Mattia Corvino e Firenze. Arte e umanesimo alla corte del re di Ungheria

Il 10 ottobre 2013, nell’anno della cultura italiana in Ungheria e ungherese in Italia, si è aperta al Museo di San Marco una mostra  incentrata sulla figura di Mattia Corvino, re d’Ungheria dal 1458 al 1490, e, sulla trama di rapporti che legarono quel re all’Umanesimo e a Firenze, alla sua cultura e alla sua arte. E’ inevitabile che ciò comporti uno sguardo parallelo su Lorenzo il Magnifico, che  di quella cultura e di quell’arte fiorentina fu assertore e propagatore, oltre che mecenate, e della storia fiorentina di quegli anni fu protagonista. “Nei rispettivi scenari di città, palazzi, cenacoli di intellettuali, grandeggiano i due protagonisti Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico e re Mattia Corvino, uniti non solo e non tanto da relazioni diplomatiche quanto dalla comune personale passione per il sapere antico e moderno racchiuso nei libri, a loro volta custoditi in biblioteche insigni anche per la loro bellezza” (Cristina Acidini).

L’idea di realizzare a Firenze una simile esposizione è stata concepita dal Soprintendente, Cristina Acidini, dopo la visione delle mostre realizzate a Budapest nel 2008 per il 550simo anniversario dell’ inizio del regno di Mattia Corvino in Ungheria, dal Museo Storico di Budapest e da altre istituzioni, che hanno aperto nuove e stimolanti prospettive di conoscenza sulle relazioni intercorse tra l’Ungheria e l’Italia già a partire dal Trecento e sulla diffusione dell’Umanesimo in terra ungherese.

La mostra si è concretizzata in un progetto espositivo, elaborato congiuntamente da studiosi ungheresi e fiorentini: Péter Farbaky, storico dell’arte e vicedirettore del Museo Storico di Budapest, Dániel Pócs, storico dell’arte dell’ Istituto di Storia dell’Arte dell’Accademia delle Scienze, Enikő Spekner  storico e András Végh archeologo – storico, entrambi del Museo Storico di Budapest, Magnolia Scudieri, direttore del Museo di San Marco, e Lia Brunori.

La scelta di San Marco come sede non è casuale, dato il ruolo ricoperto nello sviluppo della cultura umanistica dalla Biblioteca del convento domenicano, nel cui ambiente monumentale la mostra è stata allestita. Costruita per volere di Cosimo de’ Medici nel 1444 e arricchita della straordinaria raccolta di testi appartenuti all’umanista Niccolò Niccoli, essa  fu la prima biblioteca „ pubblica” del Rinascimento, dove, in epoca laurenziana, si incontravano personaggi come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Agnolo Poliziano. Tra questi, sono da annoverare anche coloro che direttamente, o indirettamente, entrarono in contatto con Mattia Corvino o con il suo ambiente.

La mostra si è posta, quindi, l’obiettivo di delineare, un panorama sulla capacità di penetrazione e di diffusione della cultura fiorentina in territorio ungherese, tramite gli umanisti e gli artisti, e sul suo utilizzo per costruire una rappresentazione celebrativa del re ungherese, che voleva raggiungere una posizione egemonica in Europa e porsi agli occhi degli altri potenti come il principale difensore della Cristianità contro il pericolo ottomano.

Pertanto, dopo aver tratteggiato l’ambiente culturale in cui si colloca la vicenda biografica e la formazione culturale di Mattia Corvino, la mostra cerca di ricostruire, attraverso l’esposizione di opere di artisti fiorentini appartenute o donate al re ungherese e di artisti ungheresi influenzati dai fiorentini,  i contatti di quest’ultimo con Firenze. Tali contatti, avvenuti per lo più tramite i suoi emissari e consiglieri, risulteranno determinanti per le scelte culturali e artistiche che portarono al rinnovamento “rinascimentale” della corte ungherese.  Esso interessò sia l’architettura che la decorazione scultorea del Palazzo di Buda e della residenza estiva di Visegrád, testimoniato in mostra da reperti scultorei “all’antica”, di grande importanza sul piano documentario, anche se frammentari,  recuperati in scavi recenti.

Il fascino esercitato dall’arte fiorentina e dal gusto mediceo e gli stretti rapporti che legarono Buda a Firenze e Mattia a Lorenzo trovano la più evidente manifestazione nell’esposizione del prezioso Drappo del trono di re Mattia Corvino,  uscito dalla bottega di Antonio del Pollaiolo. Il manufatto riassume in sé l’amore per i motivi classicheggianti allora in voga a Firenze, la presentazione di tipologie compositive elaborate dai maggiori artisti fiorentini del tempo e la straordinaria abilità nell’arte tessile raggiunta dalle manifatture locali.

La mostra è dunque occasione anche per sottolineare come Firenze, nella seconda metà del Quattrocento, attraverso i suoi artisti, fosse capace di divulgare presso sedi prestigiose come la corte ungherese un’immagine di città all’avanguardia sul piano culturale e manifatturiero. Immagine, assai proficua anche sul piano economico, che Lorenzo il Magnifico contribuì molto a creare e a diffondere, stimolando e arricchendo con le opere della sua collezione le conoscenze dell’Antichità negli artisti della sua cerchia e inviando molti di loro presso altri mecenati.

Una particolare attenzione viene riservata, in mostra, agli effetti che l’influenza dell’Umanesimo produsse nella ritrattistica ufficiale del re, che unisce moderni intenti realistici a tipologie “all’antica”, con risultati evidentemente a lui graditi. L’esemplare di maggior fascino si trova  nella miniatura-ritratto contenuta in un volumetto encomiastico (Biblioteca Guarnacci, Volterra) dedicato a Mattia dal milanese Giovanni Francesco Marliano, realizzato a Milano nel 1487, in occasione delle nozze, in seguito annullate, del figlio naturale di Mattia Corvino,  Giovanni, con Bianca Maria Sforza.  Il bellissimo ritratto di Mattia, eseguito con ogni probabilità da Ambrogio de Predis, sembra rivelare la qualità di un’invenzione di Leonardo.

