La nuova stagione di Roma Sinfonietta

Presentata dal Rettore dell’Università Tor Vergata Giuseppe Novelli e dal direttore artistico di Roma Sinfonietta Luigi Lanzillotta la stagione dei concerti 2014, che si svolgerà fino al 21 maggio nell’Auditorium “Ennio Morricone” della Facoltà di Lettere e Filosofia. Il rettore Giuseppe Novelli, dimostrando di credere nell’importanza della musica per la completa formazione intellettuale degli studenti e per il consolidamento del senso di appartenenza di studenti, professori e personale tutto alla comunità universitaria, ha voluto rinnovare e rafforzare la collaborazione tra queste due prestigiose istituzioni della capitale, che si concretizza in una ricca serie di appuntamenti. Fino al 21 maggio 2014 sono in programma 10 concerti in abbonamento, un concerto straordinario per la pace e alcuni incontri speciali con popolari cantanti e musicisti.

Il programma ideato dal direttore artistico Luigi Lanzillotta propone un’offerta musicale molto articolata, che abbraccia un ampio ventaglio di esperienze musicali, dal Settecento ai nostri giorni, dalla musica sinfonica alla cameristica, dall’opera al jazz. In sintesi, i dieci concerti in abbonamento si possono suddividere in quattro concerti sinfonici, due concerti cameristici, un concerto lirico e tre concerti jazz: ma questo non dà pienamente conto della varietà delle proposte.

I concerti, tranne un paio di eccezioni, si svolgeranno il mercoledì, e l’orario di inizio è sempre le 18.00.

Il 5 marzo, primo appuntamento con la musica da camera. Si ascolteranno musiche di Mozrt, Reinecke e Debussy affidate al flauto di Mario Ancillotti, uno dei musicisti italiani più rappresentativi nell’ambito del suo strumento, oltre che direttore d’orchestra e organizzatore. A Roma molti lo ricordano perché divideva con Severino Gazzelloni l’incarico di primo flauto dell’Orchestra della Rai, prima di dedicarsi interamente all’attività solistica. Con lui suona il pianista Alessandro Marangoni. Aggiunge ulteriore interesse al concerto la partecipazione di una grande attrice come Milena Vukotic, che interpolerà alla musica la lettura di testi di Mozart stesso, di Pierre Louys e di Friedrich de La Motte Fouqué.

La musica da camera torna il 12 marzo con un altro grande solista di strumento a fiato, Alessandro Carbonare, che è stato primo clarinetto dell’Orchestre National de France e ora lo è dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Ha suonato come solista con grandi direttori, tra cui Claudio Abbado, che l’ha voluto anche per l’incisione del Concerto K. 622 di Mozart. Con il pianista Monaldo Braconi e la violinista Elisa Papandrea ha impaginato un programma che esplora diversi aspetti della musica dei primi decenni del ‘900: Stravinsky, Poulenc, Gershwin arrangiato da Russell Bennett e Weill rivisitato da Priolo. Accanto a questi classici del Novecento, due autori contemporanei, il salentino Francesco Maggio, compositore di grande talento naturale e spontaneamente portato a valorizzare l’aspetto comunicativo della musica, e il clarinettista, sassofonista e compositore tedesco Reiner Kuttenberger, di cui sarà eseguito un pezzo di forte carica teatrale.

Il 26 marzo entra in scena il jazz con il duo Fabrizio Bosso – Luciano Biondini. Le doti d’improvvisatore e la tecnica virtuosistica fanno di Bosso uno dei piu’ grandi trombettisti di jazz al mondo, mentre Luciano Biondini e’ uno dei maggiori fisarmonicisti italiani e un vero maestro e virtuoso del suo strumento. I due si conoscono e si ammirano da molto tempo e da qualche anno si esibiscono spesso in duo. In questo concerto spaziano da pezzi di loro ideazione a Brahms, a Rota e a The Shadow of Your Smile di Johnny Mandel e Paul Francis Webster, portato al successo dalla cantante brasiliana Astrud Gilberto e vincitore nel 1965 di un Academy Award e un Grammy.

Il 2 aprile secondo appuntamento con l’Orchestra Roma Sinfonietta, che questa volta presenta due capolavori della musica barocca. Lo Stabat Mater è l’ultima composizione di Giovan Battista Pergolesi, portata a termine pochi giorni prima della sua precocissima morte a soli ventisei anni: era la prima volta che la musica sacra si animava di un calore e una carica emotiva nuovi, che dopo quasi trecento anni non si sono ancora attenuati. A Pergolesi segue  Georg Friedrich Haendel con la sfavillante Suite in re maggiore per trombino e archi. I solisti sono Paola Sanguinetti  e Renata Lamanda in Pergolesi e Andrea Di Mario in Haendel. Sul podio Carlo Rizzari, che al ruolo di assistente di Antonio Pappano all’Accademia di Santa Cecilia affianca una carriera internazionale sempre più intensa e ricca di soddisfazioni.

Il 9 aprile ritorna il jazz con Natalio Mangalavite, pianista argentino di origini italiane e tornato da più di vent’anni in Italia, dove una brillante attività di solista, collaborando canche on Fabio Concato, Peppe Servillo, Fabrizio Bosso e e altri musicisti del mondo pop, jazz e etnico. Il titolo del suo concerto, “Musica dalla fine del mondo”, si riallaccia a una frase di papa Francesco I, quando ha detto di venire dalla fine del mondo, l’Argentina. Sono infatti in programma autori argentini e  di altri paesi sudamericani, tra cui non può mancare Astor Piazzolla.

Venerdì 11 aprile, fuori abbonamento, un concerto per la pace con l’Ensemble Musica d’Oggi e la partecipazione di Anna Oxa. Musiche di Ennio Morricone, Donatella Caramia, Matteo D’Amico e dei giovanissimi Alessandra Ravera e Domenico Turi.

Un’occasione da non perdere è il concerto del 30 aprile con Mariella Devia, accompagnata dal pianista Antonello Maio. Questa grande signora del bel canto riserva al pubblico di Tor Vergata un prezioso recital verdiano, in cui eseguirà alcune romanze da camera e tre arie tratte dalle opere I Lombardi alla prima crociata, Il Corsaro e I Vespri siciliani, mettendo al servizio di Verdi la sua tecnica squisita e infallibile, che oggi probabilmente non ha eguali al mondo.

Il 7 maggio torna l’Orchestra Roma Sinfonietta per un concerto dedicato ai due grandi rappresentanti dello stile classico, Haydn e Mozart, con Luigi Piovano come direttore e solista. Piovano è primo violoncello dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia e primo violoncello ospite della Tokyo Philharmonic Orchestra e della Seoul Philharmonic Orchestra e svolge contemporaneamente un’intensa attività di solista, che l’ha portato a suonare con illustri partner come Wolfgang Sawallisch, Myung-Whun Chung e soprattutto Antonio Pappano, con cui collabora regolarmente dal 2007. Dal 2002 svolge inoltre un’attività di direttore d’orchestra, che è in grande espansione e lo vede spesso sul podio dei Musici Aurei, con cui ha inciso vari cd.

