Il Verbier Festival dal 17 luglio al 2 agosto

Quella del 2020 è un’edizione decisamente beethoveniana, e per celebrare il 250mo anniversario del compositore e le sue opere, ma anche le influenze che ha avuto e coloro che ha ispirato, il festival offre 62 concerti Mainstage, che verranno proposti da oltre 90 artisti di caratura internazionale.

Seguita alle celebrazioni del venticinquennale nel 2018, l’edizione 2019 ha registrato un bilancio finanziario positivo, nonostante la concomitanza con un altro evento di grande richiamo, “la Fête des Vignerons”, confermando il suo ruolo di manifestazione fondamentale nello scenario culturale svizzero.

Ormai avviato a vivere il suo secondo quarto di secolo, il Verbier Festival si aprirà il 17 luglio con una serata interamente dedicata a Beethoven e un cartellone più che mai grandioso: Valery Gergiev, alla testa della Verbier Festival Orchestra (VFO), dirigerà un trio d’eccezione, il cui esordio si è potuto apprezzare durante il Festival del 2015, formato dal violinista Leonidas Kavakos, dal violoncellista Gautier Capuçon e dalla pianista Yuja Wang, nel Concerto triplo. Un antipasto per palati raffinati, prima di trascinare il pubblico nella magistrale Sinfonia N°9, che vedrà riunito sulla scena un cast di voci senza pari: Camilla Nylund, Magdalena Kozená, Evan LeRoy Johnson, René Pape e il coro vallesano Oberwalliser Vokalensemble.

Questo primo concerto sarà il preludio a un programma Beethoven che si preannuncia memorabile. Dalla Sinfonia N°2 diretta da Gábor Takács-Nagy alla N°5 diretta da Dima Slobodeniouk, passando per le sinfonie “Eroica””e “Pastorale””eseguite dalla VFO per la bacchetta del suo direttore musicale, Valery Gergiev. Tra i momenti forti del Festival figureranno numerosi concerti antologici, a cominciare dall’integrale dei 16 quartetti che saranno eseguiti nell’arco di sei concerti dal Quatuor Ébène (unica performance completa delle opere in una sola sede nel corso della loro tournée mondiale), e dall’insieme delle cinque sonate per violoncello e pianoforte proposte da Miklós Perényi e András Schiff in due concerti. I recital porranno altresì in rilievo la Sonata N°9 interpretata da un duo inedito formato da Kristóf Baráti e Sergei Babayan e i Lieder cantati da Stephan Genz, accompagnato da Kit Armstrong.
Il Festival sarà indiscutibilmente un inno alla gioia fino alla sua programmazione Unlimited: da un After Dark con il compositore e DJ Gabriel Prokofiev, che in una creazione mondiale renderà un omaggio tutto personale a Beethoven, passando per i dibattiti dello Swiss Philanthropy Forum sul tema dell’ambiente, con riferimento al compositore e al suo rapporto con la natura, che accoglierà personalità quali il filantropo e uomo d’affari Hansjörg Wyss, fino ai bambini del VF Kids, che presenteranno la loro interpretazione originale della fiaba “I tre porcellini” sulla musica della 5a Sinfonia.

Oltre che con Beethoven, il genio musicale sarà celebrato con Mozart, in una presentazione in forma semiscenica del Don Giovanni con lo svedese Peter Mattei nel ruolo del protagonista, con La Valchiria di Wagner per la bacchetta di Gianandrea Noseda, con le seconde sinfonie di Rachmaninov e Schumann dirette da Antonio Pappano, e con una serata dedicata a Brahms; la Sinfonia N°1 condotta da Pablo Heras-Casado e il Concerto per violino interpretato dal giovane prodigio Daniel Lozakovich. A coronamento di questa edizione, un’opera grandiosa: la Sinfonia N°6 di Mahler diretta da Christoph Eschenbach a capo della VFO.

Accanto a grandi nomi come Evgeny Kissin, Denis Matsuev, Mischa Maisky, Pinchas Zukerman e Mikhaïl Pletnev, faranno un atteso ritorno al Festival, dopo oltre cinque anni di assenza, alcune leggende della musica classica: Martha Argerich, Nelson Freire, Stephen Kovacevich e René Pape.

Un’occasione eccezionale per ammirarli nelle opere che li hanno contraddistinti, come il Concerto in sol maggiore di Ravel eseguito dalla Argerich e il Concerto N°2 di Brahms da Freire.

Il cartellone solistico sarà completato da una nuova generazione di artisti divenuti ormai imperdibili, giovani usciti dall’Academy o talenti emergenti sulla scena internazionale: Yoav Levanon, Seong-Jin Cho, Mao Fujita, Alexandre Kantorow, Daniel Lozakovich, Alexandra Conunova, Benjamin Bernheim e Kit Armstrong, per citarne solo alcuni.

Un grande spunto d’ispirazione per gli astri nascenti che andranno a integrare ciascuno dei cinque poli di formazione dell’Academy (Verbier Festival Orchestra, Conducting, Junior Orchestra, Atelier Lyrique e Soloists & Chamber Music). A coronamento delle oltre 100 masterclass e prove aperte al pubblico, l’Academy presenterà, nel suo ormai imprescindibile concerto d’opera, La Bohème di Puccini sotto la direzione di Stanislav Kochanovsky.
Fuori dall’ambito classico, la cantante del Benin Angélique Kidjo torna a sua volta a Verbier per far ballare il pubblico del Festival con un nuovo programma di musica africana, mentre la danza tornerà a entusiasmare gli spettatori con il National Georgian Ballet e le sue spettacolari coreografie folkloristiche. Anche il teatro partecipa ai festeggiamenti, con Thomas Quasthoff e l’attore shakespeariano Simon Russell Beale sulle scene dell’Academy, del Mainstage e dell’Unlimited.

Una programmazione che non mancherà di sedurre gli appassionati, ma anche i neofiti della musica classica ai massimi livelli.

Roberta Barbaro

 

Estate Teatrale Veronese, svelato il primo titolo

In attesa di scoprire il programma completo dell’Estate Teatrale Veronese, è stato svelato il primo titolo del cartellone 2020. ‘Amleto’, interpretato da Sebastiano Lo Monaco, sarà a Verona in prima assoluta. L’inedita versione, prodotta da Sicilia Teatro, andrà in scena il 21, 22 e 23 luglio al Teatro Romano, un debutto nella lunga carriera dell’attore siracusano.

Un Amleto che si risveglia e scopre di essere diventato vecchio. Che il tempo è passato solo per lui e Ofelia, legati da una disperata intimità. Mentre tutti gli altri sono rimasti giovani, soli e ignari dei loro destini. Questo il personaggio di cui Lo Monaco vestirà i panni, un Amleto invecchiato con i suoi dolori, solo, in un mondo del quale non riconosce più nulla, se non una gioventù e un’innocenza perdute. Questo anche il punto di partenza dell’originale adattamento curato da Francesco Niccolini per la regia di Alessio Pizzech.

