Il modellismo italiano in mostra alla Gran Guardia

Un momento della presentazione della mostra

È aperta alla Gran Guardia di Verona, l’11ᵃ edizione della Mostra – Concorso biennale di modellismo ‘Città di Verona’. L’evento è organizzato dall’associazione Modellismo Storico – AMS, in collaborazione con l’International Plastic Modellers’ Society Verona e il patrocinio del Comune.

La mostra, considerata fra i principali appuntamenti del modellismo italiano, presenta al pubblico le migliori realizzazioni del momento, con circa 500 modelli presentati da 150 espositori.

Fino al 30 settembre, con accesso gratuito, sarà possibile ammirare la riproduzione in miniatura di aeromobili, mezzi militari (carri armati, blindati, camion, vetture e moto), auto e mezzi civili (auto da corsa e non, moto, camion, eco), navi in legno, navi in plastica o altro, soldatini, fantasy, ossia figurini e mezzi d’ambiente fantastico o fantascientifico, diorami e scenette, juniores per ragazzi fino ai 15 anni.

Per l’edizione 2018 è stata inoltre realizzata una speciale sezione dedicata a riproduzioni in miniatura della Verona antica. In ambientazioni cittadine fedelmente riprodotte, sarà possibile rivedere immagini di una Verona ormai dimenticata.

I vincitori del concorso saranno premiati, domenica 30 settembre, da alcuni figuranti dell’associazione culturale Vivere la Storia di Verona, vestiti per l’occasione con uniformi della Prima Guerra Mondiale. Sempre domenica, saranno presentate al pubblico anche le pubblicazioni, “I volontari di Garibaldi” a cura del G.M.T. di Trento e “Il Caccia Re 2000” di Paolo e Adriano Riatti.

La mostra è aperta al pubblico tutti i pomeriggi dalle 10 alle 19; domenica 30 settembre, invece, con orario dalle 10 alle 15.30, quando si terranno le premiazioni del concorso.

 

Roberto Bolis (anche per la foto)

Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva

 

Modello per studio di prospettiva, Piero Della Francesca

Presso il Museo Civico di Sansepolcro, fino al 6 gennaio prossimo, è aperta la mostra “Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva”. L’esposizione, curata da Filippo Camerota e Francesco P. Di Teodoro, e promossa dal Comune di Sansepolcro, è un progetto del Museo Galileo di Firenze con la collaborazione della Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia ed è organizzata da Opera Laboratori Fiorentini.

Per Mauro Cornioli, Sindaco di Sansepolcro: “E’ un gran privilegio poter rappresentare l’amministrazione comunale di Sansepolcro quando è svelato al mondo, dopo lunghi anni di restauro, il vero colore di Piero della Francesca. È inoltre una straordinaria occasione per i visitatori, poter approfondire l’immensa cultura scientifica del nostro più celebre concittadino grazie all’esposizione Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva, organizzata negli ambienti adiacenti agli affreschi”.

Il progetto espositivo, che si articola intorno al De prospectiva pingendi, trattato composto da Piero della Francesca intorno al 1475, ha anche l’obiettivo di illustrare, attraverso riproduzioni di disegni, modelli prospettici, strumenti scientifici, plaquette e video, le ricerche matematiche applicate alla pittura di Piero della Francesca e la conseguente eredità lasciata ad artisti come Leonardo da Vinci, Albrecht Dürer, Daniele Barbaro e ai teorici della prospettiva almeno fino alla metà del Cinquecento.

La mostra mira, inoltre, a mostrare al pubblico le due anime di Piero della Francesca: raffinato pittore e grande matematico. Oltre ad essere Maestro d’abaco, geometra euclideo, studioso di Archimede, Piero è stato anche un innovatore nel campo della pittura poiché per lui, quest’ultima, nella matematica e nella geometria, trovava il suo sostanziale fondamento. I suoi scritti, infine, soprattutto il De prospectiva pingendi, composto in volgare per gli artisti e in latino per gli umanisti, hanno dato inizio alla grande esperienza della prospettiva rinascimentale.