L’ultimo concerto di jazz, il 14 maggio, è un appuntamento da non perdere con un quartetto d’eccezione, formato dalla voce di Maria Pia De Vito, dal pianoforte di Rita Marcotulli, dal contrabbasso di Ares Tavolazzi e dalla batteria di Roberto Gatto, cioè da quattro dei migliori musicisti jazz italiani. In programma musica della stessa Marcotulli e di Duke Ellington.

Come aveva inaugurato la stagione, così l’Orchestra Roma Sinfonietta la chiude, il 21 maggio. Fabio Maestri dirige un programma che vede Vincenzo Bolognese, primo violino di spalla dell’Opera di Roma, impegnato in ben tre brani: il Concerto in re minore per violino, pianoforte e archi di Mendelssohn (con Michelangelo Carbonara al pianoforte), il Valse-Scherzo op. 34  di Ciajkovskij e il Poème op. 25 di Chausson. Maestri dirige inoltre le Danze rumene di Bartok.

Affiancheranno i concerti incontri, che si svolgeranno alle ore 12.00: con Amedeo Minghi il 5 marzo, con il giovane cantautore calabrese emergente Dario Brunori Sas il 9 aprile e con altri musicisti e cantanti da determinare.

Mauro Mariani

 

David Garrett a Genova

Genova è città di cantautori e musicisti illustri. La sua relazione con la musica è radicata nella storia e “si respira” passeggiando per gli stretti caruggi del centro storico, alla ricerca dei luoghi che hanno ispirato canzoni o che sono stati palcoscenico di memorabili esibizioni.

Il musicista genovese più celebre al mondo è senza dubbio Niccolò Paganini, eccellente violinista, noto per i suoi virtuosismi e per la sua sregolatezza, che tanto amò la sua città da decidere di lasciarle in eredità il suo preziosissimo violino Guarneri del Gesù (1743), conservato a Palazzo Tursi all’interno della Sala Paganiniana.

Dal 18 al 22 febbraio Genova rende omaggio al suo celebre concittadino con una “settimana paganiniana”, ricca di iniziative, concerti, anteprime e musica. Protagonista di questa settimana sarà David Garrett, uno dei più celebri e amati violinisti a livello internazionale, artista di grande popolarità, paragonabile ormai a quella delle più note popstar internazionali.

Il ricco programma della settimana include l’ anteprima nazionale del film “Il violinista del diavolo”, un concerto di David Garrett al Carlo Felice e un importante calendario di eventi dedicati alla figura e all’opera di Paganini, organizzato dal Conservatorio.

Il film, ispirato ad un breve periodo della vita del violinista genovese, vede come protagonista, nel ruolo di Paganini,  proprio David Garrett, al suo esordio come attore cinematografico. La produzione, di grande spettacolarità, sarà distribuita nei cinema di tutta Italia e d’Europa. L’anteprima italiana, in onore alla “genovesità” di Paganini, si svolgerà mercoledì 19 febbraio alle ore 20.30 presso il Cinema Sivori.

Il giorno dell’anteprima, 19 febbraio, alle 18,30,  David Garrett, nell’ambito del progetto “Fuori Teatro”, incontrerà la città nel foyer del Teatro Carlo Felice. Saranno presenti all’incontro: Marco Doria, Sindaco di Genova; Carla Sibilla, Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Genova; Giovanni Pacor, Sovrintendente del Teatro Carlo Felice.

Nell’occasione il Sindaco di Genova presenterà l’edizione 2015 del “Premio Paganini”. Istituito dalla Città di Genova nel 1954, in ricordo del celebre virtuoso, il “Premio Paganini” è uno dei massimi concorsi internazionali di violino, e ha laureato nel corso degli anni violinisti straordinari quali Salvatore Accardo, Gidon Kremer, Leonidas Kavakos, Ilya Gringolts. Fondazione Bracco, proseguendo nel suo impegno verso la città di Genova,  dopo il progetto “Arte e tecnologia”, che ha visto la partnership con il Comune genovese per valorizzare il patrimonio dei Musei di Strada Nuova grazie a tecnologie d’avanguardia, contribuirà al rilancio del Concorso Internazionale finanziando il primo e il secondo premio.

Il giorno seguente, 20 febbraio, alle ore 20.30, il Carlo Felice ospiterà una delle tre date italiane di David Garrett, in concerto con l’orchestra del teatro diretta dal M° Johannes Wildner.

Altri eventi in programma nel corso della “settimana Paganiniana”: il concerto della violinista Bin Huang, vincitrice del premio Paganini nel 1994, che si svolgerà presso il Conservatorio Paganini martedì 18 febbraio alle ore 20.30 e una masterclass, che la stessa violinista terrà in conservatorio dal 20 al 22 febbraio.

Articolo di M. Chiappa

Le manifestazioni “fuori teatro” al Teatro Carlo Felice

Proseguono anche durante la settimana in corso, gli appuntamenti del progetto “fuori Teatro”, uno dei quattro filoni di eventi con l’intento di mantenere più che mai vivo e attivo lo spazio-Teatro, coniugando l’ascolto della musica con il piacere di trascorrere nel foyer del Carlo Felice momenti gradevoli e leggeri organizzati in collaborazione con Qui Group, con inoltre la possibilità di degustare un aperitivo in un ambiente unico e suggestivo grazie al raffinato servizio curato da Svizzera Ricevimenti.

Gli appuntamenti della settimana:

