A Ferrara il ‘Giorno del Ricordo 2021. Istria, Fiume e Dalmazia’

Fino a martedì 16 febbraio sono in programma a Ferrara le iniziative cittadine per celebrare il ‘Giorno del Ricordo 2021. Istria, Fiume e Dalmazia – ricordo di un esodo‘. La ricorrenza del 10 febbraio è stata istituita dalla Repubblica italiana (art. 1 Legge n. 92 del 30 marzo 2004) al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Il calendario di appuntamenti nasce a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia insieme a Prefettura di Ferrara-Ufficio Territoriale del Governo, Comune di Ferrara-Museo del Risorgimento e della Resistenza, Associazione Nazionale Partigiani Cristiani-sezione di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara con il patrocinio del Comune di Ferrara.

DOMENICA 14 FEBBRAIO 2021- ORE 10,30 – Ferrara – Basilica di San Francesco via Terranuova – angolo via Savonarola

Alla Santa Messa domenicale, celebrata da Sua Eccellenza Mons. Gian Carlo Perego Arcivescovo di Ferrara/Comacchio, saranno ricordate le genti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, costrette ad abbandonare la loro terra, ove da secoli erano presenti, nel secondo dopoguerra. Lettura finale della “Preghiera per l’Infoibato”, scritta da Sua Eccellenza Mons. Antonio Santin, Vescovo della Diocesi di Trieste e Capodistria dal 1938 al 1975.

MARTEDI’ 16 FEBBRAIO – ORE 10,15 – Incontro in video compresenza – Istituto comprensivo F. De Pisis di Ferrara

Tema dell’incontro “Le foibe e l’esodo degli istriani, fiumani e dalmati”. Ne parlano Flavio Rabar, esule da Fiume e Presidente del Comitato di Ferrara dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e la Dott. ssa Antonella Guarnieri, storica e Responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara.

A fianco delle iniziative del programma ufficiale, listituto di Storia Contemporanea esporrà sui propri social (YouTube: istituto di storia contemporanea di Ferrara, Instagram:@isco.fe, e condiviso come link su Facebook: Iscoferrara e Twitter:@iscoferrara) la mostra “Le tragedie del confine orientale. Fascismo – Foibe – Esodo“, realizzata da Bruno Enriotti, direttore della Fondazione Memoria della Deportazione.


Alessandro Zangara

Restaurata Porta Nuova a Verona

Porta Nuova a restauro finito

La bellezza di Porta Nuova dopo il restauro lascia senza fiato. Così, i veronesi, non l’hanno mai vista, tant’è che questo è il primo vero intervento conservativo realizzato su tutto il manufatto negli ultimi decenni. I lavori più recenti risalgono infatti a più di 20 anni fa, limitati alla pulizia dei paramenti e al disboscamento delle erbacce.

Porta Nuova a restauro finito

A settembre erano stati tolti i teli dalla facciata del monumento che guarda verso il corso, oggi è stata la volta degli altri tre lati, pronti per mostrarsi ai cittadini e ai turisti che presto torneranno a Verona. I lavori del corposo restauro che ha interessato la principale porta d’ingresso cittadina sono infatti definitivamente finiti. Iniziati ufficialmente nell’ottobre 2019, avrebbero dovuto concludersi entro l’estate scorsa. Tuttavia, lo stop forzato causato dal Covid e le limitazioni imposte dalla pandemia, hanno ritardato solo di qualche mese la consegna dell’opera, grazie anche ad una forte accelerata sui tempi del cantiere.

La Porta di ingresso alla città è stata protagonista del primo restauro con sponsor realizzato su un monumento cittadino. Una formula che, per effetto del Decreto legislativo del 18 aprile 2016 (articoli 19 e 115), ha permesso all’Amministrazione di avvalersi della formula della ‘sponsorizzazione tecnica’, ottenendo così il restauro completamente gratuito dell’edificio storico, per un’operazione a vantaggio dei veronesi ma anche dei turisti. Il tutto, a costo zero per il Comune.

Foto di gruppo di Sindaco, Assessori e Soprintendenti davanti alla Porta

Le spese del restauro sono state infatti a carico del Raggruppamento temporaneo che si è aggiudicato il bando per la sponsorizzazione tecnica riguardante l’intervento di Porta Nuova, con a capo la ditta The Media S.r.l., leader a livello nazionale nel settore sponsor, Tieni Costruzioni 1836 S.r.l. incaricata dell’esecuzione dei lavori e DMA Associati S.r.l. per la parte dei servizi tecnici.

