomasi di Lampedusa, mai perdonato per quello che aveva saputo scrivere nel suo romanzo capolavoro, “Il Gattopardo”. Il teatro racconta di padre Puglisi e di Peppino Impastato, diventa cassa di risonanza, testimone del cambiamento, eppure valvola di sfogo per qualcosa che sembra semplice realizzare, ma allo stesso tempo così lento, in un clima che appare ancorato da catene invisibili e fortissime. Chi racconta è l’ex procuratore nazionale antimafia, oggi Presidente del Senato, impersonato da Lo Monaco, mentre Moricca è un ragazzo di mafia tormentato dai sensi di colpa e dalle domande. D’Abbraccio è la donna silenziosa e attiva, dalla voce prorompente e dalla decisione più forte degli ordini dei maschi. Quando le donne siciliane decidono di prendere in mano la propria vita, riescono a cambiare davvero non soltanto se stesse, ma la società siciliana tutta, intrisa di rispetto per la donna, ma a patto che resti nel suo posto onorato e silente. Ora parlano le donne, eccome, anche se poi si gettano dal balcone (forse gettate?) come dopo la morte di Borsellino farà la giovane testimone e accusatrice di mafia. Il silenzio uccide più di mille e mille pallottole, ma anche la solitudine. Quella della vedova del poliziotto di scorta ucciso; quella della giovane diseredata dalla famiglia, rinnegata dalla madre; quella della moglie che decide di non stare più a guardare inerte il marito comandare assassinii. Lo spettacolo merita l’ora e mezza di partecipazione di pubblico, con un interessante fondale che diventa muro dove scrivere la verità, con stralci di giornale, volti, musiche e parole in sottofondo. Il rumore è quello delle centinaia di ragazzi che arrivano in Sicilia con la nave della legalità, il rumore è quello del proprio cuore che non può tollerare l’indifferenza del cervello. È il rumore della brava gente, capace di fermare gli omicidi, di fermare il connubio mafia-Stato-potere. Diventa il modo di vivere onestamente, pulito, quello che relega lo sfavillio dei gioielli, delle pistole, dell’ossequio molto lontano dalla propria attenzione e diventa compassionevole per il dolore che deve cessare, per la schiavitù del male che deve essere fatta finire, una volta per tutte. Il ruolo del teatro è stato bene appreso e molto bene accolto dal pubblico bresciano che ha salutato gli attori con un lungo, caloroso applauso. Tra la commozione degli attori sul palco. Da non perdere. Alessia Biasiolo

Warega. Una mostra etnica a Brescia

Conoscere i Warega, i signori della foresta congolese, attraverso i feticci e le maschere che caratterizzano la loro concezione della vita, è un’esperienza indimenticabile. La bella mostra allestita nella spettacolare cornice del complesso di San Cristo, a Brescia, sottolinea l’impegno dei missionari saveriani in varie parti del mondo, e nel Congo in particolare, dato il tema dell’esposizione di quest’anno. È già la tredicesima mostra di questo genere organizzata annualmente, stavolta già a partire da novembre, fino al prossimo 1 marzo.