Mercoledì 12 febbraio 2014 – ore 18.00

Foyer Teatro Carlo Felice

Indovina chi viene a Teatro

con Enrico Stinchelli

Giovedì 13 febbraio 2014 – ore 17.00

Auditorium Eugenio Montale

Conferenza Illustrativa su Madama Butterfly

a cura di Enrico Stinchelli

Giovedì 13 febbraio  2014 ore 19.00

Foyer Teatro Carlo Felice

RICCARDO ARRIGHINI TRIO

Riccardo Arrighini pianoforte

Pietro Martinelli contrabbasso

Emiliano Barrella batteria

Sabato 15 febbraio 2014 – ore 16.00

Auditorium Eugenio Montale

Audizione discografica: Madama Butterfly

A cura di Lorenzo Costa

Domenica 16 febbraio 2014 ore ore 11.00

Foyer Teatro Carlo Felice

Maria Grazia AMORUSO

Organo a canne di legno Giorgio Questa

Ensemble Ars Musica

 Franz Joseph Haydn

Concerto n.1 per organo e orchestra in Do maggiore

Franz Joseph Haydn

Concerto n.3 per organo e orchestra in Fa maggiore

Fraska

La notte magica, il riflesso della luna, una donna-angelo dagli occhi chiusi la cui bellezza fa volare sfilando su stelle microscopiche… Sono queste le immagini verbali magistralmente abbinate alla romantica melodia dell’ultimo brano di Fraska, il cantautore marchigiano già apprezzatissimo da Sergio Caputo (suo primo produttore), Fiorello, Biagio Antonacci e Gianluca Guidi. Bella, titolo del quarto singolo dell’album Come la primavera, uscito l’11 gennaio, su tutte le principali piattaforme digitali, integrata dal nuovissimo videoclip diretto da Raffaele Filippetti e che vede la partecipazione straordinaria della ballerina, attrice ed anchor woman Rossella Brescia. Non è un caso che la scelta sia ricaduta sull’attuale conduttrice radiofonica (insieme a Max Pagani, Barty Colucci e Claudio Cannizaro) di “Tutti pazzi per RDS”, che tra l’altro trasmette come jingle i due precedenti successi di Gianmarco Frascaroli (questo il nome di battesimo del cantautore) – Rock and Roll e Come la pimavera. Come lui stesso afferma, “Bella è un brano pop che ho scritto di notte dopo aver sognato una donna che sfilava tra le stelle. La melodia ed il ritornello li avevo trovati da qualche mese. Ad ottobre, quando ho conosciuto Rossella, ho pensato subito che la sua bellezza pura, mediterranea e la sua dolcezza nel danzare sarebbero state perfette per il videoclip. E’ un brano che mi fa pensare alla femminilità e alla bellezza di una donna che hanno il potere di fermare il tempo immergondoci in attimi di incanto”. Altrettando spontanea è la dichiarazione di Rossella che afferma: “E’ stato molto piacevole lavorare con un professionista come Fraska! Credo nel suo talento, motivo per cui ho accettato di lavorare a questo video clip. Mi piace sponsorizzare i giovani, il loro estro: per me la musica è arte, è quotidianità, è vita!!!! ”
La canzone ed il videoclip di Bella sono stati realizzati grazie al prezioso supporto di: Comune di Ancona Assessorato Cultura, Politiche Giovanili e Turismo, Pastificio Luciana Mosconi di Matelica (MC) – Cantine Teanum di San Severo (FG) – Oliver Uomo e cerimonia di Filottrano (AN) – Adriatica Distribuzione ottica S.r.l. di Sirolo (AN) e Hotel Monteconero Badia San Pietro di Sirolo (AN).

Elisabetta Castiglioni

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Verona Jazz Winter 2014

Il celebre Verona Jazz Festival, che nei decenni nella stagione estiva ha accolto nei magnifici teatri all’aperto di Verona le grandi star  del jazz mondiale,  si presenta adesso, nella stagione invernale, in due sale teatrali cittadine: il Ristori, dalla splendida acustica, ormai ben conosciuta, e il Teatro Camploy.

Il secondo appuntamento della rassegna è per il  3 febbraio al Teatro Ristori, con la voce di Cécile McLorin Salvant, assieme al trio composto da  Aaron Diehl piano,  Paul Sikivie contrabbasso, Rodney Green batteria.

Cécile si è rivelata nel 2010 a Washington dove i giurati del Thelonious Monk Jazz Competition (nomi come Patti Austin, Dee Dee Bridgewater, Kurt Elling, Al Jarreau, Dianne Reeves), fra i massimi concorsi, le hanno assegnato il Primo Premio. “Se qualcuno possa essere considerato l’erede delle Big Three – Billie Holiday, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald – è questa virtuosa di 23 anni” (S. Holden, New York Times, 3.2.2013). In Italia si è ascoltata solo quest’anno a Umbria Jazz, guest artist con Winton Marsalis; ritorna alla fine dell’anno a Orvieto, per Umbria Jazz Winter; e poi al Ristori, unica data italiana, nell’ambito di una tournée europea.

Nata a Miami da un medico haitiano e da una docente francese della Guadalupa, Cécile McLorin Salvant ha iniziato con la formazione musicale classica, proseguendo in Francia, dove accresce l’interesse per il jazz e il blues. Il primo cd Cécile viene infatti registrato a Parigi nel 2009 con jazzisti francesi; il secondo, WomanChild, è uscito invece nel 2013 negli Stati Uniti. Tra i musicisti di quest’ultimo album il pianista Aaron Diehl, parte della formazione che ascolteremo al Ristori.

Così lo recensisce la rivista francese Jazz Hot: “Una straordinaria rivelazione del jazz vocale contemporaneo […] La sua maturità artistica (miracolosa per la sua età) si combina con le sue intuizioni culturali e con il giovane impulso di una cantante che ha da poco passato i venti. Cécile già possiede qualcosa di eccezionale: una compiuta personalità artstica” (Y. Sportis, Jazz Hot primavera, 2013).

Terzo appuntamento al Ristori è il  2 marzo, con il piano di Brad Mehldau,   in formazione ‘classica’ con Larry Grenadier al contrabbasso e Jeff Ballard alla batteria.

Mehldau ha ricevuto ben quattro nominations ai Grammy Awards. È stato il primo musicista jazz a ricevere la Carnegie Hall Composer Chair – un onore che in precedenza hanno avuto solo John Adams, Thomas Adés, Louis Andriessen, Elliott Carter, Pierre Boulez. In questa stagione, fittissima di concerti negli Stati Uniti e in Europa, tocca in Italia il Ristori e Roma, all’Auditorium Parco della Musica.

Ma è solo qui a Verona che viene in trio. Where do you start è il suo ultimo cd, uscito nel 2012 per la Nonesuch. L’album “indica che Mehldau sta entrando in una nuova formidabile fase della sua carriera” (M. Longley, BBC Music, 2012). “La conversazione musicale fra i tre è una fra le più magiche del jazz di oggi” (Downbeat, che lo ha premiato nel 2004 e nel 2007). Attraverso la formazione del trio, Mehldau rende omaggio alla tradizione del jazz e, al tempo stesso, sperimenta la sua personale visione musicale.

La sua musica è stata scelta per la colonna sonora di film come Eyes wide shut, il film di Kubrick con Tom Cruise e Nicole Kidman, e in The Million Dollar Hotel, di Wenders, fra gli altri.

Il primo concerto al Teatro Camploy è il 7 febbraio, con il veronese Mauro Ottolini e il suo ensemble Sousaphonix, presentando  il concept album  Bix Factor.  Ottolini, premiato con il Top Jazz 2012, ha creato con il suo ensemble  questo album dedicato alla musica degli anni Venti e Trenta. Record di vendite per Egea Records,  e colonna sonora di un racconto fantastico che ha come protagonisti personaggi dell’epoca che rivivono in musicisti di oggi.

Il secondo concerto al Teatro Camploy è il 17 febbraio, con l’Enrico Zanisi Trio  (Enrico Zanisi piano, Joe Rehmer contrabbasso, Alessandro Paternesi batteria). Premiato al Top Jazz 2012 come Miglior Nuovo Talento, ventitré anni,  Zanisi ha pubblicato nel 2012 Life Variations, suo secondo cd.

“I pezzi da lui scritti – dove blues, bebop, swing e classica coesistono – sono veramente composizioni a tutto tondo. […] Mostrano un pianista in ascesa, conscio del suo passato classico, ma dedicato al suo futuro nel jazz.” (J. Ross, Downbeat).

