Bernardo Siciliano a Palazzo Te

Considerato uno dei massimi esponenti della figurazione, Bernardo Siciliano è arrivato con le sue opere a Palazzo Te, a Mantova, per una mostra organizzata dal Centro Internazionale di Arte e Cultura e da Italiana. Rimasto per ora, a seguito dei danni subiti per il terremoto da altri luoghi cittadini, uno dei pochi spazi espositivi usufruibili da Mantova fino ad almeno la primavera prossima, Palazzo Te ha dimostrato negli ultimi tempi, come affermato anche dal presidente del Centro Angelo Crespi, di sapere coniugare la necessità di gestire la cultura in Italia in modo manageriale, senza attendere contributi a mo’ di offerte benefiche illimitate, con l’esigenza del pubblico di avere mostre più dinamiche. Compito di una esposizione d’arte, infatti, è avvicinare le persone non solo ai grandi del passato, alle mode, alle scuole, ma soprattutto permettere di avere la visione del moderno e del contemporaneo, essendo l’Arte la vera modalità di conoscere il presente appena prima che si realizzi. Compito dell’artista è crogiolare i sentori, le ansie, le gioie, le speranze e le visioni del tempo e dello spazio come altri non sanno fare e capire la contemporaneità attraverso l’arte è poi quello che si faceva anche nei tempi passati, entrando in una chiesa ad ammirare quadri o affreschi dei grandi del momento. Quindi non dev’essere sottolineato come un Centro Internazionale di Arte e Cultura operi in questo senso, perché è suo preciso compito, mentre è buona cosa far capire come la collaborazione tra luoghi deputati all’arte, esperti, studiosi e artisti può portare non solo l’Arte a vivere, ma anche ad esprimersi come mezzo di conoscenza vivo e genuino, fuori dagli schemi imposti da chicchessia.

Ecco quindi che approda a Mantova Siciliano. Di lui si è detto che dipinge paesaggi urbani newyorkesi che però sono italiani, che abita a New York da diciassette anni ma è italiano, che la sua arte si spiega per via del nonno architetto. Tuttavia io osservavo proprio lui, Bernardo Siciliano, al tavolo dei relatori della presentazione della mostra ed ho visto un artista. Nell’era della globalizzazione, anche culturale e non solo e non più solo economica, l’artista ha proprio il ruolo di sintetizzare le anime. E oggi molto viene sintetizzato grazie al paesaggio, sul quale e con il quale si stagliano le persone. Sostiene Siciliano, infatti, che un quadro lo si debba vedere non da vicino, nella spasmodica ricerca del pittore di conoscere le tela, ma lo si deve guardare da lontano, dalla stessa distanza dell’osservatore in mostra o in galleria. Capire, quindi, che cosa vede il fruitore in una tela e dargli non quello che vuole, bensì quella sintesi di idee, concetti, vita che l’Arte ha tramutato in un talento. Non mi soffermerei sulle spiegazioni asettiche: tutti noi abbiamo una famiglia d’origine, un nonno, una serie di cromosomi capaci di renderci sintesi biologica di innovazioni e freni al procedere dell’umanità verso il futuro della vita, ma è l’utilizzo che ciascuno di noi fa del suo vissuto, più o meno ancestrale, a spiegare se stessi. Per se stessi. Bernardo Siciliano si spiega con le sue opere, ma soprattutto con il suo viso: attento, cordiale, preso dal contattare la madre, dal non dimenticarsi delle persone che ha attorno, nel presente, mentre sono nella sua mostra e mentre, quindi vive, non già quando è da solo con le sue ricerche. Dalle sue opere emerge, infatti, la ricerca attraverso lo studio ed ho apprezzato moltissimo il suo modo aperto e semplice di spiegare il titolo della mostra: The tennis player. Non c’è niente che racconti il tennis, esposto a Palazzo Te, ma c’è il tennista, in una serie di immagini che diventano il suo autoritratto. Il ritratto di un bambino che giocava a tennis e suonava il pianoforte e che, nel continuo provare e riprovare un colpo, dritto o rovescio, cercava la precisione. Bernardo sostiene di non essere un bravo tennista. Tanto che ha scelto il suo partner a tennis per chiedergli di posare per un’opera che poi è diventata una crocifissione, “modo per vendicarmi del fatto che con lui perdo sempre”, dice. Eppure non è vero che non è un bravo giocatore: dal tennis Bernardo ha imparato la precisione, ma anche lo studio e l’importanza dell’aria, della forza, della precisione del gesto. Così come dalle scale al pianoforte ha imparato l’estraneazione verso altri lidi, verso forme di riproduzione del gesto, del tocco che sono poi le pennellate. Si sente, nelle sue parole, la passione e l’attenzione per quei pochi colpi di pennello che sanno diventare sorriso, per la forza umana che diventa tela, arte, volto, tetto di una casa o svettante grattacielo. Allora non importa se siamo a New York o sul Pirellone di Milano: tutto si crogiola e si stempera in tele grandi, dove l’immagine delle persone acquisisce il ruolo del protagonista del muro sul quale il quadro è appeso.