La mostra è a ingresso libero, allestita magistralmente da un gruppo di volontari coadiuvati da ingegneri e architetti che hanno saputo ben organizzare la raccolta di un missionario saveriano, Gianandrea Tam, al quale la tribù congolese dei bwami ha affidato gli oggetti esposti. La mostra multimediale non manca di filmati che spiegano la storia recente del Congo e le abitudini degli abitanti delle varie regioni. Il Congo, stato dell’Africa centrale indipendente soltanto dal 1960, occupa il bacino del fiume omonimo, immerso in una foresta pluviale, seconda al mondo dopo quella amazzonica. Paese otto volte più grande dell’Italia, ricco di risorse minerarie e naturali, vanta diamanti, oro, uranio, petrolio, animali come i gorilla di montagna, le cui colonie sono ampiamente studiate, e l’okapi, antilope rarissima, entrambi viventi soltanto laggiù. La popolazione si distingue in oltre trecento etnie delle quali una si chiama Warega, stanziata nella parte orientale del Congo. I Warega hanno fatto della misteriosa e affascinante arte congolese una preziosa risorsa tramutando in feticci, maschere, amuleti, insegne di potere, il senso della propria concezione del mondo. Conosciamo così una popolazione che misura la capacità dalla realizzazione personale, permettendo a tutti la scalata sociale per ottenere migliori condizioni lavorative e di vita, oltre al rispetto della propria tribù. Un uomo potrà avere mogli e prestigio in base al numero di animali da cortile, bovini e ovini che avrà a disposizione e che dimostrerà, pertanto, di poter mantenere, attestando così la sua forza come lavoratore, la sua saggezza nel sapersi gestire e organizzare, la sua voglia di migliorarsi, pur nel rispetto delle regole sociali, dei vecchi e della comunità. Soprattutto, i Warega tramandavano il sapere attraverso detti che diventavano insegnamento ai bambini: i vecchi, ad esempio, misuravano e misurano la società, perché solo l’ambiente che rispetta gli anziani è garanzia di saggezza, buon senso, sana visione del mondo.

Gli oggetti menzionati, e visibili in mostra, sono il senso della religiosità e delle tradizioni dei Warega, mezzo per il trascendente e per meditare sul mondo e sui suoi equilibri. Grazie all’iniziativa dei missionari saveriani possiamo così scoprire e approfondire una interessante etnia, carica di molto da insegnarci. L’allestimento è originale, con scaffalature ricavate da scatole nelle quali sono posizionate statuette, maschere e vari oggetti, tutti scolpiti in vari tipi di legno, alcuni molto rari, non mancando l’ebano o il palissandro. Ogni oggetto è poi arricchito di piume, conchiglie, stoffe, filamenti vari naturali, testimonianza della vita e della natura locale. Interessanti le varie maschere, utilizzate in feste o riti, dalle espressioni che richiamano sentimenti, emozioni, pezzi di vita di persone così chilometricamente lontane eppure così simili a noi, malgrado le abitudini e la civiltà differenti.

Non mancano gli strumenti musicali, gli oggetti per la pesca, la caccia e l’agricoltura, momenti di vita vissuta che trasmettono un’intensità unica, da apprendere tramite oggetti che vivono sotto i nostri occhi. Al termine della mostra, la vendita di oggetti missionari e del mercato equo e solidale. La raccolta fondi andrà finalizzata alla costruzione di una nuova missione saveriana nella città di Kindu, la città dei giovani. Verranno attrezzate due aule per lo studio e la lettura degli studenti. I soldi serviranno per l’acquisto degli infissi, dell’illuminazione, dei tavoli e delle panche. Il finanziamento per la costruzione degli arredi verrà dato ad artigiani locali, in modo da garantire che l’iniziativa dia lavoro in loco. L’attività sarà finalizzata a settecento ragazzi e il tutto si otterrà con quindicimila euro. Il prossimo 7 marzo verrà organizzata una cena con un ricco menù tradizionale congolese, su prenotazione ad euro 25 a persona. La mostra allestita nel complesso di San Cristo è accessibile in zona a traffico limitato parcheggiando nell’ampio piazzale del complesso stesso, che permette una superba vista panoramica su Brescia.

Alessa Biasiolo

“Ieri e Oggi. Brescia e la sua birra”

PARLA LEOPer celebrare una lunga serie di anniversari, non ultimo il venticinquesimo di gestione dell’Antica Birreria Wührer di Brescia da parte della Società 5 Stelle, è stato editato il nuovo volume di Alessia Biasiolo dal titolo “Ieri e Oggi. Brescia e la sua birra”. Il volume, che è stato omaggiato agli ospiti di un’elegante serata di festeggiamenti tenutasi lo scorso 13 ottobre presso il ristorante dell’Antica Birreria Wührer, e presentato ufficialmente alla città di Brescia durante una conferenza stampa tenutasi presso la bellissima Sala dei Giudici di Palazzo della Loggia, martedì 14 ottobre scorso, alla presenza dell’assessore alla Cultura comunale e vicesindaco Laura Castelletti, è stato definito un vero gioiello.