La Mostra è suddivisa in otto sezioni che approfondiscono gli studi affrontati da Piero nel corso della sua vita. Nella prima sezione La prospettiva tra arte e matematica, attraverso le riproduzioni di alcuni disegni, dimostra che il De Prospectiva Pingendi è il primo trattato sistematico di prospettiva interamente illustrata, e il primo in cui sono giustificati matematicamente i procedimenti descritti. Suddiviso in tre libri, il trattato approfondisce nei primi due libri le tecniche prospettiche per le figure piane e i solidi geometrici, nel terzo, per le figure più complesse come la figura umana. Nella seconda sezione “I principi geometrici”, si analizza la relazione di Piero con Firenze, quando vi giunge, nel 1439, per lavorare con Domenico Veneziano ai perduti affreschi di Sant’Egidio. Attraverso un pannello che illustra lo schema prospettico della Trinità di Masaccio e alcuni calchi dei bassorilievi della Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti, si può comprendere il grande fermento economico e culturale della città gigliata. Città dove già le opere di Donatello e Masaccio manifestavano la straordinaria innovazione figurativa di Filippo Brunelleschi, con l’invenzione della prospettiva lineare e dove, da qualche tempo, circolavano scritti di Leon Battista Alberti, come il De Pictura, che proponeva una codificazione teorica del nuovo linguaggio pittorico. Nella terza sezione “Le regole del disegno prospettico”, attraverso modelli e disegni, si comprende che Piero fu il primo a scrivere veramente per gli artisti. Mentre Alberti si era preoccupato di gettare i fondamenti teorici della nuova disciplina pittorica e Ghiberti aveva voluto riassumerne le premesse ottiche, Piero si concentrò notevolmente sulle regole del disegno. A differenza di Alberti, infatti, corredò ampiamente il trattato di numerosi disegni, estremamente precisi, puliti e di straordinaria finezza. La sua mano era in grado di tracciare linee sottilissime, veri e propri segni euclidei che ricordavano l’abilità del mitico Apelle. La “prospectiva” per Piero era essenzialmente “commensurazione”, ossia rappresentazione misurata dei corpi sulla superficie del dipinto. Il quadro per lui era il “termine” dei raggi visivi. Sul quadro, le grandezze osservate subivano una diminuzione apparente proporzionale alla distanza di osservazione. Su questo principio proporzionale si fonderà il pensiero scientifico della pittura moderna. Nella sezione “I corpi geometrici”, si approfondisce la relazione tra Piero e il matematico Luca Pacioli. Qui è analizzato il celebre ritratto del matematico, dipinto attribuito a Jacopo de’ Barbari e custodito a Capodimonte e un altro importante trattato di Piero della Francesca: il Libellus de quinque corporibus regularibus. Concluso attorno al 1482 e dedicato al duca Guidubaldo, figlio e successore di Federico da Montefeltro il Libellus permette a Piero di riprendere il tema dei corpi regolari già trattato nella parte geometrica dell’Abaco, sviluppandolo in quattro parti, dedicate, rispettivamente, ai poligoni, ai cinque poliedri inscritti nella sfera, ai poliedri inscritti in altri poliedri, e ai poliedri irregolari. Ed è proprio attraverso il Libellus che Piero diventa artefice di quella rinascita d’interesse per i poliedri che caratterizzerà il Rinascimento e che è testimoniata anche dalle stupende “tavole leonardesche” che illustrano il De divina proportione di Luca Pacioli. Con la sezione “I maestri della prospettiva”, si comprende come, attraverso la frequenza con cui i disegni di Piero appaiono nelle tarsie del Quattrocento e l’amicizia che legava il pittore ai famosi intarsiatori Lorenzo e Cristoforo Canozzi da Lendinara, l’arte dei legnaioli era una delle prime aree di diffusione del De prospectiva pingendi. Tarsie prospettiche che sicuramente l’artista di Sansepolcro aveva potuto ammirare, durante il soggiorno fiorentino, nella Sacrestia delle Messe di Santa Maria del Fiore e che, negli anni tra il 1474 e il 1476, fecero dello studiolo di Federico da Montefeltro uno dei massimi capolavori del Rinascimento. Nella sezione “Il disegno di architettura: ichnographia, orthographia, scaenographia” si pone l’attenzione sull’interesse per il disegno architettonico. Per Piero un buon pittore doveva possibilmente essere anche un buon architetto o, almeno, conoscere dell’architettura tutto ciò che riguardava il disegno degli ornamenti, dalle proporzioni alla sintassi degli ordini classici. Attraverso alcune riproduzioni e disegni della sezione “La figura umana”, si può comprendere come Piero abbia risolto uno degli esercizi prospettici più complessi che si possano immaginare: il disegno prospettico della testa umana. Per risolvere il problema Piero trasforma il corpo naturale in un solido geometrico, sezionando la testa con piani meridiani e paralleli, quasi come fosse un globo terrestre. L’ultima sezione “Gli inganni della visione”, analizza, infine, gli studi di Piero sugli inganni della visione e gli effetti bizzarri della rappresentazione causati dalla forzatura del rapporto tra occhio e distanza di osservazione, portando Piero a terminare il trattato con alcuni esercizi che anticipano gli sviluppi dell’anamorfosi. Conclude la mostra un video che aiuta a rendere tangibile la dimensione geometrica della bellezza che contraddistingue tutta l’opera pittorica di Piero della Francesca.

