A Ferrara il ‘Giorno del Ricordo 2021. Istria, Fiume e Dalmazia’

Fino a martedì 16 febbraio sono in programma a Ferrara le iniziative cittadine per celebrare il ‘Giorno del Ricordo 2021. Istria, Fiume e Dalmazia – ricordo di un esodo‘. La ricorrenza del 10 febbraio è stata istituita dalla Repubblica italiana (art. 1 Legge n. 92 del 30 marzo 2004) al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Il calendario di appuntamenti nasce a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia insieme a Prefettura di Ferrara-Ufficio Territoriale del Governo, Comune di Ferrara-Museo del Risorgimento e della Resistenza, Associazione Nazionale Partigiani Cristiani-sezione di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara con il patrocinio del Comune di Ferrara.

DOMENICA 14 FEBBRAIO 2021- ORE 10,30 – Ferrara – Basilica di San Francesco via Terranuova – angolo via Savonarola

Alla Santa Messa domenicale, celebrata da Sua Eccellenza Mons. Gian Carlo Perego Arcivescovo di Ferrara/Comacchio, saranno ricordate le genti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, costrette ad abbandonare la loro terra, ove da secoli erano presenti, nel secondo dopoguerra. Lettura finale della “Preghiera per l’Infoibato”, scritta da Sua Eccellenza Mons. Antonio Santin, Vescovo della Diocesi di Trieste e Capodistria dal 1938 al 1975.

MARTEDI’ 16 FEBBRAIO – ORE 10,15 – Incontro in video compresenza – Istituto comprensivo F. De Pisis di Ferrara

Tema dell’incontro “Le foibe e l’esodo degli istriani, fiumani e dalmati”. Ne parlano Flavio Rabar, esule da Fiume e Presidente del Comitato di Ferrara dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e la Dott. ssa Antonella Guarnieri, storica e Responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara.

A fianco delle iniziative del programma ufficiale, listituto di Storia Contemporanea esporrà sui propri social (YouTube: istituto di storia contemporanea di Ferrara, Instagram:@isco.fe, e condiviso come link su Facebook: Iscoferrara e Twitter:@iscoferrara) la mostra “Le tragedie del confine orientale. Fascismo – Foibe – Esodo“, realizzata da Bruno Enriotti, direttore della Fondazione Memoria della Deportazione.


Alessandro Zangara

Regio People

Il Teatro Regio di Parma nel 1960

230 scatti, dal 1909 a oggi, per disegnare, in 260 pagine, il ritratto di una delle componenti più importanti di uno spettacolo dal vivo, il pubblico: RegioPeople è il nuovo volume fotografico realizzato dal Teatro Regio di Parma, per il progetto speciale 2019 dell’associazione Reggio Parma Festival, che immortala gli sguardi e le emozioni di chi, al di là della quarta parete, ha partecipato e partecipa alla creazione degli spettacoli del Teatro Regio e del Festival Verdi, catturando assieme a questi la magica, unica atmosfera che pervade gli spazi e regna da sempre nel pubblico di uno dei più bei teatri del mondo.

Questo speciale racconto, a cura dello storico della musica Giuseppe Martini, presenta per la prima volta riunite, selezionate e restaurate, immagini preziose custodite dall’Archivio Storico del Teatro Regio di Parma e negli archivi privati dei fotografi Alberto e Gianluca Montacchini e di Giovanni Ferraguti, che hanno documentato la vita del Regio a cavallo del XX secolo, e di Roberto Ricci, fotografo del Teatro dal 2003.

Il volume è stato distribuito in edicola in esclusiva con la Gazzetta di Parma, al prezzo di 18 euro più il costo del quotidiano.

La copertina del volume

Cuore pulsante della “Città del Melodramma”, il Teatro Regio di Parma sin dalla sua costruzione rappresenta uno dei più importanti luoghi della vita della città, parte integrante del suo tessuto culturale, sociale ed economico, luogo di condivisione e occasione di arricchimento, discussione e dibattito, e da sempre specchio fedele dei suoi mutamenti, particolarmente in occasione dei più cruciali momenti della storia di Parma. In Regio People ritroveremo, dipinta sul volto dei suoi spettatori, la passione e la tenacia con cui da sempre il Regio allestisce i suoi spettacoli.

La storia familiare di ciascun parmigiano racchiude sicuramente uno o più ricordi legati al Teatro Regio, commenta Federico Pizzarotti, in veste di Presidente della Fondazione Teatro Regio di Parma. Per i parmigiani, infatti, il Regio è molto di più di un semplice teatro, sin dalla sua fondazione, voluta quasi 200 anni fa da Maria Luigia, che lo intese come luogo di diffusione culturale aperto a tutti. Sarà quindi interessante sfogliare questo spaccato della città di Parma assieme ad alcuni tra coloro che hanno contribuito a darvi vita, e sapere che sui volti ritratti da quattro grandi fotografi italiani brillano un fuoco e una passione che possiamo ritrovare ancora oggi tra i frequentatori del nostro Teatro”.

