Passeggiata per santuari

La stagione si presta per le escursioni vicino o fuoriporta e il pretesto che prendiamo sono i luoghi di fede e i santuari italiani, motivo di gite o pellegrinaggi, per chi crede o è curioso, ma anche per conoscere e approfondire la storia patria.

Iniziamo dal Sud, precisamente da Palermo, dove la cattedrale dedicata alla Vergine Assunta, in pieno centro storico, custodisce le spoglie di Federico II di Svevia, di Ruggero II, di Costanza d’Altavilla figlia di Ruggero e madre di Federico (compare anche nella “Divina Commedia” di Dante), di Costanza d’Aragona moglie di Federico, tra gli altri. La cattedrale è stata dichiarata nel 2015 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO nel percorso tra le grandi architetture testimoni delle culture che hanno dominato la Sicilia: l’arabo-musulmana e la normanna-cattolica. Infatti, dove sorge la chiesa, già c’era un luogo di culto cristiano ai tempi dell’impero romano, e le più antiche strutture arrivate sino a noi sono nella cripta, di origine bizantina. L’edificio venne trasformato in moschea durante la dominazione araba e con i normanni acquisì l’impianto generale attuale esterno, mentre l’interno è stato rifatto nel Settecento, sotto la dominazione borbonica. La navata della cattedrale risale al 1184, la cupola alla fine del Settecento. Nel 2013 ha accolto le spoglie di don Pino Puglisi, assassinato dalla mafia nel 1993 e dichiarato beato. L’ingresso alla chiesa è libero; quindi ci sono da visitare le aree monumentali del tesoro, la cripta, le tombe reali e la passeggiata sui tetti con biglietto d’ingresso.

Sulle rocce del Monte Pellegrino, il promontorio che separa la città dal mare, invece, ci sono le grotte abitate da santa Rosalia. Figlia dei conti Sinibaldi, Rosalia è nata a Palermo verso il 1130 e sceglie molto giovane di diventare eremita. Cerca il silenzio delle grotte del bosco di Santo Stefano di Quisquina per dodici anni e poi di Monte Pellegrino per altri otto, per meditare e pregare fino alla morte, avvenuta intorno al 1165. La statua posta nel santuario a lei dedicato la ritrae con una mano dietro l’orecchio, nella posizione di invito all’ascolto e di ascolto in cui sono state trovate le sue ossa. Il suo corpo è rimasto sul Monte, definito da Goethe il più bello del mondo, sino al 15 luglio 1624, quando una donna lo scoprì, dopo che Rosalia era apparsa al popolo per indicare dove lo avrebbe trovato. Il vescovo del tempo, Giannettino Doria, era scettico, quindi la santa confermò la veridicità del ritrovamento ad un saponaro del posto. Il 9 giugno 1625, mentre la peste affliggeva la città, una processione delle spoglie della santa per le strade di Palermo vide varie guarigioni e la peste finì il 15 luglio successivo. Rosalia viene proclamata patrona di Palermo. Il santuario nella roccia in via Pietro Bonanno, a circa 8 chilometri dal centro cittadino, è diventato luogo di studio sulla vita di Rosalia, luogo di culto visitato da cristiani e non e da non credenti. Vi si può salire a piedi dalla “Acchianata di Munti Piddirinu” e da lì si vede il golfo di Mondello e Palermo, l’Isola delle Femmine e Ustica. Al tramonto, le pietre diventano rosa.

(continua)

Alessia Biasiolo

 

Museo della Grande Guerra di Canove. Una visita da non perdere

Canove è una delle sei frazioni di Roana, una cittadina tra i boschi di conifere dell’Altopiano di Asiago. Ospita, presso la sede dell’ex stazione ferroviaria, un museo dedicato alla prima guerra mondiale che è un vero gioiello per organizzazione e modalità espositiva e per la preziosità dei reperti che ospita. Voluto nel 1972 da alcuni abitanti del posto che volevano diffondere la storia della prima guerra mondiale combattuta sull’Altopiano di Asiago, è un museo di ottimo pregio, che raccoglie una gran quantità di reperti molto belli, sia che si tratti di oggetti che di armi che di fotografie e carte topografiche: il museo è una visita da non perdere non soltanto per ricordare il centenario della Grande Guerra, ma per avere una visione chiara del conflitto non soltanto dal punto di vista italiano.

Il confine con l’Austria era molto vicino, infatti, e molti dei reperti esposti nelle teche provengono da ciò che è stato trovato in quota, che è stato donato dalle famiglie e dalla gente che ha sopportato il peso immane di una vera e propria tragedia. Il Ministero della Difesa ha poi donato due cannoni, vari fucili ed armi. Le fotografie sono originali, accanto a mappe, pagine di quotidiani dell’epoca e una vasta serie di riproduzioni delle tavole dell’artista Beltrame, edite da “Domenica del Corriere” in occasione del cinquantenario dall’ingresso in guerra dell’Italia.