L’apprezzamento dell’arte rinascimentale alla corte di Buda ricevette certamente stimolo anche dalla presenza di Beatrice d’Aragona, che Mattia sposò nel 1476, le cui sembianze ci sono presentate in mostra dal mirabile busto-ritratto di Francesco Laurana (Frick Collection, New York).

La mostra offre anche la visione congiunta di due splendidi piatti di maiolica (Londra, Victoria and Albert Museum e New York, Metropolitan Museum) dono di nozze della famiglia Aragona per Beatrice e Mattia.

Nel percorso ideale di ricostruzione dei parallelismi esistenti tra Lorenzo e Mattia, la mostra ha focalizzato l’attenzione sulla predilezione per “lo Studiolo” – luogo dei tesori e luogo di nutrimento dell’anima – sul favore per il “mito di Ercole” in funzione autocelebrativa, sulla creazione di una biblioteca adeguata al rango, indispensabile strumento di conoscenza, ma anche di qualificazione e di legittimazione dinastica.

In questa sezione della mostra trovano così spazio preziosi codici, provenienti dalla dispersa biblioteca corviniana, fatti copiare e miniare dal re a Firenze negli ultimi anni del nono decennio del Quattrocento, una parte dei quali, rimasta incompiuta alla sua morte nel 1490, entrò poi in possesso dei Medici. Tra questi sono esposti due volumi della Bibbia monumentale di Mattia illustrata nel 1489-1490 dai  maggiori miniatori fiorentini dell’epoca: Attavante e Gherardo e Monte di Giovanni. La miniatura della Bibbia, oltre ad essere un capolavoro d’arte costituisce la più esplicita rappresentazione celebrativa in forma simbolica di Mattia, e del suo potere, e del rapporto con Firenze, Lorenzo e la cerchia di umanisti.

Il percorso espositivo si chiude con uno sguardo sul “dopo Mattia”. Lo stanno a documentare due dipinti e un oggetto simbolo. Il primo dipinto è il bel ritratto, di scuola nordica, che raffigura Giovanni Corvino, l’erede a cui Mattia tentò invano di attribuire la legittimazione necessaria per succedergli, anche attraverso uno strategico matrimonio. L’altro è il ritratto di Bianca Maria Sforza, la sposa prescelta per le nozze che sfumarono per motivi politici, dipinto da Ambrogio de Predis (Washington, National Gallery).

L’oggetto simbolico è lo Stocco benedetto (Budapest, Nemzeti Múzeum) che il papa Giulio II donò nel 1509 a Vladislao II, successore di Mattia, volendo identificarlo nel ruolo di difensore della Cristianità, come già altri papi avevano fatto prima con Mattia.

In conclusione, attraverso opere di varia tipologia – pittura, scultura, ceramica, miniatura – provenienti da vari musei e biblioteche d’Europa e d’Oltreoceano, la mostra vuole dimostrare come l’umanesimo ungherese affondi le sue radici in Italia, e come, in ambito artistico, sia stata determinante la diffusione dello  stile rinascimentale fiorentino.

Un’eredità culturale rimasta fino ad oggi alla base della cultura ungherese.

La mostra – promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo di San Marco, Firenze Musei e l’ Ente Cassa di Risparmio di Firenze  – è stata ideata da Cristina Acidini e, come il catalogo edito da Giunti,  curata da Péter Farbaky, Dániel Pócs, András Végh, Enikö Spekner, Magnolia Scudieri e Lia Brunori.

Enel sostiene “Un anno ad arte 2013”,  e quindi questa mostra che ne fa parte, confermando l’attenzione per la valorizzazione culturale e artistica del patrimonio culturale e artistico della città di Firenze. Enel opera sul territorio fiorentino per coniugare l’innovazione tecnologica con la tradizione della cultura fiorentina e italiana, di cui questa iniziativa è espressione di grande spessore.

Biblioteca Monumentale, Museo di San Marco, Firenze

Fino al 6 gennaio 2014

Articolo de La Redazione

Bilancio di Amnesty International Italia sui sei mesi di legislatura

Amnesty International Italia ha presentato il suo bilancio sull’attivita’ di governo e parlamento sui diritti umani nei primi sei mesi della XVII Legislatura.
A gennaio, in vista delle elezioni politiche, l’organizzazione aveva lanciato la campagna ‘Ricordati che devi rispondere’, sottoponendo ai leader delle coalizioni in lizza e a tutti i candidati delle circoscrizioni elettorali un’Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia.

Questi erano i 10 punti dell’Agenda: garantire la trasparenza delle forze di polizia e introdurre il reato di tortura; fermare il femminicidio e la violenza contro le donne; proteggere i rifugiati, fermare lo sfruttamento e la criminalizzazione dei migranti e sospendere gli accordi con la Libia sul controllo dell’immigrazione; assicurare condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri; combattere l’omofobia e la transfobia e garantire tutti i diritti umani alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate); fermare la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione etnica dei rom; creare un’istituzione nazionale indipendente per la protezione dei diritti umani; imporre alle multinazionali italiane il rispetto dei diritti umani; lottare contro la pena di morte nel mondo e promuovere i diritti umani nei rapporti con gli altri stati; garantire il controllo sul commercio delle armi favorendo l’adozione di un trattato internazionale.

L’Agenda e’ stata sottoscritta, integralmente o quasi, da 117 parlamentari e da tutti i leader delle forze politiche che compongono l’attuale governo.