Incontrare oggi sulla pagina i volti, gli sguardi, le emozioni del nostro pubblico, ripercorrendo il corso della storia, ci farà nuovamente sentire parte di una vasta e gloriosa comunità – afferma Anna Maria Meo, Direttore Generale del Teatro Regio di Parma, ci fa prendere ancora una volta coscienza dell’importanza del patrimonio custodito dal Teatro, anche in termini di vissuto sociale e ricordare, nel delicato momento storico in cui questo volume va in stampa, quanto noi stessi abbiamo vissuto, nella certezza che ritorneremo presto a vivere il nostro amato Teatro, insieme”.

Franco Maria Ricci e Ornella Vanoni al Regio nel 1976

Promuovere l’attività e la storia delle realtà che compongono il Reggio Parma Festival è lo scopo istituzionale della nostra Associazione, spiega Andrea Gambetta, Presidente dell’Associazione Reggio Parma Festival. In occasione di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020 abbiamo scelto di raccontare il Teatro Regio in un progetto speciale che, attraverso le immagini raccolte e selezionate, ripercorre il racconto del “luogo del melodramma” della città, con le foto dei protagonisti delle sue serate – spettatori, loggionisti, appassionati – nella cornice ideale del tempio dell’opera di Parma.

Immagini recenti e del passato che recuperano una magica atmosfera, svelando un legame ed un dialogo di note e parole fra il principale teatro di Parma ed i suoi abitanti, fra la passione per la lirica ed il palcoscenico che la contiene. Le fotografie riportano alla memoria la “viva” cultura musicale del Teatro Regio e la tradizione musicale che questo luogo esprime, con il suo potenziale di rappresentazione e identificazione con l’anima stessa della città”.

Giuseppe Martini, segretario scientifico dell’Istituto nazionale di studi verdiani di Parma, e da anni consulente editoriale e musicale del Teatro Regio e Roberto Ricci hanno seguito la selezione, il restauro e la pulitura dei negativi e la delicata fase della digitalizzazione delle immagini. “Le immagini raccolte, spiega Martini, sono tutta l’altra metà del Teatro Regio, vista attraverso gli occhi diversi e complementari di quattro fotografi, con i cambiamenti del gusto e della moda e persino delle facce, i deliqui e le intemperanze, lo sprezzo e l’entusiasmo, i gesti e le macchiette, quella metà del Teatro che sta di fronte al palcoscenico, e se ne compiace. Un lavoro difficile, quello della selezione perché le foto del pubblico del Regio sono davvero tantissime e sceglierne solo 230 è stata sfida, tanto che è già in cantiere un secondo volume”.

Paolo Maier (anche per le fotografie)

“Un seme di collina”, il nuovo libro fotografico di Nerina Toci

Curato da Davide di Maggio ed edito da Fondazione Mudima, “Un seme di collina” è un progetto work in progress che comprende una selezione di fotografie realizzate tra il 2017 e il 2020 in Sicilia, principalmente tra i versanti asimmetrici dei monti Nebrodi, e che nasce da un ben precisa esigenza di definizione del reale.

All’inizio del suo percorso di ricerca artistica, lo sguardo di Toci era condizionato dai sogni e dall’emotività; il punto focale della sua indagine era la sua identità e ciò che per lei rappresentava il reale. Questo volume raccoglie un intenso lavoro, che esemplifica l’evoluzione artistica della fotografa: dopo aver gradualmente eliminato la propria figura dagli scatti, Toci cerca di catturare l’identità universale attraverso l’esperienza del sensibile.

L’interesse antropologico – con la costante riflessione sulla figura femminile, sul senso del luogo e del confine – e l’interrogazione sul reale spostano la funzione della fotografia da quella estetica a quella reale: la vera risposta sta non nel catturare e possedere la realtà, ma nell’accettazione della sua esistenza.

La giovane fotografa albanese, originaria di Tirana, che per molti anni ha vissuto in Sicilia, si occupa di fotografia dal 2015 e riserva da sempre, nel suo lavoro, un ruolo centrale alla sua terra di adozione.

Nerina Toci, Ritratto

Nei sui lavori sensuali e misteriosi – dei quali anche Letizia Battaglia ha sottolineato l’inquietudine e la grazia – riesce a rappresentare la sua realtà, la sua immaginazione sconfinata, che varca i confini della fotografia e ci porta in un mondo incantato dove la mente è libera di viaggiare. La chiave per capire il suo lavoro va cercata nel fatto che, applicando leggi proprie, supera la visione monoculare che la fotografia impone. Il lavoro di Nerina Toci parte dalla fotografia ma prende subito altre rotte, diventando opera d’arte. La macchina fotografica è semplicemente un mezzo che le consente di esprimere quello che per un fotografo è impossibile: uscire dalla realtà che ci circonda per addentrarsi in una sorta di Wunderkammer – una realtà personale che diventa universale – nella quale entriamo insieme a lei.

Davide di Maggio, curatore del volume, dice di lei: «Il fotografo blocca un istante in eterno, lei apre quell’istante all’infinito. Le sue fotografie non hanno a che fare con l’effimero della nostra società, ma hanno piuttosto quella “perennità” delle opere che si tramandano nel tempo. Il tempo non è un limite ma diventa suo alleato. La realtà che la circonda non le interessa, la sua è un instancabile ricerca di un mondo che non trova, ma che è ben chiaro nella sua lucidissima immaginazione e che riesce a esprimere nelle sue fotografie anche grazie ad un grandissimo talento. Questa è la forza di Nerina Toci, il suo fascino, il suo magnetismo. E questo è il sogno dell’arte che grazie a lei si avvera e che questo nuovo libro ci restituisce in tutte le sue parti mettendo in luce il ruolo centrale da lei assunto tanto come testimone del mondo dell’arte e della realtà sociale in profondo mutamento che la circonda, quanto come protagonista di nuovi percorsi di ricerca e di espressione artistica».