Interessanti i ramponi da ghiaccio, le some e i basti dei muli, le racchette da neve per gli animali, sci e chiodi da alpinismo, un proiettile da 420 mm, il più grande calibro austro-ungarico usato in questa zona, alto 160 centimetri e contenente 70 chili di esplosivo. Ci sono le pompe per l’acqua potabile in trincea, fornelli, completi per cucina da campo, autopompe dei vigili del fuoco, materiali da medicazione sul campo, slitte anche con le coperte di pelliccia, divise, effetti personali come piastrine di riconoscimento, medagliette votive, lettere, pipe, monete, cartoline. Non mancano molte armi, elmetti di vario tipo e di varie appartenenze militari, circa duemila fotografie che permettono di capire l’organizzazione sul campo, la volontà aggressiva dei nostri nemici e la difficoltà di difesa, pur tuttavia eroica e riuscita da parte italiana.

Un museo altamente didattico, adatto ad essere visitato dagli studenti, ma visto con attenzione anche da molti turisti, italiani e stranieri, e da molti bambini, coadiuvati nella comprensione dai genitori.

Davvero un museo utile, ben fatto, con pezzi difficilmente trovabili altrove, ma organizzato come testimonianza viva, che parla attraverso oggetti veri, realmente usati dai protagonisti di quella che è diventata l’Europa unita.

 

Alessia Biasiolo

 

Visitare Villa Manzoni a Lecco

Interno di Villa Manzoni

Lecco è una ridente cittadina lombarda che si specchia su “quel braccio del lago di Como”, incorniciato da montagne che si prestano ad essere vissute da escursionisti arrampicatori per sentieri tracciati di vari gradi di difficoltà. E non si può pensare a Lecco senza riferimenti ad Alessandro Manzoni e al celeberrimo “I Promessi Sposi” che per le stradine dei bravi, per l’abitato di Pescarenico, per il lago e per i monti ai quali Lucia diede l’addio, nacque qui. Tappa privilegiata per gli amanti della letteratura è Villa Manzoni, edificio della famiglia di Alessandro dal Seicento, dove nacque suo padre che con il fratello ristrutturarono la villa per darle l’aspetto neoclassico attuale, con terreni circostanti a viti e a gelsi, fondamentali per l’allevamento, diffuso all’epoca, dei bachi da seta.

Alessandro Manzoni, autore de “I Promessi Sposi” (precisazione d’obbligo, dato che era omonimo del nonno), vendette la villa alla famiglia Scola nel 1818; rimase degli Scola fino al 1975, quando l’ultima erede la donò al Comune di Lecco perché ne rimanesse un museo.

La culla di Alessandro Manzoni

La visita porta ad atmosfere andate, ma anche a piccole delusioni contemporanee. Pur ospitando alcuni abiti del film televisivo prodotto nel 1989 e diretto da Salvatore Nocita, alcune copie di documenti interessanti, il plastico della zona con l’abitato di Pescarenico nel 1799, quadri che illustrano il paesaggio dal tempo di stesura del romanzo, un paio di arredi del battesimo del letterato, la sua culla posta nella sala detta “cucina” e che alla parete ospita anche cinque tele secentesche forse appartenenti allo studio di Pietro Manzoni, padre dello scrittore; stanze con fuochi e alcuni arredi originali di quando Manzoni vendette la villa, un lampadario in vetro di Murano acquistato da Giulia Beccaria, sua madre, tutto sommato non si respira il clima da ambiente manzoniano che ci si aspetta, trepidanti nell’andare a Lecco proprio per quello.

Curiosità intorno al celebre romanzo manzoniano

Alcune copie del romanzo in varie edizioni e pannelli che ricordano la storia di Manzoni e del romanzo, non tolgono che si potrebbe impreziosire la visita con copie recenti e non sdrucite dal tempo e dalla luce di vecchi documenti quasi illeggibili nelle teche; fotografie o immagini dei protagonisti della celebre vicenda, tratti da tante rivisitazioni; documenti o copie di documentazione d’archivio comunale dei tempi e molto, molto altro, dati i magazzini italiani zeppi di reperti (anche della storia risorgimentale che interseca i motivi delle opere del nostro) che non vedremo forse mai e che potrebbero essere chiesti in deposito per rendere più affascinante la visita ad un luogo che, comunque, ha un suo fascino, essendo non solo la casa dove Manzoni ha vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza, ma il centro attorno al quale la famosa storia letteraria è nata.

La sala numero VIII, o sala da pranzo, ha un bel soffitto a stucchi settecenteschi con scene delle quattro stagioni e propone alcune curiosità manzoniane, come la raccolta di punti con le figurine del romanzo, ma poco accattivanti per il visitatore meno preparato. Bella la cappella, mentre le cantine non vengono fatte visitare.