Ho osservato con molta attenzione i lavori esposti a Palazzo Te, precisamente alle Fruttiere fino al prossimo gennaio, e anche davanti a precisissimi studi non ho visto la tecnica come freno, riparo, alibi per l’artista. Mi spiego: non ho visto lo sfoderare la ricerca e la preparazione tecnica in Storia dell’Arte (e non all’Accademia come sottolinea il Nostro) come uno schermo per nascondere emozioni, paure, modalità false di essere artista. Invece ho visto proprio nella precisione la libertà sia di Siciliano che dell’osservatore. E ho trovato questo italiano newyorkese quanto mai in linea con il tempo attuale che necessita di spazio, di libertà, di colore, di passione, ma non casuali. C’è bisogno di metro, di misura per tutto, di rigore di linee che non presupponga imposizione, dogma, sterilità, limitazione della libertà: proprio il segno preciso, ricercato, si fa spiegazione, si fa sguardo, addirittura lode (ai volti familiari), preghiera/crocifissione al Tempo e allo Spazio, alla necessità di essere per dare agli altri. Penso che Bernardo Siciliano in questo sia un vero esempio di arte contemporanea. Il segno che dimostra l’impatto delle sue tele sul pubblico è dato da “Chelsea 2012/2013”, in cui un’automobile e dei tombini sono i protagonisti di un percorso, la nostra strada. La figura umana presente nel quadro è in movimento, ma anche tratteggiata senza contorni definiti, forse un vecchio, forse la parte di noi barbone inseguita dal lusso, dalla fretta o anche stop alla velocità: l’auto è dietro, ferma, forse parcheggiata, forse no. Non c’è giudizio, ma nemmeno indicazione. L’artista non ci dice che via prendere, che cosa scegliere. Non ci prende per mano per spiegarci la vita, l’arte dell’oggi. Ci mette davanti a quadri che sono delle fotografie di noi. E una volta che ci vediamo sta a noi stabilire se quello che abbiamo dinanzi ci piace, ci soddisfa, è da cambiare.

Siciliano ci propone una via dicendoci: io ho trovato il mio Io nella precisione, nello studio, nella ricerca. C’è molto da capire in questo, molto su cui riflettere. Però la riflessione è lontana da quella dei tempi andati: è profonda, intima, inconscia quel tanto che basta. È il ritrovare il gusto per la comunicazione vera, ma nessuno si meraviglierebbe di vedere su tela un uccellino, senza curarsi se verrà poi o meno quotato in borsa.

Da non perdere.

Articolo di Alessia Biasiolo

 

One thought on “Bernardo Siciliano a Palazzo Te

  1. Willem ha detto:

    Ho letto questo articolo. e siccome ho anche visto la mostra di Bernardo Siciliano a Palazzo Te, condivido pienamente con Alessia Biasiolo che parla dell’artista come uno che non si è montato la testa, ma bensì capace di esprimere il suo talento, attraverso le sue opere. Personaggio che ti sorride e ringrazia tutti per l’omaggio che i visitatori,con la loro presenza, gli fanno. Willem

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