“La cambiale di matrimonio” al Regio di Parma

La cambiale di matrimonio, opera d’esordio di Gioachino Rossini, andata in scena per la prima volta al Teatro Regio di Parma venerdì 21 febbraio 2014 alle ore 20.00, replicherà ancora domani 25 e il 28 febbraio. La nuova produzione, firmata da Andrea Cigni, con le scene di Dario Gessati, i costumi di Valeria Donata Bettella e le luci di Fiammetta Baldiserri, è realizzata in collaborazione con il Conservatorio di Musica “Arrigo Boito”, il Liceo Artistico Statale “Paolo Toschi” e l’Istituto Professionale di Stato per l’Industria e l’Artigianato “Primo Levi” di Parma, in coproduzione con la Fondazione iTeatri di Reggio Emilia.

Protagonisti al loro debutto gli interpreti della Scuola di Canto del Conservatorio di Musica “A. Boito” di Parma, coordinati da Lelio Capilupi e Donatella Saccardi: Marco Granata, Nao Yokomae, Lorenzo Caltagirone, Fumitoshi Miyamoto, Andrea Pellegrini, Federica Cacciatore, e, nella recita del 25 febbraio, Kanae Fujitani, Yasushi Watanabe, Hideya Masuhara, Adriano Gramigni, Nozomi Kato. Sul podio il Maestro Alberto Martelli, che dirigerà l’Orchestra del Conservatorio di Musica “A. Boito” di Parma.

Tredici tra i migliori studenti delle sezioni Discipline dello Spettacolo, Arti Figurative e Architettura del Liceo Artistico Statale “Paolo Toschi”, coordinati dal prof. Marco Bennicelli, e della specializzazione moda e abbigliamento dell’Istituto Professionale di Stato per l’Industria e l’Artigianato “Primo Levi” di Parma, coordinati dalla prof.ssa Lucia Pomelli, hanno partecipato alla realizzazione delle scene e dei costumi dell’opera, lavorando, nell’ambito di un progetto scuola-lavoro, nei Laboratori di scenotecnica, attrezzeria e sartoria del Teatro Regio e in palcoscenico.

Paolo Maier

“La brocca rotta” a Brescia

Il Teatro Sociale di Brescia ha ospitato il Teatro Stabile di Bolzano e la sua produzione “La brocca rotta” di Heinrich von Kleist, testo tradotto da Cesare Lievi.

Diretto da Marco Bernardi, il lavoro teatrale ha visto in scena un cast davvero eccezionale (lo stesso del successo de “Il malato immaginario”) e capace di rendere la commedia divertente e accattivante allo stesso tempo, molto applaudita dal pubblico.

Troviamo quindi in scena, accanto all’eccezionale Paolo Bonacelli nel ruolo del giudice Adamo, l’ottima Patrizia Milani nei panni di Marta Rull, Carlo Simoni nel ruolo di Walter, Roberto Tesconi (Lume), Irene Villa la giovane Eva, figlia di Marta; Riccardo Zini (Veit Tümpel), Riccardo Sinibaldi il promesso sposo Ruprecht, Giovanna Rossi nei panni della zia Brigida, Maurizio Ranieri (un servitore); Valentina Morini e Karoline Comarella, le due domestiche del giudice. Belle le scene di Gisbert Jaekel e ottimi i costumi di Roberto Banci.

Considerata la più bella commedia del teatro tedesco, l’opera nacque nel 1806 per una scommessa letteraria tra il giovane drammaturgo tedesco Heinrich von Kleist e gli amici Christoph Wieland e Johann Zschokke. La sfida consisteva nel comporre un testo ispirato ad un’incisione di Jean Jacques Le Vean, “La cruche cassée”, ricavata da un dipinto perduto di Debucourt. Ne uscì un lavoro definito da Georg Luckas di struttura magnifica e dallo sviluppo ascendente  unitario, l’opera più perfetta di Kleist. La prima messinscena venne firmata da Goethe nel 1810, nel testo di corte di Weimar, ed ottenne un ottimo successo. La commedia vuole individuare l’arretratezza istituzionale del Paese prussiano, soprattutto in ambito giudiziario, mentre la classe borghese vorrebbe, tra ‘700 e ‘800, innovare il territorio. Lo scontro avviene proprio sul terreno delle ipocrisie, dell’abuso di potere, della sommaria amministrazione che mina le basi sociali della crescita. Il saper tracciare l’argomento in modo ironico e divertente non può che sottolineare ancor più il contesto e portare a riflettere sulla necessità di cambiarlo.
Tutto ruota, pertanto, intorno alla figura di un giudice, Adamo, e dei simboli del suo potere, la toga e la parrucca, mentre lui si rivela un misero uomo capace di pensare soltanto ai suoi conigli, ai suoi salami, al tribunale che “sembra una stalla” e a salvare il suo posto di lavoro anche quando non è difendibile la sua poco ortodossa condotta. Tanto che, ad un certo punto, per la testimonianza di Brigida, questo giudice, colpevole di essersi introdotto furtivamente in casa di una casta ragazza promessa sposa, viene identificato come Belzebù, visto che si aggirava per quei paraggi un essere dal piede caprino (il giudice ha una scarpa ortopedica), la coda e le corna.

Anche in questa commedia gli equivoci si sommano, le parole acquistano un significato pregnante, pur nel doppio intento dei protagonisti e nei fraintendimenti che si vogliono appioppare alla giustizia.

La superstizione, tuttavia, non avrà il sopravvento. Infatti, anche se si segnano tutti al nome del diavolo e all’ipotesi che si aggiri per quel povero villaggio, sia zia Brigida che il segretario Lume hanno capito tutto e Adamo, dalla condotta libertina, viene smascherato: da giudice diventa imputato. I giovani che rischiavano di perdere la reputazione, Eva soprattutto, e la felicità del matrimonio, tornano insieme, mentre Marta si preoccupa soltanto di avere risarcita la brocca rotta, perché era sopravvissuta a mille calamità e guerre, ma non all’ingordigia del giudice e ai suoi vizi, stavolta respinti. Quindi, se la brocca era testimone del tempo e unica vera ricchezza delle due donne, i cocci doveva ripagarli qualcuno, anche se alla fine l’onore della figlia era immacolato. Aveva ragione Lume di dire che il caso del giorno era “molto rumore per nulla”, perché proprio Marta dimostrerà che la sua vera richiesta non era salvaguardare il matrimonio nelle regole della figlia Eva, ma avere la certezza dei suoi beni materiali. Tanto come il giudice non si era preoccupato di mostrare all’ispettore gli archivi in ordine, ma di mettere in salvo i suoi averi contadini, salame, vino, formaggio e conigli.

