“Robert Capa. Una vita leggermente fuori fuoco”

“Robert Capa. Una vita leggermente fuori fuoco”, è il titolo della retrospettiva dedicata dal Museo MAN di Nuoro a uno dei più importanti maestri della fotografia del XX secolo. Con quasi cento scatti tra i più significativi dell’intera produzione di Capa, la mostra, realizzata in collaborazione con Magnum Photos e Contrasto, ripercorre le tappe fondamentali del percorso umano, professionale e artistico del grande fotoreporter, spentosi sessant’anni fa.

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In programma fino al 18 maggio 2014, la mostra di Capa, dopo quelle di Henri Cartier-Bresson e Werner Bischof, chiude il ciclo di eventi espositivi, iniziato nel 2011, dedicati dal museo nuorese ai fotografi dell’agenzia Magnum.
Nato in Ungheria nel 1913 con il nome di Endre Friedmann, emigrato a Berlino e poi a Parigi, Capa è considerato il padre del fotogiornalismo. Figlio di una famiglia ebrea ed esule egli stesso, non smise mai di documentare il mondo dei diseredati e dei profughi, utilizzando la macchina fotografica come strumento di testimonianza e di denuncia. I suoi reportage, pubblicati su importanti riviste internazionali, tra le quali Life”e Picture Post, costituiscono un documento storico di indiscusso valore, oltre che uno straordinario e affascinante archivio di immagini, talvolta immediate ed esplicite, talvolta sottili e ironiche.

Il percorso della mostra ha inizio con le celebri istantanee di Leon Trotsky, realizzate senza autorizzazione a Copenaghen nel 1932. Nel 1931 Capa si era trasferito a Berlino, da dove sarebbe fuggito all’avvento del nazismo per recarsi a Parigi. È qui che nel 1936 fotografa i tumulti delle lotte operaie e del fronte popolare.

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Ancora nel 1936 Capa è in Spagna, per documentare la guerra civile. A Cerro Muriano, nel mese di agosto, realizza lo scatto che lo renderà celebre in tutto il mondo, “Morte di un miliziano lealista”, una delle più famose immagini della storia del Novecento, presente in mostra insieme ad altre fotografie del periodo.
Nel percorso al MAN, oltre a una decina di fotografie del conflitto cinese-giapponese, realizzate nel 1938, anche una selezione delle immagini realizzate da Capa in Gran Bretagna e in Italia durante la seconda guerra mondiale, tra le quali il “Contadino siciliano che indica all’ufficiale americano la presenza di un convoglio tedesco”, “L’uomo con in braccio la bimba ferita”, “Il funerale delle giovani vittime partigiane delle Quattro giornate di Napoli”.
Un’altra sezione è dedicata alla documentazione dello sbarco degli alleati in Normandia. È in questa occasione che Capa realizza i celebri fotogrammi da lui stesso definiti “leggermente fuori fuoco”, a causa di un errore tecnico nella fase di sviluppo. In mostra sono presentati i principali, insieme ad altre fotografie realizzate in diverse parti della Francia nel 1944.

Completano il percorso espositivo le fotografie delle macerie tedesche dopo la fine della guerra, le immagini scattate in Ucraina nel 1947, dove Capa documenta la vita nelle fattorie collettive, gli scatti del conflitto israeliano e quelli dell’ultimo reportage in Indocina, dove Capa troverà la morte sul campo, a causa di una mina anti-uomo.

Chiude la mostra un’ampia sezione dedicata ai ritratti realizzati da Capa nel corso della sua carriera, da Gary Cooper a Ingrid Bergman, sua amante, da Truman Capote a John Huston, fino alle celebri immagini di Matisse e dell’amico Pablo Picasso.
MAN_Museo d’arte Provincia di Nuoro, Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro. Orari: 10:00 – 13:00 / 15:00 – 19:00 (lunedì chiuso).

Biglietti: Intero 3,00 euro; Ridotto 2,00 euro (dai 18 ai 25 anni); Gratuito under 18 e over 65. Gratuito ultime domeniche del mese.
Articolo di S. E.

Affresco da incanto a Ravenna

Il MAR Museo d’Arte della Città di Ravenna prosegue la sua indagine su temi di grande interesse ancora da approfondire con l’ambizioso progetto espositivo dal titolo L’incanto dell’affresco in programma fino al 15 giugno 2014, realizzato grazie al fondamentale sostegno della Fondazione della Cassa di Risparmio di Ravenna.

La mostra, che raccoglie un’accurata selezione di 110 opere, curata da Claudio Spadoni, e da Luca Ciancabilla, si divide in sei sezioni, ordinate secondo un indirizzo storico-cronologico: dai primi masselli cinque-seicenteschi, ai trasporti settecenteschi, compresi quelli provenienti da Pompei ed Ercolano, agli strappi ottocenteschi, fino alle sinopie staccate negli anni Settanta del Novecento.

Più di mezzo secolo or sono Roberto Longhi, anche sull’onda del successo della prima “Mostra di affreschi staccati” che si tenne al forte Belvedere di Firenze (1957), avvertì molto tempestivamente la necessità di allestire un’esposizione che potesse ripercorrere la secolare storia e fortuna della pratica del distacco delle pitture murali. Che era anche una storia del gusto, del collezionismo, del restauro e della tutela di quella parte fondamentale dell’antico patrimonio pittorico italiano.

Risalgono ai tempi di Vitruvio e di Plinio le prime operazioni di distacco, secondo una tecnica che prevedeva la rimozione delle opere insieme a tutto l’intonaco e il muro che le ospitava. Il cosiddetto massello, che favorì il trasporto a Roma di dipinti provenienti dalle terre conquistate, altrimenti inamovibili, dopo secoli di oblio trovò nuova fortuna a partire dal Rinascimento – nel nord come nel centro della Penisola – favorendo la conservazione per i posteri di porzioni di affreschi che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre. Così, in un arco temporale compreso fra il XVI e il XVIII secolo, vennero traslate la Maddalena piangente di Ercole de Roberti della Pinacoteca Nazionale di Bologna, Il gruppo di angioletti di Melozzo da Forli dei Musei Vaticani, La Madonna delle Mani del Pinturicchio: opere presenti in questa mostra.

