Dal dagherrotipo al digitale. La fotografia e le sue tecniche

Stampa all’albumina-Ritratto femminile

La storia della fotografia, l’invenzione che quest’anno festeggia il suo 180° compleanno, è sempre stata frutto di emozioni, ricerche, innovazioni infinite che non si fermano né conoscono frontiere, passando da arte riservata a pochi a mezzo di comunicazione universale.

La fotografia si basa su due grandi principi, quello estetico-creativo e quello tecnologico ma se la sua storia si è giustamente identificata con quella dei grandi autori che l’hanno realizzata, meno attenzione è stata riservata alla straordinaria evoluzione delle sue tecniche.

È dunque nell’ottica di raccontare proprio le tecniche che ne hanno segnato la crescita della fotografia che il Museo della Tecnica Elettrica (MTE) di Pavia, nato nel 2007 con l’obiettivo di preservare e promuovere il patrimonio culturale della tecnica elettrica, e oggi importante punto di riferimento culturale sul territorio diretto dalla prof.ssa Michela Magliacani, presenta fino al 30 giugno la mostra “AA.VV. Dal dagherrotipo al digitale. La fotografia e le sue tecniche” a cura di Roberto Mutti.

Diapositiva su vetro – Edizioni Vasari Roma – Carro a vino

Michela Magliacani, direttrice del Museo della Tecnica Elettrica di Pavia: “Per noi è stato un onore, ancor prima che un dovere, poter ospitare nei nostri spazi una mostra che raccontasse la storia di uno dei mezzi della comunicazione più democratici che si conosca, la fotografia. L’MTE fa parte del Sistema Museale dell’Università di Pavia ed è nostro compito ricercare, conservare e divulgare la storia e la cultura della tecnica elettrica. Ovvero spiegare alle persone che vengono a trovarci la nascita di un qualcosa che fa parte della quotidianità di tutti noi. Con questo spirito crediamo nell’arte e in tutte le sue espressioni per avvicinare grandi e piccoli alla conoscenza del nostro patrimonio

La mostra, inserita nella programmazione della prima edizione di Pavia Foto Festival, espone in apposite teche pezzi originali antichi raramente visti da vicino (dagherrotipi, ambrotipi, ferrotipie, carte de visite, calotipi, carte salate, autochrome, stampe “al chiaro di luna”), pellicole, diapositive e immagini analogiche di un recente passato, fotografie digitali contemporanee: un allestimento minuzioso e dal grande valore didattico, tanto che i contenuti della mostra faranno parte integrante dell’offerta formativa del Museo della Tecnica Elettrica di Pavia per il l’anno accademico 2019/2020.

Tutte le storie hanno un inizio, e quella della fotografia moderna la si può far risalire al 9 luglio del 1839 con il pittore e scenografo teatrale francese Louis Jacque Mandè Daguerre che dava vita al procedimento fotografico conosciuto come “dagherrotipo”: una lastra ricoperta d’argento che, esposta ai vapori dello iodio, messa in camera oscura e posizionata davanti al soggetto da riprendere, dopo una posa lunga e un lavaggio in sale marino e mercurio, svelava un’immagine speculare del soggetto fotografato.

Stampa al chiaro di luna

Roberto Mutti, curatore della mostra e direttore artistico di Pavia Foto Festival: “Esposte ci sono delle vere e proprie rarità, e il tutto è accompagnato da pannelli che spiegano i differenti procedimenti, dal dagherrotipo, che realizzava fotografie che non potevano essere duplicate (si dovrà aspettare il 1841 con l’invenzione dei negativi da parte dell’inglese William Henry Fox Talbot), alle stampe al chiaro di luna. È un percorso completo e affascinante. Bisogna comprendere che quello che per noi è naturale e che facciamo tutti i giorni con i nostri smartphon, una volta richiedeva di attrezzature ingombranti e tempi di posa e sviluppo lunghissimi. Oggi si ottengono risultati eccezionali, ma senza i passaggi che vengono raccontati in mostra non esisterebbe la moderna fotografia, senza dimenticarci di veri e propri miti come la Polaroid, che grazie alla possibilità di realizzare fotografie istantanee ha in qualche modo anticipato l’era digitale

In mostra al Museo della Tecnica Elettrica di Pavia, oltre a una sezione dedicata appositamente  alla fotografia di giornale e realizzata in collaborazione con La Provincia Pavese, compaiono anche opere di autori contemporanei (Beniamino Terraneo con i suoi dagherrotipi; Stefania Ricci con le cianotipie; Paolo Marcolongo con clichè verre e kyrlian; Federico Patrocinio con la fotografia stenopeica; Beppe Bolchi con il distacco polaroid in bottiglia; Roberto Montanari con la gomma bicromatata; Dino Silingardi con le stampe al platino e al carbone; Erminio Annunzi con la stampa ad annerimento; Edoardo Romagnoli con la stampa su seta e Mara Pepe con quella su stoffa, Fabrizio Garghetti con la stampa su ceramica; Giancarlo Maiocchi/Occhiomagico con una lightbox e infine Gianni Maffi con stampe su lamine in acciaio inserite in un’istallazione photoSHOWall realizzata appositamente per la mostra) che si dedicano a queste antiche e talvolta più recenti tecniche con risultati sorprendenti.