‘La nostra campagna ha contribuito, insieme alle iniziative di altre associazioni ed espressioni della societa’, a portare per la prima volta questioni importanti relative ai diritti umani al centro del dibattito elettorale e poi dell’azione del parlamento e del governo. Di diritti umani si e’ discusso, in questi primi sei mesi, in modo quantitativamente e qualitativamente migliore rispetto al passato. L’analisi del lavoro della XVII Legislatura nei primi sei mesi di attivita’ ci dice che sulla maggior parte dei 10 punti della nostra Agenda e’ stato almeno presentato un disegno di legge, come in materia di tortura e omofobia’ – ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

‘A questo nuovo dinamismo ha fatto pero’ da contraltare un conservatorismo trasversale che ha riprodotto alcuni antichi vizi, come quelli che da 25 anni ostacolano l’introduzione del reato di tortura nella definizione richiesta dalle Nazioni Unite, se non addirittura veri e propri tabu’, come nel caso degli accordi con la Libia, di cui continuiamo a chiedere la sospensione e che risultano tanto assenti dal dibattito parlamentare quanto ampiamente presenti invece nell’agenda governativa’ – ha aggiunto Marchesi.

‘Di questi sei mesi, sul piano internazionale, oltre al rinnovato impegno per la moratoria sulla pena di morte, dobbiamo ricordare la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e l’approvazione alla Camera del disegno di legge di ratifica del Trattato Onu sul commercio di armi. Resta tuttavia una grave macchia il comportamento delle autorita’ italiane nella vicenda della moglie e della figlia di un dissidente del Kazakistan, espulse illegalmente verso il paese di origine nonostante i rischi di persecuzione’ – ha rimarcato Marchesi.

In tema di violenza contro le donne, oltre alla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), ‘e’ positivo che ad agosto sia stato presentato un testo specifico, ma continuiamo a chiedere misure concrete di sostegno alle vittime della violenza, adeguatamente finanziate, e azioni di prevenzione efficaci. La repressione e’ importante ma da sola non risolvera’ il problema’ – ha commentato Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia, che ha annunciato il lancio, a novembre, di una campagna di sms solidale contro la violenza sulle donne.
In materia di omofobia e transfobia ‘siamo soddisfatti per il risultato ottenuto a settembre alla Camera dei deputati, attraverso un dibattito di elevato spessore e l’approvazione del disegno di legge che include l’orientamento sessuale e l’identita’ di genere nell’elenco dei motivi discriminatori associati ai reati specifici descritti nell’articolo 1 del decreto legge 122/1993 e che emenda l’art. 3 dello stesso decreto, aggiungendo l’orientamento sessuale e l’identita’ di genere alle circostanze aggravanti. Ci riserviamo tuttavia di capire quali effetti pratici sulla lotta alle discriminazioni potrebbe avere la clausola di salvaguardia introdotta dagli emendamenti relativi alla liberta’ d’espressione. Ci aspettiamo un’analoga riflessione nelle sedi istituzionali in vista del passaggio al Senato’ – ha concluso Giusy D’Alconzo, direttrice delle Campagne e della ricerca di Amnesty International Italia.

Articolo di Amnesty International Italia

 

Robert Capa a Villa Manin

Fino al 19 gennaio 2014, Villa Manin di Passariano di Codroipo, in Friuli Venezia Giulia, ospiterà una grande retrospettiva dedicata al celebre fotografo Robert Capa (1913-1954), considerato il padre del fotogiornalismo moderno. L’evento è un’esclusiva europea, in quanto è l’unica retrospettiva organizzata in concomitanza del centenario della nascita di Capa, caduto il 22 ottobre.

La mostra, voluta dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia e organizzata dall’Azienda Speciale Villa Manin con catalogo Silvana Editoriale, è curata da Marco Minuz e si distingue dalle altre dedicate a Robert Capa perché, grazie alla collaborazione dell’agenzia Magnum Photos di Parigi e dell’International Center of Photography di New York, con le sue 180 fotografie, oltre a garantire un percorso antologico completo, permetterà di conoscere ed approfondire un aspetto poco noto del lavoro di Capa, quello di cineasta e di fotografo di scena.

Sono presenti in mostra tutte le principali esperienze che caratterizzano il lavoro del fotografo ungherese, naturalizzato statunitense: gli anni parigini, la Guerra civile spagnola, quella fra Cina e Giappone, la Seconda guerra mondiale con lo sbarco in Normandia, la Russia del secondo dopoguerra, la nascita dello stato di Israele e, infine, il conflitto in Indocina, dove Capa morirà prematuramente nel 1954. Un panorama completo che è accompagnato, durante tutto il periodo della mostra, da incontri con studiosi, fotografi e registi che presenteranno i libri e i documentari più recenti dedicati alla vita e all’opera di Robert Capa.

Ma la vera sorpresa è una ricca sezione di fotografie dedicate al mondo del cinema. Robert Capa, fin dal 1936, ha modo di cimentarsi dietro la macchina da presa. In quell’anno, infatti, mentre si trova in Spagna per documentare la Guerra civile, gira assieme al cameraman russo Roman Karmen alcune sequenze per il film di montaggio “Spagna 36” diretto da Jean Paul Le Chanois e prodotto da Luis Bunuel. Attività testimoniata anche dalla celebre fotografia, che sarà presente in mostra, realizzata da Gerda Taro, in cui Capa ha in mano una macchina da presa 16 mm. L’anno successivo Capa girerà alcune sequenze per il cinegiornale americano“March of Time.