Un modus operandi difficile e dispendioso che a partire dal secondo quarto del Secolo dei Lumi venne affiancato, e piano piano sostituito, dalla più innovativa e pratica tecnica dello strappo, prassi che tramite uno speciale collante permetteva di strappare gli affreschi e quindi portarli su di una tela. Una vera rivoluzione nel campo del restauro, della conservazione, ma anche del collezionismo del patrimonio murale italiano. Così mentre nelle appena riscoperte Ercolano e Pompei si trasportavano su nuovo supporto, per destinarle al Museo di Portici, le più belle pitture murali dell’antichità, nel resto d’Italia si diffondeva la rivoluzione dello strappo. Nulla sarebbe stato più come prima. Da quel momento in poi e fino a tutto il XIX secolo un numero cospicuo di capolavori della pittura italiana furono strappati, staccati dalle volte delle chiese, delle cappelle, dalle pareti dei palazzi pubblici e privati che le accoglievano da secoli, per essere trasportati in luoghi più sicuri, nelle quadrerie e nelle gallerie nobiliari e principesche d’Italia e di mezza Europa. Spesso infatti, dietro a conclamate esigenze conservative, si celavano implicite motivazioni collezionistiche.

Andrea del Castagno, Bramante, Bernardino Luini, Garofalo, Girolamo Romanino, Correggio, Moretto, Giulio Romano, Nicolò dell’Abate, Pellegrino Tibaldi, Veronese, Ludovico e Annibale Carracci, Guido Reni, Domenichino, Guercino: tutti i grandi maestri dell’arte italiana fra la metà del Settecento e la fine del XIX secolo furono oggetto delle attenzioni degli estrattisti: Antonio Contri, Giacomo e Pellegrino Succi, Antonio Boccolari, Filippo Balbi, Stefano Barezzi, Giovanni Rizzoli, Giovanni Secco Suardo, Giuseppe Steffanoni. Anche loro, come gli illustri artisti sopracitati, e come alcune fra le più belle pitture di Ercolano e Pompei, saranno protagonisti della mostra del Mar.
Ma la prassi estrattista conoscerà la sua più fortunata stagione proprio nel secolo scorso, quando, a partire dal secondo dopoguerra furono strappati e staccati un numero impressionante di affreschi. I danni provocati ad alcuni fra i principali monumenti pittorici italiani dai bombardamenti bellici e la convinzione che l’unica strada da percorrere per evitare che in futuro potessero reiterarsi danni irreparabili come quelli al Mantegna a Padova, Tiepolo a Vicenza, Buffalmacco e Benozzo Gozzoli a Pisa, fecero sì che a partire dagli anni Cinquanta fosse avviata la più imponente campagna di strappi e stacchi che l’Italia abbia mai conosciuto. In caso di una temutissima nuova guerra, anche quella fondamentale porzione del nostro patrimonio pittorico si sarebbe potuta salvare ricoverandola nei rifugi antiaerei, come era stato fatto a partire dal 1940 con le tele e le tavole dei maggiori musei della nazione.
Prese quindi avvio la cosiddetta “stagione degli stacchi” e della “caccia alle sinopie”, i disegni preparatori che i maestri tre-quattrocenteschi avevano lasciato a modo di traccia sotto gli intonaci. Se nell’Ottocento era il collezionismo privato a favorire il trasporto degli affreschi, ora erano gli storici dell’arte e i musei della ricostruita Nazione a chiedere la diffusione su più ampia scala della tecnica estrattista rendendo facilmente fruibili a tutti tanti capolavori.
L’alluvione di Firenze fece il resto, mostrando al mondo intero la precarietà che condizionava la sopravvivenza dei più straordinari affreschi italiani. Così furono separati per sempre dal muro che li aveva custoditi da secoli Giotto, Buffalmacco, Altichiero, Vitale da Bologna, Pisanello, Signorelli, Pontormo, Tiepolo trovando dimora in alcuni fra i più importanti musei della nazione, e ora, per questa mostra, nelle sale del Mar di Ravenna. Il catalogo, in due tomi, edito da Silvana, raccoglie i saggi di diversi specialisti, le schede scientifiche di tutte le opere esposte e apparati biobibliografiche.

L’incanto dell’affresco. Capolavori strappati da Pompei a Giotto da Correggio a Tiepolo”, Museo d’Arte della città di Ravenna.

Fino al 15 giugno 2014. Orari fino al 31 marzo: martedì- venerdì 9-18, sabato e domenica 9-19; dall’1 aprile: martedì – giovedì 9-18; venerdì 9-21; sabato e domenica 9-19, chiuso lunedì.

Articolo di S. E.

Giuliano Giuliani in mostra ad Ascoli Piceno

La città di Ascoli Piceno rende un omaggio importante allo scultore marchigiano Giuliano Giuliani (Ascoli Piceno, 1954). Ad ospitare un’ampia selezione dei suoi lavori è il Forte Malatesta di Ascoli che, con la sua scabra potenza, offre un’ambientazione ideale ad accogliere le pietre che l’artista ha piegato alla loro nuova natura.

Il primo paesaggio di Giuliani, ove negli anni Settanta egli ha formato il suo laboratorio d’immagine, è stato certo quello della cava di famiglia, nell’entroterra marchigiano. Può dirsi che quell’alba del suo fare gli sia rimasta lungamente nell’animo: ad essa egli è stato ed è fedelmente avvinto, serbandone gelosamente i valori ideali e fattuali. Dal che deriva in prima istanza la peculiarità della sua opera. Da allora, il suo materiale d’elezione è stato il travertino, con le sue forre profonde e le sue improvvise rivelazioni; solo raramente Giuliani ha avvertito l’urgenza di aggiungere alla pietra che ha scavato qualche elemento estraneo: gessi o materiali diversi, sempre attinti dalla natura.

