Frappé di vite

Ogni volta che ci troviamo dinanzi alle nuove mode, proviamo nostalgia per quello che perdiamo. Così, nell’era dell’elettronica e dell’informatizzazione, proviamo una certa malinconia per la carta stampata, i libri cartacei, il profumo della carta che sembra appena uscita da una tipografia. Ci comperiamo il nuovo lettore musicale, ma ci manca il vinile che andiamo a cercare ai mercatini vintage. Non ricordiamo certo i lati negativi, la cassetta che si srotolava nell’autoradio o il mangiadischi che si inceppava sempre sul solito solco, come non ci ricordiamo gli anni bui della contestazione e delle discussioni accanite, che finivano per tramutarsi nella sensazione che non si sarebbe tornati a casa tutti interi, soprattutto se universitari, e soprattutto se dalla parte sbagliata e, ancor più, se di Milano, Torino, Genova, Trento. Così ecco che si materializza in alcuni ricordi, propri o raccontati, il bar come mito e come depositario di leggende, luogo cult e principe degli incontri, sia che fossero della signorina al culmine della propria libertà di uscite, sia che fosse del bell’uomo che raccontava di calcio e forse anche di politica, piuttosto che dell’ubriaco che aveva sempre qualche verità da rivelare. Sono quelle miscellanee che i baristi conoscono bene e, forse, che hanno ispirato il mix nello shaker che così bene il barista-amico-confessore sa agitare al momento giusto.

Il tutto messo in scena in un cartellone della Compagnia Malcostume, a Brescia e alcuni limitrofi, con cinque produzioni proprie e cinque ospiti. Apre l’interessante proposta di un gruppo di giovani, con le mille difficoltà dei luoghi e dei tempi, “Teatro 6” con Jessica Leonello, Renato Dossi alle percussioni e Nic Garrapatero alla chitarra, che propone appunto un “Frappé di vite” di buon gusto. Un’ora di divertimento mai banale e che non cala mai di tono, giusta composizione di parole e di sguardi, quelli con i quali Jessica ti osserva, osserva il suo pubblico, transitando per un “Che bei lacci che hai”, “Cos’hai da guardare?” e “Cos’è poi un ubriaco” che ricordano il cabaret e il teatro d’autore. Arriva in scena, ad aprire il nostro immaginario, una donna che incarna il risultato della vita, delle scelte, volute o imposte, il genere di soggetto che esce da un cassonetto o dai nostri armadi. Coperta di improvvisati abiti, Giulietta è il nostro immaginario migliore, il nome che apre subito al beato sorriso di chi ama e pensa al bello. Giulietta è la saggezza popolare e popolana che transita dal bar come dal luogo di ritrovo, quello nel quale è sempre più difficile entrare. Nell’era della nostalgia, il bar catalizza i cuori che vogliono dialogo nel tempo dell’individualismo e dell’isolazionismo personale, quando ci si incontra forse solo nei luoghi più “seri”, come le sale da tè o le aree delle mega librerie, magari create negli ex cinema. Così Giulietta pone le domande alle quali il pubblico sa già rispondere, essendo Giulietta una parte di noi, ma che non vuole proferire, attendendo il responso dell’attrice novella Cassandra. Attende di avere il responso proprio da lei, il pubblico, da quella donna bambina che ricorda il carnevale di Ivrea, quello al quale non voleva partecipare perché non le piacevano le arance, ma che, nel grottesco del sogno, poteva avere assassinato Olivetti durante la famosa battaglia. Giulietta siamo noi che ci guardiamo con gli occhi di
Jessica, dalla rara capacità di guardare dritto negli occhi e di portare il teatro in noi, alle nostre risposte, alle nostre paranoie diventate vecchio ubriaco in corsa o “contessa” con improbabili boa di struzzo. Il cambio scena è dato da cambi d’abito a vista dell’attrice alla quale i musicisti fanno ottima spalla, diventando spettacolo essi stessi e non solo corollario musicale. Ognuno, quindi, nel frappé è comprimario, è coprotagonista e si porta dietro, a fine serata, quella dose di storia sociale nella quale non può più dire di essere innocente.

Aleggia un ché di circense, come se fossimo per un attimo in uno spezzone della bella vita, dato che è felliniano il clima e anche la Giulietta, rimasta senza troppi spiriti, se non quelli dell’alcol da bar, appunto. La caratterizzazione dei personaggi è netta, a tutto tondo, degli anni Sessanta. Il cappellino che dà lustro alla Signoranonerolimasotutto, con la sottolineatura di quell’aperitivo che è stato mito anch’esso e colonna portante ancora oggi di serate, chissà se più dense di quelle di un tempo. La Signora fuma la sigaretta che lo stesso Professore non potrebbe gestire così bene, nel suo sentenziare sul sedere delle clienti, attività sportiva ancora in voga oggi, in famosi caffè cittadini, ma senza più parole, solo sguardi più o meno fessi. Le pietre miliari dei bar sono grottesche e tragiche allo stesso tempo, perché nel luogo di ritrovo per antonomasia si consumano i maggiori drammi dell’esistenza, senza il sentore di essere soli. Prova ne sia che il famoso ubriacone del piano di sopra, rimasto “a secco”, riceve nella calura dell’agosto senza ferie un cesto pieno di “riserve”, da part dei compagni di s-ventura. Il suono di sottofondo diventa padrone della scena e i musicisti sono le colonne sonore della vita di tutti, di tutte le età, perché con o senza il bar della propria vita, siamo delle comparse tragiche e, appunto per questo, dall’antichità ad oggi, comiche.

Davvero un bello spettacolo.

Articolo di Alessia Biasiolo

Fausto Pirandello. Il tempo della guerra

Dal 23 novembre prossimo al 23 febbraio 2014 le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento ospitano la mostra “Fausto Pirandello. Il tempo della guerra (1939-1945)”. La mostra, curata da Fabrizio D’Amico e Paola Bonani, è promossa dalle Fabbriche Chiaramontane e realizzata con il contributo dell’AFP – Associazione Fausto Pirandello.

A documentare per la prima volta in modo puntuale uno degli snodi più rilevanti della ricerca dell’artista saranno circa sessanta opere. Agli oltre trenta dipinti provenienti da istituzioni e musei pubblici e da gelose collezioni private, in particolare romane, milanesi e siciliane, fra i quali alcuni del tutto inediti, s’affianca ad Agrigento una larga scelta di opere su carta (sanguigne, pastelli, acquarelli), anch’esse per lo più inedite, provenienti dalla collezione degli eredi di Antonio Pirandello.

A introdurre questo periodo dell’operosità di Pirandello, saranno inoltre esposti alcuni esempi della precedente stagione, spesa dal pittore fra Roma e Parigi: dalla Scena campestre del 1926 alla Donna con bambino del 1929 al misterioso Testa di bambola, fra gli altri.

