Auto elettriche alimentate con il lavoro minorile? Una ricerca di A.I.

Alla vigilia del Motor Show di Parigi, dove verranno presentati alcuni nuovi modelli, Amnesty International ha sollecitato i principali produttori di auto elettriche a informare i consumatori sulle verifiche che stanno facendo per assicurare che la catena di rifornimento non si basi sul lavoro minorile e a rendere note le loro conclusioni.

General Motors (GM), Renault-Nissan e Tesla non hanno comunicato quali misure abbiano adottato per as sicurare che il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo da bambini anche di soli sette anni non sia usato nelle batterie che alimentano le loro auto elettriche.

“Le auto elettriche potrebbero non essere così pulite come si pensa. I consumatori devono avere la certezza che le loro auto verdi non siano collegate alla miseria del lavoro minorile. I frequentatori del Motor Show di Parigi comprerebbero un’auto se sapessero che è costata l’infanzia di qualcuno?” – ha dichiarato Mark Dummett, ricercatore di Amnesty International su imprese e diritti umani.

“Dalle ricerche di Amnesty International emerge un sostanziale rischio che il cobalto estratto dai bambini finisca nelle batterie delle auto elettriche. Siccome questi veicoli vengono presentati come una scelta etica per automobilisti consapevoli dal punto di vista ecologico e sociale, le aziende che li producono devono chiarire e dimostrare che agiscono con diligenza nel procurarsi i materiali con cui li fabbricano” – ha proseguito Dummett.

Il cobalto è un componente fondamentale delle batterie al litio che alimentano le auto elettriche. Più della metà delle riserve mondiali di cobalto si trova nella Repubblica Democratica del Congo, dove si calcola il 20 per cento sia estratto a mano.

In un rapporto diffuso nel gennaio 2016, intitolato “Ecco ciò per cui moriamo”, Amnesty International aveva denunciato che bambini anche di soli sette anni lavorano in condizioni terribili nelle miniere artigianali di cobalto del sud del paese, senza la minima protezione, anche 12 ore al giorno per uno o due dollari, rischiando fortemente di perdere la vita in incidenti mortali (80 casi tra settembre 2014 e dicembre 2015) e di contrarre malattie a lungo termine ai polmoni.

Il rapporto citava i dati dell’Unicef secondo i quali nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo, la maggior parte dei quali estraendo cobalto.

Le ricerche di Amnesty International rese pubbliche alla vigilia del Motor Show di Parigi hanno identificato cinque aziende automobilistiche a rischio. Da fonti giornalistiche e/o comunicati stampa aziendali, è emerso che il produttore sud-coreano LG Chem fornisce batterie alla General Motors per la Chevrolet Volt, alla Renault-Nissan per i modelli Twizy e Zoe e alla Tesla per la nuova versione del modello Roadster.

Un’altra compagnia sud-coreana, la Samsung SDI, rifornisce la BMW per i modelli i3 EV e i8 HPEV) e la Fiat-Chrysler per la 500 EV. Le due fabbriche automobilistiche lo hanno confermato in forma scritta ad Amnesty International.

Nel suo rapporto del 2016, Amnesty International aveva messo in luce il rischio che altre aziende automobilistiche (tra cui Daimler, Volkswagen e la cinese BYD) stessero usando cobalto proveniente dalle miniere della Repubblica Democratica del Congo, dove non solo i bambini ma anche gli adulti lavorano in condizioni prive di sicurezza.

Il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo è acquistato da una compagnia cinese (la Huayou Cobalt) che fornisce componenti per batterie a produttori in Cina e Corea del Sud, tra cui LG Chem e Samsung SDI che a loro volta riforniscono molte delle più importanti aziende automobilistiche del mondo.

Replicando al rapporto di Amnesty International, Daimler aveva dichiarato che non si rifornisce direttamen e nella Repubblica Democratica del Congo né da fornitori di quel paese. Volkswagen aveva negato di avere rapporti con la Huayou Cobalt. Entrambe avevano aggiunto, senza però fornire prove, che si stavano impegnandosi maggiormente per scoprire violazioni dei diritti umani lungo la catena di rifornimento del cobalto. Purtroppo, nessuna delle due aziende ha rivelato l’identità dei suoi fornitori né se abbia valutato l’adeguatezza delle modalità estrattive. La BYD non ha risposto affatto.

BMW e Fiat-Chrysler più sensibili al tema dei diritti umani, ma ancora lontane dagli standard internazionali

Rispetto alle nuove ricerche condotte da Amnesty International, General Motors e Tesla non hanno fornito prove su come riescano a identificare e a intervenire su violazioni dei diritti umani nella catena di rifornimento del cobalto, soprattutto in relazione al lavoro minorile. Renault-Nissan si è impegnata a farlo “il più presto possibile” senza fornire ulteriori dettagli.

Al contrario, BMW e Fiat-Chrysler hanno inviato risposte dettagliate, anche se non hanno fornito prove sufficienti sul rispetto, da parte loro, degli standard internazionali in materia di forniture di minerali.

BMW ha dichiarato che analizza la catena di rifornimento del cobalto dal 2013 e che sta lavorando insieme ai fornitori per identificare l’origine dell’estrazione. Non ha tuttavia fatto nomi. Ha aggiunto che Huayou Cobalt non è un suo fornitore e che ha ricevuto assicurazioni dal suo fornitore effettivo, Samsung SDI, che Huayou Cobalt non fa parte della catena di rifornimento. BMW non ha fornito dettagli su eventuali verifiche indipendenti sulle dichiarazioni della Samsung SDI.

Fiat-Chrysler, che a sua volta acquista batterie dalla Samsung SDI, ha dichiarato che Huayou Cobalt non fa parte dei suoi fornitori e pare anche in questo caso di essersi fidata delle dichiarazioni della Samsung SDI. Ha poi ammesso di non aver attivato un programma per identificare gli estrattori e i raffinatori del cobalto. Ciò ha portato Amnesty International a concludere che Fiat-Chrysler non è in grado di valutare se il cobalto estratto dai bambini della Repubblica Democratica del Congo entri o meno nella sua catena di rifornimento.

Secondo le linee guida emanate dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, le aziende che utilizzano cobalto estratto in zone a rischio devono identificare coloro che lo estraggono e coloro che lo raffinano e rendere pubbliche le loro valutazioni se chi lo estrae segua con diligenza le procedure per identificare ed evitare rischi di violazione dei diritti umani.

Nessuna delle aziende produttrici di auto elettriche potrebbe oggi dimostrare che sta rispettando queste linee guida.

Amnesty International pertanto continua a chiedere a tutte le aziende multinazionali che usano batterie al litio di dimostrare che stanno applicando quelle linee guida e di essere trasparenti sui risultati delle loro indagini. È fondamentale che queste aziende rendano pubbliche sufficienti informazioni sulle violazioni dei diritti umani da esse eventualmente riscontrate.

L’azione volontaria non basta. Amnesty International chiede ai governi di approvare leggi che richiedano alle aziende di verificare, e rendere pubbliche le informazioni relative, l’origine delle fonti di minerali e l’identità di chi le rifornisce.

Oggi il mercato globale del cobalto è privo di regole. Il cobalto non rientra nell’elenco statunitense dei “materiali provenienti da zone di conflitto”, di cui invece fanno parte l’oro, il coltan, lo stagno e il tungsteno estratti nella Repubblica Democratica del Congo.

In Francia, l’Assemblea nazionale ha approvato una legge che, una volta ottenuto il voto favorevole del Senato a ottobre, obbligherebbe le grandi aziende come la Renault a prevenire violazioni dei diritti umani lungo la catena di rifornimento e stabilirebbe sanzioni per non aver vigilato.

“Si tratta di un grande esempio di come lo stato possa pretendere che le aziende prendano sul serio le questioni relative ai diritti umani e si assumano le loro responsabilità” – ha commentato Dummett.

“Senza una legislazione che renda obbligatoria la due diligence sui diritti umani, le grandi aziende continueranno a evitare l’argomento e a trarre beneficio dal lavoro minorile e da altre violazioni” – ha concluso Dummett.

 

Il rapporto “Ecco ciò per cui moriamo” del gennaio 2016 è online all’indirizzo:

http://www.amnesty.it/amnesty-international-e-afrewatch-lavoro-minorile-e-sfruttamento-per-il-cobalto-degli-smartphone-e-delle-batterie-delle-automobili

 

Amnesty International Italia

 

 