Al piano superiore, peraltro non accessibile a portatori di handicap, la Galleria comunale d’Arte propone interessanti opere degli autori locali o che hanno operato a Lecco. Adiacente la biblioteca specializzata sul territorio lecchese e la Lombardia.

Per quanto il personale addetto sia gentile, manca un certo appeal ad un luogo che potrebbe davvero essere magico, per fare respirare l’aria manzoniana davvero tra stanze nelle quali ci si immagina un personaggio perso a creare pagine che hanno rapito le esistenze di tante generazioni in tutto il mondo.

 

Alessia Biasiolo (anche per le foto)

 

 

Visitare Aquileia

 

Aquileia è un gioiello da visitare. Tutta la cittadina, ricchissima di resti romani, merita un’attenta passeggiata, a partire dalla Basilica all’ombra della quale riposa il cimitero monumento storico della prima guerra mondiale.

Colonia latina fondata nel 181 a.C. su un insediamento celtico da cui deriva il nome (forse perché sulle rive del fiume Aquilis o Akilis), avanzatissima scolta romana, venne nel tempo rinforzata di uomini e famiglie. Già nel 148 a.C. arrivava ad Aquileia la Via Postumia che partiva da Genova, e altre furono le vie importanti che lambivano o si diramavano dalla città; la Basilica stessa era costeggiata da una via romana. L’edificio custodisce uno dei più importanti complessi pavimentali a mosaico esistenti al mondo, di 760 mq come neanche Roma ne aveva; l’Aula Nord e l’Aula Sud appartengono ad un complesso fatto costruire dal vescovo Teodoro (inizialmente ancora in modo “clandestino”, una parte dedicato alla chiesa, quasi mascherata, e l’altro a luogo di cultura e studio), diventato lecito dopo l’Editto di Milano emanato da Costantino nel 313 d.C. L’aumentato numero di fedeli fece sì che le proporzioni del complesso diventassero sempre più vicine a quello che vediamo ora, frutto di vari rimaneggiamenti secolari, cinque, dopo la distruzione della prima chiesa, a seguito dell’incendio durante l’invasione di Attila nel 452, ma che mantenne quasi intatto il meraviglioso pavimento del quarto secolo, portato alla luce tra il 1909 e il 1912.

L’interno della Basilica misura 65×29 metri, è a croce latina, a tre navate divise da colonne romane di riporto, due transetti, presbiterio elevato, soffitto a carena di nave in stile gotico, immortale come la volle il patriarca Popone (1019-1042). Tra le scene, risaltano figure di fattura squisitamente elegante come i benefattori: una donna con il capo velato e gli occhi molto grandi, lo sguardo penetrante pur se col vestito dimesso, come a voler sottolineare l’importanza della bellezza interiore e non dell’esteriorità; lo stesso dicasi per un benefattore dallo sguardo fiero, il piglio che esce dalle tessere e arriva a noi con la vividezza del suo spirito. Varie persone in atteggiamento offertoriale, molti motivi floreali e di frutta, molti animali soprattutto uccelli di varia specie. Le offerenti portano primizie con scioltezza e gesti vivaci. La Pax romana, o Vittoria cristiana, è raffigurata da una ragazza bionda con le ali celesti, indossante una tunica talare smanicata e allacciata ai fianchi, le braccia ornate di braccialetti, una corona d’alloro nella mano destra e una palma nella sinistra, una corba piena di pane e forse accanto un’altra con dell’uva (il mosaico qui è rovinato), ad indicare come il simbolo romano sia stato cristianizzato. Sublime la storia di Giona, raffigurata nella sua interezza a rappresentare la morte e resurrezione di Cristo; la scena inizia, infatti, con Giona ingoiato da un mostro marino mentre un orante è presente sulla barca. Moltissimi i pesci attorno, anche in questo caso di varia tipologia e raffigurati con grande precisione; angeli tirano le reti intorno alla pietra sepolcrale di Poppone, mentre in un tondo si legge una dedica a Teodoro che fece la chiesa con il suo gregge, importante documento del 319, dopo la morte del vescovo, perché indica la presenza di una grossa comunità riunitasi attorno al suo pastore già prima che ci fosse l’autorizzazione dell’Editto milanese. Le tessere del mosaico, qui, sembrano voler imitare il guizzo dei pesci, mentre poi Giona si riposa beatamente all’ombra di un pergolato di zucche, con i pesci d’attorno che o scappano o lottano, quasi a simboleggiare la difficoltà di essere sopravvissuto al fondale marino e, quindi, alla vita e alla morte prima della beatitudine eterna. Bellissimo il Buon Pastore, rappresentato da un giovane vestito con una tunica con maniche, una mantellina rossa e calzari con fasce curali, sollevato da terra e con sulle spalle un agnello, mentre nella mano destra ha una siringa. Ai suoi piedi un altro agnello che lo guarda fiducioso. L’insieme del mosaico è stupefacente e lascia il visitatore ammaliato da una bellezza senza tempo e sopravvissuta a secoli di lotte e distruzione, testimonianza vivente (è proprio il caso di dirlo) di cosa la fede e l’amore per l’arte e la cultura possa fare. Dietro alla Basilica, il cimitero dei soldati della prima guerra mondiale, omaggiato da D’Annunzio che ne scrisse una dedica (Salmi 2, 1915), riposa nella quiete, mentre il campanile di 73 metri vigila amorevole.

