‘900. Una Donazione

Presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Raffaele De Grada è stata inaugurata una mostra voluta dal Comune di San Gimignano e inserita nei percorsi turistici di “Toscana verso Expo 2015” con l’organizzazione di Opera – Civita Group. L’esposizione ‘900. Una donazione documenta una preziosa collezione di opere d’arte di celebri artisti del Novecento italiano – Valerio Adami, Massimo Campigli, Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Renato Guttuso, Mario Mafai, Ennio Morlotti, Fausto Pirandello, Mario Sironi, Ardengo Soffici – recentemente pervenuta alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano, che testimonia in particolar modo del gusto collezionistico medio-alto borghese fra anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso.

La donazione consta di tredici opere di rilevante valore artistico, che rappresentano stili peculiari degli autori, tra i massimi esponenti della pittura italiana del Novecento.

La collezione si deve alla munifica sensibilità ed al gusto collezionistico del suo appassionato donatore, Gianfranco Pacchiani (Firenze, 1923 – Roma, 2013), scrittore fiorentino vissuto a Roma.

Buona parte delle opere – di cui un gruppo risale agli anni ’30, un secondo agli anni ’50, per concludersi con un bel dipinto di Valerio Adami del 1979, eseguito a New York dall’artista al tempo del suo stretto dialogo con la Pop Art americana -, provengono dalla celebre Galleria romana di Giuseppe Zanini, abile caricaturista, amico di Federico Fellini e di molti tra i massimi artisti italiani del periodo, col quale Gianfranco Pacchiani intessé un fecondo rapporto di stima ed amicizia.

La donazione si aggiunge a quella della moglie di Gianfranco Pacchiani, Fiamma Pomponio, relativa ad un ampio corpo di opere d’arte dei secoli XIV-XX (maioliche, bronzi, sculture lignee), la quale arricchisce ulteriormente la già nutrita e poliedrica collezione di opere d’arte moderna e contemporanea presente all’interno dell’intero polo museale del Conservatorio di Santa Chiara, ospitante, oltre alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, anche il Museo Archeologico e la Spezieria di Santa Fina, e che sarà oggetto di un successivo progetto di valorizzazione espositiva da parte dei musei civici di San Gimignano.

La donazione si deve all’ideazione e all’intercessione del raffinato storico dell’arte Gabriele Borghini, sangimignanese a lungo vissuto a Roma – tra l’altro, già Soprintendente ai beni storici e artistici per le Province di Siena e Grosseto, nonché promotore e curatore di molteplici mostre e progetti culturali di grande respiro ed autore di numerosi volumi, cataloghi e contributi vari, anche in collaborazione con altri autorevoli storici dell’arte italiani, molti dei quali su artisti o contesti culturali di area senese e romana -, alla memoria del quale, non a caso, i coniugi Pacchiani hanno voluto dedicare la donazione familiare complessiva.

Il prezioso ruolo di Gabriele Borghini ed il suo stretto legame con San Gimignano, che ha contribuito nel corso degli anni ad un sensibile incremento del patrimonio storico artistico e ad una qualificata animazione delle attività culturali della città, saranno celebrati, in occasione dell’inaugurazione della mostra, con l’intitolazione allo storico dell’arte, da parte dell’Amministrazione Comunale, della sala principale delle esposizioni temporanee della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea.

La mostra non si limita a presentare i tredici dipinti oggetto della donazione, ma propone anche specifici apparati multimediali e didascalico-esplicativi in grado di introdurre i visitatori nel clima storico-artistico e nell’alveo biografico e cronologico nei quali è maturata la genesi delle opere e la vocazione creativa degli artisti, nell’ambito di un allestimento all’uopo accuratamente dedicato.

Le interessanti opere della raccolta oltre a testimoniare un pregevole spirito collezionistico, pur non formando un compendio pienamente esaustivo del panorama artistico italiano della prima metà del Novecento, permettono di tratteggiare la temperie culturale e le più salienti e innovative modalità e correnti espressive dell’arte figurativa del periodo.

L’intrinseco valore estetico e storico-artistico della mostra non esauriscono tuttavia il rilievo di questo progetto culturale, che, come molte altre analoghe precedenti iniziative della Galleria, non si propone come evento effimero legato unicamente alla temporaneità dell’esposizione, bensì anche come qualificato e prestigioso accrescimento patrimoniale della già considerevole collezione della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano.

 

‘900 – Una Donazione, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano, Via Folgore da San Gimignano, 11

Fino al 30 agosto 2015

Orari

Fino al 31 marzo         11:00 – 17:30

1 aprile/30 agosto 09.30 – 19:00

1 Gennaio 12.30 – 17.30

 

Salvatore La Spina

 

Steve McCurry. Oltre lo sguardo

Steve McCurry-ok

La prima rassegna italiana dedicata a Steve McCurry, allestita a Milano a Palazzo della Ragione nel 2009, ha offerto al grande pubblico la possibilità di scoprire la sua straordinaria produzione fotografica, ben oltre quella vera e propria icona che era già la ragazza afghana dagli occhi verdi, apparsa qualche anno prima sulla copertina di National Geographic. A quel primo appuntamento espositivo ne sono seguiti altri, in varie città italiane, che hanno ogni volta ampliato la conoscenza del suo vasto repertorio, messo in scena nei più diversi contesti con suggestivi allestimenti.

A cinque anni di distanza sono più di 500.000 i visitatori di quelle mostre; ma nel frattempo Steve McCurry ha vissuto una stagione particolarmente produttiva della sua ormai più che trentennale carriera di fotoreporter, con incarichi prestigiosi come il calendario Pirelli 2013 e il progetto The last roll realizzato con l’ultimo rullino prodotto da Kodak, ma soprattutto con lavori molto impegnativi che ha realizzato viaggiando nei luoghi del mondo che predilige, dall’India alla Birmania, dall’Afghanistan alla Cambogia, ma anche in Giappone, in Italia, in Brasile, in Africa, e continuando una ricerca iniziata negli anni 70 con il portfolio realizzato in India e poi con il primo importante reportage in Afghanistan.

Per questo, dopo aver accompagnato McCurry in un progetto espositivo di così lungo respiro, Civita e SudEst57 hanno deciso di realizzare una nuova mostra, per presentare il suo lavoro in una nuova prospettiva, che, a partire dai suoi inimitabili ritratti, si spinge “oltre lo sguardo”, alla ricerca di una dimensione quasi metafisica dello spazio e dell’umanità che lo attraversa o lo sospende con la sua assenza. Oltre le porte e le finestre, oltre le cortine e le sbarre, oltre il dolore e la paura. Tra linee di fuga e riflessi che si confondono con le architetture della Villa Reale in un suggestivo gioco di rimandi. La mostra si sviluppa a partire dai lavori più recenti di Steve McCurry e da una serie di scatti che sono legati a questa sorprendente ricerca, anche se non mancano alcune delle sue immagini più conosciute, a partire dal ritratto di Sharbat Gula, che è diventata una delle icone assolute della fotografia mondiale.