Centinaia di sparizioni in Egitto. Un rapporto di Amnesty International

In Egitto, l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) si rende responsabile di rapimenti, torture e sparizioni forzate nel tentativo di incutere paura agli oppositori e spazzare via il dissenso pacifico: è quanto ha denunciato oggi Amnesty International in un drammatico nuovo rapporto, che mette in luce una scia senza precedenti di sparizioni forzate dai primi mesi del 2015. Il rapporto, intitolato “Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo”, rivela una vera e propria tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, compresi 14enni, sparire nelle mani dello stato senza lasciare traccia. Secondo le organizzazioni non governative locali, la media delle sparizioni forzate è di tre-quattro al giorno. Di solito, agenti dell’Nsa pesantemente armati fanno irruzione nelle abitazioni private, portano via le persone e le trattengono anche per mesi, spesso ammanettate e bendate per l’intero periodo. “Questo rapporto rivela le scioccanti e spietate tattiche cui le autorità egiziane ricorrono nel tentativo di terrorizzare e ridurre al silenzio manifestanti e dissidenti” – ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Le sparizioni forzate sono diventate uno dei principali strumenti dello stato di polizia in Egitto. Chiunque osi prendere la parola è a rischio. Il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare e torturare coloro che intendono sfidare le autorità” – ha aggiunto Luther. “Le autorità egiziane si ostinano a negare l’esistenza del fenomeno delle sparizioni forzate, ma i casi descritti nel nostro rapporto forniscono ampie prove del contrario. Denunciamo non solo le brutalità cui vanno incontro gli scomparsi ma anche la collusione esistente tra le forze di sicurezza e le autorità giudiziarie, il cui ruolo è quello di mentire per coprire l’operato della sicurezza o non indagare sulle denunce di tortura, e che in questo modo si rendono complici di gravi violazioni dei diritti umani” – ha sottolineato Luther. Sparizioni forzate e tortura Il rapporto descrive in dettaglio i casi di 17 persone sottoposte a sparizione forzata, detenute illegalmente per periodi varianti da diversi giorni a sette mesi, tagliate fuori dal mondo esterno e private di contatti con avvocati e familiari e di qualsiasi supervisione giudiziaria. Il rapporto comprende inoltre drammatiche testimonianze delle torture praticate durante sessioni d’interrogatorio che possono durare fino a sette ore, allo scopo di estorcere “confessioni” che verranno poi usate come prova durante gli interrogatori ufficiali davanti al giudice e che condurranno alla condanna. In alcuni casi, sono stati torturati anche dei minorenni. Uno dei casi più agghiaccianti è quello di Mazen Mohamed Abdallah: sottoposto a sparizione forzata nel settembre 2015, quando aveva 14 anni, è stato ripetutamente violentato con un bastone di legno per estorcergli una falsa “confessione”. Aser Mohamed, a sua volta 14enne al momento dell’arresto, è stato vittima di sparizione forzata nel gennaio 2016 per 34 giorni, negli uffici dell’Nsa di Città 6 ottobre (nella Grande Cairo). Durante quel periodo è stato picchiato, colpito con scariche elettriche su tutto il corpo e sospeso per gli arti. Alla fine è stato portato di fronte a un procuratore che lo ha minacciato di ulteriori scariche elettriche quando ha provato a ritrattare la “confessione”. I due 14enni sono tra i cinque minorenni vittime di sparizione forzata per fino a 50 giorni descritti nel rapporto di Amnesty International. Alcuni di loro, anche dopo che ne era stato disposto il rilascio, sono stati sottoposti nuovamente a sparizione forzata prima di venire raggiunti da nuove accuse. In altri casi, sono stati arrestati i familiari di persone da cui si voleva ottenere una “confessione”. Nel luglio 2015 Atef Farag è stato arrestato insieme al figlio 22enne Yehia. I loro familiari sostengono che Atef è stato arrestato per aver preso parte a un sit-in mentre suo figlio, che è disabile, è stato preso per costringere il padre a “confessare” una serie di gravi reati. Dopo una sparizione forzata durata 159 giorni, padre e figlio sono stati rinviati a processo per appartenenza al gruppo fuorilegge della Fratellanza musulmana. L’evidente aumento delle sparizioni forzate risale al marzo 2015, ossia alla nomina a ministro dell’Interno di Magdy Abd el-Ghaffar, che in precedenza aveva fatto parte del Servizio per le indagini sulla sicurezza dello stato (Ssi), la famigerata polizia segreta dei tempi di Mubarak, responsabile di gravi violazioni dei diritti umani: è stata smantellata dopo la rivolta del 2011 ma solo per essere rinominata Nsa. Nel 2015 Islam Khalil, 26 anni, è stato sottoposto a sparizione forzata per 122 giorni. Tenuto bendato e ammanettato per l’intero periodo, è stato picchiato brutalmente e sottoposto a scariche elettriche anche sui genitali. Una volta, negli uffici dell’Nsa della città di Tanta (a nord del Cairo), è stato tenuto sospeso per i polsi e le caviglie per ore e ore fino a quando ha perso conoscenza. Una volta, un agente che lo stava interrogando gli ha detto: “Pensi di avere qualche valore? Ti possiamo uccidere, arrotolarti in una coperta e buttarti in una discarica e nessuno chiederà di te”. In un’altra occasione, un secondo agente lo ha sollecitato a dire le ultime preghiere mentre gli stava somministrando scariche elettriche. Dopo 60 giorni Islam Khalil è stato trasferito in quello che ha chiamato “l’inferno”, ossia gli uffici dell’Nsa a Lazoughly, dove sono proseguite le torture. A Lazoughly, a giudizio unanime il peggior centro di detenzione dell’Nsa, si stima si trovino centinaia di detenuti. Questa sede dell’Nsa si trova dentro il ministero dell’Interno, ironicamente a poca distanza da piazza Tahrir, dove cinque anni fa migliaia di persone avevano manifestato contro la tortura e le brutalità delle forze di sicurezza di Mubarak. La sparizione forzata dello studente italiano Giulio Regeni, trovato morto al Cairo nel febbraio 2016 con segni di tortura, ha attratto l’attenzione dei mezzi d’informazione di ogni parte del mondo. Le autorità egiziane si ostinano a negare qualsiasi coinvolgimento nella sparizione e nell’uccisione di Giulio Regeni, ma il rapporto di Amnesty International rivela le similitudini tra i segni di tortura sul suo corpo e quelli sugli egiziani morti in custodia dello stato. Ciò lascia supporre che la sua morte sia stata solo la punta dell’iceberg e che possa far parte di una più ampia serie di sparizioni forzate ad opera dell’Nsa e di altri servizi d’intelligence in tutto il paese. Le sparizioni forzate non solo aumentano il rischio di tortura e collocano i detenuti al di fuori della protezione della legge, ma hanno anche un impatto devastante sulle famiglie degli scomparsi, che sono lasciate sole a interrogarsi sul destino dei loro cari. “Tutto quello che voglio sapere è se mio figlio è vivo o morto” – dichiarava mesi fa Abd el-Moez Mohamed, padre di Karim, uno studente d’Ingegneria di 22 anni scomparso per quattro mesi dopo essere stato rapito nella sua abitazione del Cairo da agenti dell’Nsa pesantemente armati, nell’agosto 2015. Alcuni familiari hanno denunciato la scomparsa dei loro cari al ministero dell’Interno e alla procura ma nella maggior parte dei casi non sono scattate le indagini. Nelle rare occasioni in cui ciò è accaduto, le indagini sono state chiuse dopo l’ammissione che lo scomparso era nelle mani dell’Nsa anche se questi ha continuato a vedersi negati i contatti con parenti e avvocati. “Il presidente Abdel Fattah al-Sisi deve ordinare a tutte le agenzie per la sicurezza dello stato di porre fine alle sparizioni forzate e alla tortura e dire chiaramente che chiunque ordinerà o commetterà queste violazioni dei diritti umani, o se ne renderà complice, sarà portato di fronte alla giustizia” – ha affermato Luther. “Tutte le persone detenute in tali condizioni devono avere accesso a familiari e avvocati e coloro che sono trattenuti solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni” – ha aggiunto Luther. Il rapporto chiede inoltre al presidente al-Sisi di istituire con urgenza una commissione indipendente d’inchiesta che indaghi su tutte le denunce di sparizione forzata e di tortura commesse dall’Nsa o da altre agenzie per la sicurezza dello stato e che abbia il potere di chiamare a deporre tutte le agenzie governative, comprese quelle militari, senza subire interferenze. Collusione e inganno Il rapporto di Amnesty International contiene forti accuse nei confronti della procura egiziana, colpevole di accettare prove dubbie ottenute dall’Nsa – che falsifica regolarmente le date d’arresto per nascondere il periodo in cui i detenuti sono sottoposti a sparizione forzata -, di emettere incriminazioni basate su “confessioni” estorte sotto coercizione e di non disporre indagini sulle denunce di tortura, evitando ad esempio di ordinare esami medici e di includerne i risultati negli atti ufficiali. Nei rari casi in cui la procura autorizza esami medici indipendenti, gli avvocati dei detenuti non possono prendere visione dei risultati. “Siamo molto critici nei confronti della procura egiziana, che si rende complice di violazioni dei diritti umani e tradisce in modo crudele il dovere, assegnatole dalla legge, di proteggere le persone dalle sparizioni forzate, dagli arresti arbitrari e dalla tortura. Se l’istituto della procura non verrà riformato per garantire la sua indipendenza dal potere esecutivo, ciò sarà fatto di proposito” – ha chiarito Luther. L’Egitto è considerato da molti paesi occidentali un partner chiave nella lotta al terrorismo a livello regionale e questa è la giustificazione usata per rifornirlo di armi e altro materiale nonostante le prove che tali forniture vengono usate per commettere gravi violazioni dei diritti umani. Molti paesi continuano a tenere strette relazioni diplomatiche, commerciali e di altra natura con l’Egitto senza dare priorità ai diritti umani. “Tutti gli stati, particolarmente quelli dell’Unione europea e gli Usa, devono usare la loro influenza per spingere l’Egitto a porre fine a queste terribili violazioni dei diritti umani, perpetrate col falso pretesto della sicurezza e del contrasto al terrorismo” – ha sottolineato Luther. “Invece di proseguire ciecamente a fornire equipaggiamento di sicurezza e di polizia all’Egitto, questi paesi dovranno annullare tutti i trasferimenti di armi e altro materiale che vengono usati per compiere gravi violazioni dei diritti umani fino a quando non saranno poste in essere garanzie efficaci contro il loro uso improprio, non saranno condotte indagini esaurienti e indipendenti sulle violazioni dei diritti umani e i responsabili di queste ultime non saranno portati di fronte alla giustizia” – ha concluso Luther.

