Visitare Villa Manzoni a Lecco

Interno di Villa Manzoni

Lecco è una ridente cittadina lombarda che si specchia su “quel braccio del lago di Como”, incorniciato da montagne che si prestano ad essere vissute da escursionisti arrampicatori per sentieri tracciati di vari gradi di difficoltà. E non si può pensare a Lecco senza riferimenti ad Alessandro Manzoni e al celeberrimo “I Promessi Sposi” che per le stradine dei bravi, per l’abitato di Pescarenico, per il lago e per i monti ai quali Lucia diede l’addio, nacque qui. Tappa privilegiata per gli amanti della letteratura è Villa Manzoni, edificio della famiglia di Alessandro dal Seicento, dove nacque suo padre che con il fratello ristrutturarono la villa per darle l’aspetto neoclassico attuale, con terreni circostanti a viti e a gelsi, fondamentali per l’allevamento, diffuso all’epoca, dei bachi da seta.

Alessandro Manzoni, autore de “I Promessi Sposi” (precisazione d’obbligo, dato che era omonimo del nonno), vendette la villa alla famiglia Scola nel 1818; rimase degli Scola fino al 1975, quando l’ultima erede la donò al Comune di Lecco perché ne rimanesse un museo.

La culla di Alessandro Manzoni

La visita porta ad atmosfere andate, ma anche a piccole delusioni contemporanee. Pur ospitando alcuni abiti del film televisivo prodotto nel 1989 e diretto da Salvatore Nocita, alcune copie di documenti interessanti, il plastico della zona con l’abitato di Pescarenico nel 1799, quadri che illustrano il paesaggio dal tempo di stesura del romanzo, un paio di arredi del battesimo del letterato, la sua culla posta nella sala detta “cucina” e che alla parete ospita anche cinque tele secentesche forse appartenenti allo studio di Pietro Manzoni, padre dello scrittore; stanze con fuochi e alcuni arredi originali di quando Manzoni vendette la villa, un lampadario in vetro di Murano acquistato da Giulia Beccaria, sua madre, tutto sommato non si respira il clima da ambiente manzoniano che ci si aspetta, trepidanti nell’andare a Lecco proprio per quello.

Curiosità intorno al celebre romanzo manzoniano

Alcune copie del romanzo in varie edizioni e pannelli che ricordano la storia di Manzoni e del romanzo, non tolgono che si potrebbe impreziosire la visita con copie recenti e non sdrucite dal tempo e dalla luce di vecchi documenti quasi illeggibili nelle teche; fotografie o immagini dei protagonisti della celebre vicenda, tratti da tante rivisitazioni; documenti o copie di documentazione d’archivio comunale dei tempi e molto, molto altro, dati i magazzini italiani zeppi di reperti (anche della storia risorgimentale che interseca i motivi delle opere del nostro) che non vedremo forse mai e che potrebbero essere chiesti in deposito per rendere più affascinante la visita ad un luogo che, comunque, ha un suo fascino, essendo non solo la casa dove Manzoni ha vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza, ma il centro attorno al quale la famosa storia letteraria è nata.

La sala numero VIII, o sala da pranzo, ha un bel soffitto a stucchi settecenteschi con scene delle quattro stagioni e propone alcune curiosità manzoniane, come la raccolta di punti con le figurine del romanzo, ma poco accattivanti per il visitatore meno preparato. Bella la cappella, mentre le cantine non vengono fatte visitare.

Al piano superiore, peraltro non accessibile a portatori di handicap, la Galleria comunale d’Arte propone interessanti opere degli autori locali o che hanno operato a Lecco. Adiacente la biblioteca specializzata sul territorio lecchese e la Lombardia.

Per quanto il personale addetto sia gentile, manca un certo appeal ad un luogo che potrebbe davvero essere magico, per fare respirare l’aria manzoniana davvero tra stanze nelle quali ci si immagina un personaggio perso a creare pagine che hanno rapito le esistenze di tante generazioni in tutto il mondo.

 

Alessia Biasiolo (anche per le foto)

 

 

Festival della Mente XV edizione

 

La quindicesima edizione del Festival della Mente, il primo festival in Europa dedicato alla creatività e alla nascita delle idee, si svolge a Sarzana dal 31 agosto al 2 settembre con la direzione di Benedetta Marietti. Il festival è promosso dalla Fondazione Carispezia e dal Comune di Sarzana.

Tre giornate in cui più di 60 ospiti italiani e internazionali propongono incontri, letture, spettacoli, laboratori e momenti di approfondimento culturale, indagando i cambiamenti, le energie e le speranze della società di oggi e rivolgendosi con un linguaggio sempre accessibile al pubblico ampio e intergenerazionale che è la vera anima del festival.

39 gli incontri per esplorare, attraverso punti di vista molteplici, proposte originali e discipline diverse, il tema del 2018: il concetto di comunità.

«Il concetto di “comunità” da una parte ha l’ambizione di riuscire a cogliere quello che è lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, dall’altra può essere declinato in modi diversi, riflettendo così la multidisciplinarietà della manifestazione» spiega Benedetta Marietti «Cosa significa nel mondo attuale la parola “comunità”? Se ne sente ancora il bisogno? E si riuscirà a mantenerne intatte le caratteristiche principali: solidarietà, appartenenza, rispetto e libertà? Attraverso la pluralità e l’eterogeneità delle voci di scienziati, umanisti, artisti, e una divulgazione leggera e appassionante, il Festival della Mente cercherà anche quest’anno di trasmettere l’emozione della condivisione del sapere e di fornirci gli strumenti per interpretare la realtà di oggi, sempre più sfuggente e contraddittoria».