Oltre a presentare una inedita selezione della produzione fotografica di Steve McCurry, la rassegna intende raccontare l’avventura della sua vita e della sua professione, anche grazie ad una ricca documentazione e ad una serie di video costruiti intorno alle sue “massime”. Per seguire il filo rosso delle sue passioni, per conoscere la sua tecnica ma anche la sua voglia di condividere la prossimità con la sofferenza e talvolta con la guerra, con la gioia e con la sorpresa. Per capire il suo modo di conquistare la fiducia delle persone che fotografa: «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te».

Ad una nuova mostra non poteva che corrispondere un allestimento del tutto nuovo, progettato appositamente da Peter Bottazzi per accompagnare il visitatore nel mondo di McCurry e stabilire un dialogo con gli ambienti monumentali della Villa Reale appena restaurata e la decorazione neoclassica che li caratterizza.

Steve McCurry oltre lo sguardo” sarà a Villa Reale di Monza, Secondo Piano Nobile, fino al 6 aprile 2015 con circa 150 immagini di grande formato, con una audioguida a disposizione di tutti i visitatori e una serie di video nei quali, in prima persona, l’artista racconta le immagini esposte, i suoi viaggi e il suo modo di concepire la fotografia. Il percorso di visita si apre nel monumentale corridoio degli Appartamenti privati con una sorprendente galleria di ritratti e si sviluppa nelle sale del Secondo piano nobile, ciascuna delle quali è allestita intorno ad un tema iconografico, con un richiamo alla scenografia teatrale e all’istallazione di arte contemporanea.

In ogni scatto di Steve McCurry è racchiuso un complesso universo di esperienze ed emozioni. Per questo non è solo uno dei più grandi maestri della fotografia del nostro tempo, ma è un punto di riferimento per un larghissimo pubblico, soprattutto di giovani, che nelle sue fotografie riconoscono un modo di guardare il nostro tempo e, in un certo senso, “si riconoscono”.

La mostra, curata da Biba Giacchetti e Peter Bottazzi, è promossa da Nuova Villa Reale di Monza SPA, la società che ha realizzato i restauri del Corpo Centrale della Villa ed oggi ne è concessionaria in collaborazione con il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, istituito dalle Amministrazioni pubbliche e in particolare da MIBACT, Regione Lombardia, Comune di Milano, Comune di Monza e Confindustria Monza e Brianza.

STEVE McCURRY, oltre lo sguardo è organizzata e prodotta da Cultura Domani, la società costituita da Italiana Costruzioni e Civita per la gestione dei servizi di accoglienza e assistenza alla visita della Villa Reale.

La mostra si avvale dell’importante sostegno di Jacob Cohën e Lavazza, del supporto di Epson e della media partnership di Corriere della Sera e Lifegate.

La mostra è accessibile con il biglietto di ingresso del Secondo Piano Nobile con le sale da poco restaurate e del Belvedere, dove a breve sarà allestito lo spazio della Triennale.

Il biglietto comprende inoltre una audioguida della mostra a disposizione di tutti i visitatori.

