Rinasce il Teatro Continuo di Burri a Milano

Nel 1973, in occasione della XV Triennale, Alberto Burri ideò per il Parco Sempione il Teatro Continuo. Una volta realizzata, l’opera si presentava come una struttura palcoscenico composta da una piattaforma in cemento e da sei quinte laterali rotanti in acciaio dipinto. Collocata sull’asse ideale che collega il centro di Milano con Corso Sempione, il Teatro Continuo fungeva da cannocchiale prospettico, inquadrando la Torre Filarete del Castello Sforzesco da un lato e l’Arco della Pace dall’altro. Divenendo così parte integrante del Parco Sempione, si offriva come macchina scenica sempre predisposta per l’uso, libera sede nel cuore di Milano sia per attività e spettacoli artistici, sia per un utilizzo indipendente da parte di ognuno. Con quest’opera Burri manifestava una decisa consonanza rispetto alla temperie culturale del momento, caratterizzata da una tendenza al dialogo con il pubblico e da uno spostamento dell’operatività artistica dallo studio al contesto esterno. L’opera faceva parte di un insieme di particolare valore artistico e urbanistico risalente alla XV Triennale, comprendente i “Bagni Misteriosi” di Giorgio De Chirico e “Accumulazione Musicale e Seduta” di Arman, entrambe tuttora presenti all’interno del Parco Sempione. Nel 1989 l’Amministrazione Comunale di Milano decise di demolire l’opera di Burri. A distanza di venticinque anni, la città torna sui suoi passi e con la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri e NCTM Studio Legale Associato, nell’ambito del progetto nctm e l’arte, con la curatela scientifica di Gabi Scardi, promuove il rifacimento dell’opera sulla base dei disegni originali. La realizzazione, la cantierizzazione e la posa del Teatro Continuo sono stati affidati a Leggeri S.r.l., società impegnata da decenni nella esecuzione di opere di artisti internazionali. Il rinato Teatro Continuo verrà donato al Comune di Milano e a Triennale di Milano, che ne curerà la manutenzione. Il progetto è stato esaminato e autorizzato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici della Provincia di Milano. L’opera verrà consegnata alla Città di Milano nel mese di marzo del prossimo anno, nell’ambito delle attività legate al Centenario della nascita del Maestro. Il Teatro tornerà così a costituire, già durante l’EXPO di Milano, una piattaforma di attività culturali partecipate dai cittadini.

Claudio Cosetti, Paola Cuccia

“Ieri e Oggi. Brescia e la sua birra”

PARLA LEOPer celebrare una lunga serie di anniversari, non ultimo il venticinquesimo di gestione dell’Antica Birreria Wührer di Brescia da parte della Società 5 Stelle, è stato editato il nuovo volume di Alessia Biasiolo dal titolo “Ieri e Oggi. Brescia e la sua birra”. Il volume, che è stato omaggiato agli ospiti di un’elegante serata di festeggiamenti tenutasi lo scorso 13 ottobre presso il ristorante dell’Antica Birreria Wührer, e presentato ufficialmente alla città di Brescia durante una conferenza stampa tenutasi presso la bellissima Sala dei Giudici di Palazzo della Loggia, martedì 14 ottobre scorso, alla presenza dell’assessore alla Cultura comunale e vicesindaco Laura Castelletti, è stato definito un vero gioiello.

Il volume è di carattere strettamente storico, a partire dalla storia della birra dall’antichità. Corredato da un interessante apparato fotografico, consta di 224 pagine a colori e in bianco e nero. L’impaginazione è stata motivata da una scelta stilistica. La parte di storia in bianco e nero riguarda gli anni di nascita della preziosa bevanda, di arrivo a Brescia del fondatore della birra Wührer, Franz Xavier, fino agli anni Ottanta del Novecento, quando si avvicina il momento di subentro dell’attuale gestione dell’Antica Birreria, cioè l’unica attività storica rimasta operativa di quanto originariamente fondato. Da quel momento, iniziano le immagini a colori, in un crescendo di feste tra spillatura di barili di birra Oktoberfest e sfilate di Miss per la selezione di Miss Italia.

COPERTINAIl libro è un continuo rimando a fonti bibliografiche e a fonti iconografiche, con accezioni uniche. L’accurata ricerca delle immagini condotta da Alessia Biasiolo, infatti, è andata dalla consultazione di libri del fondo antico della Biblioteca Civica Queriniana di Brescia, con riproduzioni dei disegni degli erbari del Cinquecento e del Seicento che servivano a riconoscere le specie di orzo e di luppolo, piante indispensabili per la produzione della birra, alla scelta di inserire adeguatamente le splendide immagini dell’Archivio Storico della Fondazione Fiera di Milano. Il motivo della scelta sta proprio nell’impianto del testo storico. Una volta sviscerata in sintesi la nascita della bevanda nell’antichità, il discorso giunge all’Ottocento di Brescia, quando vi arriva Franz Xavier Wührer. Austriaco, si era semplicemente spostato in altri territori dell’Impero, seguendo una logica personale, ma anche motivazioni di carattere politico ed economico, spiegate nel dettaglio. I territori, che godevano di una parentesi di apertura da parte imperiale dopo una serie di moti di ribellione inneggianti all’indipendenza dall’ormai odiato dominio austriaco, erano idonei ad introdurre una bevanda che era sì prodotta in tanti laboratori praticamente artigianali, anche a Brescia stessa, ma che non avevano quell’idea di gestione e di produzione che Franz importerà dagli altri territori dell’impero. Infatti, pensare di poter servire la birra alla grande guarnigione austriaca presente in città; utilizzare le coltivazioni di orzo della vasta Bassa Bresciana; insistere sulla possibilità di fare convivere il vino, tipico italiano, e la birra di nuova introduzione su ricetta originale dei paesi di maggior consumo, era davvero vincente. E così fu. La diffusione della bevanda fu rapida proprio per la presenza dei soldati austriaci, tanto che già negli anni Quaranta dell’800 fu necessaria la regolamentazione da parte delle autorità comunali. Per poter avere una fabbrica di birra bisognava dimostrare di saperci fare, bisognava dichiarare la ricetta e sottoporsi al controllo della commissione apposita al fine di consentire di verificare che gli impianti fossero “a norma”, diremmo noi oggi. Significa che le caldaie di rame non dovevano essere stagnate per evitare avvelenamenti; che non si doveva addizionare birra vecchia alla nuova; che l’acqua doveva essere ottima e che la materia prima doveva essere selezionata. Negli anni, Franz riuscì a far crescere la propria fabbrica, malgrado i moti ben più organizzati contro il dominio austriaco che portarono alle celeberrime Dieci Giornate di Brescia, fino alla seconda guerra di indipendenza, grazie alla quale la Lombardia poté liberarsi dall’odiato dominio e annettersi al Regno di Sardegna. Subentrò al padre Pietro Wührer e a sua volta il figlio di questi, Pietro anch’egli. I due riuscirono ad ampliare la loro fabbrica, ad aprire e far prosperare il nuovo stabilimento al limitare cittadino, in territorio Bornata, malgrado la tassazione a ritmi alterni “catenaccio” per le attività economiche. Interessante notare come, leggendo i testi di fine Ottocento e primi Novecento, sembri di leggere cronache contemporanee in tema di tasse e proteste da parte degli imprenditori.