Una lotta tra le età dell’anima, affidata al corpo e alla voce di un attore adulto e carismatico come Sebastiano Lo Monaco, per spostare il centro della riflessione da un’età anagrafica ad un tempo intimo e personale. Allo stesso tempo, un cast di attori giovani affiancheranno il protagonista, creando un effetto straniante. E così Amleto si rivolgerà allo zio Re Claudio quarantenne come se si sentisse già fuori dai giochi, come se un’intera generazione di ventenni, senza orientamento, avessero travolto il suo mondo interiore.

“Mai mi sarei aspettato a questa età di interpretare Amleto – ha confessato Lo Monaco -, e contemporaneamente di esaudire un sogno che avevo da quando ero bambino, recitare al Teatro Romano. Verona e Siracusa sono unite da una congiunzione d’astri. È grazie al tenore scaligero Zenatello, che portò la lirica in Arena, che anche il teatro della mia città iniziò a ospitare l’opera. Non posso che essere felice e orgoglioso di interpretare questa inedita versione di Amleto a Verona, città alla quale sono legato. Al Teatro Nuovo, infatti, recitai per la prima volta a soli 22 anni. Amleto è un sogno che non avevo mai sognato, ma ora Verona e Shakespeare mi chiamano a viverlo. E allora che le miriadi delle stelle diano luce al nostro fausto cammino shakespeariano”.

“Quello che vogliamo realizzare – ha concluso Pizzech – è un Amleto dove la riflessione tra ciò che significa essere giovani ed il senso di sentirsi vecchi è il motore della macchina scenica. Amleto diventa una costruzione teatrale dove il conflitto tra le generazioni assume il carattere forte di una crisi del tempo moderno; un affresco impietoso di un tempo finito. Giovinezza e vecchiaia sono condizioni dell’anima non anagrafiche. Vogliamo restituire ad Amleto la sua importanza come uomo che si rivela a se stesso, che riscopre il senso della morte, che riflette anche su dimensioni contemporanee e vicine alla nostra società. E vedere nei personaggi dei tratti di ognuno di noi, vivendoli, perché il teatro non è solo forma ma anche sostanza”.

Roberto Bolis

 

Festivalflorio. VIII edizione 14-21 giugno 2020

È giunto all’ottava edizione, record nell’isola di Favignana, il Festivalflorio, la rassegna d’Arte di maggior rilievo dell’Estate Siciliana che, sempre sotto la direzione artistica di Giuseppe Scorzelli, si svolgerà dal 14 al 21 giugno 2020.

Un calendario ricco di proposte, in prevalenza musicali, che non mancherà di soddisfare molteplici interessi culturali e che si rivolge quest’anno sotto il segno del gemellaggio italo-tedesco. “Vivo e lavoro da quasi 4 anni in Germania – afferma Scorzelli – e qui ho avuto la possibilità di conoscere da vicino molti artisti tedeschi, alcuni dei quali hanno le caratteristiche per essere attraenti per un pubblico italiano, come l’anno scorso ha già dimostrato proprio a Favignana il Duo Flac, riscuotendo notevole successo. Ho reputato che questo gemellaggio sia strategico sia per far conoscere Favignana ad artisti internazionali che ne possano raccontare poi in patria, sia ad incrementare nell’isola un nuovo turismo che non sia di massa, ma culturale e rispettoso dell’ambiente. Come di consueto, infatti, il festival è realizzato in collaborazione con l’AMP, l’ente che gestisce e tutela l’Area Marina Protetta delle Isole Egadi e che, con un’estensione di 53.992 ettari, è la riserva marina più grande del Mediterraneo.”

Il selezionato programma della manifestazione, che si svolgerà tra l’ex Stabilimento Florio, I Pretti Resort e Palazzo Florio, partirà il 14 giugno con il jazz del KittyHoff Trio. A seguire, il Duo Plano/Del Negro (15 ); Ida Pelliccioli e una rassegna di cinema muto (16); Quartetto Michelangelo (17); concerto d’opera La Bohème (18); Lydia Maria Bader (19); il Premio Favignana e Mariella Nava (20). Infine, il 21 giugno, il concerto di chiusura con i Trami Duo.

Il Festivalflorio, presentato il 9 febbraio alla BIT di Milano, quest’anno avrà un’appendice internazionale a Francoforte con una presentazione agli imprenditori tedeschi il 5 marzo, presso la sede del Consolato Italiano. “Abbiamo sempre creduto che la promozione di un territorio sia legata alla cultura e tradizioni di appartenenza – afferma il sindaco Giuseppe Pagoto – e crediamo fermamente che per la crescita servano eventi come la Borsa Internazionale del turismo e la partecipazione a fiere o convegni anche al di fuori del territorio italiano.  Miriamo ad un’offerta turistica competitiva e di qualità, che tuteli le bellezze paesaggistiche e architettoniche delle nostre ‘perle’;  sonoanche fermamente convinto che, per i nostri giovani, il futuro nel campo del turismo sia legato ai mercati europei e il Festivalflorio con la sua internazionalità apre anche questi orizzonti”.

“Il Festival si incastona magistralmente con il tessuto Egadino– continua l’assessore con delega alla cultura Giusi Montoleone avendo registrato nella scorsa edizione un grande interesse da parte non solo dei mass media ma anche dai turisti e residenti. In tale contesto fu affrontato il tema della Mattanza con la proiezione de‘Il Castello di Rete’, documentario curato  da  Gianfranco Bernabei. Il festival ha ospitato non solo incontri con giornalisti, su temi di attualità come quello con Luca Abete,ospite di spessore e legato da anni alle Egadi,ma anche appuntamenti di musica jazz, pop, musica lirica, con repertori tradizionali spagnoli, portoghesi, tedeschi. Infine l’arte culinaria, che ha visto docenti di una masterclass sulla cucina egadina le sorelle Guccione,celebri nel mondo gastronomico per piatti presenti nelle guide internazionali”.

Anche quest’anno si terrà un corso di cucina siciliana che vedrà protagonista proprio Maria Guccione, per illustrare e preparare le migliori ricette autoctone (top secret fino all’inizio del corso) che già godono di fama per la ricchezza di aromi (rosmarino, alloro e basilico in primis) integrati con il pesce fresco. Un evento, in collaborazione con l’Associazione Cucina Siciliana e FirriatoWinery, che si integra al ricco cartellone musicale ed il cui obiettivo è quello di far conoscere Favignana e le Egadi, tra passato e presente, secondo un’armonia di sapori e racconti che non hanno eguali. Alla Guccione verrà conferito il Premio Favignana 2020 con la seguente motivazione: “per L’impegno profuso in ogni ambito, culturale, enogastronomico, sociale e ambientale, in favore della tradizione egadina”.

Infine, per agevolare l’incoming turistico in un’esperienza congiunta di Cultura, Arte, Natura e Cibo, l’Associazione Ata (Associazione Turistico alberghiera Isole Egadi) offre un interessante pacchetto promozionale durante i giorni del festival.