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

Fiabe a Sarmede

SARMEDE

Le immagini della fantasia, Mostra Internazionale d’Illustrazione per l’Infanzia di Sàrmede, alla trentaduesima edizione, assume la fisionomia di un vero e proprio festival sempre più internazionale, dedicato a quanto di meglio, di più stimolate, innovativo offre il settore dell’illustrazione per bambini a livello planetario. Il programma di quest’anno evidenzia una effervescenza tutta particolare affiancando alla mostra tradizionale che dà il titolo stesso alla manifestazione, ovvero a le immagini della fantasia, altri importantissimi appuntamenti di rilievo con grandi protagonisti del settore. Fino al 18 gennaio 2015, Sàrmede si conferma come vero “Paese della Fiaba”, grazie ad un calendario fitto di laboratori creativi, incontri con autori, proiezioni, letture animate e tanti altri eventi. Nell’arco dell’intero anno, corsi estivi di illustrazione riservati ad adulti che intendono specializzarsi nel settore, corsi condotti dai grandi illustratori e che, in questi anni, hanno formato, con successo, decine di nuovi talenti internazionalmente riconosciuti dell’illustrazione. Poi l’itineranza che porta le mostre di Sarmede in altre città italiane e del mondo. Ma cominciamo da Le immagini della fantasia, che, come avviene da 32 anni, propone il meglio del meglio dell’editoria internazionale per l’infanzia. La peculiarità di questo progetto è di offrire uno sguardo sul mondo del libro illustrato unico nel suo genere, per varietà degli approfondimenti e della qualità estetica e letteraria dei contenuti proposti. È una gioia per gli occhi poter osservare, dal vero anziché solo sulle pagine stampate, le tecniche, le finezze stilistiche, le invenzioni che i grandi illustratori mettono in atto a favore dei loro giovanissimi lettori. La Casa della fantasia, dove è allestita la Mostra, propone un focus su “Trenta libri dal mondo” per conoscere i protagonisti del Panorama internazionale – libri pluripremiati, scrittori e illustratori –  a disposizione dei lettori, pubblicati in Italia e all’estero. Gli illustratori della 32° edizione: Jorge Gonzalez, Mariana Ruiz Johnson (ARGENTINA), Anton Van Hertbruggen (BELGIO), Yara Kono, Renato Moriconi (BRASILE), Cho Won hee, JooHee Yoon (COREA), Isabelle Arsenault, Delphine Chedru, Gaetan Doremus, Vanessa Hie, Magali Le Huche, Frederick Mansot (FRANCIA), Satoe Tone (GIAPPONE), Bhajju Shyam (INDIA), Nooshin Safakhoo (IRAN), Gianni De Conno, Marina Marcolin, Eva Montanari, Giulia Orecchia, Arianna Papini, Maurizio Quarello, Giovanna Ranaldi, Giulia Sagramola (ITALIA), Andre Letria (PORTOGALLO), Jesse Hodgson (REGNO UNITO), Emilio Urberuaga (SPAGNA), Erin E. Stead (STATI UNITI), Piet Grobler (SUD AFRICA), Adrienne Barman (SVIZZERA). La mostra personale dedicata all’Ospite d’onore, quest’anno vede protagonista Giovanni Manna. “Il suo lavoro di illustrazione sembra essere soggetto ad un duplice destino. Da vent’anni, spaziando fra fiabe, grandi classici della letteratura, testi sacri, riscritture di miti e leggende, l’illustratore crea universi visivi che il lettore accoglie nella loro assoluta e purissima semplicità: pagine chiarissime e terse attraversate dall’acquerello di Manna, che vanno incontro a chi guarda, camminano verso lo spettatore, in quella che potremo definire come una costante ricerca di leggibilità e immediatezza. Esattamente nello stesso momento però le tavole di Manna vibrano di eco distanti, difficili da captare tutte e da comprendere. Sono illustrazioni lontane dal clamore e dalla velocità della civiltà – e dell’editoria – contemporanea; è un disegnare che presuppone e restituisce un senso del tempo (quello del farsi dell’immagine – ovvero quello tecnico – quello interno della narrazione e quello esterno della lettura) dilatato, dai confini molto fluidi e permeabili. Questa nozione di tempo porta con sé il senso dell’eredità del passato e di una molteplice schiera di precedenti iconografici fra i quali Manna traccia costantemente legami, riannoda fili”, racconta Ilaria Tontardini nel catalogo della 32° edizione. Un altro, fortunatissimo, filone delle proposte di Sarmede riguarda la scelta, anno dopo anno, di un’area geografica, estesa o più limitata, nella quale si siano sviluppati nuclei autonomi di fiabe. La scelta quest’anno è caduta sulla Scozia, terra di castelli sulle scogliere, di misteri, di mostri e folletti. Il progetto è per molti versi particolare. Sia perché frutto della collaborazione con alcune prestigiose istituzioni culturali scozzesi, sia per la partecipazione della notissima e attivissima autrice scozzese Vivian French (pubblicati oltre 200 libri illustrati) e infine perché la collana editoriale Le immagini della fantasia nata dalla collaborazione con la Franco Cosimo Panini raggiunge con Il Canto delle Scogliere, fiabe e leggende dalla Scozia il suo decimo volume su fiabe tradizionali scozzesi trascritte da Luigi Dal Cin e con l’art director di Monica Monachesi. Evento a se è l’omaggio a due grandi dell’illustrazione, Stepan Zavrel, fondatore della Mostra di Sarmede, e Emanuele Luzzati uniti da La Gazza Ladra. Il capolavoro dell’animazione italiana di Giulio Gianini e Emanuele Luzzati, nato nel 1964 su musica di Rossini, festeggia i suoi cinquant’anni e la Gazza Ladra danza nella Casa della fantasia dopo essere stata al Museo del Cinema di Torino. “Coadiuvati da un giovane Stepan Zavrel, per il quale questa esperienza fu un ricordo indelebile e fonte di ispirazione per i suoi lavori futuri, e con il quale Gianini e Luzzati strinsero una duratura amicizia”,” racconta Carla Rezza Gianini, “realizzarono un’opera da funamboli, in cui seguiamo incantati le evoluzioni spettacolari di un piccolo uccello nero, attraverso il quale gli autori svelano il loro animo, affermando il valore della libertà e della giustizia. Gianini e Luzzati consideravano La Gazza Ladra la loro opera più riuscita: a guardarla e riguardarla non riuscivano a trovarle difetti. D’altro canto, come dargli torto? Basta assistere a una sola proiezione per rendersi conto di essere di fronte a un’opera d’arte totale, in un crescendo di gioia per gli occhi e per la mente”. In mostra i rodovetri della danza della Gazza Ladra restaurati dall’illustratrice Antonella Abbatiello. Sempre a Sàrmede sarà presentato Il ladro di colori, un capolavoro di Mafra Gagliardi e Stepan Zavrel del 1972 fino ad oggi edito solo in lingua giapponese fresco di stampa per Bohem Press Italia. Per tutta la durata della mostra un ricco programma di incontri con illustratori e autori che presentano libri e parlano di come si racconta con le illustrazioni e con le parole; inoltre travolgenti letture animate per abbandonarsi all’ascolto di storie sempre nuove, e poi laboratori, musica, tour tra gli affreschi, corsi d’illustrazione specializzati e laboratori per adulti, nella Casa della fantasia. Con Antonella Abbatiello e Carla Rezza Gianini, Giacomo Bizzai, Ass. Maga Camaja, Luigi Dal Cin, Eleonora Cumer, Else – Edizioni Libri Serigrafici e altro, Marta Farina, Svjetlan Junakovic, , Marina Marcolin, Giovanni Manna, Octavia Monaco, Dino Maraga e Mary Dal Cin, Monica Monachesi, Eva Montanari Arianna Papini, Marco Paschetta, Giulia Sagramola, Marco Soma, Giovanna Ranaldi, Ilaria Tontardini, Marina Marcolin e Silvia Vecchini. Nella Casa della fantasia ogni venerdì appuntamento radiofonico con Radio Magica, la prima radio-biblioteca online, con le letture dal libro Il Canto delle Scogliere, fiabe dalla Scozia. Le immagini della fantasia 32 Casa della fantasia Via Marconi, 2 – 31026 Sàrmede, Treviso Orari: feriali (dal lun. al ven.) 9.00 – 17.00; festivi e prefestivi 10.00 – 21.30; dal 26.12.2014 al 04.01.2015: ore 10.30 – 19.00

S.E.

 

 

 

 

 