Ma anche all’evoluzione contemporanea è dedicato molto spazio, perché il passaggio dalla “camera oscura” (in mostra esempi di comparazione fra stampe su carta baritata e politenata) alla “camera chiara” ha portato a una varietà di soluzioni che vanno dalla stampa lambda a quella ai pigmenti di carbone, dalla fine art alla stampa su materiali diversi come il propilene, il metallo, il plexiglass.

Organizzata da photoShowall, la prima edizione di Pavia Foto Festival, vuole favorire la “contaminazione” tra progetti artistici, spazi espositivi e visitatori, propone sino 30 giugno 2019 un calendario di 15 differenti mostre in 14 spazi pubblici e privati, tra Pavia, Milano e Voghera.

Università di Pavia

Museo della Tecnica Elettrica (MTE)

via Adolfo Ferrata 6, Pavia

fino al 30 giugno 2019

Orari di apertura al pubblico

lunedì, mercoledì e venerdì: 9.00-13.00; 14.00-16.30

martedì e giovedì: 9.00-13.00

 

De Angelis

 

“Le civiltà e il Mediterraneo” a Cagliari

È visitabile fino al 16 giugno, presso il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e il Palazzo di Città, la mostra “Le civiltà e il Mediterraneo” promossa da Regione Autonoma della Sardegna, MiBAC, Polo Museale della Sardegna, Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, Musei Civici Cagliari, Fondazione di Sardegna e The State Hermitage Museum.

Si tratta di una spettacolare mostra per guardare dalla Sardegna alle Civiltà del Mediterraneo all’alba della storia attraverso intrecci, confronti e dialoghi dal bacino del Mare Nostrum alle montagne del Caucaso.

Un complesso di oltre 550 reperti è il fulcro del progetto espositivo “Le Civiltà e il Mediterraneo”, curato da Yuri Piotrovsky del Museo Statale Ermitage, Manfred Nawroth del Pre and Early History-National di Berlino, in collaborazione con Carlo Lugliè, docente all’Università di Cagliari e il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari. Il nucleo centrale dell’esposizione è dedicato all’archeologia preistorica sarda – circa 120 opere rappresentative dell’evoluzione delle culture dal Neolitico alla metà del primo millennio a.C. – mentre gli altri reperti, sono chiamati a rappresentare diverse culture e aree del Mediterraneo e del Caucaso, nel medesimo arco temporale e provengono da grandi musei archeologici afferenti per geografia o collezioni: il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Museo del Bardo di Tunisi, il Museo Archeologico di Salonicco, il Museo di Berlino e ovviamente il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo, a documentare come il bacino del Mediterraneo non sia stato un luogo chiuso ma contaminante e in continua evoluzione.

Un corpus espositivo di grande significato e fascino; un evento culturale internazionale unico e fondamentale per la valorizzazione della storia, della cultura e dell’arte della Sardegna, organizzato da Villaggio Globale International con un allestimento contemporaneo, scenografico e visionario firmato da Angelo Figus.

Un viaggio nel tempo, nello spazio, nella storia delle civiltà che si sono intessute in quel Mare Nostrum che appare matrice primigenia, luogo permeabile di culture, arti e saperi.

Chiuso il lunedì. Orari dal martedì alla domenica dalle 9 alle 20 Museo Archeologico Nazionale di Cagliari; dal martedì alla domenica dalle 10 alle 18 Palazzo di Città.

 

Alessandra Baldoni. “Atlas”

Alessandra Baldoni – Atlas 12 (particolare), 2017-2019, stampa fine art

Immagini che si relazionano le une alle altre senza soluzione di continuità. Stratificazioni di racconti dove letteratura, sogno e poesia, emozioni e stati d’animo si incontrano e si sfiorano tra loro.

Red Lab Gallery/Miele di via Solari 46 a Milano fino al 29 giugno la mostra di Alessandra Baldoni, Atlas, a cura di Gigliola Foschi.

Alessandra Baldoni, fotografa intima ed eterea, costruisce piccoli racconti da ascoltare ancor prima che da vedere, immersi nel silenzio che li avvolge con incanto.  Fotografie che possono inizialmente sì disorientare, ma che poco alla volta sprofondano l’anima in continue sollecitazioni di fronte alle quali non si può rimanere inerti.

Capace di creare immaginari visivi dal forte connotato favolistico, Alessandra Baldoni presenta a Milano una ricerca che sboccia in dittici o trittici costruiti con attenzione maniacale in ogni particolare, per una lettura d’insieme armonica e avvolgente, ma che nello stesso tempo potrebbero essere scomposti, e ogni scatto, ogni frammento, respirerebbe di vita propria.