Il rapporto “Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo” è disponibile presso l’Ufficio Stampa di Amnesty International Italia e online all’indirizzo: http://www.amnesty.it/Rapporto-Egitto-centinaia-persone-scomparse-torturate

Amnesty International Italia

Turchia e Diritti Umani: allarme di Amnesty International

Amnesty International ha lanciato l’allarme sul pericolo per la situazione dei diritti umani all’indomani del sanguinoso tentativo di colpo di stato del 15 luglio, a seguito del quale sono morte almeno 208 persone e sono stati eseguiti quasi 8000 arresti. Inoltre, diversi esponenti governativi hanno proposto la reintroduzione della pena di morte per punire i responsabili del fallito colpo di stato.
Amnesty International sta indagando sulle notizie di detenuti sottoposti a maltrattamenti ad Ankara e Istanbul e ai quali verrebbe negato l’accesso agli avvocati.
“L’elevato numero di arresti e di rimozioni dall’incarico è allarmante e stiamo monitorando attentamente la situazione. Il tentativo di colpo di stato ha scatenato un impressionante livello di violenza. I responsabili di uccisioni illegali e di altre violazioni dei diritti umani devono essere portati di fronte alla giustizia, ma la repressione contro il dissenso e la minaccia di ripristinare la pena di morte sono un’altra cosa rispetto alla giustizia” – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore per l’Europa e l’Asia centrale di Amnesty International.
“Sollecitiamo le autorità turche a esercitare moderazione e a rispettare lo stato di diritto nello svolgimento delle necessarie indagini, a garantire processi equi a tutti i detenuti e a rilasciare tutti coloro contro i quali non vi sono prove concrete di aver preso parte ad azioni criminali. Un arretramento nel campo dei diritti umani è l’ultima cosa di cui la Turchia ha bisogno” – ha aggiunto Dalhuisen.
In assenza di numeri esatti, le autorità turche hanno riferito che venerdì notte 208 persone sono state uccise e oltre 1400 ferite a Istanbul e Ankara. Tra le persone uccise figurano 24 “complottisti”, alcuni dei quali sarebbero stati linciati dopo che avevano cercato di arrendersi. Tra le vittime, figurano anche civili scesi in strada a fronteggiare carri armati ed elicotteri in risposta all’appello a protestare rivolto dal presidente Erdogan.
Nei giorni successivi al fallito colpo di stato, le autorità turche hanno avviato rapide purghe all’interno dell’esercito, del potere giudiziario e dell’amministrazione civile del ministero dell’Interno: 7543 “complottisti” arrestati, 318 dei quali posti in detenzione preventiva; 7000 poliziotti sospesi, 2700 giudici e procuratori rimossi dall’incarico (appena meno di un quinto del personale della magistratura), 450 dei quali arrestati.
Le dichiarazioni del presidente Erdogan e di rappresentanti del governo circa il ripristino della pena di morte e il suo uso retroattivo per punire i responsabili del tentato colpo di stato sono particolarmente inquietanti: un passo del genere violerebbe le convenzioni sui diritti umani di cui la Turchia è parte, oltre che le stesse garanzie costituzionali del paese.
“Gli arresti di massa e le rimozioni dall’incarico costituiscono sviluppi preoccupanti in un contesto di crescente intolleranza verso il dissenso pacifico da parte del governo turco. Il rischio è che il giro di vite si estenda ai giornalisti e agli attivisti della società civile. Negli ultimi mesi attivisti politici, giornalisti e altre voci critiche sono stati frequentemente presi di mira e mezzi d’informazione sono stati chiusi” – ha commentato Dalhuisen.
“Ora è più importante che mai che il governo turco rispetti i diritti umani e lo stato di diritto, esattamente come i promotori del colpo di stato non hanno fatto” – ha concluso Dalhuisen.

Amnesty International Italia

 

Bambini uccisi nei campi minati dello Yemen

Al termine di una missione di ricerca di 10 giorni nelle province di Sa’da, Hajjab e Sana’a, Amnesty International ha denunciato che i bambini e le loro famiglie che, dopo un anno di conflitto, tornano a casa nel nord dello Yemen rischiano fortemente di morire o di riportare gravi ferite a causa di migliaia di bombe a grappolo inesplose.   C’è urgente bisogno di assistenza internazionale per sminare i terreni e i paesi in grado di esercitare influenza devono sollecitare le forze della coalizione a guida saudita a fermare l’uso delle bombe a grappolo, armi di per sé indiscriminate e proibite dal diritto internazionale. “Anche con la fine delle ostilità, la vita dei civili, compresi i bambini, e i loro mezzi di sussistenza continuano a essere in pericolo. Al rientro in quelli che ormai sono dei veri e propri campi minati, non potranno vivere in condizioni di sicurezza fino a quando le zone intorno alle loro abitazioni e i campi non saranno ispezionati e ripuliti dalle bombe a grappolo e da altri ordigni inesplosi” – ha dichiarato Lama Fakih, senior crisis advisor di Amnesty International.  Nella sua ultima missione di ricerca nel nord dello Yemen, Amnesty International ha riscontrato prove dell’uso, da parte della coalizione a guida saudita, di bombe a grappolo di fabbricazione statunitense, britannica e brasiliana. L’uso di queste armi è vietato dalla Convenzione sulle bombe a grappolo, che il Regno Unito è vincolato a rispettare. Amnesty International ha intervistato 30 persone, tra cui sopravvissuti a bombe a grappolo e altri ordigni inesplosi, così come loro familiari, testimoni oculari, esperti di sminamento, attivisti e soccorritori. L’organizzazione ha documentato 10 nuovi casi in cui, tra luglio 2015 e aprile 2016, 16 civili sono stati uccisi o feriti da bombe a grappolo. Tra le vittime, anche nove bambini due dei quali rimasti uccisi. Le esplosioni si sono verificate giorni, settimane o anche mesi dopo il lancio delle bombe a grappolo da parte della coalizione a guida saudita.  Col cessate-il-fuoco raggiunto nel marzo 2016, nelle province di Hajjah e Sa’da i civili hanno iniziato a tornare a casa. Ma operatori addetti allo sminamento, residenti e soccorritori hanno dichiarato ad Amnesty International che i civili continuano a saltare in aria quando entrano in contatto con ordigni inesplosi.  Il fenomeno è in particolare aumento lungo il confine tra Arabia Saudita e Yemen, nelle zone di Midi, Haradh, Hayran, Bakil al-Mir e Mustabah (provincia di Hajjah) e di al-Safra, Razih, Shada e Baqim (provincia di Sa’da).  Molti civili, compresi i bambini, sono dunque alla mercé di ordigni potenzialmente mortali senza rendersi conto della loro presenza o dei rischi che pongono. Per di più, recenti inondazioni hanno trasportato questi ordigni in zone dove la loro presenza non era attesa. Finora la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha ufficialmente confermato di aver usato bombe a grappolo. Tuttavia, in un’intervista rilasciata alla Cnn l’11 gennaio 2016, il generale Ahmed al-Asiri, portavoce della coalizione, nel negarlo complessivamente ha ammesso l’uso di bombe a grappolo CBU-105 nel corso dell’attacco contro un obiettivo militare, nell’aprile 2015.  Le popolazioni civili invocano a gran voce la necessità di aiuto per sminare i loro terreni. Riconoscendo il grave rischio che la presenza di ordigni inesplosi costituisce per la popolazione civile, nell’aprile 2016 il Centro d’azione sulle mine dello Yemen (Yemac, l’unica agenzia di sminamento presente nel paese) ha iniziato a rintracciare e far esplodere ordigni nelle province di Sa’da e Hajjah, nonostante la formazione inadeguata e lo scarso equipaggiamento a disposizione.  Il numero esatto di ordigni inesplosi da eliminare non è ancora chiaro. Nelle prime tre settimane di lavoro nelle due province, lo Yemac ha eliminato almeno 418 sub-munizioni da bombe a grappolo, 810 resti di fusi e di pezzi d’artiglieria, 51 mortai e oltre 70 missili. Purtroppo, il 26 aprile lo Yemac ha dovuto interrompere drammaticamente le sue attività a seguito della morte di tre suoi operatori (Mohammed Ahmed Ali Al Sharafi, Mustafa Abdullah Saleh Al Harazi e Hussein Abdo Mohssien Al Salami), uccisi dai resti di una bomba a grappolo ad Hayran, nella provincia di Hajjah. Il direttore dello Yemac, Ahmed Yahya Alawi, ha riferito ad Amnesty International che le attività del Centro sono sospese mentre sono in corso indagini sulla morte dei suoi uomini. Egli ritiene che l’episodio sia stato causato dalla negligenza di uno dei tre operatori nel rimuovere un ordigno inesploso vicino ai suoi due colleghi. Alawi ha criticato l’assenza di formazione adeguata e ha definito inefficaci e obsolete le attrezzature a disposizione: “La coalizione ha usato vari tipi di bombe a grappolo ma noi abbiamo dimestichezza solo con quattro di essi. Siamo rimasti sorpresi da queste nuove versioni. Sono più sensibili, è difficile farle esplodere ma metterle da parte inesplose è pericoloso. Abbiamo bisogno di formatori provenienti dai paesi che quelle bombe le producono e di migliore tecnologia per distruggerle”. “I paesi donatori devono agire con urgenza e sostenere l’azione a livello locale per individuare in condizioni di sicurezza, marcare e ripulire le aree in cui si trovano gli ordigni inesplosi e spiegare alle comunità di quei territori come, nel frattempo, evitare pericoli. Se non verrà fatto, sarà una bomba a orologeria per i civili, compresi i bambini” – ha commentato Fakih.  I bambini, infatti, sono particolarmente esposti al rischio di raccogliere sub-munizioni inesplose o di entrarci in contatto, scambiandole per giochi a causa della forma e della piccola dimensione. Alcune somigliano a palline, altre a bibite in lattina. Nel gennaio 2016, un 13enne ha raccolto una sub-munizione nei pressi di una fontana del villaggio agricolo di Noug’a, nella provincia di Sa’da, a 20-25 chilometri dal confine con l’Arabia Saudita. La sub-munizione era verde e sembrava “una piccola palla”: questa descrizione coincide con le sub-munizioni contenute nella bomba a grappolo BLU-63 di fabbricazione statunitense. Il ragazzo, che è rimasto in ospedale per due mesi e ha dovuto subire un’operazione chirurgica all’addome, ha detto ad Amnesty International che nei pressi della fontana vi erano altri ordigni di quel genere.  Il 1° marzo “Walid” (la cui vera identità è celata per motivi di sicurezza), un 11enne della stessa zona, ha perso tre dita della mano destra e ha riportato la rottura della mascella sinistra, oltre a ferite al petto e alle gambe. Suo fratello “Samih”, di otto anni, è rimasto ucciso. I due fratelli, secondo il racconto del più grande, stavano portando al pascolo le capre in una vallata quando hanno notato quei piccoli oggetti. Ci hanno girato intorno e giocato per diverse ore fino a quando uno è esploso.   Sulla base del racconto di “Walid”, si tratterebbe di sub-munizioni “ZP39” DPICM la cui presenza nel nord dello Yemen era stata già documentata da Human Rights Watch nel maggio 2015. Il 16 aprile, in un villaggio della provincia di Hajjah a 10 chilometri dal confine saudita, un ragazzo di 12 anni è morto e suo fratello di nove è rimasto ferito giocando con un ordigno trovato mentre stavano portando al pascolo le capre. Questo è il racconto del fratello sopravvissuto: “Ho raccolto la bomba e l’ho data a mio fratello in modo che ne avessimo una a testa. Lui le ha fatte sbattere e sono esplose. Io sono finito a diversi metri di distanza. Due o tre giorni prima, con un amico avevamo raccolto delle bombe in una busta di plastica e le avevamo nascoste sotto gli alberi. Avevano un nastro bianco”. Il ragazzo 12enne è rimasto ucciso sul colpo. Lo hanno ritrovato con l’addome aperto e le braccia mozzate. Il padre, che ha altri 13 bambini, ha raccontato che la loro famiglia era tornata nella zona solo di recente. Ora non trovano più spazio per portare al pascolo le capre: “Qui vicino le bombe sono persino appese sugli alberi”. “L’elevato numero di sub-munizioni usato dalla coalizione a guida saudita e l’alta percentuale di mancata esplosione non solo hanno ucciso e ferito persone ma hanno anche danneggiato gravemente i mezzi di sussistenza e trasformato i terreni in campi minati, rendendo difficile il pascolo così come i raccolti di banane, mango e pomodori” – ha sottolineato Fakih.

