Morire di virus in guerra

Nell’ottobre del 1918 iniziò quella che ricordiamo come la Battaglia di Vittorio Veneto che vide l’Italia riscattare la disfatta di Caporetto dell’anno precedente e, anche a costo del sacrificio dei ragazzi più giovani, nati nel 1899, vincere la Grande Guerra piegando il nemico austriaco. Quando i fanti entravano vittoriosi a Trento e a Trieste, portando il tricolore a sventolare laddove ancora non era arrivata la redenzione italiana, iniziava già a serpeggiare quella che diventerà famosa come la febbre spagnola. Dopo una guerra devastante, il mondo doveva fare i conti con un’epidemia influenzale senza precedenti, che colpì 500 milioni di persone causandone la morte di almeno 50milioni, il 3-5% della popolazione mondiale.

Chiamata spagnola perché si ebbero le prime notizie mediche dalla Spagna dove l’epidemia venne subito presa sul serio e messa sotto controllo, sembra abbia avuto origine negli Stati Uniti, diffondendosi soprattutto tra i militari che, poi, la portarono in Europa contribuendo a diffonderla rapidamente. In Francia, infatti, cominciarono a registrarsi casi in un ospedale militare, con febbre molto alta ed elevata mortalità, già alla fine del 1917, quando negli USA non erano stati circoscritti i casi manifestatisi in caserme e addirittura a New York, dove il virus sembra circolasse già dalla primavera. In Europa, le condizioni di guerra e anche degli ospedali da campo, l’uso di armi chimiche, la promiscuità non solo dei soldati, ma anche con animali, soprattutto in trincea, probabilmente contribuirono a mutare i virus influenzali, anche se non è escluso che il processo abbia avuto luogo in altre zone, per poi arrivare in Europa. Non è escluso che, come anche per altri casi, il virus della spagnola si sia evoluto da un virus aviario per poi mutare l’emoagglutinina e la neuramidasi in ceppo umano, anche se senz’altro l’alta virulenza della spagnola è da attribuirsi alle precarie condizioni di vita del tempo. Dopo anni di guerra, mancanza di cibo e denutrizione, scarsa igiene anche tra la popolazione per mancanza di acqua potabile o di accesso ad essa, abitazioni distrutte, miseria, ammassamento degli sfollati: tutto si sommava alla condizione dei militari e, quindi, alla probabilità che l’influenza tipica dei mesi invernali, portasse a peggiorare le condizioni di salute della popolazione mondiale.

L’impatto dell’influenza spagnola comportò la necessaria costruzione di ospedali di emergenza, da campo, dove ospitare le persone malate, molte delle quali non sopravvissero, così come vennero adibite a luoghi di cura strutture come scuole o chiese. Una delle particolarità fu che, se solitamente i più colpiti dall’influenza sono anziani e bambini, la spagnola del 1918 colpì prevalentemente persone giovani, come se non fossero mai entrate in contatto con un virus similare, se non lo stesso, tanto da non esserne per niente immuni, pertanto più esposte agli effetti nefasti del contagio. Bisogna inoltre considerate anche i frequenti viaggi motivati dalla guerra che portavano le persone a spostarsi più che in altri periodi, pertanto diffondendo più facilmente il virus responsabile della pandemia. Nessun angolo del pianeta venne risparmiato dall’influenza spagnola, tanto nei continenti quanto nelle isole; particolarmente forte si manifestò tra i nativi americani.

L’allarme cessò verso i primi mesi del 1919, quando la diffusione dei casi si fermò, lasciando dietro di sé più decessi del conflitto mondiale stesso.

Alessia Biasiolo

 

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