Il programma prevede sempre una sezione per bambini e ragazzi, un vero e proprio festival nel festival con 20 eventi e 4 workshop didattici, curato da Francesca Gianfranchi e realizzato con il contributo di Crédit Agricole Carispezia.

Come ogni anno, linfa del festival saranno i 500 giovani volontari, molti dei quali coinvolti in un progetto di alternanza scuola-lavoro, che con generosa energia contribuiscono a creare quel clima di festa e condivisione che si respira nelle piazze e nelle strade di Sarzana durante il festival.

 

Delos (anche per la foto)

 

CANTI FELICE: una conversazione con Luciano Chessa

Luciano Chessa, foto di Melesio Núñez

Com’è strano che per un disco così minimale – voce, chitarre e elettronica ridotte all’osso – ci sia così tanto da dire, ma quando l’autore è una personalità come Luciano Chessa, tutto torna. E torna all’insegna dell’italiano, che non hai dimenticato nonostante tu viva in America da tanti anni.

Peyrano, il disco di canzoni che precede Canti felice, fu registrato a fine anni ’90: prima del mio trasferimento in California. Come ho spiegato già in altre occasioni, smisi di scrivere canzoni perché da una parte mi sembrava avesse poco senso esprimermi in italiano davanti ad un pubblico anglosassone, e dall’altra constatai in prima persona che in Italia i pochi produttori interessati al tipo di musica che io scrivevo non avrebbero potuto pubblicare miei lavori senza un impegno da parte mia a promuovere le uscite discografiche con esibizioni dal vivo. Si sarebbe trattato di un suicidio editoriale, cosa che John Vignola in buona sostanza mi disse per far retromarcia, dopo che aveva espresso il desiderio di pubblicare il mio Peyrano.

In seguito ho riconsiderato queste posizioni. Un primo ripensamento avvenne in occasione di una collaborazione tra me e Vinicio Capossela durante il suo tour in California nel 2009. Per lui feci una revisione dei testi in inglese che lui usava per presentare i vari brani, oltre che la traduzione in inglese della sua Santissima dei Naufragati che poi su suo invito cantammo a due voci (lui in italiano e io in inglese, in eco) al Bimbo’s 365 di San Francisco, lo storico club in cui iniziò la carriera Rita Hayworth (Rita Cansino) e in cui ora cantano Adele e Jill Scott. Cantare in italiano davanti ad un pubblico straniero non sembrava fosse un così grande ostacolo, soprattutto quando introduzioni in inglese ai brani ben fatte (modestia a parte) offrivano al pubblico quel minimo di contesto utile per seguire il concerto ed emozionarsi. Negli anni mi sono poi reso conto che stavo rientrando in Europa per concerti spesso anche tre volte all’anno (ora che mi sto trasferendo a New York queste visite sono destinate ad aumentare); inoltre – questa è forse la ragione più importante – scrivere canzoni mi stava maledettamente mancando.

In questo processo Lapo Boschi di Skank Bloc Records è stato decisamente il principale artefice: è stato lui, tentatore, a riattizzare quel desiderio mai sopito. “Fu come soffiare sul fuoco”: e così dopo avermi prima chiesto di aggiungere almeno un brano originale alla raccolta di outtakes o brani dal vivo del 2014 che è Entomologia (il brano in questione si intitola Sul Viale delle Olimpiadi), e poi suggerito di preparare un altro disco, il fuoco si è riacceso.

Un fuoco riacceso che ti ha consentito di ripartire, evidentemente con familiarità, da un preciso punto.

Mi ha molto sorpreso il fatto che ho ripreso esattamente dal punto in cui avevo interrotto il lavoro in quaderni: testi pronti e mai musicati sono stati musicati (Vedutisti sbiaditi, Se spirasse), testi appena iniziati sono stati stesi integralmente (de Il velo avevo solo il primo endecasillabo, oltre che ovviamente l’idea del brano). Riaprire quei quaderni mi riportava d’incanto alla fine degli anni ’90: al 30 Agosto del 1998, per esattezza: data in cui abbandonai il campo e partii per la California per iniziare il dottorato. Una sorta di Pompei dell’anima in cui tutti i miei sentimenti erano rimasti fissati in quella data e perfettamente cristallizzati: insetti nell’ambra. Eppure in questo processo di completamento (almeno a quanto posso dire), non sento affatto uno iato.

Che differenze ci sono tra i precedenti lavori Peyrano ed Entomologia e il nuovo Canti felice?

Il grosso dei brani di Peyrano e di Entomologia sono stati scritti in una fase in cui mi piaceva lavorare con altri musicisti e avevo un gruppo, e sono stati scritti per il gruppo e con in mente concerti dal vivo. Includono poi le prime canzoni che ho scritto (un esempio è Dubbio). Questa fase costituiva un’antitesi al mondo della musica classico-contemporanea dal quale di fatto provenivo. Si tratta di un percorso non lineare, il mio, come si può notare dando un’occhiata alle date di composizione di alcuni brani (in Petrolio ne trovi scritti nel 1983 e 1987: e quindi brani che precedono le mie prime canzoni, scritte verso la fine degli anni ’80).

Dopo gli anni di Peyrano, e una volta arrivato negli Stati Uniti, l’attività è ritornata sulla composizione sperimentale. E se pure questa attività ha incluso  arrangiamenti di alcune mie canzoni in un contesto da camera o orchestrale (Il pedone dell’aria, Strelitzie…), in questo periodo il lavoro sul contemporaneo ha preso il sopravvento (ho scritto due opere, ho iniziato il lavoro con l’Orchestra of Futurist Noise Intoners, eccetera…).

In un brano di EntomologiaSul Viale delle Olimpiadi – c’è una sorta di anticipazione del clima di Canti felice. E in linea di massima è possibile rinvenire una continuità tra i lavori.