Tra il 27 a.C. e il 14 d.C., sotto l’imperatore Augusto, Aquileia diviene il centro amministrativo ed economico più importante della X Regio Venetia et Histria, mentre durante l’impero di Diocleziano (284-305), la città diventa sede del comandante della flotta dell’alto Adriatico e del governatore della Venetia, così come nel 381 ospiterà il Concilio contro l’arianesimo condotto dal vescovo Ambrogio. Di tutto il fasto romano si conservano i resti in giro per la città, dove sono molti gli scavi ancora attivi, mentre i bellissimi musei sono carichi di testimonianze uniche. È il caso del Museo Archeologico Nazionale e Gallerie Lapidarie, tra i maggiori dell’Italia settentrionale, sorto nel 1882 nella villa austriaca Cassis Faraone, oppure il Museo paleocristiano di Monastero. Nel 1936, come si usava, è stato ricostruito il Foro romano, di forma allungata e ampio, ben 56×139 metri. Il colonnato era notevole, a sorreggere un portico sotto il quale si aprivano botteghe e luoghi d’incontro dove amministrare la giustizia, trattare affari ed esprimere la politica. Dove scorreva il fiume Natisone-Torre, il cui corso venne poi deviato, navigabile per una decina di chilometri, si ammira una banchina di circa 300 metri, in pietra d’Istria, con doppio piano di carico, vari magazzini, rampe e accessi alla città: era il porto fluviale che permetteva ad Aquileia di ricevere merci da tutto il bacino del Mediterraneo. Da lì le mercanzie proseguivano verso le varie parti dell’impero. Il fondo Cossar permise poi di ritrovare alcuni mosaici bellissimi, come “Europa sul toro”, ora conservati in un museo. Molte sono le sepolture di notevole fattura che si trovano in città e lungo gli assi stradali come quello della via Annia. Le sontuose sepolture monumentali risalgano al primo secolo dopo Cristo, ma non solo.

Una città di imparare e da non perdere.

 

Alessia Biasiolo (anche per credit fotografici)

 

Comfoter dona a Verona un cannone 1911

Anche Verona avrà il suo monumento agli Artiglieri. Fino ad oggi assente dal territorio comunale, sarà realizzato utilizzando un cannone calibro 75/27 modello 1911, donato ufficialmente dal Comfoter al Comune.

Il manufatto di artiglieria, usato durante la seconda Guerra Mondiale, troverà posto in via Velino, in zona Santa Lucia, nello spazio riconvertito al posto della vecchia fontana che si trovava in stato di degrado.

A siglare in via formale la cessione a titolo gratuito del cannone, sono stati l’assessore alle Strade e Giardini Marco Padovani e il Generale di Corpo d’Armata Amedeo Sperotto, Comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto, nella sala Radetzki di Palazzo Carli. Presente anche il vice presidente provinciale dell’associazione Artiglieri Giuseppe Fratton.

“Non posso che ringraziare il generale Sperotto per la sensibilità dimostrata – commenta l’assessore Padovani -, frutto anche del percorso di collaborazione e dialogo intrapreso negli ultimi mesi tra Amministrazione e Comfoter. Per la città è un grande regalo, non solo per il valore storico del manufatto, ma anche per ciò che rappresenta nella memoria collettiva. Per questo abbiamo deciso di utilizzarlo per ricordare tutti gli artiglieri che hanno sacrificato la loro vita per la patria. L’obiettivo è inaugurarlo a ridosso del prossimo 15 giugno, giorno in cui ogni anno si celebra la Festa dell’Artiglieria”.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Quaresima di chiese. Santa Maria del Carmine a Brescia

Gli affreschi della chiesa di Santa Maria del Carmine di Brescia creano una prospettiva dell’anima affascinante. Nella luce soffusa delle tre navate che costituiscono l’interno della costruzione, si percepiscono creazioni degne di quel cielo che si vuole popolato di persone, santi, artisti del tempo mai passato. La navata centrale presenta una volta decorata con finta architettura prospettica di fine Cinquecento, con la gloria celeste e la Santa Trinità tra schiere di angeli e santi, mentre Sant’Alberto viene assunto in cielo. Nel medaglione sopra l’entrata è la Vergine a vestire l’abito carmelitano, come il santo.