Le prime conferme dell’uso di bombe a grappolo di fabbricazione britannica nello Yemen. Dal 25 marzo 2015, quando è iniziata la campagna aerea della coalizione a guida saudita, Amnesty International ha documentato l’uso di sei tipi di bombe a grappolo nello Yemen: uso confermato da altre fonti credibili, come Human Rights Watch.  L’ultima missione di Amnesty International ha potuto confermare per la prima volta l’uso di bombe a grappolo britanniche BL-755, fabbricate negli anni Settanta dalla Hunting Engineering Ltd. Questo tipo di bomba a grappolo, progettato per essere sganciato dai jet britannici Tornado, contiene 147 sub-munizioni in grado di penetrare per 25 centimetri in veicoli blindati e che rilasciano oltre 2000 frammenti che diventano armi anti-persona. Depositi di BL-755 si trovano in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. I ricercatori di Amnesty International hanno visto una bomba a grappolo BL-755 nel deposito in cui lo Yemac raccoglieva gli ordigni inesplosi rinvenuti. La bomba non era esplosa e le sub-munizioni contenute in cinque delle sette sezioni originarie non si erano disperse né avevano detonato.  Si tratta del primo uso confermato di bombe a grappolo made in UK dall’adozione, nel 2008, della Convenzione contro le bombe a grappolo, nella cui stesura e nei cui negoziati il governo di Londra aveva svolto un ruolo da protagonista. La Convenzione, sottoscritta da oltre 100 paesi, vieta l’uso, la produzione e lo stoccaggio delle bombe a grappolo. Altri tipi di bombe a grappolo identificati dalla missione di ricerca di Amnesty International comprendono la brasiliana Avibras Astros e la statunitense CBU-105, con contenitori di sub-minuzioni BLU-108/B. Nell’agosto 2013 il dipartimento della Difesa Usa aveva siglato un contratto del valore di 641 milioni di dollari per la fornitura di 1300 bombe a grappolo CBU-105 all’Arabia Saudita. La sub-munizione BLU-108/B, prodotta da Textron Defense System, viene rilasciata dalla bomba a grappolo che la contiene. Durante la lenta discesa sostenuta da un paracadute, si avvia un veloce movimento rotatorio durante il quale, grazie all’aiuto di sensori ottici multimodali, le munizioni vengono dirette contro una serie di bersagli. La sub-munizione, dotata di un potente propellente, può perforare un veicolo blindato incendiandolo, mentre i frammenti vanno a colpire oggetti e persone. La presenza di numerosi ordigni inesplosi contraddice quanto affermato dalla US Security Defense Cooperation Agency, secondo la quale meno dell’1 per cento degli ordigni non esplode “nell’ambiente operativo in cui operano”. Il governo statunitense vieta la vendita o il trasferimento di bombe a grappolo che abbiano una percentuale di malfunzionamento superiore all’1 per cento.

Raccomandazioni di Amnesty International. “Senza un’azione congiunta per sollecitare la coalizione a guida saudita a cessare l’uso delle bombe a grappolo e l’immediata assistenza internazionale alle operazioni di sminamento, le bombe a grappolo e gli altri ordigni inesplosi costituiranno per anni un lascito mortale per lo Yemen, minacciando la vita dei civili e mandando a rotoli l’economia locale” – ha dichiarato Fakih. L’Arabia Saudita e gli altri stati membri della coalizione dovranno facilitare la bonifica delle aree in cui si trovano ordigni inesplosi. Gli stati in grado di farlo dovranno fornire tutta l’assistenza tecnica, finanziaria e materiale per rendere possibile la demarcazione delle aree e la rimozione o distruzione delle sub-munizioni e di altri ordigni inesplosi. Le vittime e le loro famiglie dovranno ricevere assistenza fisica e psicologica così come avere a disposizione programmi di riabilitazione e istruzioni per evitare i pericoli. Gli stati membri della coalizione a guida saudita dovranno immediatamente fornire alle Nazioni Unite le esatte coordinate degli attacchi con bombe a grappolo, comprese mappe, date e informazioni sul tipo e sulla quantità di armi usate, in modo tale da poter facilitare la bonifica e informare le popolazioni locali sui pericoli ancora presenti. Gli stati che forniscono armi alla coalizione a guida saudita e i singoli stati che ne fanno parte dovranno immediatamente cessare i trasferimenti e l’uso delle bombe a grappolo ed eliminare tutti gli stock ancora a disposizione. Da anni, Amnesty International e altre organizzazioni chiedono a tutti gli stati di porre immediatamente fine all’uso, alla produzione, ai trasferimenti e allo stoccaggio di bombe a grappolo e di aderire alla Convenzione del 2008. Gli altri due stati che, col Regno Unito, hanno prodotto bombe a grappolo usate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita nel conflitto yemenita, ossia Usa e Brasile, non fanno parte della Convenzione contro le bombe a grappolo. Non ne è parte neanche lo Yemen, anche se il 19 maggio suoi diplomatici hanno dichiarato che stanno considerando di aderirvi, dato l’alto livello di contaminazione da bombe a grappolo nel paese. Né l’Arabia Saudita né gli stati membri della coalizione a guida saudita hanno aderito alla Convenzione. Tuttavia, sulla base del diritto internazionale umanitario consuetudinario, agli stati membri di questa coalizione è fatto divieto di usare armi di per sé indiscriminate, che pongono inevitabili minacce per la vita dei civili. Dal febbraio 2016, Amnesty International sta chiedendo a tutti gli stati di assicurare che nessuna delle parti coinvolte nel conflitto yemenita riceva, direttamente o indirettamente, armi, munizioni, equipaggiamento o tecnologia militare da usare nel conflitto fino a quando le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario non saranno cessate. Amnesty International chiede inoltre a tutti gli stati di appoggiare la richiesta di un’indagine indipendente, imparziale e internazionale, sulle violazioni commesse da tutte le parti coinvolte nel conflitto.
Amnesty International Italia