RENATO-ALESSIA-LAURA

In ogni caso, il criterio con il quale la fabbrica è stata gestita ha portato lavoro e ampliamenti, fino alla costruzione della vetreria, degli stabilimenti di estratto per brodo e alle acquisizioni in tutta Italia. Le belle immagini dell’Archivio Fondazione Fiera di Milano, come spiegato durante la conferenza stampa di presentazione anche dal curatore Andrea Lovati, illustrano il periodo dagli anni Venti agli anni Cinquanta del Novecento, con interessanti curiosità: i padiglioni dedicati alle nostre colonie in Cirenaica e il passatempo per i bambini in groppa ad un cammello; le visite del Re in atteggiamenti informali rispetto a quelli ai quali siamo abituati; la presenza dell’ambasciatore americano in visita alla Fiera negli anni della fine del proibizionismo e tanto altro ancora. Si arriva poi al prezioso contributo d’archivio della Società 5 Stelle, depositaria di numerose fotografie originali delle attività della Wührer, così come di oggetti utilizzati sia presso lo stabilimento, ad esempio le casse per il trasporto della birra in bottiglia, sia presso lo storico ristorante, creato come annesso allo stabilimento della Bornata. Il rifacimento del ristorante celebra i cinquant’anni proprio quest’anno e anche questa occasione ha portato il presidente della Società 5 Stelle Leo Ruocco a volere il volume storico. Sono allora i numerosi cliché di stampa a troneggiare sulle pagine, oppure i bicchieri di vetro che sostituiscono i tradizionali becker di stampo tedesco, oppure i vassoi, i portaombrelli, il bancone di mescita originale in formelle fatte a mano. Fino ai momenti di festeggiamento societario con buffet offerti agli ospiti: il 29 settembre 1989, data di celebrazione dell’acquisizione; il diciottesimo; il ventennale. E tante altre notizie sulla birra e su Brescia: la Brescia della Mille Miglia o dei bombardamenti sul finire della seconda guerra mondiale, che hanno visto scenario anche i terreni dove sorgeva lo stabilimento di birra e la birreria; gli anni del boom economico e delle trasmissioni mitiche di Mike Bongiorno, che ruotavano anche intorno alle ricette dei concorrenti al famoso “Lascia o raddoppia”; la parabola della Funivia per il monte Maddalena, il monte di casa per i bresciani; fino alla giornata organizzata nel luglio scorso per gli amanti delle bike o delle camminate a piedi proprio verso la cima della Maddalena (poco meno di mille metri) a partire dall’Antica Birreria i mesi scorsi. Insomma, un interessante spaccato di vita in cui è facile riconoscersi e riconoscere le proprie origini. Una ricerca storica puntuale, ricca di spunti e di apparati che aiutano la lettura, ma che sono essi stessi fonte preziosa per la memoria collettiva, insolito modo di concepire il particolare nel tutto e l’influenza del tutto sul locale.

“L’ampio apparato fotografico”, ha spiegato l’autrice Alessia Biasiolo “non serve a rendere la ricerca storica più leggibile, ma è esso stesso storia che si narra per immagini. Le fonti fotografiche sono diventate parte integrante del narrato che si avvale sia dello stile giornalistico che di quello storico, per creare un tessuto di parole adatto a vario tipo di pubblico. La scelta di interfacciare una storia particolare come quella della birra a Brescia con la storia nazionale e sovranazionale, mi ha permesso di dare il senso di come singoli eventi possano incidere sulla storia mondiale e, viceversa, come la storia propriamente detta, quella studiata sui libri, incida sulle scelte dei singoli. Come mi è proprio, ho lasciato molto spazio alle parole della gente comune dei tempi passati, affinché non sia solo il parere dello storico a trasparire, ma la realtà come vissuta al momento, soprattutto dagli attori della straordinaria fiaba della birra italiana, non ultimi gli attuali gestori dello storico, grande, bellissimo locale di Brescia, culla per me non soltanto di birra di alta qualità, ma di storia e di cultura alla quale ho attinto grazie all’amico Leo Ruocco che mi ha permesso di studiare gli archivi privati aziendali”.

LAURA CASTELLETTI-LEO RUOCCO-ANDREA LOVATIUn contributo alla cultura che esprime l’amore per il passato, la continuità con la passione di Pietro Wührer per lasciare qualcosa di scritto a beneficio dei posteri.

Soprattutto, il modo per celebrare il mondo della birra e dei suoi comparti; l’attività indefessa di centinaia di addetti in tutta Italia, dalla produzione al packaging, che sono tesi non a dare da bere e basta, ma a produrre un prodotto di alta qualità, ricco di nutrienti preziosi per la salute, in cui la qualità sia dimostrazione del lavoro dal fusto alla spillatura. Una schiuma di birra che racchiude l’universo degli amanti del bello e della cultura, anche se racchiusa in un buon bicchiere di bionda, rossa, scura.

Alessia Biasiolo: “Ieri e Oggi. Brescia e la sua Birra”, Arti edizioni, Brescia, 2014; pagg. 224, euro 35,00.

 

Renato Hagman

 

 