Il libro è acquistabile sul sito di Fondazione Mudima: www.mudima.net (sezione Shop) e in libreria.

Alcuni degli scatti di Nerina Toci possono essere ammirati dal pubblico nella mostra collettiva La Face autre de l’autre Face, alla Fondazione Mudima fino al 12 marzo 2021.

L’esposizione sarà visitabile in assoluta sicurezza, con accessi contingentati nella quantità e nella frequenza. Informazioni e prenotazioni: http://www.mudima.net

Nerina Toci nasce a Tirana il 21 gennaio del 1988. Vive e lavora tra Palermo e Milano. Nel 2015 inizia a fotografare, prediligendo il bianco e nero. Ha esposto in Italia, Albania e in Cile.

Nel 2017 esce il suo primo libro, L’immagine è l’unico ricordo che ho, edito da Navarra, con la prefazione di Letizia Battaglia. Inoltre collabora con la rivista indipendente di poesia e cultura Niederngasse. Le collettive continuano nel 2019, con la mostra Visionari al Centro Internazionale di fotografia di Palermo. Sempre nel 2019 cura con Davide Di Maggio la mostra Il corpo è un livido a Palazzo Ducale di Massa.

Delos (anche per le immagini)

I segreti di Pinocchio

Si è parlato di ‘Pinocchio’ e dei segreti del suo successo senza tempo alla Biblioteca comunale Ariostea di Ferrara con Daniela Cappagli in diretta video sul canale youtube della biblioteca.

Pinocchio ha 140 anni. La frase suona strana eppure è uno dei libri più noti al mondo. Ancora oggi è molto letto nei più di 200 idiomi in cui è stato tradotto ed ha superato con lode l’usura del tempo e delle mode così da conquistarsi un posto d’onore nella letteratura classica.
Le avventure di Pinocchio, poi, sono state ispirazione di versioni teatrali, cinematografiche, di cartoni animati, di fumetti, di sculture, di opere grafiche e persino di murales. Pinocchio e gli altri protagonisti – da Geppetto a Lucignolo al Grillo Parlante, da Mangiafoco al Gatto e la Volpe, alla Fata turchina – sono entrati nell’immaginario collettivo a simboleggiare comportamenti, vizi e virtù. Ma qual è il segreto del suo successo? Perché il burattino nato dalle mani di Geppetto è diventato così popolare? In lui il lettore si immedesima e per dirla con Benedetto Croce, Collodi ha creato “un libro umano, che trova le vie del cuore” o ancora, citando Benigni, la favola di Pinocchio è “per quei bambini che vanno dai 4 agli 80 anni”, scritta in modo coinvolgente, veloce e immaginifico.

Insomma Pinocchio piace ed è piaciuto a intere generazioni. Ne riparliamo ancora oggi dopo quasi un secolo e mezzo dalla pubblicazione del primo episodio della storia sul Giornale dei bambini nel 1881.

Alessandro Zangara (anche per l’immagine)

In restauro il monumento a Dante di Verona


Per la prima volta dalla sua collocazione in piazza dei Signori, avvenuta nel maggio del 1865, la statua di Dante sarà oggetto di un complessivo intervento di restauro. I lavori, che avranno una durata di circa due mesi, rientrano fra i progetti realizzati nel 2021 in occasione delle celebrazioni per il 700° anniversario della morte del sommo poeta.

L’intervento conservativo è a cura del Comune di Verona – Edilizia Monumentale e Direzione dei Musei Civici, ed è realizzato grazie al generoso contributo dello sponsor Zalando, che ha sostenuto interamente il costo dell’opera. Per tutta la durata dei lavori la piazza resterà accessibile. In fase di valutazione la realizzazione di una sorta di percorso di visita al cantiere, che consentirà di mostrare al pubblico le diverse e particolari fasi dell’intervento.

L’ultimazione è prevista per la metà di aprile, in concomitanza con l’avvio della grande esposizione “Tra Dante e Shakespeare: il mito di Verona”, in programma alla GAM dal 23 aprile al 3 ottobre 2021. Il restaurato monumento rappresenta infatti il simbolo delle celebrazioni dantesche e il punto di partenza dell’ampia programmazione di eventi previsti nel corso di quest’anno nella città scaligera. Tra questi l’articolato progetto artistico di ‘mostra diffusa’, i cui fulcri espositivi sono collocati alla Galleria d’Arte Moderna – GAM Achille Forti di Palazzo della Ragione e al Museo di Castelvecchio.