Felice Casorati alla Fondazione Ferrero

CasoratiLa Fondazione Ferrero di Alba e la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Piemonte, rendono omaggio a Felice Casorati (1883-1963) con un’ampia antologica alla Fondazione Ferrero, ad Alba, fino al primo febbraio 2015. “Felice Casorati. Collezioni e mostre tra Europa e Americhe”, curata da Giorgina Bertolino, coautrice del Catalogo Generale dei dipinti dell’artista – è una personale dedicata alla ricerca, alla storia pubblica e alla ricezione internazionale della pittura casoratiana, dagli anni Dieci agli anni Cinquanta del Novecento. Quaranta dei sessantacinque dipinti presenti nelle sale della Fondazione provengono da musei e istituzioni nazionali e internazionali. Alcuni, acquisiti e partiti dall’Italia nei primi decenni del Novecento, rappresentano per il pubblico di oggi dei veri e propri inediti espositivi. Tra i musei prestatori italiani, la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il Museo del Novecento di Milano, la Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro di Venezia, il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, depositario della Collezione VAF-Stiftung, la RAI-Radiotelevisione Italiana. Tra i musei prestatori in Europa, la Nationalgalerie di Berlino e il Centre Pompidou di Parigi; negli Stati Uniti, il Detroit Institute of Arts e il Museum of Fine Arts di Boston; in Brasile, il Museu de Arte Contemporânea da Universidade de São Paulo. La collaborazione della GAM di Torino, depositaria della più ampia collezione pubblica di opere di Felice Casorati, conferma l’impostazione scientifica del progetto, avvalorato dal Comitato scientifico. «La mia pittura accolta con tanta severità in patria, trovò all’estero consensi cordiali, talvolta entusiasti. Moltissime le riviste che mi dedicarono articoli. Fui invitato ad allestire mostre personali in Germania, in Belgio, in America, in Francia e persino in Russia. Le Gallerie d’Europa e d’America ospitarono fin troppo volentieri i miei quadri». Con queste parole, nel 1943, Felice Casorati raccontava nell’Aula Magna dell’Università di Pisa, la sua vicenda artistica oltre confine. La mostra “Felice Casorati. Collezioni e mostre tra Europa e Americhe” raccoglie un nucleo di opere filologicamente coerenti rispetto alla provenienza e alla storia delle mostre, con dipinti appartenenti a collezioni museali e private, acquisiti o esposti all’estero e nelle sale della Biennale di Venezia, la grande rassegna investita nel secolo scorso della funzione di Società delle Nazioni dell’arte. Le opere sono state individuate tra quelle che Casorati stesso, durante la sua lunga carriera artistica (iniziata nel 1907 e conclusa con la scomparsa nel 1963), scelse di presentare nei contesti espositivi internazionali. Celebrato come uno dei maestri dell’arte italiana del Novecento, Felice Casorati fu protagonista di quel rinnovamento del linguaggio artistico che ebbe nelle Biennali di Venezia e nelle sedi del circuito espositivo europeo e americano uno spazio di scambio e di confronto. Partecipò a importanti rassegne celebrative tra le quali, nel 1910, le Esposizioni per il Centenario argentino di Buenos Aires e per il Centenario dell’Indipendenza di Santiago del Cile; le Esposizioni universali di Barcellona nel 1929 e di Bruxelles nel 1935; l’Esposizione Internazionale di Parigi nel 1937. Presente a numerose mostre dedicate all’arte italiana contemporanea, alle mostre itineranti del movimento artistico Novecento (a Ginevra nel 1929, in America latina nel 1930, a Stoccolma e a Helsinki nel 1931), e nel dopoguerra, alla Documenta di Kassel (dove fu invitato per la prima edizione del 1955), l’artista concorse a prestigiosi premi come quello promosso dal Carnegie Institute di Pittsburgh, dove fu presente dal 1924 al 1939 e poi nel 1950, e per il quale fu membro della giuria nel 1927. L’antologica si prefigge di analizzare questa composita mappa espositiva, assumendo le Biennali veneziane come punto privilegiato d’osservazione. Sono dodici le edizioni documentate nelle sale della Fondazione, attraverso singole opere (1907, 1910, 1912) o attraverso nuclei cospicui (ciascuno di cinque, sette dipinti) che consentiranno di ricostruire la partecipazione dell’artista alla mostra del 1924, del 1938, del 1942, del 1952, sino alla postuma del 1964. La mostra è introdotta dal Ritratto della sorella Elvira, con cui Felice Casorati esordì alla Biennale di Venezia del 1907, avviando la sua prima stagione pittorica, caratterizzata da quadri con figura che, secondo canoni ancora naturalistici, declinano il tema delle età femminili: Le vecchie comari del 1908 (Galleria d’Arte Moderna Achille Forti, Verona), inviato due anni dopo a Santiago del Cile, Le ereditiere (MART, Rovereto, Collezione VAF-Stiftung), esposto alla Biennale veneziana del 1910, Bambina su un tappeto rosso (Museum voor Schone Kunsten, Gent) presentato nell’edizione del 1912 dove fu acquistato dal governo belga. Accanto ad alcuni dei più celebri capolavori, Ritratto di Maria Anna De Lisi (1918), Tiro al bersaglio (1919), Le uova sul cassettone (1920), la mostra rintraccia l’itinerario di scelte compiute dall’artista sul versante interno della pittura e su quello della sua presentazione ufficiale. Ne emerge un Casorati che nelle occasioni importanti privilegia il ritratto. In mostra la ricorsività del genere sarà sottolineata da una vera e propria “galleria di ritratti”: quelli dedicati alla moglie Daphne Maugham, al mecenate Riccardo Gualino e ai suoi familiari, al pianista e compositore Alfredo Casella, alla danzatrice russa Raja Markmann, a Hena Rigotti, all’ingegner Gino Beria, ai coniugi tedeschi Kurt ed Elisabetta Wolff (il cui ritratto giungerà dalla Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera), al pittore e allievo Riccardo Chicco (in prestito dal Museum of Fine Arts di Boston). Familiari, amici, intellettuali, artisti, fanno parte dell’ambiente culturale e cosmopolita che l’artista frequenta lungo tutti gli anni Venti. Felice Casorati. Collezioni e mostre tra Europa e Americhe offre un’occasione unica per ammirare, una accanto all’altra, opere straordinarie normalmente distanti. È il caso della Madre (Neue Nationalgalerie degli Staatliche Museen di Berlino), esposta alla XIV Biennale di Venezia del 1924, che il pubblico vedrà insieme ad alcune delle opere che l’artista decise di presentare allora: Manichini (Museo del Novecento, Milano), il Ritratto di Hena Rigotti (GAM, Torino), il Concerto (RAI, Torino) e i tre Ritratti Gualino, nuovamente riuniti a trent’anni dalla mostra Dagli ori antichi agli anni Venti che li presentò a Torino nel 1982. Il Ritratto del Maestro Alfredo Casella del 1926, il Ritratto dell’ingegner Gino Beria del 1925-1926 (GAM, Torino) documentano la partecipazione di Casorati al circuito espositivo internazionale della seconda metà degli anni Venti, mentre Ospedale (GNAM, Roma), Gli scolari (Galleria d’Arte Moderna E. Restivo, Palermo) e Beethoven (MART, Rovereto, Collezione VAF-Stiftung), ricostruiscono parte dell’insieme presentato alla Biennale di Venezia del 1928. Tra le opere esposte nell’edizione del 1930 il Ritratto di fanciulla (Galleria d’Arte Moderna, Genova) e in quella del 1934, Pomodori dello Szépmuvészeti Múzeum di Budapest. La sezione delle opere degli anni Trenta si apre con la Venere bionda del 1933 (Centre Pompidou, Parigi). Esposta nel 1937 nel Padiglione italiano dell’Exposition internationale di Parigi e acquisita dallo Stato francese nel 1938, la tela fu richiesta in prestito nel 1952 per la sala alla Biennale di Venezia che lo stesso Casorati concepì per antologizzare la propria storia pittorica. I prestiti del Detroit Institute of Arts consentiranno di vedere per la prima volta in Italia il Ritratto di mia moglie, esposto al Premio Carnegie nel 1933 e nel 1936, e Icaro, presentato nell’edizione del 1939. L’importante nucleo di quattro dipinti appartenenti al Museu de Arte Contemporânea da Universidade de São Paulo documenteranno il decennio successivo, registrando al contempo l’esemplare vicenda collezionistica di Francisco Matarazzo Sobrinho, imprenditore e mecenate italo-brasiliano. Alla GAM di Torino appartiene anche la serie di fogli dell’album che raccolgono i minuscoli disegni progettuali con cui Casorati era solito tracciare, con pochi segni essenziali, le idee e le varianti dei suoi futuri dipinti. In questi formati di pochi centimetri, allestiti in un’apposita sezione, il visitatore potrà riconoscere numerose delle opere disposte sulle pareti della mostra. La mostra avrà tra i suoi destinatari sia gli studiosi sia il grande pubblico, accolti negli spazi della Fondazione Ferrero da un articolato programma di visite, incontri e approfondimenti, dalla proiezione di un documentario prodotto ad hoc e dalle attività educative destinate alle scuole, progettate dalla Fondazione in collaborazione con il Dipartimento Educazione della GAM, Torino. Felice Casorati. Collezioni e mostre tra Europa e Americhe è fondata su una approfondita ricerca iniziata nella primavera del 2013. Gli esiti della ricerca sono nel catalogo, curato da Giorgina Bertolino ed edito da Silvana Editoriale. Nel periodo di apertura dell’esposizione allestita ad Alba, la GAM di Torino presenterà una selezione di disegni di Felice Casorati, provenienti dal Gabinetto Disegni e Stampe del museo. Organizzata nella Wunderkammer, la mostra “Felice Casorati. Il pensiero assorto” è curata dal vice-direttore Riccardo Passoni e sarà aperta fino al 1 febbraio 2015.

