La Gran Guardia lilla


Un colore, il lilla, per accendere l’attenzione sui disturbi del comportamento alimentare. Ieri sera la Gran Guardia si è illuminata delle sfumature del viola per aderire alla decima ‘Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla’. Un giorno, il 15 marzo, dedicato a sensibilizzare e informare la cittadinanza, ma soprattutto a far conoscere le diverse patologie che colpiscono in maniera particolare i giovani. L’obiettivo dell’iniziativa è accrescere la capacità di riconoscere queste malattie tra i ragazzi, tra i genitori, così come tra gli operatori sanitari. E supportare tutti coloro che soffrono di anoressia, bulimia, binge eating e le loro famiglie.

Ogni volta che illuminiamo i nostri palazzi e monumenti, sposando una causa, diamo un messaggio al resto mondo, affinché si parli e si accendano i riflettori sulle problematiche che affliggono tanti nostri concittadini -ha detto il sindaco-. È un segnale che le Istituzioni devono lanciare, per far sì che aumenti l’informazione e la consapevolezza, il tutto a supporto delle persone che soffrono, in particolare di questi disturbi del comportamento alimentare che colpiscono tanti giovanissimi. Anche in questo momento, nonostante la pandemia, non si deve abbassare la guardia sulle altre patologie”.

Come asserisce l’Associazione “in Italia tali malattie colpiscono più di tre milioni e mezzo di persone. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha considerato i disturbi del comportamento alimentare la seconda causa di morte per gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali. La disinformazione generalizzata, insieme ai pregiudizi su queste malattie, nonché la carenza di strutture specialistiche in tutto il territorio nazionale, comporta, nella maggior parte dei casi, che il percorso di cura venga intrapreso con notevole ritardo e con un pericoloso aggravarsi della malattia”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Il mio corpo è la mia casa

Presso lo Spazio e Movimento di Marilena Pitturru a Cagliari (via Napoli, 80) è aperta al pubblico “Il mio corpo è la mia casa”, group show al femminile a cura di Ivana Salis.

Una mostra d’arte contemporanea con le donne e per le donne. Nei primi mesi del 2020 nasceva da un’idea di Mara Damiani, artista e graphic designer, la voglia di essere presenti con il proprio linguaggio artistico in uno spazio che ogni giorno è al fianco di migliaia di donne: Il Centro Donna dell’Ospedale Binaghi. L’occasione era quella della Giornata internazionale della Donna, che si celebra ogni anno l’8 marzo. La mostra coinvolgeva come curatrice Ivana Salis, storica dell’arte e presidente dell’associazione culturale Asteras. Le artiste invitate erano Pietrina Atzori, Roberta Congiu, Mara Damiani, Marilena Pitturru, Laura Saddi, Rosaria Straffalaci. Invece, proprio a marzo del 2020 il Covid 19 precipitava il mondo intero dentro una pandemia che perdura tutt’oggi e la mostra veniva sospesa. A distanza di un anno la Sardegna si trova ad essere zona bianca e la mostra prevista all’Ospedale Binaghi (oggi ospedale Covid) si sposta allo Spazio e Movimento, che riprende così la sua attività espositiva dedicata alla ricerca artistica contemporanea al femminile.

La mostra presenta 24 opere inedite realizzate con diverse tecniche: assemblaggio di materiali di recupero, pittura e collage su tavola, disegno, frottage e acquerello e stampa su carta, lavorazione all’uncinetto. Ogni artista si è espressa col proprio linguaggio mediale sulla funzione e percezione del corpo, sentito metaforicamente come casa, luogo dell’essere libero nella sua specifica condizione femminile. Ad innescare la riflessione delle artiste una frase di Marina Abramovic riportata dalla curatrice: “[…] il corpo è una casa”, sede ricevente dell’istinto, che deve trasformarsi, con una serie di passaggi del pensiero, in consapevolezza, e avere un luogo pronto ad accoglierlo. Questo corpo deve essere preparato e curato alla ricezione, solo così potrà essere “casa”.”

Nel periodo di apertura della mostra sono previsti degli eventi allo Spazio e Movimento: sarà organizzato un incontro in diretta streaming con la psicologa Anna Pes sul tema “Il mio corpo è la mia casa” e diversi incontri con le artiste.

Le modalità di fruizione della mostra sono regolamentate dalle misure legislative previste dall’emergenza sanitaria, pertanto l’ingresso sarà contingentato col numero massimo di 6 persone alla volta. Giorni e orari d’apertura, fino all’11 aprile: giovedì-venerdì-sabato ore 18.30-20.30. Gli altri giorni la mostra è visitabile su appuntamento.

