Davvero quest’uomo era figlio di Dio!

DOMENICA DELLE PALME – ANNO B – MARCO 14,1-15,47 Capitolo 14 Congiura dei capi contro Gesù 1. Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo». Siamo all’inizio della Settimana Santa, la Domenica delle Palme o della Passione di Gesù. Siamo chiamati a ripercorrere il dramma del suo dolore accolto per amore, a considerare il suo rifiuto, la sua condanna: dolore morale prima che fisico, perché non c’è niente di peggio di sentirsi circondati da ostilità, sfiducia, odio. La festa del suo ingresso come trionfatore l’aveva visto osannato dai bambini, dal popolo. Mantelli, rami, tutto serviva a fare festa. Sembrava che le insidie fossero superate. Invece … Il trionfo avverrà, ma dopo la passione, l’umiliazione, lo spasimo e la morte. Coloro che detengono il potere lo attendono per eliminarlo, hanno già deciso di condannarlo. Sono i sacerdoti, gli anziani, gli scribi, i farisei, i sadducei, gli erodiani, i romani. L’intento di Marco è provocare una conversione nei cristiani per i quali scrive, offrire le basi per resistere con coraggio alle persecuzioni, senza desistere. Il suo stile scarno è attento al messaggio più che ai dettagli. È espressione della memoria orante che spinge il lettore a prendere posizione di fronte a Gesù. Il suo amore e il suo perdono superano la sconfitta e il fallimento dei discepoli e anche i nostri fallimenti. L’importante è rialzarci sempre da ogni caduta. I dodici eletti (i discepoli chiamati proprio uno ad uno da Gesù stesso) fuggono: c’è chi tradisce Gesù, chi lo rinnega; tutti lo abbandonano. Al contrario, ci sono personaggi che rimangono nella storia perché si sono lasciati attirare dall’amore, pur non facendo parte della comunità degli apostoli: la donna anonima di Betania, Simone di Cirene (è costretto ad aiutare Gesù, ma fa sempre di più dei discepoli che, invece, sono scappati via), il centurione (pagano), le donne (Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo, Salomé e tante altre), Giuseppe di Arimatea (membro del sinedrio che rischia tutto chiedendo il corpo di Gesù). Meditiamo su quanto Gesù è stato fedele nonostante la terribile prova che ha dovuto affrontare, solo, abbandonato da tutti. Associamoci in spirito al dolore del Servo Sofferente, che soffre per nostro, per mio amore. Rileggiamo i fatti alla luce della risurrezione: “Non è qui: è risorto”. A Betània: gesto profetico di una donna 3. Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? 5. Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. 6. Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. 7. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto». Al tempo di Gesù, per chi moriva in croce non era prevista la sepoltura, né poteva essere imbalsamato. La donna che giunge in casa di Simone, il lebbroso, viene e unge il corpo di Gesù in anticipo, prima della sua condanna, della sua passione e della sua morte. È un atto di fede in Gesù, riconosciuto come il Servo sofferente di Dio, chiamato a morire in croce. Ella accetta che la missione di Gesù termini in questo modo ignominioso e brutale, è in piena sintonia con il Maestro di cui è discepola fedele. Ha completa fiducia nella sua opera di salvezza, diversamente da Pietro che, invece, si scandalizza quando Gesù annuncia che dovrà patire. Gesù è il solo a capire la donna, approva il suo gesto, la difende dai presenti e l’addita a tutti i discepoli di tutti i tempi come modello ed esempio. Gesù venduto da Giuda 10. Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. 11. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno. Al tempo in cui Marco scrive il vangelo, vi erano discepoli che temevano le persecuzioni, per cui pensavano di andarsene e, magari, denunciare i loro compagni di fede, a scopo di trarne vantaggio economico. Sappiamo dagli altri evangelisti che Giuda concorda in trenta denari il prezzo del tradimento, il prezzo di uno schiavo. Giuda è stato scelto da Gesù, insieme con gli altri Undici, tuttavia, anche se è stato accanto a Lui, non lo capisce, non accetta il suo stile, non assume la sua logica. Da questa incomprensione scaturiscono il male, il tradimento, la tragedia. Preparativi per la cena pasquale 12. Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13. Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. 14. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?». 15. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16. I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Nella notte di pasqua, gli ebrei, che venivano da tutte le parti del paese, portavano un agnello per offrirlo in sacrificio al tempio, poi si riunivano in casa per una celebrazione intima. La cena pasquale era presieduta dal padre di famiglia. Si faceva memoria della liberazione dall’Egitto, origine del popolo di Dio. Mangiavano l’agnello e benedicevano il Signore per la particolare protezione loro riservata. Facendo memoria ogni anno, consentivano alle nuove generazioni di venire in contatto con le proprie radici, con il proprio passato. Nella celebrazione venivano utilizzati molti simboli: erbe amare, agnello arrostito solo parzialmente, pane non fermentato, calice di vino, ed altro. Durante la celebrazione, il figlio minore doveva chiedere al padre: “Papà, perché questa notte è diversa dalle altre? Perché mangiamo erbe amare? Perché l’agnello è mal cotto? Perché il pane non è fermentato?” Ed il padre rispondeva, raccontando i fatti del passato: “Le erbe amare ci permettono di sperimentare la durezza e l’amarezza della schiavitù. L’agnello mal cotto evoca la rapidità dell’azione divina che libera il popolo. Il pane non fermentato indica il bisogno di rinnovamento e di conversione costanti. Ricorda anche la mancanza di tempo per preparare il tutto, essendo assai rapida l’azione divina”. Gesù non ha dove poter celebrare la festa di pasqua, ha bisogno di un ambiente in prestito, forse in affitto o forse messo a disposizione da un discepolo. Gesù, per non correre rischi, non rivela il luogo preciso dove preparare la pasqua, sapendo che Giuda ha già preso accordi per venderlo. “Vi mostrerà al piano superiore una grande sala”: questo luogo è rimasto nella memoria della prima comunità come il luogo della prima Eucaristia. Gesù presiede la cerimonia e celebra la pasqua insieme ai suoi discepoli, la sua comunità, che prende il posto della sua famiglia. Dopo l’Ascensione del Signore Gesù i discepoli tornano a riunirsi proprio in quel luogo e così anche il giorno di Pentecoste. Uno di voi mi tradirà 17. Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. 18. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19. Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20. Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. 21. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Siamo in un contesto di grande familiarità, intimità e fiducia, in occasione di una celebrazione importante. Gesù non viene tradito da una persona esterna, ma da uno dei suoi intimi. Non pronuncia il nome di chi lo sta per vendere, ma dà le informazioni utili a identificarlo. Forse vuole lasciargli ancora una possibilità per evitare il male che sta per commettere. Gesù celebra la Pasqua 22. E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. 25. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». All’interno della celebrazione pasquale, il presidente aveva una certa libertà rituale. Gesù, che presiede la celebrazione nel Cenacolo, introduce una variante sostanziale: offre se stesso. Gesù dà un nuovo significato ai simboli del pane e del vino. Nel distribuire il pane dice: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo dato per voi!” Nel distribuire il calice con il vino dice: “Prendete e bevete, questo è il mio sangue sparso per voi e per molti.” È consapevole che si tratta dell’ultimo incontro, della sua “ultima cena”, perciò afferma: “Io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”. Nell’Ultima Cena dobbiamo cogliere il senso del gesto eucaristico: la passione non è un evento subito per caso, non è frutto di un destino ineluttabile voluto da Dio. Gesù si consegna liberamente e anticipa ai discepoli quello che avverrà, in modo che ne siano consapevoli. Avrebbe potuto salvarsi allontanandosi, avrebbe potuto smettere di predicare e di dire cosa spiacevoli contro i capi religiosi, avrebbe potuto evitare di compiere miracoli. Invece rimane fedele al Padre e porta a termine la sua missione. Egli si fa pane spezzato, come la sua vita troncata precocemente poche ore dopo; vino versato nel calice, come il suo sangue colato dalla croce a lavare il male dell’umanità. In questo dono totale si esprime tutta l’esistenza di Cristo, Dio fatto dono per noi. L’Eucaristia è il più grande dono, che sostiene il nostro cammino di pellegrini nel mondo. È il pegno della vita futura, è Cristo stesso che non ci lascia mai soli. Anche nel più grande dolore, Gesù continua ad amare, si dona anche a Giuda che lo tradisce, anche ai discepoli che lo abbandonano. Gesù annuncia l’abbandono dei discepoli 26. Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 27. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. 28. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». 29. Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». 30. Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». 31. Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri. Gesù si avvia al monte degli Ulivi e annuncia che tutti lo abbandoneranno. Pietro presume delle proprie forze e afferma che è disposto a tutto per Lui. Vuole davvero bene a Gesù, ma crede di poter essere fedele, contando solo suo entusiasmo. Fallirà miseramente, rinnegando il Maestro, ma il suo dolore gli ottiene il perdono. Sarà successivamente reintegrato nella fiducia e diverrà il primo responsabile della Chiesa. Chi è troppo sicuro di se stesso e presume di farcela da solo finisce miseramente per sperimentare il fallimento. È grazia sperimentare l’abisso del proprio niente perché in quel momento è possibile alzare lo sguardo per chiedere misericordia. Gesù è pronto ad accogliere chiunque faccia ritorno a Lui: Egli è misericordia infinita, forza di chi è debole, coraggio del disperato, perdono eterno del peccatore pentito. Cristo è la nostra speranza; è luce nelle tenebre; è riparo nella tempesta; è soccorso nel naufragio; è avvocato nel tribunale degli uomini accusatori. “Dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea”: i discepoli vengono avvisati che la morte sarà vinta. Nonostante questo non riescono ad essere fedeli, scappano tutti, abbandonano il loro Maestro, ma costui non rompe il rapporto con loro. Anzi. Dà appuntamento in Galilea, nello stesso luogo dove li aveva chiamati tre anni prima a seguirlo. Al Getsèmani 32. Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35. Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. 36. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». 37. Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? 38. Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39. Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. 40. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. 41. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Nel momento dell’agonia, Gesù sente il bisogno di una presenza consolatrice, di un sostegno umano. Sceglie tre amici, testimoni della sua trasfigurazione, ma essi non resistono alla stanchezza e lo lasciano solo, nonostante che per bene tre volte sia andato da loro a supplicarli. Il loro amicizia non ha saputo affrontare la prova e miseramente si è dissolta. Solitudine, angoscia, agonia: elementi che potevano indurre Gesù a tirarsi indietro, invece, con la forza della preghiera, prosegue fino in fondo la sua adesione alla volontà del Padre, l’Abbà tanto amato. Gesù viene arrestato 43. E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». 45. Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. 46. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. 47. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. 48. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. 49. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». 50. Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. 51. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. 52. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo. È terribile pensare a Giuda, al suo tradimento, mascherato da un bacio, da un gesto di amicizia. Sappiamo che Gesù l’ha chiamato “amico”: era uno dei suoi, lo aveva scelto come gli altri. Forse sperava fino all’ultimo che rinsavisse. Il comportamento di Giuda è avvolto nel mistero, ma qualunque colpa dovessimo commettere non dovremmo mai lasciarci prendere dallo sconforto, dal rimorso, al punto da procurarci la morte. Gesù è venuto per salvarci e tutti, come Pietro, possiamo ottenere il perdono se lo chiediamo con umile fiducia, con lacrime di pentimento. Gesù è abbandonato da tutti, è solo, ma è signore della situazione: si consegna e afferma: “Si compiano dunque le Scritture!”. Al momento della loro chiamata i discepoli “abbandonato tutto, seguirono Gesù” (Marco 1,18-20). Al momento della passione, invece, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti” (Marco 1,18-20). Nel momento dell’entusiasmo si lasciano trascinare da Cristo. Nel momento della prova fuggono. Prendiamo coscienza della nostra debolezza, ma appoggiamoci sulla fedeltà di Cristo risorto che, sempre con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo, ci dà la forza per ricominciare. I discepoli, forti della misericordia ricevuta, evangelizzano il mondo e danno anche la vita per il loro Maestro. Quella storia, che sembrava terminata quel venerdì di passione, è giunta fino a noi e ci dà il coraggio di sfidare l’epoca odierna e quella futura, annunciando a tutti che l’amore di Dio è più forte del buio, della crisi, della morte. Gesù davanti al tribunale ebraico 53. Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. 55. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. 57. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58. «Lo abbiamo udito mentre diceva: «Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo»». 59. Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. 60. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 61. Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». 62. Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». 63. Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64. Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. 65. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano. Di fronte alle più grandi autorità religiose del suo tempo (sommo sacerdote, anziani, scribi che formano il tribunale o sinedrio) Gesù tace. Non ha l’avvocato difensore, i suoi l’hanno abbandonato, è consegnato ai nemici. Nel Vangelo di Marco, Gesù ha continuato a nascondere la sua identità e ha ordinato di non manifestarla. Ora che è il momento di rivelare chi è veramente. Converge qui tutto il Vangelo di Marco: Gesù rompe il silenzio: “Io sono”. Sono le stesse parole pronunciate da Dio quando Mosè, al roveto ardente, gli chiede il nome (cfr. Esodo 3,14). Per questo il sacerdote le ritiene una bestemmia, perché Gesù si fa come Dio. “E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”: l’espressione “Figlio dell’uomo” rivela la concretezza umana della persona di Gesù. Dio non è lontano, ma è vicino: condivide la storia degli uomini, le fatiche, i patimenti, il dolore, la morte. Pietro rinnega Gesù 66. Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote 67. e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». 68. Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. 69. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». 70. Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». 71. Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». 72. E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto. Pietro nega per ben tre volte di conoscere Gesù e lo fa anche imprecando e giurando. Nemmeno di fronte all’evidenza dei testimoni si arrende. Capisce il male commesso solo quando canta il gallo, come gli aveva preventivato il Signore. Umilmente piange, riconoscendo il suo enorme peccato. Il rinnegamento di Pietro è simbolo di quanto è grande la nostra debolezza umana, di quanto anche per noi è difficile essere fedeli a Cristo. Ma se ci nutriamo dei sacramenti, se ascoltiamo la Parola, se diamo tempo all’adorazione, avremo la forza per cercare sempre gli occhi misericordiosi di Cristo che ci chiedono di accogliere il suo perdono! È Lui per primo che ce lo offre, nonostante la sofferenza che gli procura il nostro misconoscerlo davanti agli uomini. Capitolo 15 Gesù davanti a Pilato 1. E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. 2. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». 3. I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». 5. Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. Lo consegnò perché fosse crocifisso. 6. A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. 7. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. 8. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 10. Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. 12. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». 13. Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». 14. Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». 15. Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Nessuno può dire che Dio è lontano, dal momento che si è talmente abbassato da essere tradito, venduto, scambiato al posto di un malfattore, condannato innocente. Tutti i perseguitati, i condannati, i crocifissi della terra possono trovare in Gesù la comprensione, la solidarietà, la forza e la vittoria perché Gesù è passato attraverso tutte queste prove. Gesù insultato 16. Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. 17. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. 18. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». 19. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. 20. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. I romani trattano Gesù come un personaggio anti-romano. Lo scherniscono mettendogli una corona in testa, ma di spine. La regalità di Gesù si esprime nell’annientamento, nell’umiliazione, nella burla, a cui risponde soffrendo in silenzio. Il nostro peccato di orgoglio e di presunzione è vinto dal Re che soffre ingiurie per amore. “Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Filippesi 2,8). Crocifissione di Gesù 21. Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. 22. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 23. e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. 24. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. 25. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». 27. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. [ 28] L’evangelista Marco mette in evidenza che Gesù rimane sempre più solo, fino all’ultimo momento in cui anche il Padre sembra abbandonarlo. Tuttavia sappiamo che, come Dio, Gesù è unito al Padre e allo Spirito: Dio non può abbandonare Dio! Un uomo lo aiuta per costrizione: Simone di Cirene, un padre di famiglia; porta la croce fino sul Calvario. Gesù è crocifisso come un emarginato, come un criminale, per essersi fatto re: “Re dei Giudei”. Questa è l’accusa infondata. Viene ridicolizzato dai capi. Due malfattori sono ai suoi lati: testimoni di come muore Dio per amore! Il dolore innocente è il mistero insondabile che attraversa la storia. È la perla preziosa che salva l’umanità, che sconfigge l’odio, che riduce in briciole l’egoismo. La crocifissione è per noi una parola scontata, ma pensiamoci bene a cosa vuole dire lasciarsi trafiggere da uomini impietosi con chiodi enormi, noi che ci lamentiamo per un nonnulla! 29. Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30. salva te stesso scendendo dalla croce!». 31. Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 32. Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Gesù dona tutto se stesso fino in fondo, non scende dalla croce, non dà prova di potenza, non si lascia prendere dalla rabbia e dalla voglia di farsi vedere per quello che vale davvero! Non cede alla tentazione come facciamo noi! Dio non scende dalla croce, non ripudia la parola data. È solidale con ogni uomo crocifisso, provato dalla malattia, dall’ingiustizia, dal dolore, dalla povertà. Dio entra nella storia e la assume completamente, tanto che, proprio assumendola, la redime. Se fosse fuggito, la morte non sarebbe stata sconfitta. Se avesse fatto un atto di potenza, non ci avrebbe redenti. Unito a noi in tutto, ci porta con sé nel Cielo, dal Padre suo e nostro. Agonia e morte di Gesù 33. Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 35. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». 37. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Gesù muore come un impostore, fuori dalla città, appeso tra cielo e terra, con una morte inflitta a coloro che sono ritenuti nemici, delinquenti. Gesù patisce una passione d’amore, amore per il Padre, amore per ciascuno di noi. Si è sentito umanamente abbandonato, ma ha creduto fino in fondo all’amore del Padre e si è consegnato a Lui. Gesù spira e nel suo emettere l’ultimo alito dà a noi lo Spirito che ci consente di gridare: “Tu sei il nostro Signore! Tu hai dato la vita per noi! Grazie, nostro Salvatore!”. La morte è stata vinta dalla Vita e il suo trionfo dura per l’eternità! 38. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». I discepoli, che hanno condiviso anni di vita con lui, non capiscono il Maestro. Una donna anonima, con la sua sensibilità tutta femminile, invece, lo comprende. Ora un centurione romano, pagano, capisce finalmente chi è veramente l’Uomo appeso alla croce! Esperto di condanne crudelissime, abituato a vedere persone spasimare in una morte atroce, capisce che quest’Uomo è diverso. Solo Dio può morire perdonando, solo Dio può amare fino all’estremo, solo Dio vince la violenza assumendola, invece di rispondere al male con male ancora maggiore. Possiamo stare vicino a persone e non comprenderle. Tutto dipende dalla sensibilità, dall’apertura di mente e di cuore. Non fermiamoci mai alle apparenze, superiamo i pregiudizi, guardiamo con gli occhi di Dio alle persone e agli eventi. Egli guarda tutto e tutti con amore. Siamo frutto di un atto d’amore, dell’amore più grande. Siamo amati senza meritarcelo, siamo amati gratuitamente! Alcune donne presso la croce 40. Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41. le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. La caratteristica delle donne discepole è riassunta in questi tre verbi: “seguivano”, “servivano”, “erano salite”. Le donne seguono Gesù a rischio della vita, servono come Gesù ha insegnato, salgono a Gerusalemme per essere testimoni della morte e risurrezione. Per vivere il nostro Battesimo ed essere discepoli veri dobbiamo seguire Gesù a qualsiasi costo, servire Lui nei fratelli anche nel sacrificio di noi, salire con Gesù sulla croce per partecipare alla redenzione e risorgere con Lui. Sepoltura di Gesù 42. Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, 43. Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. 44. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. 45. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. 46. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. 47. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto. L’amore incondizionato di Gesù supera il tradimento, la negazione e la fuga degli amici. Ama gratuitamente come il Padre ama. Niente può separarci dal suo amore: “Né potenze, né altezza, né profondità, ne alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore!” (Romani 8,39). Le donne hanno sempre seguito Gesù con fedeltà e ora, da lontano, osservano il luogo dove Gesù è stato posto. Accompagnano Giuseppe di Arimatea che ha chiesto il permesso di seppellire Gesù. Queste annotazioni sono preziose perché indicano che sono testimoni della sepoltura di Gesù. Le donne (non stimate dalla mentalità ebraica) sono pronte a rendergli l’ultimo ed estremo segno di amore, andando a cospargere il suo corpo di profumo, appena trascorso il giorno di sabato. Da loro scaturirà l’annuncio della fede la domenica di Pasqua. L’amore è sepolto nelle profondità della terra, è nel sepolcro come tutti i comuni mortali. La pietra rotolata è il sigillo che accerta la morte. Ma la Vita non è sconfitta, la morte non ha l’ultima parola! Già ci prepariamo all’alba del mattino di Pasqua!