Una commedia che è piaciuta molto al pubblico in sala e che è stata salutata da calorosi, meritati, applausi.

Alessia Biasiolo

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“Miseria e nobiltà” sempre attuale al Teatro Sociale di Brescia

Replicherà al Teatro Sociale di Brescia fino a domenica prossima, 19 gennaio (da giovedì a sabato alle ore 20.30, domenica alle ore 15.30) “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta. Il testo, diventato capolavoro cinematografico nel 1954 grazie all’adattamento di Eduardo De Filippo, protagonisti Totò, Carlo Croccolo e Carlo Campanini, con una bravissima Sophia Loren, è stato adattato da Geppy Gleijeses che ha curato anche la regia.

Messo in scena da Teatro Stabile di Calabria e Teatro Quirino di Roma, “Miseria e nobiltà” nel cast vede, oltre a Geppy Gleijeses nel ruolo di Felice Sciosciammocca, Gigi De Luca che interpreta Semmolone, Lello Arena nel ruolo di Pasquale, Marianella Bargilli nelle vesti di Luisella, la compagna di Felice. Affiancati da Antonietta d’Angelo (Pupella, figlia di Pasquale), Gina Perna (Concetta, sua madre), Luciano D’Amico,Gino De Luca, Leonardo Faiella, Jacopo Costantini (Eugenio, innamorato di Gemma), Silvia Zora (Gemma), Liliana Massari, Vincenzo Leto.

Testo che si presta ad essere interpretato dai migliori caratteristi del teatro napoletano (vedi Gigi De Luca, Gina Perna, e altri), ha suscitato risate scroscianti, come poi gli applausi, nel teatro sold out.

E tanti ricordi, perché in platea molti spettatori ricordavano il ruolo dei mattatori capeggiati da Totò, soprattutto nella celeberrima scena della congrega di morti di fame che si abbuffano per l’insperata terrina di spaghetti al sugo che un pomposo cuoco porta loro, grazie alla bontà di un innamorato.

La verve di Gleijeses si riconosce ancora, come già in altri lavori napoletani (e non solo) così come la bravura di tutto il cast, accuratamente scelto, che rende la commedia ancora amata e vivace, dopo molto tempo. Il quadro è dei più disperati e penosi, richiama, ahimè, molte situazioni odierne di sconforto e disperazione davanti alla nullità di quanto si può fare quando manca il lavoro, mancano i soldi, non si ha più niente da impegnare per avere qualche spicciolo per comperarsi da mangiare.

Si favoleggia di tesori che si possono impegnare, ma si tratta solo di un vecchio soprabito già rivoltato in origine, usato per il proprio matrimonio di almeno due decenni prima, quindi pochi sarebbero stati i denari in prestito per pensare di riempire la pancia. Della propria famiglia e di quella del vicino, compagno di sventure e di avventure.

Si sa, la differenza la fa il clima napoletano: le donne che litigano, tra disperazione, fame e reciproci insulti per il marito più inconcludente e la sorte più avversa. È che ci si può fare, del resto? Lello Arena, nei panni di Pasquale, si lagna ancora perché i medici, e la legge, hanno vietato l’uso delle sanguisughe, quello era il suo mestiere, il salassatore, e adesso è rimasto senza nulla da fare, troppo povera la gente per poter avere qualcosa da spendere. E l’amico/vicino di casa Felice non ha niente da scrivere per quei poveracci che venivano in città, perché nessuno ha soldi per pagare lo scrivano. Povertà nera e governo che chiede sempre più tasse, che spreme e spreme, anche “se non c’è rimasta più nemmeno la scorza”.

Le allusioni alla contemporaneità sono implicite. Eppure sono tante anche le risate, tant’è che si ha la netta impressione che proprio quella società perduta possa trovare in sé, e nella propria verve, nella propria abitudine a tirarsi su le maniche e sperare in meglio, la capacità di ripresa da quest’ultima batosta denominata crisi.

Ecco allora che, se san Gennaro fa la grazia, c’è il segreto innamorato della figlia che manda i famosi spaghetti e si impegna a pagare le cinque mesate di affitto arretrato che il padrone di casa dice di non poter più aspettare, pur essendo consapevole che quei poveracci non hanno più nulla da impegnare, anche se dovesse mandare il messo a pignorare i beni per rifondersi del mancato guadagno.

Poi c’è la sorte, che gira. E allora arriva il marchesino Eugenio che chiede un favore a Pasquale, in nome della vecchia amicizia di famiglia. Lui e i suoi amici devono impersonare il padre marchese Favetti che non vuole lasciargli sposare una ballerina, Gemma, ricca ma non di lignaggio, e tutti i blasonati parenti. Pasquale, Felice e donne al seguito capiscono solo che per recitare la pantomima di nobili che devono incontrare il padre della futura sposa, Giacomo, un cuoco diventato molto ricco, riceveranno da mangiare: non si reggono in piedi e per la fame non si pongono problemi di sorta. I vestiti verranno presi in prestito dal Teatro dell’Opera San Carlo e tutti sembreranno davvero nobili, Felice un principe addirittura.

Il tutto si snoda poi tra frasi senza senso che scimmiottano l’italiano forbito e la tribù di squattrinati si presenta agghindata all’appuntamento. Una sembra un lampadario, uno ha il vestito delle pompe funebri, l’altra donna ha un cappello impossibile che la rende bellissima: insomma, un cast formidabile con i bei vestiti di Adele Bargilli, su scene essenziali ed efficaci di Francesca Garofalo.

Il colpo di scena è che Felice incontra sul posto la moglie che aveva lasciato sei anni prima per un’altra; la figlia di Pasquale si scopre che è innamorata, ricambiata, del figlio del famoso e ricco cuoco; il padre di Eugenio, il marchese Favetti, in realtà è invaghito della bella e brava ballerina e la frequenta sotto il nome di Bebè. Insomma, alla fine, pur nella confusione generale, nell’impossibile e assurda situazione che tutto possa finire, e finisce, per il meglio, la situazione si mette a posto e tutti vissero felici e contenti. Pasciuti, soprattutto.