Il catalogo, a cura di Filippo Camerota e Francesco Paolo Di Teodoro è edito da Marsilio.

 

Museo Civico Piero Della Francesca, Sansepolcro

Fino al 6 gennaio 2019

 

Barbara Izzo

“Velieri, pirati, corsari e bucanieri” a Ferrara

Fino al 28 settembre, l’Archivio Storico Comunale (via Giuoco del Pallone 8) di Ferrara ospiterà una mostra documentaria ed oggettistica curata da Enrico Trevisani.

Una “mostra insolita”, un excursus sull’epopea della pirateria e delle sue particolarità, dalla vita di bordo, alle donne pirata, alla musica sempre presente sulle navi e a terra, tra immaginario e realtà storica e in tutto ciò che aleggia intorno al mito del “pirata”: entità che ancora oggi mantiene intatto il suo fascino nei confronti di grandi e piccini.

Pirati, corsari e bucanieri, figure diverse ma spesso accomunate in un unico “personaggio” che incute timore e al tempo stesso genera ammirazione e talvolta “invidia”. Circondato da un alone di mistero e di paura e, perché no, munito di uncino e con una gamba di legno, spesso ci accompagna anche nei nostri itinerari gastronomici o del tempo libero: si pensi alle “locande” oppure alle “baie dei pirati”, caratteristiche di tante località, italiche e non. Molteplici sono le forme in cui il mondo piratesco viene riproposto: dai film, ai fumetti, alla musica, ai giochi per adulti e bambini.

La mostra si propone di “svelare” vari aspetti di questa lunga epopea della pirateria, dell’età d’oro della “filibusta” e dei tanti suoi eroi, discussi. Di pannello in pannello, di disegno in disegno, tra i modelli dei velieri esposti e le rocambolesche avventure di Pippo e Topolino si potranno affrontare suggestivamente le loro oscure ma affascinanti vicende, tra storia e leggenda, che hanno avuto come comprimario testimone l’oceano e la sua sterminata distesa d’acque. Uno sguardo particolare è stato posto alla musica popolare, l‘Irish Sea Song: canti e musiche irlandesi che da sempre accompagnano la gente di mare, componente presente in tutte le attività legate alla vita marinara, nel lavoro come nel divertimento.

La mostra, a ingresso libero, è visitabile negli orari di apertura dell’Archivio Storico Comunale: dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13.30; martedì e giovedì dalle 15 alle 18.

 

Alessandro Zangara

 

ETERNAL CITY. Roma nella collezione fotografica del Royal Institute of British Architects

Piazza di Spagna, Roma, foto di Monica Pidgeon, 1961

 

La mostra, a cura di Gabriella Musto e Marco Iuliano, realizzata in collaborazione con Valeria Carullo, curatrice per il RIBA della Robert Elwall Photographs Collection, espone 200 fotografie che ritraggono Roma tra la metà dell’Ottocento e l’età contemporanea. Tutte le foto provengono dalla collezione del Royal Institute of British Architects che ha sede a Londra.