spazioemovimento@gmail.com
associazioneculturale.asteras@gmail.com

Asteras

Dante nell’arte dell’Ottocento. Un’esposizione degli Uffizi a Ravenna

Non ci sono notizie sicure sulla data dell’arrivo di Dante a Ravenna, ma è noto che, dopo il soggiorno a Verona, alla corte di Cangrande della Scala, Dante accettò l’invito del signore di Ravenna, Guido Novello da Polenta, che accolse il poeta con gli onori che meritava, offrendogli la possibilità di coltivare i suoi studi e di terminare la stesura della Commedia. È probabile che avessero accompagnato il poeta la figlia Antonia, poi monaca con il nome di suor Beatrice nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi, e i figli Pietro e Jacopo. La memoria di Dante a Ravenna si conserva in particolare nella zona del Silenzio che comprende la Tomba del poeta, il Quadrarco di Braccioforte, la chiesa di San Francesco e il complesso conventuale francescano; tracce della Ravenna trecentesca, dove Dante trascorse i suoi ultimi anni, sono ancora visibili anche in altri luoghi: le case dei Da Polenta e quella dei Traversari, famiglie ricordate dal poeta nella Commedia; la pineta nei pressi della città, citata nella descrizione del Paradiso terrestre, nel canto XXVII del Purgatorio; infine i monumenti tardoantichi che ospitano i mosaici, la cui luce pare riflettersi anche in certi passi danteschi, dal ricordo di Giustiniano (Paradiso, canto VI, 10-12) alla mistica visione nel Paradiso (Paradiso, canto XXXIII, 142-145). Nel 1321, impegnato per conto di Guido Novello in un’ambasceria a Venezia, contrasse durante il viaggio la gravissima febbre che gli fu fatale: costretto a tornare a Ravenna, morì nella notte tra il 13 e il 14 settembre.
n occasione del Settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri, il Comune di Ravenna, l’Assessorato alla cultura e il MAR- Museo d’Arte della città, presentano il progetto espositivo “Dante nell’arte dell’Ottocento. Dagli Uffizi Annibale Gatti, un capolavoro della pittura tardo romanica”.
Il progetto nasce da una stretta collaborazione tra il Comune di Ravenna e le Gallerie degli Uffizi, definita con un protocollo di intesa che, nell’ambito di una collaborazione pluriennale, che prevede prestigiosi prestiti per la mostra “Dante. Gli occhi e la mente. Le Arti al tempo dell’esilio” e un nucleo di opere ottocentesche dedicate alla figura di Dante Alighieri, da esporre a Ravenna in deposito a lungo periodo, come parte integrante del progetto Casa Dante. Inoltre ogni anno, in concomitanza con l’annuale cerimonia del dono dell’olio da parte della città di Firenze, gli Uffizi presteranno alla città di Ravenna un’opera a tema dantesco.
Antichi Chiostri Francescani, via Dante Alighieri 2/A, Ravenna. Ingresso libero.
La mostra, per le disposizioni antiCovid, è momentaneamente chiusa. Si invitano i lettori a programmarne la visita, informandosi sui siti istituzionali sulle date e gli orari delle prossime aperture.

Mar

A Lecce una nuova sede per artisti voluta dalla gallerista Lucia Pezzulla

Lucia Pezzulla

Nasce nel cuore di Lecce, in via Bonaventura Mazzarella 18, la nuova sede espositiva e operativa della Red Lab Gallery, un percorso che parte da Milano nel 2018 e che oggi approda nella città salentina, luogo d’origine della gallerista Lucia Pezzulla. Le due città, agli antipodi della Penisola, dialogano così rivolgendosi al pubblico di entrambe le latitudini, e il linguaggio utilizzato per farlo è quello artistico, il più universale. Da sempre convinta che l’arte, per sua stessa funzione civile, debba essere ovunque, Lucia Pezzulla si è impegnata nel cercare di collocarla fuori dai contesti dove normalmente la si trova: “Credo che in questo momento storico, dove le restrizioni imposte per contenere la diffusione del Covid-19 hanno impedito l’accesso a luoghi tradizionali pensati per l’arte e la cultura, sia necessario cambiare nuovamente le regole del gioco, sparigliare idee e convenzioni e proporre format espositivi innovativi, in grado di arrivare e sensibilizzare un pubblico sempre più vasto”. Da qui l’idea di implementare la sede espositiva milanese chiamando Lecce a supportarla con uno spazio-laboratorio in cui, di volta in volta, autori differenti trascorreranno un periodo di residenza al termine del quale restituiranno un progetto che sarà presentato come risultato del lavoro svolto sul territorio.

Un interno della Galleria di Lecce

La prima residenza, affidata al fotografo leccese classe 1975 Ulderico Tramacere sotto la curatela artistica di Giovanna Gammarota, avrà luogo nel periodo febbraio/giugno 2021, e la presentazione del lavoro che ne sortirà avverrà a inizio estate. Ulderico Tramacere, che per sua stessa ammissione impiega nella fotografia la stessa dedizione che avrebbe avuto nel fare il pilota, il pompiere, il palombaro, l’inventore, il poeta o il pittore, precisa: “Faccio fotografie e non voglio informare. Mi piace invece pensare che le mie immagini creino, stimolando il desiderio dell’informazione”. L’artista – dopo aver esposto a Milano la sua coinvolgente mostra Nylon (Premio MIA Photo Fair / RAM Sarteano) prima alla Red Lab Gallery (2019) e successivamente negli spazi dedicati alla fotografia d’arte dell’Università Bocconi (2020) – nell’ambito della residenza intende porsi all’ascolto della terra che lo circonda ritrovando le inquietudini e i nessi che legano indissolubilmente territori e individui, i quali si amalgamano in un coagulo di umori e respiri troppo spesso rassegnati dinanzi al destino. “La pietas che Tramacere prova” afferma la curatrice Giovanna Gammarota “per il proprio territorio flagellato, come un novello Cristo, e i corpi di coloro che si addensano lungo i confini di un’Europa sempre meno propensa ad accoglierli, è la base dalla quale egli parte per creare un corale di immagini cantato da più voci che solo apparentemente sembrano contrastare tra loro ma che, invece, si completano”. Il cellophan, il nylon o il pluriball, materiali sui quali Tramacere lavora da tempo, proprio attraverso la nuova residenza creata da Red Lab Gallery, troveranno la loro piena realizzazione divenendo, come sottolinea lo stesso artista “drammatici Sudari che avvolgono la storia di un intero Paese […] sipari interposti tra lo sguardo e il mondo […] paesaggi surreali irrimediabilmente mutati”, per dare infine vita a quelle immagini che “stimolano il desiderio di informazione”.