Nel 1938 è impegnato in Cina, come assistente del regista Joris Ivens, per realizzare il documentario “I 400 milioni”, sulla guerra cino – giapponese. Ma è l’incontro con l’attrice Ingrid Bergman, nel giugno del 1945 a Parigi, ad avvicinare ancor di più Capa al mondo del cinema. Fra i due nasce infatti un’intensa storia d’amore che dura due anni. Questa relazione permette a Capa di realizzare nel 1946 alcune foto sul set del film “Notorious” (1946) di Alfred Hitchcock, che aveva come protagonista la Bergman. Nel 1948 è fotografo di scena del film “Arco di trionfo” (Arch of triumph, 1948) di Lewis Milestones, che vede ancora la presenza dell’attrice svedese. Nel 1947 realizzerà in Turchia un documentario, purtroppo andato perduto, per la serie March of Time. Nel 1948 Capa è in Italia sul set del film di Giuseppe De Santis “Riso amaro” (1949), dove ha una storia d’amore con Doris Dowling, una delle attrici che affiancavano Silvana Mangano. Nel 1950 è in Israele dove realizza, per conto dell’Unites Jewish Appeal (UIA), il documentario di 26 minuti “The journey”, dedicato ai sopravvissuti della shoah che, emigrati in Israele, divengono cittadini israeliani. Grazie alla collaborazione con lo Steven Spielberg Jewish Film Archive e con la Cineteca del Friuli, lo straordinario documento sarà integralmente proiettato in mostra, assieme ad altri filmati d’epoca, permettendo così la conoscenza di questo importante e pressoché sconosciuto lavoro. Il rapporto con il cinema prosegue nel 1952 a Roma con il film “La carrozza d’oro” di Jean Renoir con Anna Magnani. Nello stesso anno Capa è sul set del film “Moulin rouge”, diretto dall’amico John Huston, e nel 1953 fotografa sia “Il tesoro dell’africa” (Beat the devil, del 1953), interpretato da Humphrey Bogart e Gina Lollobrigida con la collaborazione di Truman Capote, sia “La contessa scalza” (The barefoot contessa) con una magnifica Ava Gardner.

Queste collaborazioni con il mondo di “Hollywood coincidono con la fine della guerra e con la nascita dell’Agenzia fotografica Magnum nel 1947, fondata da Capa assieme ad Henri Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodgers.

La mostra verrà arricchita da un’ulteriore sezione di ritratti di Robert Capa, realizzati da grandi fotografi come Henry Cartier-Bresson e Gerda Taro; immagini che riprendono il fotografo in alcuni momenti del suo lavoro di fotoreporter e della sua vita privata.

L’iniziativa beneficia della sponsorizzazione tecnica di Graphistudio e Sim2 Multimedia.
Robert Capa, La realtà di fronte, a cura di Marco Minuz

Villa Manin, Passariano di Codroipo, fino al 19 gennaio 2014

Orari di apertura:

dal martedì al venerdì: 9-13; 15-18

sabato, domenica e festivi: 10-19

31 dicembre: 9-13

chiuso lunedì, 24 e 25 dicembre e 1° gennaio 2014

Articolo di S.E.

Le attività del Circolo dei Lettori di Verona

Il Circolo dei lettori di Verona nasce nel gennaio 2008 e trae spunto dal Circolo dei lettori di Torino, del quale condivide le finalità e numerosi progetti.

Al centro delle attività del Circolo c’è anzitutto la promozione della lettura condivisa, attraverso l’organizzazione di gruppi dedicati sia a specifici romanzi, sia ad autori o filoni letterari ai quali gli iscritti partecipano attivamente, leggendo insieme e approfondendo la conoscenza di argomenti e protagonisti della letteratura grazie alla guida degli accompagnatori.

Fondato e diretto da Valeria Lo Forte, è il primo progetto scaligero dedicato interamente ai lettori e alla lettura individuale e di gruppo. In 6 anni ha organizzato 120 gruppi di lettura seguiti da centinaia di appassionati, accanto a numerosi appuntamenti culturali aperti a tutta la città.

Il modello veronese ha ispirato recentemente la città di Trieste, che ha dato vita a un identico progetto di promozione della lettura, gemellato con quello promosso nella nostra città. Ad oggi, in Italia sono attivi quattro circoli dei lettori ufficiali: Torino, Verona, Perugia e Trieste.

Il Circolo organizza inoltre incontri con l’autore, reading, presentazioni di libri con lo scopo di rinsaldare la passione per la lettura, di avvicinare il pubblico agli autori, e di stimolare anche le persone solitamente più distanti all’avventura del leggere.

 

LE INIZIATIVE

GRUPPI DI LETTURA

La proposta 2013-2014 unisce in 18 percorsi aspetti molto vari: si può scegliere di leggere insieme i classici della letteratura, di approfondire autori del Novecento e della contemporaneità, oppure conoscere la narrativa in lingua tedesca e inglese.

Ampio spazio anche alla poesia internazionale, italiana e dialettale, ai percorsi attraverso i generi, come la letteratura vampirica, oppure alla perlustrazione dell’oltremondo dantesco popolato di angeli e demoni, per passare poi a Jung e l’interpretazione dei sogni.

Accanto ai legami tra psiche, letteratura e musica, si potranno approfondire anche le relazioni tra libri e cinema, avvicinare le pagine di alcune tra le più interessanti scrittrici del passato e del presente, oppure analizzare il potenziale creativo della lettura attraverso l’esplorazione di libri che parlano di libri. Nel programma allegato si trovano i dettagli di ogni gruppo.

AD ALTA VOCE

Il Circolo offre ai partecipanti la possibilità di formarsi come lettori “ad alta voce” attraverso l’omonimo gruppo di lettura, un percorso pensato per migliorare la pronuncia e l’articolazione, consolidare lo strumento della voce, apprendere come si legge davanti al pubblico.

PAGINE CHE FANNO BENE

Grazie alla collaborazione del dottor Giuseppe Moretto, direttore dell’Unità operativa di Neurologia dell’ Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, il Circolo dei lettori darà inizio a un progetto di volontariato auspicato da tempo: i lettori che vorranno mettere a disposizione il proprio tempo e la propria voce potranno condividere delle letture con i pazienti sottoposti a chemioterapia, presso il day hospital del reparto di neurologia di Borgo Trento. Maggiori dettagli saranno diffusi nei prossimi giorni.