Rapporto di Amnesty International sul Libano

Una carente assistenza internazionale e le politiche discriminatorie perseguite dal governo stanno creando le condizioni per facilitare lo sfruttamento e la violenza sessuale nei confronti delle rifugiate siriane in Libano. Il rapporto, intitolato “Voglio un posto sicuro. Rifugiate siriane prive di protezione in Libano”, descrive come la decisione del governo libanese di non rinnovare i permessi di soggiorno e la diminuzione dei fondi internazionali stiano lasciando le rifugiate siriane in una situazione precaria, col rischio incombente di sfruttamento da parte di chi è in posizione di potere, dai signori della guerra ai datori di lavoro fino anche alle forze di polizia. “La combinazione tra la significativa diminuzione dei finanziamenti internazionali per la crisi dei rifugiati e le rigide restrizioni imposte dal governo di Beirut, sta alimentando un clima nel quale le rifugiate provenienti dalla Siria rischiano di subire molestie e sfruttamento senza poter chiedere protezione alle autorità” – ha dichiarato Kathryn Ramsay, ricercatrice sulle questioni di genere di Amnesty International. Nel 2015 il governo libanese ha interrotto la registrazione, da parte dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), dei nuovi arrivati e ha introdotto nuove norme che hanno reso più difficile il rinnovo del permesso di soggiorno. Privi di status legale, i rifugiati vanno incontro ad arresti arbitrari, imprigionamenti e persino rimpatri forzati. Molti hanno timore di denunciare alla polizia gli abusi subiti. Il 20 per cento dei nuclei familiari rifugiati in Libano è guidato dalle donne, che in alcuni casi – quando i loro mariti vengono uccisi, arrestati, fatti sparire o rapiti in Siria – diventano il principale sostegno economico della famiglia.   “La maggior parte dei rifugiati siriani in Libano lotta per la sopravvivenza in condizioni spesso disperate, a causa di una diffusa discriminazione e di enormi ostacoli nell’accesso al cibo, all’alloggio e all’impiego. Per le rifugiate, sopravvivere in queste circostanze può essere persino più complicato. Molte, soprattutto le capofamiglia, vanno incontro a sempre maggiori rischi di molestie, sfruttamento e abusi sul posto di lavoro e in strada” – ha sottolineato Ramsay. Povertà e sfruttamento da parte dei datori di lavoro e dei signori della guerra Circa il 70 per cento delle famiglie rifugiate siriane vive ben al di sotto della soglia di povertà della popolazione libanese. La risposta umanitaria delle Nazioni Unite alla crisi dei rifugiati siriani è sempre stata inadeguata: nel 2015 l’Onu ha ricevuto solo il 57 per cento dei fondi necessari per operare in Libano. La grave mancanza di fondi ha costretto il World Food Programme a ridurre gli aiuti alimentari forniti mensilmente alla maggior parte dei rifugiati particolarmente vulnerabili: alla metà del 2015, il valore era calato da 27,50 euro a 12,50 euro per poi risalire alla fine dell’anno a poco meno di 20 euro, ossia meno di 70 centesimi al giorno. Nel corso del 2015 una donna su quattro, tra coloro con cui ha parlato Amnesty International, ha smesso di ricevere contributi per il cibo. Molte rifugiate hanno riferito di essere in grandi difficoltà di fronte ai costi alti della vita in Libano e che la ricerca di un alloggio o del cibo le espone a rischi ancora più elevati di sfruttamento. Alcune hanno dichiarato di aver ricevuto proposte sessuali o offerte di aiuto finanziario o di altra natura in cambio di sesso. In un clima di marcata discriminazione nei loro confronti, le rifugiate che riescono a trovare un impiego vengono sfruttate da datori di lavoro con paghe estremamente basse: “Sanno che accetteremo qualunque salario perché ci troviamo in questa situazione di bisogno” – ha dichiarato “Asmaa” (nome cambiato per ragioni di sicurezza), una rifugiata siriana di 56 anni, di origine palestinese, che vive nel campo profughi di Shatila, a Beirut. Ha deciso di non mandare più le figlie a lavorare: “Mia figlia lavorava in un negozio. Ma quando il titolare ha iniziato a toccarla e a molestarla, non ce l’ho più mandata”. Diverse donne hanno denunciato di aver perso il lavoro o aver rinunciato a un lavoro a causa del comportamento di chi le aveva assunte. Trovare denaro sufficiente per affittare un appartamento è un’altra sfida complessa. Almeno il 58 per cento delle rifugiate siriane vive in appartamenti o camere in affitto, le altre in insediamenti informali o in palazzine abbandonate. Molte hanno dichiarato di non aver più potuto pagare rate d’affitto esorbitanti e sono finite in alloggi squallidi, sporchi, pericolanti e infestati dai topi. “La mancanza di stabilità finanziaria è causa di enormi difficoltà per le rifugiate e incoraggia chi è in posizione di potere a sfruttare la situazione” – ha commentato Ramsay. La mancanza dello status legale aumenta i rischi Procedure burocratiche assai onerose e gli alti costi del permesso di soggiorno introdotti nel gennaio 2015 hanno impedito a molti rifugiati di ottenerne il rinnovo. In assenza di questo documento, la paura di essere arrestati spinge tanti di loro a non denunciare gli abusi subiti. La maggior parte delle rifugiate incontrate da Amnesty International ha confermato che la mancanza del permesso di soggiorno le ha dissuase dallo sporgere denuncia. “Hanan” (nome cambiato per ragioni di sicurezza), una rifugiata siriana di origini palestinesi che vive in un campo nei pressi di Beirut con le sue tre figlie, ha riferito di essersi recata in una stazione di polizia per denunciare l’autista di un autobus che l’aveva molestata: è stata respinta dal funzionario di turno, secondo il quale in assenza di un documento non poteva presentare denuncia. “È assai chiaro alle rifugiate con cui abbiamo parlato che la violenza e lo sfruttamento sono resi persino peggiori dal non avere il permesso di soggiorno e non poter chiedere aiuto e protezione a nessuno” – ha aggiunto Ramsey. Un’altra rifugiata siriana ha raccontato ad Amnesty International di essere stata oggetto di minacce dopo che si era rivolta alla polizia: “Gli agenti si presentavano alle nostre case o ci telefonavano chiedendo di uscire con loro: erano proprio gli stessi tre che avevano preso la nostra denuncia. Siccome non abbiamo il permesso di soggiorno, ci minacciavano che ci avrebbero arrestate se non fossimo uscite con loro”. Il Libano è il paese che ospita il maggior numero di rifugiati pro capite al mondo ed è certo che la comunità internazionale non lo sta sostenendo adeguatamente. Ma questo non può in alcun modo giustificare la mancanza di protezione di fronte alla violenza e allo sfruttamento. “I flussi di rifugiati hanno posto un onere considerevole sulle spalle del Libano ma questa non può essere la scusa per aver introdotto quelle dure limitazioni che hanno creato condizioni di pericolo per le rifugiate. Invece di rafforzare il clima di paura e d’intimidazione, le autorità libanesi devono modificare urgentemente le loro politiche in modo da assicurare che le rifugiate siano protette e che tutti i rifugiati in Libano possano rinnovare il loro permesso di soggiorno facilmente e senza restrizioni” – ha precisato Ramsey. Il sostegno internazionale è fondamentale La mancanza di finanziamento e sostegno internazionale per i rifugiati in Libano è un fattore che contribuisce direttamente alla povertà e alla precarietà della vita delle rifugiate siriane, aumentando i rischi nei loro confronti. L’Unhcr ha identificato come vulnerabile, e dunque bisognoso di un urgente reinsediamento in paesi fuori dalla regione, almeno il 10 per cento dei rifugiati siriani, ovvia 450.000 persone, tra cui le donne e le ragazze a rischio sono considerate le “più vulnerabili”. Amnesty International sta chiedendo alla comunità internazionale di aumentare il numero di reinsediamenti e di offrire ai rifugiati siriani percorsi legali e sicuri per uscire dalla regione. “I paesi più ricchi del mondo, come il Regno Unito in Europa, i paesi del Golfo e gli Usa devono fare di più per alleviare questa crisi. Oltre a rafforzare l’impegno umanitario per sostenere i profughi interni in Siria e i rifugiati siriani nella regione, devono mostrare condivisione delle responsabilità offrendo un maggior numero di reinsediamenti. Infine, devono premere su paesi come il Libano affinché siano rimossi gli ostacoli alla registrazione legale dei rifugiati, sia garantito l’accesso ai servizi essenziali e siano protette le donne e le ragazze” – ha concluso Ramsay.
Amnesty International Italia