L’opera di Giuliani non è stata tuttavia un’esperienza tutta in sé raccolta e tetragona alle suggestioni della ricerca plastica contemporanea: in realtà il suo fare è figlio di un vasto scrutinio dei vertici della scultura internazionale del secolo XX, a cominciare dal suo primo amore per Brancusi. Dopo quella lontana suggestione, egli ha ripensato gli esiti della ricerca di Henri Moore al tempo dell’incontro fecondo con il Surrealismo; quindi è la ricerca degli anni Quaranta e Cinquanta di Arp a sedurlo: quella volontà, in particolare, tante volte dichiarata dall’artista alsaziano di dar vita con la sua scultura a forme che, prossime ad una nuova nascita, conservino però il sentore del grembo, senza ripetere nessuna forma già esistente. Attraverso Arp, orienta infine Giuliani, soprattutto in certi suoi passaggi d’anni Novanta, l’opera di Alberto Viani.
Da fonti diverse, dunque, oscillanti fra ricerche d’ordine astratto e suggestioni umanistiche, muove Giuliani. Del quale forse troppo spesso, all’opposto, s’è sottolineata soltanto la vocazione a una separatezza, nell’eremo dei monti marchigiani, che se è certo reale condizione d’esistenza, e rispecchia una vocazione profonda dell’animo, non ne ha impedito uno sguardo largo e consapevole dato oltre, e ben oltre, quei suoi confini.

L’esposizione ascolana è organizzata dal Comune di Ascoli Piceno, in collaborazione con l’Associazione Mario Giuliani Onlus, ed è curata da Stefano Papetti, responsabile scientifico delle raccolte museali di Ascoli Piceno. L’allestimento della mostra è progettato e curato dallo scenografo Graziano Gregori. La mostra raccoglie un’ampia selezione di opere, alcune di dimensioni rilevanti, dagli anni Novanta alla sua ultima produzione.
In mostra verranno presentate anche le fotografie in bianco e nero realizzate da Mario Dondero, che documentano l’artista al lavoro e alcune delle sue opere negli ambienti suggestivi della cava dove Giuliani da sempre lavora.

Un’ampia monografia sull’artista, a cura di Paola Bonani e Fabrizio D’Amico, verrà pubblicata in occasione della mostra. Il volume raccoglierà le testimonianze di Giuseppe Appella, Mario Botta, Eugenio De Signoribus, Antonio Gnoli, Franco Marcoaldi, Paolo Mauri, Tullio Pericoli, Davide Rondoni; i saggi critici di Mariano Apa, Paola Bonani, Fabrizio D’Amico; le fotografie di Mario Dondero, oltre le immagini di tutte le sculture in mostra al Forte Malatesta. Il volume è edito da Lubrina Editore, Bergamo, con la cura editoriale di Arialdo Ceribelli.

“giuliano giuliani”, dal 15 marzo al 2 novembre.

Articolo di S. E.

 

“Au cœur de la matière” al Castello Gamba di Châtillon

“Siamo particolarmente lieti di presentare un’esposizione che ha come protagonista un’artista valdostana conosciuta e apprezzata in Italia e all’estero”, sottolinea l’Assessore all’Istruzione e Cultura, Joël Farcoz, “e che è già presente con le sue opere nel nostro percorso museale permanente. L’utilizzo di vari media artistici, dalla videoinstallazione alla pittura, dalla fotografia fino agli screen painting, rende questa mostra particolarmente attuale e accattivante per un pubblico attento al rapporto tra scienza e arte”.
Il progetto espositivo, curato da Bruno Corà, specificatamente studiato per l’occasione, si articola sui tre piani dell’edificio, intorno a un nucleo di 40 opere, e comprende sculture e stampe digitali, video e screen painting (schermi dipinti). Per l’occasione è stata realizzata Cabinet de neige, una wunderkammer ispirata al paesaggio montano dove uno stipo in legno, che ricorda la tradizione, custodisce al suo interno un video e microsculture circondate da un manto bianco simile alla neve.

Come ha scritto Corà in catalogo, la modalità linguistica, formale e contenutistica di Giuliana Cunéaz non pronostica o auspica una modificazione dell’arte per perpetrarne l’attività immaginativa, ma, senza frapporre indugi o rinvii, è già essa stessa il futuro.

Prima di entrare nell’affascinante universo del 3D, lo spettatore è accolto da Corpus in fabula, una videoscultura realizzata nel 1996 che anticipa l’attuale fase di ricerca.

Alta due metri, l’opera è avvolta da centinaia di petali in plexiglass che la rendono una sorta di dea della bellezza. La seduzione dell’epidermide, tuttavia, si relaziona con tre video che documentano, con realismo, le parti interne del corpo e le loro pulsazioni svelando il lato nascosto, spesso invisibile, del nostro corpo. Corpus in fabula è un’opera che pone l’osservatore di fronte a se stesso: il volto è rappresentato dal video di un manichino che si modifica lentamente all’interno del quale ciascuno si può specchiare.
“Sono da sempre attratta dalla componente metamorfica che attraversa l’io, così come il paesaggio che ci circonda. Fondamentalmente, tra le due dimensioni, quella esterna e quella interna, non c’è alcuna differenza”, afferma Giuliana Cunéaz.

Dal 2003 l’applicazione della tecnica 3D consente all’artista di addentrarsi nel cuore della materia, di avvicinarsi alle sue forme più segrete e di coglierne i processi di cambiamento.