Monumento a Dante. Realizzato nel 1865 dal giovane scultore Ugo Zannoni, che vinse il concorso indetto dalla Società di Belle Arti dell’Accademia di Agricoltura e Scienze in occasione delle celebrazioni del sesto centenario della nascita di Dante Alighieri. La statua fu inaugurata alle quattro del mattino, nella notte tra il 13 e il 14 maggio del 1865, per scongiurare la reazione degli Austriaci, allora al governo della città scaligera, che vedevano in questo monumento il valore simbolico di italianità e di agognata libertà dallo straniero. Il monumento è realizzato in marmo di Carrara su basamento di “marmo rosso di Verona”. L’altezza totale dell’opera è di circa 6,80 m., mentre la sola scultura è di circa 3 m. Il bozzetto in bronzo della scultura è attualmente esposto alla GAM nella mostra “La mano che crea. La galleria pubblica di Ugo Zannoni (1836-1919) scultore, collezionista e mecenate”. Il bozzetto originale in gesso, invece, è ancora oggi conservato nell’Accademia di Agricoltura, Scienze e Lettere di Verona.

Fra i simboli della nostra città – spiega il sindaco – la statua necessitava da tempo di un completo intervento di restauro conservativo. Un’opera molto attesa dalla cittadinanza, che si colloca fra i progetti simbolo dell’ampio programma di eventi realizzato a Verona in occasione del 700° anniversario della morte del sommo poeta. Una statua storica, che rappresenta simbolicamente l’identità nazionale e veronese della città scaligera, posta in una delle nostre piazze più belle. Per questo ringraziamo Zalando, per la sensibilità dimostrata nei confronti della nostra città”.

Si tratta di lavori di particolare rilevanza – dichiara l’assessore Zanotto –, che andranno a risistemare complessivamente la statua, oggi in uno stato conservativo alterato, con fenomeni erosivi e di cambiamento del colore, visibili su tutta la superficie marmorea del monumento. L’intervento avrà una durata complessiva di circa 90 giorni, con un fine lavori programmato per la metà del prossimo mese di aprile”.

L’intervento vuole essere un momento simbolico di apertura delle celebrazioni – precisa l’assessore Briani –. Puntiamo, compatibilmente con le necessarie limitazioni dovute all’area di cantiere, di rendere visibile al pubblico le diverse fasi dell’intervento. Una sorta di evento nell’evento che, già in altre occasioni di restauro, si è dimostrato un’opportunità apprezzata dal pubblico. I lavori sono il frutto della generosa donazione del gruppo internazionale Zalando, che ne ha interamente finanziato i lavori. Una preziosa partnership, che consente al Comune di effettuare un’opera conservativa su un monumento simbolo della città”.

Riccardo Vola, Director Southern Europe & Gift Cards, commenta: “siamo felici di essere lo sponsor ufficiale per il restauro della statua di Dante Alighieri a Verona e ridare vita ad un’opera unica della cultura italiana. Con ‘Zalando celebra Dante, uno stile senza tempo’ per la città di Verona, abbiamo pensato a come trasformare i pannelli coprenti in un mezzo di comunicazione che invece di scoprire, svela”. Riccardo Vola, aggiunge: “Questa attività permette inoltre alle persone di ripensare al lavoro di Dante e scoprirlo sotto una nuova luce, utilizzando dei soggetti della nostra campagna ‘Torneremo ad abbracciarci’, che vengono per l’occasione arricchiti con i versi tratti dalle principali opere del Poeta fiorentino. Infatti, i suoi versi di 700 anni fa sono sempre contemporanei e si adattano alla difficile situazione che stiamo vivendo, diffondendo positività, speranza e amore”.

Attuale stato conservativo del monumento. Le due diverse tipologie di pietra utilizzata presentano i danni tipici che si riscontrano sui manufatti esposti all’aperto. Tra questi, fenomeni di erosione derivanti dall’acqua piovana combinata con i gas inquinanti dell’atmosfera; piccole crepe dovute a sollecitazioni fisiche conseguenti le escursioni termiche, con perdita macroscopica di materiale e aumento della porosità superficiale; formazione di incrostazioni carboniose nei sottosquadri. Il colore appare oggi fortemente alterato, quasi bianco mentre originariamente poteva assumere toni di rosso anche molto intenso. Il marmo di Carrara invece manifesta la propria vulnerabilità allo scorrimento dell’acqua, con l’opacizzazione delle superfici maggiormente esposte, che acquisiscono il tipico aspetto “saccaroide”, dato dall’esposizione dei cristalli di calcite.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Riapre il Castello del Buonconsiglio!

A partire da oggi,19 gennaio, il museo sarà nuovamente pronto ad accogliere i visitatori nelle sue sale! Il Castello sarà aperto dal martedì al venerdì dalle 9.30 alle 17.00 (chiuso lunedì, sabato e domenica). Restano temporaneamente chiusi Castel Thun, Castel Beseno, Castel Stenico e Castel Caldes. Per far sì che l’esperienza in museo sia un’occasione di conoscenza, di crescita e di benessere per tutti, l’accesso al museo è garantito a un numero definito di visitatori per fascia oraria, pertanto è necessario prenotare l’ingresso ON LINE oppure telefonando al numero 0461 492811, dal lunedì al venerdì, 9.00 – 13.00.