Dopo il successo di Life Variations in uscita  il 14 gennaio per la Cam Jazz l’attesissimo nuovo album che il pianista romano pubblica con la stessa formazione che vedremo al Teatro Camploy.

Terzo e ultimo  appuntamento al Camploy è il 24 febbraio con il Giovanni Guidi Trio (Giovanni Guidi piano, Thomas Morgan contrabbasso, João Lobo batteria).

Info biglietti: www.teatroristori.org

Articolo di Benedetta Cristofoli

 

 

Deep Purple in Italia

Le leggende del rock  Ian Gillan (voce), Steve Morse (chitarra), Roger Glover (basso), Don Airey (tastiere) e il fondatore Ian Paice (batteria), meglio noti come Deep Purple, ritornano in Italia il 18 luglio 2014 a Barolo (CN), nell’ambito del festival Collisioni 2014 – Harvest.

Dopo aver pubblicato il 26 aprile 2013 “Now What?!”, il diciannovesimo album in studio della loro carriera, i Deep Purple hanno intrapreso, dopo due anni di assenza dai palchi, un trionfale tour mondiale che ha riconfermato ancora una volta l’indiscusso valore della storica formazione hard rock inglese. L’ultimo disco di inediti, “Now What?!”, è considerato uno dei migliori lavori della band e ha debuttato al n. 12 della classifica italiana, mentre in Germania, Austria, Repubblica Ceca e Norvegia è balzato direttamente al n. 1 e in Russia è diventato disco d’oro.

Con il nuovo tour estivo del 2014, i Deep Purple alterneranno i brani dell’ultimo album ai grandi e indimenticabili classici –Smoke on the Water, Child in Time, Highway Star, Hash,  che li hanno resi celebri in oltre 45 anni di onorata carriera.

I dettagli della data:

DEEP PURPLE + guests

venerdì 18 luglio 2014

Barolo (Cuneo)
Piazza Colbert – Collisioni Festival
Apertura porte: 18,00

supporter: 20,30

Deep Purple on stage: 21,30

Biglietti:  26 € + d.p.

Biglietti in vendita sul circuito Ticketone e nei punti vendita autorizzati

Anna Gilardi

David Greilsammer. Il mio debutto a Roma

Greilsammer 1 C LeGrand

Presentare per la prima volta al pubblico romano giovani talenti destinati a un grande avvenire è da sempre una “specialità” della IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti) ma quello di David Greilsammer nell’Aula Magna della Sapienza (Piazzale Aldo Moro, 5), martedì 17 dicembre alle 20.30, sarà un debutto molto particolare, perché non si tratta di un giovane sconosciuto, ma di un pianista già famoso in mezzo mondo, che incredibilmente finora non ha mai suonato a Roma.

Greilsammer, nato in Israele trentasei anni fa, è considerato uno dei musicisti più affascinanti, audaci e visionari della sua generazione. Non è soltanto un musicista completo (è direttore d’orchestra oltre che pianista), ma i suoi interessi si estendono anche alle altre arti e sta realizzando una serie di progetti innovativi in spazi insoliti, collaborando anche con famosi performer di ogni campo artistico e creando programmi interattivi di musica per un pubblico giovane.

Si è guadagnato fama internazionale anche per il suo approccio alla musica intelligente ed audace e con i suoi programmi fuori dai canoni affascina il pubblico e la critica, che ne ha lodato la sensibilità, la freschezza e l’eleganza (il New York Times ha definito “exquisite” uno di questi suoi programmi). Nei suoi concerti musiche ed autori non sono infatti ordinati secondo un criterio accademico e si susseguono in un apparente disordine, secondo una libera associazione di caratteri, stili ed epoche diverse. Il programma del suo concerto romano è formato da dieci pezzi di cinque secoli diversi, dal diciassettesimo al ventunesimo. Greilsammer inizia con uno dei suoi autori prediletti, Wolfgang Amadeus Mozart, di cui ha eseguito tutti i Concerti per pianoforte e  orchestra in giro per il mondo e tutte le Sonate per pianoforte in un concerto maratona a Parigi: ma tra la Fantasia in do minore K. 475 e la Sonata in do minore K. 457 di Mozart inserisce Piano piece, un brano di Morton Feldman, protagonista insieme a John Cage della musica americana della seconda metà del ventesimo secolo. Poi passa alle eleganze rococò delle Barricades misterieuse di François Couperin e di nuovo salta al Novecento con Musica recercata n. 8 di György Ligeti.

Dopo una sosta con uno dei più noti pezzi pianistici del periodo romantico, il dolcissimo Impromptu in sol bemolle maggiore op. 90 n. 3 di Franz Schubert, Greilsammer torna indietro fino al Seicento di Johann Jakob Froberger, uno di più grandi clavicembalisti del suo tempo, che fuse le scuole tedesca, italiana e francese e a sua volta influenzò Bach. Poi passa a Wiegenmusik del nostro contemporaneo Helmut Lachenmann, musicista amatissimo ma anche controverso per la sua concezione radicale e utopica di una musica spoglia e depurata di espressività, che è stata definita “minerale”.

Con un’ultima giravolta Greilsammer chiude il concerto accostando la Suite in re minor HWV 447 del grande Georg Friedrich Haendel alla prima esecuzione italiana di WHAAM! dell’israeliano Matan Porat, che si è ispirato a un quadro di Roy Lichtenstein.

Programma della serata

Mozart Fantasia in do minore K.475

Feldman Piano Piece

Mozart Sonata in do minore K.457

Couperin Les Barricades Mystérieuses

Ligeti Musica Ricercata n. 8

Schubert Impromptu in sol bemolle maggiore op. 90 n. 3

Froberger Tombeau de Monsieur Blanchecroche

Lachenmann Wiegenmusik

Haendel Suite in re minor HWV 447

Porat Whaam! (prima italiana)

 

Biglietto intero dai 15,00 ai 25,00 euro; ridotto dai 12,00 ai 20,00 euro; under 30 8,00 euro; under 14 5,00 euro.

 

David Greilsammer pianista e direttore

Nato a Gerusalemme nel 1977, Greilsammer ha iniziato lo studio del pianoforte al Conservatorio Rubin della sua città e si è poi trasferito alla Juilliard School di New York, dove ha studiato prima con Yoheved Kaplinsky, e poi con Richard Goode.

Pianista e direttore, David Greilsammer è considerato uno tra i più affascinanti, audaci e visionari artisti della sua generazione.

Dopo il suo concerto di debutto nel 2004 al Lincoln Center di New York, è stato nominato ‘Giovane Musicista dell’Anno” ai Premi della Musica francesi nel 2008 e si è guadagnato fama internazionale per il suo approccio alla musica intelligente ed audace. Le esibizioni di Greilsammer con i loro programmi insoliti e affascinanti colpiscono il pubblico e la critica, che ne ha lodato la sensibilità, la freschezza e l’eleganza.