Red Lab Gallery: Via Solari 46, Milano / Via Bonaventura Mazzarella 18, Lecce

De Angelis (anche per le fotografie)

Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE – ANNO B – GIOVANNI 3,14-21

14. In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, La quarta Domenica di Quaresima è chiamata Domenica in Laetare perché la liturgia ci invita alla gioia di saperci amati da Dio Padre. Egli ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio per salvare gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi e ammetterli alla piena comunione con Lui. Il Vangelo presenta la seconda parte dell’incontro di Gesù con Nicodemo e il monologo che compendia il mistero della salvezza. La riflessione che scrive Giovanni è una interpretazione che va “oltre”, una visione più profonda che appartiene solo a chi ha fede in Cristo. Dio ci accoglie sempre come suoi figli, qualunque sia la nostra situazione o la nostra condizione. Il Padre ama il Figlio e il Figlio non desidera altro che rispondere all’amore che riceve dal Padre. Noi viviamo perché siamo amati e perché ogni momento Dio ci dona il respiro, il battito del cuore, la luce dell’intelligenza per conoscerlo di più e amarlo di più. Il suo amore ci spinge ad amare gli altri perché non possiamo fare altro che donare quanto riceviamo. Il suo amore è traboccante ed eccedente. “Come Mosè innalzò il serpente”: il serpente innalzato su un’asta da Mosè nel deserto portava salvezza a chiunque l’avesse guardato. Così Gesù deve essere innalzato sulla croce per portare salvezza, come dicono i Padri della Chiesa. Per i primi cristiani il verbo “innalzato” equivale a “glorificato”. Proprio con il suo innalzamento sulla croce, Cristo libera dalla morte. “Così bisogna che sia innalzato”: l’innalzamento di Gesù avviene quando è appeso alla croce. Nel momento della più ignominiosa delle morti si rivela lo splendore della sua gloria. Soffre per amore. Perdona per amore. Muore per amore. Crocifisso e glorioso: due aspetti di un unico mistero di amore. Al rifiuto più grande risponde l’amore più grande ancora. “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Giovanni 12,32); “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo”, ossia lo avrete fisicamente messo in croce, “allora conoscerete che Io Sono” (cfr Esodo 3,14). Giovanni evangelista ha visto morire Gesù (vigilia della Pasqua, 7 aprile anno 30), è stato testimone dei suoi supplizi, era presente al disprezzo dei carnefici. È stato anche testimone, però, della risurrezione, per cui può dire con cognizione di causa che “era necessario”, “bisognava” (necessitas) che Gesù patisse tutto questo per entrare nella gloria e per salvarci. Era la strada obbligatoria per essere creduto. Giovanni evangelista penetra il mistero e afferma che la croce è una gloria, mentre per i sinottici è una tortura, un supplizio, un’infamia. Sono letture diverse dell’unico evento. Anche per noi, discepoli del Signore, quello che sembra un fallimento e una tragedia può diventare un evento che cambia la vita in meglio. Per questo dobbiamo sempre approfondire la nostra fede e stare uniti a Dio come tralci alla vite. Egli ci fa conoscere le profondità della Verità, perché Lui è Verità. “Il Figlio dell’uomo”: l’espressione ebraica designa l’essere umano nella sua condizione creaturale di fronte a Dio (cfr. Salmo 8,5; 80,18; Ezechiele 2,1; ecc.); assume pertanto il significato di un essere che fa parte “della stirpe umana”, nella sua situazione di caducità, di esposizione alla sofferenza e alla morte. Nei Vangeli, Gesù preferisce utilizzare questa espressione quando parla di se stesso. Rivela che Egli è veramente entrato nella storia come uomo, che è solidale con la condizione di fragilità di noi creature limitate e finite. Nel libro di Daniele 7,13 il “Figlio dell’uomo” designa un personaggio che viene dalle nubi del cielo e che ha il potere di esprimere il giudizio finale. Pertanto il “Figlio dell’uomo” è il Messia, l’Inviato di Dio che, venendo nella gloria, alla fine dei tempi, giudicherà il mondo e l’umanità.

15. “perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Giovanni in questo versetto afferma che chi crede in Gesù ha la vita eterna. L’unica condizione è “credere”. A somiglianza degli Israeliti che, per essere salvati, dovevano guardare il serpente di bronzo innalzato, così noi cristiani, per avere la salvezza, dobbiamo alzare gli occhi e guardare a Gesù Cristo innalzato sulla croce, glorificato e risuscitato.

16. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Questo versetto costituisce il nucleo centrale del Vangelo di Giovanni: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Per Dio siamo talmente importanti che non ha esitato a dare quanto aveva di più prezioso e di più caro: il proprio Figlio. Ciascuno può affermare che è amato da Dio alla pari di quanto Egli ha amato Gesù. Non solo l’umanità è amata, ma tutta la creazione, perché Dio è per sua natura Amore. “Dio infatti ha tanto amato il mondo”: è un’affermazione presente solo nel Vangelo di Giovanni. Il verbo indica un’azione che è iniziata nel passato, ma che continua nel presente. Per “mondo” si può intendere la terra, il nostro pianeta, l’universo creato, ma anche “tutta l’umanità, tutto l’essere umano”. L’amore di Dio è la fonte da cui scaturisce tutta l’opera della creazione e tutta la salvezza. Siamo amati da Dio e nulla ci può distogliere dal Suo amore. “Il mondo sappia che li hai amati come hai amato me” (Giovanni 17,23): il Padre ama ciascuno di noi come ha amato il Figlio, al di là di ogni nostra debolezza, di ogni nostro peccato. Ognuno di noi è il figlio prediletto di Dio. Non siamo noi ad amare Dio, ma è Lui che ama noi. “Da dare il Figlio unigenito”: Dio manda il Figlio a compiere la missione nel mondo. Lo dà a noi come Padre. Infatti Dio non è un Dio inaccessibile, ma Colui che ci dà la vita e che continua a darci l’ossigeno del suo amore. “Figlio unigenito”: il riferimento è al figlio di Abramo, Isacco, figlio unico e tanto amato (cfr. Genesi 22). Credere nel Figlio di Dio è già avere la vita eterna. “Vita eterna”: la nostra esperienza di vita è una realtà che finisce con la morte. La vita che non finisce mai, la vita eterna, è un’esperienza che ci viene donata da Cristo. Per noi cristiani “Gesù Cristo è la vita eterna”. Fin da ora, Egli, Risorto e vivente, è presente accanto a noi, lo sarà anche nella morte, e al di là della morte. Egli è pronto ad abbracciarci per essere sempre con Lui. Vista da quest’ottica, la vita eterna può essere non solo una speranza, ma anche un desiderio. La consapevolezza del dover attraversare il tunnel della morte incute angoscia, ma non siamo soli: nulla può separarci dal suo amore (cfr. Romani 8,35).

17. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Lo stesso versetto precedente viene ribadito in forma negativa, allo scopo di rafforzare il concetto fondamentale, già espresso. Lo scopo è chiaro: Dio vuole che tutta l’umanità partecipi alla sua stessa vita. Cristo ci presenta Dio come Padre tenero e non come giudice severo. Egli non condanna il mondo, ma lo salva. “Non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo”: Dio non vuole condannare il mondo, ma vuole che tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10,10). Non dobbiamo pensare a un Dio che prepara processi contro di noi. Egli attende la nostra risposta per abbracciarci con tutto il suo amore di Padre. Impariamo da Lui non a convertire gli altri, ma ad amarli; non a cambiare il mondo, ma ad amarlo dal di dentro, così com’è. Non condanniamo gli altri e tanto meno noi stessi perché sappiamo di essere tutti amati e perdonati in partenza.

18. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Giovanni continua a sviluppare il tema del giudizio, collegato alla fede nel Figlio unigenito di Dio. Se crediamo in Gesù abbiamo fin da ora la vita. Se non crediamo in Lui, scegliamo la morte definitiva. Credere o non credere all’amore dipende solo da noi. La salvezza non viene data o tolta da Dio: Dio vuole che tutti siamo salvi, ma sta a noi operare la scelta di aderire a Lui o di autoescluderci dalla salvezza. Come fare per avere la vita eterna? Semplicemente credendo nel Figlio Gesù, perché, accogliendo Lui, siamo già accolti dal Padre. Se non crediamo, siamo già giudicati da noi stessi e ci autoescludiamo dalla salvezza. Non c’è nessun giudizio, nessuna condanna né da parte di Dio né da parte del Figlio, perché Dio è amore e dove c’è l’amore non c’è né giudizio né condanna. L’esclusione dall’amore avviene solo per nostra libera scelta.

19. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. In questo versetto viene denunciata la situazione dell’umanità che preferisce il male al bene, le tenebre alla luce. Il problema nasce dal fatto che l’uomo che non crede si comporta da malvagio e compie opere malvagie. Chi crede compie anche opere buone.

20. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate.

21. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». “Chiunque infatti fa il male, odia la luce”: chi opera il male lo fa nelle tenebre, nel nascondimento. Quando parla di opere, Giovanni evangelista, intende “L’opera di Dio è che crediate in Colui che egli ha mandato” (Giovanni 6, 29). Quello che Dio si aspetta dall’uomo è la fede nel Figlio di Dio. Essere nella verità significa lasciarsi conquistare dalla Parola e aderire con fede a Dio, attraverso Cristo. La nostra libertà consiste nell’accettare o nel rifiutare Cristo. Siamo chiamati alla luce e siamo veramente realizzati come persone se ci apriamo alla fede, dalla quale scaturiscono le opere di bene. “Chi fa la verità viene verso la luce”: Giovanni annuncia che ad ogni uomo è offerta la salvezza, perché in tutti c’è un seme immesso da Dio Creatore, un desiderio profondo di Lui. Chi è fedele a Dio, accetta anche Gesù, il Figlio suo diletto. Al tempo dell’evangelista Giovanni, le comunità cristiane perseguitate traggono forza da queste parole di speranza e di luce. Gesù è più forte del mondo: “Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Giovanni 16,33). Anche noi, cristiani del ventunesimo secolo, abbiamo bisogno di questa luce, di questo incoraggiamento per superare le prove della vita che talvolta sono terribili. Siamo chiamati a credere che veramente siamo oggetto dell’amore di Dio, amore talmente grande che per noi ha dato il Figlio. Non siamo soli, non siamo abbandonati, ma siamo figli pensati, voluti, benedetti, amati dal Padre. Questa certezza ci dia consolazione, speranza, fiducia nell’affrontare la fatica dell’esistere, nell’accettare con pazienza le nostre fragilità, nel rialzarci dalle nostre cadute, perché Dio ama noi suoi figli anche quando siamo imbrattati dal fango. Ci rialza, ci attira a sé, ci fa risplendere della sua stessa luce, e ci rinvigorisce con la sua stessa vita. All’amore di Dio possiamo rispondere solo con un libero consenso personale. Possiamo scegliere di rifiutare la Luce e autocondannarci al vuoto, al male, al nulla, alle tenebre. Viceversa, possiamo scegliere Dio e vivere fin da ora un’esistenza felice, nella luce della verità, nell’amore aperto verso tutti, nell’attesa di incontrarlo un giorno faccia a faccia, nella beatitudine eterna.

Suor Emanuela Biasiolo

Ritrovato a Verona un muro perimetrale del Forte Clam austriaco

Foto storica di Forte Clam

Ritrovamento importante durante i lavori in corso all’ex Manifattura Tabacchi per la rigenerazione del complesso. Gli scavi hanno portato alla luce una piccola porzione di muro perimetrale del Forte Clam, realizzato dagli Austriaci nel 1850 all’interno delle opere di fortificazione del Quadrilatero. Un vero e proprio ‘gigante’, come si evince dalle mappe e dai disegni storici, la cui superficie superava i 22 mila metri quadrati.