La rassegna documenta questo passaggio fondamentale e lo spazio espositivo ospita una scultura abitabile a forma di dodecaedro realizzata per l’occasione che contiene Zone fuori controllo, un video in 3D dedicato ai disordini ecologici e ambientali dove le immagini entrano in relazione diretta con la dimensione reale consentendo un viaggio imprevedibile tra le onde di una tempesta, gli spazi misteriosi di una grotta, le colate laviche di un vulcano e la collisione di mastodontici iceberg. Il ciclo si ispira al tema del sublime e vuole essere un omaggio ai grandi protagonisti della pittura romantica come Caspar David Friedrich o William Turner. Per Giuliana Cunéaz la ricerca artistica rappresenta un tentativo di andare oltre il piano tradizionale della rappresentazione insinuandosi all’interno di un universo fluido, caratterizzato dalla disarticolazione delle forme secondo una rinnovata ipotesi percettiva.
Intorno all’installazione 3D si sviluppa la serie degli screen painting, gli schermi dipinti, in base ad una tecnica inventata dall’artista nel 2006 dove l’immagine virtuale dialoga con quella pittorica incisa come un tatuaggio sul plasma. “Il segno unico e autonomo della pittura dialoga con la tecnologica infinitamente replicabile creando un cortocircuito tra due universi solo in apparenza incompatibili. Ne nascono quadri in movimento che sviluppano un linguaggio rinnovato con ampie potenzialità. Tra gli screen painting spicca The God Particle che analizza, in chiave estetica la mitica particella elementare destinata a generare la massa dell’universo.

Giuliana Cunéaz lavora sul nomadismo dei linguaggi proponendo una continua ibridazione degli elementi nell’ambito di universo unico e affascinante.
In questa logica il secondo piano della mostra è occupato interamente da Neither snow nor meteor showers, una videoinstallazione del 2010 che si espande per oltre dieci metri. Come suggerisce il titolo, non si tratta né di un paesaggio né di un fenomeno atmosferico, ma ricorda, piuttosto, un luogo germinale dove si evocano montagne con pini innevati. In realtà, il lavoro prende spunto da un’immagine di vitamina B12 che, attraverso ingrandimenti esponenziali, assume un aspetto paradossalmente naturalistico dove il segno animato si deposita e si disgrega. Il terzo piano della mostra è interamente dedicato al lavoro progettuale attraverso 24 opere su carta cotone che consentono di ripercorrere l’ideazione e la creazione delle più significative installazioni in 3D realizzate dall’artista negli ultimi otto anni.

Quello a cui assistiamo, insomma, è un mondo ibrido, biomorfo e nanotecnologico dove arte e natura tendono a coincidere e, come afferma Bruno Corà, “quelle di Giuliana Cunéaz sono opere con un’intrepida volontà di confrontarsi con le frontiere avanzate della scienza, superando il limite dell’oscurità annidata nella coscienza umana; autentici viaggi nell’ignoto, su sonde esplorative concepite con la poesia e l’arte.”

L’esposizione, che resterà aperta fino al 5 ottobre 2014, dal mercoledì alla domenica con orario 10-17 (10-18 a partire da aprile), è accompagnata da un catalogo, edito dalla Tipografia Valdostana, posto in vendita al prezzo di 5 euro.
Castello Gamba, località Cret de Breil, 11024 Châtillon

http://www.castellogamba.vda.it

Articolo di Regione VdA

Matisse ai Diamanti

Il genio di Matisse ha cambiato il corso dell’arte del Novecento, imprimendo la sua visione nuova ad ogni genere artistico. Nessuno di questi, però, l’ha affascinato quanto la rappresentazione della figura, soprattutto femminile, al punto da impegnarlo per l’intero arco della sua carriera in una ricerca incessante attraverso tutte le tecniche. È questo il tema attorno a cui è incentrata la mostra che Palazzo dei Diamanti, a Ferrara, dedica ad un gigante della storia dell’arte moderna, evocando il suo percorso creativo e, al tempo stesso, mettendo in luce le strette relazioni tra la sua produzione pittorica, scultorea e disegnativa.

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Con questa rassegna, curata da Isabelle Monod-Fontaine, già vicedirettrice del Centre Pompidou studiosa di Matisse riconosciuta in ambito internazionale, la Fondazione Ferrara Arte intende proporre un ritratto a tutto tondo e non scontato del maestro francese, che mette in risalto le sue doti di alchimista del colore, ma anche il suo grande talento grafico e scultoreo.

Una selezione di opere provenienti da musei e collezioni private di ogni parte del mondo, racconterà l’avventura attraverso la quale Matisse, al pari di Picasso, si è ispirato al più classico dei temi, quello della figura, e ne ha sovvertito la rappresentazione tradizionale.

Ad accogliere il visitatore sarà il magnetico “Autoritratto” del 1900 (Parigi, Centre Pompidou) assieme a giovanili e potenti prove di studio sul modello. La gioiosa vitalità della stagione fauve verrà poi rievocata da un dipinto raggiante di colori puri, quale il “Ritratto di André Derain” (1905, Londra, Tate), e dalle creazioni nate sotto la suggestione della pittura di Cézanne e della scultura africana.

La mostra metterà quindi il visitatore di fronte a tre pietre miliari del 1909: il bronzo “La serpentina”, la tela “Nudo con sciarpa bianca”, provenienti dallo Statens Miseum for Kunst di Copenaghen, e la “Bagnante” del MoMA, opere che costituiscono uno dei più alti raggiungimenti matissiani.

Negli anni della prima guerra mondiale, la figura è al centro di un lavoro di forte ricerca artistica di Matisse, come si vede ne “Le due sorelle” del 1917, Denvert Art Museum.

Una svolta radicale è segnata dalle opere del dopoguerra che riflettono l’incantesimo della Costa Azzurra e la riscoperta di Ingres e Renoir (“Ragazze in giardino”, 1919, La Chaux-de-Fonds, Musée des Beaux-Arts). Matisse si lascia ora sedurre dai riflessi di luce sulla figura della modella e sugli arredi esotici di cui la circonda, come mostrano due opere straordinarie del 1922-29, del Philadelphia Museum of Art e del 1926-27 del Musée de l’Orangerie di Parigi, in cui appare immersa in un sontuoso mosaico di motivi decorativi.