Sul Viale delle Olimpiadi, il brano istigato da Lapo, rappresentava allora una sintesi delle mie esperienze dei 20 anni precedenti: canzoni in italiano + musica sperimentale/contemporanea/ noise. È una sorta di prova generale di quello che sarà il mondo di Canti felice: voci, chitarra e una linea di noise. Unica differenza è che in Canti felice ho deciso di utilizzare un filo di suono elettronico (principalmente sinusoidi e rumore bianco) invece che il violoncello rumorista.

A parte le molte differenze, secondo me vale la pena sottolineare la continuità d’idee. Carpe, per esempio, il brano-manifesto che apriva Humus, o Insetti nell’ambra, o il brano di chiusura Stelleradio, erano già registrati con voci, chitarra e noise (in questo caso realizzato con una chitarra elettrica distorta da fischiare). Sia Humus che Canti felice sono nati in una fase in cui ho preferito suonare da solo, e sono stati registrati nello stesso modo; ciò nonostante, lo sviluppo di idee e temi ha continuato anche in album principalmente registrati in studio con un gruppo, come Peyrano ed Entomologia.

Inoltre Peyrano, composto e registrato negli anni ’90 (e quindi in tempi in cui mostrare un’apertura nei confronti della canzone d’autore italiana veniva – da parte dalle figure più “hard-edge” della scena – considerato alto tradimento) includeva la cover di Ulisse coperto di sale. Brano del periodo d’oro di Lucio Dalla, quello con i formidabili testi di Roberto Roversi, iniziai a suonarlo dal vivo con il mio gruppo dopo aver incontrato Dalla durante i miei anni di Università a Bologna. Le cover di Giurato e Battisti in Canti felice e altre (di Tenco, Bertè (Fossati), Mannoia (Cavallo), eccetera) non incluse nella tracklist finale di Canti felice testimoniano lo svilupparsi di questa mia passione per la canzone d’autore italiana.

Canzone d’autore, ma anche letteratura, penso a La Spendula che evoca elementi dannunziani…

Ho ricomposto Fiori di Plastica, un brano scritto a quattro mani con Marco Pinna, amico e collaboratore dai tempi del liceo, alla luce del mio primo viaggio in Brasile, e ho chiesto sempre a Marco, ora docente di latino, di partecipare alla mia fantasiosa missione: forgiare il “Sassarese illustre” con una traduzione in sassarese di La Spendula. Si tratta del sonetto che Gabriele D’Annunzio stese quando visitò la cascata della Spendula, nei pressi di Villacidro, durante il noto viaggio in Sardegna con Edoardo Scarfoglio (questo ben prima del duello tra i due, in cui Scarfoglio ferì il Vate offeso della parodia della sua Isaotta Guttadauro, che nel Corriere di Roma veniva ferocemente trasformata in Risaotta al pomodauro).

La scelta di D’Annunzio non dovrebbe sorprendere, se si considera che già in Peyrano avevo musicato l’amato Carducci. Ma un poeta vivente non l’avevo ancora musicato: e così la vera novità è per me l’aver musicato Certe volte di Pasquale Panella, testo che lui ha scritto per me ed è a me scherzosamente diretto, ad iniziare dal riferimento alla città in cui ho lavorato per vent’anni, San Francisco.

Eccoci arrivati al titolo, che proviene proprio da Panella!

Nell’anno che ha preceduto le registrazioni, Lapo Boschi mi ha organizzato dei concerti dal vivo. In occasione di un concerto luganese, ho deciso di includere la cover di Vocazione di Enzo Carella. Carella ha un’ottima dizione, ma alcuni termini proprio non riuscivo a decifrarli. E così ho scritto a Pasquale Panella, con cui sono in contatto da oltre una decina d’anni, per chiedere lumi. Pasquale mi manda una missiva alquanto dettagliata in cui non solo mi scioglie gli enigmi, ma mi analizza l’intero testo. Al che io ringrazio e lui replica con un one-liner che recita: «Si figuri: canti felice» (con Pasquale ci diamo del lei, cosa che trovo deliziosamente inattuale). E così nell’immaginare un titolo appropriato per queste 12 canzoni – di cui tre su testi di Panella – lo scanzonato, sfacciato candore di quel congiuntivo esortativo panelliano mi è parso perfetto.

Il lato B di Canti Felice – perchè stiamo sempre ragionando in termini di facciate di una cassetta – è composto da pezzi non tuoi…

Cover collezionate negli anni sono state selezionate: Carella, Battisti, Giurato e due traduzioni dall’inglese (Donovan e Syd Barrett) che mi hanno portato via molto tempo perché mi ero risoluto a rendere non solo il significato, ma anche l’esatta prosodia e perfino i suoni degli originali (con Opel in particolare, il conto era aperto da anni, e credo di averlo finalmente chiuso.)

Nel registrare il materiale, decisi di fare un disco diviso in due lati: uno di brani originali e uno di cover, ma in cui la rigidità di questo schema si stemperasse in echo e rimandi, grazie ad un dialogo tra il materiale stesso (Panella per esempio ricorre in Certe volte, Gabbianone e Vocazione). La scarna semplicità degli arrangiamenti fatti solo di voci, chitarre e sintetizzatore Aardvark disegnato dall’amico Matt Ingalls per iPhone, dona all’insieme l’ulteriore collante.

Gabbianone firmato Battisti/Panella, storico inedito, risalente al 1986. Perchè lo hai scelto?

Perchè è un brano stupefacente eppure a mio avviso non è noto quanto meriterebbe. Purtroppo è relegato nel sottoscala del sottoscala della produzione battistiana. Se il materiale Battisti/Panella è di nicchia, Gabbianone è di nicchia al quadrato. Questo mi intristiva.