All’indomani della morte del padre (occorsa nel dicembre del 1936), si chiude il periodo più interrogante e sospeso di Pirandello, influenzato insieme dall’arte etrusca, dalla metafisica dechirichiana, dall’esempio di Picasso e di Braque e dal Surrealismo – avvicinati questi ultimi direttamente nei tardi anni Venti trascorsi dall’artista a Parigi, ove il pittore terrà anche la sua prima personale. E s’apre un tempo coeso, caratterizzato dal senso d’un oscuro dolore e da una intensa drammaticità: tempo nel quale l’immagine accede ad un dilacerato espressionismo, che si pone in sintonia con le punte più avanzate della coeva ricerca romana (di Mafai e del giovane Guttuso), quasi avvertendo in anticipo il dramma della guerra.

Fausto Pirandello (1899-1975) è autore votato ad un’aspra visione della realtà, e insieme ad un sogno capace di trasfigurarla, trasportandola in una dimensione ove albergano il rito, il mito, l’allucinazione. La sua figura, dopo la frequente e rilevante attività espositiva (alla Biennale di Venezia, in particolare, e alla Quadriennale di Roma) che ne ha contrassegnato tutta l’esistenza, e dopo il tempestivo riconoscimento dell’ampia antologica che, subito dopo la morte, gli ha destinato la Galleria Nazionale d’Arte Moderna (1976), è stata rivisitata da importanti studi recenti che hanno tra l’altro condotto alla pubblicazione del catalogo generale (Electa, a cura di Claudia Gian Ferrari, 2009) e ad una mostra incentrata sugli anni della sua prima maturità allestita dalla Galleria Nazionale di Roma (2010).

Ora, nel momento in cui nasce l’Associazione Fausto Pirandello (AFP) promossa dagli eredi Dora, Fausto e Silvio Pirandello, le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento promuovono questa rara mostra incentrata in special modo sul tempo della seconda guerra mondiale e sull’operosità densa, e spesso segnata dal dolore, di Pirandello in quegli anni.

Fausto Pirandello. Il tempo della guerra (1939-1945)

fino al 23 febbraio 2014

A cura di Fabrizio D’Amico e Paola Bonani

FAM, Fabbriche Chiaramontane, Agrigento, Piazza San Francesco 1.

Catalogo Silvana Editoriale, con testi di Paola Bonani, Fabrizio D’Amico, Flavia Matitti.

Organizzazione Associazione Amici della Pittura Siciliana dell’Ottocento.
Orari: da martedì a domenica 10-13 e 16-20. Aperto l’8 dicembre.

Chiuso: tutti i lunedì; 25 e 26 dicembre e 1 gennaio.

Ingresso gratuito.

Articolo di Studio Esseci

Ecce Homo al Teatro Sociale di Brescia

Il cartellone della Stagione di Prosa del Teatro Sociale di Brescia è stato inaugurato dal nuovo spettacolo prodotto dal CTB, Centro Teatrale Bresciano, dal titolo “Ecce Homo”. Soggetto di Lucilla Giagnoni con la collaborazione di Maria Rosa Panté, musiche di Paolo Pizzimenti e luci di Massimo Violato, assistente alla messa in scena Daniela Falconi.

Uno spettacolo monologo di un’ora e mezza circa, con flash di immagini sul fondo scena. Un testo poco innovativo, un po’ scontato malgrado l’accostamento dell’Ecce Homo con Pinocchio, già ripetutamente letto in varie salse.

Giagnoni si cala nel testo che parte dalla Genesi, ma finisce per perdere gli accostamenti con il deserto biblico, identificato con la necessità attuale di trovare e ritrovare la strada, quando vuole diventare “maestra” di vita e non solo interprete.

Più di una volta si è parlato della Genesi per sottolineare la necessità del deserto dentro di noi. Non quell’area desolata e arida del cuore, dove non c’è posto per niente e per nessuno, ma spazio per Dio solo nell’anima. Cioè per tutto ciò che di noi e in noi è divino, proviene dal Padre e al Padre chiede di realizzarsi per quella che è la propria strada. Gli Ebrei stavano perdendo la speranza davanti alla sterminata distesa di sabbia così lontana dal benessere degli Egizi loro padroni, dai quali almeno ricavavano il profumo del cibo e qualche pentola da raschiare. Ma la libertà è frutto di ricerca e, soprattutto, di volontà di cercarla, perseguirla, conoscerla e poi difenderla.

Tutto questo è vero e sacrosanto, fino a quando il paragone con l’oggi, invece di essere sviscerato, composto in puzzle da scoprire e coprire, svelare e velare, non viene stemperato in una fiaba. È vero che ci si deve chiedere che tipo di Homo siamo oggi: Homo oeconomicus? Homo sapiens sapiens? Oppure l’Ecce Homo immolato sulla croce del progresso, dell’economia e della finanza, crocifisso dallo spread, senza più un deserto al quale rivolgersi se non la crisi? Si cerca un Re, il re che “c’era una volta”, il Re della fiaba di Pinocchio appunto, ma non il Re dei Re. Cioè l’elevazione più alta di noi, credenti o non credenti. La storia del famoso burattino ricorda da vicino quella che stiamo vivendo tutti i giorni oggi, eppure l’insieme dello spettacolo non è così convincente. Perde smalto nel proporre tanti flash di vissuto senza trarne un vero e profondo commento, diventando invece didattica da manuale. Al pubblico, comunque, una serie di immagini sulle quali meditare, senza perdersi nella vita della scienza, ma piuttosto -e sarebbe stato di certo preferibile data la celebre frase di Pilato-, sul senso che può avere adesso l’essere uomini con un esempio così importante che si materializza come contemporaneo che è quello dell’Uomo della croce. E la Genesi rivisitata.

Alessia Biasiolo

 