READING PER TUTTI

Sotto la direzione del regista e attore Matteo Spiazzi, nel corso della settima edizione si darà spazio ad alcuni reading dedicati ai grandi nomi della letteratura di tutti i tempi. Un gruppo di attori professionisti animerà questi appuntamenti aperti al pubblico.

AZIENDE IN CIRCOLO

Crediamo che la cultura vada condivisa, ma anche sostenuta. Per questo motivo, dedichiamo spazio e visibilità alle aziende veronesi che desiderano appoggiare i nostri progetti, non solo attraverso sponsorizzazioni, ma anche mediante lo scambio e la condivisione delle reciproche risorse. Tra i nostri partner 2013, Memoire – Antiquariato e modernariato, il nuovo BB CasaPerri e Romanato Paolo architettura d’ interni.

CAMPAGNA NAZIONALE “NATI PER LEGGERE”

Dallo scorso settembre il Circolo dei Lettori collabora, insieme ad Aribandus, Azalea, Farfilò e La Corte dei Bambini, con la Biblioteca Civica, che si è fatta promotrice della campagna nazionale NATI PER LEGGERE (www.natiperleggere.it). Sono stati attivati appositi corsi di formazione per lettori volontari, pensati per i bibliotecari e i pediatri che desiderano promuovere la lettura in famiglia.

 Articolo di Fabiana Bussola

Padova Jazz Festival XVI edizione

Padova Jazz Festival, uno degli appuntamenti musicali di maggior prestigio e successo che si svolgono annualmente nella città del Santo, presenta la sua sedicesima edizione dal 11 al 16 novembre 2013.

Ideato e prodotto dall’Associazione Miles di Gabriella Piccolo Casiraghi e sostenuto dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, ancora una volta invita jazzisti di fama mondiale accanto ad artisti locali ed emergenti, tra teatri e locali della città, per dare vita ad una settimana da vivere intensamente a ritmo di jazz.

Sul palco del  Teatro Comunale Verdi si esibiranno gli ospiti di maggiore prestigio: la O.P.V. (Orchestra di Padova e del Veneto) diretta dal m° Paolo Silvestri il 14 novembre, Abdullah Ibrahim piano solo e Christian Mc Bride il 15 novembre, e Antonio Faraò il 16 novembre.

Per la prima volta, in esclusiva per il Padova Jazz Festival, la O.P.V. con Paolo Silvestri si esibirà con la sua creazione “Perpianoearchi”: questo progetto inneggia al pianismo di Enrico Pieranunzi, che proporrà proprie composizioni ma anche brani di Morricone, Trovajoli e Silvestri accompagnato da Mauro Beggio e Luca Bulgarelli.

Abdullah Ibrahim, scoperto da Duke Ellington, è figura ponte tra il jazz americano e le radici della musica africana. Nato in Sud Africa nel 1934, è conosciuto universalmente per i brani jazz insolitamente brevi, suonati secondo la sua filosofia “niente mente”.

Christian Mc Bride, nonostante la giovane età, è già entrato nell’olimpo dei più grandi esponenti della musica jazz americana, vantando al suo attivo collaborazioni con Sonny Rollins, Herbie Hancock e Pat Metheny, con incursioni nel pop rock e rhythm & blues in particolare con il grande Sting. In questa occasione si propone in trio con Christian Sands e Ulysses Owens.

Antonio Faraò, con Joe Lovano, Ira Coleman e Billy Hart (recentemente premiato come migliore batterista dell’anno), presenta il quartetto American quartet, col suo nuovissimo progetto “Evan”, che uscirà proprio nell’autunno di quest’anno.

Anche quest’anno la prestigiosa sede dell’Auditorium San Gaetano, punto di riferimento per la cultura della città di Padova, ospiterà due concerti in programma: Ruggero Robin trio e Nuevo Tango Ensamble di Pierluigi Balducci con Javier Girotto.

Presso l’hotel Plaza Padova, riconosciuto spazio club jazz per una settimana, dal 13 al 16 novembre verrà ricreata l’atmosfera dello Smalls Jazz Club di New York nella persona del suo creatore e proprietario Spike Wilner, pianista che ha rilevato un piccolo locale del Greenich Village e ne ha fatto un punto di riferimento internazionale per tutti gli amanti del jazz. Gli appuntamenti saranno all’ora dell’aperitivo e nella tarda serata con guest star a sorpresa!

Jazz@bar si riconferma come progetto importante durante la settimana del Padova Jazz Festival anche in molti locali della città: spazi diversi quali bar e ristoranti per ascoltare le voci jazz nazionali, emergenti o ben più note, con programmi sempre diversi che saranno illustrati dettagliatamente da un pieghevole dedicato.

 

Altri eventi collaterali al Padova Jazz Festival:

“GUITARS – Storie di musicisti straordinari” conversazioni su Jimi Hendrix e Frank Zappa a cura di Enzo Gentile (giornalista de La Repubblica e scrittore), presso l’hotel Plaza l’11 e il 12 novembre alle 18.30;

“Jazz & foto” workshop a cura di Lorenzo Scaldaferro e Phocus Agency, presso Hotel Plaza e Teatro Verdi;

“Phocus sul jazz”, mostra fotografica dal 14 novembre al 8 dicembre presso le Scuderie di Palazzo Moroni a cura di Phocus Agency (inaugurazione il 13 novembre alle ore 18.00);

mostra fotografica di Jimmy Katz dal 5 ottobre al 8 dicembre presso l’Hotel Plaza a cura di Phocus Agency (inaugurazione il 4 ottobre alle ore 18.00).

Il Padova Jazz Festival è uno dei fiori all’occhiello dell’Assessorato alla cultura del Comune di Padova, che lo inserisce nel suo contenitore culturale di eventi RAM 2013, ed è sostenuto anche da AcegasAps, da Fondazione Antonveneta, dalla Regione del Veneto e da Ascom Padova; ha inoltre il Patrocinio della Camera di Commercio di Padova e della Provincia di Padova.