I carmelitani erano arrivati a Brescia per volere del vescovo Balduino Lambertini della Cecca di Bologna che li aveva conosciuti in Oriente. Lo scopo del vescovo era assicurare che un quartiere trascurato della città avesse il giusto pastore, soprattutto tra le schiere di artigiani che erano andati via via popolando gli spazi accanto alle mura, pochi dei quali avevano fatto fortuna tanto da abitare una casa in muratura e non di legno e paglia.

Siamo nel 1346 e comincia a sorgere il complesso del monastero, incontrando sin da subito il favore della popolazione e del Comune. Infatti, arrivarono i finanziamenti per bei lavori d’affresco attorno al chiostro, forse dovuti alla misericordiosa opera di assistenza che i carmelitani assicurarono ai malati di peste che, nel 1348, colpì anche la città di Brescia, divenendo tristemente famosa. Nel secolo successivo i frati ottennero la gestione del lazzaretto di San Bartolomeo. Intorno alla metà del Quattrocento, per un certo distacco dalla regola dell’Ordine, il vescovo di Brescia sostituì i carmelitani con la Congregazione di Mantova che tendeva a riportare l’Ordine alle origini della nascita e che rimasero in città fino alla soppressione napoleonica del 1797.

La chiesa venne costruita addossata al muro del monastero, con la posa della prima pietra il 5 maggio 1429, abbastanza capace perché di un ordine mendicante, e adatta ad ospitare le riunioni dell’Ordine carmelitano, la popolazione in aumento e le tombe delle famiglie nobili che volevano restare da quella parte della città. La costruzione durò a lungo, con alcune variazioni rispetto al progetto originario, e diventa la seconda più grande di Brescia, dopo la chiesa dei santi patroni Faustino e Giovita.

La Corporazione degli Orefici scelse la chiesa del Carmine come la sede della propria cappella, essendo degli artigiani tra quelli che popolavano il quartiere: fecero costruire ed affrescare la Cappella di Sant’Eligio. Della costruzione originaria con volta a crocera ad arco acuto, tra altre, rimane la Cappella Averoldi, così chiamata dalla tomba di Giovanni Pietro Averoldi murata sulla parete di sinistra, e affrescata da Vincenzo Foppa. A lui viene ascritto il bel crocefisso che funge da pala d’altare, così come i quattro evangelisti della volta. Notevoli sono anche l’opera di Monti della Cappella attigua, detta dei Santi Innocenti, che raffigura l’adorazione dei Magi e dei pastori, mentre di Pietro Marone è la pala d’altare rappresentante la Strage degli Innocenti.

Abbiamo già scritto di Sant’Alberto, carmelitano, che doveva essere raffigurato in ogni chiesa dell’Ordine dal ‘500 e al quale è stata dedicata un’altra Cappella, così come troviamo nella bellissima chiesa anche l’altare di Santa Maria Maddalena de Pazzi, anch’ella dell’Ordine carmelitano, vissuta a Firenze nel Quattrocento, raffigurata in un lavoro di Rossimi dell’Ottocento che sostituì una tela del Guercino.

Nella chiesa troviamo un trionfo di marmi di vari colori, sapientemente lavorati, così come il portale ligneo che è stato portato all’interno per evitare ulteriori danneggiamenti atmosferici e furti delle pregevoli formelle di legno intagliato che lo compongono, essendo stato sostituito da un portale di legno di fattura più semplice.

Alla fine del ‘400, arrivò in città, grazie a padre Martinoni, l’icona greco-bizantina su tavola della Madonna delle Brine, posizionata nel mezzo di un eccezionale apparato marmoreo dove è devotamente venerata.

Altra ancona marmorea splendida accoglie l’opera di Palma il Giovane dedicata a San Michele Arcangelo che scaccia gli Angeli ribelli dal Paradiso, con accanto due statue dei patroni Faustino e Giovita. Senza dimenticare il coro, l’organo, le altre meravigliose opere che rendono la chiesa un vero gioiello, una citazione particolare va per il compianto sul Cristo morto ligneo, una Pietà composta da dieci statue accolte in una Cappella a lato dell’altare maggiore. Di scuola lombarda, attribuite a Guido Mazzoni, sono databili agli inizi del ‘500.

Non manca la statua della Beata Vergine del Monte Carmelo, lignea settecentesca, con lo scapolare, e un’altra più recente.

La cura della chiesa è anche merito dell’Associazione Amici Chiesa del Carmine, Onlus.