Dal 2009, David Greilsammer è Direttore Musicale dell’Orchestra da Camera di Ginevra, la cui fama internazionale si sta rapidamente sviluppando sotto la sua guida. Greilsammer non solo sta portando una grande varietà ed ecletticità nel repertorio dell’orchestra – incluse tre prime mondiali in questa stagione – ma sta anche realizzando una serie di progetti innovativi in nuove sale insolite, collaborando anche con famosi performers di ogni campo artistico e creando programmi interattivi di musica per un pubblico giovane .  Lo scorso giugno la stampa ha definito la partecipazione dell’Orchestra da Camera di Ginevra al Festival di Istanbul come “sublime”.

La scorsa stagione ha visto David Greilsammer e la sua Orchestra di Ginevra dare inizio ad una collaborazione che si prolungherà negli anni con il parigino Teatro della Gaîté lyrique – luogo deputato per le nuove arti –  dove insieme presentano ogni stagione una serie di concerti in cui si mescolano danza, teatro, video e musica e in cui Greilsammer appare come pianista, direttore e musicista di gruppi da camera.

David è Direttore Artistico dello Suedama Ensemble di New York, con cui nel 2006 incise i Concerti giovanili di Mozart, diretti dal piano. Il successo notevole di questo disco è stato immediatamente seguito da un contratto di esclusiva con Naïve Records e da tre nuove incisioni: un cd di piano solo intitolato “fantaisie_fantasme”, selezionato dal Sunday Times come uno dei “Records of the Year”del 2007; un’incisione degli ultimi Concerti di Mozart molto festeggiata dalla critica e una registrazione live con l’Orchestre Philharmonique di Radio France dalla Salle Pleyel di Parigi, in cui Greilsammer esegue l’ingiustamente dimenticata “Fantasia per Pianoforte e Orchestra” di Nadia Boulanger, insieme alla Rhapsody in Blue di Gershwin.

Nel 2011 David Greilsammer ha firmato un contratto di esclusiva con Sony Classical; il suo primo cd per questa etichetta è un recital di opere barocche e contemporane “Baroque Conversations”, pubblicato nella primavera 2012 ed è di imminete pubblicazione un nuovo disco.

Riconosciuto come interprete e specialista mozartiano, David Greilsammer consacra buona parte della sua attività alla musica di questo autore. Oltre ad aver suonato e diretto tutti i Concerti per pianoforte di Mozart in giro per il mondo, ha anche suonato il ciclo completo delle Sonate mozartiane in un’unica esecuzione maratona a Parigi e al Festival di Verbier.

Le ultime due stagioni hanno visto un numero importante di debutti internazionali di David: concerti con la San Francisco Symphony; con l’Orchestra del Mozarteum di Salisburgo sotto la direzione di Ivor Bolton alle Mozartwoche; con la Tokyo Metropolitan Symphony Orchestra alla Suntory Hall. E’ stato anche direttore e solista dell’ Orchestra Filarmonica di Torino e della Israel Chamber Orchestra a Tel Aviv.

Come solista David Greilsammer ha suonato al Lincoln Center di New York un programma intitolato “Gates”, e definito dal New York Times come “exquisite”, ha suonato in recital alla Wigmore Hall di Londra, ha debuttato in recital a Tokyo.

Greilsammer nei suoi programmi spesso contrappone opere del passato e del presente. al Kings Place di Londra la scorsa stagione ha proposto un programma in cui alternava Sonate di  Cage e di Scarlatti, e per il suo ritorno a Londra questa stagione suonerà un programma intitolato “Dancing Through Time”.

Articolo di Mauro Mariani

 

 

 

Ballando col piano. Le origini del Valzer

In tedesco walzen vuol dire rigirarsi (in inglese il termine corrispondente è waltz); e quindi il termine walzer indicava una serie di giravolte eseguite in perfetta armonia con le basi musicali.

Il Valzer deriva da alcune danze di origine austriaca e bavarese, come il Dreher (da ‘sich drehen’ girare su se stessi), il Landaus, la Deutsche, lo Yodler e soprattutto il Ländler, una danza popolare, oltre che da numerose altre forme di danza molto antiche e della più diversa provenienza come la Volte francese, la Sarabanda, il Canario, la Country inglese, l’Ecossaise.

Il Ländler era originariamente una danza di campagna o Contraddanza (deformazione dell’inglese Country dance) dall’andamento moderato e ritmicamente molto marcato, assai diverso dall’eleganza leziosa del Minuetto di origine aristocratica. Era già praticamente il Valzer, ed era diffuso nelle campagne sin dalla metà del ‘700. Finché erano contadini a ballare volteggiando abbracciati belli stretti, nessuno aveva molto da ridire; ma il Ländler arrivò a Vienna, dove venne adottato dalla borghesia. Mentre la borghesia aggiungeva gaudiosamente il Ländler alle proprie debosce, i ricevimenti della nobiltà si attenevano a un rigido protocollo. Si ballavano esclusivamente danze piuttosto noiose (e sessualmente innocue) come il Minuetto, la Scozzese e la Polacca. Le feste dei nobili, diversamente da quelle dei borghesi, non avevano fini di puro divertimento, ma ragioni molto più utilitarie: erano occasioni per imbastire trame politiche, combinare matrimoni, organizzare manovre finanziarie, oltre che dimostrare che chi le organizzava era potente. Dopo il Congresso di Vienna, 1815, la crema della politica e della nobiltà europea si concentrò in massa nella capitale dell’impero austroungarico per spartirsi la torta postnapoleonica. Fu un’epoca di frenesia teatrale, operistica e di concerti pubblici, e naturalmente la nobiltà locale fece a gara a chi dava la festa più ricca. Non si sa in quale palazzo risuonò il primo Ländler, ma questo ballo diventò di moda in pochi giorni.

Il Ländler era una specie di incontro ravvicinato del terzo tipo, tanto sconcio per l’epoca che l’Arcivescovo di Vienna emanò una bolla con la quale proibiva di ballarlo sotto pena di scomunica.

D’altro canto, ormai la nuova danza aveva preso definitivamente piede negli ambienti più esclusivi in sole 2 o 3 settimane perché ci si potesse rinunciare. Si ricorse quindi a un immediato escamotage: si cambiò il nome alla danza (“Non stiamo ballando il Ländler, stiamo ballando il Valzer, quindi niente scomunica!”). Per l’Arcivescovo fu una sconfitta tremenda.

Con l’affermarsi della borghesia il Valzer divenne una danza propriamente cittadina, più veloce ed elegante rispetto al Ländler e dal ritmo meno marcato. Questo ballo divenne in tal modo il sigillo di una civiltà complessa che cercava rifugio nella leggerezza e che chiedeva in primo luogo di scansare il dramma e la tragedia. Forse per questo un attempato burocrate asburgico poté dire che in fondo l’impero di Francesco Giuseppe aveva cessato realmente di esistere già con la morte di Strauss, come se quel mondo danubiano dal quale è nata tanta parte della più ardua e severa intelligenza moderna potesse riconoscersi soprattutto nella grazia superficiale e spumeggiante de Sul Bel Danubio blu. In quel suo ritmo circolare di una gioia che sempre fugge per sempre tornare, ma più tenue e lontana, il Valzer aveva fuso i due stati d’animo, apparentemente antitetici ma strettamente connessi, con i quali l’Austria presagiva e fingeva di ignorare la propria fine: lo scetticismo e la nostalgia.