Gli amici del Festival: Allianz Bank, Saet Padova, Pretto Gelato Arte Italiana, Argos energia.

I partner del festival sono: GBR Rossetto, Grafiche Peruzzo, Allianz Ras,  Miles Auto, D&G Pasticceria, Jando music, JD Service.

Media Partner: http://www.padovando.com

Articolo di Zille Studio

 

Intervista allo scrittore Giampaolo Rol

D: Giampaolo Rol, si considera un avvocato prestato alla scrittura, o uno scrittore avvocato?

Nel mio caso la professione di avvocato e il diletto dello scrittore sono due amanti: hanno bisogno l’una dell’altro, anche se a volte litigano. La professione di avvocato non è certo semplice, e la fantasia che metto in quel che narro costituisce il mio “buen retiro” dalle esperienze professionali. Spesso si dice degli scrittori che questi vivono due vite: una è quella reale, l’altra è quella della storia che stanno scrivendo. Anche per me è così: mi ritengo privilegiato nel poter frequentare un mondo parallelo a quello reale, dove il mio sherpa personale è la fantasia che mi concede totale libertà sui miei personaggi, sulle loro azioni e pensieri, sulla loro vita o sulla loro morte, e che mi fornisce il respiro necessario per la vita di tutti i giorni.

D: Un lavoro considerato difficile, quello di avvocato, in questi ultimi anni, cosa ne pensa? Qual è lo stato del sistema giustizia italiano?

Il mio primo istinto di risposta sarebbe un “no comment”, dove il “no comment” starebbe a significare un’opinione molto negativa, soprattutto per quanto riguarda la riorganizzazione della geografia giudiziaria.

D: I saggi affermano che soltanto chi ha vissuto molto può narrare con cognizione di causa, e soprattutto, continuare a produrre lavori interessanti. Rol come si considera sotto questo aspetto?

Io ripeto sempre che “la sofferenza è il calamaio dello scrittore”. Ma a mio modo di vedere è possibile discernere sofferenza e/o eventi che la provocano ad ogni angolo di strada frequentata quotidianamente, sofferenza che non è solo esclusiva dei grandi traumi della vita che ognuno di noi conosce anche troppo bene. Cose che ad alcuni pongono riflessioni severe, e che altri ripongono nel cassetto del “non mi riguarda”, o del “non ci posso fare niente”.

D: L’opera prima è un’eccellente esempio di legal thriller ambientato negli Stati Uniti. Che esperienza ha vissuto negli USA?

In una intervista rilasciata per un’emittente locale pinerolose, ribadivo il concetto che per quanto riguarda New York City: la sensazione è quella del “It feels like home”, che ti fa sentire a casa. Strano a dirsi, ma ho provato questa sensazione anch’io, nonostante mi trovassi nel bel mezzo del formicaio umano di una metropoli. Ma ho anche percepito il limite dell’impersonalità che una massa di persone così smisurata ti lascia addosso, e dell’esigenza di andare oltre ai limiti di un’omologazione pressoché totale degli individui che la popolano, esigenza che ho cercato di sviluppare nel secondo romanzo “Come una rondine, come una quercia”.

D: Caratteristica di pregio di Giampaolo Rol è sapere scrivere generi differenti con la stessa eleganza e una buona leggiadria di stile. È una scelta cambiare soggetto, una strategia di vendita o una necessità profonda?

Penso che cambiare genere possa risultare controproducente ad uno scrittore, posto che il lettore spesso si “fidelizza” al genere che ha fatto conoscere lo scrittore stesso. Per quanto mi riguarda non è assolutamente una strategia di vendita, in quanto la mia prima esigenza è divertirmi a scrivere. Se non mi divertissi a scrivere storie credo che potrei imbattermi nel classico ostacolo della “pagina bianca”, quando il trattino del computer lampeggia sullo sfondo bianco e le parole non arrivano, solo perché dovrei scrivere una storia che possa compiacere il lettore su un genere di maggior vendita piuttosto di un altro. Spesso a chi me lo chiede rispondo che sono le storie a scegliere me, e non il contrario… e le parole vengono da sole.

D: Qual è, secondo lei, lo stato della produzione letteraria italiana?

Penso che la produzione letteraria italiana sia sempre stata molto buona, ma la riflessione deve svoltare in un’altra direzione, poiché su questa interviene un collo di bottiglia che ancora oggi non sembra evitabile, vale a dire le case editrici tradizionali che producono in cartaceo, e che probabilmente negano il passo a scrittori molto più bravi di me. Penso alla mia esperienza diretta con queste ultime e alle loro richieste assurde. Naturalmente non posso fare nomi, ma mi è successo di ascoltare risposte del tipo “Il suo romanzo? Può inviarci il primo e l’ultimo capitolo, e lo valuteremo…” oppure “Il suo romanzo è interessante, ce ne tolga settanta, ottanta pagine, perché così sono troppo lunghe e costose produzione e distribuzione, poi ne riparliamo…”. Ecco, queste sono le case editrici tradizionali, che si dipingono come le dispensatrici di letteratura ma che poi, non si sa come, sono pronte a pubblicare le vicende amorose del tal bellimbusto e o dell’ultima showgirl, dove, naturalmente per mia colpa o mio limite, non riesco proprio a trovare sostanza letteraria. Purtroppo i lettori acquistano ciò che vedono reclamizzato, e forse a volte non vanno oltre le operazioni di marketing. Per questi motivi ho svoltato verso l’e-book, con prezzi per opera decisamente irrisori rispetto al cartaceo, e alcuni lettori mi hanno anche scritto per farmi i complimenti. Ecco, per me va bene così, anche perché per me scrivere è un’esigenza alla quale non rinuncio, lo farei anche se non ottenessi alcun tipo di riscontro. Bisogna anche ammettere che in Italia esistono più scrittori che formiche e non è sempre facile individuare il tipo di opera che possa cucirsi perfettamente addosso al lettore.