Circa un milione di euro il costo dei lavori, progettazione compresa. Un restauro complesso e minuzioso, che non ha risparmiato nemmeno un centimetro della Porta. Dalla rimozione delle erbacce e delle sterpaglie presenti tra i muri e sul tetto, alla rimessa in pristino delle masse lapidee, dalla sigillatura al restauro conservativo, fino alla ripresa del colore naturale delle murature, ogni piccolo intervento ha contribuito al risultato finale.

Un ruolo da protagonista nel restituire splendore al monumento l’avrà poi l’illuminazione. Le luci infatti, pur tenendo conto delle peculiarità specifiche di Porta Nuova, sono state progettate per diventare elemento di design, con installazioni realizzate apposta per Verona. Viste le peculiarità storico e artistiche del monumento, il progetto di conservazione e valorizzazione è stato vagliato dalla Soprintendenza, che ne ha seguito l’evoluzione per gli aspetti di competenza.

Porta Nuova prima dei restauri

Completata la parte esterna, l’attenzione può spostarsi all’interno, più di 3 mila metri quadrati di superficie da ripulire e riprogettare, per rendere la Porta omogenea e usufruibile, attraverso un progetto che la renda visitabile in sicurezza, tetto compreso.

Un recupero davvero bellissimo e naturale, che ha ridato a Porta Nuova il suo antico splendore ma preservandone le caratteristiche originali – ha detto il sindaco-. E’ un intervento a cui tenevamo parecchio e che abbiamo realizzato nonostante i mesi di difficoltà legati alla pandemia. Anche questo è un segnale di ciò che stiamo facendo per restituire ai veronesi e ai tanti turisti che arriveranno una città sempre più bella e fruibile. Ricordo che erano davvero decenni che non si interveniva su questo monumento, negli anni passati ci si limitava a qualche pulizia o a liberare la Porta dalle erbacce. Questo è uno dei simboli cittadini, il biglietto da visita per chi arriva a Verona, era impensabile lasciarlo nell’incuria. Valore aggiunto del progetto è che, grazie alla formula della sponsorizzazione, non è costato un euro all’Amministrazione. Ora possiamo concentrarci su come renderla fruibile e valorizzarla ancora di più”.

“Dopo un breve stop forzato durante il lockdown, i lavori su Porta Nuova sono ripresi spediti per recuperare il tempo perso – spiega Zanotto, assessore ai Lavori Pubblici-.E’ stato fatto un lavoro senza precedenti, tenendo conto che avevamo a che fare con un monumento di elevato pregio e per il quale sono state necessarie le dovute cautele. Stiamo giù ragionando sugli interni, su come procedere per un restauro che riguardi Porta Nuova nella sua totalità, l’ideale sarebbe utilizzare la formula della sponsorizzazione anche per questi spazi. L’obiettivo finale è certamente quello di aprire il monumento al pubblico”.

Quando un anno fa sono arrivato a Verona, la Porta era già impacchettata per il restauro – ha aggiunto il soprintendente Tinè-. Oggi la vediamo finalmente sgombra dai ponteggi, che tuttavia hanno consentito un lavoro davvero curato, filologico, complicato, che è stato strettamente seguito dai nostri funzionari insieme al Comune e alle ditte incaricate. Condivido la prospettiva dell’Amministrazione di farla diventare di nuovo ‘porta’, una sorta di hub veronese in cui si prende contatto con la storia della città”.

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

La Giornata della Memoria a Verona

Il carro della Memoria in Piazza Bra, a Verona

Il carro della memoria staziona in piazza Bra, di fonte al Liston. Vi rimarrà fino al 30 gennaio, per ricordare il Giorno della Memoria, ciò che tale ricorrenza rappresenta e in particolare i veronesi morti nei campi di concentramento e sterminio.

Quest’anno, a causa del Covid, il carro non sarà aperto al pubblico, perciò non verrà montata la scala di accesso. Tuttavia il vagone ferroviario rimarrà in piazza Bra fino al 30 gennaio, un simbolo silenzioso per ricordare tutte le vittime dell’Olocausto.

Come accaduto per tutte le cerimonie ufficiali celebrate durante l’emergenza sanitaria, anche le iniziative in programma per il Giorno della Memoria saranno in forma ristretta, in presenza delle sole autorità istituzionali, come previsto dalle misure per il contenimento del virus.