Cosa c’è di nuovo al Castello del Buonconsiglio?
Gli apostoli ritrovati. Capolavori dall’antica residenza dei Principi vescovi. E’ questo il titolo della mostra, curata da Giuseppe Sava, che fino al 5 aprile 2021 sarà protagonista nella sala del Torrion da Basso al Castello del Buonconsiglio. La rassegna, organizzata dal museo con l’aiuto della Soprintendenza per i Beni culturali, racconta l’affascinante storia di un fortunato ritrovamento di due magnifiche sculture seicentesche in bronzo dorato molto probabilmente commissionate dal principe vescovo e fino al 1803 conservate nella dimora del principe vescovo al Castello del Buonconsiglio. Disperse poi sul mercato antiquario agli inizi del Novecento le due magnifiche sculture seicentesche sono ritornate nelle collezioni museali del Castello del Buonconsiglio ed esposte nella mostra a loro dedicate.

Per tutti coloro che ancora non possono venire di persona ad ammirare queste straordinarie opere, proseguiremo con gli appuntamenti digitali “ A tu per tu“: brevi video in cui i curatori raccontano la storia e le curiosità delle preziose statutette. Continuate a seguirci sui canali social del museo!

Il “Cristo benedicente” donato dalla famiglia Mezzelani

Da Alessandria d’Egitto all’Etiopia, passando da Capo di Buona Speranza per tornare in Italia, prima a Viareggio, poi a Genova e infine a Verona. Tra una guerra mondiale e l’altra. Il ‘Cristo Benedicente coronato di spine’, opera attribuita a Francesco di Bosio Zaganelli, ha un’incredibile storia da raccontare. Quella della famiglia Mezzelani che l’ha acquistato a fine ‘800, portandolo con sé di viaggio in viaggio. E non appena i musei riapriranno tutti potranno vederla, perché la tavola ora ha trovato dimora a Castelvecchio. I fratelli Paolo, Margherita ed Eleonora l’hanno donata alla città. “Verona ci accolse con la sua bellezza tanti anni fa, dopo lungo peregrinare. Ora vogliamo lasciare questo capolavoro della nostra famiglia al Museo di Castelvecchio, uno degli spazi espositivi più belli d’Italia”. L’opera su tavola databile tra il XV e il XVI era stata acquistata dal nonno materno, medico di bordo nel Mediterraneo. Ereditata dalla madre e, infine, dai tre fratelli cresciuti assieme al dipinto che, fino a qualche giorno fa, troneggiava nella sala da pranzo della casa di famiglia. E ora, impreziosisce la sala del Bellini.

Il dipinto, dalle contenute dimensioni, raffigura il Cristo con la mano destra alzata nel gesto benedicente, mentre la sinistra è elegantemente appoggiata al busto. Il volto giovanile è contornato da lunghi capelli ondulati e da un’impalpabile barba. L’alta fronte è rigata da gocce di sangue provocate dalle ferite inferte dalla corona di spine che cinge il capo, ma l’espressione del Cristo, dal sereno sguardo e dalle labbra dischiuse, non lascia trasparire emozioni di dolore. Sullo sfondo costruzioni turrite e agglomerati urbani sono immersi in un paesaggio naturale che sfuma in lontananza in una cerulea tonalità.

Un dono meraviglioso alla città – ha detto Sboarina -. Ricevere un Cristo Benedicente in questo momento complicato e incerto ha un valore simbolico inestimabile, oltre che artistico e culturale. Il nostro Museo si arricchisce di un’opera che porta con sé una storia incredibile, quella della famiglia Mezzelani. Ringrazio per questo tutti i fratelli che, separandosi da questo dipinto, l’hanno voluto regalare per sempre alla città e a tutti i visitatori che, speriamo quanto prima, torneranno numerosi. Si tratta dell’ennesima donazione che riceviamo, gesti di grande generosità perché lasciano dei veri e propri capolavori in eredità al patrimonio culturale dell’umanità”.

Un segno di grande attenzione alla città che ha accolto la famiglia Mezzelani tanti anni fa e di riconoscimento al valore inestimabile del nostro patrimonio museale – ha detto Briani -. In questo momento i musei sono chiusi ma stiamo lavorando incessantemente per far pulsare il loro cuore e mantenerli vivi e attivi, pronti a riaprire non appena sarà possibile. La cultura non si ferma e Verona oggi si arricchisce di un capolavoro”.

Un’opera ancora da studiare – ha concluso Rossi -, sarà infatti interessante approfondire la ricerca sull’autore e sulla tavola, che potrebbe far parte di una composizione. Affianco al dipinto racconteremo la sua storia, in modo che tutti la conoscano e ne apprezzino il valore non solo artistico, ma anche di vita vissuta nel corso dei secoli”.

L’opera viene attribuita a Francesco di Bosio Zaganelli (Cotignola, 1460 – Ravenna 1532), sulla base di confronti tra il piccolo olio su tavola e altre opere dell’artista, in cui si possono riscontrare simili stilemi e ductus pittorico, in particolare negli sfumati e nella resa dei volti. Attivo nella nativa Cotignola, Zaganelli inizia la sua produzione in stretta collaborazione con il fratello Bernardino, con cui conduce una bottega fino ai primi anni Dieci del Cinquecento, periodo in cui Francesco risulta risiedere a Ravenna. Mentre Bernardino si mantiene entro i binari di un’educazione ferrarese-bolognese, Francesco fu spirito inquieto, sollecitato dalle più disparate tendenze pittoriche del tempo, dal venetismo romagnolo divulgato da Palmezzano, Carrari e Rondinelli ai primi esperimenti grafici di origine nordica, elaborando le sue composizioni in una promiscuità di scuole e stili diversi.
L’opera è stata collocata al secondo piano della Reggia scaligera, accanto ad altri capolavori della seconda metà del Quattrocento di scuola veneta come quelli di Giovanni Bellini e a dipinti di pittori attivi agli esordi del Cinquecento in area padana, come Girolamo da Cotignola e Cristoforo Canozi da Lendinara.