D: Tornando alla produzione personale, sono molte le persone che vengono ringraziate alla fine del testo scritto. Ad esempio in “Come una rondine, come una quercia”. Gli amici per lei sono importanti…

Gli amici sono importantissimi, anche se con l’andare del tempo si affina la selezione delle persone che possono veramente “darti qualcosa”, nel senso naturalmente meno venale dell’espressione.

D: Ho trovato interessante, sempre in “Come una rondine, come una quercia” la citazione di molte filosofie lontane dalla nostra. Ci spiega il perché di quella scelta?

Reputo l’apertura della mente in ogni direzione come condizione indispensabile della condizione umana. Io sono cristiano cattolico apostolico romano, ma tutto questo non mi impedisce di riconoscere la bellezza assoluta di alcune pagine del Corano o di vari passaggi del Buddhismo e così via. Non riesco a comprendere l’ingabbiatura che l’essere umano costruisce della propria conoscenza per poi rimanerne schiavo, privandosi di possibilità che potrebbero contribuire in altissima percentuale sulla cifra intellettuale del singolo. Sono sempre affascinato quando la sicurezza di alcune mie convinzioni vengono poste in dubbio da un’interpretazione diversa, altrettanto concreta e credibile, figlia di un punto d’osservazione completamente diverso, diametralmente opposto. E che innesca dentro di me la magia del dubbio, il dubbio che costituisce la vera forza motrice della ricerca, di quella ricerca che pone domande e ne costruisce altre, in un cammino che raramente vede la fine, pur sapendo che è quello stesso cammino il valore aggiunto, non necessariamente arrivare ad una soluzione, che potrebbe essere valida ma solo a livello soggettivo.

Sono comunque lusingato della domanda, poiché buona parte dei racconti attribuibili a filosofie lontane sono in realtà frutto della mia fantasia, e l’accostamento non può che farmi piacere.

D: Sia nell’opera prima “Il mercante di destini” che in “Come una rondine, come una quercia” la voce narrante fondamentale è di una donna. Perché immedesimarsi in un mondo diverso da quello proprio?

L’alchimia che s’innesca tra un romanzo e il lettore è sempre unica ed irripetibile, e forse in questo caso a livello subconscio si sviluppa una certa empatia con alcuni dei personaggi che sconfina anche nei confronti della voce narrante. Sicuramente nel caso de “Come una rondine, come una quercia” la voce narrante è quella di Vivian, che guida le due gemelle Asha e Gloria sullo sfondo dell’intera vicenda. Alcune considerazioni e sottolineature della voce narrante ne “Il mercante di destini”, erano volutamente più sottili ed emotive, indispensabili per guidare il lettore nel complesso intreccio di vicende. Probabilmente, e fortunatamente, sono state colte dalle persone più sensibili, prerogativa sicuramente attribuibile ad un pubblico femminile. 

D: Adesso Rol si sta dedicando ad una storia affascinante ambientata nel 1129. Perché?

Non lontano dalla mia città, è situata una costruzione di matrice cristiana, ma che denota contaminazioni e caratteristiche ben lontane dai canoni del cattolicesimo, lasciando adito a domande succulente che alimentano la mia curiosità letteraria. Domande che partoriscono risposte che rimbalzano ad altre domande, come piace a me. Il risultato è quello della ricerca, ed ovunque mi porti, come sempre mi avrà arricchito. Anche in questo caso il registro del romanzo è completamente diverso dai primi due, e allo stesso modo rinnova il mio divertimento nel cercare risposte a domande così complesse. Risposte che avranno soltanto valenza di riscontro romanzato, non possiedo certo il dono della scienza infusa…

In realtà anche un’altra storia mi ha trovato: quella di un pescatore dal profilo psicologico semplice semplice, modo di esprimersi elementare, ma con una ricchezza interiore notevole, che dovrà scontrarsi con un mondo che non gli appartiene per tentare di risolvere un problema che gli sta molto a cuore, con tutte le complicazioni che il suo modo semplice d’intendere la vita gli comporteranno.

D: Quanto dedica alla ricerca al fine di scrivere le sue storie?

Per cercare di fornire una risposta grettamente matematica e che riguarda il mio lavoro, la ricerca sta alla storia in un rapporto che potrei ragionevolmente soppesare in un 90 a 10, sia che la ricerca sia volta a reperire i dettagli necessari al suo confezionamento nel mondo reale, sia che la ricerca sia volta all’interno di me stesso.

D: Quale formazione si sente di suggerire a dei genitori per far sì che i figli amino il mondo letterario, entrino da protagonisti nelle storia narrata attraverso la lettura e diventino i nuovi lettori?

Pur non avendo il merito d’essere genitore, e senza ripercorrere l’utilità di distogliere i propri figli dal ruolo passivo di uno schermo di computer o di un televisore,  penso che un bimbo debba essere stimolato in modo che con il tempo la sua sete di lettura e di giochi nei quali sia lui stesso il protagonista attivo e non passivo delle proprie attività ludiche diventi naturale, e che evolva con l’esigenza di conoscere prima, e magari di creare poi. La creatività di un piccolo potrebbe sfociare non solo nei pregi di un lettore, ma di un autore stesso, o di uno straordinario  artista di mosaici o vetrate multicolori, nelle visioni di un architetto o di una nuova tecnica di pittura o di disegno. Leggere molto significa rendere fertile il campo dell’arte che potrebbe fiorire nell’animo di ogni bambino e portare frutti di cui potrebbero godere tutti quanti nei campi più diversi, e non solo frequentatori di mondi letterari. Il tutto sotto lo sguardo vigile dei genitori pronti ad assecondare e coltivare le sue capacità innate, senza costringerli per forza a giocare solo a calcio… 

D: Quanto ha letto Giampaolo Rol da bambino?