50.000 firme per fermare i matrimoni precoci forzati

Giovedì 26 maggio una delegazione di Amnesty International, guidata dal direttore generale di Amnesty International Italia, Gianni Rufini, ha consegnato all’Ambasciata del Burkina Faso a Roma le oltre 50.000 firme e i 15.000 origami raccolti in Italia nell’ambito della campagna globale My Body My Rights e rivolti al governo del Burkina Faso. Gli origami a forma di fiore di carta a rappresentare il simbolo dell’infanzia negata alle bambine del Burkina Faso sono stati realizzati da attivisti di Amnesty International Italia, alunni e singoli cittadini che hanno voluto esprimere la propria solidarietà alle spose bambine. La grafica del fiore richiama i tessuti tradizionali burkinabé e reca i nomi e i messaggi di quanti hanno partecipato all’azione #maipiùsposebambine “Oltre ai positivi passi intrapresi a livello politico, è necessario che vengano assicurate le risorse per la pronta implementazione del piano e la realizzazione di un cambiamento culturale che sradichi la prassi dei matrimoni tradizionali e religiosi per le bambine e le ragazze” ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia. L’Incaricato d’Affari burkinabé, S.E. Issa Soma, si è impegnato a trasmettere alle autorità di Ouagadougou le firme ricevute, con le quali Amnesty International e le migliaia di persone che hanno partecipato alla campagna continuano a chiedere al governo del Burkina Faso di offrire contraccezione gratuita a tutte le donne e le ragazze, di migliorare l’accesso alle informazioni sulla salute sessuale e l’accesso ai relativi servizi e di rafforzare il piano d’azione nazionale, al fine di costruire un paese in cui le donne e le ragazze siano libere di scegliere se, quando e con chi sposarsi e se, quando e quanti figli avere. Le oltre 50.000 firme consegnate all’Ambasciata vanno ad aggiungersi alle 50.000 precedentemente inviate con la maratona azioni urgenti Write4Rights. La campagna di Amnesty International My Body My Rights per porre fine ai matrimoni forzati e precoci è iniziata in Burkina Faso nel luglio 2015. Grazie alla visibilità data al problema a livello globale e alla pressione esercitata da tutto il movimento, nel dicembre 2015, il governo ha adottato una strategia nazionale (2016-2025) e un piano d’azione triennale (2016-2018) per prevenire ed eliminare il matrimonio forzato e precoce in Burkina Faso. Nel febbraio 2016, inoltre, il governo ha annunciato la fornitura di cure gratuite per tutte le donne incinte. Il lavoro di sensibilizzazione e mobilitazione di Amnesty International non si fermerà fino a quando queste promesse non si trasformeranno in atti concreti in difesa dei diritti delle bambine e delle ragazze. L’appello per porre fine ai matrimoni precoci e forzati in Burkina Faso è online all’indirizzo: http://appelli.amnesty.it/burkina-faso-matrimoni-forzati/

Amnesty International Italia

Brasile: 100 giorni alle Olimpiadi. Parla Amnesty International

Dall’inizio del mese la polizia ha ucciso almeno 11 persone nelle favelas di Rio de Janeiro, i cui abitanti stanno vivendo nel terrore. È quanto ha denunciato Amnesty International, a 100 giorni dall’inizio delle Olimpiadi. Lo scorso anno nella sola Rio de Janeiro la polizia ha ucciso almeno 307 persone, un quinto degli omicidi avvenuti nella città. Le autorità non solo non portano in giudizio i responsabili ma stanno assumendo un approccio sempre più deciso nei confronti di proteste di piazza, in larga parte pacifiche. “Nonostante le promesse di una città sicura per ospitare le Olimpiadi, gli omicidi ad opera della polizia sono regolarmente aumentati negli ultimi anni. Molte altre persone sono state ferite da proiettili di gomma, granate stordenti e persino armi da fuoco mentre prendevano parte alle proteste” – ha dichiarato Atila Roque, direttore generale di Amnesty International Brasile. “Finora la maggior parte degli omicidi commessi dalla polizia non è stata oggetto d’indagini. Le autorità devono ancora emanare linee guida per formare le forze di polizia all’uso delle cosiddette ‘armi non letali’ e tendono a considerare i manifestanti alla stregua di nemici pubblici” – ha aggiunto Roque. “C’è davvero molto che, nei prossimi 100 giorni, le autorità e gli organizzatori di Rio 2016 potranno e dovranno fare per assicurare che ogni singola operazione relativa alla sicurezza pubblica non violi i diritti umani. Ci aspettiamo che le forze di polizia di Rio assumano un approccio cauto e abbandonino la strategia del ‘prima spara, poi fai domande’” – ha continuato Roque. Negli ultimi anni nello stato di Rio de Janeiro vi è stato un profondo aumento dei casi di uso eccessivo della forza. La maggior parte delle vittime erano giovani neri delle favelas e di altre aree di emarginazione. Nel 2014, l’anno dei mondiali di calcio in Brasile, nello stato di Rio de Janeiro la polizia uccise 580 persone, il 40 per cento in più rispetto al 2013. Nel 2015 il numero è salito a 645. Sebbene non sia possibile collegare l’aumento degli omicidi da parte della polizia alla preparazione per le Olimpiadi, questi numeri rivelano una chiara tendenza all’uso eccessivo della forza, alla violenza e all’impunità che caratterizzano oggi le istituzioni che si occupano della sicurezza pubblica. Nell’agosto 2015, Amnesty International aveva pubblicato un rapporto sugli omicidi commessi dalla polizia militare a Rio de Janeiro, denunciando la prassi del “grilletto facile” invalsa nella favela di Acari dopo la fine dei mondiali di calcio. Sulla base delle ricerche di Amnesty International, la vasta maggioranza degli omicidi commessi dalla polizia militare ad Acari era da considerarsi alla stregua di esecuzioni extragiudiziali. Nonostante lo scandalo e la pressione dell’opinione pubblica, finora nessuno è stato portato di fronte alla giustizia. “È sconvolgente vedere quanto a Rio e in altre città brasiliane gli omicidi ad opera della polizia continuino a ritmo quotidiano e come la risposta delle autorità sia assai insufficiente. Il prezzo, in termini di sofferenza e perdita di vite umane, è pagato soprattutto dagli abitanti delle favelas e di altre zone povere, in particolare da giovani uomini neri” – ha sottolineato Roque. La repressione delle proteste da parte della polizia è secondo Amnesty International un altro elemento di preoccupazione. Due anni dopo aver ospitato i mondiali di calcio, occasione in cui Amnesty International denunciò casi di uso eccessivo e non necessario della forza da parte della polizia durante le proteste – compreso l’uso improprio di “armi non letali” (gas lacrimogeni, spray al peperoncino, granate stordenti, proiettili di gomma ecc.) – non è stata assunta alcuna misura per evitare ulteriori violazioni dei diritti umani da parte della polizia. L’unica novità dal punto di vista legislativo, relativa alla sicurezza pubblica in occasione delle Olimpiadi, è la normativa anti-terrorismo entrata in vigore nel febbraio 2016, che potrebbe essere usata per stroncare e criminalizzare le proteste.

Principali fatti e cifre Nel 2015 le forze di polizia si sono rese responsabili di un omicidio su cinque nella città di Rio de Janeiro. Nelle prime tre settimane dell’aprile 2016, almeno 11 persone sono state uccise nel corso di operazioni di polizia. Nei primi tre mesi del 2016 gli omicidi a seguiti di intervento delle forze di polizia nella città di Rio sono aumentati del 10 per cento rispetto allo stesso periodo del 2015. Rispetto al 2013, nel 2015 gli omicidi a seguito di intervento delle forze di polizia nello stato di Rio sono aumentati del 54 per cento.