La fase “bianca” di Battisti, quella dei cinque dischi con Panella, è ancora oggi oggetto di culto, tu sei uno di quei musicisti che ama in modo particolare i lavori della maturità battistiana. Secondo te quali sono le peculiarità di dischi come Don Giovanni e Hegel?

Come Panella ha notato in un’intervista recente a proposito della copertina, Don Giovanni è separato dai dischi bianchi perché nel disegno di copertina c’è un punto di rosso. Forse è per questo che il discorso di Don Giovanni si sviluppa nel disco stesso, mentre i quattro successivi sembrano fare un discorso loro proprio… Ma mentre scrivo queste parole ripenso alla continuità tra Don Giovanni e l’Apparenza: la centralità della tastiera e le molte parentele, somiglianze… (Equivoci Amici/Per altri motivi), eccetera. E la teoria cede il posto alla vertigine.

Questi dischi sfuggono. Restano in testa, e nel cuore, e ti sfuggono al tempo stesso. Li ascolti e li riascolti all’infinito: una mise-an-abîme. Si sa: gli specchi opposti non si esauriscono mai. E allora perché non immergersi nel piacere di ascoltare questa musica e questi testi accoppiarsi? Mi fa godere quanta cura c’è nel loro lavoro. Un argine che ci ripara dalla sciatteria.

Scrivo e mi viene in mente il nuovo libro di Daniela Cascella, Singed: libro in cui l’autrice cerca di ricordare una canzone tra mille canzoni spazzate via da un incendio che ha bruciato il suo appartamento londinese, riducendo in brandelli centinaia di libri e dischi. La ricerca di questa canzone, presente in maniera ossessionante nella memoria, diventa nel libro un pretesto per mettere in movimento una fascinosa spirale di risonanze e vibrazioni sonico-testuali. La canzone in questione è una delle canzoni chiave di Hegel.

Così accade: si ascoltano queste canzoni, magari anche superficialmente. Ma di colpo ci rendiamo conto che sono parte di noi, e iniziano a mancarci.

C’è anche Il tuffatore di Flavio Giurato…

Scoprii Giurato proprio con Il Tuffatore. Da ragazzino i tuffi erano il mio sport. Mi allenai per competere. Tentavo e fallivo: ma li adoravo. Nel 2007 ho scritto quello che considero uno dei miei più importanti brani pianistici, Louganis, che include il video di Terry Berlier e che ho eseguito in Australia, Argentina, Brasile, allo Stone di New York, per Monday Evening Concerts a Los Angeles… (in occasione del concerto di Los Angeles e della successiva ottima recensione nel LA Times, Greg Louganis – il più grande tuffatore di tutti i tempi e mio idolo negli anni 80 – mi scrisse un affettuoso messaggio di ringraziamento).

Nella nota che ho scritto per accompagnare l’esecuzione di Louganis, sostenevo che i tuffi sono fra le espressioni più belle e più alte che l’umanità abbia prodotto, e che sono perfetta metafora di un ciclo vitale. Tuffandosi si nasce, si muore e si rinasce. Un paio di anni dopo m’imbatto in un brano in cui Giurato scrive «Voglio essere un tuffatore per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria». Come poteva NON essere amore a prima vista?

È facile parlare di “lo-fi”, ma qui hai messo in campo una vera e propria “filosofia sonora” che valorizza l’integrità dei brani, ed è stato decisivo per te il luogo dove sono avvenute le registrazioni.

Molto ha giocato l’aver deciso di non registrare questo disco in studio come il mio precedente Petrolio, prodotto interamente nei Fantasy Studios di Berkeley, lo studio dei Creedence Clearwater Revival, e in cui registravano Bill Evans, McCoy Tyner, Isaac Hayes (ma che ha ospitato numerose produzioni italiane di Corrado Rustici degli anni ’80, tra Zucchero e Loredana Bertè).

La scommessa era questa: registrare Canti felice utilizzando lo stesso identico setup che negli anni ’90 usai per registrare il mio primo disco, Humus: stesso registratore 4 piste a cassetta (riparato per l’occasione), stessa chitarra, stesso microfono. È facile nascondersi dietro effetti, e produzioni. Ora come allora ho pensato: se questi brani valgono qualcosa, lo si potrà verificare soltanto se si azzerano i valori voluttuari di disturbo: solo questo potrà darci la misura di quanto si è effettivamente cresciuti. Ora come allora quindi, il fruscìo del nastro, la fragilità della voce, l’imprecisione delle esecuzioni non sono semplicemente una “feature”: diventano bandiera.

Decisivo è stato l’incanto dei luoghi in cui ho registrato: metà dei brani sono stati incisi a Joshua Tree, nel lato Californiano del deserto del Mojave, in un periodo in residenza alla Harrison House; il resto è stato registrato nei boschi di sequoie di Saratoga, sempre in California, in residenza a Villa Montalvo.

Anche Canti felice esce con Skank Bloc Records, ovviamente in cassetta.

Ci dai un tuo parere sulla “scuderia” di cui fai parte e sul supporto cassetta?

Mi piace lo spirito Skank Bloc e mi piacciono le varie produzioni: Insetti nell’ambra, Griselda Masalagiken, DJ Balli…

Nonostante l’etichetta sia parigina, la relazione con Bologna – città natale di Lapo e mia città italiana d’adozione – è centrale, a iniziare dal riferimento degli Scritti Politti. Poi mi piace come lavora Lapo: abbiamo fatto assieme il missaggio di Canti felice e trovo che il metodo di lavoro sviluppato e ora ben collaudato sia ottimo. Abbiamo lavorato in grande sintonia, e a questo punto non vedo l’ora di lavorare ancora ad altri progetti.