 

Elisabetta Castiglioni (anche per le fotografie)

 

 

Torna il Festival Primavera Music Season

Promuovere la conoscenza della musica e valorizzare i giovani talenti. Con il suo duplice obiettivo torna, dal 7 aprile, il Festival Primavera Music Season della Gaspari Foundation.

In programma otto spettacoli inediti allestiti al teatro Filarmonico, alla sala Maffeiana, al teatro Nuovo, alla Gran Guardia e al teatro Romano. Un calendario eventi che propone al pubblico alcuni fra i più importanti componimenti, con tributi a compositori come Mozart, Beethoven, Handel e Tartini. Sul palco la nuova orchestra da camera “L’appassionata”, formata da professionisti under 35 provenienti da tutta Italia.

Ad apertura della rassegna, nella serata del 7 aprile al teatro Filarmonico, l’esecuzione, per la prima volta a Verona, della “Resurrezione” di Handel, eseguita dalla Amsterdam Baroque Orchestra. Dirige il direttore d’orchestra olandese Ton Koopman.

Il programma prosegue il 18 aprile al teatro Nuovo, con “L’omaggio a Shakespeare” di Giancarlo Giannini; il 27 aprile alla sala Maffeiana, con il progetto Beerhoven 2020; il 4 maggio alla sala Maffeiana, con il progetto Tartini 2020; il 13 maggio al Filarmonico, con l’esibizione del pianista russo Grigory Sokolov. E ancora, il 1 giugno al Filarmonico, il concerto del gruppo vocale a cappella Voces8; il 10 giugno alla Gran Guardia, lo spettacolo di Elio “Musica Bestiale”; il 18 giugno al Teatro Romano, il concerto Mnozil Brass.

Acquisto dei biglietti online, attraverso il circuito GeTicket e le filiali Unicrediti, oppure al Box Office di via Pallone, 16.

“Ancora una volta – sottolinea l’assessore alla Cultura Briani – è bello poter apprezzare e sostenere come Amministrazione l’impegno dell’imprenditoria veronese nei confronti della cultura. Questo Festival, alla sua seconda edizione, è infatti un interessante esempio di come, a volte, da una passione personale possano nascere iniziative di pregio che contribuiscono a valorizzare non solo la cultura cittadina, ma anche la crescita di nuovi talenti”.

 

Roberto Bolis

 

“I linguaggi creano il mondo” per Dialoghi sull’uomo

Dopo il successo della X edizione, che ha chiuso il primo decennio di vita del festival con circa 200.000 presenze, torna dal 22 al 24 maggio 2020 il festival di antropologia del contemporaneo Pistoia – Dialoghi sull’uomo, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto da Giulia Cogoli.

Tema della XI edizione è: “I linguaggi creano il mondo: voci, suoni e segni per una nuova umanità”.

In programma tre giornate con circa 30 appuntamenti nel centro storico di Pistoia: incontri, dialoghi, letture, proposti con un linguaggio accessibile a tutti e rivolti a un pubblico interessato all’approfondimento e alla ricerca di nuovi strumenti e stimoli per comprendere la realtà di oggi. Antropologi, filosofi, storici, scrittori e pensatori italiani e internazionali saranno chiamati a riflettere sul tema dei linguaggi. La comunicazione, verbale e non solo, è infatti alla base delle società umane, è indispensabile alla loro creazione, è funzionale al loro mantenimento, ne determina i cambiamenti e ne segna profondamente la specificità.

Attraverso la lingua noi definiamo il mondo che ci circonda, lo classifichiamo, lo descriviamo, diamo voce alla nostra fantasia, affermiamo la nostra identità. Il vocabolario che ognuno di noi utilizza è anche l’inventario degli elementi che la propria cultura ha categorizzato per dare senso al mondo in cui vive. Interrogarsi sul rapporto che esiste tra lingua e cultura, significa capire lo sguardo con cui ogni società umana guarda il mondo. A volte le lingue scompaiono, a volte ne nascono di nuove.

«C’è una lingua per comunicare» afferma Giulia Cogoli «Quella che tutti usiamo quotidianamente, c’è la lingua privata – quella dei sentimenti e degli affetti – e la lingua del pubblico, con le sue responsabilità, ma quella stessa lingua può essere modellata, forgiata da abili artigiani come i grandi scrittori e gli artisti hanno saputo e sanno fare, trasformando parole e segni in opere d’arte.

Ci sono le parole dell’odio e le parole dell’amore, perché i linguaggi uniscono o dividono, possono essere tradotti, ma a volte sembrano intraducibili, resta il fatto che non potremmo fare a meno di comunicare, pena la fine della nostra specie».

L’undicesima edizione dei Dialoghi si propone, con la consueta pluralità di voci, di compiere sia un viaggio nella Babele delle lingue, che nelle nuove forme di comunicazione, dalle lingue classiche al linguaggio dei social: come vogliamo e dobbiamo scambiarci idee e sensazioni per continuare a esistere?

Fin dalla prima edizione, Pistoia – Dialoghi sull’uomo ha riservato grande attenzione ai giovani e alle scuole, organizzando incontri per avvicinare i ragazzi al tema della manifestazione.

I cicli di conferenze per le scuole hanno riscosso un successo tale che l’organizzazione ha deciso di aprirli anche al pubblico adulto (con accesso libero previa prenotazione) e di renderli disponibili in streaming.

Il primo incontro del 2020 è in programma martedì 4 febbraio alle ore 11 al Teatro Manzoni, con l’antropologo Adriano Favole, consulente al programma del festival.

La conferenza, dal titolo “Dire e fare il mondo: tra antropologia e linguistica”, verterà principalmente sul rapporto tra società, lingua e cultura e sulla diversità linguistica e culturale tra gli esseri umani.

La lingua trasmette diseguaglianze oltre che informazioni e sapere. Come abbiamo constatato anche negli ultimi tempi, la lingua può esprimere odio in senso profondo, ma è anche uno dei pochi strumenti di condivisione tra gli esseri umani. Gli antropologi hanno lavorato molto sul modo in cui il contatto culturale cambia i sistemi linguistici. L’intervento di Favole fornirà spunti etnografici rispondendo a domande importanti: perché alcune lingue divengono egemoniche? Cosa ha voluto dire nel contesto coloniale l’imposizione di lingue metropolitane a società locali? Esistono lingue globali? I nuovi media sono un pericolo per la diversità linguistica, oppure possono favorire l’uso scritto di alcune lingue a tradizione orale? Come possiamo costruire insieme il mondo del futuro senza perdere l’incredibile ricchezza della diversità linguistica?

L’incontro è visibile in diretta streaming sul sito www.dialoghisulluomo.it. Le classi collegate in streaming potranno inoltre dialogare o porre domande attraverso twitter usando l’hashtag #DialoghiPistoia.