Da sempre Roma attrae l’interesse degli artisti e dei viaggiatori, che nel corso dei secoli ne hanno interpretato i monumenti e l’immagine complessiva. Roma, infatti, possiede non uno, bensì mille volti, che si riflettono nel Tevere e nelle cupole al tramonto; identità distinte che talvolta si contraddicono e altre si sovrappongono, stratificandosi e costruendo una maglia fitta di episodi.

Palazzo della Civiltà Italiana, Esposizione Universale di Roma [EUR] 1942, Roma. Foto di Tim Benton

Il Royal Institute of British Architects (RIBA) non è solo un importante ordine professionale: alla sua base vi è anche il desiderio di promuovere l’educazione alla qualità dell’architettura, dentro e fuori la Gran Bretagna. Fondato nel 1834 a Londra, conserva nella sua collezione fotografica 1,7 milioni di immagini. Le foto selezionate in mostra privilegiano uno sguardo ampio, attento sia al dettaglio archeologico sia al paesaggio, passando per la scala intermedia dell’architettura. Eccezion fatta per alcune immagini dei fondi dell’Architectural Press Archive, sono proposti esclusivamente scatti di fotografi britannici dalle origini del nuovo medium ai nostri giorni: James Anderson, Tim Benton, Richard Bryant, Ralph Deakin, Ivy and Ivor de Wolfe, Richard Pare, Monica Pidgeon, Edwin Smith.

La mostra ricostruisce l’immagine della città eterna in un momento chiave della sua esistenza. Attraverso la lente del Grand Tour il visitatore può osservare la città con gli occhi del mondo anglosassone e condividerne gli sguardi iconici ma anche inusuali e profondamente narrativi. Dall’archeologia alla street photography, la mostra accompagna il pubblico alla scoperta della capitale suggerendo riflessioni architettoniche, urbanistiche, politiche, sociali e nel contempo stimolando la critica verso la scoperta di luoghi che la fotografia come sempre, reinterpreta e racconta.

Fragment of the colossal statue of Constantine the Great, Palazzo dei Conservatori, Rome, showing his foot. Foto di Edwin Smith

In tempi recenti apprezzata dagli stranieri più che dagli Italiani stessi, forse abituati alla sua bellezza, Roma è l’esempio per antonomasia di città che ha da sempre stimolato l’immaginazione collettiva. Tra memoria dell’antico e sperimentazione del moderno, la città è stata soggetto ideale per pittori e incisori dal Rinascimento, mentre la fotografia si sviluppa proprio quando “si fa l’Italia”: la nuova tecnica contribuisce ad alimentare quell’aura che avvolge Roma già dai secoli precedenti.

Si tratta principalmente di pittori/fotografi che, nelle prime uscite in gruppo, sistemano le macchine fotografiche negli stessi luoghi, in alcuni casi rendendo complessa l’attribuzione di alcune fra le prime immagini. L’iconica scalinata di Trinità dei Monti da via dei Condotti o, caso ancor più paradigmatico, il Foro, sono sostanzialmente ripresi da punti di vista condivisi da tutti i primi fotografi, con minime varianti. In questo viaggio romano tra romanticismo e neorealismo, torna in più scatti il Monumento a Vittorio Emanuele II, una delle emergenze architettoniche di maggior impatto, anche simbolico e politico, della città eterna.

 

Roma, Monumento a Vittorio Emanuele II – Il Vittoriano, Sala Zanardelli
fino al 28 ottobre 2018

Barbara Izzo

 

In mostra a Verona il Museo della Radio Guglielmo Marconi

Interno di Porta Nuova con la mostra

Fino al 1° ottobre, gli spazi di Porta Nuova a Verona ospiteranno una grande esposizione con pezzi unici, in parte provenienti dal Museo della Radio collocato nell’aula magna dell’Istituto tecnico Ferraris in via del Pontiere.
Pezzo forte della mostra, è l’antenna direzionale dalla quale lo scienziato Guglielmo Marconi ha effettuato i primi esperimenti del ‘senza fili’, punto di partenza per ripercorrere la storia della comunicazione fino all’era del digitale.