Amnesty International Italia

Qatar 2022: la denuncia di Amnesty International

In un nuovo rapporto diffuso oggi, 31 marzo, Amnesty International ha denunciato che lo stadio internazionale Khalifa, dove si svolgerà una delle semifinali dei Mondiali di calcio del 2022 in Qatar, viene costruito grazie allo sfruttamento dei lavoratori migranti, sottoposti a sistematici abusi che in alcuni casi corrispondono a lavori forzati. Il rapporto, intitolato “Il lato oscuro del gioco più bello del mondo: lo sfruttamento del lavoro migrante per costruire un impianto dei Mondiali di calcio del 2022 in Qatar”, condanna la scioccante indifferenza della Federazione internazionale delle associazioni calcistiche (Fifa) nei confronti del trattamento dei migranti, il cui numero – per quanto riguarda solo gli impianti sportivi dei Mondiali del 2022 – è destinato a salire fino a 36.000 nei prossimi due anni. “Lo sfruttamento del lavoro migrante è una macchia sulla coscienza del calcio mondiale. Per giocatori e tifosi, uno stadio dei Mondiali è un luogo da sogno. Per alcuni dei lavoratori che hanno parlato con noi, è come vivere dentro a un incubo” – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. “Nonostante cinque anni di promesse, la Fifa non ha fatto quasi nulla per far sì che i Mondiali di calcio del 2022 non venissero costruiti grazie allo sfruttamento del lavoro migrante” – ha aggiunto Shetty. Il rapporto di Amnesty International si basa su interviste a 132 migranti impegnati nella ristrutturazione dello stadio Khalifa, che dovrebbe essere il primo pronto per lo svolgimento dei Mondiali del 2022 e che è destinato a ospitare una delle due semifinali. Altri 99 migranti intervistati erano impegnati nella manutenzione degli spazi verdi intorno al complesso sportivo Aspire dove quest’inverno Bayern di Monaco, Everton e Paris Saint-Germain sono venuti ad allenarsi. Ogni singola persona, giardiniere o manovale, che ha parlato con Amnesty International ha riferito di una o più forme di sfruttamento, tra cui: – alloggi squallidi e sovraffollati; – il versamento di ingenti somme di denaro (da 500 a 4300 dollari) ai reclutatori in patria per trovare un lavoro in Qatar; – l’inganno subito rispetto al tipo di lavoro o al salario previsto (con l’eccezione di sei lavoratori, tutti gli intervistati hanno denunciato salari più bassi di quanto promesso, talvolta della metà); – la mancanza di salario per diversi mesi, con ripercussioni economiche e psicologiche su lavoratori obbligati a saldare pesanti debiti in patria); – mancato rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno, col rischio di essere arrestati ed espulsi in quanto lavoratori “clandestini”; – confisca del passaporto ad opera del datore di lavoro e mancato rilascio del permesso di espatrio; – minacce dopo aver protestato per le condizioni di lavoro. Amnesty International ha scoperto che lo staff di una delle agenzie di reclutamento ha minacciato rappresaglie nei confronti dei lavoratori migranti, come il blocco dei salario, la denuncia alla polizia e il rifiuto di consentire di lasciare il Qatar. Secondo il diritto internazionale, queste condizioni equivalgono a lavoro forzato. I lavoratori, nella maggior parte dei casi provenienti da Bangladesh, India e Nepal, hanno inizialmente incontrato Amnesty International tra febbraio e maggio 2015. Quando i ricercatori dell’organizzazione per i diritti umani sono tornati in Qatar, nel febbraio di quest’anno, alcuni lavoratori erano stati trasferiti in alloggi migliori ed erano tornati in possesso dei passaporti, come richiesto da Amnesty International, ma altre forme di sfruttamento non erano cessate. “Indebitati, costretti a vivere in squallidi campi in mezzo al deserto, sottopagati: il destino dei lavoratori migranti contrasta profondamente con quello delle star del calcio che giocheranno nello stadio Khalifa. Tutto ciò che i lavoratori migranti vogliono si chiama diritti umani: essere pagati in tempo, lasciare il paese se ne hanno bisogno, essere trattati con dignità e rispetto” – ha sottolineato Shetty. Il sistema dello sponsor in vigore in Qatar (detto kafala), in base al quale il lavoratore migrante non può cambiare lavoro o lasciare il paese senza il permesso del datore di lavoro, è al centro dello sfruttamento del lavoro migrante. La tanto pubblicizzata riforma di questo sistema, annunciata alla fine del 2015, modificherà ben poco la dinamica dei rapporti tra lavoratori migranti e loro datori di lavoro. Alcuni lavoratori migranti del Nepal hanno raccontato ad Amnesty International che è stato loro perfino impedito di tornare in patria dopo il devastante terremoto dell’aprile 2015 che provocò migliaia di morti e milioni di sfollati. Nabeel (il nome è stato cambiato per ragioni di sicurezza), un lavoratore migrante dell’India impegnato nella ristrutturazione dello stadio Khalifa, ha raccontato di essere stato minacciato quando ha protestato per non aver ricevuto da parecchi mesi il salario: “Il datore di lavoro mi ha urlato insulti e ha minacciato che se avessi protestato di nuovo non avrei mai più potuto lasciare il paese. Da allora sto molto attento a non protestare per il salario o altre questioni. Ovviamente, se potessi cambierei lavoro o andrei via dal Qatar”. Questa è invece la testimonianza di Deepak (il nome è stato cambiato per ragioni di sicurezza), proveniente dal Nepal: “La mia vita qui è una prigione. Il lavoro è duro, lavoriamo per molte ore sotto il sole cocente. La prima volta che mi sono lamentato, poco dopo essere arrivato in Qatar, il direttore dei lavori mi ha detto che potevo anche protestare ma poi ci sarebbero state conseguenze. Se vuoi rimanere in Qatar, devi stare zitto e lavorare”. Nel 2014 il comitato organizzatore dei Mondiali del 2022, che è anche responsabile della costruzione degli stadi, aveva pubblicato le “Linee guida per il benessere dei lavoratori”. Queste direttive chiedono alle imprese che seguono i progetti relativi agli impianti e alle strutture dei campionati di calcio di applicare ai lavoratori standard persino più elevati rispetto a quelli previsti dalle leggi del Qatar. “Il comitato organizzatore si è mostrato sensibile verso i diritti dei lavoratori e i suoi standard vanno in quella direzione. Ma applicarli è molto complicato. In un contesto in cui il governo del Qatar si mostra apatico e la Fifa indifferente, sarà quasi impossibile organizzare i Mondiali del 2022 senza lo sfruttamento del lavoro migrante” – ha commentato Shetty. Amnesty International ha chiesto ai principali sponsor dei Mondiali del 2022, tra cui Adidas, Coca-Cola e McDonald’s di fare pressioni sulla Fifa affinché si occupi dello sfruttamento del lavoro migrante nella ricostruzione dello stadio Khalifa e mostri cosa ha intenzione di fare per impedire tale sfruttamento negli altri progetti relativi ai campionati di calcio. La Fifa dovrebbe spingere il Qatar ad approntare un piano complessivo di riforme prima che, dalla metà del 2017, la fase di costruzione degli impianti sportivi entri davvero nel vivo. I passi essenziali dovrebbero essere: annullare il potere del datore di lavoro di impedire ai lavoratori di cambiare impiego o lasciare il paese, indagare in modo adeguato sulle condizioni dei lavoratori e rafforzare le sanzioni nei confronti delle imprese responsabili dello sfruttamento. La Fifa, a sua volta, dovrebbe svolgere ispezioni regolari e indipendenti sulle condizioni di lavoro in Qatar e renderne pubblici i risultati. “L’assegnazione dei Mondiali 2022 ha contribuito a promuovere l’immagine del Qatar come una destinazione di élite per alcune delle principali squadre di calcio. Ma il mondo del calcio non può chiudere gli occhi di fronte allo sfruttamento dei lavoro migrante nelle strutture e negli stadi dove si gioca a pallone. Se la nuova dirigenza della Fifa intende seriamente girare pagina, non potrà permettere che il suo principale evento globale si svolga in stadi costruiti con lo sfruttamento del lavoro migrante” – ha aggiunto Shetty. Lo stadio Khalifa fa parte del complesso sportivo Aspire, al cui interno si trovano i campi di allenamento Aspire Academy e la struttura sanitaria Aspetar, gli uni e l’altra utilizzati da alcune delle più importanti squadre di calcio al mondo. “Alcuni dei più grandi campioni si saranno già allenati su terreni realizzati e mantenuti grazie allo sfruttamento del lavoro migrante. Presto, potrebbero giocare in stadi costruiti allo stesso modo. Ora è il momento che i leader del mondo calcistico, se non vorranno sentirsi complici di tutto questo, prendano la parola: che si tratti di squadre come il Bayern di Monaco e il PSG o dei grandi sponsor come Adidas e Coca-Cola” – ha concluso Shetty.

Amnesty International Italia

Rapporto 2015-2016 di Amnesty International

Molti governi hanno sfacciatamente violato il diritto internazionale e stanno volutamente indebolendo le istituzioni che dovrebbero proteggere i diritti delle persone

Salil Shetty, segretario del movimento globale, mette in guardia: “Non sono solo i nostri diritti a essere minacciati, lo sono anche le leggi e il sistema che li proteggono”.

In occasione del lancio del suo Rapporto 2015-2016 (pubblicato in Italia da Infinito Edizioni), Amnesty International ha ammonito che la protezione internazionale dei diritti umani rischia di essere compromessa a causa di interessi egoistici nazionali di corto respiro e dell’adozione di misure draconiane di sicurezza, che hanno dato vita a un assalto complessivo ai diritti e alle libertà fondamentali.

“I diritti sono in pericolo, considerati con profondo disprezzo da molti governi del mondo” – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.

“Milioni di persone stanno patendo enormi sofferenze nelle mani degli stati e dei gruppi armati, mentre i governi non si vergognano di descrivere la protezione dei diritti umani come una minaccia alla sicurezza, alla legge e all’ordine e ai ‘valori nazionali'” – ha aggiunto Shetty.

Una minaccia globale ai diritti umani

Secondo Amnesty International, un’insidiosa e strisciante tendenza sta mettendo in pericolo i diritti umani: i governi attaccano di proposito le istituzioni che hanno creato per proteggere i diritti di tutti, riducono i finanziamenti a esse destinati o le ignorano.

“Non sono solo i nostri diritti a essere minacciati, lo sono anche le leggi e il sistema che li proteggono. Oltre 70 anni di duro lavoro e di progresso umano sono a rischio” – ha sottolineato Shetty.

Gli organismi sui diritti umani delle Nazioni Unite, il Tribunale penale internazionale e meccanismi regionali come il Consiglio d’Europa e il sistema interamericano dei diritti umani sono minacciati da governi che cercano di sfuggire ai controlli sulla situazione interna dei loro paesi.

Diritti minacciati a livello nazionale

Nel 2015 molti governi hanno violato in modo sfacciato il diritto internazionale nel loro contesto interno: oltre 122 stati hanno praticato maltrattamenti o torture e 30 paesi, se non di più, hanno rimandato illegalmente rifugiati verso paesi in cui sarebbero stati in pericolo. In almeno 19 paesi, governi o gruppi armati hanno commesso crimini di guerra o altre violazioni delle “leggi di guerra”.

Amnesty International mette in guardia anche da una preoccupante abitudine dei governi, che attaccano e prendono sempre più di mira attivisti, avvocati e altre persone che difendono i diritti umani.

“Invece di riconoscere il ruolo cruciale che queste persone hanno nella società, molti governi sono intenti a ridurre al silenzio le critiche e zittire i loro cittadini in violazione delle stesse leggi nazionali” – ha lamentato Shetty.

In parte, spiega Amnesty International, si tratta della reazione di molti governi alle minacce alla sicurezza cresciute nel 2015.

“La mal concepita reazione di molti governi alle minacce alla sicurezza nazionale si è tradotta in un attacco alla società civile, al diritto alla riservatezza e a quello alla libertà di parola. Siamo di fronte al palese tentativo di rendere i diritti umani parole sporche, di contrapporli alla sicurezza nazionale, alla legge e all’ordine, ai ‘valori nazionali’. Per far questo, i governi hanno persino violato le loro stesse leggi” – ha proseguito Shetty.