Il complesso monumentale del Lazzaretto di Verona al FAI

Il Comune di Verona ha consegnato al FAI – Fondo Ambiente Italiano – il complesso monumentale del Lazzaretto, all’interno del Parco dell’Adige Sud di Verona. Presenti alla cerimonia il Sindaco di Verona Flavio Tosi, l’assessore all’Ambiente Enrico Toffali, il presidente di Fondazione Cariverona Paolo Biasi, il Prefetto Perla Stancari e, per il FAI, il presidente nazionale Andrea Carandini, il vicepresidente Marco Magnifico, il direttore generale Angelo Maramai, il capo delegazione di Verona Annamaria Conforti Calcagni. Presenti inoltre il presidente della 7^ circoscrizione Nicola Carifi e numerosi consiglieri comunali e di circoscrizione. La consegna sancisce l’accordo firmato lo scorso 14 luglio dal Sindaco Flavio Tosi e dal direttore generale del FAI Angelo Maramai, alla presenza del Sottosegretario al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo Ilaria Borletti Buitoni. Secondo la convenzione il FAI, in collaborazione con il Comune di Verona, si impegna per 18 anni prima a riqualificare e poi a gestire e valorizzare questa storica area veronese, oggi in forte stato di degrado. “Un progetto che ha trovato subito l’unanime condivisione dell’Amministrazione e di tutto il Consiglio comunale – ha detto il Sindaco Flavio Tosi – per individuare la migliore modalità di recupero di questo splendido tempietto e dell’area che lo circonda. Per il FAI è un intervento importante, che trova il pieno sostegno dell’Amministrazione comunale e della Fondazione Cariverona, che ringrazio per aver dimostrato ancora una volta la sua vicinanza alla città. Fino ad ora questa era un’area degradata e insicura: oggi la consegniamo al FAI per farla tornare a rivivere e, con l’impegno di tutti, per restituirla alla fruibilità della collettività veronese, con un progetto importante che la trasformerà in luogo di cultura e di svago”. “La Fondazione Cariverona – ha detto il presidente Paolo Biasi – ha da sempre riservato una particolare attenzione alla conservazione e trasmissione alle future generazioni del patrimonio ambientale, artistico e storico-culturale, con propri interventi diretti e con l’affiancamento ad importanti iniziative promosse da enti e benemerite associazioni culturali. Ne è testimonianza il lungo e proficuo rapporto di cooperazione instaurato nel tempo con il FAI, che l a Fondazione Cariverona conferma ancora una volta con un nuovo impegno di 250.000 euro, da ripartirsi nel biennio 2014-2015, finalizzato al recupero e alla valorizzazione del monumento e dell’area complessiva del cosiddetto Lazzaretto, in zona San Michele di Verona. L’accordo, che vede la compartecipazione dell’Amministrazione comunale di Verona, del FAI e della Fondazione Cariverona, rappresenta un significativo esempio di cooperazione tra Pubblico e Privato, che rende possibile la realizzazione di importanti progetti di pubblica utilità”. “Oggi una splendida area della città comincia a rivivere – ha detto l’assessore all’Ambiente Enrico Toffali – affidarla al FAI, viste le difficoltà finanziarie in cui si dibattono gli enti pubblici, è stata la migliore scelta possibile per garantirne il recupero e la piena fruibilità pubblica. Dal punto di vista amministrativo è stata un’operazione complessa, che ha impegnato notevolmente l’Amministrazione comunale, che oggi è lieta di averla condotta a buon fine”. “Un paesaggio da salvare – ha detto il presidente del FAI Andrea Carandini – con l’attento piano di recupero di un’intera area, al momento abbandonata e poco collegata alla città. Questo l’intento del FAI, che si propone di rispettare la natura originaria di questo territorio, impegnandosi dapprima a conoscerlo e poi, d’intesa con l’Amministrazione comunale, a gestirlo e a valorizzarlo con interventi sostenibili , nel rispetto del paesaggio, dell’anima del luogo e della sua storia. Il FAI ringrazia la Fondazione Cariverona per l’importante contributo alla realizzazione del progetto di restauro e di riqualificazione dell’area”. “La consegna del Lazzaretto segna un momento importante per il FAI e per la Delegazione di Verona – spiega Annamaria Conforti – che da anni si è spesa a favore di questo bene simbolo della città. Un luogo della memoria amato dai veronesi che lo hanno segnalato in occasione del quinto e del sesto censimento del FAI I Luoghi del Cuore per proteggerlo dalla cementificazione e farlo conoscere. L’attenzione sarà rivolta, oltre che al Lazzaretto, anche al terreno adiacente di tre ettari, donato al FAI nel 2012. Una vasta area da restituire alla città con un piano di sviluppo turistico a vocazione naturalistica e sportiva , pensato per il benessere del fisico e dello spirito. Il luogo di un’antica sofferenza verrà così trasformato nel fulcro di un progetto di recupero storico e ambientale, destinato a creare un’area di benessere per la città”. Queste le prime azioni che saranno messe in atto. Bonifica : il FAI porterà a termine la pulitura e la bonifica dell’area del Lazzaretto dagli ordigni bellici rimasti inesplosi; la pulitura dell’area da vegetazione infestante e da cumuli di macerie per mettere in luce quanto resta dell’edificio originario, ed eventuali primi interventi di consolidamento se si renderanno necessari durante la pulitura e la bonifica. Approfondimento della conoscenza del Bene : sarà intrapresa una campagna di rilievo fotogrammetrico e un’analisi di tutti i materiali superstiti riconducibili alla struttura architettonica originaria – al fine di documentare le testimonianze presenti nell’area. Solo approfondendo la conoscenza di quanto resta dell’edificio e verificandone lo stato di conservazione, sarà possibile intervenire con restauri e nuovi interventi che aiutino la lettura dell’edificio e che contribuiscano alla sua valorizzazione. Ricerca storica su fonti d’archivio e su testimonianze dirette. Gestione : in un’ottica di riqualificazione, il FAI mira a rivitalizzare l’intera area e punta a dare vita a un sistema del Parco dell’Adige Sud – coinvolgendo il Comune e altri enti territoriali – di cui il Lazzaretto possa essere il fulcro, diventando un luogo di incontro e per il tempo libero. Tra le prime idee prese in considerazione la realizzazione di una passerella ciclopedonale che colleghi la riva destra del fiume con quella sinistra, in prossimità di Villa Bernini Buri, favorendo una più facile viabilità nell’area. Il FAI ha già interpellato l’architetto Michele De Lucchi che si è mostrato disponibile per un suo coinvolgimento. Un’altra idea riguarda invece la realizzazione di un grande orto collettivo sul terreno donato al FAI, che possa diventare un luogo da vivere, in cui si possa recuperare e rafforzare anche il legame dei cittadini con la campagna. Durante le fasi di bonifica e di approfondimento l’area del Lazzaretto, per motivi di sicurezza, sarà un cantiere recintato e non accessibile al pubblico.

 

Il Lazzaretto di Verona

«Gran cortile vi sta in mezzo con portici e stanze dai quattro lati, due maggiori e due minori, quelli di arcate 51, questi di 24. Metton nel detto cortile quattro porte, ognuna alla metà circa di ogni lato; e nel minore a sera sta la porta del principale ingresso. Un po’ elevato è il pian terreno per meglio preservare dall’umidore e dalle alluvioni le 152 stanze o celle, comprese le quattro più grandi, che s’alzano sui lati in guisa di torri, le quali hanno un piano di sopra colle rispettive scale. Un secondo ordine di celle, pur a volta reale, avente ciascuna quanto occorre per abitarvi separatamente, sta al di sopra di rincontro alle proprie arcate. Sopra il lato del principale ingresso si ha un altro ordine, compartito in dieci stanze, al servigio del magistrato, e risponde alle cinque arcate del portico, mettendo ad esso due ben ordinate scale. In quattro parti eguali vien da muretti diviso il cortile per distinguere in tempi diversi le rispettive contumacie degli appestati. Ognuno dei quattro angoli del cortile ha il suo pozzo; e due ve ne stanno tra i muri, che dividono il lato maggiore. Sopra tre ordini di gradini s’alza al centro del cortile un tempietto rotondo con doppio giro di colonne del nostro marmo, d’ordine toscano, differenti nell’altezza. Le colonne interne sostentano il timpano e la cupola del tempietto; le esterne forniscono il portico dattorno allo stesso, cupola e cupolini, quella coperta di piombo, questo sormontato dalla statua di San Rocco, il gran protettore degli appestati. Nel centro del tempio v’ha l’altare a quattro facce, sì ch’esso è in vista di tutti i malati; stando di rincontro ad ogni porta delle dette 152 celle.»

(da Giambattista da Persico in “Descrizione di Verona e della sua provincia”, 1821)

Costruito tra il 1549 e il 1628, il Lazzaretto di Verona nacque come struttura per l’accoglienza delle persone affette da malattie contagiose. La città decise di dotarsi di una simile struttura nel 1539, quando l’amministrazione comunale si trovò a disposizione alcuni fondi provenienti dagli introiti dell’ospedale di Tomba, che da tempo provvedeva alla prevenzione dei contagi e alla cura delle malattie infettive.

La zona di San Pancrazio fu ritenuta adatta ad ospitare il Lazzaretto: la sua posizione, a valle della città e all’interno di un’ansa dell’Adige, permetteva l’accesso dei malati dalla terraferma e dal fiume che, senza alcun danno per il centro abitato alle spalle, garantiva una radicale “pulizia” grazie alle periodiche piene autunnali. Nel gennaio del 1549 iniziarono i lavori.