Volti, dettagli di opere d’arte, animali impagliati, natura, corpi o parti di essi, paesaggi: questi i soggetti letterari dei “set fotografici” della Baldoni che poco alla volta riempiono le pagine dei suoi racconti sospesi, autoprodotti e senza committenza, con costanti corrispondenze fra uomo e natura.

Gigliola Foschi: “Essenziali ed evocative, le immagini di Alessandra Baldoni s’impongono allo sguardo per la loro forza magica e perturbante. Pervase da una sottile inquietudine, costruiscono una sorta di costellazione dove ogni opera rimanda all’altra, senza trasformarsi in una narrazione precisa e afferrabile”.

La forza magica delle sue immagini, come le carte dei tarocchi, sta nel loro guardarsi costantemente le une con le altre, come se ci fosse un rimbalzo continuo di riferimenti e richiami, un fil rouge che lega un soggetto a un altro, e quest’ultimo a un altro ancora. Un Atlante di narrazioni che celano spazi colmi di ricordi e stati d’animo.

Il punto di partenza della sua ricerca sono i particolari, i punti di interpunzione dei suoi manoscritti, che l’artista unisce con pazienza, senza fretta, per arrivare a raccontare, e in parte raccontarsi.

Aspetto preponderante nelle immagini della fotografa perugina (classe 1976) sono, inoltre, le figure umane caratterizzate da sguardi che rubano la scena: assenti, perturbanti, adolescenziali, curati con estrema perizia tecnica e comunicativa, proiettano chi li osserva in una dimensione di disincanto. Sguardi di soggetti dall’area un po’ sognante, malinconica, nel momento di massimo ripiegamento interiore, ma non per questo privi di speranza, di fronte ai quali non è così difficile identificarsi.

In dialogo con le immagini di Alessandra Baldoni, la vetrina della Red Lab Gallery presenta alcune opere di Florencia Martinez, artista italo-argentina che lavora con fili e stoffa, fino a creare opere germinanti e contorte, capaci di divenire presenze magiche e stregate, che accendono visioni inedite e familiari simili alle filastrocche dell’infanzia. Un albero o una testa si trasformano in figure traboccanti un’energia selvaggia, contenuta e come domata dalla forza dei fili che paiono bloccarne i movimenti e la crescita proliferante.

I racconti fotografici all’interno della Red Lab Gallery vengono ulteriormente esaltati grazie a una innovativa modalità di allestimento, il sistema photoSHOWall: moduli-cornice che possono ospitare foto singole originali in tiratura limitata o scomposizioni inedite.

Durante tutte le inaugurazioni delle mostre del ciclo “Ascoltare la Terra”, lo chef Cristiano Bonolo proporrà ricette pensate per incoraggiare uno stile di vita sano e naturale, nel rispetto del Pianeta.

Giovedì 6 giugno alle ore 18, in occasione di Milano Photoweek, Red Lab Gallery/Miele presenta il talk “Atlas/Mondo, una mostra e un libro”.

Alessandra Baldoni e la scrittrice Silvia Camporesi, autrice di Il mondo è tutto ciò che accade (Danilo Montanari Editore 2018), libro antologia del suo percorso artistico, dialogheranno con la curatrice Gigliola Foschi per raccontare le proprie ricerche fotografiche dove si intrecciano filosofia e letteratura, poesia e memorie.

Alessandra Baldoni, nata nel 1976 a Perugia, vive in un paese vicino al Lago Trasimeno.

Tra le sue mostre più recenti. Anno 2018: “Wunderkammer der Natur”, a cura di Sabrina Raffaghello, Berlino, SR-, Berlino; “Il sangue delle donne” a cura di Manuela De Leonardis (Palazzo Fibbioni, L’Aquila); “Vertigo”, a cura di Roberta Vanali (Centro Fotografico, Cagliari). Anno 2017: “Developing Italian Experimental Photography”, SR-  ContemporaryArtBerlin; “Gioco di Fantasmi”, a cura di Chiara Serri, (CSArt, Reggio Emilia); “Chronos-Le stanze del contemporaneo”, a cura di Angela Madesani (Palazzo Vezzoli, Bergamo).

Nel 2018 i suoi lavori sono entrati nella selezione del premio Arteam Cup, a cura di Espoarte, Fondazione Zoli (Forlì), mentre nel 2017 del “Premio Fabbri”, a cura di Carlo Sala (Fondazione Fr.Fabbri, Pieve di Soligo, TV).

 

ALESSANDRA BALDONI. Atlas. Mostra a cura di Gigliola Foschi. Red Lab Gallery/MieleVia Solari 46, Milano. Ingresso libero, da lunedì a venerdì 15.00-19.00; sabato 10.00-12.30; 15.00-19.00

 

de Angelis

 

Steve McCurry. Leggere

Nel 2009 veniva allestita la prima delle rassegne dedicate a Steve McCurry in Italia, a cui sono seguite altre grandi mostre che hanno offerto la possibilità di scoprire la straordinaria produzione del fotografo statunitense (Philadelphia, 1950), ottenendo un eccezionale successo di visitatori. Steve Mc Curry si conferma un punto di riferimento per un pubblico di tutte le età, con una spiccata predilezione da parte dei giovani, che nelle sue fotografie riconoscono un modo di guardare il nostro tempo.