Riscatto

Un argomento prettamente natalizio quello proposto dall’ultimo romanzo di Melo Freni. Intitolato “Riscatto”, il libro rimanda a idee di investigazioni di polizia, in realtà il riscatto in questione è quello dell’individuo che, dopo un lungo percorso alla ricerca di se stesso, si ritrova e tramuta la sua vita in un esempio di bontà da seguire. Il protagonista del romanzo, a tratti un po’ ampolloso ed eccessivamente paternalistico, ma dalla sicura impronta narrativa quando veleggia alla ricerca della descrizione di persone e paesaggi, diventando convincente soprattutto nella parte poetica scevra di volontà di insegnamento, si trova invischiato in losche vicende suo malgrado. E diventa un assassino. Gennaro Fleris, dopo un’esperienza lavorativa a Roma, con intrecci di raccomandazioni da parte di persone perbene per garantirgli un buon posto, torna al paese, si innamora e sposa la figlia di un medico molto stimato. Sempre tramite amicizie del suocero, finisce per lavorare in banca, scoprendo senza troppa convinzione che forse dietro tutto il benessere c’è qualcosa che non va, quando va in viaggio di nozze a New York. Là le famiglie italiane hanno profondi legami con la terra d’origine, la Sicilia di Gennaro, e fors’anche con il suocero. In tutta la vicenda non c’è altra presa di coscienza dei legami mafiosi se non, forse, l’affermazione del medico di essersi lasciato coinvolgere in giri poco puliti in nome del rispetto e della parola. Sta di fatto che Gennaro, senza rendersene conto, e qui il fatto che tutti sappiano tutto ma che siano passati come vittime innocenti è un po’ forzato, si trova con la moglie e il suocero morti ammazzati. Sapendo chi è l’autore del delitto lo affronta e, da bravo figlio di una terra dipinta come abituata a risolvere le questioni aperte così, gli spara. Condannato all’ergastolo, è un detenuto modello e finirà dopo oltre vent’anni di pena in un carcere per “buoni”, in un’isola. Lì può vivere senza troppi legacci, con un superiore che lo apprezza per la sua mitezza e per il tentativo di percorso all’insegna del pagamento del suo errore. Tra cappellani e letture, Gennaro finirà per chiedere ed ottenere la grazia e andare in missione a portare del bene a chi ne ha bisogno. Emergono figure a tutto tondo, come l’ex direttore del carcere che mantiene con il detenuto un rapporto civile e di amicizia anche una volta andato in pensione e che esprimerà veri sentimenti fraterni andando sulla tomba di Gennaro alla fine del racconto. Questo si sviluppa con molti spunti di bontà che fanno riflettere, soprattutto appunto se scorporati da una vena pedagogica che stona in alcune righe. I personaggi raffigurano episodi verosimili di cammino di vita, di incontro che può avvenire ovunque, anche dietro le sbarre di una cella sovraffollata, se le persone che animano la scena sono veramente tali. E allora i buoni propositi si mantengono vivi e tangibili anche dopo il Natale per il quale il volume è senz’altro regalabile. Da leggere.

Articolo di Alessia Biasiolo

Dal Giglio al David, dal Comune alla Repubblica.

Unica fino ad oggi nel suo genere, la mostra Arte civica a Firenze fra Medioevo e Rinascimento presenta al pubblico, presso la Galleria dell’Accademia a Firenze, fino al prossimo 8 dicembre, quelle opere d’arte di epoca comunale e repubblicana, nate originariamente per arricchire i palazzi pubblici di Firenze, gli edifici che ospitavano le magistrature che amministravano la città, le sedi delle Arti – le antiche corporazioni dei mestieri – la cerchia di mura cittadine.

L’esposizione prende in considerazione “temi artistici profondamente appartenenti alla storia, alla fede, alla mercatura, alla creatività e in una parola a innumerevoli aspetti della società fiorentina nei suoi secoli d’oro” (Cristina Acidini).

Tra questi l’araldica cittadina, la religione civica, gli emblematici luoghi legati al potere cittadino come il Palazzo dei Priori, il Palazzo del Podestà, Orsanmichele, e le parti politiche dominanti quali gli Angiò, le Arti, Guelfi e Ghibellini, illustrando quali fossero i temi figurativi prescelti ed offrendo dunque una nuova chiave di lettura di numerose opere d’arte. Chiave che sottolinea come anche a quell’epoca si desse importanza alle  immagini come mezzo per la comunicazione e la  propaganda, attenzione riposta in particolare dai gruppi che detenevano il potere a Firenze in età comunale e repubblicana, prima che l’ascesa dei Medici modificasse profondamente l’assetto politico ed estetico della città.

Le opere che compongono la mostra rivelano dunque un linguaggio figurativo complesso, ricco di riferimenti allegorici, dove il sacro e il profano si compenetrano, così che nel Palazzo dei Priori, oggi noto come Palazzo Vecchio, si potevano incontrare le raffigurazioni di san Cristoforo e della Ruota di fortuna, dell’eroe mitologico Ercole, presente nel sigillo ufficiale della città (Vangelo dei Priori Firenze, Archivio di Stato; Andrea Pisano, Ercole e il gigante Caco, Firenze, Museo dell’Opera del Duomo) e di quello ebraico David, il cui esemplare scolpito da Michelangelo e divenuto emblema della Firenze repubblicana, conclude idealmente il percorso espositivo.

Sono soprattutto immagini religiose quelle salvatesi dall’ingiuria del tempo, come testimoniano le molteplici raffigurazioni della Madonna in maestà, dei santi patroni, di episodi evangelici esemplari come l’Incredulità di San Tommaso, immagine collegata all’amministrazione della giustizia e all’accertamento della verità (Giovanni Toscani, Galleria dell’Accademia; Affresco staccato nel Palazzo dei Vicari, Scarperia).

Alcuni rari disegni rinascimentali (Andrea del Sarto, Studi per figure maschili appese per un piede, Gabinetto Disegno e Stampe degli Uffizi) illustrano invece il genere delle pitture infamanti, pitture murali situate in luoghi pubblici che raffiguravano, non di rado con dettagli raccapriccianti, fatti e personaggi invisi alla città di Firenze.

Immagini ben augurali trovavano invece posto nel mercato, luogo per il quale lo scultore Donatello eseguì la statua della Dovizia (Abbondanza), oggi perduta, ma documentata in mostra da derivazioni realizzate nei secoli seguenti (Digione, Musée des Beaux- Arts; Minneapolis, The Minneapolis Institute of Arts)

Anche la decorazione delle porte cittadine e le immagini araldiche che arricchivano le mura costituivano un’altra occasione per celebrare la città e i suoi alleati.

Particolare rilievo nell’esposizione viene dato alle Arti, vero motore economico della Firenze comunale di cui gestivano di fatto il potere politico; l’iscrizione ad una delle corporazioni era condizione imprescindibile per poter partecipare alla vita politica della città e i Priori delle Arti governavano a  Palazzo Vecchio.

La mostra riunisce, dopo due secoli, le tavole dei santi patroni che originariamente trovavano posto sui pilastri della chiesa di Orsanmichele, nata dalla progressiva trasformazione in luogo di culto dell’antico mercato del grano e affidata alle Arti che la trasformarono in uno scrigno di opere d’arte.

L’esposizione è anche un’occasione per valorizzare il territorio cittadino richiamando l’attenzione sui luoghi per i quali vennero realizzate le opere esposte e favorendo la conoscenza e, quando possibile, la fruizione di tali luoghi, in larga parte sconosciuti ai turisti e ai fiorentini stessi.

La mostra è curata da Daniela Parenti e Maria Monica Donato  – che hanno curato anche il catalogo edito da Giunti –  e promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, Galleria dell’Accademia, Firenze Musei, Archivio di Stato di Firenze, Ente Cassa di Risparmio di Firenze, con il Patrocinio della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Articolo de La Redazione

 

Intervista ai Roccaforte

Abbiamo definito il vostro nuovo album Sintesi come una “antologia di inediti”: com’è nata l’idea di riprendere dodici pezzi dei Roccaforte e rivisitarli?