A chiudere la mostra saranno le testimonianze della stupefacente vitalità e dell’inesauribile forza d’immaginazione dell’anziano maestro: gli interni d’atelier pulsanti di toni vivi (“Giovane donna in bianco sfondo rosso”, 1946, Lione, Musée des Beaux-Arts; “Interno blu con due ragazze”, 1947, University of Iowa Museum of Art) o ancora opere rivoluzionarie come il celebre libro “Jazz” (1947, Biblioteca Nazionale di Firenze) e la serie degli Acrobati (1952, Centre Pompidou). Queste creazioni incarnano l’essenza dell’arte di Matisse, capace con pochi segni di toccare le corde più profonde dell’animo e di infondere un senso di perfetta armonia, esercitando una straordinaria influenza sugli artisti del suo tempo e delle generazioni a venire.

Matisse, la figura. La forza della linea, l’emozione del colore, Ferrara, Palazzo dei Diamanti, fino al 15 giugno 2014. Tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00; aperto anche Pasqua, Lunedì dell’Angelo, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno.

Articolo di S. E.

Julio Larraz. Del mare, dell’aria e di altre storie

Nato nel 1944 a L’Havana (Cuba), Julio Larraz è considerato uno dei pittori più poliedrici nel contesto internazionale. I suoi dipinti, con i quali si è imposto all’attenzione della critica fin dai primi anni ’70 dopo un’intensa attività di illustratore e disegnatore, raccontano un mondo ricco di sensazioni e di atmosfere. Narrativo senza mai essere letterario, Larraz attinge dalla realtà ma la trasfigura in immagini simbolo non sempre di immediata decifrabilità, nonostante il piacere della figura lo renda, contemporaneamente, un artista di assoluto gradimento per il pubblico.

Julio Larraz ama assumersi dei rischi e raramente ripete gli stessi temi e soggetti; allo stesso tempo, però, sembra procedere per cicli visivi e concettuali in cui affronta argomenti a lui cari, che vanno dall’allegoria del potere alla bellezza femminile, da un erotismo languido e suadente alla citazione cinematografica, dalla politica all’umorismo, dal ritratto al dominio del mare, motivo per lui dominante in un arcipelago pittorico fondato su mille isole che parlano di viaggi e ritorni, addii e ritrovamenti. Insomma, un artista dal gusto romantico, dove l’elemento autobiografico si incontra con l’ambizione di parlare una lingua universale e globale.

Larraz Julio

La personale di Julio Larraz, ospitata dalla Fondazione Puglisi Cosentino di Catania Catania, dall’8 marzo all’8 giugno 2014, è promossa e curata dalla Fondazione Roma – Mediterraneo e organizzata da Civita Sicilia in collaborazione con la Galleria Contini di Venezia e Cortina d’Ampezzo. Presenta un centinaio di opere del maestro, in un itinerario temporale che parte dal 1975 – dipinti come “The Giant” e “Finisterre” – seguendone gli sviluppi per i vari decenni – gli anni ’80 (“El padre de la Patria Nueva”, “Cushing Maine”), gli anni ’90 (“Hunter in the Snow”, “Cape Laplace”) – fino ai tempi più recenti con una serie di dipinti inediti realizzati appositamente per la mostra (“Grandpa”, “I could have been a contender”, “Landing Party” e “A rendez vous with Homer”, ispirato all’idea di pittura come narrazione visiva legata sia alla tradizione orale che alla parola scritta).

Viaggiando nella pittura di Larraz ci si accorge che l’artista non crede nel concetto di evoluzione, e spesso a distanza di tempo, sceglie di riprendere dei soggetti già affrontati in passato modificandoli con uno sguardo nuovo, talora più acuto e ironico, in altri casi più nostalgico e drammatico. Né va dimenticata la scultura in bronzo, tecnica “scoperta” e portata avanti dal 2007.

“Abbiamo scelto di portare un artista come il cubano Julio Larraz a Catania perché le sue opere, a volte realistiche, a volte di sapore onirico, mostrano in gran parte il suo legame con il mare, che non è, in questo caso, il Mediterraneo, bensì l’Oceano Atlantico da una parte e il Mar dei Caraibi dall’altra, ma è comunque un bacino aperto che ispira il viaggio, l’apertura verso l’ignoto, il mistero dell’immenso e dell’inafferrabile, l’immaginazione”, spiega il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione Roma-Mediterraneo. “Isolano come il sottoscritto, Larraz ha iniziato la sua carriera a metà degli anni ‘60 realizzando caricature di uomini politici per le maggiori testate giornalistiche statunitensi, fino a convertirsi completamente alla pittura a fine decennio. La sua arte ha coniugato dunque una tendenza dissacratoria del potere temporale, molto attuale, con l’innato gusto romantico e un po’ rétro della rappresentazione di realtà e fantasia, di paesaggio e sogno. Il tutto con un tratto pulito e un uso carezzevole del colore che lo rende, a mio avviso, immediatamente attraente per il pubblico”.

Attualmente Larraz vive a Miami, in Florida. È rappresentato in Europa dalla Galleria Contini. Tra le sue ultime mostre si segnala l’antologica del 2012 presso il Complesso Monumentale del Vittoriano a Roma.

Il catalogo della mostra è edito da Peruzzo Editore  con il testo critico di Luca Beatrice.