Dalle prime macchine fotografiche ai primi proiettori del Novecento, dal telegrafo ai primi trasmettitori radiotelegrafici, dai primi esemplari radio degli anni Venti alle autoradio degli anni Sessanta, per arrivare alla più elevata tecnologia della telefonia e degli strumenti digitali dei giorni nostri.

All’ingresso della Porta è stato allestito un punto informativo per accogliere turisti, stranieri ma anche i cittadini veronesi che vogliano visitare la mostra e, insieme, entrare all’interno di Porta Nuova. In programma anche un focus sulla lirica, con una serie di appuntamenti in cui vecchi grammofoni faranno ascoltare alcune delle opere più famose cantate in Arena.

La mostra, sarà aperta tutti i giorni dalle 10 alle 18, con ingresso gratuito.

“Le porte di uno dei passaggi storici della città sono state finalmente aperte e rese visitabili ai cittadini – sottolinea l’assessore Padovani –. Una grande opportunità per i veronesi, che potranno ora ammirare dall’interno la bellezza storico-architettonica di Porta Nuova e, al contempo, apprezzare l’importante collezione messa a disposizione dal museo della Radio”.

“Un progetto espositivo – dichiara l’assessore Toffali –, che pone la storia della comunicazione all’interno della storia della nostra città, offrendo ai veronesi l’imperdibile occasione di vedere finalmente aperto uno dei monumenti simbolo della Verona fortificata, realizzato nel ‘500 su progetto del Sanmicheli. Si tratta di una struttura unica nel suo genere, finalmente accessibile a tutti”.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

“Monaci” di Francesca Leone a Palermo

L’artista romana Francesca Leone torna a Palermo, che l’ha accolta nel 2008 con la sua prima esposizione personale e la ritrova oggi dopo 10 anni con alle spalle un ciclo di grandi mostre nei più importanti musei d’arte contemporanea in Russia, Cile, Argentina e dopo due importanti installazioni museali realizzate per La Triennale di Milano e per il Museo Macro di Roma.

La mostra, dall’emblematico titolo “Monaci”, è promossa dall’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, è organizzata da Civita ed è inserita nel programma di Palermo Capitale della Cultura 2018.

Il percorso espositivo, composto di 26 opere inedite, è curato dal critico d’arte Danilo Eccher e sarà un’anticipazione significativa della grande personale che Francesca Leone porterà in autunno a Madrid.

“Due file di monaci silenziosi, assorti, appoggiati alle pareti, avvolti in un consunto saio cementizio. Muti esibiscono le stigmate di una crudele quotidianità offrendo stemmi araldici di un’attualità sofferente. Come silenziosi monaci guerrieri assistono alla processione liturgica di confratelli adornati di paramenti cerimoniali della strada, dello scarto, della marginalità. Nelle austere aule del Real Albergo dei Poveri si sta officiando il rito della contemporaneità “(D. Eccher)

Real Albergo dei Poveri -Corso Calatafimi 217, Palermo

Orari: dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle 19 (ultimo ingresso ore 18.30). Lunedì chiuso. INGRESSO GRATUITO

 

Antonio Gerbino

 

 

“Attimi” di vita naturale immortalati negli scatti di Milko Marchetti

 

Giovedì 21 giugno alle 18 al Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara (via De Pisis 24) si terrà l’inaugurazione della mostra “Attimi”, con le fotografie naturalistiche di Milko Marchetti. ‘La mostra  fotografica celebra le immagini di vita della Natura, tramite l’esposizione di scatti, frutto di anni di attese e appostamenti’. L’ingresso è gratuito. Al termine dell’inaugurazione si terrà un aperitivo gentilmente offerto da BioPastoreria.

La mostra rimarrà allestita fino a domenica 16 settembre 2018.

Orari di visita: dal martedì alla domenica ore 9-18. Chiuso il lunedì. Ingresso: €4 intero, €2 ridotto.

Milko Marchetti è fotografo naturalista di origine ferrarese che si dedica alla fotografia da oltre 25 anni. Collabora con enti locali e regionali ed ha ricevuto numerosi riconoscimenti.