Il reperto diventerà parte integrante della valorizzazione del complesso dell’ Ex Manifattura Tabacchi e soprattutto sarà messo a disposizione della cittadinanza, con un progetto ad hoc che permetterà di conoscere e approfondire la storia recente della città e le affinità con quella attuale.

L’idea è quella di creare, in questa parte di area, un parco archeologico dedicato ai resti del forte austriaco; la posizione strategica del complesso e le sue destinazioni contribuiranno alla massima visibilità del reperto, che sarà ammirato da tutti i viaggiatori che vi passeranno davanti in treno o in auto, ma anche da chi si recherà negli spazi pubblici previsti dal progetto, come la grande piazza o l’area verde.

La stretta connessione con l’area dell’ex Scalo Merci e quindi con il futuro Central Park rappresenta infine un ulteriore elemento di prestigio a favore dell’area e di ciò che vi sorgerà.

Parte del muro ritrovato

Dal recupero dell’area ex Manifattura Tabacchi dipende anche lo sviluppo della fiera, che avrà a disposizione nuovi parcheggi e servizi dedicati, oltre ad una riqualificazione delle aree esterne che, con camminamenti e percorsi ad hoc, creeranno un tutt’uno tra i due poli. Ne beneficeranno anche i quartieri limitrofi, grazie alle opere compensative e agli interventi viabilistici che miglioreranno la qualità della vita dei cittadini.

Uno dei punti di forza della rigenerazione dell’area è la presenza della parte storica, quella vincolata e da preservare, che diventa un valore aggiunto straordinario. Agli elementi già presenti come la grande ciminiera e l’archeologia industriale, ora si aggiunge il muro del forte austriaco, un patrimonio da valorizzare per mantenere la memoria di un luogo che fa parte della storia della città, e che rivivrà grazie ad un’architettura contemporanea ma rispettosa del costruito e del suo pregresso.

Dopo il ritrovamento circa un mese fa, il manufatto è stato oggetto di un primo intervento di pulizia e di messa in sicurezza. “Un ritrovamento che certifica quanto la nostra città sia incredibile – ha detto il sindaco -. Trovare un reperto di questo tipo in una zona come Verona sud ha davvero dell’incredibile e conferma quanto questa città sia storica in tutte le sue parti, anche fuori le mura. Un’opera che darà lustro a questo importante intervento di riqualificazione, che si inserisce perfettamente nella nostra visione di rigenerazione urbana, che punta al vero recupero delle aree dismesse per reinserirle nel tessuto urbano. Nel caso specifico dell’ex Manifattura Tabacchi, parliamo di un’area a ridosso non solo della fiera ma anche dell’ex Scalo Merci in cui sorgerà il grande parco cittadino. Si va concretamente verso la direzione di spostare a sud il baricentro della città, non è più scritto solo sulle carte, ora ci sono i cantieri a dimostrarlo e soprattutto i tempi certi. La deadline è fissata alle Olimpiadi invernali di Cortina 2026. Tra meno di cinque anni saranno completati i progetti per il ribaltamento del casello di Verona sud, la statale 12, il Central Park, tutti strategici per il grande evento olimpico e che cambieranno completamente il volto di questa parte di città”.

Le informazioni storiche fornite dall’architetto Meneghelli, descrivono il muro rinvenuto come ‘il piccolo tratto di un gigante’. Si tratta del ritrovamento di una parte della grande fortezza che fino al 1809 proteggeva l’accesso alla città per chi proveniva da sud, al crocevia fra la strada “Claudia Augusta”, la “Postumia” e quella che corrisponde all’attuale viale del Lavoro e che si sviluppava in un’area di 22.650 metri quadrati. La fortezza era circondata da un muro di 150 metri, alto 5 metri e circondato da un fossato profondo 7 metri, simile a quello che circonda ancora il centro della città. Al centro, su una collina artificiale si ergeva una torre d’artiglieria semicircolare alta 32 metri. Questa difesa militare è entrata in disuso nel 1809 quando venne concepita l’idea di fare della strada d’accesso a Verona un boulevard alberato. Nel 1847 venne costruita la stazione di Porta Nuova che sostituì quella di Porta Vescovo e venne stabilito definitivamente l’ingresso alla città da sud. Con l’annessione del Veneto all’Italia nel 1866 l’intera area subì una trasformazione che la porterà all’assetto urbanistico di cui abbiamo ancora la testimonianza.

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

La scuola. Considerazioni-1

Nell’arco dell’ultimo anno, e mai come prima, la scuola è diventata centro delle attenzioni di tutti. Una nazione ai livelli più bassi nella comprensione di testo, che ha disinvestito soprattutto nella sua area principe, quella umanistica, si è ritrovata a sapere tutto e di più. Non potendo dedicarsi allo sport, sembra quindi che la passione per essere tutti Commissario Tecnico della nazionale di calcio si sia trasformata in un esercizio a fare didattica sulla scuola. Estraendo dal cassetto ricordi forse un po’ sbiaditi, di banchi e sedie, di cattedre e bidelli, senza curarsi di verificare quanto di vero ci fosse ancora di quella scuola nel mondo attuale. Spesso infatti si accompagnano i figli a scuola restando in automobile o sul cancello, relazionandosi poco con gli insegnanti. Nell’ultimo anno, miseramente, di discorsi pedagogici se ne sono sentiti davvero pochi, mentre sono emerse molte criticità, zittite dalle rotelle ai banchi, dalla Didattica a Distanza (prima osannata e poi demonizzata), dai concorsi e dalle assunzioni. L’elenco è lungo.