8 marzo – 8 giugno 2014

Catania, Fondazione Puglisi Cosentino

Via Vittorio Emanuele, 122

Orario: 10:00 – 13:00 / 16:00 – 20:00 Chiuso il lunedì. Ingresso gratuito

Raffaella Salato

 

“Geomorfo, i mille volti del pianeta terra” a Verona

È stata inaugurata al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri la mostra ‘GEOMORFO. I mille volti del pianeta Terra’, mostra promossa in collaborazione con il Museo Civico di Storia Naturale di Verona e l’Associazione di Divulgazione Scientifica Vulcano Esplorazioni e realizzata dal vulcanologo e fotogiornalista Marco C. Stoppato. In esposizione, fino domenica 4 maggio, oltre cento immagini a colori che approfondiscono le caratteristiche geologiche del pianeta Terra: deserti, vulcani, ghiacciai, montagne, coste a picco sul mare, archi naturali, pinnacoli in precario equilibrio, rocce stratificate, grotte e sculture naturali. La scelta delle immagini è volta a documentare l’evoluzione naturale del nostro pianeta, in contrapposizione alle trasformazioni che molti luoghi hanno subito artificialmente per l’intervento dell’uomo. Le immagini mostrano morfologie, colori, forme, frutto di milioni di anni di evoluzione. Approfondimenti scientifici e didattici della mostra saranno ospitati al Museo Civico di Storia Naturale, dal 27 febbraio al 4 maggio, e saranno dedicati soprattutto al mondo dei vulcani. “Questa mostra, inserita nel programma della manifestazione Infinitamente, interrompe la serie dei grandi storici della fotografia – ha detto il consigliere incaricato alla Cultura Antonia Pavesi – per avvicinarci alle meraviglie della terra e alle sorprese che, a dispetto della sua apparente staticità, ci regala attraverso i vulcani o le grandi pietre scolpite dal vento e dall’acqua. La sezione dedicata agli approfondimenti troverà il suo spazio ideale all’interno del museo di storia naturale, da sempre dedicato allo studio dei fenomeni del nostro pianeta”. Il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri è aperto da martedì a domenica dalle 10 alle 19. Il Museo Civico di Storia Naturale è aperto da lunedì a giovedì dalle 9 alle 17, sabato e domenica dalle 14 alle 18. Il costo del biglietto è di 5 euro per l’intero, 3 euro per il ridotto e 1 euro per scuole e ragazzi dagli 8 ai 14 anni.

Articolo di Roberto Bolis

Una volta nella vita. A Firenze

Tre documenti archivistici di Michelangelo; un disegno di Raffaello; l’atto di battesimo di Leonardo da Vinci e un altro testo che reca le sue postille; una lezione scritta di Galileo sull’Inferno di Dante; opere attribuite a Andrea Mantegna, Alessandro Allori e Giovanni Stradano; autografi di Girolamo Savonarola, Poliziano, Cosimo I de’ Medici, Joachim Winckelmann, Ugo Foscolo, Giuseppe Pelli Bencivenni, Giovanni Fabbroni, Pietro Vieusseux, Eugenio Barsanti, Vasco Pratolini, Eduardo De Filippo e Dino Campana, del Premio Nobel Eugenio Montale (presente anche con due inediti acquerelli).

Tutto questo, e molto altro, è possibile ammirare nella mostra che apre il programma di “Firenze 2014 Un anno ad arte” dal titolo Una volta nella vita. Tesori dagli archivi e dalle biblioteche di Firenze in programma fino al 27 aprile 2014 nella Sala Bianca di Palazzo Pitti.

Obiettivo dell’esposizione – che proporrà all’attenzione dei visitatori ben 133 pezzi tra documenti manoscritti, libri e disegni provenienti da 33 enti cittadini – è offrire a tutti l’opportunità “unica” di ammirare una selezione di gioielli cartacei conservati in alcuni dei principali “scrigni” culturali della città.

Tra questi non mancherà una selezione di inediti, sequenza di “mai visti” di carta che arrivano da vari archivi e biblioteche. Il primo riguarda Michelangelo Buonarroti ed è una paginetta recante alcuni Schizzi di blocchi di marmo con sagoma per una crocifissione, in pratica le istruzioni per “cavare” dalla montagna alcuni blocchi lapidei tra cui uno a forma di croce pronto per essere scolpito. Mostrato a Vienna nel 1997, il documento, custodito nell’Archivio della Fondazione Casa Buonarroti, in Italia non è mai stato esposto in pubblico.

Grazie a questa mostra, per la prima volta si potranno ammirare antichi manoscritti – tra cui un corale del XIII secolo – provenienti dagli archivi della Misericordia di Firenze, del Convento della Santissima Annunziata e dei Buonomini di San Martino, tre enti che non avevano mai effettuato prestiti prima di questa mostra.

E ancora: tra i documenti e i libri si segnalano il primo vocabolario della Crusca del 1612, l’edizione de Le  vite di Vasari del 1568, il primo numero di Topolino del 1932, un copialettere di Bianca Cappello, ben sette esemplari della Divina Commedia (tra cui una con le illustrazioni di Alessandro Botticelli), l’atto di concessione del re Luigi XI di Francia a Piero de’Medici per inserire i gigli di Francia nello stemma della dinastia toscana, la legge di Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena che nel 1786 abolì la pena di morte nel Granducato di Toscana, il Libro di Montaperti, il Testamento di Folco Portinari, il registro dell’Istituto degli Innocenti che riporta il nome della prima bimba abbandonata nella “pila” di pietra (Agata Smeralda), un papiro del IV-I secolo avanti Cristo.

A questa parata di meraviglie si aggiungono documenti e libri che arrivano da un archivio e da una biblioteca momentaneamente poco accessibili anche agli studiosi: l’Archivio dell’Accademia degli Immobili, che rappresenta la “memoria” documentaria del Teatro della Pergola, e la Biblioteca della Banca CR Firenze che dovrebbe tornare perfettamente funzionante alla fine del 2014 in via Bufalini.

Nell’ambito della mostra, l’Accademia dei Georgofili proporrà, tra i vari pezzi archivistici, anche un inedito disegno (degli anni Quaranta del Novecento per una pubblicazione per ragazzi) realizzato da Sergio Tofano, in arte Sto, mentre dalla Biblioteca degli Uffizi arriverà una delle numerose missive appartenenti al fondo delle cosiddette “Carte Fedi”, in cui figurano le tante lettere raccolte da Anna Franchi che riportano disegni e schizzi dei pittori macchiaioli più famosi, da Fattori, a Signorini, a Lega.