Mercoledì 27 gennaio alle ore 9 sarà deposta una corona al monumento ai Deportati in piazza Bra. Le autorità si sposteranno poi in Gran Guardia dove si susseguiranno gli interventi ufficiali di Prefettura, Comune e Consulta scolastica provinciale. Sarà poi il turno dell’oratrice ufficiale, Camilla Brunelli; a seguire la proiezione del video “Il Balente” dedicato a Vittore Bocchetta, realizzato da ANED e dai ragazzi e ragazze del servizio civile presso ANED. La cerimonia si concluderà con il canto della preghiera ebraica per le anime dei defunti El Male Rachami, a cura del cantore della Sinagoga di Verona Angel Harkatz.

Non sarà possibile partecipare alla cerimonia, che sarà trasmessa in streaming sia sul portale del Comune di Verona che sulle pagine dell’Ufficio Territoriale del Governo di Verona.

Nel pomeriggio, a partire dalla 15, ci saranno le deposizioni delle corone di alloro al Cimitero Ebraico in via Badile; a seguire al Sacrario del Cimitero Monumentale e infine sotto la scultura “Filo spinato” in piazza Isolo.

La cerimonia quindi si terrà in forma ristretta, alla presenza delle sole autorità istituzionali, ma sarà trasmessa in streaming sia sul portale del Comune di Verona che sul sito della Prefettura. Tutti i cittadini, quindi, potranno prendere parte alla commemorazione, anche se a distanza.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Torre della Catena tornerà a vivere

Era il casello Nord di Verona nel Milletrecento, quando l’allora autostrada era il fiume Adige. Chi arrivava in città doveva pagare il dazio e solo allora poteva oltrepassare la catena che dalla Torretta al centro del fiume veniva tesa tra l’argine destro e quello sinistro. Torre della Catena, a pochi metri da ponte Risorgimento, prende il nome da qui, dalla funzione per la quale è stata costruita nel XIV secolo come parte del sistema difensivo.

È forse l’unico edificio storico rimasto intatto e integro durante i secoli, l’unico che ha resistito alle distruzioni e ai bombardamenti delle guerre mondiali. Uno stato di conservazione che ha quasi dell’incredibile, se si pensa che ad ogni piena dell’Adige viene parzialmente sommerso. Lo stato di salute di Torre della Catena è oggetto di analisi e verifiche da parte degli uffici dell’Edilizia monumentale. Dal dicembre 2019, infatti, a seguito dell’accordo di valorizzazione stipulato con l’Agenzia del Demanio, il manufatto è diventato a tutti gli effetti di proprietà del Comune, che può disporne liberamente l’utilizzo.

Un’opportunità che l’Amministrazione è intenzionata a cogliere e valorizzare, rendendo Torre della Catena fruibile e facendola conoscere a cittadini e turisti.

Ciò anche in virtù del masterplan per la valorizzazione del sistema difensivo cittadino che sarà redatto nei prossimi mesi e che sarà inserito nella Variante 29, di cui mura, forti e bastioni rappresentano un tassello qualificante.

Si procede per step. È stato verificato lo stato di salute dell’edificio, con il sopralluogo organizzato sul posto con i gommoni del Canoa Club, che si è reso disponibile a traghettare il gruppo di lavoro. Sul mezzo acquatico sono saliti gli assessori all’Edilizia Monumentale Luca Zanotto e alla Pianificazione urbanistica Ilaria Segala, insieme ad alcuni tecnici degli uffici muniti degli strumenti per effettuare i rilievi necessari.

Ma già da un primo esame ad occhio nudo è emerso che Torre della Catena gode di buona salute, a livello strutturale come di conservazione. Le reti apposte una decina di anni fa dal Genio Civile lo hanno riparato dal degrado, salvaguardandone anche la stanza interna. Le uniche criticità sono rappresentate dai grossi rami che si sono depositati sul fiume e che potrebbero danneggiare le fondamenta, e la mancanza di un attracco sicuro e agevole, che andrà certamente studiato e concordato con la Soprintendenza in base alle progettualità che verranno studiate per riqualificare la struttura.

Soddisfatti di ciò che hanno visto durante il sopralluogo gli assessori Zanotto e Segala.