Vorrei iniziare a scrivere alcune considerazioni sulla scuola, per contribuire a fare un po’ di chiarezza e dare spunti di riflessione, ora che abbiamo abbastanza le idee chiare sulle casistiche accadute in questi ultimi mesi.

A partire dalla Pedagogia, tristemente sostituita da una schiera di professionisti che, spesso al pari della gente comune, parla di scuola senza conoscerla davvero.

Oggi la scuola viene discussa fuori sede da neuropsichiatri, psicologi, assistenti sociali, politici, che non si confrontano quasi mai, o troppo poco, con il corpo insegnante. E quel che è peggio, spesso senza riconoscerne la professionalità. L’insegnante è esautorato non solo di autorità, ma anche di riconoscimento, fermo restando che deve, deve, deve un sacco di cose. Il territorio non ha quasi più strutture intermedie alla scuola, dove gli assistenti sociali operino per l’inserimento e il reinserimento. Viene scaricato sulla scuola il fallimento delle attività (vedi l’insegnamento della Lingua Italiana agli stranieri, i corsi di preparazione al conseguimento della Licenza media, le attività di reinserimento concertate con il Tribunale nel caso di percorsi di recupero di comportamenti errati, eccetera) appaltate spesso senza troppo controllo ad enti terzi come varie cooperative, delle quali non tutte lavorano come si deve. E mentre in classe il corpo insegnante non ha potere, il potere degli altri sulla scuola stessa svilisce la possibilità di avere una Scuola, in Italia, degna di questo nome e del sapere che potrebbe creare, al di là della valutazione (per la quale serve un capitolo a parte) e del pezzo di carta.

E poi il lessico. Pezzo di carta. La scuola non fornisce soltanto attestati, qualifiche, diplomi, ma una formazione della persona che si forgia sulla personalità stessa di un insegnante, figura di certo differente da quella dello psicologo, dell’assistente sociale, del neuropsichiatra, del genitore, eccetera.

Chi riesce male a scuola riesce bene nella vita. Altro luogo comune per il quale non esiste substrato civile in grado di arginarne la deriva. Ascoltando le prospettive di molti ragazzi adolescenti di oggi, ma purtroppo anche di bambini in età scolare, il mito non è comportarsi bene e studiare o almeno frequentare la scuola, quanto fare soldi, avere potere, essere rispettati. Quasi nessuno (o troppo pochi, in troppo pochi casi) compie azioni territoriali ex ante valide per questo, temendo quell’idea desueta di autorità e autorevolezza per cui si pensa sinonimo il termine autoritarismo. E tutti coloro che volessero portare aria fresca su questo, vengono demonizzati o scherniti, perché il professore si dileggia, viene trattato come quello che non sa proprio perché insegna, altrimenti farebbe un altro lavoro.

Poi, improvvisamente, i genitori, il corpus dei vari professionisti, i politici, si sono accorti di cosa significa non avere qualcuno al quale delegare la propria genitorialità per alcune, anche molte ore al giorno. Se non si portano i figli a scuola, bisogna gestirseli. Il professore è, per un momento, diventato alleato, capace, addirittura un santo, perché si è compreso quanta pazienza serva per “sopportare e supportare” i propri figli. Sembrava un buon momento per costruire una vera e valida alleanza tra genitori e insegnanti, fatta di collaborazione, nella quale si facesse squadra PER i figli, per le nuove generazioni. Molti però purtroppo, dopo un iniziale smarrimento, sono diventati migliori degli insegnanti, che spesso ora devono difendersi dalle loro “ricette” di istruzione come il cuoco di un ristorante quando, andando a pranzo o a cena da lui, non ti serve la pietanza identica a quella dei cuochi delle svariate trasmissioni di ricette televisive. Di nuovo, per molti (sempre non per tutti) l’occasione è diventata una modalità superficiale di relazionarsi con gli studenti, inneggiando alla necessità di tornare ad una scuola in presenza non tanto per la formazione, quanto per la relazione: la ricreazione, l’incontro per strada, il parlarsi. Perché la scuola, e questo si è letto ovunque, serve per parlare, non per imparare; serve per accedere alle macchinette e non per svolgere attività culturali. Si sente solo parlare di questo, svuotando la relazione docente/studente e studente/studente di fondamento pedagogico, per darne solo una funzione psicosociale.

Una ricetta importante, alla fine di questa prima riflessione, che non intende puntare il dito ma suscitare una riflessione un po’ più approfondita dei corti e immediati messaggi sui social, è fermarsi, in questo nuovo lockdown, a pensare alla scuola come fucina di sapere, di crescita economica, coesione sociale. La scuola che insegna davvero e ancora, dato che ne è rimasta l’unica istituzione grande sul territorio dopo la famiglia. La scuola fatta prima di tutto da chi insegna, che deve mettere le basi di un programma che già tiene conto di quanto indicano altri specialisti, perché gli insegnanti sono formati per svolgere il loro lavoro. Si deve cominciare da un corpo insegnante solido, stabile, aggiornato e lasciato libero di dare quella parte di Sé che si trasmette sempre con l’insegnamento.

Ci leggiamo alla prossima puntata.

Alessia Biasiolo

Vini dell’Emilia-Romagna e pizze gourmet per inediti abbinamenti

Tinto e Zinzani

Per il secondo anno consecutivo i vini dell’Emilia-Romagna sono protagonisti della trasmissione “Mica Pizza e Fichi” in onda per la terza stagione su LA7 dal 7 marzo (ore 11.35, con successive venti repliche su LA7d), condotta da Tinto (al secolo Nicola Prudente), storica voce della trasmissione radiofonica cult “Decanter” di RaiRadio2.