Quanto al discorso “cassetta”: il disco è stato registrato in cassetta con un 4 piste della Vestax che possiedo da metà anni ’90. Rimettere queste tracce masterizzate su supporto cassetta concettualmente chiude un ciclo. È stata questa un’idea di Lapo che non mi ha visto per niente opposto. L’umiltà del supporto mi sembra del tutto in sintonia con questa filosofia dell’azzeramento lo-fi quasi francescana: se i brani valgono qualcosa, il valore non dipenderà dalla vanità della veste.

Esistono tanti Luciano Chessa o ti senti sempre lo stesso, sia nel dirigere Lee Ranaldo e la New World Symphony, sia nel suonare chitarra e voce davanti a un microfono?

Io mi sento lo stesso Luciano Chessa. Da un certo punto di vista, tutti i palchi del mondo sono uguali.

 

Donato Zoppo

Continua il romanzo de lemienotizie.com

Ecco la terza pagina del romanzo scritto per lemienotizie.com. Il finale di pagina può essere richiesto inviando una e-mail a: lemienotizie.com@libero.it

Riceverete la fine di ogni pagina gratuitamente comodamente nella vostra posta elettronica.

Terza pagina.

Il vecchietto non desisteva. Era tornato un’altra volta dal canile con un bastardino. Non gli bastava che quello prima fosse morto avvelenato. Un altro ancora! E glielo avrebbe fatto sparire. Era una questione di principio. Il primo cane abbaiava sempre, e l’avevano trovato stecchito. Il secondo pisciava contro la sua rete, e l’avevano trovato stecchito. Il terzo era scappato, non si sa perché, può darsi invogliato da qualche buona cibaria per cani, ed era stato investito da un’automobile. Il quarto, stecchito di nuovo. E adesso un quinto ancora? Con la piccola pensione? E va bene che è solo, ma può accontentarsi di guardare la televisione! Comperare un cane! Da portare a passeggio ogni giorno, tre volte al giorno. E il dottore ha detto che ha problemi cardiaci! No, no, il vecchietto non merita alcuna azione di disturbo, ma il cane! Che non si azzardi ad abbaiare! Che non si metta a fare le buche! Che non limiti la sua zona a goccetti di pipì canina! Che non… a parte che non lo aveva ancora visto. Chissà, forse era morto arrivando a casa! Magari! Ma no, ecco il vecchietto che esce. E il cane dov’è? Sta’ a vedere che l’ha lasciato a casa! Ha solo una borsa sotto braccio. Ehilà! Buongiorno! Come sta? La vedo solare, oggi! Cosa? un nuovo cane? E dove sta? Lì dentro? Nella borsa? A fare che?! Piccolo? Come piccolo?! E si avvicinò a guardare nella borsa un batuffolo assonnato che non sarebbe mai diventato molto più grande di così, non certo più della borsa che lo portava dentro come un marsupiale. E cosa se ne fa di un cane che non cammina e che deve portarsi dietro? Non vuole che gli succeda qualcosa? E a lei non ci pensa, portarselo dietro così?! Non è pesante? Sì, ma con la spesa? La spesa nel sacchetto e pure il cane. Ah, non è che deve sempre stare nella borsa, cammina anche, però lo farà camminare, sgambare, al parco apposito, così da evitare che venga investito dall’automobile o avvelenato da qualcosa che mangia in giro, o comunque morto per qualche strano motivo. Sa, io non ho molto da vivere ancora e questo so che sarà il mio ultimo cane. Ecco, da vicino stronzo sentì un po’ di rimorso per tutte quelle morti che aveva sulla coscienza solo perché aveva pensato solo a se stesso e non al benessere di quel povero cristo che non aveva mai invitato a casa, pur sapendo che viveva solo, una volta in tutti gli anni che si conoscevano.  […]

Alessia Biasiolo

La notte delle candele di Vallerano

Fervono i preparativi per la dodicesima notte delle candele di Vallerano, la prima ed unica notte italiana che vede illuminare con la scenografie di oltre 100000 lumi naturali, ad opera degli stessi abitanti, un antico borgo medievale. Per l’edizione 2018, in programma sabato 25 agosto a partire dalle prime stelle della sera, il tema sarà incentrato sul Regno degli Abissi e saranno ospitati ben trenta situazioni artistiche in ogni angolo, vicolo, piazza della storica cittadina della Tuscia viterbese. Alla Bua, tra gli attuali gruppi salentini di punta, farà parte delle formazioni che, attraverso performance originali e diversificate, guideranno per tutta la notte la festa del Paese.
“Lavoriamo tutto l’anno per creare emozioni che durano una sola notte – afferma Maurizio Gregori, ideatore dell’iniziativa – e con gli Abissi andremo a stupire tutti i visitatori che verranno, mettendoli a contatto diretto con sirene e altri personaggi delle oscurità marine”.

Reduci dal successo di Andorra, città gemellata con La notte di Candele di Vallerano che ha registrato lo scorso 22 giugno un record di presenze per la prima edizione in questa città, gli organizzatori puntano ad ulteriori sorprese interattive, sia dal punto di vista artistico che turistico in tutti i suoi aspetti, aspettando per quest’anno un numero addirittura maggiore rispetto alle 15000 presenze confluite nel 2017.

Ingresso euro 5.

Elisabetta Castiglioni (anche per la fotografia)

 

Schermi d’Amore al Teatro Romano di Verona

Dopo otto anni di pausa, il Comune di Verona e il Verona Film Festival hanno il piacere di annunciare l’atteso ritorno di Schermi d’Amore, che dal 1996 al 2010 è stato il grande festival cinematografico di Verona e si propone di tornare a esserlo a partire dal 2019.