È stata davvero una piacevole sorpresa vedere il buono stato di conservazione in cui si trova la Torre – ha detto Zanotto -. Sono secoli che questo piccolo edificio militare sopporta la piena dell’Adige, con le acque che ogni volta ne invadono la stanza interna. Una resistenza davvero notevole, tanto che è forse uno dei pochi beni originali che si è conservato intatto nel corso dei secoli. Il passaggio definitivo dal Demanio al Comune ci permette di poterlo valorizzare, prima era però necessario capirne lo stato di conservazione e valutare eventuali interventi di manutenzione. Il sopralluogo ha certificato che l’edifico è a posto, faremo altri rilievi ma i dati raccolti sono sufficienti per iniziare a progettarne la valorizzazione. Tenerlo fermo vuol dire lasciarlo al deterioramento del tempo, un’ipotesi che non vogliamo contemplare. Valuteremo come renderlo fruibile al meglio, tenendo conto delle sue caratteristiche e delle potenzialità dal punto di vista turistico”.

“Torre della Catena rientra nel sistema fortificato di Verona per il quale l’Amministrazione ha intrapreso un importante processo di valorizzazione – ha aggiunto l’assessore Segala -. Anche questo edificio militare sarà quindi inserito nella Variante 29 e nello specifico masterplan che approfondirà i dettagli e le nuove destinazioni d’uso per valorizzare al meglio questi elementi storici e renderli fruibili ai cittadini, molti dei quali ne ignorano ancora l’esistenza o l’esatta collocazione all’interno del tessuto cittadino. Valuteremo insieme alla Soprintendenza quali finalità si addicono meglio per Torre della Catena, di sicuro va studiato un attracco più agevole, che permetterebbe di usare l’edificio a scopi dimostrativi e turistici”.

Cenni storici

La Torre della Catena è un edificio militare costruito nel corso del XIV secolo sul letto dell’Adige come parte del sistema difensivo scaligero della città di Verona. La torre, ora in disuso, si trova tra il ponte Catena e il ponte Risorgimento.

Tra il 1321 e il 1325 il principe veronese Cangrande della Scala commissionò al maestro Calzaro l’edificazione della cinta muraria di destra Adige, che si attestava sul fiume in prossimità di una più antica cortina che proteggeva il borgo di San Zeno, lungo la quale si apriva tra l’altro, in prossimità del fiume, l’antica porta Fura.

Pochi metri all’esterno della porta, la cortina turrita scaligera si protende ad angolo per formare lo sperone sporgente sulla riva fluviale, che sosteneva un capo della catena di sbarramento a monte della città. Una torre costruita nel mezzo del fiume, sosteneva gli altri capi della catena. Questa, che serviva per il controllo militare e doganale, garantiva lo sbarramento alle imbarcazioni che navigavano sull’Adige provenienti da nord: poteva essere alzata a filo d’acqua, quando di notte non si voleva che le merci entrassero in città. Il sistema di catene era ancora in funzione durante l’amministrazione della Repubblica i Venezia, per impedire il contrabbando o per evitare atti militari ostili. L’assetto definitivo venne raggiunto nel 1840.

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

L’età del jazz

Finita la prima guerra mondiale, alla quale gli Stati Uniti parteciparono dall’aprile 1917, l’unico Paese che si ritrovava florido erano proprio gli U.S.A. che approfittarono della nuova presenza sul panorama politico ed economico mondiale per attivare le proprie attività economico-finanziarie. Il Paese, infatti, non aveva vissuto episodi bellici sul proprio territorio che si trovava senza danni, con le fabbriche in piena attività. La produzione industriale, infatti, era stata ben ripagata dalla guerra, ed ora era impegnata a rifornire i Paesi europei bisognosi di tutto. Inoltre, la catena di montaggio, ben applicata da Henry Ford alla produzione di automobili, ad esempio, garantiva la realizzazione di utilitarie per la famiglia tipo americana a basso prezzo. L’acquisto dell’auto, al quale si aggiungevano la radio e gli elettrodomestici, poteva essere effettuata con pagamenti a rate, assoluto volano per l’economia. La società americana si vide in un momento di lusso e agio impensabili solo pochi anni prima e nacque, così, l’idea dell’American way of Life, stile di vita americano che ebbe effetti in tutto il mondo.