L’idea è nata in collaborazione con l’etichetta discografica Keep Hold di Andrea Fresu. Si trattava di iniziare un nuovo percorso musicale cercando di arrangiare alcuni brani visti da un’ottica esterna ai Roccaforte. Sintesi è nato con un taglio più pop-rock/radiofonico rispetto alla nostra linea rock ma a fine lavoro abbiamo dovuto ammettere che tutti i pezzi scelti risultano più scorrevoli all’ascolto e soprattutto con una struttura dinamica che rende ogni parte del brano diversa con piccoli arrangiamenti. Questo lavoro ha aperto nuovi orizzonti sulla stesura di una canzone e, nonostante non seguiamo delle regole precise quando scriviamo i testi, ci ha fatto capire l’importanza di mettere in evidenza un ritornello piuttosto che un bridge o una strofa.

È interessante anche l’idea di “work in progress” che avete voluto comunicare, affidando a tre Ep il lavoro preparatorio verso Sintesi.

Durante tutto il periodo di registrazione, durato 14 mesi, abbiamo fatto uscire tre EP che hanno avuto un’importanza fondamentale: raccontare la storia dei Roccaforte. ORIGINE rappresenta l’inizio di tutto. Il colore bianco della copertina è simbolo di purezza, nascita e rinascita. Rinascita perché siamo entrati in studio dopo un mese dall’ultimo cambio di line-up alla batteria. METAMORFOSI rappresenta, come il viola della copertina, la trasformazione veloce che dall’inizio ha modificato il nostro sound, il nostro modo di scrivere e di suonare. Tutto questo grazie anche alle persone che precedentemente hanno suonato e collaborato con noi. EVOLUZIONE, rappresentato dal colore giallo in copertina, è un po’ quello che vorremmo raggiungere dopo un lungo percorso iniziato tanti anni fa con un’impronta tendenzialmente pop e che si è evoluto nel tempo, crescendo e maturando, verso una venatura più progressive rock. SINTESI rappresenta la confezione finale di questo percorso e la copertina mostra una mano piena di lettere che, nel suo gesto (immaginate di parlare con qualcuno e di rappresentare “in sintesi” con un movimento), scivolano come sabbia fra le dita realizzando i tre EP e quindi la nostra storia.

Con quale criterio avete selezionato i pezzi da destinare a Sintesi?

Il criterio è stato molto semplice. Abbiamo selezionato i brani che più ci rappresentano soprattutto per il discorso fatto prima. Alcuni di essi, tipo Vetrine e Giubbotto in pelle nera, sono stati scritti circa 16 anni fa. Altri, come 20mq di libertà, ci hanno regalato premi importanti a livello Nazionale. L’unica canzone inedita è Avatar che ha una storia molto particolare. Non è stata scritta da noi ma da un carissimo amico / fan  che ha voluto raccontare, in parole, una sua tragedia e noi l’abbiamo trasformata in musica.

Che tipo di rivisitazione avete voluto realizzare confrontandovi con brani chiave della vostra carriera?

Sembrerà strano ma spesso, durante i concerti, i brani datati sono quelli che rimangono più impressi nelle persone che ci ascoltano per la prima volta. Questo ci fa confrontare fra noi ma, pur essendo consapevoli che suoni e struttura sono tipici anni 90, vogliamo mantenerli tali e in live non li suoniamo con gli arrangiamenti del CD proprio per questo motivo. Ma si sa, in live, tutto è permesso.

Roccaforte è principalmente una live band, che da anni macina concerti su concerti: qual è la differenza tra i Roccaforte in studio e dal vivo?

In studio si può fare di tutto. Incisioni, sovraincisioni, cori, correzioni, ecc. Nei live no. Non facciamo uso di basi o sequenze. Suoniamo quattro strumenti e una voce e vogliamo rimanere cosi. Il live esprime ciò che veramente è una band con la sua potenza, con il suo groove e anche con i suoi errori. Oggi non sbaglia più nessuno. L’esperienza dei palchi ci ha insegnato come correggere gli errori in tempo e non fermarsi mai e spesso dalla parte di chi ci ascolta non si accorge di alcune imperfezioni. Il live ti regala il contatto umano e quando osserviamo persone che cantano i nostri brani non c’è prezzo o soldo che compensi l’emozione e la soddisfazione di ciò che si è fatto.

Se dal vivo emerge il vostro animo più rock, in studio si nota l’insieme di influenze: pop, progressive, funk etc. Qual è il segreto per far convivere pacificamente questi elementi?

Non c’è segreto. Una critica che ci viene fatta è che la nostra musica non è collocabile in un genere ben definito. Ma è quello che vogliamo. Infatti ci definiamo eclettici. Cosa vuol dire? Ognuno di noi arriva da esperienze e gusti musicali diversi e abbiamo voluto mantenere queste caratteristiche. Il difficile è stato nel miscelare questi ingredienti e fonderli insieme armonizzandoli in una nuova sintesi. Il fatto che non possiamo essere definiti vuol dire che il nostro lavoro è riuscito con successo.

Dal disco si nota anche una pluralità di tematiche, ancora più chiare poiché espresse in italiano: quali sono gli argomenti che stanno più a cuore ai Roccaforte?

La maggior parte delle nostre canzoni raccontano storie di vita e tematiche sociali. Bambino è un brano molto crudo e racconta la storia di bambini abbandonati. Successe una sera, di alcuni anni fa, in cui un bimbo appena nato venne abbandonato in un cassonetto adiacente alla nostra vecchia sala prove. Africa è un classico racconto di viaggio che abbiamo fatto in Tanzania e in Kenya. Tempo di scappare, nonostante possa ingannare, parla del tempo che scappa via, si prende gioco di te e non lo riprendi più. Non scriviamo d’amore, anche se i Roccaforte all’origine hanno toccato questa tematica, non perché sia un argomento sottovalutato o altro ma per il semplice fatto che non ne siamo capaci.

Sintesi è anche un momento di riflessione sulla vostra storia, partita nel 1993, esattamente 20 anni fa: sulla base di questa lunga esperienza, che tipo di consigli vi sentite di dare a giovani gruppi indipendenti?

Dare dei consigli vuol dire porsi a livelli e piani diversi. Ci riteniamo persone semplici e umili quindi l’unica cosa che possiamo dire è: se fate musica tanto per fare è un conto ma se come principale ingrediente c’è la passione allora lottate con tutte le forze fino in fondo affinché il vostro progetto non venga distrutto e sepolto. Inoltre bisogna essere consapevoli dei propri limiti e cercare di non oltrepassarli.

Ovviamente Sintesi è anche un disco di ripartenza: oltre ai nuovi concerti, quali saranno le prossime tappe dei Roccaforte?