Suor Emanuela Biasiolo

Il Museo Marino Marini di Firenze invitato a partecipare alla prima Biennale dei Musei in India e nel mondo

Il Museo Marino Marini di Firenze è l’unico museo italiano ad essere stato invitato a partecipare alla Bihar Museum Biennale 2021: la prima Biennale dei Musei in India e nel mondo ospitata dal Museo di Bihar (Patna) e fruibile, fino al 28 marzo 2021, sia in modalità fisica/in presenza che digitale.

Organizzata dal Dipartimento delle Arti, della Cultura e delle Politiche Giovanili del Governo del Bihar, la Biennale dei Musei si propone di valorizzare il patrimonio museale dell’India offrendo, al contempo, una panoramica delle collezioni chiave di alcuni musei del mondo. L’obiettivo è quello di sensibilizzare il pubblico su significato e importanza della cultura museale indiana favorendone la comprensione e sviluppando un forte senso di identità nazionale.

L’evento alternerà tour virtuali, curati dai musei nazionali ed internazionali, a collegamenti in streaming e partecipazioni in presenza presso il Bihar Museum di Patma; il Museo Marini partecipa con un tour virtuale volto alla scoperta della straordinaria collezione di uno dei più grandi scultori italiani, Marino Marini, e degli spazi in cui è custodita, espressione della storia dell’architettura del nostro Paese, testimoniata dalla Cappella Rucellai di Leon Battista Alberti, nonché dal restauro e dall’allestimento realizzati dagli architetti Bruno Sacchi e Lorenzo Papi.

Ho accolto con grande piacere l’invito dell’Istituto Italiano di Cultura di Nuova Delhi a partecipare, con un contributo video, a questo importante evento – dichiara Patrizia Asproni, Presidente del Museo Marino Marini di Firenze – dal valore altamente simbolico per l’India ed il mondo museale internazionale. Un segnale importante di come l’arte e la cultura riescano ad unire persone e culture diverse in un momento di grandi cambiamenti globali. Siamo, dunque, onorati – prosegue Asproni – di portare la testimonianza del Museo Marini, da sempre aperto al dialogo fra culture differenti e all’innovazione. Voglio qui sottolineare che proprio uno dei vincitori del Playable Museum Award, call internazionale promossa ogni anno dal Museo per dare forma al museo del futuro grazie alle idee di creativi e visionari da tutto il mondo, è stato Arvind Sanjeev, un giovane interaction designer e ingegnere informatico del Kerala, premiato da Yahoo-Accenture fra i 100 ‘Innovatori più Promettenti’. Un dialogo costante ed ininterrotto, dunque, con l’India e la sua energia creativa”.

Il Museo Marino Marini è nato dalla volontà di Marino e Marina Marini che, alla fine degli anni Settanta del Novecento, individuarono l’ex chiesa di San Pancrazio di Firenze come luogo ideale al quale legare la donazione di opere che l’artista, poco prima di morire, aveva fatto alla città. La ristrutturazione della chiesa, recuperata dopo secoli e ridestinata a una funzione pubblica, è stata realizzata dagli architetti Lorenzo Papi e Bruno Sacchi che hanno saputo creare un allestimento a immagine e somiglianza di quel mondo così affascinante di Marino Marini, uno dei personaggi più significativi della cultura figurativa del Novecento. Il museo ospita 183 opere di Marino Marini: disegni, litografie, dipinti, sculture, tutte esposte al pubblico sui quattro livelli del museo. Parte integrante del museo, recuperata alla visita del pubblico dopo un lungo restauro, è una delle meraviglie del Rinascimento fiorentino: la Cappella Rucellai, capolavoro assoluto dell’architetto Leon Battista Alberti, con il Tempietto del Santo Sepolcro.

Rachele Mannocchi

Un ricordo infantile di Leonardo Da Vinci

Sarà dedicato all’opera di Sigmund Freud dal titolo “Un ricordo infantile di Leonardo da Vinci”, nella nuova edizione a cura di Enzo Cicero, la conferenza in diretta video venerdì 26 marzo 2021 alle 17 sul canale youtube dell’Ariostea.

All’incontro, a cura dell’Istituto Gramsci e dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, interverranno lo stesso Enzo Cicero (docente Università di Messina) e Giuseppe De Vita (docente di Storia e Filosofia al Liceo Carducci di Ferrara). Presenta Nicola Alessandrini.

Leonardo da Vinci era adulto, quando raccontò un sogno remoto, eppure vivido in lui. Rammentava che, adagiato nella culla, un “avvoltoio” librandosi nell’aria, con la coda gli picchiettò le labbra: preannuncio delle ricerche pioneristiche sul volo umano. Nel secolo dell’aviazione, un altro pioniere, Freud, lesse in filigrana quel ricordo. Il sogno così si congedò dal cielo, per inabissarsi nei cunicoli dell’anima. Dai sotterranei di labili indizi emerse una biografia controversa. Per la psicoanalisi quel sogno non era più l’oracolo del futuro alato di Leonardo, ma il suo passato di piombo, che non passa, perché dimora nell’abisso dell’anima, più grande di tutti i cieli. La ricerca estetica e scientifica, luce del giorno nel mondo, svela con il metodo di Freud il suo volto notturno. La luna è nera, abitata da fantasmi, le stelle fossili, eppure capaci ancora di irradiazioni. Il sorriso della Gioconda è forse l’accenno di un ghigno alla credibilità della psicoanalisi? E la parete umida da cui si staccano i pigmenti del Cenacolo simboleggia il fallimento dell’investigazione freudiana?

In un labirinto di suggestioni, sensualità e bellezza cercheremo con la nuova, felice traduzione del sogno di Leonardo, le congetture di Freud, la cui biografia diventa prisma, in cui l’autore si riflette nella sua ricerca. Saggezza vuole che allo specchio si chieda la “riflessione”, il “pensare” invece spetta a noi che guardiamo.

Fino al termine della situazione emergenziale tutti gli incontri culturali dell’Ariostea si svolgeranno in diretta video, nell’orario indicato, sul canale youtube della Biblioteca comunale (https://www.youtube.com/channel/UC1_ahjDGRJ3MgG45Pxs90Bg) oppure tramite il link alla homepage del Servizio Biblioteche e Archivi (http://archibiblio.comune.fe.it).

Alessandro Zangara

Le dieci canzoni in gara per il Premio Amnesty

Sono rappresentate molte generazioni, molti generi musicali e molte tematiche nelle dieci canzoni che Amnesty International Italia e Voci per la Libertà hanno scelto come candidate quest’anno al Premio Amnesty International Italia nella sezione Big, lo storico riconoscimento che va a brani sui diritti umani pubblicati da nomi affermati della musica italiana nell’anno precedente.