Verso la fine del XVIII secolo il Valzer prese a diffondersi rapidamente in tutta Europa: non esistono, ad esempio, dei Valzer nel ricco repertorio mozartiano, a meno che non si vadano a ricercare nella lunga lista di opere di dubbia attribuzione. I 12 Valzer composti da Haydn nel 1792 e quelli composti da Beethoven nel 1795 recano ancora il titolo di Contraddanze; la forma vi è semplicissima: 2 periodi di 8 battute con ritornello, il melodizzare elementare ma gradevole, l’armonia ridotta all’essenziale.

Sviluppi e ascesa del Valzer

Il termine Valzer appare fra le prime volte in un’opera buffa di Martin Y Soler dal titolo La cosa rara, rappresentata a Vienna nel 1786. Fu anche il successo di quest’opera che contribuì alla irresistibile ascesa di questi brani. Per la loro grande semplicità, i compositori tenevano in scarsa considerazione questo genere, considerandolo privo di ogni pretesa artistica; gli editori tuttavia richiedevano con insistenza questo ballo, cominciando ad intravedere in esso una sicura fonte di guadagno. Spontaneamente il Valzer diventò un prodotto di consumo e per tutto il diciannovesimo secolo non ci furono compositori tanto grandi da disdegnare di contribuire a soddisfare la richiesta.

Sul piano strutturale la musica del Valzer ebbe una svolta importante grazie a Hummel che costruì una forma più complessa di componimento formato da tre elementi fissi: introduzione, Valzer vero e proprio, coda.

Il Valzer di Hummel era meglio articolato, con periodi (di 48 battiti) ben collegati fra loro. Forse senza volerlo, Hummel diede inizio alla fase della maturità del Valzer che diventò espressione artistica di alto livello. A partire dalle sue opere si attivarono in parallelo due percorsi musicali separati: il Valzer ballabile ed il Valzer colto, ovvero pura composizione.

Nell’ambito del ballabile coesistevano il Lento e l’Allegro. La composizione dell’orchestra era predeterminata dalla scelta del genere musicale. Per i brani ballabili era sufficiente un’orchestra ‘leggera’, quella che oggi chiameremmo orchestrina. Il filone del Valzer ballabile si sviluppò in modo particolare a Vienna dove ebbe interpreti illustri come i Lanner e gli Strauss.

Gli Strauss e il Valzer viennese

La famiglia Strauss divenne la regina del Valzer in tutta Europa, spingendo la propria fama sino in America. Attorno ai prolifici Strauss: Lanner e Liszt, Chopin, Czerny. Fu grazie a questi due musicisti padre e figlio che da genere disprezzato artisticamente, tanto che Mozart scrisse un libello dal titolo “Introduzione per comporre quanti Valzer si vuole per mezzo di due dadi, senza sapere nulla di musica o di composizione”, questo ballo ottenne stima e consensi.

Johann Strauss Senior (Vienna, 1804-1849), detto il “Padre del Valzer”, studiò violino ed armonia, suonò come orchestrale e si unì nel 1823 al quartetto Lanner, dove si distinse ben presto come eccelso violinista. In soli sei anni ebbe fama in tutta Europa con una sua orchestra personale. La musica di Lanner era di tipo diverso da quella di Strauss: era più lirica, mentre quella di Strauss era focosa, piena di brio, spettacolare; Strauss non dimenticava mai che stava componendo musica da ballo, anche quando l’ampliò creando il Valzer da concerto. Tra le sue composizioni più importanti vi sono Loreley-Rhein-Klange, il Cacilien Valzer, I cigni e la celeberrima Marcia di Radetzky. Nella sua ricca produzione asrtistica, oltre a Polke, Quadriglie, Marce e Galoppi, si contano più di 150 Valzer. Egli riuscì in tal modo a stabilizzare lo stile di questo ballo così popolare.

Se Johann Strauss Senior è stato il “Padre del Valzer” il figlio fu denominato il “Re del Valzer”. Infatti, a soli 19 anni esordì in pubblico come direttore d’orchestra in un noto albergo di Vienna. Nel 1849, dopo la morte del padre, assunse i suoi orchestrali  fondendoli con i propri, creando in tal modo una grande orchestra che si esibì con successo in Europa e in America. Come già accaduto ad Haydn, anche per lui la fama  internazionale arrivò a Parigi quando presentò per la prima volta l’ormai celeberrimo Sul bel Danubio blu. Fu tale l’entusiasmo suscitato dalla sua musica che automaticamente scoppiò anche in questa città la febbre per il nuovo ballo. Questo che risulta il più affascinante e famoso dei 170 Valzer da lui composti, divenne il simbolo stesso del Valzer. Da sottolineare, come lo stesso brano aveva avuto a Vienna una tiepida accoglienza, essendo questo un Valzer da concerto, difficile da ballare come tutte le solenni melodie caratterizzate da pause numerose e lunghe introduzioni. Sul bel Danubio blu invece non è solamente musica da ballo Con le introduzioni e le code elaborate, l’ispirazione melodica, l’orchestrazione delicatamente adattata, il ritmo raffinato e sottile, è un autentico contributo al grande repertorio musicale. Non stupisce che Brahms scrivesse di suo pugno sul ventaglio di Frau Strauss le prime battute di questa composizione e aggiungesse, firmando: «Ahimè, non è di Johannes Brahms ».

Strauss dimostrò con le sue opere (tra cui ricordiamo anche Storie del bosco viennese, Vita d’artista, Sangue viennese, nonché le operette Il carnevale di Roma, Una notte a Venezia e Lo zingaro barone) come un artista potesse muoversi con finezza in quello spazio intermedio fra l’arte e il consumo, inaugurando il periodo di massimo splendore e la definitiva affermazione del Valzer come ballo. Questi, da grande e raffinato artista qual era, si propose di adattare la musica del Valzer ai valori mondani del suo tempo. Con questo proposito  si allontanò sempre di più dalla dimensione classica di Beethoven o romantica di Weber e Schubert per creare una sintesi perfetta tra momento musicale e momento di danza.

Con l’avvento dell’Operetta, il Valzer del filone ‘ballabile’ sviluppò maggiormente i valori melodici più che artistici. Contemporaneamente, l’altro filone spiccava il volo verso valori ideali fino a sfociare nella lirica pura, attraverso la musica dotta di Berlioz (Damnation de Faust) e Gounod (Faust), Liszt (Mephisto), Tchaikovsky (La Bella Addormentata nel bosco), cui si devono aggiungere brani prettamente strumentali di Chopin, Brahms, Schmitt, Ravel e da ultimo Stravinskij.