Carne sul fuoco ce n’è molta. Abbiamo appena terminato, su commissione, un Inno Ufficiale delle squadre femminili di pallavolo di Alessandria. Stiamo lavorando su brani nuovi perché l’idea è quella di rientrare in studio di registrazione entro la fine del 2014 per un nuovo album di inediti con una venuta molto prog. Tutto ciò lo vorremmo fare dando sempre importanza ai live perché il palco è un po’ come una droga … quando non lo si frequenta si rischia una crisi di astinenza.

 Intervista di Donato Zoppo

 

Sintesi: il nuovo disco dei Roccaforte!

“Dopo aver distrutto, costruito, sperimentato, discusso, condiviso e rivoltato ogni atomo dei Roccaforte per più di un anno, Sintesi è la rappresentazione tangibile di ciò che siamo oggi e, soprattutto, della nostra musica”. Attivi dal 2001 (dopo un periodo di assestamento inaugurato nel 1993), a dodici anni di distanza dalla loro genesi i Roccaforte pubblicano il quarto album Sintesi: una sorta di “antologia di inediti” che ripercorre la lunga storia del gruppo piemontese con la rivisitazione dei brani più rappresentativi tratti dai tre album finora incisi. Dal metal al pop-rock, dal progressive al funk, dall’alternative alla canzone d’autore, le anime dei Roccaforte risultano meglio amalgamate che in passato e rendono Sintesi il miglior biglietto da visita per la band alessandrina.

I Roccaforte hanno fotografato questo nuovo percorso con tre Ep, una sorta di percorso preparatorio a Sintesi, come dichiara la band: “Il primo Ep Origine, dalla copertina bianca, simboleggia l’inizio: siamo entrati in studio dopo un mese dall’ultimo cambio di line-up alla batteria. Metamorfosi rappresenta, come il viola della copertina, la trasformazione veloce che dall’inizio ha modificato il nostro sound, il nostro modo di scrivere e di suonare. Evoluzione – colore giallo – è quello che vorremmo raggiungere dopo un lungo percorso iniziato tanti anni fa con un’impronta tendenzialmente pop e che si è evoluto nel tempo, crescendo e maturando, verso una venatura più progressive rock”. Sintesi è la summa di questo cammino, un album che riassume le svariate influenze che caratterizzano la band, fa il punto della situazione e al tempo stesso rilancia una nuova partenza per il quintetto.

Brani risalenti agli anni ’90 come Vetrine Giubbotto in pelle nera, pezzi importanti per i premi ricevuti come 20 mq di libertà, ma anche inediti come AvatarSintesi passa in rassegna i momenti più significativi della storia dei Roccaforte, caratterizzata in modo particolare da una grande esperienza sul palco, con più di 300 concerti all’attivo dal 2005 ad oggi che li rendono unici nel loro genere. A colpire ancora una volta la varietà stilistica: “Una critica che ci viene fatta è che la nostra musica non è collocabile in un genere ben definito. Ma è quello che vogliamo. Infatti ci definiamo eclettici. Ognuno di noi arriva da esperienze e gusti musicali diversi e abbiamo voluto mantenere queste caratteristiche. Il fatto che non possiamo essere definiti vuol dire che il nostro lavoro è riuscito con successo”.

I Roccaforte si formano ad Alessandria nel 1993: fino al 2000, tra varie pause e ripartenze, la giovane band lavora ai propri brani e alterna diversi membri. E’ nel 2001 che il gruppo trova finalmente la sua stabilità e nasce ufficialmente. Il nome è ispirato al luogo in cui era situata la prima sala prove: “Fortezza Rocca Civalieri”, un casolare circondato dalle amate colline del Monferrato e così diroccato che un filo di nylon, teso tra due chiodi a cavallo di una crepa che da terra raggiungeva il soffitto, faceva da allarme per fuggire immediatamente all’esterno in caso di pericolo.

Fin da subito l’idea del gruppo è stata quella di evitare cover puntando a materiale originale: la creazione di brani inediti in lingua italiana, la ricerca accurata delle sonorità e la fusione dei gusti musicali di ognuno dei cinque membri sono i principali ingredienti della band. “La nostra musica non rientra in un genere definito – affermano i Roccaforte – ma piuttosto in una forma di eclettismo in cui le influenze che vanno dal pop-rock al progressive si fondono insieme, armonizzate in una nuova sintesi”.

Nel 2005 il gruppo si esibisce per la prima volta dal vivo inaugurando una carriera ricca di concerti, anche di supporto a nomi famosi come i Linea 77; nello stesso periodo esce il disco d’esordio Parole mai dette. Nel 2008 arriva il secondo disco Per volontà del re, uscito dopo la conquista del terzo posto al XIX Rock Targato Italia. Nel maggio dello stesso anno la band festeggia i suoi primi 100 concerti. Nel 2010 esce il minialbum Frammenti di storia, nel 2011 i Roccaforte si fanno notare con un buon piazzamento a Sanremo Rock e alla fine dell’anno firmano un contratto con l’etichetta Keep Hold.

E’ proprio questa label che pubblica Sintesi nell’estate del 2013, dopo una prestigiosa partecipazione al FIM (Fiera Internazionale della Musica): l’album è una sorta di “antologia di inediti”, una rivisitazione dei principali brani della band piemontese, preceduta dai tre ep Origine, Metamorfosi ed Evoluzione.

“Riuscire ad emozionare il pubblico e trovare persone che apprezzino la nostra musica è ciò che abbiamo sempre cercato… e che non smetteremo mai di cercare”.

Articolo di Donato Zoppo

Bernardo Siciliano a Palazzo Te

Considerato uno dei massimi esponenti della figurazione, Bernardo Siciliano è arrivato con le sue opere a Palazzo Te, a Mantova, per una mostra organizzata dal Centro Internazionale di Arte e Cultura e da Italiana. Rimasto per ora, a seguito dei danni subiti per il terremoto da altri luoghi cittadini, uno dei pochi spazi espositivi usufruibili da Mantova fino ad almeno la primavera prossima, Palazzo Te ha dimostrato negli ultimi tempi, come affermato anche dal presidente del Centro Angelo Crespi, di sapere coniugare la necessità di gestire la cultura in Italia in modo manageriale, senza attendere contributi a mo’ di offerte benefiche illimitate, con l’esigenza del pubblico di avere mostre più dinamiche. Compito di una esposizione d’arte, infatti, è avvicinare le persone non solo ai grandi del passato, alle mode, alle scuole, ma soprattutto permettere di avere la visione del moderno e del contemporaneo, essendo l’Arte la vera modalità di conoscere il presente appena prima che si realizzi. Compito dell’artista è crogiolare i sentori, le ansie, le gioie, le speranze e le visioni del tempo e dello spazio come altri non sanno fare e capire la contemporaneità attraverso l’arte è poi quello che si faceva anche nei tempi passati, entrando in una chiesa ad ammirare quadri o affreschi dei grandi del momento. Quindi non dev’essere sottolineato come un Centro Internazionale di Arte e Cultura operi in questo senso, perché è suo preciso compito, mentre è buona cosa far capire come la collaborazione tra luoghi deputati all’arte, esperti, studiosi e artisti può portare non solo l’Arte a vivere, ma anche ad esprimersi come mezzo di conoscenza vivo e genuino, fuori dagli schemi imposti da chicchessia.