Salva anche la sceneggiatura di Mario Mattoli che parte del pubblico ricercava tra le pieghe di questa bella commedia che a Brescia si può ancora ammirare per alcuni giorni, per ridere di gusto dello specchio che riflette, in fondo, noi stessi.

I valori di onestà, sincerità, amicizia sono alla fine l’unico cemento che tiene insieme la società, malgrado le difficoltà, e la società napoletana sottolineata dal lavoro teatrale è poi quella che, senza farsi mancare liti furibonde, accapigliamenti per i capelli e parolacce, è unita e solidale per far fronte alle avversità. E se c’è profumo d’arrosto, come dice un vecchio adagio, il profumo è poi un po’ per tutti. Anche se un attimo prima si stavano azzannando gli arti scoperti gli uni degli altri. E lo rifarebbero se la sorte dovesse girare male ancora.

Divertente, riuscita, la commedia dimostra la vitalità di testi senza tempo, pur se hanno centoventisei anni, lo smalto di Arena/Gleijeses/ Bargilli e l’ottima scelta del cast nel suo complesso.
Viene da pensare: ma con tutto il nostro progresso, dopo ben oltre un secolo, siamo ancora nelle stesse condizioni? Fuori dai bassifondi, ma con gli stessi problemi di sbarcare il lunario? Gli spunti scelti da Gleijeses un po’ ci rispondono.

Alessia Biasiolo

“La cantatrice calva” a Brescia

La Stagione di Prosa del Teatro Sociale di Brescia ha proposto, con ieri l’ultima replica, un altro interessante lavoro: “La cantatrice calva” di Eugène Ionesco, messo in scena da Fondazione Teatro Metastasio di Prato, per la traduzione di Gian Renzo Morteo e la regia di Massimo Castri, con la collaborazione di Marco Plini (assistente alla regia Thea Dellavalle). Settanta minuti spassosi, grazie a Mauro Malinverno, Valentina Banci, Fabio Mascagni, Elisa Cecilia Langone, Sara Zenobbio, Francesco Borchi.

Thea Dellavalle è stata assistente di Massimo Castri dal 2001 al 2009 e, grazie ai suoi ricordi proposti per tre giorni in incontri organizzati nel foyer del Teatro Sociale durante il pomeriggio, è stato possibile ripercorrere i lavori e le messinscena di Castri, importante personaggio che ha contribuito a far crescere il teatro stabile bresciano.

Dagli esordi con “Vestire gli ignudi”, transitando per rivisitazioni freudiane che scandagliano l’inconscio, il percorso di Castri ci porta a questa commedia dell’assurdo, con chiacchiere da salotto senza costrutto, con frasi senza senso, a testimoniare il sempre attuale sfascio della società contemporanea, nelle varie epoche. Archetipi della borghesia che si trastulla nei suoi perditempo senza finalità, pur in case eleganti e abiti costosi (belle le scene e i costumi di Claudia Calvaresi), la coppia Smith non fa che dirsi frasi insensate, senza emozione, cariche solo di parole che riempiono la bocca per parlare, ma senza alcun tipo di ragionamento. Ci si mette anche il capo dei vigili del fuoco e la cameriera, in un tutto British tradotto come insopportabilmente “inglese” in italiano. L’elencazione di come tutto sia inglese, infatti, mette quasi i nervi, nella sottolineatura forzata che introduce in un ambiente in cui i due coniugi protagonisti hanno già cenato, per poi non avere cenato affatto, con i due ospiti che hanno atteso fuori dalla porta solo perché non ci sarebbe stata la cameriera ad aprirgliela, essendo uscita per il giorno di riposo. E si sa, per il galateo non si può entrare in casa senza servitù addetta ad annunciare l’arrivo, anche se la servitù non c’è, si è attesi e tutti hanno fame.

Per Ionesco tutto è il contrario di tutto, i legami di parentela sono più importanti della verità e i ricordi spaziano in lunghi periodi: il funerale è avvenuto lo scorso anno ma anche tre, quattro anni fa, perché l’importante è parlare, anche se non si ha niente da dire. E soprattutto se non si sa cosa si dice.

Gli sproloqui dei capo dei vigili del fuoco diventano allora barzellette dal terribile humor inglese, secondo il quale la cantatrice calva si pettina sempre allo stesso modo … motivo del titolo così avvincente.

Le musiche di Arturo Annecchino sottolineano l’evoluzione delle chiacchiere che diventa assurda, mentre l’inesorabile pendola mette in evidenza la follia che regna sovrana, fra le fragorose risate del pubblico, e anch’essa rintocca a ritmi senza senso: dai diciassette rintocchi arriviamo a ore e quarti d’ora battuti alla rinfusa, mentre la cameriera scappa per la platea colta da un inafferrabile senso di liberazione.

Se quindi la società inglese, ma non solo quella nelle intenzioni dell’autore, si è ridotta sempre peggio, è proprio perché il posto di una nobiltà colta e animata da interessi filantropici, si è ridotta a cucire calze e a leggere giornali senza altro contributo dare al mondo se non la propria dabbenaggine.

Certo, non che la caccia alla volpe fosse sommo esempio da seguire, ma il culto di qualcosa, anche solo dell’ora del tè, si è adesso ridotto a tiritere che riempiono le orecchie e innalzano le crestine della donna di servizio, ma non sono in grado di uscire da quella commedia dell’assurdo che tanto piace e tanto ha dato e dà alla riflessione civile.

A Castri, il Teatro Sociale ha dedicato nel foyer del Teatro la mostra “Archivio in mostra”, visitabile fino al prossimo giugno.

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

Pagliacci e Gianni Schicchi inaugurano la stagione lirica di Parma

Pagliacci di Ruggero Leoncavallo e Gianni Schicchi di Giacomo Puccini inaugureranno, domenica 12 gennaio alle ore 20.00, la Stagione Lirica 2014 del Teatro Regio di Parma (repliche il 18, 21, 24, 26 Gennaio). Assenti da lungo tempo dal palcoscenico del Regio, le due opere saranno in scena nel nuovo allestimento di Federico Grazzini, con le scenografie di Andrea Belli, i costumi di Valeria Donata Bettella, le luci di Pasquale Mari. Francesco Ivan Ciampa sarà alla guida dell’Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna, del Coro del Teatro Regio di Parma e del Coro di voci bianche e giovanili Ars Canto Giuseppe Verdi. Maestro del Coro Martino Faggiani. Maestro del Coro di voci bianche Gabriella Corsaro.