La paternità del Lazzaretto è attribuita quasi unanimemente all’architetto Michele Sanmicheli. La pianta architettonica, di forma rettangolare, è costituita da lati di 239 x 117 metri. La superficie venne suddivisa in quattro settori separati, con un tempietto al centro che fungeva da cappella: le 152 celle disposte lungo il perimetro comprendevano i servizi igienici e il caminetto per la preparazione dei cibi ed erano collegate da un porticato coperto. Ogni settore era dotato di un pozzo di approvvigionamento dell’acqua e sul lato d’accesso si trovava l’astanteria, dove venivano suddivisi gli ammalati. Una particolarità progettuale del Lazzaretto è l’attenzione all’acustica ambientale che permetteva di udire anche dalle celle più lontane il sacerdote durante le celebrazioni eucaristiche dal tempio centrale.

La costruzione del Lazzaretto fu completata nel 1628. Nel 1630, nei primi giorni dell’estate, scoppiò a Verona una grande epidemia di peste (la calamitas calamitatum portata dalle truppe tedesche discese per assediare Mantova e descritta dal Manzoni nei Promessi Sposi): in quel periodo il Lazzaretto arrivò ad accogliere fino a 5000 sfortunati ospiti. Questo fu l’ultimo grave contagio che colpì la città: in seguito, l’uso sanitario del Lazzaretto cessò e fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale (1945) la struttura venne utilizzata come deposito di polveri, munizioni ed esplosivo. La struttura rimase intatta ad eccezione della cupola del tempietto, che alcuni storici riportavano già crollata agli inizi del Novecento.

Circa un mese dopo la fine del conflitto, il 20 maggio 1945, una violenta deflagrazione distrusse l’antico edificio. Dell’imponente costruzione del XVII secolo rimasero solo resti di mura e il tempietto centrale, ridotto in rovina e parzialmente ricostruito nel 1960 in occasione delle celebrazioni sanmicheliane. Il resto dell’architettura è a tutt’oggi ridotta a rudere.

 

Roberto Bolis

Terrazza. Artisti, storie, luoghi in Italia negli anni zero

Una visuale aperta, ampia sul panorama italiano dell’arte contemporanea, nel suo aggregato di realtà, iniziative, esperienze, protagonisti. Questo è il carattere principale, già racchiuso nel titolo, del volume appena uscito per Marsilio Editori in una doppia edizione italiano inglese. “Terrazza” presenta gli esiti di due anni di lavoro, reso possibile grazie a una partnership di alto profilo istituzionale. Il volume è un’iniziativa congiunta Quadriennale di Roma e Associazione Civita, che hanno unito know-how e risorse per produrre un’indagine impegnativa (500 pagine, con 500 illustrazioni a colori per ciascuna edizione) sulla giovane arte italiana al giro di boa del primo decennio del Duemila. Lo sguardo è affidato a quattro curatori di nuova generazione che, per formazione ed esperienza professionale, hanno contatto assiduo con le emergenze artistiche in ambiti istituzionali e in circuiti più indipendenti: Laura Barreca, Andrea Lissoni, Luca Lo Pinto, Costanza Paissan. Dal loro confronto dialettico origina l’impostazione del volume: non un catalogo tradizionale di artisti e opere, selezionati secondo criteri di valore assoluti o con un approccio classificatorio. Piuttosto i nomi proposti scaturiscono da un’analisi del contesto della nostra scena artistica, che per gli autori è stato prioritario cercare di ricostruire nella sua trama diffusa, nonostante la ridotta prospettiva storica che li distanzia dal periodo di osservazione. Dal Duemila in poi, quali sono stati gli spazi maggiormente catalizzatori di energia creativa? Com’è cambiato il percorso di formazione e accreditamento degli artisti? Chi sono oggi i nuovi committenti? Quali formule di produzione si sono rivelate più efficaci? Quali mostre collettive sono riuscite a proporre soluzioni narrative più innovative? Com’è cambiato il modo di informare e comunicare quando si parla e si scrive d’arte? Questi sono alcuni degli interrogativi di Barreca, Lissoni, Lo Pinto, Paissan nella loro conversazione iniziale, che offre le necessarie chiavi di lettura delle altre due sezioni del volume, visivamente distinte ma in realtà in fluida comunicazione tra loro. La prima sezione, “Storie, luoghi”, propone una carrellata scorrevole, in ordine cronologico, di oltre 150 realtà tra accademie, università, studi d’artista, archivi, artist run space, collettivi, associazioni, spazi non profit, borse e premi, case editrici, festival, fondazioni, gallerie, progetti d’arte pubblica, residenze, riviste e blog, mostre collettive, musei, che secondo gli autori hanno segnato un cambiamento di passo nel modo di produrre, creare, offrire arte. La seconda sezione restringe lo sguardo su 60 artisti che, pur nella loro individualità, sono apparsi, per continuità e qualità di proposte, emblematici di nuove inclinazioni, rotte, submovimenti della nostra giovane arte. Il loro lavoro è presentato attraverso la descrizione di alcuni interventi-chiave nel percorso di ricerca di ciascun artista, particolare, questo, che conferisce inusitata chiarezza e leggibilità ai testi pubblicati. “La mappatura dell’arte contemporanea italiana” – commenta Jas Gawronski, presidente della Quadriennale – “è nel dna della nostra istituzione. Con quest’opera rinnoviamo il nostro impegno a far conoscere la nostra arte, soprattutto all’estero dove più forte è il bisogno di presentare in modo sistemico alcune delle nostre migliori energie creative. E dove peraltro molti dei nostri artisti e curatori già operano stabilmente, con inevitabili interrogativi sull’interpretazione da dare al concetto di arte italiana in un contesto così globale. Colpisce la vitalità della rete di soggetti che a diverso titolo concorrono ad alimentare la domanda e l’offerta di arte contemporanea, soprattutto in circuiti periferici rispetto al cosiddetto sistema dell’arte”. “Da questo lavoro” – afferma Gianni Letta, Presidente dell’Associazione Civita – “emerge un panorama dell’arte italiana delle ultime generazioni di grande interesse, attento non solo a quello che accade nel nostro Paese, ma anche a quel che viene prodotto nel mondo. Creare conoscenza intorno alla produzione artistica non significa solo produrre cultura, bensì generare nel pubblico la capacità di vedere quel che accade, di percepire il valore della creatività, di dare il senso di una civiltà viva. Ecco una prima ragione che ha spinto l’Associazione Civita a partecipare a questa produzione insieme alla Fondazione Quadriennale di Roma: presentare al pubblico, in linea con il proprio marchio Arte a te, un gruppo selezionato di artisti giovani che a partire dal 2000 hanno prodotto opere significative. Del resto Civita è attenta da sempre ai giovani artisti, come testimonia l’esperienza del premio 6Artista, il programma di residenze che offre loro concrete opportunità di affermazione attraverso un percorso formativo di alto livello e la creazione di relazioni con i principali attori del sistema dell’arte contemporanea nazionale e internazionale”. “Terrazza. Artisti, storie, luoghi in Italia negli anni Zero” di Laura Barreca, Andrea Lissoni, Luca Lo Pinto, Costanza Paissan, Marsilio Editori 496 pp, € 45 “Terrazza. Artists, histories, places in Italy in the 2000s” by Laura Barreca, Andrea Lissoni, Luca Lo Pinto, Costanza Paissan, Marsilio Editori 496 pp, € 45