Infatti Schermi d’Amore – Il filo ritrovato costituisce l’anteprima della manifestazione: una sorta di aperitivo estivo per ritrovare l’affezionato pubblico del festival e promuovere l’incontro con nuovi spettatori attraverso sette titoli (di cui sei inediti in Italia), proiettati nella storica cornice del Teatro Romano in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Nato a Verona nel 1996, per volontà dell’Assessore alla Cultura Luca Darbi, in sostituzione della Settimana cinematografica internazionale, Schermi d’Amore ha celebrato per quindici anni il cinema romantico e non solo, ospitando artisti del calibro di Roger Corman, Sydney Pollack, Christopher Lee, Vittorio Storaro, Liv Ullmann, Dario Argento e John Boorman, curando retrospettive tematiche, proponendo anteprime esclusive e proiettando oltre mille film.

Il titolo dell’iniziativa, Il filo ritrovato, ha un duplice significato. Da una parte vuole essere un’allusione al ritorno del festival, dall’altra rendere omaggio all’ultimo film di Paul Thomas Anderson Il filo nascosto, melodramma che, oltre a provare come il genere (fulcro di Schermi d’Amore) goda ancora di ottima salute, condivide il protagonista Daniel Day-Lewis con il titolo scelto per inaugurare la rassegna lunedì 20 agosto: L’età dell’innocenza di Martin Scorsese (1993), basato sull’omonimo romanzo di Edith Wharton e proposto in un’esclusiva versione restaurata.

La parte centrale del programma è composta da cinque inediti con ambientazioni e tematiche contemporanee, provenienti da Europa, America, Africa e Asia. Martedì 21 agosto verrà proiettata Daphne (2017), irriverente commedia britannica al femminile di Peter Mackie Burns; mercoledì 22 agosto sarà la volta di Bitter Flowers (2017), in cui il regista e documentarista Olivier Meys affronta con lucidità il problema della prostituzione cinese in Francia, eliminando ogni voyeurismo e mettendosi dalla parte delle donne; giovedì 23 agosto toccherà a Hedi di Mohamed Ben Attia (2016), incentrato sulla condizione della gioventù tunisina, stretta fra la tradizione e la voglia di cambiamento e venerdì 24 agosto al surreale dramma borghese Beyond the Mountains and Hills di Eran Kolirin (2016), mentre sabato 25 agosto sarà proposto Columbus (2017), elegante connubio fra architettura e sentimenti firmato dal coreano Kogonada, divenuto celebre per i suoi video-saggi sui maestri della settima arte.

Così come l’apertura di Schermi d’Amore – Il filo ritrovato è stata affidata a uno struggente mélo, così spetta a un’altra grande storia d’amore la chiusura del festival: Le secret de la chambre noire (2016, inedito in Italia), primo lavoro in lingua francese del regista giapponese Kiyoshi Kurosawa, tanto amato e riverito nel mondo quanto poco conosciuto nel nostro paese. Una scelta che conferma l’impegno del festival a celebrare il meglio del cinema internazionale e a far (ri)scoprire gli autori più importanti di ieri e di oggi.

 

Prezzi:

Intero € 6,00

Ridotto € 4,00 (under 26, over 60, Cral Comune di Verona)

Abbonamento per tutte le proiezioni € 15,00

Le proiezioni sono riservate ai maggiori di 18 anni

I film sono presentati in versione originale con sottotitoli in italiano

V.F.F.

 

 

Sol d’oro emisfero sud

Quinta edizione di Sol d’Oro Emisfero Sud dal 16 al 21 settembre a Cape Town in Sudafrica, che per la seconda volta ospita il più importante concorso internazionale dedicata agli oli extravergine di oliva (EVOO) dell’emisfero sud, dopo Cile, Australia e Giappone. La competizione, insieme a Sol d’Oro Emisfero Nord che si svolge dal 2002 a Verona nel mese di febbraio, è organizzata da Veronafiere/Sol&Agrifood e nel tempo è diventata punto di riferimento dei produttori di olio extravergine di oliva di alta e altissima qualità e dei buyer internazionali. Merito del rigore della commissione giudicante, che lavora in modalità blind tasting per la valutazione dei campioni in gara, e per le ampie opportunità di promozione commerciale offerte agli oli vincitori.

Per Sol d’Oro Emisfero Sud 2018, i cui lavori si svolgeranno a Paarl, sono attesi campioni da tutti i principali Paesi olivicoli a sud dell’equatore, dove la campagna di raccolta e produzione è attualmente in corso. Oltre a quelli del Sudafrica, le iscrizioni sono aperte agli oli di Australia, Nuova Zelanda, Cile, Argentina, Uruguay, Perù e Brasile.

Vincere una medaglia in una delle tre categorie previste da Sol d’Oro Emisfero Sud – fruttato leggero, fruttato medio e fruttato intenso – non è solo una questione di prestigio. Veronafiere offre una serie di strumenti e di iniziative per la valorizzazione commerciale sui mercati internazionali delle aziende e degli oli vincitori. Tra queste, la possibilità di applicare sulle bottiglie commercializzate il “bollino di qualità” Sol d’Oro, Sol d’Argento, Sol di Bronzo e “Gran menzione” e l’inserimento, insieme agli oli premiati con medaglia di Sol d’Oro Emisfero Nord, nella guida “Le Stelle del Sol d’Oro”, distribuita ai buyer e giornalisti esteri presenti a Sol&Agrifood. Durante il Salone Internazionale dell’Agroalimentare di Qualità, gli oli vincitori vengono messi in degustazione presso l’Olive Oil Bar, oltre a essere protagonisti di una degustazione guidata, dedicata ai buyer.