Per prenotazioni personali o di classi: Martina Meloni – dialoghi@comune.pistoia.it – tel. 0573 371 611

 

Delos

La magia del Giappone in Villa Reale a Monza

Il percorso espositivo che aprirà alla Villa Reale di Monza il prossimo 30 gennaio, messo a punto da Francesco Morena, propone uno spaccato delle arti tradizionali dell’arcipelago estremo-orientale attraverso una precisa selezione di opere databili tra il XIV e il XX secolo, tutte provenienti dalla raccolta di Valter Guarnieri, collezionista trevigiano con una grande passione per l’Asia orientale, alle quali si uniscono, in questa speciale occasione, alcuni kimono della raccolta di Lydia Manavello, collezionista trevigiana esperta conoscitrice di tessuti asiatici.

La mostra è prodotta da ARTIKA, con il Patrocinio del Comune di Monza. Il percorso si sviluppa per isole tematiche, approfondendo numerosi aspetti relativi ai costumi e alle attività tradizionali del popolo giapponese.
La parte centrale dell’esposizione non poteva che essere dedicata al binomio Geisha e Samurai. Il Giappone tradizionale è infatti un paese popolato di bellissime donne, le geisha, e audaci guerrieri, i samurai. La classe militare ha dominato il paese del Sol Levante per lunghissimo tempo, dal XII alla metà del XIX secolo, imponendo il proprio volere politico ed elaborando una cultura molto raffinata la cui eco si avverte ancora oggi in molti ambiti. La geisha, o più in generale la beltà femminile così come la intendiamo noi (volto ovale cosparso di cipria bianca, abiti elegantissimi e modi cadenzati), ha rappresentato per il Giappone un topos culturale altrettanto radicato, dalle coltissime dame di corte del periodo Heian (794-1185) alle cortigiane vissute tra XVII e XIX secolo, così ben immortalate da Kitagawa Utamaro (1753-1806), il pittore che meglio di ogni altro ha restituito la vivacità dei quartieri dei piaceri di Edo (attuale Tokyo).

Dal mondo degli uomini a quello, affollatissimo, degli dei, sintesi di credenze autoctone e influenze provenienti dal continente asiatico. Il Buddhismo, in particolare, di origini indiane, è giunto nell’arcipelago per tramite di Cina e Corea. Esso ha permeato profondamente il pensiero giapponese, soprattutto nella sua variante dello Zen, che in questa sezione è testimoniata da un gruppo di dipinti nel formato del rotolo verticale raffiguranti Daruma, il mitico fondatore di questa setta.

Questo affascinante avvicinamento all’arte e alla cultura nipponica continua introducendo alla quotidianità del suo popolo: dalle attività di intrattenimento come il teatro Kabuki, dall’utilizzo del kimono alla predilezione degli artisti giapponesi per la micro-scultura. Di quest’ultima troviamo esempio nel nucleo di accessori legati al consumo del fumo di tabacco.

Di grande fascino è la presenza lungo il percorso espositivo di un certo numero di kimono dalla Collezione Manavello, alcuni disseminati tra le sale, altri esposti in un unico salone in un allestimento piuttosto spettacolare che vuole dare giusto rilievo a questi notevoli manufatti artistici.

Una sezione della mostra è riservata al rapporto tra i giapponesi e la natura, che nello Shintoismo, la dottrina filosofica e religiosa autoctona dell’arcipelago, è espressione della divinità. Questa relazione privilegiata con la Natura viene qui indagata attraverso una serie di dipinti su rotolo verticale, parte dei quali realizzati tra Otto e Novecento, agli albori del Giappone moderno.
A metà dell’Ottocento, dopo oltre due secoli di consapevole isolamento, il paese decise di aprirsi al mondo. Così, nel volgere di pochi decenni, il Giappone avanzò con convinzione verso la modernità. Intanto europei e statunitensi cominciarono ad apprezzare le arti sopraffini di quel popolo e molti giunsero a scoprire il mitico arcipelago. Il mutato scenario portò così molti artisti ad adottare tecniche e stili stranieri, e molti artigiani a produrre opere esplicitamente destinate agli acquirenti forestieri.

Tra le forme d’arte inedite per il Giappone di quei tempi, la fotografia d’autore occupava senz’altro un posto d’elezione. Gli stranieri che visitavano l’arcipelago molto spesso acquistavano fotografie per serbare e condividere un ricordo di quel paese misterioso e bellissimo. È il caso dello sconosciuto che ha acquisito il nucleo esposto in mostra, il quale ha annotato in lingua spagnola, a margine delle fotografie, le descrizioni dei luoghi e delle attività raffigurate nei suoi scatti.

L’ultima sala è riservata ad una delle forme d’arte più complesse e insieme più affascinanti del Giappone, la scrittura. Grandi paraventi ornati di potenti calligrafie concludono l’esaltante percorso espositivo.

 

S.E.

Siti Unesco del Sud Est Sicilia: a Civita Sicilia la revisione dei Piani di gestione

Un modello efficace di governo che punti alla tutela e alla valorizzazione dei siti Unesco del Sud Est Sicilia. Con la revisione dei Piani di gestione dei tre siti “Le Città tardo barocche del Val di Noto”, “Siracusa e le Necropoli rupestri di Pantalica” e la “Villa romana del Casale di Piazza Armerina” si avvia la fase più importante del Progetto finanziato dal MiBACT a valere sulla Legge 77 del 2006 e co-finanziato dalle Regione Siciliana sui siti Unesco del Sud Est. Ad essersi aggiudicata la gara per la revisione dei Piani di gestione è la società Civita Sicilia.

I punti più significativi del progetto sono stati illustrati a Siracusa al Salone Borsellino di Palazzo Vermexio, dai sindaci di Siracusa Francesco Italia e di Noto Corrado Bonfanti. Il progetto, innovativo, sancisce ancora una volta una strategia di rete tra i comuni dove ricadono i siti Unesco. Come già annunciato il progetto, articolato in cinque azioni, ha ricevuto il finanziamento di un milione di euro da parte del Mibact e 100 mila euro dalla Regione Siciliana. “Questo meraviglioso viaggio rimarrà nella storia del Sud Est siciliano – ha sottolineato Bonfanti -. Avere avuto l’opportunità di costruire un percorso di revisione dei Piani di gestione di tre importantissimi siti iscritti nella lista Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, con ovvie e irrinunciabili ripercussioni in termini di complementarietà e strategie comuni, ci conduce consapevolmente verso una lettura identitaria unica denominata Val di Noto. Ho la presunzione di affermare che solo una squadra di Sindaci, affiatati, visionari e innamorati della loro terra, potevano arrivare a concepire, avviare e oggi realizzare un progetto così importante e ambizioso. In nessuna parte al mondo, tre siti, testimonianza di uno specifico momento della storia dell’umanità, decidono di costruire un così importante momento di riflessione e analisi delle opportunità per uno sviluppo reale e sostenibile capace di coinvolgere le risorse locali in un intreccio virtuoso di azioni integrate di tutela, conservazione e valorizzazione. I Piani di gestione che abbiamo pensato devono definire un modello efficace di governo delle risorse di carattere storico, culturale e ambientale, in grado di orientare le scelte della pianificazione urbanistica ed economica dell’intera area del Val di Noto, individuando, tra i principali indirizzi dello sviluppo, la conoscenza delle risorse distintive dei nostri territori”. “L’iscrizione alla World Eritage Liste dell’Unesco – ha detto il sindaco di Siracusa, Italia – è il riconoscimento più prestigioso a cui una città storica può aspirare ed è il seme più fecondo su cui costruirne il successo. Ma il seme deve essere innaffiato e, allora, il Mibact e la Regione ci offrono la possibilità di rinnovare la strategia delle nostre azioni in favore del territorio. Tutti sanno che io credo nelle politiche di area vasta e nell’importanza di valorizzare le nostre specificità nell’ambito di un’offerta integrata capace di esaltare la valenza storica e culturale di questa parte di Sicilia. Nel raggio di pochi chilometri passiamo dalla preistoria alla Sicilia ellenistica, a una ricca villa romana, alla magnificenza del Barocco, il tutto in un contesto paesaggistico di enorme suggestione. Una stratificazione storica e culturale che solo a pensarci viene il capogiro. Quanti posti al mondo possono offrire tanta ricchezza?”.