Sono in lizza in questa edizione (in ordine alfabetico per artista):

Eugenio Bennato con “W chi non conta niente” (Bennato);

Samuele Bersani con “Le Abbagnale” (Bersani);

Coma_Cose feat. Stabber con “La rabbia” (Mesiano / Zanardelli / Tartaglini);

Fulminacci con “Un fatto tuo personale” (Uttinacci / Dezi / Mungai / Uttinacci);

J-Ax feat. Paola Turci con “Siamesi” (Aleotti / Anania / Del Pace / Turci / Bonomo / Chiaravalli / Garifo);

Levante con “Tikibombom” (Lagona);

Francesca Michielin e Måneskin con “Stato di natura” (Michielin / Levy / Michielin );

Negramaro “Dalle mie parti” (Sangiorgi);

Chadia Rodriguez feat. Federica Carta con “Bella così” (Crdarnakh / Ettorre / Gianclaudio / Fracchiolla / Dagani);

Yo Yo Mundi con “Il silenzio che si sente” (Archetti Maestri).

Il vincitore sarà premiato durante la prossima edizione, la ventiquattresima, di “Voci per la Libertà – Una canzone per Amnesty”, in programma dal 23 al 25 luglio a Rosolina Mare (Rovigo).

M.A.

Dantedì no stop a Verona

Una vera e propria maratona dedicata a Dante. Un’intera giornata di eventi no stop, come sarebbe successo se fosse stato possibile organizzarli in presenza, ma direttamente sul web. Come ormai da un anno siamo abituati. Verona si appresta a festeggiare, giovedì 25 marzo, la giornata nazionale Dantedì, quest’anno ancora più importante perché si inserisce nelle celebrazioni nazionali per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta, con numerose iniziative, proposte in tutta Italia, in omaggio alla sua vita e alle opere.

Non mancherà nulla, letture, dialoghi, video e conferenze con ospiti internazionali. Studiosi, attori, esperti di storia dell’arte medioevale, italianisti e dantisti, musicisti, si alterneranno da mattina a sera. Il tutto trasmesso sul sito www.danteaverona.it e sul canale YouTube dell’Ufficio stampa del Comune di Verona nell’apposita playlist ‘Dantedì’.

Stamattina Francesca Rossi ha presentato insieme alla collega Dagmar Korbacher, direttrice del Kupferstichkabinett dei Musei Statali di Berlino, l’immagine coordinata elaborata per le celebrazioni veronesi, legata alla mostra diffusa che animerà i luoghi danteschi della città nel corso dell’anno. L’immagine è ispirata a uno dei disegni di Sandro Botticelli per l’illustrazione della cantica del Paradiso che, eccezionalmente, il museo di Berlino renderà disponibile per la sezione della mostra ‘Tra Dante e Shakespeare: il mito di Verona’, in preparazione alla Galleria d’Arte Moderna Achille Forti.

È stata presentata la mostra “Dante negli archivi. L’Inferno di Mazur” allestita al Museo di Castelvecchio, che, fino al 3 ottobre, proporrà al pubblico le 41 acqueforti e acquetinte che l’artista americano Michael Mazur produsse ispirandosi ai Canti dell’Inferno.

Dopo varie conferenze pomeridiane, la chiusura del Dantedì sarà in diretta. Alle 17.30, il dantista Zygmunt Baranski dell’Università di Cambridge dialogherà con il filologo Paolo Pellegrini, autore del recentissimo libro ‘Dante Alighieri. Una vita’. La presentazione del volume sarà occasione per i due studiosi di confrontarsi sulle più recenti ricostruzioni biografiche del Sommo Poeta, sul rapporto di Dante con la realtà storica e culturale del Medioevo, sulla necessità di coniugare le esigenze della ricerca scientifica e quelle dell’alta divulgazione. Presenterà l’incontro l’assessore alla Cultura Francesca Briani.

Roberto Bolis

Ravenna e Forlì insieme per Dante

Nel Settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri,le città di Forlì e Ravenna si uniscono in un progetto di collaborazione che intende valorizzare il grande lavoro scientifico e culturale svolto dalle loro istituzioni museali.

Nella prossima primavera, infatti, a partire da aprile, nelle due città romagnole si inaugureranno due mostre a tema dantesco: “Dante. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell’esilio” presso la Chiesa di San Romualdo a Ravenna (dal 24 aprile al 4 luglio 2021) e “Dante. La visione dell’arte”, presso i Musei San Domenico a Forlì a partire dal mese di aprile, dopo la Pasqua, in linea con le disposizioni relative alla riapertura delle sedi museali, fino al’11 luglio 2021.

Le due mostre faranno parte di un percorso espositivo dedicato al Sommo Poeta che vedrà a Ravenna le opere legate all’esilio dantesco e con cui Dante è entrato in contatto, opere che in alcuni casi il Poeta ha potuto vedere e conoscere, e a Forlì una ricca selezione di oltre 250 opere che, nei secoli successivi, hanno tratto ispirazione da Dante e dalla sua Commedia. Entrambe le mostre sono realizzate con il prezioso contributo di musei internazionali, tra i quali le Gallerie degli Uffizi che con la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì hanno ideato e firmato il percorso espositivo per i Musei San Domenico e contribuiscono a quello di Ravenna con due prestiti fondamentali per raccontare gli anni dell’esilio dantesco.

Si realizza così, nel nome di Dante, un percorso espositivo integrato, che rende il patrimonio culturale italiano diffuso e sempre più fruibile attraverso percorsi museali innovativi, mostre con curatele prestigiose e prestiti dai più importanti musei del mondo.

S.E.

Chi ama la propria vita la perde

V DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO B – GIOVANNI 12,20-33

In quel tempo, 20. tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Il brano di questa quinta domenica di Quaresima è collocato subito dopo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nella terza e ultima Pasqua vissuta da Gesù a Gerusalemme. I sacerdoti ormai avevano deciso di condannarlo a morte. Egli annuncia la sua imminente passione. Per Giovanni l’innalzamento in croce e tutto il mistero del dolore costituiscono l’ora della passione, della morte feconda, della glorificazione di Cristo. Il senso del brano è l’apertura della salvezza a tutte le genti, cominciata già con Gesù. I Greci, di cui si parla in questo versetto, sono dei proseliti (cfr. Atti 10,2 e 13,16), persone che onorano Dio secondo la religione ebraica, pur non essendo né ebrei né circoncisi. Avevano sentito parlare di Gesù, della sua predicazione fatta con autorevolezza, del suo stile profetico. La loro ricerca ha bisogno di essere portata a maturazione. Gli uomini di tutti i tempi anelano a conoscere la Sorgente della vita, hanno bisogno di infinito e lo cercano, anche senza parole. Persino quanti dicono di non aver bisogno di Dio, hanno sete di Lui. Se solo trovano testimoni credibili, si lasciano attirare e abbracciare dal Padre che li attende con cuore trepidante. Se lasciamo spazio a Dio, diverremo sua dimora, Egli si rivelerà per mezzo nostro e gli altri vorranno incontrarlo.

21. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

22. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. I Greci, che vogliono conoscere da vicino Gesù, si rivolgono a Filippo (nome greco) probabilmente perché parlava la loro lingua, venendo da Betsàida. Filippo è titubante: era contro la legge che un rabbi incontrasse un pagano nella città santa; era una mancanza di rispetto delle norme della purità. Per questo motivo Filippo si consiglia con Andrea (chiamato per primo alla sequela secondo il Vangelo di Giovanni 1,37-40). Insieme accompagnano i Greci da Gesù. Fin da questo momento si coglie la dinamica della testimonianza collegiale dei primi apostoli, che fanno discernimento e sono uniti nell’annuncio.

23. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. Gesù sembra non rispondere alla domanda dei Greci accompagnati da Filippo e Andrea. In realtà afferma che proprio per il suo sacrificio tutte le nazioni potranno godere i frutti della salvezza e giungere alla fede. È la fede che consente di vedere Gesù. “È venuta l’ora”: Gesù ha piena consapevolezza dell’imminenza della sua morte tragica. È pure consapevole che essa coincide con la sua glorificazione. Sa che la sua vita sta per terminare ed è giunto il momento decisivo che dà inizio alla salvezza dell’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Diversamente dagli altri sinottici, Giovanni fa un approfondimento teologico, rivelando la portata dell’evento a cui Cristo va incontro. Non si limita a riferire un fatto di cronaca.

24. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. “In verità, in verità”: è una formula solenne che viene utilizzata per introdurre un’affermazione di grande importanza. “Se il chicco di grano …”: parlando del seme che muore, Gesù sottolinea la necessità della sua imminente morte violenta. Il riferimento al grano richiama il discorso sul pane di vita. Gesù utilizza gli elementi più semplici della natura per far capire come in ogni realtà, anche la più piccola, è impressa la legge della vita, che trasforma una realtà in un’altra più grande, grazie al dono di sé. Gesù è il pane di vita perché è il seme che dà tutto. Come avviene per un chicco: solo spaccandosi, sepolto nella terra, nascosto agli occhi di tutti, può liberare tutta la sua vitalità e dare origine a una nuova pianta, da cui fuoriesce la spiga carica di nuovi semi. È una legge biologica, inscritta dal Creatore, ma è anche simbolo della vita spirituale. Per diventare fecondo per la salvezza del mondo, Gesù accetta la sofferenza e la morte, che diventa una semina per una vita nuova per tutti. Gesù è venuto a portare la vita abbondante (Giovanni 10,10), a dare gloria a Dio tramite il dono di sé. La morte è solo un passaggio per realizzare la vita in pienezza, è una trasformazione: il seme che diventa spiga. Nella Liturgia dei Defunti si dice giustamente: “la vita non è tolta ma trasformata”. Non perdita, ma espansione. Come discepoli di Cristo, siamo chiamati a partecipare alla sua opera di redenzione. Se ci associamo al suo sacrificio, se ci nascondiamo agli occhi di tutti, se elargiamo l’energia insita in noi, diventeremo spiga, farina, pane per la vita del mondo, come il nostro Maestro.

25. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. “Chi ama la propria vita”: la contrapposizione tra vita terrena e vita eterna è rafforzata dai verbi odiare/perdere contrapposti ad amare/conservare. Siamo chiamati a dare tutto, a scapito anche della vita, pur di essere fedeli alla nostra vocazione di comunione con Dio. Per Giovanni, infatti, la vita vera, quella eterna, è la comunione con Dio. La risposta di Gesù ai Greci non risiede in un ragionamento filosofico sterile, ma si realizza nel suo esempio di vita donata, messa a servizio di tutti, realizzata attraverso un’offerta totale. La vera morte non è quella fisica, ma è la sterilità di chi non dà, di chi non si spende per gli altri.

26. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Gesù dice chiaramente che seguire Lui vuol dire ripercorrere lo stesso cammino di dono fino alla fine, di partecipazione alla sua sorte. La ricompensa che Egli prospetta è l’unione con il Padre. Se vogliamo essere come il nostro Maestro, dobbiamo vincere l’attaccamento a noi stessi, alle nostre cose, ai nostri progetti, alla nostra vita per assimilare nei nostri sentimenti, atteggiamenti, comportamenti le stesse scelte di Cristo.

27. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!

28. Padre, glorifica il tuo nome». In questo versetto e in quelli successivi, chiamati “il Getsemani del IV Vangelo”, Giovanni evangelista presenta un collegamento forte tra la morte e la glorificazione, anticipa la preghiera di Gesù nell’orto degli Ulivi (descritta dagli altri evangelisti), afferma la piena adesione di Cristo alla volontà del Padre. Egli chiede di essere aiutato ad affrontare la prova estrema, a sostenere la lotta, nella certezza che ne uscirà salvo. Come uomo sente tutta la ripugnanza di fronte alla morte, prova la ribellione della carne davanti al dolore imminente. Ma Egli prega, si rivolge al Padre (cfr. Matteo 6,9) con assenso di Figlio e con obbedienza assoluta. La morte è la conseguenza logica della sua fedeltà al progetto del Padre, del suo orientamento di vita. È divenuta necessaria per suggellare il suo “Amen”. A differenza dei sinottici, Gesù non chiede di essere liberato dalla prova. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”.

29. La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”.

30. Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Come nell’episodio della Trasfigurazione, la voce dal cielo conferma la piena protezione del Padre, la sua certa condiscendenza verso il Figlio, obbediente fino alla morte. Gesù già è sicuro dell’amore del Padre, ma la manifestazione è una conferma per la folla presente. La forza di Cristo non è nell’applauso e nell’acclamazione della folla, ma è nel suo rapporto con il Padre, nell’intensità della sua comunione divina.

31. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Giovanni ribadisce che la vittoria è sicura: Gesù vince il maligno e viene glorificato. Egli è il frumento caduto nel solco della terra che viene trasformato in una spiga carica di frutti. Al di là dell’immagine, Gesù è la fonte della nostra salvezza, Colui che ci ha aperto le porte del Cielo e ci immette nella comunione trinitaria. La sospensione sulla croce diventa un vero innalzamento: Cristo è posto bene in vista, perché tutti possano vedere l’infinito amore con il quale ci ha amati. “Attirerò tutti a me”: la croce diventa un trono dal quale, come una calamita, Cristo ci attira tutti, senza alcuna distinzione. L’“attirare” di Cristo avviene per amore; amore che ha generato schiere di discepoli, di testimoni che hanno dato la vita sul suo esempio, che hanno dato senso al loro esistere.

33. Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. Giovanni ribadisce che la morte di Gesù è conforme alla volontà del Padre che lo vuole glorificare. La croce è lo strumento per far capire agli uomini quanto è grande l’amore di Dio, è lo strumento che glorifica il Figlio di Dio perché, innalzato sul patibolo, possa indicare per sempre la strada per il cielo: la fede in Dio e il suo amore verso di Lui e i fratelli. Come discepoli di Cristo, seguiamo il nostro Maestro e Redentore anche nei momenti difficili e oscuri della prova, della sofferenza, del rifiuto, dell’incomprensione, della malattia, del dolore fisico e morale, certi che Lui ci è accanto. Non fermiamoci mai alla fatica, ma guardiamo il Crocifisso e gridiamo: “Grazie per il tuo immenso amore per me! Se Tu hai dato la vita per me, vuol dire che sono prezioso ai tuoi occhi!”. Nulla e nessuno, allora, ci potranno impedire di compiere la volontà di Dio fino in fondo!