 

Alessia Biasiolo

Centenario Lions Club Inernational

Melvine Jones fondò negli Stati Uniti, nel 1917, i Lions Club International, un’associazione umanitaria di service club che si è rapidamente diffusa in tutto il mondo. Giovane dirigente di Chicago impiegato in una compagnia di assicurazioni, Jones era socio e segretario del Club of Business Men of Chicago, associazione professionale incentrata ad ottenere il benessere economico. In lui, però, andò diffondendosi la sensazione che fosse necessario adoperarsi per il bene dell’umanità, così il suo appello venne accolto dal Business Circle of Chicago sviluppando l’idea. Il 7 giugno del 1917 venne fondata l’associazione tra i circoli partecipanti al progetto che assunse il nome di “Associazione dei Lions Club”, il cui primo congresso si tenne nell’ottobre dello stesso anno a Dallas. In quella sede venne preso l’impegno di non operare per il benessere economico dei soci.

Il termine Lions è un acronimo che significa “Liberty Intelligence Our Nation’s Safety”, cioè “Libertà, intelligenza, sicurezza della nostra nazione”. Il simbolo è una lettera L maiuscola d’oro in un’area circolare blu con due teste di leone, una rivolta a destra e una a sinistra, simbolo della fierezza del passato e della fiducia nel futuro. Nel 1931, nella rivista associativa, venne pubblicata una nota in cui si spiegava come il leone fosse sempre stato simbolo di tutto quanto è buono, e per quel motivo venne scelto il termine per battezzarne la compagine. Il leone, infatti, è coraggioso, forte, attivo e fedele, tutte qualità che ben rappresentavano ciò che i membri del club volevano simboleggiare. Soprattutto la fedeltà, attraverso i secoli, alle più alte sfere dell’etica umana, capaci di travalicare i confini umani nel tempo.

Scopo associativo è, infatti, servire la comunità attivamente attraverso i propri circoli e i legami tra i circoli stessi, discutendo di ogni aspetto della vita umana, esclusa la politica e la religione, promuovendo la comprensione tra i popoli.

Nel 1925, la scrittrice sordo-cieca Helen Keller convinse l’associazione a diventare “cavalieri dei non vedenti della crociata contro le tenebre” e così quella data vide l’inizio dell’impegno a favore dei ciechi.

L’espansione iniziò soprattutto con gli anni Cinquanta anche fuori dai confini americani, verso Europa e Asia. Il primo club in lingua italiana fu fondato nel 1950 a Lugano, mentre il primo club italiano lo si ebbe a Milano nel 1951. Nel 1959, si tenne il Congresso di Rapallo che divise l’Italia in cinque distretti; ora sono diventati 17. Ogni distretto dei Lions è nominato con un numero: quello italiano è il 108 seguito da lettere alfabetiche maiuscole per identificare l’area, e altre se necessario, ad esempio la Lombardia settentrionale è indicata 108 Ib1. Anche in Italia una delle attività più diffuse è in favore dei ciechi, dal libro parlato, alla raccolta di occhiali usati. Il progetto si chiama Vision 2020 e, insieme all’OMS, ha come obiettivo di ridurre la cecità di almeno 100 milioni di persone entro il 2020.

Alessia Biasiolo

I Musei delle Armi di Brescia e Gardone Valtrompia

Pistola presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

Per trovare le armi adoperate nei duelli e nella propria difesa personale da Margherida de’ Tolomei, come letto nel libro “L’amante alchimista” di cui abbiamo scritto, ci si può recare in provincia di Brescia a visitare due dei musei più interessanti sulle armi, uno dei quali costituisce la collezione europea privata più importante, il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”, sito nel Castello di Brescia.

Lì troviamo, infatti, una daga cinquecentesca del tipo descritto nel libro di Isabella della Spina, accanto a bellissime armature di fanti e di cavalieri, oltre che a numerose alabarde, sempre del Cinquecento. Non mancano armi di anni precedenti, così come di successive, dove fanno bella mostra di sé le armi da fuoco, di varia epoca.

Revolver presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La progressione dello sviluppo delle armi da fuoco la si può vedere, e imparare, nel Museo delle Armi e della Tradizione armiera di Gardone Valtrompia, patria della famosa Beretta armi.

Sin dall’antichità, però, il luogo, ricco di minerali nei dintorni e di acqua, è famoso per la lavorazione del ferro e, quindi, per la produzione di armi bianche e, poi, da fuoco appunto.

Nelle prime sale del Museo si possono seguire le fasi dell’evoluzione storica delle armi, soprattutto quelle da fuoco del ‘500. Si tratta di armi da caccia, da difesa e militari, di cui è spiegato in pannelli didattici molto interessanti il funzionamento. In un secondo livello, invece, è possibile vedere come si passa dalla fusione del ferro al maglio e alla lavorazione delle canne dei fucili, oltre allo sviluppo della lavorazione dei calci per arrivare all’arma confezionata e utilizzabile. In questo settore è possibile vedere anche alcune riproduzioni di armi utilizzate nei film, fiore all’occhiello dell’attuale produzione armiera, spesso manuale, della Valtrompia. Sono alcune le ditte specializzate nel produrre armi per film di Clint Eastwood, i mitici Far West, ma anche armi per i film “I pirati dei caraibi”, Colt di sceriffi e armi bianche. Interessante anche un raro fucile Balilla per bambino, del 1934, con baionetta innestata.