Il volume è di carattere strettamente storico, a partire dalla storia della birra dall’antichità. Corredato da un interessante apparato fotografico, consta di 224 pagine a colori e in bianco e nero. L’impaginazione è stata motivata da una scelta stilistica. La parte di storia in bianco e nero riguarda gli anni di nascita della preziosa bevanda, di arrivo a Brescia del fondatore della birra Wührer, Franz Xavier, fino agli anni Ottanta del Novecento, quando si avvicina il momento di subentro dell’attuale gestione dell’Antica Birreria, cioè l’unica attività storica rimasta operativa di quanto originariamente fondato. Da quel momento, iniziano le immagini a colori, in un crescendo di feste tra spillatura di barili di birra Oktoberfest e sfilate di Miss per la selezione di Miss Italia.

COPERTINAIl libro è un continuo rimando a fonti bibliografiche e a fonti iconografiche, con accezioni uniche. L’accurata ricerca delle immagini condotta da Alessia Biasiolo, infatti, è andata dalla consultazione di libri del fondo antico della Biblioteca Civica Queriniana di Brescia, con riproduzioni dei disegni degli erbari del Cinquecento e del Seicento che servivano a riconoscere le specie di orzo e di luppolo, piante indispensabili per la produzione della birra, alla scelta di inserire adeguatamente le splendide immagini dell’Archivio Storico della Fondazione Fiera di Milano. Il motivo della scelta sta proprio nell’impianto del testo storico. Una volta sviscerata in sintesi la nascita della bevanda nell’antichità, il discorso giunge all’Ottocento di Brescia, quando vi arriva Franz Xavier Wührer. Austriaco, si era semplicemente spostato in altri territori dell’Impero, seguendo una logica personale, ma anche motivazioni di carattere politico ed economico, spiegate nel dettaglio. I territori, che godevano di una parentesi di apertura da parte imperiale dopo una serie di moti di ribellione inneggianti all’indipendenza dall’ormai odiato dominio austriaco, erano idonei ad introdurre una bevanda che era sì prodotta in tanti laboratori praticamente artigianali, anche a Brescia stessa, ma che non avevano quell’idea di gestione e di produzione che Franz importerà dagli altri territori dell’impero. Infatti, pensare di poter servire la birra alla grande guarnigione austriaca presente in città; utilizzare le coltivazioni di orzo della vasta Bassa Bresciana; insistere sulla possibilità di fare convivere il vino, tipico italiano, e la birra di nuova introduzione su ricetta originale dei paesi di maggior consumo, era davvero vincente. E così fu. La diffusione della bevanda fu rapida proprio per la presenza dei soldati austriaci, tanto che già negli anni Quaranta dell’800 fu necessaria la regolamentazione da parte delle autorità comunali. Per poter avere una fabbrica di birra bisognava dimostrare di saperci fare, bisognava dichiarare la ricetta e sottoporsi al controllo della commissione apposita al fine di consentire di verificare che gli impianti fossero “a norma”, diremmo noi oggi. Significa che le caldaie di rame non dovevano essere stagnate per evitare avvelenamenti; che non si doveva addizionare birra vecchia alla nuova; che l’acqua doveva essere ottima e che la materia prima doveva essere selezionata. Negli anni, Franz riuscì a far crescere la propria fabbrica, malgrado i moti ben più organizzati contro il dominio austriaco che portarono alle celeberrime Dieci Giornate di Brescia, fino alla seconda guerra di indipendenza, grazie alla quale la Lombardia poté liberarsi dall’odiato dominio e annettersi al Regno di Sardegna. Subentrò al padre Pietro Wührer e a sua volta il figlio di questi, Pietro anch’egli. I due riuscirono ad ampliare la loro fabbrica, ad aprire e far prosperare il nuovo stabilimento al limitare cittadino, in territorio Bornata, malgrado la tassazione a ritmi alterni “catenaccio” per le attività economiche. Interessante notare come, leggendo i testi di fine Ottocento e primi Novecento, sembri di leggere cronache contemporanee in tema di tasse e proteste da parte degli imprenditori.