Tantissimo, dalle fiabe per i più piccini prima, traghettato da Kipling poi, per   percorrere in seguito le rotte più varie degli scrittori più noti e meno noti.

D: E quanto legge oggi?

Ancora oggi mi diverto a leggere tutto quello che posso, spesso consigliato da amici, ma che rigorosamente non si trovi nelle classifiche dei giornali. E vi assicuro che raramente mi pento.

D: Secondo lei, che spazio c’è per la cultura letteraria occidentale?

Torno a dire che non bisogna aver troppa fretta nel giudicare quale produzione letteraria sia migliore o peggiore, o di quale collocazione geografica sia figlia. Il genio dello scrittore deve fare i conti con il gusto del lettore. Credo sempre che un romanzo sia come un vestito: non è detto che il miglior Armani possa piacere a tutti. Alle volte i lettori trovano a loro confacenti un paio di jeans senza griffe particolari, ma che gli calzano a pennello perché nonostante tutto sono confezionati con pregio e cura.

D: Hanno ancora un ruolo attuale le fiere e le manifestazioni in favore del libro e della lettura?

Se fiere e manifestazioni hanno come scopo il marketing dei soliti noti assolutamente no. Se invece case editrici cartacee e digitali si distinguono per aver scoperto talenti nuovi, certo che sì, e tutto a vantaggio della credibilità di queste.

D: Cambia il tipo di scrittore nell’era dell’e-book o no?

Il tipo di scrittore a mio avviso non cambia certo con l’avvento dell’e-book, ma cambia certamente il tipo di lettore. Osservazioni più comuni contro gli e-book? Il profumo della carta, la magia della carta, il contatto della carta…

Dall’altra parte si può controbattere che gli stessi soggetti non sembrano sottolineare gli stessi pregi quando si parla, che so, di e-mail. In questo caso le e-mail sono comode, immediate, veloci, digitali, gratis. Gli stessi pregi che potrebbero avere gli e-book, con costi notevolmente inferiori ai libri cartacei. Improvvisamente la lettera di carta, scritta a mano o al computer, imbustata, francobollata e con tanto di tragitto alle poste perde ogni attrattiva. A volte quindi mi sembra solo di trovarmi davanti a preconcetti, o a difficoltà in nuove abitudini.

Non vorrei comunque essere frainteso: non sono certo il palafraniere dell’e-book e non voglio nemmeno diventarlo. Al singolo deve essere concessa l’assoluta libertà di poter scegliere il veicolo migliore per entrare in contatto con il romanzo in genere, scettro che al momento resta saldamente in mano alla carta. Penso al contempo che la stessa libertà debba essere concessa a chi non subisce alcun fascino particolare dall’esperienza profumo / tattile della carta, con notevole risparmio economico e stessa fruizione di contenuti. Un esempio semplice, che ricordo benissimo: l’ultimo lavoro di Dan Brown in cartaceo, fresco di stampa, era a disposizione del pubblico in cartaceo al prezzo di € 25,00 e l’e-book a € 9,90. Non vedo perché non debba essere garantita altrettanta libertà a chi ha scelto un approccio più tecnologico ad un romanzo e di risparmiare quindici euro su di una singola copia di  un romanzo, tutto qui.   

Credo inoltre che il lettore tradizionale si lanci in invettive (a volte sterili) opinabili. Se ben ricordo è stato Beppe Severgini (con beneficio d’inventario) ad affermare che il lettore sembra dare più importanza al contenitore che non al contenuto. Un buon romanzo non diventa certo peggiore se digitale e non cartaceo.

Personalmente se mi offrissero aranciata in un elegante flute o uno squisito Chateau La Tour in un bicchiere di carta, sceglierei sicuramente il secondo.

Anni fa, recandomi allo Stadio, leggevo sempre una scritta a spray sopra un muro. Così diceva: ”Tifosi, voi siete la merce privilegiata del capitalismo”. Pur condannando il fatto che qualcuno avesse danneggiato il muro con quella scritta, il messaggio mi era arrivato. Era una frase che (almeno personalmente) mi faceva riflettere. Eppure era spray su di un muro. Conta quindi il contenitore o il contenuto? (mi raccomando, cari writers, non scrivete più sui muri, usate i blog, che possono arrivare molto più lontano e non costituiscono danneggiamento passibile di pena…).

Preciso inoltre che spesso le valutazioni sull’edizione cartacea prendono solo in considerazione il punto di vista del lettore, ma non certo quello dell’autore, che dopo aver prodotto con ogni suo sforzo disponibile il suo elaborato, trovato con fatica un editore cartaceo, firmato un contratto dove gli vengono riconosciuti diritti risibili, vede esposto il suo libro nell’ultimo scaffale della libreria per venti, trenta giorni al massimo per poi venire sostituito con i nuovi arrivi. Al massimo ordinabile su prenotazione.

E-book? Reperibile on line con brevissima ricerca, sempre, qualsiasi ora del giorno e della notte, sulla piattaforma preferita, acquistabile con pochi click. Abbiate pazienza se anche gli autori vi mettono al corrente del loro punto di vista.

D: Quando pensa di pubblicare il prossimo lavoro e in che forma?

I miei due e-book sono in vendita praticamente su ogni piattaforma, con la possibilità di scaricare un’anteprima gratuita che varia da quaranta a sessanta pagine, che possono essere lette in tutta comodità per comprendere se acquistare il libro (non credo che nessuno possa recarsi in una libreria tradizionale e poter leggere una quarantina di pagine prima di decidere sull’acquisto).

Per questi motivi non rinuncio all’e-book, e su quale delle due storie di cui prima pubblicherò… dipende da quella delle due che più insistentemente me lo chiederà.

Intervista di Alessia Biasiolo