Un disperato bisogno di rinvigorire le Nazioni Unite

Nel 2015, le Nazioni Unite e i loro uffici che si occupano di protezione dei diritti umani e dei rifugiati hanno sofferto gravemente a causa dell’ostilità e del rifiuto di cooperare da parte dei governi.

“Le Nazioni Unite erano state istituite per ‘salvare le future generazioni dal flagello della guerra’ e ‘riaffermare la fiducia nei diritti umani fondamentali’, ma sono più che mai in difficoltà di fronte alle enormi sfide attuali” – ha commentato Shetty.

Molti governi hanno ostinatamente bloccato le iniziative delle Nazioni Unite per impedire atrocità di massa o chiamare i responsabili a rispondere delle loro azioni, respingendo o screditando le raccomandazioni per migliorare la situazione dei diritti umani a livello nazionale.

Il conflitto della Siria è uno degli orribili esempi delle catastrofiche conseguenze, per i diritti umani, del sistematico fallimento delle Nazioni Unite nel tener fede al loro ruolo vitale nel rafforzamento dei diritti umani e del diritto internazionale e nel chiamare a rispondere i responsabili delle violazioni.

Il prossimo segretario generale, che verrà eletto durante il 2016 ed en trerà in carica nel gennaio 2017, erediterà un’organizzazione che ha raggiunto molti risultati ma che ha disperato bisogno di un nuovo vigore. Amnesty International chiede agli stati membri e al Consiglio di sicurezza di mostrare coraggio nel pensare a nuove riforme, a partire proprio dal modo in cui sarà eletto il nuovo segretario generale.

“Gli stati membri delle Nazioni Unite hanno quest’anno la storica opportunità di rinvigorire l’organizzazione, sostenendo un forte candidato al ruolo di segretario generale che abbia la volontà, la forza personale e la visione necessarie per respingere i tentativi degli stati di minacciare i diritti umani a livello nazionale e internazionale” – ha sottolineato Shetty.

D a questo punto di vista, secondo Amnesty International, il meccanismo di elezione dovrà essere equo e trasparente e assicurare che le opinioni dei candidati sulle più grandi sfide ai diritti umani che le Nazioni Unite si trovano ad affrontare siano conosciute e comprese.

Un appello ad agire

“Oggi il mondo sta affrontando molteplici sfide, create o prolungate nel tempo da governi che si perdono in giochi politici a spese delle vite umane. Milioni di rifugiati soffrono a causa della proliferazione dei conflitti e i gruppi armati attaccano deliberatamente le popolazioni civili e commettono altri gravi abusi” – ha dichiarato Shetty.

“I leader mondiali hanno il potere di impedire che queste crisi finiscano ulteriormente fuori controllo. I governi devono porre fine al loro assalto ai nostri diritti e rafforzare le difese che il mondo si è dato per proteggerli. I diritti umani sono una necessità, non un optional. Le sfide per l’umanità non sono mai state così grandi” – ha concluso Shetty.

Ulteriori informazioni

Nel 2015 Amnesty International ha documentato gravi violazioni dei diritti economici, sociali, politici e civili in molti paesi. Ecco un elenco, affatto esaustivo, di esempi di attacchi a livello nazionale ai diritti umani e alle istituzioni che dovrebbero proteggerli:

Angola: uso delle leggi sulla diffamazione e sulla sicurezza per intimidire, arrestare e imprigionare persone che avevano espresso pacificamente le loro opinioni; mancato rispetto delle raccomandazioni delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani.

Arabia Saudita: brutale repressione contro chi aveva osato chiedere riforme o criticare le autorità; crimini di guerra nella campagna di bombardamenti in Yemen; ostacolo all’istituzione di una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui crimini commessi da tutte le parti coinvolte nel conflitto dello Yemen.

Burundi: sistematiche uccisioni e uso massiccio di altre tattiche violente da parte delle forze di sicurezza; tentativo di sopprimere la comunità dei diritti umani.

Cina: aumento della repressione contro i difensori dei diritti umani; adozione di leggi indiscriminate in nome della sicurezza nazionale.

Egitto: migliaia di arresti, anche nei confronti di chi aveva espresso critiche in modo pacifico, nell’ambito della repressione in nome della sicurezza nazionale; prolungata detenzione di centinaia di persone, senza accusa né processo; centinaia di condanne a morte.

Gambia: torture, sparizioni forzate, criminalizzazione delle persone Lgbti; totale rifiuto di cooperare con le Nazioni Unite e con gli organismi regionali per i diritti umani su questioni come la libertà d’espressione, le sparizioni forzate e la pena di morte.

Israele: mantenimento del blocco militare nei confronti di Gaza e conseguente punizione collettiva ai danni di 1,8 milioni di abitanti; mancato rispetto, così come da parte della Palestina, della richiesta delle Nazioni Unite di condurre serie indagini sui crimini di guerra commessi nel conflitto di Gaza del 2014.

Kenya: esecuzioni extragiudiziali, sparizioni forzate e discriminazione contro i rifugiati nel contesto delle operazioni anti-terrorismo; tentativo di indebolire il Tribunale penale internazionale e la sua capacità di perseguire la giustizia.

Messico: grave situazione dei diritti umani, tra cui 27.000 sparizioni; dura reazione alle critiche delle Nazioni Unite sul massiccio uso della tortura, quasi completamente impunito nonostante l’aumento delle denunce.

Pakistan: risposta gravemente lesiva dei diritti umani all’orribile massacro della scuola di Peshawar della fine del 2014; uso incessante della pena di morte; sorveglianza e chiusura degli uffici delle Ong internazionali considerate “contro gli interessi” del paese.

Regno Unito: continuo uso della sorveglianza di massa in nom e della lotta al terrorismo; passi indietro costituiti dal proposito di evitare lo scrutinio della Corte europea dei diritti umani.

Russia: uso repressivo di leggi sulla sicurezza nazionale e contro l’estremismo dai contenuti vaghi; azione coordinata per ridurre al silenzio la società civile; vergognoso rifiuto di riconoscere le vittime civili degli attacchi in Siria e mosse spietate per fermare l’azione del Consiglio di sicurezza sulla Siria.

Siria: uccisione di migliaia di civili in attacchi diretti e indiscriminati contro i civili mediante barili-bomba e altri armamenti nonché con l’uso della tortura in carcere; lunghi assedi contro le aree civili, blocco degli aiuti internazionali alle popolazioni alla fame.

Slovacchia: diffusa discriminazione contro i rom, nonostante anni di campagne da parte di gruppi nazionali ed europei che alla fine hanno spinto la Commissione europea ad avviare una procedura d’infrazione contro il paese.

Stati Uniti d’America: centro di detenzione di Guantánamo – esempio delle gravi conseguenze della “guerra al terrore” – ancora aperto; assenza di procedimenti giudiziari nei confronti degli autori di torture e sparizioni forzate.

Thailandia; arresto di persone che avevano espresso critiche in modo pacifiche tra cui attori, utenti di Facebook e autori di graffiti; rifiuto da parte del governo militare delle richieste internazionali di non limitare i diritti umani e non ridurre al silenzio il dissenso in nome della sicurezza.

Ungheria: chiusura dei confini di fronte a migliaia di rifugiati in condizioni disperate; ostacolo al tentativi regionali di aiutarli.

Venezuela: perdurante assenza di giustizia per gravi violazioni dei diritti umani e costanti attacchi contro i difensori dei diritti umani; denuncia della Convenzione americana dei diritti umani dopo il precedente ritiro dalla giurisdizione della Corte interamericana dei diritti umani, che ha significato negare la giustizia alle vittime delle violazioni dei diritti umani.

Il Rapporto 2015-2016 è online all’indirizzo: http://rapportoannuale.amnesty.it/

Amnesty International Italia

“Verità per Giulio Regeni”. La campagna di A.I. Italia

La campagna lanciata da Amnesty International Italia, in collaborazione con la Repubblica, per chiedere che si faccia chiarezza sull’omicidio di Giulio Regeni, a pochi giorni dal lancio, ha già raccolto numerose adesioni.

Al 24 febbraio avevano aderito: la Regione Toscana, la Regione Basilicata, i comuni di Milano, Trieste, Reggio Calabria, Lamezia Terme e Livorno; i media Rai 1 “Uno Mattina”, Toscana Notizie, Premio Roberto Morrione, Assostampa Friuli Venezia Giulia, il Manifesto, Rai Radio 2 “Caterpillar”; le sigle sindacali CGIL, CISL e UIL unitariamente e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Numerosi messaggi di sostegno sono sinora giunti anche sui social network da parte della società civile e da personalità della politica.

Per evitare che l’omicidio del giovane ricercatore italiano finisca per essere dimenticato e per respingere qualsiasi esito distante da una verità accertata e riconosciuta in modo indipendente, Amnesty International Italia chiede a enti locali, comuni italiani, università, luoghi di cultura, associazioni della società civile e singoli cittadini di farsi promotori della richiesta di “Verità per Giulio Regeni”.

Chiunque voglia aderire esponendo lo striscione o diffondendolo online potrà farlo scaricando i file dello striscione (in italiano o in inglese). Per comunicare la propria adesione (inviando una foto dello striscione esposto) è possibile inviare un’e-mail a: action@amnesty.it

L’elenco delle adesioni alla campagna “Verità per Giulio Regeni” è in continuo aggiornamento, vai su http://www.amnesty.it/egitto-Verita-per-Giulio-Regeni.

 

Amnesty International Italia