RENATO-ALESSIA-LAURA

In ogni caso, il criterio con il quale la fabbrica è stata gestita ha portato lavoro e ampliamenti, fino alla costruzione della vetreria, degli stabilimenti di estratto per brodo e alle acquisizioni in tutta Italia. Le belle immagini dell’Archivio Fondazione Fiera di Milano, come spiegato durante la conferenza stampa di presentazione anche dal curatore Andrea Lovati, illustrano il periodo dagli anni Venti agli anni Cinquanta del Novecento, con interessanti curiosità: i padiglioni dedicati alle nostre colonie in Cirenaica e il passatempo per i bambini in groppa ad un cammello; le visite del Re in atteggiamenti informali rispetto a quelli ai quali siamo abituati; la presenza dell’ambasciatore americano in visita alla Fiera negli anni della fine del proibizionismo e tanto altro ancora. Si arriva poi al prezioso contributo d’archivio della Società 5 Stelle, depositaria di numerose fotografie originali delle attività della Wührer, così come di oggetti utilizzati sia presso lo stabilimento, ad esempio le casse per il trasporto della birra in bottiglia, sia presso lo storico ristorante, creato come annesso allo stabilimento della Bornata. Il rifacimento del ristorante celebra i cinquant’anni proprio quest’anno e anche questa occasione ha portato il presidente della Società 5 Stelle Leo Ruocco a volere il volume storico. Sono allora i numerosi cliché di stampa a troneggiare sulle pagine, oppure i bicchieri di vetro che sostituiscono i tradizionali becker di stampo tedesco, oppure i vassoi, i portaombrelli, il bancone di mescita originale in formelle fatte a mano. Fino ai momenti di festeggiamento societario con buffet offerti agli ospiti: il 29 settembre 1989, data di celebrazione dell’acquisizione; il diciottesimo; il ventennale. E tante altre notizie sulla birra e su Brescia: la Brescia della Mille Miglia o dei bombardamenti sul finire della seconda guerra mondiale, che hanno visto scenario anche i terreni dove sorgeva lo stabilimento di birra e la birreria; gli anni del boom economico e delle trasmissioni mitiche di Mike Bongiorno, che ruotavano anche intorno alle ricette dei concorrenti al famoso “Lascia o raddoppia”; la parabola della Funivia per il monte Maddalena, il monte di casa per i bresciani; fino alla giornata organizzata nel luglio scorso per gli amanti delle bike o delle camminate a piedi proprio verso la cima della Maddalena (poco meno di mille metri) a partire dall’Antica Birreria i mesi scorsi. Insomma, un interessante spaccato di vita in cui è facile riconoscersi e riconoscere le proprie origini. Una ricerca storica puntuale, ricca di spunti e di apparati che aiutano la lettura, ma che sono essi stessi fonte preziosa per la memoria collettiva, insolito modo di concepire il particolare nel tutto e l’influenza del tutto sul locale.

“L’ampio apparato fotografico”, ha spiegato l’autrice Alessia Biasiolo “non serve a rendere la ricerca storica più leggibile, ma è esso stesso storia che si narra per immagini. Le fonti fotografiche sono diventate parte integrante del narrato che si avvale sia dello stile giornalistico che di quello storico, per creare un tessuto di parole adatto a vario tipo di pubblico. La scelta di interfacciare una storia particolare come quella della birra a Brescia con la storia nazionale e sovranazionale, mi ha permesso di dare il senso di come singoli eventi possano incidere sulla storia mondiale e, viceversa, come la storia propriamente detta, quella studiata sui libri, incida sulle scelte dei singoli. Come mi è proprio, ho lasciato molto spazio alle parole della gente comune dei tempi passati, affinché non sia solo il parere dello storico a trasparire, ma la realtà come vissuta al momento, soprattutto dagli attori della straordinaria fiaba della birra italiana, non ultimi gli attuali gestori dello storico, grande, bellissimo locale di Brescia, culla per me non soltanto di birra di alta qualità, ma di storia e di cultura alla quale ho attinto grazie all’amico Leo Ruocco che mi ha permesso di studiare gli archivi privati aziendali”.