S.E.

Roberto Floreani e la sua “Città Ideale”

Palazzo della Gran Guardia di Verona, dopo le mostre dedicate a Paolo Veronese, a Monet e alla Collezione Panza di Biumo, ospita nel piano nobile Roberto Floreani (Venezia, 1956) con suo nuovo progetto titolato La Città ideale (dal 23 novembre 2014 al 31 gennaio 2015). L’invito che il Comune di Verona ha voluto rivolgere a Floreani costituisce un importante riconoscimento alla carriera ultratrentennale di un artista, a ragione considerato uno dei più maturi e convincenti della sua generazione.

La mostra veronese viene dopo oltre sessanta personali tenute dall’artista in Italia e all’estero, di cui sedici realizzate, negli ultimi vent’anni, in spazi pubblici e museali, tra le quali, oltre a quella al Padiglione Italia della Biennale di Venezia nel 2009 e la partecipazione alla Quadriennale di Roma nel 2005, quella alle “Stelline” di Milano nel ‘99; ai Musei di Stato di San Marino nel 2001; al Museo Revoltella di Trieste nel 2003; in Germania, ad Aschaffenburg e Gelsenkirchen e alla Mestna Galerija di Lubiana nel 2007; al MaGa di Gallarate nel 2011; al Centro Internazionale di Palazzo Te nel 2013.

L’imponente spazio espositivo accoglierà un progetto di pittura appositamente realizzato da Floreani site specific, caratterizzato da una grande installazione composta da oltre sessanta opere su tela e integrato dalla novità della presenza di una decina di sculture, che saranno posizionate a semicerchio nel salone centrale. Completerà la mostra, nelle altre quattro sale, un’ampia antologica con altre trenta opere selezionate, anche di grande formato. Nel suo complesso quindi, con le oltre cento opere esposte, la mostra alla Gran Guardia è la più importante esposizione personale realizzata da Floreani fino ad oggi.

Le tematiche della mostra riguarderanno l’evoluzione della presenza tematica del Concentrico, autentica “sigla” espressiva dell’artista, abbinato ad una nuova ricerca sul pattern geometrico e sulle tonalità cromatiche (con un importante inserimento del blu Klein), che evocano anche suggestioni legate all’Oriente delle arti marziali, praticate dall’artista da quasi cinquant’anni.

Il progetto La Città ideale prende lo spunto dalla celeberrima opera rinascimentale conservata nel museo di Urbino e considerata l’immagine dell’utopia e della perfezione. In questa scelta, appare evidente l’intenzione da parte di Floreani di ribadire la centralità della pittura nell’ambito del contemporaneo, la sua continuità storica, il superamento degli stili, l’importanza della tecnica, la rilevanza espressiva riferibile alla Bellezza, alla Misura e alla possibilità che l’opera d’arte possa contenere anche un messaggio di natura spirituale. Quest’ultimo aspetto in particolare, suscita, da anni, grande interesse da parte dell’artista che, attivo nell’ambito della ricerca astratta dal 1981, intende attualizzare le tematiche espresse dallo “Spirituale nell’Arte” di Kandinskj, già nel 1912, riprese poi dai Sublime Optics di Josef Albers, fino alla sacralità cromatica di Ettore Spalletti riconducibile al medesimo ambito tematico.

Completerà il progetto la pubblicazione di una monografia, arricchita da un’estesa antologia critica dedicata all’artista in questi ultimi anni.

 

 

Franco Fontana. Full Color

È aperta a Roma la prima grande retrospettiva di Franco Fontana, 130 fotografie che raccontano la sua lunghissima storia di fotografo conosciuto in tutto il mondo.

Dopo il successo ottenuto a Venezia, dove la mostra è stata realizzata dalla Casa dei Tre Oci, l’esposizione è a Roma, a Palazzo Incontro (Via dei Prefetti, 22), fino all’11 gennaio 2015.

Colori accesi, brillanti, talmente vibranti da apparire irreali.

Composizioni ritmate da linee e piani sovrapposti, geometrie costruite sulla luce. Paesaggi iperreali, più veri del vero, surreali, sospesi, spesso impossibili. Proporzioni ingannevoli in cui non c’è spazio per l’uomo.

Figure umane svelate in negativo, sublimate in ombre lunghe. Presenza e assenza contemporaneamente. Corpi come paesaggi, e pianure e colline dai contorni antropomorfi.

Questi sono i tratti distintivi che rimandano immediatamente ed in modo inequivocabile al linguaggio visivo di Franco Fontana.

Suddivisa in diverse sezioni tematiche, la mostra propone i paesaggi degli esordi (anni ‘60) passando per le diverse ricerche dedicate ai paesaggi urbani, le piscine e il mare.

Nato nel 1933 a Modena, città dove si riscontra già dall’inizio del Novecento una tradizione fotografica piuttosto radicata, Franco Fontana si avvicina alla fotografia nei primi anni Sessanta, secondo un percorso comune a molti della sua generazione, ossia dall’esperienza della fotografia amatoriale, ma in una città che è culturalmente molto attiva, animata da un gruppo di artisti di matrice concettuale, seppure ancora agli esordi, tra cui vi sono Franco Vaccari, Claudio Parmeggiani, Luigi Ghirri e Franco Guerzoni.

Il lavoro di Franco Fontana condivide con questa corrente il bisogno di rinnovamento e di messa in discussione dei codici di rappresentazione ereditati, in campo fotografico, dal Neorealismo, ma pone particolare attenzione e cura anche agli esiti visivi e alla componente estetica. Nel 1963 avviene il suo esordio internazionale, alla 3a Biennale Internazionale del Colore di Vienna.

Nelle fotografie di questo primo periodo si vedono in nuce alcuni di quelli che diverranno i suoi tratti distintivi. Soprattutto, c’è una scelta di campo decisamente controcorrente rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi: è stato tra i primi in Italia a schierarsi con tanta convinzione e fermezza in favore del colore rendendolo protagonista, non come mezzo ma come messaggio, non come fatto accidentale, ma come attore. È attratto dalla superficie materica del tessuto urbano, da porzioni di muri, stratificazioni della storia, dettagli di vita scolpiti dalla luce. Come fosse un ritrattista, Fontana mette in posa il paesaggio.

Il suo occhio fotografico ne sceglie il lato migliore con la consapevolezza che la fotografia, con il suo tempo di posa, gli obiettivi e i diaframmi, vede il mondo diversamente dall’occhio umano.