Ecco quindi che approda a Mantova Siciliano. Di lui si è detto che dipinge paesaggi urbani newyorkesi che però sono italiani, che abita a New York da diciassette anni ma è italiano, che la sua arte si spiega per via del nonno architetto. Tuttavia io osservavo proprio lui, Bernardo Siciliano, al tavolo dei relatori della presentazione della mostra ed ho visto un artista. Nell’era della globalizzazione, anche culturale e non solo e non più solo economica, l’artista ha proprio il ruolo di sintetizzare le anime. E oggi molto viene sintetizzato grazie al paesaggio, sul quale e con il quale si stagliano le persone. Sostiene Siciliano, infatti, che un quadro lo si debba vedere non da vicino, nella spasmodica ricerca del pittore di conoscere le tela, ma lo si deve guardare da lontano, dalla stessa distanza dell’osservatore in mostra o in galleria. Capire, quindi, che cosa vede il fruitore in una tela e dargli non quello che vuole, bensì quella sintesi di idee, concetti, vita che l’Arte ha tramutato in un talento. Non mi soffermerei sulle spiegazioni asettiche: tutti noi abbiamo una famiglia d’origine, un nonno, una serie di cromosomi capaci di renderci sintesi biologica di innovazioni e freni al procedere dell’umanità verso il futuro della vita, ma è l’utilizzo che ciascuno di noi fa del suo vissuto, più o meno ancestrale, a spiegare se stessi. Per se stessi. Bernardo Siciliano si spiega con le sue opere, ma soprattutto con il suo viso: attento, cordiale, preso dal contattare la madre, dal non dimenticarsi delle persone che ha attorno, nel presente, mentre sono nella sua mostra e mentre, quindi vive, non già quando è da solo con le sue ricerche. Dalle sue opere emerge, infatti, la ricerca attraverso lo studio ed ho apprezzato moltissimo il suo modo aperto e semplice di spiegare il titolo della mostra: The tennis player. Non c’è niente che racconti il tennis, esposto a Palazzo Te, ma c’è il tennista, in una serie di immagini che diventano il suo autoritratto. Il ritratto di un bambino che giocava a tennis e suonava il pianoforte e che, nel continuo provare e riprovare un colpo, dritto o rovescio, cercava la precisione. Bernardo sostiene di non essere un bravo tennista. Tanto che ha scelto il suo partner a tennis per chiedergli di posare per un’opera che poi è diventata una crocifissione, “modo per vendicarmi del fatto che con lui perdo sempre”, dice. Eppure non è vero che non è un bravo giocatore: dal tennis Bernardo ha imparato la precisione, ma anche lo studio e l’importanza dell’aria, della forza, della precisione del gesto. Così come dalle scale al pianoforte ha imparato l’estraneazione verso altri lidi, verso forme di riproduzione del gesto, del tocco che sono poi le pennellate. Si sente, nelle sue parole, la passione e l’attenzione per quei pochi colpi di pennello che sanno diventare sorriso, per la forza umana che diventa tela, arte, volto, tetto di una casa o svettante grattacielo. Allora non importa se siamo a New York o sul Pirellone di Milano: tutto si crogiola e si stempera in tele grandi, dove l’immagine delle persone acquisisce il ruolo del protagonista del muro sul quale il quadro è appeso.

Ho osservato con molta attenzione i lavori esposti a Palazzo Te, precisamente alle Fruttiere fino al prossimo gennaio, e anche davanti a precisissimi studi non ho visto la tecnica come freno, riparo, alibi per l’artista. Mi spiego: non ho visto lo sfoderare la ricerca e la preparazione tecnica in Storia dell’Arte (e non all’Accademia come sottolinea il Nostro) come uno schermo per nascondere emozioni, paure, modalità false di essere artista. Invece ho visto proprio nella precisione la libertà sia di Siciliano che dell’osservatore. E ho trovato questo italiano newyorkese quanto mai in linea con il tempo attuale che necessita di spazio, di libertà, di colore, di passione, ma non casuali. C’è bisogno di metro, di misura per tutto, di rigore di linee che non presupponga imposizione, dogma, sterilità, limitazione della libertà: proprio il segno preciso, ricercato, si fa spiegazione, si fa sguardo, addirittura lode (ai volti familiari), preghiera/crocifissione al Tempo e allo Spazio, alla necessità di essere per dare agli altri. Penso che Bernardo Siciliano in questo sia un vero esempio di arte contemporanea. Il segno che dimostra l’impatto delle sue tele sul pubblico è dato da “Chelsea 2012/2013”, in cui un’automobile e dei tombini sono i protagonisti di un percorso, la nostra strada. La figura umana presente nel quadro è in movimento, ma anche tratteggiata senza contorni definiti, forse un vecchio, forse la parte di noi barbone inseguita dal lusso, dalla fretta o anche stop alla velocità: l’auto è dietro, ferma, forse parcheggiata, forse no. Non c’è giudizio, ma nemmeno indicazione. L’artista non ci dice che via prendere, che cosa scegliere. Non ci prende per mano per spiegarci la vita, l’arte dell’oggi. Ci mette davanti a quadri che sono delle fotografie di noi. E una volta che ci vediamo sta a noi stabilire se quello che abbiamo dinanzi ci piace, ci soddisfa, è da cambiare.

Siciliano ci propone una via dicendoci: io ho trovato il mio Io nella precisione, nello studio, nella ricerca. C’è molto da capire in questo, molto su cui riflettere. Però la riflessione è lontana da quella dei tempi andati: è profonda, intima, inconscia quel tanto che basta. È il ritrovare il gusto per la comunicazione vera, ma nessuno si meraviglierebbe di vedere su tela un uccellino, senza curarsi se verrà poi o meno quotato in borsa.

Da non perdere.