Contemporaneamente la produzione agricola iniziò a pieno regime, dato che le forniture per l’Europa erano sempre maggiori, grazie anche ai piani di prestito economico quinquennali messi in atto dai governi. Pertanto, anche il comparto agricolo americano, molto sviluppato, visse un’epoca di prosperità. Il periodo che va dalla fine della guerra al 24 ottobre 1929 si chiama “anni ruggenti”, con notevole sviluppo dell’industria culturale, soprattutto editoriale, la nascita di nuovi giornali, la produzione di letteratura di pregio, di film trasmessi nei nuovi cinema, compresi i nuovi cortometraggi di Walt Disney (che produsse il primo lavoro con protagonista Topolino), e notevole impulso alla musica, grazie al più alto tenore di vita degli americani. In quegli anni, i neri americani, ancora discriminati, cominciarono a farsi conoscere come ottimi musicisti e strepitosi cantanti, tanto che si diffuse la moda di andare ad assistere alle loro performance anche in locali vietati perché in aree ghettizzate. I bianchi più aperti cominciarono ad amare il nuovo genere musicale che più diffusamente si ascoltava negli Stati del Nord, e che soprannominò gli “anni ruggenti” come “età del jazz”. Saranno gli anni in cui il grande autore Francis Scott Fitzgerald pubblico “Il grande Gatsby” e che videro il cambiamento di ruolo della donna, più presente nella vita pubblica, a completamento dell’impegno suffragista degli anni precedenti al conflitto soprattutto. Il periodo di sfolgorante vitalità per gli Stati Uniti non significava che tutta la popolazione ne beneficiasse. Era il caso, appunto, degli afro-americani che erano discriminati e ghettizzati ancora, così come fu il periodo che vide la nascita della setta segreta razzista Ku Klux Klan. Nel frattempo, alla luce del maggior potere d’acquisto, molti soggetti trascorrevano il tempo libero nei bar, aumentando il tasso di alcolismo contro il quale si schierarono alcune confessioni religiose protestanti, gli industriali compreso Ford, e buona parte della popolazione. Il forte dibattito che ruotava intorno al problema scaturì il Volsted Act, la legge che proibiva il consumo e successivamente la produzione e la vendita di alcolici. Una delle peggiori leggi mai varate, perché portò alla nascita del contrabbando su larga scala e al potere delle bande di gangster che diverranno famose intorno ai nomi di Al Capone e di Lucky Luciano.

Alessia Biasiolo

Il castello di Brescia “Luogo del cuore” FAI 2020

Particolare del castello di Brescia, plastico ferroviario ospitato in una delle sale del maniero

Ha raggiunto il terzo posto nella votazione, con 35.049 voti, lo spettacolare castello di Brescia, vera e propria macchina da guerra che da secoli domina il colle Cidneo cittadino. Già da tempo il castello era tra le segnalazioni degli italiani al FAI, ma stavolta la mobilitazione è stata corale, per ottenerne l’ingresso nella terna di siti degni di ricevere aiuto economico per il progetto di potenziamento in essere. Il complesso del castello bresciano è molto vasto e articolato in una serie di servitù militari, ampliate nei secoli e ricche di torri, camminamenti, stanze, depositi di armi munizioni e polvere da sparo. Il castello era stato reso autonomo in caso di assedio, con depositi di cibo, tra cui olio, e acqua, spazi per la guarnigione e i cittadini che vi cercavano rifugio, nonché abbastanza ampio per tenervi animali, da mangiare e per muoversi. Le mura merlate lo dichiarano visconteo, ma sono evidenti i poderosi interventi dei dominatori veneti, tanto quanto rilevanze di epoca romana, e si pensa anche precedenti. Luogo triste durante la presenza francese, ricordata soprattutto dal terribile Sacco di Brescia cinquecentesco, ma altrettanto funesta fu la dominazione austriaca, con la triste tanto quanto eroica epopea delle Dieci Giornate. In castello, infatti, vennero uccisi i rivoltosi cittadini che gli austriaci riuscirono a catturare e lì furono seppelliti, fino al trasferimento solenne dei resti nel camposanto di Via Milano chiamato Vantiniano, anni dopo il 1849. Viene definito “un unicum nello scenario italiano per dimensioni, ampiezza di aree verdi e posizione” ed ora potrà utilizzare i 30mila euro della posizione “di bronzo” della classifica che ha visto vincitore, al primo posto, castello e parco di Sammezzano a Regello (Firenze) e la ferrovia delle meraviglie Cuneo-Ventimiglia-Nizza secondo, mentre al quarto posto della gara, distanziata di quasi 10mila voti, c’era la Via delle Colleggiate di Modica.

Negli anni a mantenere vivo il castello di Brescia, oltre che ad ispezionarlo e pulirlo da erbacce e detriti di ogni sorta, ci hanno pensato gli speleologi dell’Associazione Speleologica Bresciana, che ha sempre organizzato visite didattiche per i meandri chiusii solitamente al pubblico.

Il potenziamento vorrebbe la realizzazione di un ascensore e altre opere che permettano, rispettando la struttura storica, di usufruire sempre di più non solo dello splendido panorama che si gode dalle altezze del castello, ma anche della deliziosa brezza estiva.