Roberto Bolis (anche per la fotografia)

La Divina Commedia in podcast

Nel mezzo del cammin di nostra vita”, inizia così il primo canto dell’Inferno. E anche il primo podcast del progetto ‘Dante’s Box’, una sorta di jukebox della Divina Commedia con 21 puntate radiofoniche in pillole da 15, 20 minuti al massimo. Le prime tracce sono online sul sito http://www.rocketradiolive.com, sui canali social del Comune di Verona e dell’Altro Teatro, oltre che sui canali Spreaker e Spotify di Arteven, che collabora alla realizzazione del progetto, e sul portale myarteven.it.

Non una semplice lettura. Ma una ricetta in grado di accendere la fantasia e l’immaginazione. La voce intensa e penetrante di Marco Morellini di Ippogrifo Produzioni. La musica e l’ambientazione originale di Giulio Ragno Favero. Il ritmo scandito dagli strumenti. Un’esperienza sonora quasi d’altri tempi, con Filippo Nigro, volto del grande e piccolo schermo, a creare la magia dell’introduzione e del finale.

Dante’s Box’ rientra nel progetto Dante a Verona 1321-2021, le celebrazioni per i 700 anni dalla morte del Sommo Poeta. Il programma degli eventi è realizzato dal Comune di Verona, assessorato alla Cultura, insieme a istituzioni, associazioni culturali e realtà teatrali veronesi.

Questo fino a fine gennaio, poi le puntate raddoppieranno, due a settimana. I canti saranno interpretati da 20 attori di 7 compagnie professionali veronesi, dirette da Fabrizio Arcuri: Ippogrifo Produzioni, Teatro Scientifico-Teatro Laboratorio, Casa Shakespeare, Mitmacher, Modus Produzioni, Punto in movimento e Cantieri Invisibili. Ad anticipare ogni canto una piccola introduzione che vedrà coinvolti anche altri artisti della scena nazionale quali Isabella Ragonese, Lino Guanciale, Vinicio Marchioni e Leo Gullotta.

Roberto Bolis

Il Polittico di San Luca a Castelvecchio

Il Polittico di San Luca

Un’opera dal valore storico-artistico inestimabile, acquisita quest’estate dal Mibact e arrivata a Castelvecchio. Si tratta dello straordinario polittico rinascimentale detto di S. Luca, opera attribuita ad un intagliatore veronese che, da oggi, entra a far parte della collezione dei Musei Civici di Verona, in esposizione permanente al museo scaligero. Gli studi recenti collocano l’opera tra gli anni ‘70 e ‘80 del Quattrocento, con richiami artistici all’ambito veronese come trait d’union tra la bottega dei Giolfino e l’attività di Giovanni Zebellana. Proprio per la sua appartenenza alla storia culturale della nostra città, il polittico è stato destinato al museo veronese mentre la titolarità è in capo alla Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro di Venezia. In attesa della riapertura dei Musei, il polittico potrà essere ammirato attraverso alcuni video di presentazione che, nelle prossime settimane, saranno resi disponibili sul sito e sui canali social dei Musei Civici.

Il Polittico, a tre scomparti e due registri, nella parte alta raffigura la Madonna con il Bambino in trono, attorniata da San Bernardino da Siena e San Vincenzo Ferrer. Nel registro inferiore, San Luca evangelista seduto allo scrittoio con San Rocco e San Sebastiano ai lati.

La cornice è integra ed originale con montanti costituiti da lesene traforate e piccole porzioni di colonnine foliate. I trafori sono applicati su fondi in carta rossi o blu, a imitazioni di smalti, secondo una tradizione presente in area veneta. La finitura policroma è raffinatissima nella resa degli incarnati e nei dettagli preziosi che ornano le vesti. L’impianto architettonico della cornice e la concezione delle statue sono la testimonianza del clima di ricezione presente a Verona in quegli anni e del rinnovamento portato da Andrea Mantegna. Prima dell’esposizione, l’opera è stata sottoposta ad un intervento conservativo e, per la sua collocazione, è stato studiato il riallestimento completo della sala del Mantegna destinata ad accoglierla, presente negli spazi espositivi al secondo piano del Museo.

Dall’ultimo Dpcm che ha imposto la chiusura dei musei – spiega il sindaco – è stato avviato un importante percorso di arricchimento delle collezioni dei Musei Civici veronesi che oggi, con questo Polittico in esposizione permanente a Castelvecchio, raggiunge indubbiamente uno dei suoi momenti più alti. Ringrazio il Mibact per l’opportunità offerta e per la stima riconosciuta al sistema museale civico di Verona, scelto per accogliere questo straordinaria opera”.