Nel 1970 Franco Fontana scatta un’immagine-simbolo del suo repertorio, a Baia delle Zagare, in Puglia: una composizione pulita, ritmata da fasce di colore, giocata su pochi toni cromatici, essenziale, sintetica, che sarà impiegata per una campagna del Ministero della Cultura Francese. “Questa foto rappresenta il mio modo di intendere la fotografia”, afferma Fontana. “Io credo infatti che questa non debba documentare la realtà, ma interpretarla. La realtà ce l’abbiamo tutti intorno, ma è chi fa la foto che decide cosa vuole esprimere. La realtà è un po’ come un blocco di marmo. Ci puoi tirar fuori un posacenere o la Pietà di Michelangelo.”

Nel 1979 intraprende il primo di una lunga serie di viaggi negli Stati Uniti: Fontana non approda a nessuna rivelazione, bensì applica il suo codice linguistico, ormai consolidato, a un ambiente urbano altro, rispetto alla sua Modena, ma non per questo alieno o incomprensibile.

Qualche anno dopo, nel 1984, inizia la serie Piscine: porzioni di sinuosi corpi di donna (e a volte d’uomo), esaltate da colori squillanti, in uno spazio conchiuso, sospeso, di cui spesso non vediamo i confini. Nel 2000 inizia la serie dei Paesaggi Immaginari, in cui la prevalenza dell’invenzione sul reale arriva ai massimi livelli, rendendo chiaramente manifesto il sottile inganno teorico sotteso alla produzione precedente. In questo caso, il fotografo, che non disdegna la tecnologia digitale, riafferma la propria libertà interpretativa della realtà tramite l’immaginazione.

La sua lunga carriera è costellata di riconoscimenti, premi e onorificenze in tutto il mondo; sono più di quattrocento le mostre in cui sono state esposte le sue fotografie e più di quaranta i volumi pubblicati.

Orari

Dal martedì alla domenica 11.00 – 19.00 (la biglietteria chiude alle 18.30)

24 e 31 dicembre 11.00 – 16.30 (la biglietteria chiude alle 16.00)

(La mostra resterà aperta anche venerdì 26 dicembre e martedì 6 gennaio)

Chiuso il lunedì, il 25 dicembre e il 1° gennaio.

Aperture straordinarie: lunedì 8 dicembre; lunedì 15 dicembre; lunedì 22 dicembre; lunedì 5 gennaio.

 

Barbara Izzo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

San Sebastiano. Bellezza e integrità nell’arte tra ‘400 e ‘600

 
È aperta presso il Castello di Miradolo, la grande mostra dedicata a San Sebastiano curata da Vittorio Sgarbi. A proporre la mostra-evento è la Fondazione Cosso, presieduta da Maria Luisa Cosso, nell’affascinante cornice del Castello di Miradolo, a pochi chilometri da Torino. Il Castello è un maniero neo gotico, da poco restaurato, immerso in uno dei più lussureggianti parchi romantici del Piemonte, ai piedi delle colline di Pinerolo, all’imbocco della Val Chisone e della Val Pellice. Per l’occasione della mostra al Castello di Miradolo, Vittorio Sgarbi e Antonio D’Amico hanno selezionato circa quaranta capolavori, dal Rinascimento al Seicento inoltrato, secoli in cui la storia dell’arte ci ha offerto grandi e straordinari capolavori. Il percorso prende avvio con Andrea della Robbia che modella l’anatomia del giovane Sebastiano con grande raffinatezza, levigando le membra con la terracotta invetriata. Si prosegue con uno sguardo nella Venezia del Quattrocento, dove Carlo Crivelli interpreta con grande suggestione, tra la laguna e le Marche, la figura di un giovanetto nudo e invaso dalle frecce. Sul suo viso compare la smorfia: è l’uomo del Rinascimento con le sue passioni e le sue aspettative sul mondo e nel futuro. Ludovico Carracci interpreta il secolo della grande Riforma Cattolica mostrandoci un atleta gentile che cita passi di danza e si muove leggiadro nei meandri della fede. Lo splendido paesaggio è la scena suggestiva che ospita la Vergine col Bambino e uno statuario Sebastiano, dipinto da Paris Bordon, che ci guarda e assiste silenzioso al mistico dialogo. Compagno ideale è il solitario e meditabondo San Sebastiano di Tiziano che proviene da una importante collezione privata americana e che giunge in Italia per la seconda volta. Il Seicento si apre con l’accesa armonia dei colori e le audaci forme che in Rubens, che da Anversa giunge in Italia, tra Mantova e Roma, trovano un risvolto leggiadro, suadente e delicato: il Rubens della Galleria Corsini di Roma esce dalla stanza dell’Alcova di Palazzo Corsini alla Lungara per la prima volta dopo tanti anni. Pittura tattile è quella del Seicento che mette in campo gli affetti con un inedito Guercino, di recente scoperto e custodito in una collezione privata americana e con l’altro, compagno ardito, della Galleria Nazionale delle Marche. L’aspetto della devozione è sublimata con Guido Reni che lega il bel Sebastiano a un albero in un’atmosfera calda, serale, intima, pregna di una Bologna in cui i dettami del Concilio di Trento, applicati dal Cardinale Gabriele Paleotti, sono ancora nevralgici e di forte attrazione e rispetto per gli artisti. L’ondata caravaggesca, poi, tocca un inedito culmine con un dipinto eccezionalmente dato in prestito dal Cardinale di Milano, che, appositamente studiato per la mostra, rivela accenti nordici con una straordinaria verità nel volto e nella posa dell’uomo “santo”. Gli echi caravaggeschi, poi, mostrano la passione con Ribera e l’ardita partecipazione al martirio con Nicolas Regnier e con l’affascinante Mattias Stomer dei Gerolamini di Napoli; accezioni preziose del caravaggismo internazionale. La narrazione ideale, di coinvolgimento emotivo, trova due capisaldi nel Mattia Preti di Capodimonte e nei Luca Giordano che cavalcano il Seicento e aprono il secolo successivo lasciandosi alla spalle la pittura di verità e la ritualità del vero. La mostra offre un excursus dentro quasi tre secoli, operando affascinanti confronti sul soggetto: il medesimo artista che adotta differenti soluzioni formali, pose e ambientazioni in anni ravvicinati letti da artisti diversi, materiali differenti e modellati per capirne cambiamenti e intenti devozionali e di fama della figura del santo da nord a sud. Un percorso che dalla seconda metà del Quattrocento giunge agli albori del Settecento, contemplando assoluti capolavori.

S.E.

 

 

Luci sul ‘900

A cento anni dalla sua fondazione la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti espone e racconta le sue collezioni del ‘900: “secolo di fervore innovativo, di strappi culturali (e non solo), di tragedie e di ricostruzioni, un secolo che nelle arti ha indirizzato una contemporaneità, la nostra del XXI secolo, profondamente modellata da quelle esperienze ereditate”(Cristina Acidini).

Per celebrare il centenario della sua fondazione la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti ha voluto dedicare una mostra alle collezioni novecentesche possedute dal museo.