Organizza corsi di fotografia e post-elaborazione, viaggi fotografici di reportage e fotografia naturalistica in Italia e nel mondo.

Alessandro Zangara

 

4.000 anni di Storia del cavallo a Rancate, Canton Ticino

Il tema che la Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate (Cantone Ticino) affronta nel suo consueto appuntamento con il collezionismo, quest’anno si presenta di particolare suggestione.
Proveniente dalla Collezione Giannelli, una delle più importanti al mondo nel settore, ad essere proposta è una originale, straordinaria parata di “morsi da cavallo”, comprendente esemplari unici o comunque rarissimi di epoca mesopotamica, greca, romana, medievale e rinascimentale, con alcuni pezzi che risalgono addirittura al 1.400 a.C.
Le serie che riuniscono i morsi italici e quelli dell’antico Luristan (regione montagnosa degli Zagros), presenti nella Collezione, sono considerate ineguagliabili per la loro rarità e loro bellezza.
La mostra “Il Cavallo: 4.000 anni di storia. Collezione Giannelli”“è promossa dalla Pinacoteca Züst ed è curata da Alessandra Brambilla e Claudio Giannelli. Si potrà ammirare nella Pinacoteca di Rancate dal 6 maggio al 19 agosto.
Non solo morsi, speroni e staffe, in mostra. La millenaria frequentazione uomo-cavallo vi è documentata anche attraverso dipinti, incisioni e libri antichi. Non manca nemmeno un raro cavallo a dondolo di epoca settecentesca, appartenuto ad un rampollo di nobilissimo lignaggio.
Il sottotitolo dell’esposizione sottolinea come siano appena 4.000 gli anni che hanno visto il fiero quadrupede diventare Equus frenatus (cavallo imbrigliato), ovvero un cavallo regolato nei suoi movimenti e nella sua andatura attraverso il morso.
Quattromila anni possono sembrare molti ma sono un battito di ciglia se rapportati ai 4 milioni e più di anni di storia del genere Equus, che ha dato origine a tutti i cavalli contemporanei, agli asini e alle zebre. Risale a circa 700 mila anni fa il genoma del più antico cavallo che sia stato finora sequenziato. Si tratta di un Equus lambei, le cui ossa sono state rinvenute nel terreno perennemente ghiacciato del territorio canadese dello Yukon. Tra i 40 e i 50 mila anni fa, si colloca la comparsa del cavallo domestico (Equus caballus) di oggi si contano circa 400 razze diverse, con specialità di ogni tipo, dal traino alla corsa.
Ancora più recentemente, appunto all’incirca 6.000 anni fa, i nomadi delle steppe asiatiche addomesticarono probabilmente i primi cavalli. E da quel momento, il rapporto tra l’uomo e l’animale si è fatto intenso, persino simbiotico.
La mostra prende il via presentando proprio i manufatti di una di queste popolazioni, gli Sciti, che si muoveva in quei territori, per proseguire con gli eccezionali morsi provenienti dal Luristan, regione montuosa dell’attuale nord-ovest iraniano.
Si prosegue quindi con un viaggio attraverso i secoli e le civiltà: etruschi, greci, romani, per arrivare al Rinascimento e ai giorni nostri.