Alessia Biasiolo

Morire di virus in guerra

Nell’ottobre del 1918 iniziò quella che ricordiamo come la Battaglia di Vittorio Veneto che vide l’Italia riscattare la disfatta di Caporetto dell’anno precedente e, anche a costo del sacrificio dei ragazzi più giovani, nati nel 1899, vincere la Grande Guerra piegando il nemico austriaco. Quando i fanti entravano vittoriosi a Trento e a Trieste, portando il tricolore a sventolare laddove ancora non era arrivata la redenzione italiana, iniziava già a serpeggiare quella che diventerà famosa come la febbre spagnola. Dopo una guerra devastante, il mondo doveva fare i conti con un’epidemia influenzale senza precedenti, che colpì 500 milioni di persone causandone la morte di almeno 50milioni, il 3-5% della popolazione mondiale.

Chiamata spagnola perché si ebbero le prime notizie mediche dalla Spagna dove l’epidemia venne subito presa sul serio e messa sotto controllo, sembra abbia avuto origine negli Stati Uniti, diffondendosi soprattutto tra i militari che, poi, la portarono in Europa contribuendo a diffonderla rapidamente. In Francia, infatti, cominciarono a registrarsi casi in un ospedale militare, con febbre molto alta ed elevata mortalità, già alla fine del 1917, quando negli USA non erano stati circoscritti i casi manifestatisi in caserme e addirittura a New York, dove il virus sembra circolasse già dalla primavera. In Europa, le condizioni di guerra e anche degli ospedali da campo, l’uso di armi chimiche, la promiscuità non solo dei soldati, ma anche con animali, soprattutto in trincea, probabilmente contribuirono a mutare i virus influenzali, anche se non è escluso che il processo abbia avuto luogo in altre zone, per poi arrivare in Europa. Non è escluso che, come anche per altri casi, il virus della spagnola si sia evoluto da un virus aviario per poi mutare l’emoagglutinina e la neuramidasi in ceppo umano, anche se senz’altro l’alta virulenza della spagnola è da attribuirsi alle precarie condizioni di vita del tempo. Dopo anni di guerra, mancanza di cibo e denutrizione, scarsa igiene anche tra la popolazione per mancanza di acqua potabile o di accesso ad essa, abitazioni distrutte, miseria, ammassamento degli sfollati: tutto si sommava alla condizione dei militari e, quindi, alla probabilità che l’influenza tipica dei mesi invernali, portasse a peggiorare le condizioni di salute della popolazione mondiale.

L’impatto dell’influenza spagnola comportò la necessaria costruzione di ospedali di emergenza, da campo, dove ospitare le persone malate, molte delle quali non sopravvissero, così come vennero adibite a luoghi di cura strutture come scuole o chiese. Una delle particolarità fu che, se solitamente i più colpiti dall’influenza sono anziani e bambini, la spagnola del 1918 colpì prevalentemente persone giovani, come se non fossero mai entrate in contatto con un virus similare, se non lo stesso, tanto da non esserne per niente immuni, pertanto più esposte agli effetti nefasti del contagio. Bisogna inoltre considerate anche i frequenti viaggi motivati dalla guerra che portavano le persone a spostarsi più che in altri periodi, pertanto diffondendo più facilmente il virus responsabile della pandemia. Nessun angolo del pianeta venne risparmiato dall’influenza spagnola, tanto nei continenti quanto nelle isole; particolarmente forte si manifestò tra i nativi americani.

L’allarme cessò verso i primi mesi del 1919, quando la diffusione dei casi si fermò, lasciando dietro di sé più decessi del conflitto mondiale stesso.

Alessia Biasiolo

 