Protagonisti di Pagliacci saranno Kristin Lewis (Nedda), Marcello Giordani (Canio), Sergey Murzaev (Tonio), Davide Giusti (Peppe), Marcello Rosiello (Silvio), insieme ad Alessandro Bianchini (Un contadino) e Demetrio Rabbito (Un altro contadino); nelle recite del 18 e 21 i ruoli di Nedda e Canio saranno interpretati da Serena Daolio e Rubens Pelizzari.

Elia Fabbian sarà il protagonista di Gianni Schicchi, accanto a Ekaterina Sadovnikova (Lauretta), Silvia Beltrami (Zita), Davide Giusti (Rinuccio), Matteo Mezzaro (Gherardo), Eleonora Contucci (Nella), Luca Faroldi e Ernest Stancanelli (Gherardino), Gianluca Margheri (Betto di Signa), Matteo Ferrara (Simone), Marcello Rosiello (Marco), Romina Boscolo (La Ciesca), Stefano Rinaldi Miliani (Maestro Spinelloccio e Ser Amantio di Nicolao), Matteo Mazzoli (Pinellino), Romano Dal Zovo (Guccio).

Si rinnova sabato 11 Gennaio alle ore 17.00 al Ridotto del Teatro Regio, con ingresso libero, l’appuntamento di presentazione delle due opere in Prima che si alzi il sipario, nel quale lo storico della musica Giuseppe Martini, ne metterà in luce gli aspetti salienti. L’incontro sarà arricchito dall’esecuzione dal vivo di alcuni brani, interpretati dai soprani Giovanna Iacobellis e Xin Zhaoo, allievi del Conservatorio di Musica “A. Boito” di Parma, accompagnati al pianoforte da Yuna Saito e coordinati da Donatella Saccardi.

Per informazioni: Biglietteria del Teatro Regio di Parma tel. 0521 203999 biglietteria@teatroregioparma.org www.teatroregioparma.it

Paolo Maier

 

La purga. A teatro…

Qualcuno l’ha trovata in cartellone prima delle feste, qualcuno la troverà dopo. È “La purga” di Georges Feydeau, messa in scena dal Teatro Stabile delle Marche con la regia di Arturo Cirillo. A Brescia, la commedia era inserita nel buon calendario della rassegna “Altri percorsi”, promossa dalla Regione Lombardia e Circuiti Teatrali Lombardi, rappresentata al Teatro Sociale.

Scritta dal drammaturgo francese verso la fine dell’800, “La purga” è una commedia divertente, ben recitata da Arturo Cirillo, Sabrina Scuccimarra, Rosario Giglio, Luciano Saltarelli, Giuseppina Cervizzi. Anche se, visto il testo, ci si aspettava qualcosa di più. Commedia degli equivoci che anticipa quella dell’assurdo, nella proposta cala di tono a tratti, lasciando meno soddisfatti di quanto ci si aspetti. Belle le scene di Dario Gessati, con sedie sostituite da water, dato che il protagonista del lavoro commercia in vasi da notte e gabinetti con accessori. Se per buona parte del tempo il povero Fallavoine è alle prese con una moglie che fa i lavori di casa al posto della cameriera e gira per casa discinta e con il secchio, dimostrando che la sua unica preoccupazione è la mancata scarica giornaliera del figlio, lo stesso Fallavoine è compreso dal suo ruolo di proponente di vasi da notte al Ministero della Difesa. I soldati, infatti, saranno dotati di vaso da notte per andare in guerra, se l’incontro casalingo con il funzionario del ministero della guerra andrà bene. E mentre i vasi da notte girano allegramente per casa, lo fa anche la cameriera Rosa, quando porta una terrina con i pochi escrementi del bambino Totò dei quali il padre e gli ospiti, funzionario Chouilloux compreso, si interessano assai poco, mentre la madre Giulia ne è disperata.

Totò è interpretato da un adulto e quindi è surreale la scena che si vede, con questo bambino terribile che non vuole ingerire la purga, la moglie del funzionario del ministero che è alle prese con continui peti e il tema che non si sbroglia, perché Feydeau non lo vuole fare. La trama si arrotola volutamente su se stessa, e il gioco spassoso tra marito e moglie è quello di due che parlano senza dirsi niente, per aneddoti, fraintendimenti, doppi sensi. Come a volte (più o meno spesso) succede anche nella vita reale.

La purga per il bambino costipato, quindi, è la farsa del padre costruttore di sanitari, è la derisione dell’autorità paterna, è la derisione di un’intera società che, ben più preoccupata della superficialità che della sostanza, si preparava ad una guerra con i vasi da notte anziché con qualcosa di un po’ più consono. Debolezza che si vedrà con lo scoppio della prima guerra mondiale.

L’ambientazione scelta dal regista è un interno casa degli anni ’60, con una famiglia borghese tratteggiata non solo dall’incomunicabilità tra i coniugi, ma anche alle prese con la servitù spesso intrattabile e per forza quindi più importante della stessa padrona, che vuole sì che il marito la faccia servire, ma vuole anche che nessuno tocchi le sue cose e che tutto sia fatto da sé.

Il tradimento, o sospetto tale, aleggia con l’intervento in scena della signora Chouilloux, mentre le regole di galateo sembrano frantumate da personaggi che vivono di vita propria, come proprio l’autore voleva. Ecco allora che si anima la scena di qualcuno che fa proprio quello che vuole, in un clima di dissacrazione della società dei tempi di Feydeau e degli anni ‘60/’70 italiani che fa ridere e pensare allo stesso tempo.

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

Passione al Teatro Sociale di Brescia

Nell’ambito della Rassegna Altri Percorsi, TIB Teatro, I Teatri del Sacro, Fondazione Teatro delle Dolomiti, ha presentato a Brescia, al Teatro Sociale, “Passione”, tratto dal romanzo “Passio Laetitiae et Filicitatis” di Giovanni Testori; un progetto di Daniela Nicosia che ha curato anche l’ottima regia. Protagonisti Maddalena Crippa per la prima volta in scena con il fratello Giovanni. Un’ora e mezza di attenzione per un testo interessante, spesso, carico di pathos e mai pesante, scadente, volgare. I due attori in scena, trovandosi anche a rappresentare fratello e sorella, ma poi uomo e donna, uomo che impone il volere ad una donna e la condanna, ma anche la esalta provandone pena ed un insospettabile rispetto, proprio quando sembrava destinata solo alla condanna eterna, sono stati di rara bravura.