Sino a decenni recenti, ma ancora oggi in alcune parti del pianeta, il cavallo è stato ed è il motore vivente delle attività agricole, dei trasporti, delle guerre. Da 4.000 anni è l’ammirato compagno dell’uomo nello sport e nelle parate. Simbolo del prestigio che in tutte le civiltà e società ha ammantato il cavaliere e, per riflesso, la sua cavalcatura.
Il morso, oltre che simbolo di potere, è stato spesso un mezzo estetico di ostentazione della ricchezza, una chiave di identificazione e riconoscimento sociale ed anche oggetto rituale.
Ogni civiltà, ogni epoca, ogni terra ha contribuito all’elaborazione del morso. Nel corso dei secoli i fabbri hanno prodotto degli oggetti a volte simili, ma in numerosi casi i manufatti così creati hanno assunto fogge anche molto diverse.
Artigiani-artisti, i fabbri hanno accompagnato la storia dell’equitazione producendo oggetti che vanno ben al di là della semplice funzione di strumento di comunicazione tra il cavaliere ed il suo cavallo. Ponendosi come veri e propri capolavori d’arte.
In mostra, accanto ai morsi, sono esposte altre eccellenze della Collezione Giannelli, naturalmente tutte incentrate intorno al Cavallo. Dai primi testi rinascimentali dei grandi maestri (Grisone, Pignatelli, Fiaschi, Ferraro, ecc.) all’Encyclopédie, con le illustrazioni riservate all’equitazione. Insieme a dipinti, incisioni, disegni, sculture. Ma anche particolari e rari accessori quali ipposandali e falere d’epoca romana, staffe in legno scolpito sud-americane, campanelline da cavallo in bronzo mesopotamiche e molto altro ancora.
Tutto a testimonianza di una forte passione e di uno sconfinato amore per il cavallo e di un artigianato che sa farsi grande arte.
Pinacoteca cantonale Giovanni Züst
CH-6862 Rancate (Mendrisio), Cantone Ticino,Svizzera
Tel. +41 (0)91 816 47 91;
decs-pinacoteca.zuest@ti.ch; http://www.ti.ch/zuest
Dal 6 maggio al 19 agosto 2018
Chiuso il lunedì. Festivi aperto.
Maggio e giugno: 9-12 / 14-17
Luglio e agosto: 14-18
intero: CHF/€ 10.-
ridotto (pensionati, studenti, gruppi): CHF/€ 8.-
Visite guidate su prenotazione anche fuori orario; bookshop; audioguide; parcheggi nelle vicinanze.
Si accettano Euro.

S. E.

L’Ottocento e il primo Novecento da Hayez a Casorati a Verona

 

 il Sindaco di Verona in visita alla mostra al GAM

Primo importante appuntamento per la valorizzazione del nuovo Sistema Museale unico della Città di Verona, impegnata nella creazione di nuovi percorsi espositivi presso le proprie sedi museali.

La Galleria d’Arte Moderna Achille Forti apre le porte di Palazzo della Ragione con una mostra che rinnova il percorso espositivo permanente della collezione civica, dal titolo L’arte a Verona tra avanguardia e tradizione. L’Ottocento e il primo Novecento da Hayez a Casorati, arricchita da una sezione collaterale che rende omaggio ai 20 anni dalla prima acquisizione di opere d’arte contemporanea da parte della GAM, dal titolo Luoghi della mente. 20 anni di arte contemporanea.

L’esposizione della collezione storica, sviluppata al piano nobile del Palazzo, curata dalla direttrice Francesca Rossi, intende mettere in evidenza una caratteristica costante della cultura artistica di Verona attraverso i secoli, la capacità di misurarsi con un crocevia di culture diverse pur affermandosi come centro di produzione autonomo e originale. Lungo l’arco di oltre un secolo, tra Ottocento e primo Novecento, Verona è stata protagonista di scambi e relazioni culturali e artistiche con Milano (la cultura accademica, il risorgimento, la scapigliatura, il divisionismo), con Venezia, Firenze, Napoli e con la cultura nordica.  La città è animata in questo periodo da un forte senso civico e dal mecenatismo di autorevoli personalità  locali che si riflette in importanti commissioni artistiche e nella promozione di iniziative culturali a sostegno delle arti.

Il percorso, articolato in tre sale, presenta circa 90 opere tra dipinti, lavori su carta e sculture che illustrano episodi distintivi della storia e della cultura figurativa veronese e italiana tra il 1830 e il 1920, in una incalzante dialettica tra i poli dell’ avanguardia e della tradizione.

Nelle prime due sale, la “Sala delle Colonne” e la “Sala Quadrata”, è presentata l’arte dell’ Ottocento tra pittura e scultura realista, di storia, di genere, scapigliata e divisionista, con un focus inedito sull’Accademia di Belle Arti di Verona sotto la direzione del veneziano Napoleone Nani, che ebbe tra i suoi allievi Angelo Dall’Oca Bianca.