Studi clinici durante la Grande Guerra

La prima guerra mondiale fu anche occasione per studiare più approfonditamente alcuni casi clinici. Era già capitato, di osservare la vitalità di un uomo vissuto per 20 anni con un proiettile nel ventricolo destro e deceduto a causa di una polmonite, oppure di un altro che visse 6 anni con una palla di fucile nel cuore. Durante la guerra, i casi di sopravvissuti a ferite cardiache con proiettili o parti di essi rimasti nell’organo si sommarono, con conseguenti casi di studio. Si cita, ad esempio, di un uomo classe 1888 di Castelverde, Brugnoli Ernesto, ferito alla spalla durante l’offensiva sull’Isonzo del 4-5 agosto 1915 che, pur lamentando dolori al petto, non venne curato per una probabile ferita vicina al cuore, dato che per i medici era improbabile una traiettoria tale del proiettile che gli aveva causato la perdita del braccio. Finalmente, passando da un ospedale all’altro, nel giugno del ‘16 il soldato ottenne di essere rimandato a casa, dove morì un mese dopo. L’esame autoptico rivelò che la causa della morte era stato proprio un proiettile nel cuore, in una nicchia di circa 3 centimetri, causa dei dolori atroci lamentati dal povero ferito senza che nessuno potesse diagnosticarne correttamente la causa. L’organo venne mantenuto per poter studiare il caso. Nell’aprile 1917, all’Accademia medico-fisica di Firenze, il professor Luisada illustrò un altro caso di traumatologia di guerra: argomentato con fotografie e radiografie, fu possibile mostrare come un soldato vivesse con un proiettile austriaco nel cuore dove si era parimenti incistato. Il maggiore medico Goffredo Pierucci presso l’ospedale militare principale di Brescia, dimostrò altri 2 casi significativi. Un soldato era stato ferito nel ‘15 da un proiettile di shrapnell penetrato nella cavità addominale senza ledere organi vitali, quindi passato obliquamente nel diaframma ed entrato nel ventricolo destro del cuore dove rimaneva causando solo alterni problemi respiratori. Nel novembre 1916, invece, un ufficiale ferito nella regione mammellare sinistra ebbe il proiettile rimbalzato sullo sterno e conficcatosi nel cuore, con soli problemi respiratori anche in questo caso. La radioscopia permise di dimostrare i movimenti dei proiettili nell’organo durante la vita dei pazienti. Gli studi si moltiplicarono non solo relativamente ai soldati. Era evidente come le donne lavorassero molto e, spesso, molto più di quanto avrebbe fatto un uomo, date le necessità del tempo di guerra. Tuttavia, il confronto tra donne di città e di campagna metteva in risalto come queste ultime non solo fossero sottoposte a lavori molto più pesanti, ma fossero il ritratto della salute. Ciò fu imputato all’aria aperta, ai vestiti morbidi e larghi e, di conseguenza, a minore acido urico nel sangue. Pertanto al miglior funzionamento renale. Veniva consigliato, quindi, di sospendere per qualche momento i lavori di casa e di dedicarsi ad una passeggiata corroborante, assieme al largo consumo di acqua e di cibi sani, uniti a buone dormite. Una migliore salute sarebbe stata sinonimo di miglior vita e migliore aspetto. Senza accennare alla paura causata dalla guerra e alla scarsità di cibo che, spesso, rendeva impossibile riposo e serenità.

Alessia Biasiolo

In Arena trovata la prima sepoltura umana

Lo scheletro ritrovato in Arena

È la prima e unica sepoltura rinvenuta all’interno dell’Arena. Un ritrovamento davvero eccezionale quello nell’arcovolo 31 dell’anfiteatro, dove i lavori in corso hanno portato alla luce i resti di un corpo umano, perfettamente conservato e che sarà oggetto di un’importante valorizzazione.

Le analisi che verranno effettuate nelle prossime settimane saranno in grado di fornire con precisione tutti gli elementi utili per ricostruire l’epoca in cui è avvenuta la sepoltura e i caratteri dell’individuo ritrovato. Tuttavia gli esperti della Soprintendenza sembrano non avere dubbi: si tratta del corpo di una donna, la cui posizione con le braccia conserte e poste leggermente sotto il petto è tipica delle sepolture. Pure l’epoca sembra abbastanza chiara, e si evince dalla profondità del ritrovamento, che rimanderebbe al periodo tardo antico, compreso tra il terzo e il sesto secolo dopo Cristo.

Ma potrebbero esserci delle sorprese, come è successo per l’inaspettata scoperta, che ha lasciato a bocca aperta addetti ai lavori e non.

La scoperta. È avvenuta nell’ambito degli importanti lavori di restauro che si stanno realizzando all’interno dell’anfiteatro, con un cantiere articolato che prevede la riqualificazione completa degli arcovoli. È proprio all’arcovolo 31 che i ricercatori della Soprintendenza, al lavoro per il sopralluogo necessario al restauro, hanno trovato tracce di bruciatura tra le pareti. Si aspettavano di rinvenire i resti della fornace di un fabbro, come già accaduto durante altri scavi, invece si sono abbattuti su una sepoltura, sicuramente successiva al primo secolo dopo Cristo, epoca a cui risalgono i cocci rotti usati come selciato e spostati, più di 1500 anni fa, per fare spazio alla sepoltura.