Il Valzer in Italia

Anche nella vita musicale italiana di fine Ottocento (come nella Vienna dei Valzer e nella Parigi dei café-chantant) acquistarono sempre maggiore importanza alcuni generi “leggeri” o di “evasione”. Iniziava così  la stagione italiana dell’Operetta, tributaria di quella viennese per la fastosità dei Valzer, proposti nella penisola dalla Sonzogno Editrice che si era appropriata dei diritti per le Operette di Hervé, Lecocq e Offenbach.

Si cimentarono allora, con queste musiche, autori quali Verdi, Rossini e Puccini.

Il primo sfruttò questi ritmi nelle opere, come nel gioioso brindisi all’inizio della Traviata. Era andato invece disperso il suo Valzer in fa maggiore, una brillante opera giovanile di grande valore ritrovata da Nino Rota presso un antiquario romano e orchestrata per la colonna sonora del celebre film Il gattopardo di Luchino Visconti.

Rossini fu artefice di Valzer poco conosciuti, ma molto sofisticati; fra le composizioni minori di Puccini, di cui l’anno scorso abbiamo ricordato il centocinquantenario dalla nascita, sottolineiamo il Piccolo Valzer, scritto nel 1894. Da quella melodia sarebbe derivato il quartetto del III atto della Bohème, il sensuale assolo di Musetta Quando me n’vo.

Ricordiamo anche le opere di Leoncavallo che ci riportano all’elegante e delicata atmosfera salottiera del primo ‘900, mantenendo però una melodia molto coinvolgente. Emblematico risulta, tra le altre composizioni del musicista, il Valse mélancolique dove un triste episodio assume sfumature drammatiche sino al grandioso ed imponente finale. Abbiamo già ascoltato un’altra sua composizione: il Valse coquette, scritto come dedica a Madame Hélène Mayer Cohn; in cui riecheggiano sfumature proprie dell’elegante atmosfera dei salotti parigini.

Per sottolineare l’importanza e la popolarità che il Valzer aveva ben presto raggiunto nella belle-epoque italiana basti ricordare come una delle più belle composizioni di Giordano fosse stata commissionata nel 1907 dall’editore Hachette come colonna sonora della pubblicità dell’omonimo prufumo Violettes de Parme, un Valzer sentimentale piuttosto ampio, con venature di patetico che rimandano alla cultura francese.

Il Valzer nel mondo

Questo genere musicale, a seconda delle aree geografiche, fu interpretato o nella forma moderata o nella versione allegra.

In America venne elaborato nella forma moderata. A livello musicale si arrivò a dimezzare il numero di battute al minuto. Con un ritmo molto più lento cambiò di conseguenza la stessa tecnica del ballo. Furono inventate delle figure ad ampio raggio eseguibili con passi strisciati sul pavimento. Ne nacque un nuovo ballo che fu chiamato Boston (proprio dal nome della città americana dove ebbe la sua più grande affermazione). Verso il 1890 il Boston fu portato in Europa. In verità, qui non ebbe immediatamente un grandissimo successo, anche perché si era radicata l’abitudine a ballare il Valzer veloce (Viennese o tradizionale). Qui il Boston assunse degli aspetti esasperati, fino ad arrivare a passi figurati ed esitati. Attraverso l’introduzione di pause e rallentamenti, con l’obiettivo di imprimere un tocco artistico alla danza, nacque il Boston Figurato anche detto Hesitation.

In particolare, in Inghilterra il Valzer Viennese fu portato già nel secondo decennio del XIX secolo dai nobili che viaggiavano per l’Europa; ma per via della cultura puritana, non lo si poteva riproporre nella sua forma originale. Per questo motivo i maestri di ballo si ingegnarono in tutti i modi per renderlo compatibile con i costumi della loro società. Il ritmo fu quindi rallentato parecchio, in modo tale che le figure di coppia chiusa e l’esecuzione dei volteggi non avessero tecnicamente bisogno di uno stretto e permanente contatto dei danzatori. Dal 1830 a Londra si ballava un Valzer in due tempi che, nonostante la musica di 3/4, si articolava in due passi: un passo strisciato sul primo battito seguito da una esitazione sul secondo battito, concluso da uno chassè sul terzo battito. In tale contesto, l’Hesitation ricevette un’ottima accoglienza tanto che si giunse ad una perfetta sintesi fra la sua delicatezza spirituale e l’ispirazione poetica di fondo del Valzer, recependone la tecnica e le figure fondamentali nel Valzer Inglese che oggi conosciamo.

I seguaci di questo nuovo ballo furono moltissimi. Anche grazie a ciò, lo stile inglese trovò ulteriori conferme nel continente europeo ed ebbe facile gioco nella competizione con le impostazioni della danza di scuola francese.

Conclusioni

In sintesi si può affermare come da una volgare danza contadina si sia sviluppata una musica che in poco tempo, grazie a grandi compositori, divenne raffinata e colta, riuscendo a esprimere contemporaneamente l’arte, la moda e il commercio. A riprova di tutto ciò basti pensare come attraverso i decenni, il Valzer Viennese abbia mantenuto le sue caratteristiche peculiari e sia riuscito a sopravvivere non solo a due guerre mondiali, ma alle grandi rivoluzioni che nel corso del XX secolo si sono verificate nel mondo. E ancora non è stato dimenticato semmai è ripreso con tutto il suo vigore ridiventando di moda.

Articolo di Bruno Bertucci

 

 

 

Barock meets Baroque

Martedì 10 dicembre alle 20.30 nell’Aula Magna della Sapienza si terrà il concerto della European Community Baroque Orchestra per la stagione della IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti).

Il titolo trilingue “Barock meets Baroque” significa che saranno messi a  confronto il barocco declinato in tedesco da Johann Sebastian Bach e quello alla francese di Jean-Philippe Rameau e Jean-Marie Leclair, riuniti sotto il segno dell’Europa, perché ad eseguirli è la European Union Baroque Orchestra, che mette insieme il meglio dei giovani musicisti dei paesi dell’unione specializzati nella musica barocca. Un ritorno molto atteso dopo il grande successo dello scorso anno. Sul podio il direttore artistico dell’orchestra, il danese Lars Ulrik Mortensen. Partecipano i solisti Bojan Čičić (violino) e Anne Freitag (flauto). Si ascolteranno dunque musiche e musicisti che provengono dai quattro angoli dell’Europa.

Sono in programma due delle quattro Suites per orchestra di Bach, precisamente la prima e la seconda. L’epoca della loro composizione è collocabile nei primi anni Venti del Settecento, cioè agli ultimi anni trascorsi dal compositore a Köthen o ai primi a Lipsia: è musica profana e galante, lontana dallo strereotipo del  Bach severo e luterano. Qui l’incontro tra Barock e Baroque è strettissimo, perché in questi lavori Bach prese come modello Jean-Baptiste Lully, che in realtà era un italiano (il suo vero nome era Giovanni Battista Lulli) emigrato in Francia e divenuto il musicista favorito di Luigi XIV.

Nella Francia del Re Sole visse anche Jen-Philippe Rameau, il più grande musicista francese del Settecento, qui rappresentato da una Suite tratta dalla “pastorale eroica” Acanthe et Céphise rappresentata Versailles nel 1751, che mette in scena  personaggi della mitologia classica, rivolgendo però l’attenzione soprattutto a un intrigo amoroso trasportato in atmosfere arcadiche.