Tra i capolavori esposti, opere di Giuseppe Canella, Carlo Ferrari, Alessandro Puttinati, Ugo Zannoni, Francesco Hayez, Pompeo Maria Molmenti, Domenico Induno, Silvestro Lega, Antonio Mancini, Angelo Morbelli, Medardo Rosso, Mosè Bianchi, Napoleone Nani, Giacomo Favretto, Luigi Nono, Angelo Dall’Oca Bianca, Vincenzo De Stefani, Giuseppe Romeo Cristani.

Nella terza sala, la sala “Picta”, trova invece spazio l’arte veronese del primo Novecento, protagonista di una stagione particolarmente prospera grazie alla presenza stimolante della figura di Felice Casorati e all’influenza esercitata sui veronesi dalle Biennali veneziane e dal gruppo riunito attorno a Nino Barbantini a Ca’ Pesaro.

Qui sono esposte opere dello stesso Casorati, di Alfredo Savini, Ugo Valeri, Umberto Moggioli, Pio Semeghini, Umberto Boccioni, Guido Trentini, Angelo Zamboni, Giuseppe Zancolli, Ettore Beraldini, Eugenio Prati, Baldassarre Longoni, Antonio Nardi.

Una rigorosa selezione di prestiti provenienti dalle collezioni di Fondazione Cariverona e del Banco BPM arricchisce puntualmente le diverse sezioni del percorso.

La quarta ed ultima sala espositiva, detta “Orientale”, ospita un suggestivo focus a cura di Patrizia Nuzzo sull’arte del nostro tempo, in occasione dei vent’ anni di acquisizioni di opere contemporanee per l’incremento delle collezioni della GAM, di cui si ricordano, da ultime, le recenti donazioni del “Premio Ottella for GAM”.

Da Masuyama ad Hashimoto, attraverso Julia Bornefeld, Enzo e Raffaello Bassotto, Botto e Bruno, Gohar Dashti, Giorgio Olivieri, Antonio Rovaldi, il percorso espositivo si configura come un viaggio tra paesaggi che evocano un universo fisico e mentale, tra periferie di città e luoghi dello spirito alla ricerca di uno spazio ideale, panorami insieme astratti e reali, puri e “contaminati”.

Anche in questo caso la mostra si avvale di un importante prestito concesso dalla Galleria Studio La Città di Verona.

L’ARTE A VERONA TRA AVANGUARDIA E TRADIZIONE.

L’OTTOCENTO E IL PRIMO NOVECENTO DA HAYEZ A CASORATI

Fino al 28 febbraio 2019

Sezione collaterale

LUOGHI DELLA MENTE. 20 ANNI D’ ARTE CONTEMPORANEA

Fino al 30 novembre 2018

 

Comune di Verona, foto da Roberto Bolis

 

Zhang Dali in mostra a Bologna

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“Tutte le mie opere hanno una stretta relazione con la realtà che mi circonda”.
Si racconta così Zhang Dali, uno dei più noti artisti cinesi contemporanei, in mostra a Palazzo Fava, a Bologna.

Pittore, scultore, performer, fotografo, Zhang Dali è definito street artist per l’irriducibile volontà di cercare un dialogo con tutti gli elementi che permeano lo spazio urbano.

A Bologna, dove ha vissuto dall’89 al ’95 dopo la protesta di piazza Tienanmen, scoprì la graffiti art, forma artistica che portò poi in Cina diventatone il precursore.  La sua arte racconta, attraverso un dialogo con la città e con i suoi abitanti, la trasformazione storica, sociale ed economica della Cina degli ultimi trent’anni. I suoi lavori, esposti nelle più importanti gallerie e musei del mondo, sono frutto di uno sguardo profondamente umano.

Nove le sezioni in cui sono raggruppate le 220 opere tra sculture, dipinti, fotografie e installazioni, che spaziano nella sua imponente produzione artistica.

“Meta-Morphosis” – Zhang Dali a Palazzo Fava fino al 24 giugno.

Orari: Martedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato, Domenica: 10-20

Palazzo Fava, via Manzoni 2, Bologna

Biglietti: Intero € 10, Ridotto € 8

Genius Bononie