I Piani di gestione si pongono come strumento strategico e operativo, capace di promuovere e realizzare progetti di tutela e valorizzazione coordinati, condivisi dai vari soggetti operanti nel territorio per la salvaguardia dei beni e in grado di favorire l’ottimizzazione delle risorse e la razionalizzazione degli investimenti economici. “Sono stato sempre uno strenuo sostenitore dell’importanza dei Piani di gestione – afferma il Presidente di Civita Sicilia, Giovanni Puglisi – anche prima della loro codificazione, in ragione del fatto che “stare” in una lista Unesco, oggi in particolare, non rappresenta più uno status symbol, bensì una vetrina di bellezza, efficienza e fruibilità. Ricordo, quando i Piani non erano chiesti per l’iscrizione, quanti problemi venivano fuori subito dopo che il Sito – entrato nel circolo magico dello stress-test della fruibilità, veniva travolto, talora anche fisicamente, dalla domanda di bellezza che veniva dai “cittadini del mondo”, ovvero da quell’Umanità che rivendicava il possesso del “suo” patrimonio. Oggi, rivedere i Piani esistenti significa innanzitutto porre la dovuta attenzione alla manutenzione della struttura, sia ordinaria, che, soprattutto, straordinaria, tanto più necessaria, quanto più il Sito è “visitato”. La Sicilia, tutta, Siti Unesco e non, ha necessità di questo esame di coscienza, che ritengo sia un dovere istituzionale e pubblico, essendo i Beni Culturali in Sicilia competenza esclusiva della Regione Siciliana, in ragione della sua natura di Regione a Statuto speciale”. “Archiviata la comprensibile soddisfazione per avere ottenuto l’incarico di aggiornare i Piani di gestione di siti Unesco così importanti – dichiara Renata Sansone, Amministratore Delegato di Civita Sicilia – ci assumiamo la responsabilità di svolgere un compito delicato e strategico mettendo al lavoro uno staff di primissimo ordine. Il Piano di gestione è un insieme di proposte con le quali le autorità responsabili della gestione s’impegnano nei confronti della comunità locale, dell’Unesco e dell’intera umanità, a tutelare “attivamente” il sito e a garantirne la conservazione e la valorizzazione a favore delle generazioni attuali e future, ad assicurarne lo sviluppo sostenibile integrando le attività di gestione collegate ai beni con la gestione dei loro territori di riferimento. Sono gli stessi valori e gli stessi obiettivi che Civita Sicilia adotta nella sua quotidiana attività di impresa culturale che già opera negli stessi ambiti interessati ai Piani di gestione”. “Il Distretto del SudEst si presenta ancora una volta con un progetto unico e innovativo di valorizzazione – ha rilevato Fabio Granata, direttore del Distretto SudEst e assessore alla Cultura del Comune di Siracusa -, coerente con la candidatura a Capitale Italiana di Cultura 2020 e con un percorso che ha rappresentato una esperienza pionieristica sui distretti culturali italiani. Avere deciso di proporre un unico progetto sulla legge 77 Unesco rappresenta ulteriore conferma di lungimiranza che passa anche da una presenza costante e continua nelle grandi Fiere internazionali. Il SudEst è sempre più una realtà viva e innovativa nel panorama della cultura italiana”. All’incontro di oggi hanno preso parte anche sindaci e amministratori dei tredici comuni su cui ricadono i tre siti Unesco.

In conferenza è stato anche tracciato un bilancio delle attività realizzate finora nell’ambito del progetto, le gare che verranno a breve espletate, come quella che riguarda la sistematizzazione delle conoscenze del patrimonio dei Siti Unesco e l’istituzione del relativo archivio unico, la progettazione e attuazione della comunicazione dedicata, il piano di cartellonistica. Tra le iniziative che partiranno nelle prossime settimane anche i corsi di marketing turistico per operatori commerciali.

Ad illustrare i contenuti del progetto è stato Guido Meli, referente per la Legge 77 del Dipartimento regionale dei Beni culturali. L’azione 5, in particolare, denominata “Le forme dell’identità”, si basa sulla didattica e la valorizzazione, con una particolare attenzione ai temi dell’accessibilità. Infatti è in fase di lancio il Concorso “ID Stamp”, in collaborazione con l’Accademia di belle Arti di Siracusa – MADE Program, aperto alle scuole medie superiori di primo e secondo grado, in collaborazione con gli Uffici scolastici provinciali. Il francobollo come carta di identità dei luoghi sarà il frutto della rielaborazione creativa di ogni singolo studente, accompagnato alla scoperta dei luoghi in cui vive. Tra le azioni per il territorio avviate, poi, “Raccontami una storia” in collaborazione con l’AGESCI: un laboratorio, anche a cielo aperto, nel quale la narrazione diventa elemento d’unione tra passato e presente, attraverso innumerevoli storie che risvegliano l’identità dei luoghi. Tra le altre iniziative “Artigiani in piazza: le botteghe dell’identità” in collaborazione con Confartigianato “Profili di paesaggio”, in collaborazione con la Facoltà di Architettura, il corso di formazione per guide turistiche di prossimo avvio. Sarà presto online anche il sito web sui Siti Unesco del Sud Est Sicilia, www.sitiunescosiciliasudest.it, dove convergeranno i punti più salienti del progetto. Il sito è realizzato con il supporto del CNR e dell’Istituto David Chiossone, che hanno fornito una consulenza finalizzata a rendere il sito accessibile anche a fruitori ipovedenti. “L’Accademia di Belle Arti – MADE Program di Siracusa – ha spiegato il direttore Alessandro Montel – ha contribuito alla realizzazione del progetto lavorando all’ideazione e all’organizzazione di ID STAMP, il concorso aperto alle scuole superiori di primo e secondo grado che si propone di far riflettere gli studenti sul concetto di identità muovendo dal francobollo, per il valore didattico e commemorativo che esso assume nelle varie culture e nella memoria storica di un popolo. L’Accademia ha anche fornito un supporto sul fronte della comunicazione (immagine coordinata, sito) e della documentazione del progetto, per mezzo di una pubblicazione finale”.