LAURA CASTELLETTI-LEO RUOCCO-ANDREA LOVATIUn contributo alla cultura che esprime l’amore per il passato, la continuità con la passione di Pietro Wührer per lasciare qualcosa di scritto a beneficio dei posteri.

Soprattutto, il modo per celebrare il mondo della birra e dei suoi comparti; l’attività indefessa di centinaia di addetti in tutta Italia, dalla produzione al packaging, che sono tesi non a dare da bere e basta, ma a produrre un prodotto di alta qualità, ricco di nutrienti preziosi per la salute, in cui la qualità sia dimostrazione del lavoro dal fusto alla spillatura. Una schiuma di birra che racchiude l’universo degli amanti del bello e della cultura, anche se racchiusa in un buon bicchiere di bionda, rossa, scura.

Alessia Biasiolo: “Ieri e Oggi. Brescia e la sua Birra”, Arti edizioni, Brescia, 2014; pagg. 224, euro 35,00.

 

Renato Hagman

 

 

Il Senato per “La Leonessa. Città di Brescia” 2014

Consuetudine ormai da anni, anche quest’anno il Senato della Repubblica ha inviato una medaglia istituzionale da assegnare nell’ambito della quindicesima edizione del Premio Internazionale di Poesia “La Leonessa. Città di Brescia”.

La Segreteria organizzativa del Premio si pregia di ringraziare così le massime istituzioni dello Stato per voler nobilitare un Premio che intende fungere da veicolo per la creazione di nuove produzioni poetiche, sia libere che su argomenti suggeriti. Il Premio gode anche del patrocinio del Comune di Brescia.

La premiazione avverrà il prossimo 18 maggio, a Brescia, presso l’Auditorium San Barnaba, palcoscenico tradizionale dei Poeti che giungono in città grazie alle loro poesie selezionate da un’attenta Giuria. Anche quest’anno la selezione sarà altissima, dato che normalmente non si raggiungono i cinquanta premiati su un numero altissimo di elaborati arrivati alla Segreteria organizzativa.

Lo scorso anno si erano superate le 1.800 liriche; quest’anno le cifre verranno rese note ufficialmente alla cerimonia di premiazione, come consuetudine.

Il Premio intende in questo modo essere veicolo culturale e letterario, perché la Poesia abbia sempre quell’attenzione che merita come parte fondamentale della letteratura.

La Redazione

Passione al Teatro Sociale di Brescia

Nell’ambito della Rassegna Altri Percorsi, TIB Teatro, I Teatri del Sacro, Fondazione Teatro delle Dolomiti, ha presentato a Brescia, al Teatro Sociale, “Passione”, tratto dal romanzo “Passio Laetitiae et Filicitatis” di Giovanni Testori; un progetto di Daniela Nicosia che ha curato anche l’ottima regia. Protagonisti Maddalena Crippa per la prima volta in scena con il fratello Giovanni. Un’ora e mezza di attenzione per un testo interessante, spesso, carico di pathos e mai pesante, scadente, volgare. I due attori in scena, trovandosi anche a rappresentare fratello e sorella, ma poi uomo e donna, uomo che impone il volere ad una donna e la condanna, ma anche la esalta provandone pena ed un insospettabile rispetto, proprio quando sembrava destinata solo alla condanna eterna, sono stati di rara bravura.

La scena è piena di vita, di amore, di pena, di voglia di vivere e tutto questo grazie ad una superba interpretazione dei due Crippa, mentre una serie di corde permette un cambio scena inusuale, che poi diventerà la croce, da portare da parte dei protagonisti, della protagonista o dell’umanità, tutta in uno.