Infatti, nonostante la Galleria d’arte moderna sia nota soprattutto per essere il museo che vanta la più vasta e importante, storicamente e qualitativamente, collezione di dipinti macchiaioli al mondo, è probabile che non tutti conoscano l’interessante raccolta di opere novecentesche fino ad oggi relegata nei depositi.

L’esposizione tende quindi ad attrarre l’attenzione su questo museo nel museo, fino ad ora sommerso per insufficienza di spazi espositivi: “sono come le luci di un faro quelle che (…) si accendono e spengono sulle collezioni di questo museo: una sorta di percorso a corrente alternata che consente di poter far vedere le più significative selezioni di tutto il patrimonio (….)” (Simonella Condemi).

Racconteremo proprio attraverso questa mostra, grazie al suo taglio storicistico, i tempi e i modi che caratterizzarono le acquisizioni delle opere in Galleria così da evidenziare, attraverso le scelte operate nel corso dei decenni del secolo scorso, i fermenti culturali della Firenze di quel tempo.

Ma è più di una mostra, è la prova per un percorso museale di capolavori per lo più inediti del secolo scorso, che speriamo possano finalmente trovare, a conclusione dell’esposizione, una collocazione stabile nelle ultime sale di facciata della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti. Come del resto è accaduto per le collezioni novecentesche del Comune di Firenze che con il nuovo Museo Novecento hanno trovato recentemente i loro spazi espositivi nel complesso delle Leopoldine.

Fu l’importante Legato al museo voluto nel 1896 dal critico Diego Martelli, sodale del movimento macchiaiolo, ad evidenziare la necessità che anche a Firenze, come già a Roma e Venezia, vi fosse una Galleria che presentasse al pubblico le proposte dell’arte moderna. La raccolta di opere di importanti esponenti dell’arte ottocentesca toscana, soprattutto macchiaiola, doveva quindi trovare degna collocazione in un percorso che comprendesse anche le novità delle correnti contemporanee.

Nel marzo del 1913 nelle sette sale della Galleria dell’Accademia di Firenze, il Direttore generale del Ministero, Arduino Colasanti inaugurava una prima modesta sezione degli spazi museali dedicati all’arte moderna che undici anni dopo, nel giugno 1924, sarebbe approdata a Palazzo Pitti nell’attuale sede. Le diverse provenienze delle opere che allora la componevano, consistenti soprattutto nei premi Accademici e nelle raccolte lorenesi e sabaude, erano già in grado di illustrare criticamente la lunga e complessa storia verso la fondazione museale; si trattò di fasi storiche che precedettero e prepararono la successiva stagione culminata con la Convenzione tra Stato e Comune di Firenze stipulata nel giugno 1914; rimaneva però ancora da individuare uno spazio espositivo adeguato ad una collezione in continua crescita.

Le donazioni di opere accolte, oltre agli acquisti allora effettuati finalizzati fin dall’inizio a comporre il percorso del futuro museo ci permettono di comprendere i criteri di scelta che vennero adottati da quella Commissione, tuttora vigente, che era stata istituita e giuridicamente prevista dalla Convenzione con l’incarico di accrescere, secondo precise indicazioni critiche, il patrimonio del museo.

Gli allestimenti e le scelte

Nella selezione delle opere esposte sono state scelte quelle dei principali interpreti della cultura figurativa italiana del ‘900: Felice Carena, Felice Casorati, Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Gino Severini, Giuseppe Capogrossi, Guido Peyron, Ottone Rosai, che si alternano a quelle, prevalenti per quantità, degli esponenti del gruppo del “Novecento toscano” di Baccio Maria Bacci, Giovanni Colacicchi e degli altri sodali, vicini al clima della rivista Solaria ed al ritrovo canonico della cultura fiorentina, il caffè delle “Giubbe Rosse”, che resero la città negli anni Venti un fertile centro di incontro dei migliori artisti ed intellettuali italiani.

In mostra le opere acquistate alle varie edizioni delle Biennali veneziane tra il 1925 ed il 1945, alla Quadriennale Romana del 1935, e quelle, molto più numerose, comprate in sede locale presso la Società di Belle Arti di Firenze, ma soprattutto alle Sindacali Toscane, dedicate alla cultura figurativa regionale. Fra queste ricordiamo opere di Giovanni Colacicchi, Ottone Rosai, Alberto Magnelli, Oscar Ghiglia, Achille Lega, Ardengo Soffici, Lorenzo Viani, Libero Andreotti, Italo Griselli etc.

Oltre a questi ingressi non meno rilevanti erano quelli che giungevano grazie ai doni, testimonianza, con la loro crescente frequenza, di un rapporto sempre più stretto tra la Galleria d’arte moderna e la città.

Gli anni del dopoguerra furono caratterizzati da una stasi nell’attività di acquisizioni di opere da parte della Commissione; tuttavia a partire dal 1950, per i successivi venti anni, la Galleria aggiornò comunque le proprie collezioni del Novecento grazie all’ingresso delle opere premiate alle varie edizioni del “Premio del Fiorino”, che lo statuto della stessa manifestazione destinava al museo.

Queste opere, del resto, sono l’unica testimonianza efficace della cultura figurativa italiana di quegli anni e rappresentano un significativo incremento di dipinti dovuti alla mano di Felice Casorati, Filippo De Pisis, Primo Conti, Fausto Pirandello, Vinicio Berti, Fernando Farulli, Sergio Scatizzi, Corrado Cagli.

Rilevanti, poiché documentano un deliberato interesse della Commissione verso la contemporaneità, appaiono invece quegli acquisti conclusi, in via del tutto straordinaria, alla II° Esposizione Internazionale della Grafica del “Fiorino” del 1970: Burri e Jasper Jones.

Il percorso della mostra termina con la presentazione delle ultime acquisizioni volute dalla Commissione operate negli ultimi trenta anni della sua attività, dal 1985 ad oggi: tra queste Confidenze di Armando Spadini, la Mascherata di Mario Cavaglieri, già in collezione Longhi, e una bellissima Veduta di Grizzana di Giorgio Morandi, dedicata all’amico Ragghianti.

In occasione della mostra gran parte dei dipinti sono stati oggetto di restauro conservativo, ben 88 sul totale dei 120 esposti; campagna di restauro impegnativa sia sotto il profilo economico che di coordinamento, diretta dalla vicedirettrice della Galleria d’arte moderna Rosanna Morozzi.

Per completare il panorama delineato della mostra si è voluto riproporre nell’Andito degli Angiolini un’ampia selezione delle opere di grafica che vennero presentate nella celebre Esposizione Internazionale del Bianco e Nero tenutasi a Firenze nel maggio 1914 presso la Società di Belle Arti. D’altro canto, alla grafica si concedeva un confronto più ardito ed immediato con le novità internazionali. Questa sezione, che aprirà al pubblico in una fase successiva il 25 novembre, è curata da Rossella Campana con la collaborazione di Rosanna Morozzi e Giorgio Marini sotto la direzione di Simonella Condemi e documenta l’eccellente livello qualitativo e il respiro internazionale delle opere che furono presentate in quell’occasione.