Barbara Izzo e Arianna Diana

Seconda stella a destra

Dal 26 settembre al 2 ottobre all’ex Arsenale di Verona si terrà la 2ª edizione di “Seconda stella a destra”, festival della didattica e divulgazione astronomica con osservatorio stellare promosso dalla 2ª Circoscrizione e dall’Associazione scientifico culturale EmpiricaMente per scuole e famiglie. La manifestazione, realizzata con il contributo della Banca Popolare di Verona, di Amt e Acque Veronesi e il patrocinio dell’Ufficio scolastico Regionale, è stata presentata dal vicesindaco di Verona Stefano Casali, dal presidente della 2ª Circoscrizione Filippo Grigolini e dal presidente dell’Associazione EmpiricaMente Enrico Bonfanti. Presenti le rappresentanti dell’Ufficio Scolastico Regionale Anna Lisa Tiberio e della Banca Popolare di Verona Loretta Zuliani. “Una proposta didattica e ludica di prim’ordine – spiega Casali – che consente a studenti e famiglie di approfondire la conoscenza dell’astronomia, scienza affascinante oltre che molto impegnativa. L’Amministrazione comunale ha sostenuto fin da subito l’iniziativa perché coinvolge e valorizza le scuole del territorio e le associazioni di genitori che, nonostante le difficoltà del momento, si stanno impegnando in prima persona per proporre progetti educativi ai loro figli”. “Una proposta finalizzata a valorizzare un “contenitore” importante come l’ex-Arsenale – ha aggiunto Grigolini – che investe concretamente nella cultura. Dato il successo della prima edizione, quest’anno l’iniziativa viene ulteriormente ampliata con la presenza di un terzo planetario, che consentirà una maggiore capienza, e nuove proposte. Inoltre, grazie all’importante contributo degli enti del territorio, è stato possibile ridurre il costo di ingresso alla manifestazione venendo incontro alle famiglie”. La manifestazione che sarà inaugurata sabato 27 alle 12.30 prevede appuntamenti per le scuole (da venerdì 26) e per le famiglie. Negli spazi dell’Arsenale saranno allestiti un planetario da 70 posti a sedere, attualmente il più grande planetario itinerante d’Italia, e due da 30 posti ciascuno. Dentro alle cupole gonfiabili che simulano, grazie a proiettori ad altissima definizione, la volta celeste con le sue meraviglie e i suoi misteri saranno proposte quasi 150 presentazioni nell’arco dell’intera manifestazione, per un totale di circa 6000 posti prenotabili. Oltre alla visita dei planetari, saranno organizzati laboratori ludico-didattici per le scuole, osservazioni diurne e serali del cielo con telescopi, mostre fotografiche sulle meraviglie dell’universo e cicli di conferenze rivolti ad insegnati ed appassionati. A disposizione anche libri, strumentazioni ed esperti astrofili per dare risposte alle curiosità dei presenti. Parte del ricavato della manifestazione sarà devoluto alle associazioni di genitori sorte a sostegno delle scuole pubbliche e paritarie del territorio (il Comitato Genitori comprensivo 4, l’Associazione Ed.Res.Educazione Responsabile e il Comitato Genitori della Scuola Fraccaroli e della Scuola Nievo) e a finanziare i progetti dell’Associazione scientifico culturale EmpiricaMente. All’iniziativa parteciperanno i Planetari di Verona di Enrico Bonfante, di Padova del Gruppo Pleiadi e dell’Associazione Sofos di Bologna. I primi due saranno presenti sin dal venerdì mattina; il terzo a partire da sabato 27. I planetari resteranno attivi sino al giovedì mattino, con presentazioni “dal vivo” all’interno delle due cupole e con la possibilità di osservare il cielo diurno e serale in collaborazione anche con il Gruppo Astrofili di Mozzecane. Nelle giornate di sabato 27 e domenica 28 il Gran Teatro dei Piccoli di Linda Di Giacomo proporrà lo spettacolo di burattini artigianali “Tutti i grandi sono stati bambini – Storia fantastica di un viaggio interstellare”, liberamente tratto da “Il Piccolo Principe”. Le conferenze, la mostra e lo spettacolo di burattini sono ad ingresso gratuito. Le presentazioni nei planetari saranno gratuite per i bambini fino a 4 anni e a pagamento (costo 5 euro) per gli altri, fino ad esaurimento posti (possibilità di prenotazione al numero 3894474389 o sul sito http://www.empiricamente.info, dove è presente il programma della manifestazione).

Roberto Bolis

Un messaggio per le donne

È il titolo del testo premiato per la sezione SMS della quindicesima edizione del Premio di poesia “La Leonessa. Città di Brescia”.

Lo scritto doveva rigorosamente rientrare nella lunghezza prevista da un solo sms telefonico, pertanto la valutazione dei giurati doveva tenere conto dell’alto significato racchiuso in un corto spazio di scrittura. L’Autrice ha scelto l’argomento duro e drammatico del femminicidio, rendendo ancor più intenso il messaggio stesso. In esso c’è senso, monito, esortazione, speranza implicita. Un augurio scaturito dalla solidarietà che intride la poesia di quella forza femminile capace di trovare coesione di genere spesso proprio nelle situazioni drammatiche. La Poetessa ha dimostrato sicura penna, donandoci un messaggio sul quale meditare, ragionare e, possibilmente, cercare di proporre soluzioni.

Un messaggio per le donne, di Agnese Monaco

Se libera di essere grande donna prevede grandi solitudini, le preferisco a uomini che abusano della tua anima.

 

 

 

“In attesa di EXPO 2015”: “Cibo per la mente, cibo per la vita”

Una sola lirica è stata selezionata dalla Giuria della quindicesima edizione del Premio di poesia “La Leonessa. Città di Brescia” per la sezione dal tema “In attesa di EXPO 2015”: “Cibo per la mente, cibo per la vita”. Ai Poeti era richiesto di scrivere una poesia a tema aperto, intendendo cibo sia quello che ingeriamo per il sostentamento fisico, sia il cibo che nutre la mentre, la poesia stessa ad esempio.

La scelta è caduta sulla poesia più armoniosa e articolata che ha sottolineato simpaticamente una ricetta, senza perdere il ritmo e la cadenza che la rendono gradevole, in grado di soddisfare il palato anche poetico, se non soltanto quello della tavola.

ROSSA ROSA O TREVIGIANO di Lorena Turri

Se vi capita alla mano

del radicchio trevigiano,

bello, fresco e ben screziato

– rosso e panna colorato –

lo potreste anche donare,

per l’amore dichiarare,

come fosse rossa rosa

al moroso o alla morosa.

Ma se invece un tal languore

non vi piglia proprio al cuore,

ma lo stomaco lì sotto

che reclama crudo o cotto,

lo potreste cucinare

come fiore da mangiare.

E pertanto, ben lavato,

va poi in teglia sistemato,

già da prima in due diviso

col coltello ed un sorriso.