Se Rameau fu considerato il più puro esponente dello stile francese, gli intrecci fra le diverse scuole musicali diventano intricati con Jean-Marie Leclair, la cui formazione si svolse in gran parte in Italia. Oggi si sta riscoprendo il vero valore di questo musicista, finora ricordato più che altro per la sua macabra fine: fu assassinato nella sua casa parigina, in cui viveva in completo isolamento, e ritrovato soltanto due mesi dopo, con il suo violino ancora stretto tra le mani. Di Leclair sarà eseguito il Concerto per flauto e orchestra in do maggiore op. 7 n. 3.

La European Union Baroque Orchestra (EUBO) è stata fondata nel 1985, come maggiore iniziativa dell’Anno Europeo della Musica e sostenuta generosamente dalla Commissione Europea. L’EUBO è un’orchestra di giovani, che tutti gli anni si rinnova completamente. Infatti cento giovani musicisti provenienti da tutti i paesi dell’Unione Europea sono scelti ogni anno per prendere parte alle selezioni, da cui escono i venticinque strumentisti, dell’età media di 24 anni, che trascorreranno sei mesi nell’EUBO, prima studiando e poi compiendo tournées attraverso tutta l’Europa, insieme ai maggiori specialisti della musica barocca, come Lars Ulrik Mortensen, Ton Koopman, Andrew Manze, Alfredo Bernardini, Chiara Banchini, Roy Goodman, Enrico Onofri, Paul Goodwin, Rachel Podger e Marc Minkowski. Questo progetto ha dato e continua a dare ottimi frutti e oggi non vi è famoso ensemble di musica barocca che non annoveri tra i suoi musicisti almeno un ex componente dell’EUBO. Quest’orchestra dunque non è solo una valida esperienza di formazione ma anche un prezioso serbatoio di giovani musicisti, cui attingono i migliori ensemble europei per mantenere alto il loro standard esecutivo.

Articolo di Mauro Mariani

 

Sintesi: il nuovo disco dei Roccaforte!

“Dopo aver distrutto, costruito, sperimentato, discusso, condiviso e rivoltato ogni atomo dei Roccaforte per più di un anno, Sintesi è la rappresentazione tangibile di ciò che siamo oggi e, soprattutto, della nostra musica”. Attivi dal 2001 (dopo un periodo di assestamento inaugurato nel 1993), a dodici anni di distanza dalla loro genesi i Roccaforte pubblicano il quarto album Sintesi: una sorta di “antologia di inediti” che ripercorre la lunga storia del gruppo piemontese con la rivisitazione dei brani più rappresentativi tratti dai tre album finora incisi. Dal metal al pop-rock, dal progressive al funk, dall’alternative alla canzone d’autore, le anime dei Roccaforte risultano meglio amalgamate che in passato e rendono Sintesi il miglior biglietto da visita per la band alessandrina.

I Roccaforte hanno fotografato questo nuovo percorso con tre Ep, una sorta di percorso preparatorio a Sintesi, come dichiara la band: “Il primo Ep Origine, dalla copertina bianca, simboleggia l’inizio: siamo entrati in studio dopo un mese dall’ultimo cambio di line-up alla batteria. Metamorfosi rappresenta, come il viola della copertina, la trasformazione veloce che dall’inizio ha modificato il nostro sound, il nostro modo di scrivere e di suonare. Evoluzione – colore giallo – è quello che vorremmo raggiungere dopo un lungo percorso iniziato tanti anni fa con un’impronta tendenzialmente pop e che si è evoluto nel tempo, crescendo e maturando, verso una venatura più progressive rock”. Sintesi è la summa di questo cammino, un album che riassume le svariate influenze che caratterizzano la band, fa il punto della situazione e al tempo stesso rilancia una nuova partenza per il quintetto.

Brani risalenti agli anni ’90 come Vetrine Giubbotto in pelle nera, pezzi importanti per i premi ricevuti come 20 mq di libertà, ma anche inediti come AvatarSintesi passa in rassegna i momenti più significativi della storia dei Roccaforte, caratterizzata in modo particolare da una grande esperienza sul palco, con più di 300 concerti all’attivo dal 2005 ad oggi che li rendono unici nel loro genere. A colpire ancora una volta la varietà stilistica: “Una critica che ci viene fatta è che la nostra musica non è collocabile in un genere ben definito. Ma è quello che vogliamo. Infatti ci definiamo eclettici. Ognuno di noi arriva da esperienze e gusti musicali diversi e abbiamo voluto mantenere queste caratteristiche. Il fatto che non possiamo essere definiti vuol dire che il nostro lavoro è riuscito con successo”.

I Roccaforte si formano ad Alessandria nel 1993: fino al 2000, tra varie pause e ripartenze, la giovane band lavora ai propri brani e alterna diversi membri. E’ nel 2001 che il gruppo trova finalmente la sua stabilità e nasce ufficialmente. Il nome è ispirato al luogo in cui era situata la prima sala prove: “Fortezza Rocca Civalieri”, un casolare circondato dalle amate colline del Monferrato e così diroccato che un filo di nylon, teso tra due chiodi a cavallo di una crepa che da terra raggiungeva il soffitto, faceva da allarme per fuggire immediatamente all’esterno in caso di pericolo.

Fin da subito l’idea del gruppo è stata quella di evitare cover puntando a materiale originale: la creazione di brani inediti in lingua italiana, la ricerca accurata delle sonorità e la fusione dei gusti musicali di ognuno dei cinque membri sono i principali ingredienti della band. “La nostra musica non rientra in un genere definito – affermano i Roccaforte – ma piuttosto in una forma di eclettismo in cui le influenze che vanno dal pop-rock al progressive si fondono insieme, armonizzate in una nuova sintesi”.

Nel 2005 il gruppo si esibisce per la prima volta dal vivo inaugurando una carriera ricca di concerti, anche di supporto a nomi famosi come i Linea 77; nello stesso periodo esce il disco d’esordio Parole mai dette. Nel 2008 arriva il secondo disco Per volontà del re, uscito dopo la conquista del terzo posto al XIX Rock Targato Italia. Nel maggio dello stesso anno la band festeggia i suoi primi 100 concerti. Nel 2010 esce il minialbum Frammenti di storia, nel 2011 i Roccaforte si fanno notare con un buon piazzamento a Sanremo Rock e alla fine dell’anno firmano un contratto con l’etichetta Keep Hold.

E’ proprio questa label che pubblica Sintesi nell’estate del 2013, dopo una prestigiosa partecipazione al FIM (Fiera Internazionale della Musica): l’album è una sorta di “antologia di inediti”, una rivisitazione dei principali brani della band piemontese, preceduta dai tre ep Origine, Metamorfosi ed Evoluzione.

“Riuscire ad emozionare il pubblico e trovare persone che apprezzino la nostra musica è ciò che abbiamo sempre cercato… e che non smetteremo mai di cercare”.

Articolo di Donato Zoppo