Com’è facile intuire, in qualche caso si tratta di vere e proprie icone del patrimonio fiorentino, e la scelta di esporle tutte insieme in una volta si lega alla volontà di recuperare il gusto ottocentesco di mostrare cimeli di grande valore, mentre per altri versi si è preferito dare spazio a “tesori” rappresentanti le sorgenti del sapere moderno e contemporaneo, così come a pezzi archivistici e librari d’innegabile curiosità.

Accolta sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica e promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, la Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze in collaborazione con la Soprintendenza Archivistica della Toscana, la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, il settore Biblioteche, Archivi, Istituti Culturali della Regione Toscana la mostra –  nata da un progetto sostenuto dalla Fondazione Florens per i beni culturali e ambientali – è curata, così come il catalogo edito da Sillabe, dallo studioso e storico Marco Ferri.

“Una volta nella vita. Tesori dagli archivi e dalle biblioteche di Firenze” in programma fino al 27 aprile 2014 nella Sala Bianca, Galleria Palatina, di Palazzo Pitti.

Articolo di Barbara Izzo

 

Carlo Saraceni a Palazzo Venezia

Rimarrà aperta fino al 2 marzo prossimo, la prima esposizione monografica antologica dedicata al grande pittore veneziano Carlo Saraceni (Venezia, 1579 ca. – 1620).

La mostra, frutto di anni di lavoro, è stata ideata da Rossella Vodret ed è curata da Maria Giulia Aurigemma con un comitato scientifico internazionale, costituito da studiosi dei principali musei e istituzioni mondiali, presieduto da Maurizio Calvesi. Il coordinamento generale è di Emanuela Settimi con il supporto organizzativo di Civita e Munus.

E’ la prima mostra monografica antologica sul veneziano Carlo Saraceni, attivo a Roma dal 1598 al 1619, quando torna a Venezia dove morirà nel giugno 1620.

La vasta produzione artistica del pittore, dalle grandi pale ai piccoli raffinati rami, si lega ai nomi dei principali committenti religiosi ed aristocratici del suo tempo, nonché ad importanti episodi artistici, ad esempio la decorazione ad affresco della Sala Regia al Quirinale, offrendo uno spaccato della cultura figurativa primosecentesca romana. La mostra intende mettere a fuoco sia l’evoluzione stilistica del pittore, il caravaggismo declinato in modo personale, i profondi paesaggi,  sia il vivace contesto in cui operò e di cui fu protagonista di fama e successo internazionale, indagando alcuni notevoli aspetti della sua cultura artistica.

Con alcuni quadri mai esposti prima e con i numerosi restauri compiuti negli ultimi anni e in gran parte finalizzati alla mostra si mette in luce la straordinaria qualità dello stile di colui che a Roma veniva chiamato tout court il Veneziano.

Orari: 9.00 – 19.00. Chiuso il lunedì. Biglietto Intero: 10,00 €

Articolo di Barbara Izzo e Arianna Diana

Universo Depero ad Aosta fino all’11 maggio

depero

Il Museo Archeologico Regionale di Aosta prosegue l’indagine sulle   avanguardie storiche del ‘900 (negli anni scorsi sono state realizzate due   grandi rassegne dedicate a Paul Klee e Wassily Kandinsky) focalizzando l’attenzione   su Fortunato Depero, una delle figure maggiormente significative del secolo   scorso che ha saputo proporre una visione dell’arte totale.
“Universo Depero”, a cura di   Alberto Fiz e Nicoletta Boschiero, rimarrà aperta sino all’11 maggio prossimo   ed è organizzata dall’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione autonoma   Valle d’Aosta in collaborazione con il Mart di Rovereto che ha assicurato il   prestito di una serie particolarmente significativa di opere, alcune mai   esposte prima d’ora, che spaziano dal 1910 alla fine degli anni Quaranta.

La mostra fa parte di un progetto teso alla   valorizzazione dell’artista, come confermano i tanti eventi internazionali   che lo coinvolgono tra cui Depero y la reconstruccion futurista del universo   proposta sino al 12 gennaio 2014 a La Pedrera di Barcellona, la grande   rassegna sul futurismo in programma al Guggenheim di New York dal 21 febbraio   al 1° settembre 2014 a cui farà seguito, in giugno, la personale Depero   futurista alla Fundacion Juan March di Madrid.

I prestiti del Mart sono arricchiti da testimonianze   significative provenienti da altre realtà museali fondazioni, gallerie e   musei aziendali come la Campari con cui si è sviluppato un lungo sodalizio   durato dal 1925 al 1939. Non manca, poi, un nucleo di testimonianze che fanno   parte della collezione personale dell’artista Ugo Nespolo che ha sempre   considerato Depero un suo fondamentale punto di riferimento.

Attivo per quarant’anni, Fortunato Depero è un   personaggio a tutto tondo che ha sfidato le convenzioni attraverso un   processo creativo in grado di spaziare dal teatro alla pubblicità; dal design   all’artigianato attraverso la sperimentazione di differenti tecniche, come   dimostrano le sue celebri tarsie di stoffe colorate, affermano i curatori   Alberto Fiz e Nicoletta Boschiero che ricordano come proprio Umberto   Boccioni, nel 1916, rimproverava amichevolmente a Depero di “osare troppo.