Un risultato importante – dichiara l’assessore Briani –, frutto della lungimiranza gestionale del direttore Rossi che, quest’estate, con formale richiesta al Mibact, ha concretizzato l’assegnazione ai Musei Civici veronesi di questa stupenda opera quattrocentesca. Un capolavoro dal valore storico-artistico inestimabile, da oggi in mostra permanente negli spazi del Museo scaligero. In questo tempo di chiusura, per offrire al pubblico un’anteprima di questo capolavoro, saranno effettuati dei girati che saranno resi poi visibili sul sito e su social dei Musei”.

Per le collezioni veronesi si tratta di una forma di valorizzazione senza precedenti nella storia dei Musei Civici di Verona – sottolinea il direttore Rossi –. Espressione concreta della sintonia esistente tra il Ministero e i musei civici italiani, volta a sostenere lo sviluppo del sistema Museale Nazionale. Il Polittico è ora collocato a confronto con dipinti di Mantegna, Francesco Bonsignori, Carlo Crivelli e, in particolare, in rapporto con opere di Francesco Benaglio e Domenico Morone, che rivelano evidenti affinità stilistiche, con l’ambito culturale dell’intagliatore e mostrano analoghi riferimenti figurativi a modelli mantegneschi”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Ancona nella shortlist delle città candidate a Capitale Italiana della Cultura 2022

Ancona è tra le dieci città finaliste per il titolo di Capitale Italiana della Cultura 2022.

Delle 28 città che si sono proposte per ottenere l’ambito riconoscimento, la Giuria incaricata dal MiBACT ha decretato la rosa dei 10 progetti di candidatura migliori: Ancona; Bari; Cerveteri (Roma); L’Aquila; Pieve di Soligo (Treviso); Procida (Napoli); Taranto; Trapani; Verbania; Volterra (Pisa).

Una di queste città, entro il 18 gennaio 2021, si vedrà attribuire il titolo.

L’articolato progetto che ha portato Ancona a distinguersi tra le finaliste ha come tema La cultura Tra l’Altro.

Il gruppo di lavoro che ha partecipato al Dossier di Candidatura è composto da chi negli ultimi anni ha contribuito a tracciare i percorsi culturali della città: aziende, enti, associazioni pubbliche e private, istituzioni del territorio che, assieme a un team di giovani, hanno sviluppato 84 progetti originali, cui si aggiungono iniziative di artisti e pensatori della cultura nazionale che hanno deciso di scommettere sulla città dorica. Un percorso di collaborazione corale e sinergico con l’intento di avviare un progetto per il territorio, nel quale la cultura ha un ruolo da protagonista nella metamorfosi della città e delle zone limitrofe. La candidatura a Capitale Italiana della Cultura 2022 significa, per Ancona, la costruzione di una grande rete partecipata, pubblica e privata, destinata a crescere nel tempo e che affida alla leva culturale le grandi trasformazioni sociali, economiche ed urbanistiche in atto.

Il gruppo ha individuato nell’incontro, nel rapporto con l’Altro, il tema della candidatura.

«Essere finaliste è un onore e una responsabilità, nei confronti soprattutto del territorio regionale» dichiara Valeria Mancinelli, sindaco di Ancona «Vogliamo essere al servizio di tutta la comunità, come è giusto che sia. Tre cose sono certe: il fatto che la nostra corsa è una corsa di tutto il territorio; il fatto che abbiamo lavorato con concretezza, senza fare il passo più lungo della gamba, e siamo pronti a realizzare tutto quello che abbiamo scritto nel dossier; e infine, il fatto che il lavoro svolto sino ad oggi per la candidatura ha accelerato tante dinamiche e tanti processi culturali da fornire un grande slancio per il domani, comunque vada».

«Per candidarci abbiamo scelto il tema dell’Altro» commenta Paolo Marasca, assessore alla cultura del comune di Ancona «Un tema che è fondamentale per la cultura di ogni tempo, ed è vitale per una città come Ancona, nata, cresciuta e quasi distrutta per mano dell’Altro. Un tema, anche, che oggi assume una valenza ulteriore, e con il quale ci mettiamo a disposizione del Paese per trovare risposte nell’universo complesso delle relazioni, dei legami, degli incontri, ma anche della diffidenza e della distanza. La città ha partecipato con grande impegno e creatività, sviluppando progetti unici e originali, generativi. Sappiamo quanto ve ne sia bisogno».

Il processo partecipato della candidatura di Ancona prende il via dalla consapevolezza che oggi più che mai la cultura ha un ruolo sociale: l’identità, l’inclusione, l’uguaglianza, la coesione sociale, la difficoltà insita in ogni forma di relazione sono i temi delle arti e del pensiero contemporaneo e la cultura è la membrana attraverso cui i cambiamenti, gli avvenimenti e le risposte fornite dalla tecnica sono filtrati e guadagnano così un senso, per migliorare l’individuo e la collettività. Il tema dell’Altro è il sistema di legami, relazioni, conflitti, traumi che si compiono tra uomo e uomo, tra uomo e pianeta, tra uomo e tecnica.

Ad Ancona, città di mare, ciò è quanto mai evidente: partenza e approdo, scambio e mercato, viaggio ed esplorazione sono nel DNA di Ancona, che è profondamente segnata, in positivo e in negativo, dal rapporto con le altre genti. La città sorge sul mare, su un promontorio a forma di gomito: da qui viene il suo nome, attribuitole dai Greci di Siracusa, che la fondarono nel 387 a.C. Il promontorio protegge naturalmente il più ampio porto naturale dell’Adriatico centrale, segnando il destino della città: sede di un grande porto romano; rivale di Venezia e Ragusa in Adriatico; Repubblica marinara, assediata, controllata da imperatori, papi, eserciti e mercanti; roccaforte militare dopo il Risorgimento; focolaio anarchico; repubblica indipendente.