Per iniziativa della Fondazione Torino Musei e di Civita, fino all’1 luglio 2019 nella Corte Medievale di Palazzo Madama di Torino, è possibile visitare una nuova rassegna, dedicata a un tema specifico: la passione universale per la lettura. Steve McCurry. Leggere è una mostra costituita da una selezione di scatti realizzati in oltre quarant’anni di carriera e comprende la serie di immagini che egli stesso ha riunito in un magnifico volume, pubblicato come omaggio al grande fotografo ungherese André Kertész. Con questa nuova rassegna Steve McCurry presenta le sue foto legate al tema universale della lettura in una città, Torino, che, anche in virtù del Salone del Libro, può essere considerata la “capitale italiana della lettura”.

Curata da Biba Giacchetti e, per i contributi letterari da Roberto Cotroneo, giornalista e scrittore, la rassegna presenta oltre 70 fotografie che ritraggono persone di tutto il mondo, assorte nell’atto intimo e universale del leggere. Persone catturate dall’obiettivo di McCurry che svela il potere insito in questa azione, la sua capacità di trasportarle in mondi immaginati, nei ricordi, nel presente, nel passato e nel futuro e nella mente dell’uomo. I contesti sono i più vari: i luoghi di preghiera in Turchia, le strade dei mercati in Italia, dai rumori dell’India ai silenzi dell’Asia orientale, dall’Afghanistan a Cuba, dall’Africa agli Stati Uniti. Immagini vibranti e intense, che documentano momenti di quiete durante i quali le persone si immergono nei libri, nei giornali, nelle riviste. Giovani o anziani, ricchi o poveri, religiosi o laici: per chiunque e dovunque c’è un momento per la lettura.

Le fotografie che rendono omaggio alla parola scritta sono accompagnate da una serie di brani letterari scelti da Roberto Cotroneo, in una sorta di percorso parallelo. Un contrappunto di parole dedicate alla lettura che affiancano gli scatti di McCurry, coinvolgendo il visitatore in un rapporto intimo e diretto con la lettura e con le immagini.

La mostra è completata dalla sezione Leggere McCurry, dedicata ai libri pubblicati a partire dal 1985 con le foto di Steve McCurry, molti dei quali tradotti in varie lingue: ne sono esposti 15, alcuni ormai introvabili, insieme ai più recenti, tra cui il volume edito da Mondadori che ha ispirato la realizzazione di questa mostra. Tutti i libri sono accompagnati dalle foto utilizzate per le copertine, che sono spesso le icone che lo hanno reso celebre in tutto il mondo.

riferimenti

Torino, Palazzo Madama, Corte Medievale
Fino al primo luglio 2019

 

Ombretta Roverselli (anche per le fotografie)

 

 

Marco Morandotti. Je suis ici

Je suis ici si presenta come “anteprima” della prima edizione del Pavia Foto Festival, curato da Roberto Mutti e prodotta da photoSHOWall.

Tutte le mostre di Pavia Foto Festival propongono almeno dodici immagini delle quali una sola in una versione inedita, di grande dimensione e scomposta proprio grazie ai moduli-cornice del sistema photoSHOWall che rompono l’univocità dell’immagine originaria.

Le immagini di Morandotti sono storie di sguardi incrociati e conosciuti in luoghi dell’Africa attraversati in giornate come tante altre, perché ogni giornata è uguale alle altre, se nulla cambia mai. Sono i volti delle persone che vivono tra la Costa d’Avorio e il Ghana, o che cercano di sopravvivere raccogliendosi intorno ai dispensari, lasciandosi curare da persone appassionate che lottano. Un reportage che racconta sguardi di dolore e di speranza.

“In Costa d’Avorio, nella regione del Sud-Comoe, tra il mare e le paludi, sulle rive di un grande lago solcato da piroghe scavate da tronchi d’albero, trovi il piccolo centro di Ayamè.  Sulla cima di una delle colline ai bordi del paese, una donna appassionata e coraggiosa da più di dieci anni ospita, cura e protegge una cinquantina di bambini, alcuni appena nati, per lo più orfani o comunque soli. Nei loro occhi vedrai il dolore e la speranza e, a volte, un sorriso che li illumina come il sole alla fine della stagione delle piogge. Se poi lasci il paese e ti inoltri lungo la strada che porta a nord, non lontano dal confine col Ghana, troverai, come stazioni di una via crucis, nove dispensari, in altrettanti villaggi, alcuni così piccoli da non essere segnati sulle mappe.