Affermava Testori: “In qualunque rapporto d’amore c’è una tristezza sconfinata, tuttavia, se questa tristezza viene accettata e accolta con carità, in primis come parte della coscienza di sé, allora diventa dramma, e può offrire qualcosa agli altri”. E questo per una ragazzina che si invaghisce del fratello, fantasticando sulle loro differenze sessuali e sulla sua modalità di scoprirsi adulto, mentre piano piano si rende conto della Duità che la contrappone al maschile, lei Felicita senza l’accento sulla a, ma che vuole mettercelo, trovando la sua strada di persona, l’amore, la realizzazione, la comprensione per quello che è dentro.

La disaccentuata è, infatti, alla disperata ricerca di un amore che non sa cosa sia davvero, ma lo sente dentro, nascere a poco a poco, crescere, mutare. Prima è l’infatuazione per il fratello, l’unico maschio che avesse come esempio e specchio, la persona che amava e le voleva bene, o almeno così credeva. Poi l’amore per un altro da lui e da lei, disilluso da una violenza; poi l’amore per l’Altro, il Cristo, e la decisione di farsi suora. Prendere i voti voleva dire sublimare il ricordo del fratello tanto amato e morto in un incidente di moto, schiantato a soli diciotto anni, come i suoi sogni di ragazzina. E quel fratello tanto assomigliava all’uomo in croce, mentre le tensioni sessuali si mescolano ad atteggiamenti devoti e a vera, spontanea per quanto inconscia ricerca di se stessa, anche attraverso l’amore per Dio. E proprio tra le mura dedite a Dio, ecco l’amore vero, carnale. Per un’altra monaca. E allora la perdizione, la condanna, e la schiacciante verità: malgrado le botte, le condanne, il senso di disprezzo, le due si amavano davvero. E davanti a quell’amore, non si poté fare altro, in un freddo mattino di caccia, che piegare le ginocchia e riflettere.

Un testo interessante, difficile e così carico di emotività che il pubblico si è fermato sospeso ad osservare, in un silenzio irreale, in un vortice nel quale è stato condotto per mano dai Crippa, così come condividevano le corde a guidare i pezzi di una croce che si è andata formando in noi e davanti ai nostri occhi di astanti, per portare a compimento un disegno che esula dalla normale capacità di comprensione razionale. Il dramma della solitudine interiore si materializza nella a accentata quando Felicita incontra Letizia e la gioia e la pienezza dello spirito diventano una tragedia. Pochi istanti di felicità per un lungo inferno, forse eterno. La vita è una Via Crucis che si staglia tra l’orizzonte e la croce che impera sempre, sul tavolino come nelle coscienze, mentre il gergo si fa mistico e blasfemo, dissacratorio e delicato, in una costante preghiera che rende Felicita e Letizia tanto più vicine a Dio quanto meno gli altri lo credono possibile.

I cacciatori che saranno testimoni del dramma delle due povere donne, quindi, saranno come i pastori davanti alla Grotta di Betlemme che, umili davanti all’Insondabile, si fermano e tacciono, non lasciando alle loro misere menti umane di commentare o rovinare il segreto immane dell’Amore racchiuso in un sonno ormai eterno.

Gli interrogativi posti da Testori sono tanti, mentre è evidente che l’abisso tra la grandezza divina e dell’Amore e gli esseri umani è così grande, da essere tangibile solo con il sentimento, non con la ragione. Il dialetto misto al latino rende il dialogato interessante, intrigante e tanto più vero di quanto il solo italiano avrebbe potuto essere. Maddalena Crippa ancora una volta impersona una, più voci; una, più donne, tanto da sintetizzarle tutte e non rappresentarne nessuna, perché ognuna può essere Felicita e il suo opposto. Comune a tutte il destino che le porta a dover sempre lottare per se stesse ed il proprio posto nel mondo, in una riflessione che diventa un lungo applauso a fine spettacolo.

La miseria della Brianza del tempo viene elevata a spirito così come si eleva la croce, e anche il concetto stesso di povertà diventa un’icona sulla quale pensare, senza moralismi e senza sentenze, aspetto più bello ed interessante dell’opera.

Da vedere.

Alessia Biasiolo