Revolver cinematografici Uberti presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La parte più tecnica del percorso riguarda lo sviluppo del metodo di sparo del proiettile che passò dall’utilizzo della miccia all’uso della piastra con sviluppo del cane, fino all’uso del fulminato di mercurio e dello sviluppo del sistema di accensione a luminello. Tutti questi sistemi erano volti a ridurre il rischio che la polvere da sparo prendesse fuoco in momenti non utili al possessore dell’arma, che la miccia si spegnesse o che il processo di caricamento dell’arma fosse troppo lento per essere efficace. Quindi l’accensione a luminello andò a sostituire la già moderna pietra focaia che, invece di aspettare di dar fuoco ad una miccia, attraverso un sistema di sfregamento della pietra portava le necessarie scintille per accendere la polvere che avrebbe espulso il proiettile. Nel Museo si possono vedere alcune armi “ridotte”, cioè in cui il sistema a pietra focaia è stato sostituito da quello a luminello per evitare la spesa, soprattutto per gli eserciti, di cambiare tutta la dotazione.

Riproduzione di un maglio, Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

A Gardone Valtrompia è presente anche un fucile alla garibaldina. Per armare i garibaldini vennero istituiti due fondi nel 1860, uno denominato “Fondo per un milione di fucili” e l’altro “Comitato centrale di soccorso a Garibaldi”. Il Fondo permise l’acquisto di fucili francesi e prussiani trasformati a luminello, e fucili inglesi Enfield modello 1853. Le armi del Fondo non raggiunsero subito le truppe garibaldine partite per la Sicilia, ma rimasero nel deposito di Milano fino a che non fosse stato firmato l’ordine di Cavour. Così, furono basilari i fondi americani per le armi all’eroe dei due Mondi, il “New York Garibaldi Found Commitee” e “Italian National Commitee”. I soldati di Garibaldi quindi erano equipaggiati con le armi più disparate, comprese le armi Colt di cui 291 rivoltelle, 59 carabine a rotazione e 23.500 fucili trasformati con brevetto Colt. Alcune di quelle armi furono acquistate direttamente negli Stati Uniti e altre vennero donate dallo stesso Colt per la causa di Garibaldi. Per la prima volta le armi Colt vennero usate nella battaglia di Milazzo, ma vennero subito considerate pericolose e quindi abbandonate. Nel Museo è ben spiegato perché.

Due Musei da visitare e che presentano interessanti attività didattiche per capire lo storico, fondamentale lavoro del maglio che nella Valle, per La Via del Ferro, fa bella mostra di sé.

 

Alessia Biasiolo

 

Coco Chanel e la Grande Guerra

Gabrielle Bonheur Chanel era del 1883, figlia di un ambulante e della figlia di un locandiere che l’ebbe prima di essere sposata. Dopo una serie di gravidanze, la donna morì quando Gabrielle era una bambina, così il padre tornò a casa dai genitori che tuttavia, non potendo occuparsi di tutti i bambini, li affidarono alle monache. Pare che proprio l’esperienza dalle monache abbia ispirato alla futura stilista di moda l’amore per l’austerità e il bianco e nero. Giunto il momento di lasciare l’orfanotrofio, Gabrielle e la sorella Julie vennero mandate a Notre Dame per apprendere le arti domestiche. Nel 1901, Gabrielle lavorava come commessa a Moulin, in un negozio di biancheria dove perfezionò le basi di cucito apprese dalle monache.

In quegli anni, sembra che la ragazza abbia assunto il nome di Coco dal titolo di una canzone con cui si esibiva in un caffè chantant. E presso un caffè chantant, nel 1904, Coco conobbe il suo primo amante, Etienne de Balsan che divenne il suo primo finanziatore. Figlio di imprenditori tessili, Etienne portò Coco a vivere con lui nel suo castello e fu lui ad assecondarle l’idea di lavorare e di aprire un laboratorio di cappelli a Parigi. Quando erano di moda cappelli ampi e sontuosi, Chanel disegnò semplici cappelli di paglia e fiori che cominciarono a divulgarsi grazie agli amici di Etienne.