Esporre a Sol&Agrifood è un’ulteriore opportunità di visibilità in chiave commerciale per le aziende iscritte a Sol d’Oro. In programma dal 7 al 10 aprile 2019, la fiera nel 2018 è stata visitata da 59.300 operatori professionali di 130 Paesi.

Il termine per l’iscrizione a Sol d’Oro Emisfero Sud e per la consegna dei campioni è fissato all’11 settembre (regolamento del concorso e istruzioni su https://www.solagrifood.com/it/sol-doro-emisfero-sud)

 

Veronafiere

 

“Ocean’s 8”

Danny Ocean (impersonato da George Clooney) è morto, o almeno così credono tutti, familiari e complici di rapine ai casinò. Uscito di galera, si era impegnato a rimettere insieme una straordinaria banda per riprendersi soldi, credibilità e moglie, “rubatagli” dall’eterno rivale. La sorella Debbie (Sandra Bullock), in carcere per cinque anni, riacquista la libertà e, manco a dirlo, mette insieme una banda e si vendica del suo amato che, dopo averla coinvolta in una truffa, l’aveva scaricata denunciandola alla polizia. Per capire come fare, ha impiegato ben cinque anni e, siccome in una cella promiscua non c’è abbastanza silenzio ed intimità per pensare, aveva fatto di tutto per essere messa in isolamento.

Il sistema penitenziario americano, quindi, è un ottimo posto non tanto per redimersi, quanto per affinare le proprie strategie e riuscire nell’impossibile colpo del secolo. Il risultato dev’essere plateale perché, se è vero che uscita dal carcere Debbie necessita di cosmetici e di una buona vasca da bagno in un albergo, rubando i primi ai magazzini Bergdorf e intrufolandosi in un grande albergo a spese di ignari ospiti, non può trascorrere la vita in piccoli furti e truffe da dilettanti. Certo, ogni donna spettatrice del film capisce e sotto, sotto, apprezza la scelta dei cosmetici che, si sa, vengono spesso taccheggiati, oppure sono spesso un furto essi stessi ai danni degli acquirenti, pertanto non si può che sorridere all’abito da sera indossato uscendo dal carcere, alla ricerca dei propri vecchi abiti con medesima taglia, alla volontà di dedicarsi il lusso.

Tutto depone per condurre lo spettatore al dunque: bisogna trovare le vecchie amiche e coinvolgerle nel colpo del secolo. Già questo è un colpo di scena: se con Danny e i suoi vari film “Ocean’s” era normale vedere maschi uniti per un fine comune, senza fare domande, affrontando assieme i vari problemi, che sette donne si ritrovino d’accordo e siano amiche dopo anni ed anni (in questo caso l’amica del cuore Lou – Cate Blachett), anche dopo la prigione, è già diverso. Diventa intrigante. Il colpo è rubare una collana di diamanti di Cartier che vale almeno 150milioni di dollari. Si dovrà convincere la diva attualmente in auge (in questo caso Daphne Kluger impersonata da Anne Hathaway) a rivolgersi alla stilista più manipolabile (Rose, sufficientemente complessata e svampita, dalla carriera drammaticamente in crisi, ottimamente impersonata da Helena Bonham Carter) che non troverà niente di meglio che accostare al suo abito la collana in questione, facendola uscire dal caveau blindato di Cartier.

La festa mondana alla quale partecipare è l’annuale Galà del Metropolitan Museum. Idea bellissima e che non incontra alcun tipo di problema, se non una chiusura della collana che Debbie non aveva considerato, ignorandone la presenza. Per organizzare il tutto serve un haker che possa mettere non solo fuori gioco, ma addirittura al servizio delle sette ladre il sistema di sorveglianza: viene trovata la migliore haker sulla piazza, la bellissima Rihanna nei panni di Nine Ball, che trovo perfetta per il ruolo. Taciturna, concentrata nel suo lavoro, risolve ogni problema senza troppi salamelecchi. Rose è alle prese con conati di vomito tipici, purtroppo, del mondo (almeno quello stereotipato) della modelle, ma poi si consola con un mega vaso di Nutella, che la fa diventare simpatica a tutti. Appunto svampita, capisce subito che deve darsi da fare per l’unico modo che ha per non finire in prigione per debiti, dopo aver dilapidato una fortuna e non essere in grado di pensare a nient’altro che a donne vestite da hostess di volo per la sua ultima sfilata. Sarà lei a vedere dal vivo la collana, a farne una scansione ottica con adeguato sistema in modo da poterne fare una copia.

Servirà poi una abilissima ladra, Constance, ben interpretata da Awkwafina e un’abile creatrice di diamanti in soli pochi minuti (Mindy Kaling), dato che per farla uscire dal MET la collana andrà fatta a pezzi. E dove? In un bagno, nella sacralità del bagno delle donne, ma su un fasciatoio. Spassose le allusioni, l’ironia su tutti i luoghi comuni femminili, fino alla sciocca modella che, però, capisce il piano e diventerà l’ottava di Ocean. Ma dove sta il colpo di scena? Nel camioncino per gli hot dog? Nelle donne che diventano bellissime in poco tempo, nelle vecchiette che dovranno partecipare ad incastrare l’ex di Debbie? Bello che non ci si sia dimenticati della bellezza femminile over, per evitare di guardare alla donna solo in chiave giovane, rifatta, scema o troppo dura. E la mancanza di ogni problema per il gruppo di ladre sottolinea abilmente (e anche in modo un po’ troppo edulcorato) quanto le donne siano così abituate a viversi, sopportarsi (se stesse e le altre, con il resto del mondo) che tutto deve andare bene per forza. Deve essere un gruppo di ladre donne, perché le donne “danno meno nell’occhio”, però serve l’amico asiatico di Danny per il vero e proprio colpo di scena finale, quando si scoprirà che sono stati rubati 38,5 milioni di dollari in gioielli a testa, non solo la collana di Cartier, quindi. Divertente e che centra lo scopo di fare divertire, senza troppe pretese.