10 puntate, tutte le domeniche fino al 9 maggio, nel corso delle quali i sapori delle pizze di alcuni dei più rinomati pizzaioli italiani si fondono alle parole degli scrittori ospiti, il tutto accompagnato dai vini emiliani-romagnoli per un connubio dai sapori inediti e tutt’altro che scontati. Un confronto al termine del quale si scoprirà che una pizza fatta a regola d’arte, un buon libro e un calice di vino sono dei piccoli piaceri quotidiani irrinunciabili.

«Da Piacenza a Rimini saranno rappresentati tutti i nostri vini – spiega Giordano Zinzani, Presidente di Enoteca Regionale Emilia Romagna – Con questa collaborazione, vogliamo ancora una volta promuovere e far scoprire i nostri vini e le loro potenzialità, anche in abbinamenti inusuali come quelli con la pizza». Prosegue Zinzani: «In questa fase storica, condizionata dalla pandemia di Covid-19, è ancora più importante fare promozione sfruttando le opportunità più interessanti che ci si prospettano, considerando che molte delle attività che solitamente facevamo sono state annullate o rimandate in data da destinarsi, vedi le fiere internazionali che ci hanno sempre visti protagonisti».

Tinto: «La pizza è indubbiamente il cibo italiano più amato (e consumato) al mondo, perché forse è davvero di tutti e per tutti, così come i vini dell’Emilia-Romagna: rossi, bianchi, rosati, fermi, mossi, spumanti, fruttati, secchi, amabili… Insieme rappresentano l’abbinamento perfetto, non è solo una questione sensoriale ma mentale, sociale. È tutto molto naturale, forse perché hanno molti significati in comune e si sposano senza troppi ragionamenti e forse queste, oggi come oggi, sono le cose più belle della vita».

I pizzaioli protagonisti delle 10 puntate: Renato Bosco, Mattia Cicerone, Luca Doro, Sergio Russo, Francesco Martucci, Sasa’ Martucci, Mirco Petracci, Alberto Rundo, Gianluigi Di Vincenzo, Jacopo Mercuro, Corrado Scaglione, Massimo Travaglini, Pier Daniele Seu, Roberto Davanzo, Daniele Donatelli, Pier Luigi Fais, Luca Pezzetta, Giuseppe Pignalosa, Gianfranco Iervolino, Giovanni Santarpia.

Gli scrittori che assaggeranno insieme a Tinto le loro creazioni e i vini dell’Emilia-Romagna: Francesca Serafini, Vincenzo Filosa, Leonardo Patrignani, Valentina Ferrari, Andrea Pomella, Liana Orfei, Valentina Farinaccio, Giampaolo Simi, Cinzia Giorgio, Giacomo Bevilacqua.

Pierluigi Papi (anche per la fotografia)

Inferno alle Scuderie del Quirinale

Le Scuderie del Quirinale hanno annunciato “Inferno”: una nuova grande mostra, curata da Jean Clair, in programma dal 5 ottobre 2021 al 9 gennaio 2022.

Le celebrazioni del settecentesimo anniversario della morte di Dante Alighieri e del Dantedì del prossimo 25 marzo, data dallo scorso anno istituzionale ed imperitura come la fama del Sommo Poeta, sono il risultato di un lavoro straordinario per il quale ringrazio, in primis, il Comitato, presieduto dal Professor Carlo Ossola, che ha patrocinato oltre 400 eventi e tutti gli attori coinvolti. La ricorrenza del Dantedì di quest’anno – afferma il Ministro Franceschini – ricopre un grande valore simbolico, per l’anniversario in cui ricorre ma anche per il Paese. Ed è per questo che sarà celebrato con un grande evento di rilievo nazionale: la lettura di un canto della Divina Commedia da parte di Roberto Benigni al Quirinale, proprio il 25 marzo, un evento che verrà trasmesso in diretta su Rai1. Un momento ‘corale’ – prosegue il Ministro – per celebrare colui che, in un momento così critico, ci ricorda l’importanza di sentirci parte di una comunità nazionale. L’ultimo verso dell’Inferno dantesco, ‘E quindi uscimmo a riveder le stelle’, deve accompagnarci come un monito verso la speranza di tornare presto a teatro, al cinema, ai concerti e ad animare le nostre piazze in un clima di grande solidarietà”.

Come già avvenuto in occasione delle esposizioni dedicate ad Ovidio e Raffaello, Le Scuderie del Quirinale partecipano alle celebrazioni di un importante anniversario con un evento di prima grandezza, privilegiando, come di consueto, un approccio peculiare volto ad invitare il pubblico a nuove visioni e riflessioni.

Dal 5 ottobre 2021 al 9 gennaio 2022, Inferno alle Scuderie del Quirinale sarà una mostra potente, capace di condurre il visitatore in territori inattesi– dichiara Mario De Simoni, Presidente di Ales – Scuderie del Quirinale. Attraversando l’iconografia dell’Inferno dantesco, si giungerà nei territori non solo della forma e del gusto nelle arti, ma in quelli delle idee, delle mentalità, dell’indagine sulla persistente presenza, nella storia e nella coscienza umana, dei concetti di peccato e castigo, di dannazione e salvezza. La mostra coglierà e rappresenterà, con la forza delle immagini, il totale impulso morale della Commedia, che attraverso una visione apocalittica del mondo tende a una prodigiosa azione di redenzione individuale e collettiva, con il superamento del mondo che mal vive. È la prima volta che una grande esposizione d’arte affronta il mondo dell’Inferno, raccontando la sua fortuna iconografica dal Medioevo ai nostri giorni, con oltre 180 opere, provenienti da 80 prestatori di 10 Paesi. Opere che accompagneranno la potenza creativa e visiva dei versi di Dante, mentre come tradizione delle Scuderie alla mostra si affiancherà un denso programma di incontri, letture, riflessioni sui temi dell’Inferno dantesco, anche in rapporto alla complessità dei nostri tempi.