Queste immagini raccontano quegli sguardi e quei luoghi, in una giornata qualunque, perché ogni giornata è uguale alle altre, se nulla cambia mai. Ogni istante è adesso, se il futuro si perde nella foschia dell’alba. Quei muri azzurri, cotti dal sole, sono testimoni quotidiani di storie insieme individuali e collettive. Quegli sguardi silenziosi ti interrogano anche senza voce. Tu cercali, quegli sguardi, e forse, incrociandoli, ti troverai”. (Marco Morandotti)

Il progetto, avviato nel 2014 e ancora in corso, si inserisce nelle azioni di cooperazione internazionale svolte dalla ONG “Agenzia n°1 di Pavia per Ayamè”, attiva sul campo in Costa d’Avorio dal 1991.

Pavia Foto Festival, concepita come un festival diffuso sul territorio dalle grandi potenzialità, in parte già realizzate (ad esempio con Voghera Fotografia e con Milano Photofestival 2019 al cui interno è ospitato), propone un calendario di 15 differenti mostre in 14 spazi pubblici e privati, dei quali dodici a Pavia, uno a Milano (Oasi WWF di via Tommaso da Cazzaniga) e uno a Voghera (NaturaSì di via Lomellina 62).

I progetti fotografici che partecipano alla prima edizione di Foto Festival Pavia sono di: Enrico BedoloAnna BussolottoLuca CorteseEnrico DoriaRoberto FigazzoloAlessandra FuccilloGianni MaffiMarcella MilaniMarco MorandottiSara MunariMilo Angelo RamellaBruna RotunnoZeng Yi e Ma Weiguo.

 

Comune di Pavia

Palazzo del Broletto – Spazio SID

Piazza Vittoria 14, Pavia

Orari di apertura al pubblico

Sabato e domenica 10.00-12.30, 16.00-19.00

 

de Angelis (anche per la fotografia)

“Contemplazioni” a cura di Vittorio Sgarbi al MuSa di Salò

Luigi Serafini “Persephone C.”

Resterà aperta fino al prossimo 8 dicembre, presso il MuSa di Salò (Via Brunati, 9) la mostra curata da Vittorio Sbarbi “Contemplazioni”, un viaggio nell’arte italiana della seconda metà del Novecento, attraverso opere, ad esempio, di Gino De Dominicis e Domenico Gnoli. Opere di grandi dimensioni e di grande impatto emotivo, che devono appunto essere contemplate con curiosità e fiducia. La curiosità di chi va a scoprire una parte di Sé attraverso l’arte che ha interpretato il reale e il momento storico, e la fiducia in chi ha selezionato le opere in mostra per ottenere un percorso che arricchisca l’animo. Tutte sensazioni ed emozioni di cui il presente ha assoluto bisogno. Gnoli utilizzava grandi tele perché affermava che l’ordinarietà ingrandita dall’attenzione rende gli oggetti più belli, più cupi, più astratti, come se fossero fantasie. E sembrano infatti tali, tanto risultano astratte le cose dipinte, scelte per la mostra al MuSa.

Per esempio, ho trovato bellissimo il “Galeone familiare napoletano”, un penna e acquerello su carta del 1957, prestato dalla Fondazione Cavallini Sgarbi. Una sorta di romanzo incorniciato, in cui non manca niente dell’immaginario partenopeo. Come inchiostro su carta è la “Donna vitruviana” di Gaetano Pesce, che sembra fare da contraltare alla sua “Up vestita”, installazione colorata che campeggia in mezzo ad una stanza, come sotto lo sguardo di “Palladio da Padova”, in resina. Si cammina poi verso Luigi Serafini e la sua “Persephone C.”, impressionante perché sembra una donna vera, che origina da una carota, dormiente in una sala semibuia. Le opere selezionate stanno bene nel museo salodiano, dato il settore dedicato alla scienza. Un mondo da pensare, come quello proposto da Agostino Arrivabene dall’arte colta ispirata dalla mitologia classica; bellissimo il suo “Athena” che non finisce di stupire e di raccontare più lo si guarda. Oppure “Iera (sacra)”, smalto in oro su legno fossilizzato, come appaiono fossilizzati, mummificati i personaggi di Cesare Inzerillo con la “Classe Morta”, come se la chiave di lettura artistica fosse stata tolta dalla cripta dei Cappuccini di Palermo.

Una mostra da vivere, ritenuta molto interessante dai turisti stranieri, in molti in visita, ma anche da pensare e per pensare. Occasione per visitare il bel museo sulle rive del lago di Garda.

 

Alessia Biasiolo

Brescia Photo Festival: i luoghi

Visual Brescia Photo Festival 2019 by Ramona Zordini

Il Museo della città, un antico monastero femminile di origine longobarda, accoglie Da Man Ray a Vanessa Beecroft, un percorso di 9 mostre: un trittico tematico dedicato al rapporto tra donne e obiettivo fotografico; 3 monografiche dedicate al ritratto dal XIX al XXI secolo; un’installazione che ripercorre la vita e la carriera di oltre trenta fotografe italiane, dall’inizio del secolo ad oggi e due progetti one-off, omaggio a grandi artisti contemporanei.

