Ecce Homo al Teatro Sociale di Brescia

Il cartellone della Stagione di Prosa del Teatro Sociale di Brescia è stato inaugurato dal nuovo spettacolo prodotto dal CTB, Centro Teatrale Bresciano, dal titolo “Ecce Homo”. Soggetto di Lucilla Giagnoni con la collaborazione di Maria Rosa Panté, musiche di Paolo Pizzimenti e luci di Massimo Violato, assistente alla messa in scena Daniela Falconi.

Uno spettacolo monologo di un’ora e mezza circa, con flash di immagini sul fondo scena. Un testo poco innovativo, un po’ scontato malgrado l’accostamento dell’Ecce Homo con Pinocchio, già ripetutamente letto in varie salse.

Giagnoni si cala nel testo che parte dalla Genesi, ma finisce per perdere gli accostamenti con il deserto biblico, identificato con la necessità attuale di trovare e ritrovare la strada, quando vuole diventare “maestra” di vita e non solo interprete.

Più di una volta si è parlato della Genesi per sottolineare la necessità del deserto dentro di noi. Non quell’area desolata e arida del cuore, dove non c’è posto per niente e per nessuno, ma spazio per Dio solo nell’anima. Cioè per tutto ciò che di noi e in noi è divino, proviene dal Padre e al Padre chiede di realizzarsi per quella che è la propria strada. Gli Ebrei stavano perdendo la speranza davanti alla sterminata distesa di sabbia così lontana dal benessere degli Egizi loro padroni, dai quali almeno ricavavano il profumo del cibo e qualche pentola da raschiare. Ma la libertà è frutto di ricerca e, soprattutto, di volontà di cercarla, perseguirla, conoscerla e poi difenderla.

Tutto questo è vero e sacrosanto, fino a quando il paragone con l’oggi, invece di essere sviscerato, composto in puzzle da scoprire e coprire, svelare e velare, non viene stemperato in una fiaba. È vero che ci si deve chiedere che tipo di Homo siamo oggi: Homo oeconomicus? Homo sapiens sapiens? Oppure l’Ecce Homo immolato sulla croce del progresso, dell’economia e della finanza, crocifisso dallo spread, senza più un deserto al quale rivolgersi se non la crisi? Si cerca un Re, il re che “c’era una volta”, il Re della fiaba di Pinocchio appunto, ma non il Re dei Re. Cioè l’elevazione più alta di noi, credenti o non credenti. La storia del famoso burattino ricorda da vicino quella che stiamo vivendo tutti i giorni oggi, eppure l’insieme dello spettacolo non è così convincente. Perde smalto nel proporre tanti flash di vissuto senza trarne un vero e profondo commento, diventando invece didattica da manuale. Al pubblico, comunque, una serie di immagini sulle quali meditare, senza perdersi nella vita della scienza, ma piuttosto -e sarebbe stato di certo preferibile data la celebre frase di Pilato-, sul senso che può avere adesso l’essere uomini con un esempio così importante che si materializza come contemporaneo che è quello dell’Uomo della croce. E la Genesi rivisitata.

Alessia Biasiolo

 

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