La scena è piena di vita, di amore, di pena, di voglia di vivere e tutto questo grazie ad una superba interpretazione dei due Crippa, mentre una serie di corde permette un cambio scena inusuale, che poi diventerà la croce, da portare da parte dei protagonisti, della protagonista o dell’umanità, tutta in uno.

Affermava Testori: “In qualunque rapporto d’amore c’è una tristezza sconfinata, tuttavia, se questa tristezza viene accettata e accolta con carità, in primis come parte della coscienza di sé, allora diventa dramma, e può offrire qualcosa agli altri”. E questo per una ragazzina che si invaghisce del fratello, fantasticando sulle loro differenze sessuali e sulla sua modalità di scoprirsi adulto, mentre piano piano si rende conto della Duità che la contrappone al maschile, lei Felicita senza l’accento sulla a, ma che vuole mettercelo, trovando la sua strada di persona, l’amore, la realizzazione, la comprensione per quello che è dentro.

La disaccentuata è, infatti, alla disperata ricerca di un amore che non sa cosa sia davvero, ma lo sente dentro, nascere a poco a poco, crescere, mutare. Prima è l’infatuazione per il fratello, l’unico maschio che avesse come esempio e specchio, la persona che amava e le voleva bene, o almeno così credeva. Poi l’amore per un altro da lui e da lei, disilluso da una violenza; poi l’amore per l’Altro, il Cristo, e la decisione di farsi suora. Prendere i voti voleva dire sublimare il ricordo del fratello tanto amato e morto in un incidente di moto, schiantato a soli diciotto anni, come i suoi sogni di ragazzina. E quel fratello tanto assomigliava all’uomo in croce, mentre le tensioni sessuali si mescolano ad atteggiamenti devoti e a vera, spontanea per quanto inconscia ricerca di se stessa, anche attraverso l’amore per Dio. E proprio tra le mura dedite a Dio, ecco l’amore vero, carnale. Per un’altra monaca. E allora la perdizione, la condanna, e la schiacciante verità: malgrado le botte, le condanne, il senso di disprezzo, le due si amavano davvero. E davanti a quell’amore, non si poté fare altro, in un freddo mattino di caccia, che piegare le ginocchia e riflettere.

Un testo interessante, difficile e così carico di emotività che il pubblico si è fermato sospeso ad osservare, in un silenzio irreale, in un vortice nel quale è stato condotto per mano dai Crippa, così come condividevano le corde a guidare i pezzi di una croce che si è andata formando in noi e davanti ai nostri occhi di astanti, per portare a compimento un disegno che esula dalla normale capacità di comprensione razionale. Il dramma della solitudine interiore si materializza nella a accentata quando Felicita incontra Letizia e la gioia e la pienezza dello spirito diventano una tragedia. Pochi istanti di felicità per un lungo inferno, forse eterno. La vita è una Via Crucis che si staglia tra l’orizzonte e la croce che impera sempre, sul tavolino come nelle coscienze, mentre il gergo si fa mistico e blasfemo, dissacratorio e delicato, in una costante preghiera che rende Felicita e Letizia tanto più vicine a Dio quanto meno gli altri lo credono possibile.

I cacciatori che saranno testimoni del dramma delle due povere donne, quindi, saranno come i pastori davanti alla Grotta di Betlemme che, umili davanti all’Insondabile, si fermano e tacciono, non lasciando alle loro misere menti umane di commentare o rovinare il segreto immane dell’Amore racchiuso in un sonno ormai eterno.

Gli interrogativi posti da Testori sono tanti, mentre è evidente che l’abisso tra la grandezza divina e dell’Amore e gli esseri umani è così grande, da essere tangibile solo con il sentimento, non con la ragione. Il dialetto misto al latino rende il dialogato interessante, intrigante e tanto più vero di quanto il solo italiano avrebbe potuto essere. Maddalena Crippa ancora una volta impersona una, più voci; una, più donne, tanto da sintetizzarle tutte e non rappresentarne nessuna, perché ognuna può essere Felicita e il suo opposto. Comune a tutte il destino che le porta a dover sempre lottare per se stesse ed il proprio posto nel mondo, in una riflessione che diventa un lungo applauso a fine spettacolo.

La miseria della Brianza del tempo viene elevata a spirito così come si eleva la croce, e anche il concetto stesso di povertà diventa un’icona sulla quale pensare, senza moralismi e senza sentenze, aspetto più bello ed interessante dell’opera.

Da vedere.

Alessia Biasiolo

Ay Carmela!

Nell’ambito della rassegna teatrale organizzata dall’Associazione culturale Malcostume, Chronos 3 presenta “Ay Carmela!” di J. S. Sinisterra, per la regia di Manuela Renga con Maria Concetta Gravagno e Luca Mammoli.

Lo spettacolo è ambientato durante la guerra civile spagnola, nel 1938. Racconta la storia di due artisti di “varieté” spagnoli, Carmela, danzatrice di flamenco e Paolino, tenore di zarzuela, che dopo il matrimonio girano tutta la Spagna portando il loro spettacolo nei teatri e nelle piazze. La guerra però rovina i loro piani, per cui si ritrovano a dover passare da una città all’altra, soli, con costumi e scene che vanno via via logorandosi e perdendosi, a cercare feste o gruppi di miliziani da intrattenere, senza per questo perdere il loro spirito. Una mattina per sbaglio, mentre cercavano ingaggi alle feste, secondo Paolino, mentre andavano a comprare sanguinacci, secondo Carmela, oltrepassano la linea di confine fra la zona nazionalista e quella repubblicana e vengono arrestati. Dopo l’interrogatorio, sono costretti a mettere in scena in pochissimo tempo il loro spettacolo di varietà, per la truppa, al quale però assisterà anche un gruppo di miliziani internazionali repubblicani condannati alla fucilazione il giorno dopo.