Ma l’incontro con l’Altro è stato anche, più volte, ingovernabile: nei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, nel disastroso terremoto del 1972 e nella frana del 1982.

Il tema dell’Altro è declinato in tre grandi sezioni nel Dossier: Altro come Incontro, Altro come Trauma, Altro come Cura.

L’Altro come Incontro racchiude progetti che mettono al centro la relazione e la scoperta dell’altro nell’esistenza individuale e collettiva: mostre, occasioni sociali, concerti, spettacoli con grande interazione con il pubblico, pensati da grandi personaggi della cultura italiana, tra i quali Marco Baliani, Manuel Agnelli e Mauro Ermanno Giovanardi.

L’Altro come Trauma riflette sulle cicatrici, i conflitti, le complessità, le intrusioni che, sempre, derivano dall’incontro con l’Altro. Trauma è conflitto, ma anche gestione del conflitto, confronto che permette a una comunità di crescere, nella coscienza della differenza: tra i pensatori che porteranno i loro contributi, il filosofo Federico Leoni.

L’Altro come Cura comprende i progetti animati da un forte spirito sociale, che si impegnano per la riqualificazione di spazi e che cercano di ricucire un tessuto sociale sfibrato, animati da personalità come lo psicoanalista Massimo Recalcati. Prendersi cura – dell’Altro, della comunità, della propria città, del Pianeta – è ciò che determina una civiltà.

Ancona si immagina Capitale della Cultura progettando non solo una città, ma un sistema culturale nuovo. Questo impianto progettuale si lega al Piano strategico pluriennale, ideato nel 2013 per aiutare la città a uscire dalla crisi, attualizzato per monitorare la sostenibilità in modo coerente con l’Agenda ONU 2030, e articolato attorno a tre punti focali: Città-Mare, che valorizza la sua posizione nell’Adriatico e l’elemento naturale che le è proprio; Città-Mole perché ad Ancona si trova uno dei più affascinanti complessi monumentali del Paese, la Mole Vanvitelliana, dell’architetto Vanvitelli; Città-Capoluogo, per rivendicare un ruolo centrale nel territorio.

La crisi del 2020 colpisce, dunque, un’Ancona in trasformazione, impegnata in un cambiamento a livello sociale, economico e urbanistico, che affida alla cultura la costruzione di significati nuovi nel tessuto sociale.

Una Capitale di cultura deve interrogarsi sui tre grandi temi emersi con la pandemia: il ruolo della Città oggi, in un’epoca di radicale trasformazione delle relazioni sociali e personali; il ruolo del Corpo e dell’incontro tra corpi, oltre la mera prospettiva tecnico-scientifica; il ruolo della Cultura. Per rispondere a questi interrogativi, Ancona ospita già dal 2021 un processo di formazione biennale a Palazzo Camerata, nel cuore del centro storico: enti di formazione, festival, soggetti scientifici e culturali danno vita ad un centro estemporaneo di formazione per giovani, con incontri, workshop, percorsi didattici e laboratoriali di filosofia, scienza, tecnologia digitale, scienze sociali, arte, per dare un senso e un’intensità al percorso di candidatura e alle iniziative in programma per il 2022.

E, assieme alle persone, anche la città prosegue il suo cammino di preparazione, con importanti interventi di rigenerazione urbana: si concluderà il restauro della Mole Vanvitelliana, con l’apertura di una nuova ala di 6.000 mq, che porta il complesso monumentale a raggiungere i 22.000 mq totali.

Anche lo spazio esterno della settecentesca Mole si trasforma, per l’anno della cultura: i vecchi binari in disuso saranno coperti dal prato e da allestimenti e il mare e le barche ormeggiate nello specchio d’acqua che circonda il monumento diverranno scene per attività ed eventi e per la comunità. Si riallaccia così il legame tra Ancona e il Porto Antico, che diventerà la grande arena per spettacoli all’aperto. La linea della costa torna ad essere unita, in un paesaggio che parla di arte, di archeologia, di lavoro, di scambio e confine: una realtà unica, pedonale e ciclabile, collegata attraverso mezzi pubblici sostenibili, protesa nel mare eppure allacciata senza soluzione di continuità al centro cittadino.

Accanto a questo grande centro di cultura lungo il mare, si lavora in parallelo per rivitalizzare, attraverso la cultura, le periferie: le istituzioni, i festival, le associazioni e i grandi progetti urbanistici ricostruiscono le identità e gli spazi di incontro, riconnettendo le periferie al centro città.

E ancora: il progetto di Ancona si estende oltre i suoi confini. Sono stati rafforzati legami virtuosi e sviluppate idee con altre città marchigiane, a sostegno della candidatura del capoluogo: Loreto con la Santa Casa; Macerata, città del celebre Sferisterio; Recanati, città di Leopardi; Senigallia; Camerano e anche Fano, candidata anch’essa a Capitale della Cultura e pronta ora a lavorare con Ancona per il territorio marchigiano.

Delos (anche per le fotografie)