Suor Emanuela Biasiolo

21 marzo. Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

La Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie giunge il 21 marzo 2021 alla sua ventiseiesima edizione.

“Il 21 marzo è un momento di riflessione, approfondimento e di incontro, di relazioni vive e di testimonianze attorno ai familiari delle vittime innocenti delle mafie, persone che hanno subito una grande lacerazione che noi tutti possiamo contribuire a ricucire, costruendo insieme una memoria comune a partire dalle storie di quelle vittime. È una giornata di arrivo e ripartenza per il nostro agire al fine di porre al centro della riflessione collettiva la vittima come persona e il diritto fondamentale e primario alla verità, diritto che appartiene alla persona vittima, ai familiari della stessa, ma anche a noi tutti”. Queste le riflessioni e gli obiettivi del comitato organizzatore ferrarese, costituito da enti e associazioni del territorio, che il vicesindaco Nicola Lodi ha voluto far sue a nome di tutta l’Amministrazione comunale e dei cittadini ferraresi.

Come nel 2020, anche quest’anno la Giornata – riconosciuta ufficialmente dallo Stato, attraverso la legge n. 20 dell’8 marzo 2017 – e i suoi significati non possono prescindere dalle difficoltà che stiamo vivendo a causa della pandemia da Covid-19; tuttavia anche quest’anno la voglia di esserci, la capacità di rendersi attivi e prossimi ai familiari delle vittime prevarranno, nonostante la circostanza contingente.

Il contesto che stiamo vivendo non è purtroppo dissimile dal precedente, benché l’orizzonte sia più visibile. C’è bisogno ancora una volta di scelte personali e collettive che limitino la diffusione del virus, che resta molto violento e pericoloso.

Lo slogan: A ricordare e riveder le stelle

“A ricordare…” L’etimologia latina di ricordare ci restituisce un duplice significato: re- indietro, ma anche ‘nuovamente’, e cor cuore. Richiamare nel cuore coloro che hanno perso la vita per mano mafiosa: ‘tornare’ e essere ‘nuovamente’ ricordati per rivivere nella nostra capacità di fare memoria.

“… e riveder le stelle”, citando l’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri, a settecento anni dalla sua morte.

Il desiderio di ‘riveder le stelle’ e di uscire dall’inferno della pandemia, dopo un anno di isolamento e distanziamento, è un desiderio forte tra tutti i cittadini. La parola stessa desiderio ci rimanda al cielo: desiderare è avvertire la mancanza di stelle. E le stelle sono anche le persone che ogni giorno si battono per la giustizia sociale e la legalità democratica, fari del nostro operare ed esempi ai quali guardare. A loro dobbiamo quotidianamente volgere il nostro sguardo. Osservare le stelle nel cielo vuol dire avere un panorama sgombro da nuvole, nitido, ciò a cui dobbiamo tendere per superare una fase caratterizzata da offuscamento e confusione.

Il titolo della Giornata vuole dunque essere un inno alla vita, allo sguardo verso un orizzonte migliore da costruire insieme, a partire dalla memoria di chi quella vita ci ha lasciato, come un testimone nelle mani di un corridore che deve vincere la gara più importante, quella per l’affermazione del bene collettivo, del bene comune.

Le iniziative a Ferrara per celebrare la giornata del 21 marzo 2021

Le iniziative ferraresi sono promosse dai Coordinamenti di Ferrara di Libera Associazioni, nomi e numeri contro le mafie e Avviso Pubblico-Enti Locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie, in collaborazione con il Tribunale di Ferrara, con il Comune di Ferrara, il Comune di Voghiera, con la sezione ferrarese del Sism, Segretariato italiano studenti medicina, e con la Regione Emilia Romagna.

Alla luce dell’evolversi della situazione della pandemia da Covid-19 e dei provvedimenti in vigore per contenere i contagi, le proposte del 21 marzo 2021 a Ferrara, con senso di responsabilità, cercano un punto di mediazione tra la necessità di non organizzare grandi manifestazioni e assembramenti e il bisogno di vivere un momento di memoria e impegno, in piena sicurezza. Per questo le iniziative in programma si terranno online.

Così Isabella Masina, Coordinatrice Provinciale di Avviso Pubblico: “In questa Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie vogliamo ricordare tutti gli amministratori locali e il personale della Pubblica Amministrazione colpiti dalla violenza mafiosa per aver difeso i principi e i valori della democrazia e della nostra Costituzione. Il miglior modo per ricordare queste donne e questi uomini è dare continuità a quell’impegno che Avviso Pubblico ha iniziato 25 anni fa e che consiste nello stare a fianco e nel sostenere le amministratrici e gli amministratori locali che svolgono progetti e attività tesi a promuovere la cultura della trasparenza, della legalità e della cittadinanza attiva e responsabile. Nel ricordo delle vittime innocenti che celebriamo, dobbiamo solennemente rinnovare la promessa del nostro impegno a rispettare le persone, la Costituzione e le leggi, a svolgere il nostro incarico pro tempore di amministratori pubblici con fedeltà, disciplina e onore nell’interesse esclusivo dell’Italia”.

La ‘stella’ cui vogliamo rivolgerci simbolicamente a Ferrara in questo 21 marzo è Rosario Livatino, che nell’immaginario comune è conosciuto come il ‘giudice ragazzino’, assassinato in un agguato il 21 settembre 1990, a 37 anni, lungo la strada statale Agrigento-Caltanissetta, mentre si stava recando in Tribunale a bordo della sua auto e senza scorta.

Giovanni Paolo II definì il giovane giudice “martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede”, ora Francesco ha autorizzato la sua beatificazione. “Coraggioso servitore dello Stato, della giustizia e del bene comune. Testimone di speranza e di vita contro sistemi di potere, di violenza e di morte”, queste le parole di don Luigi Ciotti per descrivere Rosario Livatino alla notizia della conclusione del percorso di beatificazione.

“Abbiamo scelto la figura del Dott. Rosario Livatino – afferma l’avvocato Donato La Muscatella, referente del Coordinamento di Ferrara di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie – non solo perché è giunto da poco a conclusione il processo di beatificazione che ne ha attestato le virtù di fede, ma anche per la sua storia personale, che ha costituito un modello esemplare di credibilità nella responsabilità, di Magistrato pacato e inarrestabile, che senza clamori e anche contro il pregiudizio di qualcuno, legato alla sua giovane età, ha portato avanti il suo lavoro, senza timori né aspettative. Ha tradotto i propri valori in Impegno, quotidiano e silenzioso”. “Alla sua figura – continua La Muscatella – il nostro territorio era peraltro già legato, per la presenza di un ‘luogo di Memoria’: l’aula A del Palazzo di Giustizia, che a lui era stata intitolata nel 2009, proprio in occasione di un precedente 21 marzo”.