 

Delos

 

Adige Docks. Ruspe in azione per il piu’ grande centro sportivo d’Europa

Ruspe in azione nell’area che ospiterà il più grande e innovativo centro sportivo d’Europa. Il cantiere di Adige Docks è partito in questi giorni con le prime demolizioni e andrà avanti a tamburo battente per concludere l’opera entro il 2021.

Nei mesi scorsi l’amministrazione ha infatti portato a termine l’iter che, per effetto del decreto Sblocca Italia, ha permesso in tempi rapidi il cambio di destinazione d’uso dell’area, da ferroviaria a sportiva, evitando così l’utilizzo della variante urbanistica. La proprietà dell’area, la società PSP Invest srl- Gruppo Unterberger, ha così dato il via ai lavori.

Si tratta di un progetto di rigenerazione urbana unico in Italia, che farà di Verona un’eccellenza assoluta nel campo dello sport e delle strutture ad esso dedicate.

L’area degli ex magazzini delle Ferrovie di Porta Vescovo, circa 69 mila metri quadrati di superficie, ospiterà tutte le discipline sportive, compreso il pattinaggio su ghiaccio, su spazi coperti e strutturati secondo le omologazioni delle Federazioni del Coni.

Valore aggiunto dell’impianto sarà la sua integrazione con il tessuto urbano circostante e la città tutta. Adige Docks, infatti, non sarà un centro chiuso bensì un luogo dove tutti potranno accedere, con spazi pubblici e un  grande boulevard che diventerà porta d’ingresso per il Parco del Giarol Grande. Una nuova pista ciclopedonale, con ponte sopra i binari della ferrovia, collegherà Porto San Pancrazio a Borgo Venezia, per arrivare fino alla zona universitaria.

Il progetto. Prevede la ristrutturazione dei due padiglioni ‘docks’, concepiti come grandi contenitori all’interno dei quali saranno collocati altri volumi più piccoli per le varie attività. Solo una parte, quella dell’ex magazzino meccanizzato, verrà demolita e ricostruita con lo stesso volume e superficie ma con tecnologie adeguate per il miglior efficientamento energetico e comfort. Prevista una parte commerciale con negozi specializzati per lo sport ma anche con alcuni negozi a servizio del quartiere; un reparto benessere e fitness; punti ristoro che saranno qualificati per l’attenzione all’aspetto salutistico. Ci saranno anche spazi per la formazione, aule per gli incontri delle associazioni e per i convegni; una palazzina sarà dedicata agli studenti. Sarà realizzato il primo vero Museo dello Sport, un’area di 1500 metri quadrati per la cultura e la storia delle discipline e dei loro protagonisti in Italia e nel mondo.

L’impianto sarà servito da un parcheggio sotterraneo su due piani ma anche in superficie saranno predisposte alcune aree per la sosta.

L’accesso alle diverse strutture, così come ai parcheggi, sarà completamente digitalizzato, per una scelta che punta a semplificare e migliorare l’offerta ai cittadini.

Integrazione con il quartiere. E’ la filosofia di Adige Docks, che punta a rigenerare un’area dismessa e abbandonata con un intervento di cui andrà a beneficiare tutto il quartiere. L’area diventerà infatti un luogo vivo, sicuro, e accessibile a tutti. Per i residenti sono previste agevolazioni in termini di ingressi o abbonamenti alle attività sportive, così come per gli studenti e gli over 60. Al mattino alcuni spazi potranno essere utilizzati gratuitamente dalle scuole cittadine.

Sostenibilità. Il progetto Adige Docsk è finalizzato al massimo utilizzo delle fonti energetiche rinnovabili. L’intero compendio sarà alimentato con il teleriscaldamento cittadino; la produzione del freddo a servizio della pista del ghiaccio recupererà il calore a favore della piscina e dell’acqua calda sanitaria per i servizi; l’energia elettrica sarà in parte prodotta con l’installazione di un impianto fotovoltaico; tutti gli spazi saranno illuminati con impianti LED che si autoregolamentano in funzione della luce naturale e della presenza di persone e attività.

Tempistica. La fase di demolizione proseguirà fino a gennaio. Terminata la bonifica e la pulizia di tutta l’area, si passerà alla rigenerazione vera e propria. Il termine dei lavori è previsto per la fine del 2021.

Sul cantiere si sono recati il sindaco Federico Sboarina e l’assessore alla Pianificazione urbanistica Ilaria Segala. Ad accompagnarli il responsabile del progetto Paolo Bertelli, l’ing. Andrea Dalla Valle e Martin Zischg in rappresentanza della proprietà. Presenti anche il presidente della settima Circoscrizione Marco Falavigna e il consigliere comunale Nicolò Sesso.

“Un progetto pilota a livello europeo, che farà di Verona un’eccellenza dello sport in tutte le sue declinazioni – ha detto il sindaco -. Non solo. Con questo intervento il quartiere torna si impossessa di un’area strategica fino ad ora rimasta off limits, che lo riqualificherà in modo importante ed incisivo. Inoltre, dopo anni che se ne parla e vari tentativi andati a vuoto, finalmente Verona avrà la pista del ghiaccio che molti aspettavano, a cominciare dalle numerose associazioni che sono costrette ad uscire dal territorio comunale per praticare questo sport”.

“Questa è vera rigenerazione urbana, che darà vita nuova ad un’area dismessa e al suo quartiere – ha detto l’assessore Segala -. E’ bello vedere il cantiere partire, è un progetto a cui teniamo molto, un polo sportivo d’eccellenza che farà scuola in Italia e in Europa”.

“Stiamo già lavorando per agevolare i residenti, con convenzioni per le famiglie numerose e altre categorie – ha aggiunto il presidente della settima Circoscrizione Falavigna -. A breve organizzeremo un incontro pubblico aperto a tutti i cittadini per presentare il progetto e i benefici che porterà nella zona”.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Parma Capitale Italiana della Cultura 2020

 

Duomo di Parma, Edoardo Fornaciari

Parma è la Capitale Italiana della Cultura 2020. L’ambito riconoscimento è dovuto a una progettualità che – oltre a valorizzare la cultura come benessere per la comunità, veicolo di sviluppo sociale ed economico, luogo di libertà e democrazia, spazio e tempo di inclusione e di crescita individuale e comunitaria – intende realizzare attività di lunga durata e lasciare strutture e metodologie per rendere sempre più vivo, concreto e solido il sistema culturale.

Il claim che ha accompagnato fin dall’inizio il programma di Parma2020 è la cultura batte il tempo. Il percorso di candidatura è stato costruito attorno a un polo di riflessione unitario sui diversi “tempi” della città, scommettendo sulla carta dell’inclusione e della sostenibilità.