Dopo averlo un po’ salato,

se vi piace, anche pepato

e con l’olio buono unto,

ecco, siamo giunti al punto

di dar fuoco al vostro forno

– a duecento o lì d’intorno –

senza mai dimenticare

con dell’acqua d’irrorare.

Aspettar minuti venti

e impiattar, quindi, contenti

a goduria del palato,

il radicchio ben screziato.

(Se il prezzemolo ti piace

e dell’aglio sei seguace

si può sempre insaporire

ma sol prima d’ingerire.

D’olio un filo ancor ci sta

se la dieta non si fa!)

 

 

“La Grande Guerra. Cent’anni dopo”

La quindicesima edizione del Premio Internazionale di Poesia “La Leonessa. Città di Brescia”, ha voluto dedicare una sezione a tema dal titolo “La Grande Guerra. Cent’anni dopo”, al centenario dello scoppio della prima guerra mondiale, che ricorre giusto in questo periodo. Le poesie selezionate sono significative, tra moltissime giunte, per una sezione che ha animato ricordi, preghiere, inni e simboli per coloro che hanno combattuto credendo di compiere il loro dovere per la Patria e la libertà, a qualunque fronte appartenessero. A queste persone, perlopiù uomini in armi, ma anche alle loro famiglie, sono dedicati questi toccanti versi. Il Premio di Poesia è riuscito nell’intento di animare produzioni particolari, come se negli occhi degli autori ci fossero altrettanti occhi sepolti nei loro cuori, forse di persone mai conosciute, ma alle quali viene tributato un ringraziamento che esula dalla spicciola retorica.

 

SUL MONTE GRAPPA, di Nerina Poggese

A mio nonno, sul monte Grappa alcuni anni fa

Negli occhi tremolano

tutti i giorni passati

riaffiorati qui, fra queste trincee

che calpesti ora con passo incerto.

Su quello spuntone

quante volte sei stato di vedetta

avvolto nel timore

che il tuo fiato ghiacciato

riveli la tua presenza

insieme all’ostia della luna

dissacrata a parole per la sua luce.

Qui le genziane ora ingentiliscono

le rocce, quanti compagni

ha ghermito la morte

e neanche questo cielo così sereno

con la pioggia degli anni,

ne ha dilavato il sangue

che resta rappreso nel tuo animo

nonno e negli incubi

che scuotono le tue notti.

Sentinella in eterno è il grado

che la guerra ti ha donato

e se il pellegrinaggio

in questo luoghi per me

è insegnamento e monito,

vorrei fosse per te dimora eterna

per le tue angosce

deposte fra la polvere di questo sentiero.

Ma tracimano da questo silenzio e dal tuo,

echi di giorni violentati dall’odio,

respiri inceppati, addii, spari,

pianti di donne e bimbi rimasti soli.

Scendiamo nonno, la tua gavetta

arrugginita rimarrà nella soffitta

del tuo cuore per sempre.

 

Una nota di malinconia in questa lirica intensa, capace di infondere in ogni lettore la partecipazione per il dolore e la sofferenza, citati per ricordare a noi stessi l’impegno a non voltarsi dall’altra parte quando le situazioni impongono di vigilare affinché non diventino ancora una guerra così. Gli oggetti, pertanto, non diventano culto, ma monito al quale guardare sempre con deferente rispetto, pur se non si condividono scelte e posizioni. Spesso si confonde la memoria con l’elogio della guerra, invece si deve restare “a difendere”, come afferma il prossimo Poeta.

 

RIMANGO A DIFENDERE, di Fiorello Volpe

Rimango a difendere

questa memoria, incastonata

come una cicatrice nella montagna,

trafitta cento volte

e cento volte ricostruita.

Mani sempre più giovani

hanno smosso pietra dopo pietra,

plasmato gallerie ed eretto muretti,

srotolato chilometri di filo spinato

attorno, una fossa eternamente spalancata.

 

Rimango a difendere

il ricordo, di tutti coloro

che nell’umido miasma di questi cunicoli,

come bestie nelle tane

attendevano il proprio turno.

Nel mio grembo accolsi i loro rantoli

che impastarono col sangue la terra,

ad uno ad uno, come una madre,

quelle madri che attendevano

ed avevano il diritto d’essere al posto mio.

 

Rimango a difendere

distesa, come dorsale della montagna

con le rocce che si alzano nude,

altari naturali dove nessuno

ha fermato la mano di Abramo.

Sgomenta avvolgo nel sudario

del silenzio, i sepolcri

di giovinezze sradicate

e scagliate nelle alte vette

in nome della Patria.

 

Rimango a difendere

mentre cala la notte,

e un tuono lontano increspa l’aria,

sibila ancora la granata

tra questi cunicoli.

Le eco di voci distanti,

trasfigurano ogni centimetro

del mio passaggio scardinato

reclamando alle stelle,

la luce eterna.

 

La difesa di una memoria che certo sarebbe più semplice cancellare, ma sulla quale poggia la nostra Storia, il nostro stesso essere non soltanto Italiani, ma Europei. Dall’andamento regolare, la lirica si dimostra forte nelle affermazioni, suscitando nel lettore partecipazione e, all’occorrenza, approfondimento.

 

VECCHIO REDUCE, di Aurora Cantini

per non dimenticare

È da molto ormai che mie vecchie ossa

non conoscono riposo,

unica coperta le foglie ingiallite

che ricoprono le mie mani,

qui seduto a guardia del sentiero.

 

Mi fanno compagnia le voci

dei tanti compagni appena dietro di me,

lasciati oltre il bianco della steppa,

oltre la duna di gelo,

oltre il cielo bianco dell’inverno russo.

 

Ogni notte le mie ossa scricchiolano al vento,

dondolando le ore insonni,

attendendo un ritorno.

 

Ti vedo passare saltellando, bambino di questo tempo.

Senti che ti chiamo?

 

Volgi lo sguardo e canta una ninna nanna per me:

io ti racconterò la mia storia.

 

La storia di un seme

gettato sulla nuda roccia,

sepolto sotto la coltre della neve,

rivestito di rosso ardore del tramonto,

un seme per nuovi ricordi.

Permette di parlare ad un reduce, la Poetessa, intessendo una trama prosastica lucida ed efficace, che fa affiorare quelle motivazioni non dette e non scritte che ogni soldato aveva nel profondo della sua anima. Interessante lo spunto, articolato con sapienza.

 

LA “DER DES DERS” ossia “La Grande Guerra”, di Giulia Deon

Giacciono sul tavolo

parole d’intesa

e di alleanza

a fondo perduto

e nella torre di Babele

la fratellanza innata

parla lingue diverse

che confondono

i pensieri. Non esistono

stagioni sui campi

di trincee e il sole

balbuziente è un razzo

lanciato che il giorno

stanco non trattiene.

Scendono lacrime

su lettere mai spedite

e di anime infrante

si armano i battaglioni.

Tra papaveri ardenti

e spighe mature

i corpi distesi di ignoti

soldati non odono

il treno del ritorno.

Passa lontana da casa

la nuvola di vapore

e il fischio struggente

è un grido di dolore.

 

Bello il raffronto tra le scelte fatte a tavolino e la realtà dell’esistenza quotidiana delle trincee e delle sofferenze civili. Una poesia capace di onorare il passato, tanto quanto di portare a riflettere sul presente, con buona capacità di sintesi e un andamento arricchito di immagini vivide non soltanto tangibili, ma introiettabili, fino a farsela propria.