Ay Carmela! è una riflessione sul significato della morte: morte come gesto eroico e morte come mezzo di redenzione per il comportamento tenuto in vita. La scelta fra la vita e la morte condizionerà completamente il comportamento dei due protagonisti dello spettacolo. Una scelta che bene si presenta allo spettatore come un continuo passaggio dalla risata alla commozione, alla rabbia, soprattutto se mentre si lascia trasportare dalla poesia, si ricordasse che i fatti raccontati potrebbero essere successi realmente, anzi sicuramente sono successi e chissà quante volte. “Si è voluto affrontare, con questo testo, i grandi temi della guerra e della memoria, argomento con il quale ogni stato che ha affrontato delle guerre, si trova a confrontarsi; in Spagna questo è particolarmente sentito, poiché ancora non è stata fatta chiarezza a riguardo, e c’è tuttora un forte timore a parlarne. Per sviscerare queste profonde tematiche, abbiamo deciso di partire dal basso, dal concreto, per renderle al pubblico in modo sincero, e siamo partiti la relazione di coppia dei due protagonisti: marito e moglie, sposati da tanti anni e quindi soggetti alle dinamiche che si formano col tempo in una famiglia dove non ci sono figli, e dove Carmela oltre ad essere moglie è anche un po’ madre per Paolino. I due hanno fatto dell’arte un’ideale di vita che molto rapidamente, con l’arrivo della guerra, è diventato un mezzo di sopravvivenza, mantenendo inalterato tuttavia il suo valore ideologico. Messi alle strette dalla situazione i due si riveleranno per quello che realmente sono, e le conseguenze delle loro scelte li metteranno di fronte a “fantasmi” di cui sicuramente non sospettavano neppure l’esistenza”.

Lo spettacolo si terrà venerdì 29 e sabato 30 novembre, alle ore 21.00 presso Casa Foresti in Via Asti, a Brescia. Ingresso euro 8,00; 6,00 euro per gli studenti.

 

 

 

 

 

 

La Stagione invernale 2014 del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

La stagione invernale 2014 del Maggio Muicale Fiorentino crea un ideale legame di continuità con l’autunno 2013, a preannunciare il ritorno di una stagione, che condurrà gli spettatori da autunno ad autunno, a partire già dal 2014/ 2015.

I primi quattro mesi del 2014, da gennaio ad aprile, presentano 3 titoli operistici (Nabucco di Giuseppe Verdi, Madama Butterfly di Giacomo Puccini, La Metamorfosi di Silvia Colansanti), 8 appuntamenti sinfonici (con Kazushi Ono e Vitalij Kowaljow, Daniel Oren e Alexei Volodin, Roberto Abbado e Renaud Capuçon, Andrea Battistoni e Giuseppe Albanese, Ryan McAdams con Paolo Marzocchi e Igor Sklyarov, Xu Zhong, Zubin Mehta e Denis Matsuev), 4 produzioni destinate alle scuole e alla famiglie, realizzate e interpretate da ragazzi e studenti afferenti a diversi percorsi formativi fiorentini ed europei (Il piccolo spazzacamino di Benjamin Britten, Metamorfosi liberamente tratta dall’omonimo racconto di Franz Kafka, Parsifal, il cavaliere del Graal, Le bourgeois gentilhomme, une farce à la saveur d’Italie), 47 occasioni di approfondimento -2 incontri con il pubblico, 25 guide all’ascolto, 12 conversazioni nei quartieri di Firenze, 8 incontri al Piccolo Teatro con ascolti e proiezioni per conoscere la ‘sinfonia’-.

Ad inaugurare la stagione sarà martedì 21 gennaio 2014, per 6 recite, Nabucco di Giuseppe Verdi, assente dal Teatro Comunale da oltre 30 anni, dal 1977. L’allestimento è quello del Teatro Lirico di Cagliari e dell’Ente Concerti Marialisa De Carolis di Sassari, per la regia di Leo Muscato (miglior regista Premio Abbiati 2012), scene di Tiziano Santi e costumi di Silvia Aymonino. Il primo ed il secondo cast, diretti da Renato Palumbo sul podio, alternano promesse del panorama lirico contemporaneo e possono vantare il ritorno di Leo Nucci, quale guest star nel ruolo principale, per due recite, il 26 e 30 gennaio. Fra i giovani attesi al debutto fiorentino segnaliamo Anna Pirozzi nei panni di Abigaillle, reduce dal successo riscosso durante l’ultima edizione del Festival di Salisburgo.

Segue Madama Butterfly di Giacomo Puccini, a partire da giovedì 6 febbraio, per 6 recite, fino a giovedì 13 febbraio, in un allestimento del Teatro Comunale di Bologna, per la regia di Fabio Ceresa, uno dei ‘nomi nuovi’ della regia italiana: dopo aver lavorato a fianco di importanti registi, ha dato prova in diversi teatri italiani (fra i tanti il circuito AsLiCo, il Festival di Jesi, il Teatro Petruzzelli di Bari, il Festival di Martina Franca), di saper coniugare fantasia, talento, lucidità e raffinata sintesi. Le scene sono di Giada Tiana Claudia Abiendi, i costumi di Massimo Carlotto.

Juraj Valčuha, dopo il consenso ottenuto nel repertorio sinfonico dal pubblico e dall’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, con cui ha instaurato un ottimo rapporto, debutta al Teatro Comunale in un’opera italiana. Guest star nelle recite del 6, 9 e 12 febbraio, sarà, nel ruolo della protagonista, Fiorenza Cedolins, interprete di fama internazionale, una Butterfly ineguagliabile per pathos e tecnica vocale, accanto a lei, nel ruolo di F.B. Pinkerton (6,9, 11 e 12 febbraio) Stefano Secco.

Segue al Teatro Goldoni, sede privilegiata per il repertorio contemporaneo, per 5 recite, da domenica 9 a domenica 16 marzo, La Metamorfosi di Silvia Colasanti, opera commissionata dal Teatro del Maggio Musicale Fiorentino per il 75° Festival, con regia, scene, costumi ed ideazione video del fiorentino Pier’Alli, con Marco Angius sul podio. L’opera registrò il tutto esaurito nelle recite programmate in occasione della prima mondiale avvenuta nel 2012 a Firenze.

Alla programmazione operistica si alternano 8 appuntamenti sinfonici, che vedono il ritorno di interpreti e solisti apprezzati dalla critica e dal pubblico fiorentino.

Kazushi Ono, il 16 e 18 febbraio, dirigerà il Coro e l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, insieme al basso ucraino Vitalij Kowaljow nella Sinfonia n. 13 in si bemolle minore op. 113 Babij Jar per basso, coro maschile e orchestra di Dmitrij Šostakovič, abbinata alla Sinfonia in re maggiore K 133 di Wolfgang Amadeus Mozart.