Esistono tante “Parma”: la città romana e quella medievale, la Parma rinascimentale e quella barocca, la borbonica e l’illuminista, la rivoluzionaria e l’asburgica, la Parma contadina e la Parma imprenditrice, quella verdiana – dei sentimenti forti e nazionali del melodramma – e la Parma delle barricate, quella profonda delle tradizioni popolari, la Parma dell’Oltretorrente e la Parma innovativa e tecnologica: tutte queste sono, insieme, la città di oggi.

A marcare e connotare le diverse temporalità di una città contribuiscono, in ugual misura, le esperienze dei gruppi sociali che vi abitano e che ne scandiscono, per altro verso, il fluire, battendo un altro tipo di tempo: un tempo iperconnesso o pre-digitale, del lavoro e del riposo, del bambino, del giovane o dell’anziano, o ancora il tempo degli stranieri o dei viaggiatori. In questi percorsi si ritrova non solo il senso dell’esperienza estetica nella contemporaneità, ma il significato sociale e politico della cultura, oggi sempre meno svincolato dalla sua portata antropologica: non c’è migliore strategia, per la crescita sociale, dell’osmosi culturale, da ricercare e promuovere all’interno delle pieghe della città.

La cultura batte il tempo sottolinea l’importanza di restituire all’azione culturale il suo ruolo di metronomo della vita della città per favorire l’abbattimento delle barriere storiche e sociali che complicano le forme di dialogo.

A sovrintendere e coordinare il raggiungimento degli obiettivi è il Comune di Parma, che definisce gli indirizzi e le strategie. «L’anno della Capitale non è arrivato per caso o per fortuna, ma grazie a un mix di competenza, intuizione e compiendo i passi giusti» dichiara il sindaco Federico Pizzarotti «Non è un premio, ma un merito.Parma ha fatto squadra e ha vinto una sfida importante. Se il 2020 sarà il grande anno che ci aspettiamo ci guadagnerà la città, la regione e anche l’Italia. Il futuro del nostro Paese si compirà se l’Italia stessa punterà sulla cultura: siamo una grande nazione che vive sopra un patrimonio materiale e immateriale immenso, dobbiamo semplicemente farcene carico e presentarlo al mondo intero».

Aggiunge l’Assessore alla Cultura Michele Guerra: «Parma2020 è stata ed è una grande scuola, alla quale abbiamo imparato che cosa vuole dire lavorare veramente insieme, mettendo in relazione ambiti che di solito non sono abituati a dialogare o che potrebbero sembrare distanti dai temi culturali. Oggi abbiamo un programma che ricuce il tessuto culturale della città in tutte le sue forme, che può contare su una visione condivisa che attraversa tutti i settori della vita comunitaria della città e del suo territorio e, cosa non meno importante, un programma che ha saputo includere sguardi che provengono da lontano, che sapranno aiutare Parma a sentirsi all’incrocio di esperienze e di azioni internazionali e a riflettere con profondità sulla sua contemporaneità».

Un percorso dunque, che vede nel rapporto pubblico-privato – premiato nella stessa motivazione che ha portato alla nomina a Capitale – un pilastro fondamentale per promuovere la produzione culturale per un pubblico di tutte le età; la promozione dell’imprenditorialità creative driven per sviluppare un rapporto virtuoso tra creatività, mercato e terzo settore; lo stimolo a una riflessione internazionale sul tema Cultura e Democrazia, che punta a una comunità inclusiva e vede l’eredità culturale dei territori come spazio di radicamento dei principi e dei valori democratici.

A sostegno del programma, nell’ottobre del 2018 è nato il Comitato per Parma2020, fondato da Comune di Parma, UPI – Unione Parmense degli Industriali e Associazione Parma, io ci sto! con lo scopo di promuovere il raggiungimento degli obiettivi coinvolgendo il territorio tutto, e contribuendo a sviluppare un metodo di lavoro che prosegua ben oltre il 2020.

Il programma di Parma2020 è un palinsesto di bellezza, arte e creatività scaturito dagli oltre 700 partner del territorio, che si può suddividere in quattro grandi azioni: le 65 iniziative del Dossier di candidatura e gli eventi speciali, che danno forma all’idea e al progetto culturale di Parma; l’energia del territorio, che vede oltre 150 iniziative sviluppate dai Comuni, dalla Provincia, dalle Diocesi, dalle imprese e delle associazioni; il programma dell’Università di Parma, con oltre 250 incontri sul tema della conoscenza; ed Emilia 2020, il programma coordinato con Piacenza e Reggio Emilia.

All’interno del Dossier di candidatura, il Progetto Pilota e le Officine contemporanee rappresentano il paradigma di Parma2020 e – fondendo patrimonio, culture e creatività internazionali – si sviluppano tra mostre, installazioni, produzioni, laboratori, musica, incontri e open call.

Il Progetto Pilota si sviluppa attraverso una serie di azioni sinergiche tra antichi luoghi e nuovi distretti.

I distretti sono l’infrastruttura della città creativa, posizionati in luoghi significativi erappresentano i punti di eccellenza del territorio: cultura educativa, imprese culturali e creative, agroalimentare, università, memoria, cinema, produzione musicale.

Trovano solidi riferimenti amministrativi nell’Agenda Urbana 2030 – La città delle idee, il documento guida che Parma ha assunto come bussola del proprio cammino, sintesi tra gli indirizzi politico-amministrativi e le sollecitazioni emerse dal lungo percorso di partecipazione e confronto sviluppato con il territorio.

Il Progetto Pilota si compone di due mostre, un evento speciale e quattro open call.

L’inaugurazione di Parma2020 sarà una tre giorni di eventi, tra mostre, concerti, performance e teatro dedicata alla partecipazione e condivisione culturale.

Sabato 11 gennaio, la “nazione Parma” riunita nel centro storico accoglierà l’energia della cultura proveniente da tutte le città d’Italia in una grande parata che porterà in corteo le “parole della cultura”, scelte attraverso un contest sui social network di Parma 2020. La parata si radunerà nel Parco Ducale e percorrerà Via D’Azeglio fino a Piazza Garibaldi, per consegnare idealmente le parole alla casa municipale, dove attraverso un videomapping interattivo si trasformeranno in un iconico dialogo con la piazza.

Domenica 12 gennaio la cerimonia istituzionale di apertura si svolgerà al Teatro Regio alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e proseguirà con il taglio del nastro della mostraTime Machine. Sarà una giornata in cui la cultura viaggerà sugli autobus fino ai luoghi più lontani dal centro della città: verso gli ospedali, il carcere, le più piccole frazioni.

Infine lunedì 13 gennaio, per celebrare Sant’Ilario, Patrono di Parma, la città diventerà palcoscenico di insolite narrazioni tra storia e poesia, alternate a presentazioni di libri e concerti.