Al castello dell’amante, Chanel incontrò Boy Capel, industriale del carbone con cui ella andò a vivere a Parigi: grazie a Boy aprì la boutique in 31 Rue Cambon. Lì oltre ai cappelli cominciò a vendere maglioni e gonne. Diventava una vera creatrice di moda. Il primo vestito in velluto nero e colletto bianco lo abbiamo nel 1912. Nel ’13 aprì un negozio nella località balneare di Deauville, accanto ai lussuosi Casinò e Hotel Normandie.

Le famiglie ricche di Francia trascorrevano l’estate a Deauville e comperavano i cappellini di Coco. Fu lì che si ispirò ai marinai per realizzare alcuni dei suoi capi più famosi. Allo scoppio della prima guerra mondiale l’attività decollò, anche grazie a Capel che, rifornendo gli alleati di carbone, era a contatto con personalità influenti, diventando consigliere del primo ministro francese Clemenceau. Consigliò a Coco di non chiudere il negozio al mare: là molte francesi, all’occupazione da parte della Germania, andavano a dedicarsi ad attività di assistenza, acquistando un abbigliamento semplice e comodo, molto più dei soliti ampi vestiti.

Il 15 luglio 1915 Coco aprì un altro negozio sulla costa atlantica della Francia, lontano dalle linee del fronte, al confine con la Spagna neutrale con la quale cominciò il commercio. Nel 1916 Chanel acquistò dall’industriale tessile Rodier jersey lavorato a macchina e cominciò a creare nuovi capi: se prima il jersey era usato solo per la biancheria, adesso ecco nuovi vestiti che rivoluzionarono, in un momento in cui la donna cominciava a percepirsi diversamente dagli stereotipi, il concetto di vestiario femminile.

 

Alessia Biasiolo

Furti di guerra. Letterari

Se la polizia italiana era impegnata a contrastare la criminalità durante la prima guerra mondiale, proprio per tutelare il cosiddetto fronte interno, in Francia non andava meglio per chi inseguiva il famoso ladro Arsène Lupin, italianizzato in Arsenio Lupin. Nato dalla penna di Maurice Leblanc nel 1905, Arsène continuava a modo suo l’impresa di Robin Hood, cercando di mantenere la sua nomea di gentiluomo malgrado sapesse mettere a segno colpi sensazionali. Sono proprio degli anni di guerra: “La scheggia d’obice” (1915) e “Il triangolo d’oro” (1917) tra i molti altri romanzi che lo vedono protagonista. Arséne sembra sia nato come contraltare del famoso investigatore Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, visto anche il titolo di uno dei romanzi di Leblanc “Herlock Sholmes arriva troppo tardi”. Autore di novelle di buon calibro, ma di scarso successo, Leblanc trovò spazio letterario proprio grazie al suo ladro gentiluomo, al quale dedicò tutta la sua carriera, senza stancarsene fino agli anni Trenta del Novecento. Nel 1921 ottenne anche la Legion d’Onore per la sua opera omnia. Elegantissimo, affascinante, simpatico, trasformista al punto da non farsi riconoscere impersonando svariate persone, Lupin è agile, sportivo, prestigiatore e pratico di arti marziali. Dotato di un’intelligenza superiore alla stragrande maggioranza delle persone, sfrutta la sua furbizia, lo charme, l’audacia, la grande cultura soprattutto in opere d’arte, per svolgere il suo lavoro come una missione, non solo per sé, ma anche per i bisognosi, oppure per raddrizzare situazioni ingarbugliate, o dove vige un’ingiustizia da sistemare. La sua morale è non ricorrere mai alla violenza, perché l’astuzia è quello che lo intriga maggiormente, sfidando, e battendo sistematicamente, il suo rivale, l’ispettore Garimard, e appunto l’investigatore inglese Herlock Sholmes, chiaramente un riferimento al celebre detective Holmes. Probabilmente l’ispirazione dello scrittore la si deve a un ladro vero, Marius Jacob, personaggio divenuto quasi leggendario nelle cronache francesi del tempo. Di certo il fascino del personaggio di Leblanc non ha perso il suo smalto se nel 2012 è uscito un altro romanzo postumo, scritto nel 1936, e se di Lupin abbiamo imparato le fattezze grazie ai cartoni animati. Il fumettista giapponese Mankey Punch ha creato, infatti, “Lupin III” per i suoi manga, che sono poi diventati anche una serie di cartoni animati. Anche Kaito Kid è un ladro gentiluomo creato dal giapponese Gosho Aoyama e di lui si dice che sia l’emulo di Arsène. Ma Arsenio era diventato un fumetto già nel 1948, per diverse serie. Poi è diventato un personaggio televisivo in serie di telefilm interpretato da Georges Descrières, Francois Dunoyer, Romani Duris; è diventato pièce teatrali o radiofoniche. Nel 2005 ebbe la celebrazione del centenario della sua nascita come evento soprattutto a Étretat, in Francia, Insomma, per i ladri letterari la fortuna sembra intramontabile.

Alessia Biasiolo