Articolo di Alessia Biasiolo

 

Altro caso per il commissario Wallander

Questa volta il commissario di Ystad Kurt Wallander, divenuto famoso anche grazie ad una serie di telefilm, è arrivato molto vicino all’acquisto della casa che ha sempre desiderato. Ed è proprio uno dei suoi collaboratori a proporgli l’affare: la casa in questione è dello zio della moglie del poliziotto. Wallander la va a vedere ed ecco un nuovo caso: in giardino spunta una mano, scheletrica. Iniziano allora i pensieri del poliziotto che alterna il suo lavoro a quello di padre di Linda, poliziotta a sua volta, mentre non sembra poter avere pace, tra un colpo di scena e l’altro. L’andamento del romanzo non è spasmodico e il noir che si dipana sotto i nostri occhi è tranquillo, accessibile a tutti. Non fosse che per quel particolare macabro: che ci fa una mano scheletrica in un giardino? Appartiene a chi? E lo scheletro al quale manca dov’è? Perché? Quesiti che sono normali per i casi polizieschi, ma da Wallander tutti noi ci aspettiamo di più. Quel punto di umanità e di paciosità che fanno parte del volto apatico e un po’ sornione dei grandi del genere, da Maigret al mitico Colombo, mentre il clima svedese ci incuriosisce di certo più che se l’ambientazione dei romanzi di Henning Mankell fosse la solita America del Nord, oppure la Francia maestra del genere nero. Quindi Wallander si trova in un caso alquanto complicato: la perizia del medico legale data la morte del soggetto ora scheletrito a qualche decina di anni prima e andare sulle tracce del colpevole non è semplice. Dinanzi ad una frotta di poliziotti impegnati al lavoro dietro alle scrivanie, come vuole la tendenza dell’oggi, ecco che si rivela necessaria, e unica soluzione, un’indagine alla vecchia, con tanto di indizi da verificare in loco. I soldi per questo genere di inchieste non ci sono, ma una fortunata serie di eventi, non ultimo un secondo scheletro rinvenuto, farà sì che Wallander possa procedere con la ricerca della verità. Si dovrà tornare ai tempi della seconda guerra mondiale, a persone in fuga e a segreti che si pensavano sepolti per sempre, se la beffa del destino non avesse fatto sì che proprio una mano emergesse dalle nebbie della memoria e proprio davanti al commissario più famoso di Svezia. Vincerà la tenacia, un pizzico di astuzia e anche un po’ di fortuna e Wallander potrà chiudere il caso, rinunciando alla casa e al giardino, ma di certo non alla sua fama. Premio Raymond Chandler al Courmayeur Noir Festival 2013, “La mano” di Mankell si rivela ancora una volta come un romanzo riuscito, dall’intreccio semplice ed efficace ad appassionare gli affezionati lettori o per farsi conoscere da chi ancora non avesse letto nulla di un autore tradotto in quaranta lingue. Henning Mankell: “La mano, Marsilio, Venezia 2013, euro 12,00. Articolo di Alessia Biasiolo Altro caso per il commissario Wallander Questa volta il commissario di Ystad Kurt Wallander, divenuto famoso anche grazie ad una serie di telefilm, è arrivato molto vicino all’acquisto della casa che ha sempre desiderato. Ed è proprio uno dei suoi collaboratori a proporgli l’affare: la casa in questione è dello zio della moglie del poliziotto. Wallander la va a vedere ed ecco un nuovo caso: in giardino spunta una mano, scheletrica. Iniziano allora i pensieri del poliziotto che alterna il suo lavoro a quello di padre di Linda, poliziotta a sua volta, mentre non sembra poter avere pace, tra un colpo di scena e l’altro. L’andamento del romanzo non è spasmodico e il noir che si dipana sotto i nostri occhi è tranquillo, accessibile a tutti. Non fosse che per quel particolare macabro: che ci fa una mano scheletrica in un giardino? Appartiene a chi? E lo scheletro al quale manca dov’è? Perché? Quesiti che sono normali per i casi polizieschi, ma da Wallander tutti noi ci aspettiamo di più. Quel punto di umanità e di paciosità che fanno parte del volto apatico e un po’ sornione dei grandi del genere, da Maigret al mitico Colombo, mentre il clima svedese ci incuriosisce di certo più che se l’ambientazione dei romanzi di Henning Mankell fosse la solita America del Nord, oppure la Francia maestra del genere nero. Quindi Wallander si trova in un caso alquanto complicato: la perizia del medico legale data la morte del soggetto ora scheletrito a qualche decina di anni prima e andare sulle tracce del colpevole non è semplice. Dinanzi ad una frotta di poliziotti impegnati al lavoro dietro alle scrivanie, come vuole la tendenza dell’oggi, ecco che si rivela necessaria, e unica soluzione, un’indagine alla vecchia, con tanto di indizi da verificare in loco. I soldi per questo genere di inchieste non ci sono, ma una fortunata serie di eventi, non ultimo un secondo scheletro rinvenuto, farà sì che Wallander possa procedere con la ricerca della verità. Si dovrà tornare ai tempi della seconda guerra mondiale, a persone in fuga e a segreti che si pensavano sepolti per sempre, se la beffa del destino non avesse fatto sì che proprio una mano emergesse dalle nebbie della memoria e proprio davanti al commissario più famoso di Svezia. Vincerà la tenacia, un pizzico di astuzia e anche un po’ di fortuna e Wallander potrà chiudere il caso, rinunciando alla casa e al giardino, ma di certo non alla sua fama. Premio Raymond Chandler al Courmayeur Noir Festival 2013, “La mano” di Mankell si rivela ancora una volta come un romanzo riuscito, dall’intreccio semplice ed efficace ad appassionare gli affezionati lettori o per farsi conoscere da chi ancora non avesse letto nulla di un autore tradotto in quaranta lingue. Henning Mankell: “La mano, Marsilio, Venezia 2013, euro 12,00.

Articolo di Alessia Biasiolo

Teatro Lo Spazio. Stagione teatrale 2013/2014

Un luogo polifunzionale in cui da sei stagioni si rincorrono, miscelandosi, musica e prosa, corsi di danza ed esposizioni di video arte, incontri rivolti ai non vedenti ed altri momenti di aggregazione sociale. Questo è lo Spazio, il teatro ubicato in zona San Giovanni a Roma e diretto da Alberto Bassetti e Francesco Verdinelli che propone anche quest’anno una programmazione incentrata su autori ed interpreti contemporanei del teatro italiano atti a presentare l’opera come strumento di forza e vitalità, piuttosto che elaborato di pura ricezione, con l’obiettivo di coinvolgere attivamente i sensi e il pensiero del proprio interlocutore in sala.

Debutto in prima linea per il poetico e surreale Domestica, ideato e diretto da Juan Diego Puerta Lopez con un cast di ben 22 attori che animano un carrozzone di eccentrica umanità intorno ad una tavola imbandita. Fresco di scena è anche il lavoro di Ulderico Pesce sul rapimento Moro, un’operazione teatrale che vuole prima di tutto contribuire alla scoperta della verità e alla sua divulgazione, prendendo come punti di vista quelli del giudice Imposimato e di tre dei membri della scorta.