 

 

Delos (anche per le fotografie)

Oro 1320-2020. Dai Maestri del Trecento al contemporaneo. In mostra

La mostra “Oro, 1320 – 2020. Dai Maestri del Trecento al Contemporaneo” organizzata da Matteo Salamon della omonima galleria Milanese, che si terrà nelle prestigiosa sede di Palazzo Cicogna a Milano dal 22 novembre 2019 al 31 gennaio 2020, nasce con l’intenzione di tracciare una traiettoria diacronica sull’uso (e contestualmente sul significato) dell’oro nelle arti figurative.

Saranno messe in relazione opere del XIV e dellinizio del XV secolo, dalla tradizione giottesca al Gotico Internazionale a Firenze e in Italia centrale e lavori di grandi artisti italiani degli ultimi cinquant’anni: da Lucio Fontana a Paolo Londero e Maurizio Bottoni, interpreti, nelle opere presentate in mostra, delle simbologie intrinseche al materiale prezioso.

Lo scopo tuttavia non è solo quello di condurre una “storia della foglia doro nelle arti, mettendo in relazione gli aspetti tematici che ne presupponevano l’utilizzo alla fine del medioevo e quelli che invece ne contemplano l’impiego ancora oggi; la finalità scientifica di una rassegna di questo tipo è soprattutto quella di cercare, in due momenti distanti della storia culturale del nostro paese, i segni tangibili di una unica tradizione, che emerge con forza esuberante grazie soprattutto al recupero, da parte di autori moderni, di tecniche e procedimenti usati nei secoli trascorsi.

Non è un caso che le opere antiche, che saranno esposte nella rassegna, sono tutte riconducibili a quel modello di bottega tramandato a noi da un documento storico essenziale quale il Libro dellarte di Cennino Cennini, un trattato di 178 capitoli nei quali l’artista parla organicamente del funzionamento della bottega di un pittore: si dilunga sulla centralità del disegno, sulle ricette per la preparazione dei pigmenti, sulle varietà dei pennelli e sui differenti supporti; ben dodici capitoli sono dedicati alla doratura delle tavole e alle differenti tecniche di missione.

Le opere a fondo oro che verranno esposte dalla galleria Salamon, tavole di Giovanni Gaddi, maestro di scuola giottesca attivo insieme al padre Taddeo nella prima metà del Trecento, di Andrea di Bonaiuto, Antonio Veneziano e dell’anonimo pittore noto come Maestro dell’Incoronazione della Christ Church Gallery di Oxford, sono la rappresentazione tangibile delle tecniche illustrate da Cennini, mentre i dipinti quattrocenteschi di Mariotto di Nardo (la Madonna col Bambino e quattro santi, ritenuta uno dei capolavori della sua tarda attività), Ventura di Moro e del marchigiano Giovanni Antonio da Pesaro attestano la continuità e la vitalità di questa tradizione, e non solo a Firenze, fino al 1430 circa. Ma la lettura di Cennini, e in generale lo studio delle tecniche usate dagli antichi maestri, è fondamentale anche in alcuni aspetti dell’arte di Lucio Fontana nel XX secolo – di Fontana sarà esposto un Concetto spaziale in oro del 1960 – e soprattutto di Paolo Londero (Milano 1969) e Maurizio Bottoni (Milano 1950).

Nelle sculture di Londero, artista eclettico la cui formazione da restauratore tradisce la centralità della materia nella sua arte, si assiste a una continua dialettica di corpi e sostanze. La sua Gallina dalle uova d’oro provoca un ribaltamento ironico, ma denso di significato, del senso della fiaba. A essere d’oro è la gallina stessa e il pulcino che schiude un uovo di lacca bianca, segno che la preziosità sta nella vita e non nel guscio, in un gioco di tesi ed antitesi dal sapore hegeliano ma con rimandi di forme e contenuti addirittura al neoplatonismo michelangiolesco. Una riflessione sulla specificità intrinseca e simbolica dei materiali che si ripete nella Verza doro: a questa si apprestano formiche di lacca nera, pronte a nutrirsi delle foglie dorate, emblema delle illusioni, senza tuttavia giungere al cuore della brassica (che è reale e difatti non è d’oro), vero nocciolo tematico della composizione.
Ancora più significativa, seguendo questa lettura, appare l’esperienza dell’arte di Bottoni: il pittore lombardo, attivo da oltre quarant’anni e gratificato da uno straordinario successo – nonché dalla ininterrotta stima da parte dei critici d’arte antica e moderna, è uno dei più fieri portavoce del recupero delle tecniche della tradizione preindustriale, dalla preparazione delle tavole e delle tele a quella dei colori. Presenterà in mostra una preziosa tavola dallo spirito surrealista: Oggi riposo, digressione al tempo stesso ammirata e divertita sul tema della Vanitas. Ma Bottoni è anche uno dei più grandi disegnatori dal vero del panorama italiano contemporaneo, “uno dei pochi maestri della penisola che sanno dare ancora vita alle cose, come ebbe a dire in un fulmineo giudizio, nel 1997, il grande Federico Zeri. L’intrinseco senso della natura nella sua visione, dell’arte e dell’esistenza stessa, ben si esprime col tema delle zolle di terra, descritte dal vero e trasposte sull’oro in un contrappunto tra realtà e illusione che ricorda da vicino la temperie formale e immaginifica del Tardogotico. Come su fondo oro sono trasposte le Rose di Volpedo, sentito omaggio al naturalismo sincero e appassionato della poetica di Giuseppe Pellizza (si tratta di rose colte in un roseto selvatico sorto nel cimitero di Volpedo, presso la sepoltura del maestro). L’idea di Bottoni, per cui secondo le sue stesse parole “tutto ciò che è creato è divino, ben presuppone l’uso del fondo oro, forma visibile e simbolica della divinità stessa, e di conseguenza contesto esemplare per uno sguardo commosso verso gli aspetti minuti del mondo naturale.

Bottoni e Londero in definitiva, con il loro studio meticoloso di materiali e tecniche, rappresentano una risposta coraggiosa e consapevole al proliferare di autori e correnti, ormai svincolati dal quel lavoro manuale che l’arte necessariamente implicava fino a pochi decenni orsono. Bottoni in particolare, come Annibale Carracci quattro secoli fa, pare convinto che “i pittori abbiano a parlar con le mani” e che l’incanto della creazione non sia dunque mai riproponibile con mezzi tecnologici e multimediali. Ma se come insegna Vittorio Sgarbi “tutti gli artisti contemporanei sono contemporanei”, pure coloro che fieramente antepongono ai nuovi linguaggi il valore della tradizione vanno considerati autentici testimoni del nostro tempo.
E il legame che, con le loro opere, nutrono coi secoli passati ci culla dolcemente, donandoci la certezza che antico e moderno potranno per sempre dialogare, soprattutto nel nostro sguardo stupito davanti alle opere di questi grandi interpreti.

Galleria Salamon, Palazzo Cicogna, I° piano, via San Damiano 2, 20122 Milano. Orario: dal lunedì al venerdì, 10 – 13 e 15 – 19. Ingresso libero

 

S.E.