Lunedì 22 marzo dalle 18.00 sulla pagina fb del Sism-Ferrara, la salute bene comune, la cui importanza è stata riscoperta da molti proprio con la pandemia che stiamo vivendo, sarà invece al centro di “Ripartiamo dalla cura”, ideato in collaborazione con il Sism Segretariato italiano studenti medicina-Sezione di Ferrara. Con Andrea Panvini (SISM – National Officer on Human Rights and Peace) e Alice Lupato (SISM Ferrara), che hanno contribuito alla redazione, verrà presentato il dossier “InSanità. L’impatto della corruzione sulla nostra salute”, che attraverso documenti istituzionali, dati delle forze dell’Ordine e delle inchieste giudiziarie, e con due focus sulla percezione della corruzione in ambito sanitario, punta ad accendere la luce su alcune delle condotte che maggiormente espongono il mondo dell’assistenza alla salute.

Sempre in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, la biblioteca del Comune di Ferrara per ragazzi Casa Niccolini – alla quale va un sentito ringraziamento da parte dei Coordinamenti territoriali di Ferrara di Libera e Avviso Pubblico – ha appositamente ideato una bibliografia sui temi della legalità, della giustizia e della cittadinanza responsabile e consapevole. Si potrà sfogliare dal 20 marzo sul sito di Casa Niccolini (archibiblio.comune.fe.it/2126/biblioteca-comunale-casa-niccolini), sulla pagina facebook (www.facebook.com/CasaNiccolini) e su Instagram (www.instagram.com/casaniccolinibibliotecaragazzi). I volumi si potranno avere in prestito su prenotazione dei titoli desiderati tramite il sito https://bibliofe.unife.it oppure contattando Casa Niccolini (info.niccolini@comune.fe.it – 0532418231). Da sabato 13 marzo 2021 Casa Niccolini Biblioteca Ragazzi è aperta con appuntamento in questi orari: martedì, giovedì 14.30-18.30; mercoledì 9.00-12.30 e 14.30-18.30.

Alessandro Zangara

“Oh, Lord” di Noa online

Online dal 19 marzo, su tutte le principali piattaforme digitali, in audio e video, il secondo singolo di Noa, tratto dall’album Afterallogy, in uscita il prossimo 30 aprile. Il brano che la cantante interpreta insieme al suo storico chitarrista Gil Dor è Oh, Lord!, su testo di una significativa poetessa e scrittrice israeliana, Leah Goldberg.

“Si tratta di un bellissimo poema che io e Gil abbiamo amato istintivamente – afferma Noa – Un brano davvero originale, non solo nei versi ma nella sua evoluzione narrativa: la poetessa è seduta in un jazz bar e incontra nientemeno che Dio! All’inizio non le sembra diverso dagli altri ma poi resta incredula quando lui si presenta e le dice di essere venuto per chiedere scusa al genere umano, e ha scelto per farlo proprio quel tipo di posto. Gil ha iniziato a comporre questo brano molti anni fa con lo stile di Duke Ellington e si è scelto, per il testo, di interpretarlo in lingua ebraica, perché, in quanto israeliani, siamo generalmente molto fieri dei nostri poeti, e delle nostre poetesse in particolare, e Leah, che ha scritto queste parole negli anni Trenta, riesce tuttora a dimostrare la sua attualità anche ai nostri giorni, comunicandoci l’essenza della sua opera. La bellezza della sua scrittura riesce a interfacciarsi con qualsiasi radice culturale e ci è sembrato interessante farla incontrare in un brano condito di stili e generi musicali differenti trasportandolo nel cuore delle nostre stesse origini linguistiche.”

Maggiori info su: https://www.afterallogy.net/

Elisabetta Castiglioni (anche per la fotografia)

Bayadere del nuovo balletto di Toscana aprirà l’Estate Teatrale Veronese

La danza tornerà protagonista indiscussa dell’Estate Teatrale Veronese. Non più in versione Covid, e quindi con assoli o gruppi ristretti di ballerini, ma con il ritorno sul palcoscenico di intere compagnie di danza.

Il prossimo 5 agosto, sul palcoscenico del Teatro Romano, i 12 danzatori del Nuovo Balletto di Toscana, diretti da Cristina Bozzolini, porteranno in scena una versione contemporanea della ‘Bayadere – Il regno delle ombre’. E apriranno così la sezione danza del 73° Festival, rassegna organizzata dal Comune di Verona.

Uno spettacolo carico di suggestioni, grazie alla musica di Ludwing Minkus, alle coreografie di Michele Di Stefano, alle musiche originali di Lorenzo Bianchi Hoesch e ai costumi di Santi Rinciari.

Bayadere – come spiega il coreografo Michele Di Stefano -, è un balletto intriso di esotismo idealizzato, sia nella trama melodrammatica che nell’estetica dell’insieme. Nella tradizione la sua scena più celebre, ‘Il regno delle ombre’, si presenta borderline al limite tra il reale e l’aldilà, dove le ombre che appaiono sono come congelate nella loro tragica condizione e i movimenti che compiono sono rituali. L’atto esprime una visione che esula dal contesto e che apre a un passaggio di puro movimento, astratto e lucido nella sua semplicità formale. Pensato per un ensemble di talenti giovanissimi, questo nuovo ‘regno delle ombre’ così misteriosamente carico di suggestioni, appartiene ai tempi eccezionali che stiamo vivendo, perché fa riferimento a qualcosa di perduto e a qualcosa di possibile allo stesso tempo, qualcosa che riguarda la presenza dei corpi e l’intreccio delle loro traiettorie, in uno spazio che non è più soltanto un aldilà ma è un presente che desidera essere reinventato con delicatezza e passione”.

Dopo la stagione 2020, segnata dalle forti restrizioni antiCovid, inserire nel cartellone estivo spettacoli che vanno nella direzione della normalità vuole essere un segno di speranza – afferma l’assessore alla Cultura Francesca Briani -. Ovviamente staremo alle disposizioni, per cui oggi è ancora difficile dare i dettagli di una programmazione che rischia di subire i cambiamenti dettati dall’andamento della pandemia. Ma vogliamo essere pronti per offrire alla città il meglio di quello che potrà essere messo in scena”.
“Il settore degli spettacoli dal vivo freme per tornare sul palcoscenico, dopo un anno estremamente difficile – conclude il direttore artistico dell’Estate Teatrale Veronese Carlo Mangolini -, e noi vogliamo che proprio da Verona si riaccendano i riflettori del teatro, della musica e della danza. L’anno scorso abbiamo proposto tutti assoli o coreografie con un numero limitato di ballerini, quest’anno speriamo davvero di riportare al Romano le grandi compagnie nazionali. La programmazione c’è, ora l’auspicio è che la pandemia ci permetta la messa in scena”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)