A distanza di una settimana (venerdì 21 e sabato 22 febbraio) Daniel Oren dirigerà Alexei Volodin al pianoforte, in un concerto che spazierà da Beethoven a Gershwin e Ravel. L’atteso ritorno di Roberto Abbado è fissato per venerdì 28 febbraio e sabato 1 marzo, accompagnato da Renaud Capuçon, ad eseguire il Concerto n. 1 in la minore op. 77 per violino e orchestra di Dmitrij Šostakovič, cui seguirà Daphnis et Chloé di Maurice Ravel, nella versione raramente eseguita per coro e orchestra.

Il fine settimana a seguire (venerdì 7 e sabato 8 marzo) Andrea Battistoni dirigerà Giuseppe Albanese al pianoforte nel Concerto n. 2 in si bemolle minore op. 66 per pianoforte e orchestra di Giuseppe Martucci e concluderà il programma con la Sinfonia n. 4 in fa minore op. 36 di Pëtr Il’ič Čajkovskij.

Venerdì 14 marzo e sabato 15 marzo, un altro giovane direttore, già applaudito a Firenze nell’autunno 2012, Ryan McAdams, tornerà sul podio del Teatro Comunale con due ospiti d’eccezione, Paolo Marzocchi al pianoforte e Igor Sklyarov, celebre solista russo, specializzato nell’arpa a bicchieri, per un concerto particolarmente intrigante che inizierà con Métaboles per orchestra di Henri Dutilleux (noto compositore francese, mancato nel maggio del 2013, all’età di 97 anni), proseguirà con la Fantasia dell’assenza per pianoforte, orchestra e arpa a bicchieri (ispirata alla scena della pazzia della Lucia di Lammermoor), e terminerà con un capolavoro classico, la Sinfonia n. 5 in do minore op. 67 di Ludwig van Beethoven.

Venerdì 28 marzo e sabato 29 marzo, nella duplice veste di direttore e pianista, Xu Zhong, bacchetta cinese, attualmente Direttore artistico del Teatro Massimo Bellini di Catania, propone Prélude à l’après-midi d’un faune (Preludio al pomeriggio di un fauno) di Claude Debussy, il Concerto in mi bemolle maggiore K.271 per pianoforte e orchestra di Wolfgang Amadeus Mozart e la Sinfonia in re minore di César Franck.

Martedì 1 aprile il Coro del Maggio Musicale Fiorentino, diretto da Lorenzo Fratini, insieme al Coro di voci bianche della Scuola di Musica di Fiesole, diretto da Joan Yakkey eseguirà i Carmina Burana di Carl Orff nella versione per soli, coro, pianoforti e percussioni.

Zubin Mehta ritornerà sul podio del Teatro Comunale sabato 5 aprile, per dirigere Denis Matsuev nel Concerto n. 2 in la maggiore R 456 per pianoforte e orchestra di Franz Listz e a seguire la Sinfonia n. 8 in do minore di Anton Bruckner.

Procede, di pari passo alla stagione ufficiale, in un cartellone studiato su misura per le scuole, la programmazione per le classi e le famiglie, affinché gli appuntamenti per i ragazzi siano propedeutici alla fruizione e alla piena comprensione dei titoli
originali.

La prima occasione destinata ai ragazzi nel 2014 è Facciamo un’opera: Il piccolo spazzacamino di Benjamin Britten, spettacolo realizzato dal Coro Ragazzi Cantori di Firenze e Ensemble Rosa Antica della Scuola di Musica Landini, con la partecipazione del Coro Giovanile del Teatro Goldoni di Livorno, per la regia di Angelica Dettori, elementi scenici di Roberta lazzeri, Maestro del Coro Marisol Caballo.

Lo spettacolo andrà in scena al Piccolo Teatro per 6 recite da martedì 11 febbraio a sabato 15 febbraio.

Segue una Metamorfosi, liberamente tratta dal racconto di Franz Kafka, in cui si cimenteranno in qualità di ideatori e interpreti gli studenti del laboratorio teatrale del Liceo Machiavelli-Capponi di Firenze, affiancato dall’Ensemble orchestrale del Liceo Musicale Passaglia di Lucca, diretti da Luca Bianucci e coordinati da Anna Agostini. Si tratta di un progetto interdisciplinare, che coinvolge il laboratorio teatrale del Liceo Machiavelli-Capponi di Firenze, la classe di composizione del Liceo Musicale Passaglia di Lucca, con la collaborazione del laboratorio di scenografia del Liceo Artistico Leon Battista Alberti di Firenze.

Questa rivisitazione della Metamorfosi sarà in scena al Teatro Goldoni per 4 recite da martedì 18 a mercoledì 19 marzo.

Il Teatro Goldoni, ancora una volta ritorna ad essere, all’interno della programmazione del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, luogo deputato alla sperimentazione, alle opere contemporanee, agli spettacoli dedicati ai giovani.

Segue, senza soluzione di continuità, nel fitto calendario di primavera, al Teatro Comunale, per 6 recite da giovedì 20 marzo a 24 marzo Parsifal, il cavaliere del Graal, tratto dall’omonima opera di Richard Wagner e ispirato ai testi del ciclo Arturiano, nel contesto che vede partecipi, all’interno del progetto Le chiavi della città, il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Venti Lucenti, in collaborazione con l’Assessorato all’Educazione del Comune di Firenze e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Ad aprile, per 4 recite in due giorni, martedì 8 e mercoledì 9, andrà in scena un progetto interamente realizzato e interpretato dagli allievi dei laboratori teatrali e musicali del Liceo Machiavelli-Capponi di Firenze e Lycée Camille Jullian di Bordeaux: Le Bourgeois Gentilhomme: une farce à la saveur d’Italie, tratto da Molière (al secolo Jean-Baptiste Poquelin), con musiche del fiorentino Jean-Baptiste Lully.

Come sempre le scuole hanno l’opportunità di accedere alle prove generali dei concerti: venerdì 21 febbraio, venerdì 28 febbraio, venerdì 7 marzo, venerdì 14 marzo, venerdì 28 marzo, sabato 5 aprile con inizio alle 10.30.

Da qualche mese il Teatro del Maggio ha riposto particolare attenzione ai percorsi formativi destinati a fasce di pubblico di ogni età, così da raggiungere ed incontrare un pubblico 0-99 anni e … oltre!

2 saranno gli incontri con il pubblico al Piccolo Teatro, il primo per approfondire rapporto regia – direttore in Nabucco (giovedì 16 gennaio), con Leo Muscato e Renato Palumbo a tu-per-tu con il pubblico; il secondo per mettere a confronto le due versioni di Madama Butterfly redatte da Puccini (mercoledì 5 febbraio).