Tornano invece sul palco dello Spazio due testi collaudati: il primo, Il Custode di Antonio Lauro, oramai da una decina d’anni ha decretato il successo performativo di Paolo Triestino, attore completo ed emozionante nei panni di una guardia giurata museale che dialoga con i Bronzi di Riace all’interno di una Calabria specchio di sogni e malesseri dell’anima; il secondo, Il Segreto della vita, celebra il quarto di secolo dall’esordio nella scrittura di Alberto Bassetti che fu notato inizialmente dalla critica teatrale proprio con questa pièce dedicata al gioco del ribaltamento dei ruoli nella coppia la prima notte di nozze: un letto nuziale piazzato in platea – sul quale dibattono i due interpreti Pierpaolo De Mejo e Olivia Cordsen – farà vivere agli spettatori intorno la dimensione più intima e ironica dei neo-sposi in un crescendo di rivelazioni tra l’assurdo ed il drammatico, al punto da diventare decisamente comica e spiazzante!
Eccelsa prova d’attore è poi quella di Paolo Graziosi su Leopardi che, insieme ad Elisabetta Arosio riprende la produzione del giovane poeta con sapiente uso di punteggiatura interiore, accompagnato sul palco dalle proiezioni di immagini oniriche in movimento e da una colonna sonora elettronica dagli accenti suggestivi.

Dalla letteratura si passa alla storia e alla religione, presenti rispettivamente in Mi no me som notà, ambientata durante il primo conflitto mondiale con l’Austria, per la regia di Gabriella Pedrai, e 33, in cui il messaggio cristiano ambientato nella complessa realtà contemporanea mette a dura prova il senso della Fede nel rapporto involutivo odierno tra Spirito e Istituzioni.
Carrellata di spettacoli dalle tematiche ironiche ma pur sempre attuali quella che parte da Sissi Boy, in cui protagonista è un bambino in contrasto alle tradizionali regole di condotta del sesso di appartenenza, e che continua con l’amore del primo appuntamento scaturito dalle chat narrato da Luca Zilovich in Love date, per approdare ai conflitti familiari di tre fratelli alle prese con la gestione di una fattoria ereditata (i Tre terrieri di Angelo Sateriale, Fulvio Maura e Roberto di Marco) o le liti tra amiche scaturite dalle differenti opinioni su un’opera d’arte acquistata, rivisitazione tutta al femminile di Marzia Turcato sul noto testo di Yasmina Reza Art qui rinominato Bianco.

Comicità e provocazione è riscontrabile infine nel monologo dell’agrigentino Paolo Macedonio (Un fulmine a ciel sereno), intonato sulla sua verve comica ed abilità mimetica, nella partitura per una nota sola Quasido, scritta da Claudio Forti per la talentuosa Diana D’angelo, e nelle veloci divagazioni in loop vocale di Daniele Parisi e del suo Ab Hoc Et Ab Hac.

Una stagione, quella dello Spazio, che dunque presenta una raffinata degustazione per ogni palato e che si incrementerà, all’interno degli spazi recentemente restaurati, anche di appuntamenti musicali ed esposizioni d’arte, per generare un’atmosfera eclettica e conviviale con l’obiettivo di socializzare e far socializzare fra di loro artisti provenienti da diverse discipline e di creare uno stile e un modo nuovo di vivere lo spettacolo dal vivo a Roma.

 

Teatro Lo Spazio, Via Locri 42/44 (traversa di Via Sannio, a 100 metri da Metro S. Giovanni), Roma
5 – 17 Novembre 2013

DOMESTICA
Scritto e diretto da Juan Diego Puerta Lopez

Con Greta Agresti, Maria Vittoria Argenti, Maria Chiara Augenti, Riccardo Averaimo, Federica Cacciola, Claudia Calvani, Andrea Cappadona, Isabella Carle, Alessandro Chini, Ilaria Dassi, Aurora Deiana, Elisa Franchi, Emiliana Gimelli, Eleonora Gusmano, Elisa Lombardi, Francesco Mazzei, Laura Palmeri, Ania Rizzi Bodgan, Francesca Tasini, Fabio Ulleri, Giuditta Vasile.
18 – 24 Novembre 2013

IL CUSTODE

Di Antonio Lauro

Regia di Paolo Triestino

Con Paolo Triestino

26 – 30 Novembre 2013

MI NO ME SOM NOTÀ

LA GUERRA DELL’AUSTRIA

Di E. Beta

Regia di Gabriella Pedrai

Con Mauro Bandea e Mara Benedetti

Canta Manuela Maffei


3 – 15 Dicembre 2013

MORO: I 55 GIORNI CHE HANNO CAMBIATO L’ITALIA

Di Ferdinando Imposimato e Ulderico Pesce

Interventi in video del giudice Ferdinando Imposimato

Musiche di Domenico Modugno

Interpretato e diretto da Ulderico Pesce

17 – 22 Dicembre 2013

33

Di Fabio Filosofi del Ferro e Gianni Licata

Regia di Gianni Licata

con Massimo De Filippis, Diego Deidda, Eleonora De Longis, Fabio Filosofi del Ferro, Francesca Frascà, Daniel Plat e Raffaella Zappalà

27 – 30 Dicembre 2013

“… E IL NAUFRAGAR M’È DOLCE IN QUESTO MARE”

dai “Canti” di Giacomo Leopardi

Con Paolo Graziosi e Elisabetta Arosio

La colonna musicale è eseguita al pianoforte dal M° Alessandro Petrolati

2 – 12 Gennaio 2014

IL SEGRETO DELLA VITA

Di Alberto Bassetti

Regia di Alberto Bassetti e Francesco Verdinelli

Con Olivia Cordsen e Pierpaolo De Mejo

28 Gennaio – 9 Febbraio 2014

SISSY BOY

(La Conferenza del Signor S.B.)

Di Franca De Angelis

Regia di Anna Cianca

Con Galliano Mariani

22 e 23 Febbraio 2014

AB HOC ET AB HAC

secondo classificato al concorso “autori nel cassetto, attori sul comò 2012/2013”
di e con Daniele Parisi

25 Febbraio – 9 Marzo 2014

BIANCO

Regia e adattamento Marzia Turcato

Con Chiara Ricci, Maria Bighinati, Rosalba Battaglia

20 Marzo 2014

LOVE DATE

terzo classificato al concorso “autori nel cassetto, attori sul comò 2012/2013”

di Luca Zilovich

con Luca Zilovich e Enrica Fieno

regia Gianluca Ghno’

21 – 23 Marzo 2014

TRE TERRIERI

Primo classificato al concorso “autori nel cassetto, attori sul comò 2012/2013”
Scritto diretto e interpretato da Angelo Sateriale, Fulvio Maura e Roberto di Marco
8 – 27 Aprile 2014

CHIEDO SCUSA AL SIG. GABER

Di E. Iacchetti e G. Centamore

Con Enzo Iacchetti

6 Maggio – 1 Giugno 2014

“E’ TUTTO UNO SHOW” – COME ERIKA E OMAR

Regia di Enzo Iacchetti

Articolo di Elisabetta Castiglioni