Le analisi. Lo studio dettagliato dello scheletro avverrà una volta estratto dall’arcovolo e portato in laboratorio per gli esami e le analisi specifiche. Verrà usato lo strumento del carbonio -14, il metodo più utilizzato per le datazioni in archeologia e che porterà a definire con precisione non solo l’epoca a cui risale il reperto, ma anche a definire i caratteri dello scheletro, dall’età alla corporatura, fino alle cause della morte. Tempo un mese e si avranno tutte le informazioni utili per conoscere meglio questa straordinaria scoperta.

Il Sindaco e l’Assessore sul luogo del ritrovamento

Proprio per la sua straordinarietà, si pensa già a come valorizzarla e far sì che sia fruibile a cittadini e turisti. Il primo a voler vedere il ritrovamento è stato il sindaco Federico Sboarina, con l’assessore ai Lavori pubblici Luca Zanotto, il soprintendente Vincenzo Tinè, Brunella Bruno e Irene Dori rispettivamente archeologa e antropologa della Soprintendenza.

“Questo monumento non finirà mai di stupirci – ha detto il sindaco”.

“In questa fase del cantiere sono in corso i lavori per gli allacciamenti ai quadri elettrici e i passaggi dei sottoservizi – ha spiegato Zanotto-. Da qui la necessità si scavare su più punti, un lavoro che viene fatto con tecniche di precisione e rispettose del monumento e sei suoi materiali. La scoperta è inaspettata quanto bene accolta, rende l’Arena ancora più unica, un monumento davvero ricco di storia che abbiamo il dovere di conservare al meglio”. “È importante attirare l’attenzione di tutti di fronte a tale scoperta – ha aggiunto Tinè-. In archeologia, ritrovare degli scheletri è sempre emozionante, farlo all’interno dell’Arena è qualcosa di unico e davvero eccezionale. Abbiamo già scavato delle sepolture all’interno dell’anfiteatro, ma mai in questa posizione, dentro un arcovolo cieco. Non pensavamo di rinvenire livelli romani conservati in situ, riteniamo che questa sepoltura sia stata inserita in epoca Tardo Antica o Alto Medievale al massimo, tanto che crediamo meriti adeguata valorizzazione”.

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

Il colera politico. Conclusione

(segue)

All’idea dell’avvelenamento politico si rifaranno in Italia anche nel 1910-11, in occasione di un’altra epidemia che riporterà alla parola Medioevo per indicare l’arretratezza di pensiero tornata a credenze popolari che si pensavano superate, mentre si ricorrerà ancora all’idea di untori o di avvelenatori nel caso dell’epidemia di spagnola che colpirà l’Europa tra la fine della prima guerra mondiale e i primi mesi di pace.

Di quell’epidemia non abbiamo molte notizie scritte, dato che la censura interverrà a man bassa per fare sparire ogni notizia che poteva demoralizzare il popolo, dal momento che i primi segni del dilagare dal morbo si ebbero nei momenti decisivi per il conflitto.

Ci sono anche in quell’occasione dei provvedimenti dei prefetti che vietano i funerali, ma anche di portare il viatico e di suonare le campane in segno di qualcuno agonizzante, proprio per non dare nelle persone l’idea del vero impatto della malattia.

Ancora una volta il governo confida nei parroci per divulgare idee di positività e negare che fosse in atto un’epidemia e lo stesso Vittorio Emanuele Orlando, capo del governo, tuona contro chi metteva in giro voci su una malattia terribile in circolazione.

Il nemico imputato di diffondere una malattia, tra le superstizioni circolanti sommessamente, era il tedesco, ma anche il governo di Roma che a molte masse era ancora inviso.

Finita la guerra, si rimarcava il concetto che il “regalo” dell’influenza che mieteva migliaia di vittime fosse stato lasciato dai tedeschi.

Proprio quando un amico di Pellegrino Artusi, Olindo Guerrini, nome d’arte Lorenzo Stecchetti, pubblica il suo libro “L’arte di utilizzare gli avanzi della mensa”, manualetto molto diffuso, anche se non ebbe la fortuna del libro dell’amico. In quel momento di penuria di cibo e soldi, infatti, avere un ricettario che nobilitava la casalinga abitudine di non buttare via niente e di provare ad utilizzarlo al meglio, dava un ché di moderno e alla moda.

Un modo come un altro per cercare di risollevarsi da una terribile guerra.

 

prof.ssa Alessia Biasiolo