25 saranno le guide all’ascolto al Piccolo Teatro, affidate a Marialuisa Pepi, che prima di ogni recita di Nabucco e Madama Butterfly, ed ancora prima di ogni concerto, in mezz’ora, esporrà i temi e le particolarità del programma proposto.

12 sono invece le conversazioni musicali, nei quartieri di Firenze, realizzate grazie al supporto degli Amici del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino.

Dopo l’entusiasmo ed apprezzamento suscitato dall’iniziativa ‘conoscere l’opera’, per il 2014 sono stati pianificati 8 incontri al Piccolo Teatro con ascolti e proiezioni per conoscere la ‘sinfonia’.

Articolo di Francesca Zardini

Frappé di vite

Ogni volta che ci troviamo dinanzi alle nuove mode, proviamo nostalgia per quello che perdiamo. Così, nell’era dell’elettronica e dell’informatizzazione, proviamo una certa malinconia per la carta stampata, i libri cartacei, il profumo della carta che sembra appena uscita da una tipografia. Ci comperiamo il nuovo lettore musicale, ma ci manca il vinile che andiamo a cercare ai mercatini vintage. Non ricordiamo certo i lati negativi, la cassetta che si srotolava nell’autoradio o il mangiadischi che si inceppava sempre sul solito solco, come non ci ricordiamo gli anni bui della contestazione e delle discussioni accanite, che finivano per tramutarsi nella sensazione che non si sarebbe tornati a casa tutti interi, soprattutto se universitari, e soprattutto se dalla parte sbagliata e, ancor più, se di Milano, Torino, Genova, Trento. Così ecco che si materializza in alcuni ricordi, propri o raccontati, il bar come mito e come depositario di leggende, luogo cult e principe degli incontri, sia che fossero della signorina al culmine della propria libertà di uscite, sia che fosse del bell’uomo che raccontava di calcio e forse anche di politica, piuttosto che dell’ubriaco che aveva sempre qualche verità da rivelare. Sono quelle miscellanee che i baristi conoscono bene e, forse, che hanno ispirato il mix nello shaker che così bene il barista-amico-confessore sa agitare al momento giusto.

Il tutto messo in scena in un cartellone della Compagnia Malcostume, a Brescia e alcuni limitrofi, con cinque produzioni proprie e cinque ospiti. Apre l’interessante proposta di un gruppo di giovani, con le mille difficoltà dei luoghi e dei tempi, “Teatro 6” con Jessica Leonello, Renato Dossi alle percussioni e Nic Garrapatero alla chitarra, che propone appunto un “Frappé di vite” di buon gusto. Un’ora di divertimento mai banale e che non cala mai di tono, giusta composizione di parole e di sguardi, quelli con i quali Jessica ti osserva, osserva il suo pubblico, transitando per un “Che bei lacci che hai”, “Cos’hai da guardare?” e “Cos’è poi un ubriaco” che ricordano il cabaret e il teatro d’autore. Arriva in scena, ad aprire il nostro immaginario, una donna che incarna il risultato della vita, delle scelte, volute o imposte, il genere di soggetto che esce da un cassonetto o dai nostri armadi. Coperta di improvvisati abiti, Giulietta è il nostro immaginario migliore, il nome che apre subito al beato sorriso di chi ama e pensa al bello. Giulietta è la saggezza popolare e popolana che transita dal bar come dal luogo di ritrovo, quello nel quale è sempre più difficile entrare. Nell’era della nostalgia, il bar catalizza i cuori che vogliono dialogo nel tempo dell’individualismo e dell’isolazionismo personale, quando ci si incontra forse solo nei luoghi più “seri”, come le sale da tè o le aree delle mega librerie, magari create negli ex cinema. Così Giulietta pone le domande alle quali il pubblico sa già rispondere, essendo Giulietta una parte di noi, ma che non vuole proferire, attendendo il responso dell’attrice novella Cassandra. Attende di avere il responso proprio da lei, il pubblico, da quella donna bambina che ricorda il carnevale di Ivrea, quello al quale non voleva partecipare perché non le piacevano le arance, ma che, nel grottesco del sogno, poteva avere assassinato Olivetti durante la famosa battaglia. Giulietta siamo noi che ci guardiamo con gli occhi di
Jessica, dalla rara capacità di guardare dritto negli occhi e di portare il teatro in noi, alle nostre risposte, alle nostre paranoie diventate vecchio ubriaco in corsa o “contessa” con improbabili boa di struzzo. Il cambio scena è dato da cambi d’abito a vista dell’attrice alla quale i musicisti fanno ottima spalla, diventando spettacolo essi stessi e non solo corollario musicale. Ognuno, quindi, nel frappé è comprimario, è coprotagonista e si porta dietro, a fine serata, quella dose di storia sociale nella quale non può più dire di essere innocente.

Aleggia un ché di circense, come se fossimo per un attimo in uno spezzone della bella vita, dato che è felliniano il clima e anche la Giulietta, rimasta senza troppi spiriti, se non quelli dell’alcol da bar, appunto. La caratterizzazione dei personaggi è netta, a tutto tondo, degli anni Sessanta. Il cappellino che dà lustro alla Signoranonerolimasotutto, con la sottolineatura di quell’aperitivo che è stato mito anch’esso e colonna portante ancora oggi di serate, chissà se più dense di quelle di un tempo. La Signora fuma la sigaretta che lo stesso Professore non potrebbe gestire così bene, nel suo sentenziare sul sedere delle clienti, attività sportiva ancora in voga oggi, in famosi caffè cittadini, ma senza più parole, solo sguardi più o meno fessi. Le pietre miliari dei bar sono grottesche e tragiche allo stesso tempo, perché nel luogo di ritrovo per antonomasia si consumano i maggiori drammi dell’esistenza, senza il sentore di essere soli. Prova ne sia che il famoso ubriacone del piano di sopra, rimasto “a secco”, riceve nella calura dell’agosto senza ferie un cesto pieno di “riserve”, da part dei compagni di s-ventura. Il suono di sottofondo diventa padrone della scena e i musicisti sono le colonne sonore della vita di tutti, di tutte le età, perché con o senza il bar della propria vita, siamo delle comparse tragiche e, appunto per questo, dall’antichità ad oggi, comiche.

Davvero un bello spettacolo.

Articolo di Alessia Biasiolo