Donne davanti l’obiettivo, a cura di Mario Trevisan,racconta il nudo femminile con 110 straordinari scatti di artisti di fama internazionale dagli albori della fotografia a oggi, passando dagli anni ’20 e dalla Parigi del periodo surrealista all’America Latina degli inizi del ‘900, non dimenticando il Giappone e la sua cultura. Tra i fotografi in mostra:Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, E.J.Bellocq, Bill Brant, Robert Mapplethorpe, Elmut Newton, Man Ray, Peter Witkin, Francesca Woodman (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

Dietrol’obiettivo. Fotografe italiane 1965-2018, dalla collezione Donata Pizzi, a cura di Alessandra Capodacqua, conta 100 immagini di 70 tra le più importanti fotografe italiane appartenenti a generazioni e ambiti espressivi diversi, tra cui:Paola Agosti, Marina Ballo Charmet, Letizia Battaglia, Silvia Camporesi, Lisetta Carmi, Gea Casolaro, Anna Di Prospero, Adelita Husni-Bey, Allegra Martini, Paola Mattioli, Marialba Russo, Alba Zari.Attraverso le opere in mostra – da quelle di reportage a quelle più spiccatamente sperimentali – affioranoi mutamenti concettuali, estetici e tecnologici che hanno caratterizzatola fotografia italiana dell’ultimo cinquantennio.

Autoritratto al femminile, a cura di Donata Pizzi e Mario Trevisan, chiude idealmente il trittico e ammicca alla cultura del selfie con 50 opere che non si fermano alla semplice e formale produzione del ritratto ma sono caratterizzate da una forte ricerca nella rappresentazione intimista del soggetto/oggetto. In mostra, tra gli altri, scatti di Marcella Campagnano, Paola De Pietri, Florence Henry e Carolee Schneemann (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

Due le esposizioni dalla collezione di Massimo Minini,entrambe per la prima volta in Italia: Julia Margaret Cameron, con 25 fotografie vintage della storica fotografa inglese, la più importante ritrattista di epoca vittoriana, ed Elisabetta Catalano. Ritratti dell’arte: 30 scatti di una delle più importanti fotografe italiane che, attraverso i ritratti di grandi personaggi del Novecento, si è fatta testimone della storia d’Italia dagli anni Settanta ai giorni nostri.

Un’altra eccezionale prima per il nostro Paese: MihaelaNoroc. The Atlas of Beauty, a cura di Roberta D’Adda e Katharina Mouratidi, con la collaborazione della galleria berlinese f3– freiraumfür fotografie. La fotografa romena – che dal 2013 viaggia in tutti gli angoli del pianeta per catturare, con i suoi scatti, la varietà del nostro mondo, attraverso ritratti di donne– espone a Brescia 44 opere. Il suo Atlante della bellezza è un progetto aperto che, a oggi, conta oltre 2.000 ritratti da più di 50 paesi e che, attraverso volti e storie, testimonia come la bellezza non abbia etnia né confini geografici ridefinendo il concetto di bellezza multiculturale.

Parlando con voi, ideata dal fotografo Giovanni Gastel, ripercorre, attraverso un suggestivo approccio multimediale, la vita e la carriera di oltre 30 fotografe italiane, dall’inizio del secolo ad oggi. Composta da trenta schermi nei quali scorrono interviste esclusive e sequenze di opere e pubblicazioni, l’installazione consente al visitatore di scoprire e approfondire l’esistenza delle artiste coinvolte e la loro esperienza di donne originali e coraggiose. È promossa da AFIP International (Associazione Fotografi Professionisti) e CNA Professioni (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola Impresa) in collaborazione con Superstudio Group e Metamorphosi Editrice.

A completare questo percorso artistico-culturale due progetti speciali, con altrettante opere uniche poste in dialogo immateriale con il patrimonio museale e i suoi modelli senza tempo.

L’esposizione Dea. La Vittoria alata dalle immagini d’archivio a Galimberti è dedicata alla straordinaria statua di bronzo,simbolo della città di Brescia, temporaneamente in restauro. Nella sezione romana del Museo di Santa Giulia a immagini dell’Archivio fotografico dei Musei Civici, che ripercorreranno la storia della Vittoria alata, si affiancano tre opere inedite di Maurizio Galimberti, realizzate con la tecnica del foto collage (produzione Brescia Photo Festival).

In VBSS.002, Vanessa Beecroft ritrae se stessa come una Madonna che allatta due gemelli neri anziché un bambino bianco. Si tratta di un simbolo da una parte di colonizzazione, violenza etnica e predominanza, dall’altra emblema di un amore puro e istintivo come quello materno e di congiunzione tra tutti i popoli. La foto è eccezionalmente collocata nella Basilica di San Salvatore, dal 2011 Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, grazie alla collaborazione con la Fondazione San Patrignano.