Divina Bellezza. Il Pavimento del Duomo di Siena

 

Pavimento duomo di Siena

La magnifica Cattedrale di Siena, a partire dal prossimo 18 agosto, corso il Palio dell’Assunta, fino al 27 ottobre, “scopre” il suo Pavimento a commesso marmoreo straordinario, unico, non solo per la tecnica utilizzata, ma anche per il messaggio delle figurazioni, un invito costante alla Sapienza. Abitualmente, il prezioso tappeto di marmo è protetto dal calpestio dei visitatori e dei numerosi fedeli.

Si tratta del pavimento “più bello…, grande e magnifico”, che mai fosse stato fatto, secondo la nota definizione del Vasari, fra i più noti scrittori d’arte. È il risultato di un complesso programma iconografico realizzato attraverso i secoli, a partire dal Trecento fino all’Ottocento. La tecnica adoperata durante i secoli passati è quella del graffito e del commesso con marmi di provenienza locale come il broccatello giallo, il grigio della Montagnola, il verde di Crevole, ecc.

I cartoni preparatori per le cinquantasei tarsie furono disegnati da importanti artisti, quasi tutti “senesi”, fra cui il Sassetta, Domenico di Bartolo, Matteo di Giovanni, Domenico Beccafumi, oltre che da un pittore “forestiero” come l’umbro Pinturicchio, autore, nel 1505, del celebre riquadro con il Monte della Sapienza, raffigurazione simbolica della via verso la Virtù come raggiungimento della serenità interiore.

I visitatori potranno inoltre “deambulare” intorno al coro e all’abside ove si conservano le tarsie lignee di Fra Giovanni da Verona, eseguite con una tecnica simile a quella del commesso, con legni di diversi colori, raffiguranti vedute urbane, paesaggi e nature morte.

Il percorso completo OpaSiPass permette, oltre alla visita del Pavimento in cattedrale, quella al Museo dell’Opera ove si potranno ammirare, nella Sala delle Statue, i mosaici con i simboli delle città alleate di Siena e le tarsie originali di Antonio Federighi con le Sette età dell’Uomo. Nella Sala dei Cartoni, il cui ingresso fiancheggia la magnifica Maestà di Duccio, è visibile la celebre pianta del Pavimento del Duomo delineata da Giovanni Paciarelli nel 1884, che permette di avere un quadro d’insieme delle figurazioni e dell’itinerario che, dall’ingresso, conduce fino all’altar maggiore. Il percorso integrato prevede anche l’accesso alla cosiddetta “Cripta”, sotto il Pavimento del Duomo e al Battistero.

Contemporaneamente, per chi volesse vedere il Pavimento anche dall’alto con la visita guidata, è possibile prenotare l’itinerario Opa Si pass Plus che, oltre all’accesso a tutti i siti museali del Complesso, permette la salita verso la Porta del Cielo. Continua infatti l’apertura straordinaria del magnifico percorso dei sottotetti della Cattedrale, in cui per secoli nessuno è potuto accedere, ad eccezione delle maestranze e degli addetti ai lavori. L’itinerario verso il ‘cielo’ della Cattedrale comincia da una scala a chiocciola inserita dentro una delle torri terminanti con guglie che fiancheggiano la magnifica facciata del Duomo.

Il nuovo “catalogo” relativo alla scopertura del Pavimento della Cattedrale, alla Porta del Cielo, dal titolo Virginis Templum (Siena, Cattedrale, Cripta, Battistero), pubblicato in cinque lingue, guiderà il visitatore all’interno del Complesso monumentale del Duomo. Il libro di Marilena Caciorgna contiene al suo interno un agile “percorso pavimento” graficamente segnato dai motivi ornamentali marmorei bianchi e verde scuro, una “guida” nella “guida”. Anche la pianta del Paciarelli, in maniera stilizzata, è rappresentata insieme alle altre che corredano il libro, quale utile strumento per il visitatore.

Tra i servizi offerti saranno inoltre disponibili visite guidate in cui professionisti del settore, in varie lingue, condurranno i visitatori alla scoperta di questo straordinario capolavoro.

La manifestazione, fortemente voluta dall’Opera della Metropolitana, è organizzata da Opera Gruppo Civita.

Cattedrale di Siena

18 agosto – 27 ottobre 2014

Orari di apertura

Dal lunedì al sabato 10:30 – 19:30

Domenica 9:30 – 18:00

Biglietti

Opa Si Pass all inclusive ticket €12,00

Cattedrale, Pavimento e Libreria Piccolomini

Intero € 7,00

Riduzione scuole € 3,00

Riduzione gruppi più di 15 pax € 5,00

Diritti di prenotazione € 1,00

Porta del Cielo più Pavimento e Libreria Piccolomini

Biglietti individuali € 25,00

Tariffa gruppi (intera fascia e/o 17 Pax) € 400,00

Opa Si Pass Plus (Porta del Cielo + Opa Si Pass all inclusive) € 30,00

Barbara Izzo e Arianna Diana

 

Il delitto quasi perfetto

L’estate 2014 trasformerà le sale del PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, in una scena del crimine “quasi” perfetta, con una collettiva di oltre 40 artisti, italiani e internazionali, che rompendo gli schemi creano un legame tra l’arte e l’estetica del crimine.

ARTISTI IN MOSTRA: Saâdane Afif, Kader Attia, Dan Attoe, Dirk Bell, Bik Van der Pol, Jean-Luc Blanc, Tommaso Bonaventura, Monica Bonvicini, Ulla von Brandenburg, Aslı Çavuşoğlu, Maurizio Cattelan, François Curlet, Brice Dellsperger, Jason Dodge, Claire Fontaine, Gardar Eide Einarsson, Matias Faldbakken, Keith Farquhar, Dora Garcia, Douglas Gordon, Eva Grubinger, Richard Hawkins, Karl Holmqvist, Pierre Huyghe, Alessandro Imbriaco, Onkar Kular, Gabriel Lester, Erik van Lieshout, Jonas Lund, Jill Magid, Teresa Margolles, Fabian Marti, Dawn Mellor, Mario Milizia, Raymond Pettibon, Emilie Pitoiset, Julien Prévieux, Lili Reynaud-Dewar, Aïda Ruilova, Allen Ruppersberg, Markus Schinwald, Fabio Severo, Jim Shaw, Noam Toran, Luca Vitone e Herwig Weiser.

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta a Milano dal PAC e da CIVITA, la mostra è curata da Cristina Ricupero e arriva in una nuova versione dopo la prima tappa al Witte de With Center for Contemporary Art di Rotterdam, arricchita di nuove opere di artisti italiani.

“Con questa mostra il PAC entra a pieno titolo nel circuito delle sedi espositive internazionali d’arte contemporanea: un progetto collettivo nato a Rotterdam, che esprime il meglio della creatività contemporanea, approda ora a Milano arricchito del contributo di importanti artisti italiani – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno – E’ questa la prima esposizione del nuovo corso che vede il PAC guidato dalla cura autorevole di un comitato scientifico, nominato apposta per riconoscere e rilanciare quanto di più significativo accade nella creatività artistica di tutto il mondo”.