Nel celebre manifesto Ricostruzione futurista   dell’universo firmato da Giacomo Balla e Fortunato Depero nel marzo 1915 gli   intendimenti erano chiari: “Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo   realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo,   cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile,   all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli   equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo,   poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per   formare dei complessi plastici che metteremo in moto”.”
La mostra di Aosta affronta l’Universo Depero nelle sue differenti   declinazioni: sono esposte oltre 100 opere tra dipinti, arazzi, tarsie,   panciotti futuristi (il Panciotto di Tina Strumia proviene del museo   dell’Aeronautica Gianni Caproni di Trento), mobili, sculture, bozzetti,   progetti, libri (tra cui il celebre Libro imbullonato del 1927),   disegni e schizzi in un’esposizione che ripercorre l’iter creativo dell’artista   dai suoi esordi in ambito simbolista (la mostra si apre proprio con un’opera   simbolista come Il taglialegna del 1912) alla sua adesione al Futurismo   giungendo sino alle realizzazioni degli anni quaranta quando appare evidente   il recupero della tradizione e dell’arte popolare.
In una rassegna così concepita, non mancano le riflessioni sul teatro e la   danza (appaiono di particolare significato i progetti per I Balli Plastici   provenienti dal Mart, oltre allo storico dipinto Tarantella del 1918),   sulle tappe che hanno condotto nel 1919 alla nascita di Casa Depero, sull’esperienza   americana (qui nascono i progetti per Vanity Fair e Vogue),   così come sullo stretto legame con il mondo pubblicitario che per Depero ha   lo stesso valore della ricerca artistica indipendente, tanto che nel 1926   espone alla Biennale di Venezia una sua pubblicità per Campari, Squisito   al selz.

La rassegna è divisa in sette sezioni che delineano   le fasi salienti della sua esperienza artistica: 1) Esordi e Futurismo;   2) Clavel e il Teatro; 3) Casa del Mago; 4) Pubblicità;   5) Stile d’acciaio; 6) Scacchiere; 7) Rivisitazioni.
Come emerge con chiarezza, l’artista trentino si è imposto per la ricerca di   una nuova estetica in grado di sensibilizzare ogni aspetto dell’esistenza.   Non solo pittore e scultore di talento, ma anche scenografo, costumista,   pubblicitario, designer e maestro nelle arti applicate. Universo Depero,   insomma, affronta l’opera di un artista che ha saputo rinnovare il rapporto   arte-vita senza mai rinunciare alle implicazioni ludiche e ironiche.
Come ricorda Alberto Fiz, “non è azzardato affermare che Depero, attraverso   la sua Casa d’arte Futurista a Rovereto, una factory ante litteram,   abbia saputo anticipare di quasi mezzo secolo alcune tematiche proprie della   pop art e dell’indagine di Andy Warhol e di Alighiero Boetti”. Per realizzare   le tarsie, Depero, insieme alla moglie Rosetta, abile ricamatrice, decise di   assumere alcune collaboratrici che, sotto la guida dell’artista, diede vita a   composizioni in stoffa colorate che rappresentano un unicum nell’arte   del Novecento. Proprio alla figura di Rosetta è dedicata La casa magica,   una tarsia del 1920 esposta ad Aosta.

Depero compie una svolta radicale nella ricerca   pittorica e plastica futurista cogliendo la portata rivoluzionaria di un’indagine   che va oltre il quadro: “Rispetto ad una mostra di quadri, è più bello un   negozio scintillante; un ferro da stiro elettrico è più bello di una   scultura; la macchina per scrivere è più importante d’una tronfia   architettura”, ha scritto l’artista. Oltre al Futurismo, infatti, partecipa   all’esperienza del decò e prende parte ad alcune rassegne del movimento   Novecento. Nell’evoluzione della sua indagine creativa, l’universo di forme e   di colori va incontro a una fusione panteistica tra la componente meccanica e   la natura (a questo proposito, in mostra compaiono alcuni dipinti emblematici   degli anni venti come Proiezioni crepuscolari, Fulmine compositore, Il   legnaiolo, Alto paesaggio d’acciaio e Anacapri. Riesumazioni   alpine, quest’ultimo proveniente dal museo Magi ‘900 di Pieve di Cento)   in un percorso che comprende differenti soggetti come cavalli al galoppo,   automi metropolitani, ma anche casolari alpestri, rustici bevitori o   scultorei animali montani.

Tra le tarsie, accanto a La casa magica, va   ricordato il frammento di Modernità del 1925 che rappresenta l’unica parte   esistente del grande arazzo andato distrutto. L’opera, realizzata per l’Exposition   Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes di Parigi nel   1925, era stata lodata dallo stesso Marinetti che non esitò ad affermare: “Depero   audacemente in Modernità ha sconfinato e presentato nei finissimi   panni colorati, nella perfetta tecnica del mosaico cucito, una visione   macchinaria di treni, traversati da automobili in pazza corsa, su di una via   azzurra in fuga che si prolunga nel cielo e si fonda nella scia di un rosso   volante aeroplano”.”
Nell’ambito dell’allestimento, verrà proposta un’installazione con 100   maxibottiglie di Camparisoda realizzate nel 2012 in occasione degli ottanta   anni della Campari che riproducono in formato gigante la storica monodose   disegnata da Depero nel 1932.

Sarà proiettato, tra l’altro, Esplosioni di un   artista del 2008, il video che il regista Luciano Emmer, un anno prima   della sua scomparsa, ha voluto dedicare a Depero.

Una mostra, dunque, che consente di ripensare, in termini   nuovi, l’indagine di un artista che ha fatto dell’arte un’esperienza   destinata a modificare la percezione dello spettatore che si trova coinvolto   in spazi dove ogni dettaglio del proprio contesto ambientale e sociale viene   ripensato in maniera radicale.
L’esposizione è accompagnata da un catalogo monografico in italiano e   francese pubblicato da Silvana Editoriale con i saggi dei due curatori, i   testi selezionati di Depero, oltre agli interventi di Ugo Nespolo e   Alessandro Mendini.
“UNIVERSO DEPERO”

Aosta, Museo Archeologico   Regionale, Piazza Roncas 12, fino all’11 maggio 2014; dal martedì alla   domenica 10.00-18.00. Lunedì chiuso.
Ingresso € 5,00 intero, € 3,50 ridotto, gratuito per i minori di 18 anni e   per i maggiori di 65 anni.

Articolo di S. E.