 

Alessia Biasiolo

Il romanzo de lemienotizie.com. Pagina due

Ecco la seconda pagina del romanzo scritto per lemienotizie.com. Il finale di pagina può essere richiesto inviando una e-mail a: lemienotizie.com@libero.it

Riceverete la fine di ogni pagina gratuitamente comodamente nella vostra posta elettronica.

Seconda pagina.

Penelope era già un nome che faceva alzare l’arcata sopraccigliare a chiunque lo sentisse, ma pensare bene di comperarsi un cane, maschio, e di chiamarlo Ulisse non era stata una cosa eccentrica soltanto, era stata demenziale. Tutti la deridevano. Del resto, volta più, volta meno, era sempre stata beffata, sin da quando era bambina. Ed ora che aveva compiuto cinquantanove anni non era certo quella che si curava di ascoltate le critiche e i commenti. Per cui, ciccia. Continuava imperterrita con le sue stranezze, in barba al resto del mondo. Aveva voluto comperare al suo cane gli occhiali da sole specchiati? E glieli aveva comperati. Aveva voluto comperarsi un guinzaglietto da mettersi al collo al posto delle catenine del rosario così di moda? E se l’era messo. Aveva la spilla a forma di osso puntata sul bavero del cappotto? L’aveva. E allora? Il suo lavoro lo svolgeva bene, in quel buco di posto di medico condotto, dal lunedì al sabato dalle 9 alle 14: prendeva appuntamenti, puliva, rassettava, annaffiava i fiori, lustrava i vetri anche se non sarebbe stato il suo lavoro, a patto che il dottore la pagasse un po’ di più e non le mettesse tra i piedi una donna delle pulizie; sistemava le ricette nelle buste per i pazienti che passavano a ritirarle; imbucava quelle che erano da imbucare, insomma, un’impiegata modello, da più di vent’anni, quindi lei per le sue cose faceva come voleva. E aveva stabilito che il suo cane non doveva più mangiare carne. Aveva studiato una dieta vegetariana tendente al veganesimo, con soltanto qualche inserimento di pietanze come pesce azzurro, uovo sodo, uno yoghurt al mese, qualche cucchiaino di miele e un pezzetto di prosciutto cotto, e il suo cane era rifiorito. Non sembrava nemmeno che avesse i suoi sedici anni. La gente che lo sapeva commentava, ma a lei non importava niente. Il suo cane faceva quello che diceva lei per l’esterno, mentre di comune accordo avevano stilato la dieta, con Ulisse che diceva sì o no a seconda delle proposte […]

Alessia Biasiolo

Campioni europei! Con Alessandro Ploner

La squadra nazionale di volo libero in deltaplano si è aggiudicata per la quarta volta il titolo europeo. Il pilota Alessandro Ploner di San Cassiano (Bolzano) è il nuovo campione europeo e prende in consegna il testimone da Christian Ciech, trentino trapiantato a Varese, che lo aveva vinto nel 2016.

Teatro dell’impresa la cittadina di Krushevo in Macedonia, posta alle soglie della pianura chiamata Pelagonia, circondata da tre catene montuose indipendenti a nord, est e ovest e aperta a sud verso la Grecia e alla mite influenza del clima mediterraneo.
Dal decollo posto a un’altitudine di 1450 metri 89 piloti provenienti da 24 nazioni hanno spiccato il volo otto volte, una al giorno, lungo percorsi tra i 103 e i 165 chilometri. Contrassegnati da punti di aggiramento certificati dai GPS in dotazione ai partecipanti, questi mezzi privi di motore hanno impiegato mediamente circa tre ore per completare i tragitti, sfruttando un propulsore assolutamente ecologico, vale a dire l’azione del sole sul suolo e le correnti ascensionali che essa provoca.

Il team Italia è balzato in testa alla classifica a metà del campionato giunto alla 20.a edizione, mantenendola fino alla fine. Dietro gli azzurri le nazionali della Repubblica Ceca e del Regno Unito, due ossi duri che hanno dato del filo da torcere agli Italiani. Alex Ploner ha guidato la classifica individuale per circa metà competizione, inseguito dal britannico Grant Crossingham, medaglia d’argento. Terzo l’ungherese Balazs Ujhelyi, quarto ancora un azzurro, Filippo Oppici di Parma. Gli altri membri della squadra italiana: Tullio Gervasoni di Brescia, Anton Moroder dal Sud Tirolo, Davide Guiducci di Villa Minozzo (Reggio Emilia) e Marco Laurenzi di Veroli (Frosinone). Li ha guidati il CT varesino Flavio Tebaldi.

Immenso il palmare del team italiano: otto volte campione del mondo, delle quali cinque consecutive, e quattro volte campione d’Europa, tutte consecutive; innumerevoli medaglie individuali dei suoi piloti.

In contemporanea nel medesimo sito di volo 33 piloti di otto nazioni hanno dato vita all’8° Campionato Mondiale per deltaplani cosiddetti “ala rigida”. Mezzi più performanti di quelli ad “ala flessibile” impegnati nell’europeo, differiscono da questi sostanzialmente nella struttura. Ha vinto il titolo l’austriaco Wolfgang Kothgasser, medaglia d’argento al tedesco Tim Grabowski e quella di bronzo al connazionale Robert Bernat. Quarto Toni Raumauf (Austria). L’unico italiano in lizza, Luca Comino di Mondovì (Cuneo), dopo alterne vicende ha chiuso la competizione con un apprezzabile quinto posto.

 

Gustavo Vitali (anche per la foto)