Un ulteriore progetto one-off, che si può ammirare nella Pinacoteca Tosio Martinengo, da poco riaperta dopo un lungo restauro, è Ma-donne.Un meraviglioso scatto di Tazio Secchiaroli conSophia Loren nell’inedita veste di una Madonna, icona per eccellenza della femminilità, si inserisce in un dialogo senza tempo con le operedella collezione permanente di pittura raffiguranti la Madonna,in un percorso trasversale a epoche e stili.Ai dipinti del percorso museale si aggiunge, in occasione della mostra, la Vergine consolatrice di Francesco Hayez, opera dipinta negli anni 1851-1853 su commissione del Comune di Brescia e ispirata alla grande tradizione del Rinascimento (inedita, produzione Brescia Photo Festival).

Tutte le mostre al Museo di Santa Giulia e alla Pinacoteca Tosio Martinengo inaugurano in occasione del Brescia Photo Festival e saranno aperte al pubblico fino all’ 8 settembre 2019.

 

Delors (anche per la fotografia)

 

“La stanza dei fiori” a Montichiari

Aperta fino al prossimo 4 agosto presso Museo Lechi di Montichiari, “La stanza dei fiori” propone quindici opere private mai prima esposte sulla pittura botanica dell’Ottocento francese. La sala espositiva diventerà anche occasione di alcuni approfondimenti. L’11 maggio una visita guidata con il direttore del Museo Lechi, Paolo Boifava; il 18 maggio una conferenza su “Il potere dei fiori nell’Europa Romantica. Da Redouté ad Hayez”; il 25 maggio un corso di acquarello botanico; il primo giugno una conferenza su “La rosa tra Otto e Novecento, storia e fortuna botanica della regina dei giardini”. Pierre Joseph Redouté realizzò circa 500 tavole acquerellate, poi tradotte in incisioni di grande formato e alta qualità, tra il 1802 e il 1816, nella serra di Joséphine de Beauharnais, al castello Malmaison. Le tavole, a colori e ritoccate ad acquerello, vennero raccolte nell’opera “Le Liliacee”, in otto volumi tirati in 200 copie grazie al sostegno di Napoleone Bonaparte. Il volume era di straordinaria importanza, data la difficoltà di conservare erbari di bulbose, divenendo quindi fondamentale per i naturalisti dell’epoca. Dell’opera, sono esposti in mostra cinque fogli: Ixia Maculata, Hemerocallis japponica, Kaempferia longa, Colchicum arenarium, Iris triflora.

Kaempferia longa

Di Augustin Thierriat è, invece, Tulipani, un acquerello su carta tra il 1830 e il 1840: Thierrat era uno dei maestri della scuola di decorazione floreale di Lione. Allieva di Redouté fu Appoline Chacheré de Beaurepaire che esponeva i suoi acquerelli a Parigi: la moda lanciata da Joséphine de Beauharnais di decorare le camere da letto dell’aristocrazia e della ricca borghesia con acquerelli naturalistici fu il successo di alcuni di questi artisti. Le si affiancano Anne Ernestine Panckoucke, Adèle Lallemand, Madame Charles, Marie Prudence Couvreux. La loro produzione di Camelie, Vasi di rose, Vasi di fiori con camelie, zagare polemonium, ma anche Bouquet con narcisi, lillà, tulipani, peonie e altri bellissimi fiori, sono da vedere. Occasione per visitare l’interessante Museo Lechi, con opere di assoluto rilievo, come i quadri del Romanino e del Pittocchetto.

“La stanza dei fiori”, Museo Lechi, Montichiari (Brescia)

Fino al 4 agosto 2019; da mercoledì a sabato 10-13 e 14.30-18; domenica 15-19. Primo maggio chiuso.

 

Alessia Biasiolo

Gli animali nell’Arte. Dal Rinascimento a Ceruti

Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto”Vecchio con carlino”

Aperta a Brescia, a Palazzo Martinengo, fino al 9 giugno, è visitabile la bella mostra “Gli animali nell’Arte. Dal Rinascimento a Ceruti”, a cura di Davide Dotti. L’esposizione affronta l’interessante legame tra committenza, artisti e animali che ha interessato soprattutto il Rinascimento, sotto varie forme, dall’animale da compagnia, all’animale esotico importato per sgomentare ospiti o pubblico, alle battute di caccia. Esposte le opere del Pitocchetto Ceruti, con anche quattro tele mai esposte prima, accanto a lavori di Guercino, Bachiacca, Grechetto, Campi, Giordano, Duranti, alcuni fiamminghi, tra gli altri.

Proprio Ceruti è stato scelto per la locandina della mostra, un bellissimo “Vecchio con carlino” del 1802 dalle intensità carezzevoli e dal fascino unico: la dolcezza con il quale un anonimo anziano tiene in braccio l’amato cucciolo, sorreggendogli le zampette anteriori tra le dita, rende la grandezza del Pitocchetto che non solo era geniale nel ritrarre la povera gente nelle scene di genere, ma era anche capace di dare carattere ai ritratti più nobili dei ricchi. Il quadro fa coppia con “Vecchio con gatto” della sala successiva, lavori citati nella collezione Melzi d’Eril milanese. Inedite sono, invece, “Ritratto di gentiluomo con labrador” di Lippi, “Venere, Amore e cagnolino vestito da bambina” di Liberi e “Ritratto di ragazzino con cane” di Fiasella, appartenenti a collezioni private. Un’ottantina di capolavori riuniti a sottolineare il rapporto uomo-animali, sotto l’egida del WWF Italia.