L’articolata iniziativa espositiva, a cura di Simonella Condemi e Ettore Spalletti, come il catalogo che la correda, edito da Sillabe, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, Firenze Musei, dal Comune di Firenze e dall’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Luci sul ‘900. Il centenario della Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti 1914 – 2014

Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti, Firenze

Fino all’8 marzo 2015

Barbara Izzo

Rivisitazioni/1. Burri incontra Piero della Francesca

Il centenario lungo della nascita di Alberto Burri entra nel vivo con due mostre di grande suggestione che pongono vis-à-vis il grande maestro del Novecento con due colossi del passato: Piero della Francesca e Luca Signorelli. Gli incontri avverranno attraverso due successivi appuntamenti, per dar conto di taluni fattori che, pur in personalità così diverse e lontane, non fosse altro che per le temporalità, si possono comunemente individuare. Lontane per tempi ed esiti iconografici le loro opere dunque, ma vicine geograficamente e per umori di tradizione culturale, poiché i tre artisti hanno vissuto e compiuto le loro esperienze nella stessa area dell’Alta Valle del Tevere. Inoltre, se la geografia da sola non è sufficiente a garantire assonanze e un comune sentire, in questo caso però è oggettivo che l’interesse di Burri nei confronti dei suoi conterranei, conosciuti sin dalla giovane età per la “prossimità” delle loro opere con Città di Castello, luogo natale e di prima formazione del maestro contemporaneo, non è risultata ininfluente sul suo percorso artistico. Il primo dei due appuntamenti è quello tra le opere di Burri e quelle di Piero della Francesca e lo si attua con una mostra di ‘masterpieces’ di Burri allestita nella Pinacoteca Civica di Sansepolcro, città di Piero. Per la circostanza saranno esposte le opere Sacco e Verde, 1956, Rosso plastica, 1962, Grande Bianco Cretto, 1974, Cellotex, 1975, in una sala appositamente allestita vicino alla Resurrezione, il San Ludovico, il San Giuliano e il Polittico della Misericordia di Piero della Francesca. Concepita come “visitazione laica” (dunque “RiVisitazione”) tra i due artisti, la mostra evidenzia idealmente il rapporto tra la pittura di Burri e quella di Piero della Francesca. “Un rapporto” chiarisce Bruno Corà, curatore della mostra insieme allo staff scientifico della Fondazione Burri, “che deve essere inteso idealmente per condivisione di registri, quali l’equilibrio delle forme e dello spazio, la tensione geometrica, il respiro classico e un forte amore per i luoghi natali”. L’evento, primo tra quelli dedicati al Centenario, a cura della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri è promosso dall’Associazione Sbandieratori di San Sepolcro e dalla Pinacoteca Civica, con il patrocinio dei Comuni di San Sepolcro e di Città di Castello. In occasione dell’esposizione è prevista la preparazione di una pubblicazione che, oltre a raccogliere le immagini delle opere in mostra, reca alcuni significativi saggi storico-critici di Carlo Bertelli, Bruno Corà e Chiara Sarteanesi relativi all’importante scadenza. Il secondo incontro, avverrà a Morra (Perugia) nell’Oratorio di S. Crescentino, dove sono presenti alcuni affreschi di Luca Signorelli per la cui tutela e conservazione Burri si adoperò concretamente. Questa nuova iniziativa, in collaborazione con l’Associazione per la Tutela dei Monumenti dell’Alta Valle del Tevere, prevista per il maggio 2015 avverrà nella cornice di un convegno scientifico dedicato a “Burri e Signorelli”, ricco di contributi di studio e di documenti a testimonianza della significativa relazione tra i due artisti. Sansepolcro, Pinacoteca civica, fino al 15 marzo 2015.

Una mostra per Bramante

Per Palladio e Vasari, Donato Bramante (1444-1514) fu l’eroe della riscoperta della grande architettura classica: non solo rivoluzionò il concetto di spazio, ma reinventò l’immagine della chiesa e del palazzo rinascimentali. Ma come concepiva e progettava i suoi edifici, e come comunicava le sue idee a committenti e muratori? Il Palladio Museum, dal 9 novembre 2014 all’8 febbraio 2015, lo racconta in occasione del 5° centenario della morte dell’architetto e artista, realizzando una mostra in collaborazione con la Bibliotheca Hertziana, il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi e la Fondazione Piero Portaluppi di Milano. Al centro della mostra sarà il leggendario progetto autografo di Bramante per la basilica di San Pietro, noto come Uffizi 20 A. “E’ un semplice foglio di carta, ma pesa come una montagna” – afferma il presidente del Consiglio Scientifico, Howard Burns. “È considerato il disegno più importante per l’architettura del mondo occidentale, che dopo di esso non è stata più la stessa”. “Siamo intorno al 1506 e nel concepire la più grande basilica della Cristianità per il Papa Giulio II, Bramante mette a punto un nuovo concetto di spazio architettonico ispirato a quello dei grandi edifici della Roma antica”, commenta il direttore del Palladio Museum Guido Beltramini. “È un processo per gradi, che Bramante registra sul foglio Uffizi 20 A mano a mano che esce dal suo cervello: il disegno è quindi una sorta di palinsesto, un diario di viaggio alla scoperta di quella che sarà l’architettura del Rinascimento”. Il disegno è presente in mostra grazie ad un eccezionale prestito dal Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, ed è “spiegato” al pubblico da un apparato multimediale concepito per l’occasione. Accanto al disegno Uffizi 20 A di Bramante, sono esposti altri disegni d’architettura cinquecenteschi, come quelli con cui Andrea Palladio studia opere bramantesche, oltre a trattati d’architettura nelle preziose edizioni originali, e disegni e modelli architettonici contemporanei di ricostruzione dei procedimenti mentali di Bramante. La mostra è un progetto del Palladio Museum basato sulle ricerche di Christof Thoenes (Biblioteca Hertziana – Max Plank Institut), uno dei massimi specialisti al mondo di storia dell’architettura rinascimentale, che in decenni di studi ha distillato una sua lettura dei procedimenti di Bramante al tavolo da disegno, e l’ha sviluppata in una sequenza inedita di disegni interpretativi, realizzati con la collaborazione di Alina Aggujaro. Il catalogo della mostra è a cura di Christof Thoenes. L’allestimento della mostra è di Alessandro Scandurra che, come direttore scientifico della Fondazione Piero Portaluppi di Milano, è anche responsabile di un workshop per giovani architetti che si terrà presso la sede milanese della Fondazione nel gennaio 2015, a partire dai materiali in mostra al Palladio Museum. “Il nostro obiettivo non è attualizzare Bramante, o proporlo come un modello per l’oggi – afferma Scandurra – ma cercare nel suo lavoro le radici di temi e problemi significativi anche per un progetto contemporaneo”. Palladium Museum, Vicenza. Orari di apertura dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18.

S.E.