Come ogni giallo che si rispetti, la storia dell’arte è costellata da enigmi, miti e indovinelli in attesa di essere svelati. Risolvere questi puzzles intellettuali è un piacere comune e una tentazione culturale al cui fascino pochi possono dire di essere davvero immuni.

Sebbene il legame tra arte e crimine possa essere ricondotto a tempi antichi, il primo a teorizzarlo esplicitamente fu Thomas De Quincey nel suo saggio “On Murder Considered As One Of The Fine Arts” (1827). Il Novecento vide poi crescere il ruolo dell’immagine fotografica sia nello sviluppo della criminologia sia nel sensazionalismo tipico dei tabloid, entrambi fenomeni che hanno reso popolare il genere del giallo.

Il cinema divenne presto il mezzo perfetto per catturare il fascino discutibile della violenza e trasformarlo in immagini piacevoli. Così, seguendo l’ironico invito di De Quincy ad analizzare il delitto da un punto di vista estetico, la mostra invoca gli spiriti dell’arte visiva, dell’architettura, del cinema, della criminologia e del moderno genere giallo, trasformando le sale del PAC in una scena del crimine “quasi” perfetta.

Dietro il crimine c’è il Male. Per questo IL DELITTO QUASI PERFETTO prende necessariamente in esame le relazioni tra Etica ed Estetica. Mettendo in dubbio il ruolo dell’autorialità, il significato dell’autenticità, dell’inganno e della frode, la mostra sfuma i confini della dicotomia tra “buono” e “cattivo” gusto, mettendo al contempo in evidenza la duplicità del “crimine come arte” e dell’”arte come crimine”.

La mostra mette a confronto oltre 40 artisti, italiani e internazionali, che hanno collegato arte ed estetica del crimine, attraverso una selezione di opere spesso provocatorie e l’incursione in diversi linguaggi artistici. Progetti realizzati negli ultimi decenni e lavori più recenti, accanto ad un insieme di oggetti sorprendenti , sono immersi in modo inusuale nell’allestimento, studiato per guidare il visitatore attraverso un percorso tematico che procede per capitoli.

Alcune delle opera in mostra riflettono l’ossessiva curiosità e l’attitudine all’interpretazione tipica del detective, altre la narcisistica identificazione con il colpevole, altre ancora il feticistico piacere dello spettatore. Alcuni progetti affrontano i temi dell’autenticità e della frode , considerati tipicamente “crimini dell’arte”; altri giocano con il ruolo dell’artista come soggetto sovversivo ai margini della società o mettono in discussione il ruolo della legge e i concetti di ordine e trasgressione. Alcuni artisti scelgono di rappresentare il crimine come qualcosa di macabro e sublime, un’operazione simile a quella compiuta negli anni dal cinema, mentre altri fanno riferimento a fatti realmente accaduti, crimini sociali o politici. Altri ancora provano a mettere in relazione una selezione di queste principali tendenze.

Ogni spazio del PAC sarà contagiato: l’artista Gabriel Lester in collaborazione con Jonas Lund firma un intervento virale sul sito web del PAC; l’artista austriaca Eva Grubinger issa invece una bandiera e posiziona una targa d’ottone sulla facciata esterna del Padiglione, trasformandolo nell’ambasciata di Eitopomar, un utopico regno governato dal malvagio signore del Male Dr. Mabuse. All’ingresso, un murales dipinto dall’artista francese Jean-Luc Blanc richiama la copertina di una rivista pulp firmata con il titolo della mostra.

Oltre ad alcuni lavori già presenti al Witte de With, la mostra al PAC si arricchisce di nuove opere di artisti italiani. È il caso di Maurizio Cattelan, che ha realizzato un bouquet di fazzoletti di stoffa per asciugare idealmente le lacrime versate per le vittime dell’attentato che il 27 luglio 1993 distrusse il PAC provocando la morte di quattro persone. Un’installazione di grande formato dell’artista Luca Vitone ricorda, come un epitaffio, i 959 membri della loggia P2 in un ironico quanto amaro riferimento ad un capitolo confuso della storia della nostra democrazia. Mario Milizia riproduce invece minuziosamente i dettagli delle immagini di cronaca giudiziaria riferite a ritrovamenti e vendite illegali di reperti archeologici, mentre il progetto Corpi di Reato, realizzato da Tommaso Bonaventura, Alessandro Imbriaco e Fabio Severo, compone un’archeologia visiva dei fenomeni mafiosi nell’Italia contemporanea.

Una citazione dall’opera di Karl Holmqvist, “Why is desire always linked to crime?” (Perché il desiderio è sempre correlate al crimine?), resta impresso nella mente del visitatore durante il percorso, mentre l’italiana Monica Bonvicini investiga le relazioni tra spazio, potere e genere, presentando una macchina della tortura e del desiderio, costituita da sei imbragature di lattice nero sospese con catene ad un anello d’acciaio che ruota lentamente.

Aslı Çavuşoğlu imita il genere del crimine televisivo (esemplificato nella serie Crime Scene Investigation) nel suo Murder in Three Acts ( Omicidio in tre atti ), restituendo la mostra come scena del crimine e le opere come armi, mentre Fabian Marti lascia impronte delle sue mani nello spazio espositivo.

Ancora Gabriel Lester crea un loop cinematografico di scene del crimine, proiettando il tutto con un gioco di ombre sul muro circostante e sul visitatore. Il cinema ritorna anche negli inquietanti dipinti di Dan Attoe, Richard Hawkins e Dawn Mellor, e nei film di Brice Dellsperger e Aïda Ruilova. L’artista francese Lili Reynaud-Dewar elabora invece un’installazione che fa riferimento alla vita e al lavoro di Jean Genet come scrittore, attivista e ladro, mentre l’artista spagnola Dora Garcia invita il pubblico a rubare un libro. L’americano Jim Shaw ironicamente ritrae uomini d’affari come zombie, attraverso una selezione di dipinti e un film, mentre Saâdane Afif trasforma il Centre Pompidou in una bara, che sembra voler mettere in discussione il ruolo vitale dei musei.

La mostra è realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva annuale del PAC, e con il supporto di Vulcano.

Grazie alla collaborazione con due importanti realtà culturali che operano a Milano, il PAC ha in programma due eventi che accompagneranno la mostra.

Giovedì 17 luglio dalle ore 21.00 un proiezione speciale organizzata in collaborazione con il Milano Film Festival,giunto quest’anno alla 19° edizione, che riproporrà alcuni corti selezionati dalla storia del Festival che hanno saputo avvicinarsi al tema del crimine.

Sabato 6 settembre, in occasione della chiusura della mostra, una grande serata con un progetto creato ad hoc dal Festival MITO per il PAC, un evento da brivido tra arte e musica: dalle 22.00visita guidata alla mostra con brevi intermezzi musicali e a seguire la Scary night dei Claudio Simonetti’s Goblin, storica band che firmò indimenticabili colonne sonore per maestri del cinema horror come Dario Argento e George Romero.

Continuano inoltre al PAC le visite guidate gratuite per tutti ogni domenica alle ore 17.30 e ogni giovedì alle 19.00 con una novità: biglietto ridotto al 50% (4 euro anziché 8)tuttiil giovedì a partire dalle 19.00.

IL DELITTO QUASI PERFETTO

a cura di Cristina Ricupero

PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano

Fino al 7 settembre 2014

Barbara Izzo, Arianna Diana