Si ha la possibilità così di leggere delle schede tematiche per capire la situazione degli animali rari o del bracconaggio, nelle sezioni suddivise in: animali nella pittura sacra, cani, gatti, pesci rettili e insetti, uccelli, animali da fattoria, nani e pigmei, animali esotici. È il caso del rinoceronte che girava per le corti europee per la gioia del proprietario, piuttosto che i fenicotteri, le scimmie, o il più casereccio asino. Una mostra molto visitata e apprezzata, con audio-guida a disposizione, facilmente fruibile da tutti, compresi i bambini che si possono così fare avvicinare ai percorsi museali o di visita.

 

Gli animali nell’Arte. Dal Rinascimento a Ceruti

Palazzo Martinengo, via dei Musei 30, Brescia

Fino al 9 giugno 2019

Orari: mercoledì, giovedì e venerdì: dalle 9:00 alle 17:30; sabato, domenica e festivi: dalle 10:00 alle 20:00; lunedì e martedì chiuso. Aperture straordinarie: Pasqua, Pasquetta, 25 Aprile, 29 aprile, 30 aprile, 1 maggio, 2 giugno.

 

 

Alessia Biasiolo

 

Waking Dream

Waking Dream è una mostra sperimentale a cura di Maria Abramenko che avrà luogo durante la settimana di MiArt a Milano dal 5 aprile al 9 aprile presso 308 Nulla è perduto (via Sartirana 3).

Waking Dream riunisce 7 artisti e 2 collettivi con talenti altamente individualistici sotto il tema del sogno lucido: i meme subconsci, i simboli e le figure antropomorfe presenti nel nostro paesaggio onirico, e il loro impatto sulla mente al risveglio. L’ispirazione per questo tema è tratto dagli scritti di Carl Gustav Jung e dalla sua convinzione che la creatività della mente nello stato di veglia è una sintesi di pensieri che turbinano attraverso l’inconscio durante le ore di sonno.

Questa mostra, partendo dalla dimensione onirica del soggetto come un’eclissi totale dei cinque sensi, si interroga sui dualismi esperienza-percezione. La veglia e il sonno sono due stati di coscienza opposti. Il collegamento tra questi due mondi è the Waking. Durante il sonno il sistema neuronale inibisce la vividezza dei ricordi evocati dall’inconscio. In contrasto con il mondo contemporaneo, dove ogni giorno sperimentiamo i nostri avatar, degli alter ego più o meno consapevoli, di linguaggi algoritmici e una realtà parallela creata da bitcon questa mostra il sogno torna ad essere la facoltà più umana di simbolizzazione, una delle ultime vie organiche e spirituali che apre a infinite strade.

I sette artisti e due collettivi interpretano Waking Dream attraverso diverse sfaccettature che vanno a toccare tutti e cinque i sensi. La mostra porta lo spettatore a riflettere su come la vita subconscia influenzi il suo rapporto di percezione dell’opera d’arte.

Matteo Castiglioni presenta un’installazione audiovisiva che offre una riflessione esperienziale sulla realtà digitale.

Tadao Cern valicando la barriera tra opera, ambiente e spettatore esplora giocosamente il sogno lucido attraverso la leggerezza e la pesantezza, l’attrazione e la repulsione, la corporeità e l’immaterialità dei suoi Black Baloons.

Il collettivo DUSKMANN si ripresenta dopo l’installazione Preludio, tenutasi per Manifesta12. In questa occasione il gruppo artistico, dall’animo minimal post-atomico porterà una serie di sculture le cui geometrie infinite esprimono la potente energia espressiva del sogno come simbolo.

Ignazio Mortellaro decifra con il suo lavoro il sogno come orizzonte dell’intelletto, un luogo interiorizzato di libertà.

Scerbo indaga il rapporto tra l’essere umano e la sua esistenza attraverso il medium della luce e della trasparenza.

Con la sua opera Veronica Smirnoff mostra all’osservatore la delicatezza della dimensione onirica rappresentata tramite l’utilizzo delle tecniche dei maestri antichi.

Il collettivo olandese Graphic Surgery (Gysbert Zijlstra e Erris Huigens) scardina la percezione dell’ambiente attraverso il rigore geometrico di un intervento site-specif.

Le opere di Jonathan Vivacqua distorcono e deformano lo spazio fisico, tramutandolo in uno spazio del subconscio.

Infine, Giulio Alvigini, creatore di Make Italian Art Great Again, con le sue opere randomicamente disposte, propone un’ironica oggettivazione del sistema dell’arte contemporanea italiana.

Il 6 aprile alle 8:30 Waking Dream presenta un audio performance di Edoardo Dionea Cicconi, le quali vibrazioni sonore trasporteranno il pubblico in un momento lisergico a percepire l’esperienza di un sogno lucido.

 

Carmen Caggese