La cura del progetto è affidata a Jean Clair, sommo storico dell’arte e uno degli intellettuali che più ha indagato i temi del nichilismo, del male, della possibilità di una redenzione. D’altro canto, l’Inferno costituisce quello sfondo di abiezione su cui viene proiettato il disegno finale di giustizia e provvidenza.

Con i suoi importanti contributi internazionali, la mostra vuole anche richiamare il respiro universale di Dante e la sua importanza per tutta l’Europa. Dante crea la nostra lingua e ancora oggi ognuno di noi ha le sue sacre frasi dantesche, ma al contempo è la summa della cultura classica e della cultura cristiana. Tanto che l’ultimo traduttore francese della Divina Commedia, René de Ceccatty, ha sottolineato con molta forza la rilevanza internazionale del Dantedì, auspicandone la ripresa anche in Francia. Le 10 sale delle Scuderie illustreranno il viaggio dantesco nelle sue rappresentazioni succedutesi nei secoli, dalle opere medievali, con la loro iconografia strutturata e orrifica, al Rinascimento e al Barocco, dal tormento delle tele romantiche alle interpretazioni psicoanalitiche del Novecento. Con due sale dedicate alla traslitterazione dell’Inferno sulla terra: la follia, i totalitarismi, la guerra. Come è stato osservato, è proprio nelle battaglie di massa della I Guerra Mondiale che si invera l’immagine dantesca dell’avanzarsi camminando sui corpi (o meglio sulle ombre) dei dannati. Dopo questo intenso tragitto, la mostra si chiude con l’evocazione dell’idea di salvezza che Dante affida all’ultimo verso della Cantica: e quindi uscimmo a riveder le stelle.

Fra i temi e le sezioni della mostra- conclude De Simoni- la caduta degli Angeli ribelli, il Giudizio Universale, la Porta dell’Inferno, Caronte, gli abitanti dell’Inferno, la topografia dell’Inferno dantesco, i viaggiatori all’Inferno, il viaggio di Dante e Virgilio, diavoli e demoni, le tentazioni e il peccato (quando l’Inferno si avvicina a noi), Dante poeta e politico in esilio, l’inferno in terra con le guerre, la follia, i totalitarismi, e infine la sala ove lo sguardo, come per Dante, finalmente si alzerà verso il Cielo, a riveder le stelle”.

Rachele Mannocchi

Incoronato in Arena Papà del Gnoco

Arrivo di Papà del Gnoco in Piazza Bra

L’incoronazione del 491° Papà del Gnoco resterà nella storia. Per la prima volta in assoluto la tradizionale cerimonia è avvenuta all’interno dell’Arena di Verona, nel luogo simbolo della città.

Una scelta per nulla casuale, voluta dal sindaco per dare un messaggio forte alla comunità in questo particolare momento storico. A causa del perdurare della pandemia e delle ristrettezze ad essa legate, la sfilata del venerdì Gnocolar è stata rimandata di qualche mese. Tuttavia proprio l’emergenza Covid ha rafforzato ancora di più le tradizioni veronesi e il legame con i cittadini, a cominciare dal Carnevale e da ciò che questa ‘istituzione’ rappresenta per la città.

Papà del Gnoco incoronato dal Sindaco

Ecco perché Andrea Bastianelli detto ‘bisteca’ è stato eletto 491° Papà del Gnoco in Arena, con una cerimonia per la prima volta senza pubblico ma senza uguali, con il trono collocato al centro di un anfiteatro vuoto, vestito solo della sua straordinaria bellezza.

A fare gli onori di casa è stato il sindaco Federico Sboarina, insieme all’assessore alle Tradizioni popolari Francesca Toffali, che hanno accolto un sire visibilmente felice quanto emozionato, accompagnato dalla fedelissima corte.

Immancabile la consegna di tutti i simboli del Papà del Gnoco, dalla corona allo scettro fino all’onorificenza del Senato del Papà del Gnoco, ovvero lo stendardo tricolore che contraddistingue ogni Sire del Carnevale veronese, che rimane Papà del Gnoco per tutta la vita. E infatti erano almeno una quindicina i Papà del Gnoco delle passate edizioni che oggi hanno voluto partecipare alla giornata di festa, un’ ulteriore dimostrazione del forte radicamento di questa tradizione nel tessuto cittadino.

Foto di gruppo degli intervenuti alla cerimonia

L’incoronazione del Papà del Gnoco all’interno dell’Arena non era mai stata fatta, questa è la prima volta in assoluto – ha detto il sindaco -. Una scelta motivata dal particolare momento che stiamo vivendo, con la pandemia ancora in corso e le restrizioni che ci hanno costretto a rimandare la sfilata dei carri. Volevo dare un segnale forte alla nostra comunità, perché il Covid non ferma le nostre tradizioni e i nostro simboli più significativi, anzi ne rafforza ulteriormente il valore. L’immagine di oggi rimarrà nei libri di storia, a memoria di quelli che stiamo vivendo ma anche come messaggio di speranza e fiducia per una comunità forte ed unita”.

La commozione del nuovo Papà del Gnoco conferma quanto oggi più che mai sia importante mantenere vive le nostre tradizioni – ha detto Toffali -. Un momento di festa, reso speciale dal contesto unico del nostro anfiteatro”.

Un’emozione unica – ha detto il Sire Bastianelli . Un sogno che si realizza, è da quando avevo 7 anni che aspetto questo momento, il sindaco lo ha reso ancora più speciale con questa indimenticabile incoronazione. Mi aspetta un compito importante, portare allegria e spensieratezza in un anno così difficile. Ce la metterò tutta”.

Roberto Bolis (anche per le fotografie)