Luigi Basiletti in mostra a Montichiari

Molto bello e assolutamente da visitate Museo Lechi a Montichiari, Brescia, un museo recente che ospita capolavori della pittura soprattutto bresciana, compresi quadri di Moretto e Pitocchetto. Nome celebre della brescianità, Lechi significa in questo caso passione per l’arte e gusto nel ricercare quadri appartenuti alla famiglia prima di vendite dovute a storiche vicende politiche, oppure nell’acquisto di quadri importanti per raccontare la storia della pittura. Tra le mostre ospitate per alcuni periodi e finalizzate a valorizzare il patrimonio museale, se ne è inaugurata pochi giorni fa una dedicata a Luigi Basiletti, pittore bresciano vissuto tra il 1780 e il 1859, che rimarrà aperta fino al prossimo 26 giugno. Basiletti è stato autore di bellissimi ritratti come quello della contessa Marianna Cigola Balucanti e del marito conte Balucanti con alcuni dei loro figli: Orsola, Ippolita, Gianbattista, Teresa, Luigia e Polissena, due dipinti davvero interessanti. La contessa, di ventotto anni più giovane del marito, in tredici anni di matrimonio gli diede dodici figli e rimase vedova molto giovane. I due dipinti denotano la capacità di Basiletti come ritrattista formatosi alla scuola bresciana, ma perfezionatosi poi a Bologna e a Roma, tanto che il suo acquisito classicismo seppe stemperare il realismo prettamente lombardo. In mostra dell’autore troviamo quadri da collezioni private, compreso il ritratto dell’artista che appartiene agli eredi, quindi il ritratto del generale Luigi Mazzucchelli e del piccolo Federico Mazzucchelli, quest’ultimo postumo: intensi i due dipinti che raccontano il dolore del generale per essere stato lontano da casa, impegnato in un’impresa militare, mentre Federico moriva. Basiletti ritrae il bambino con in mano una lettera del padre in cui viene impresso all’osservatore un testo di amore per il figlioletto perduto, in cui il generale lo esorta ad imparare a scrivere presto per potergli raccontare la sua vita quotidiana.

Esposto anche il famoso Cenacolo Tosio, quadro così chiamato perché ritrae personaggi importanti della scena bresciana. Probabilmente Basiletti stesso accanto a Cesare Arici, ad esempio, e al mecenate che creerà il nucleo di opere della Pinacoteca Tosio Martinengo e conosciuto da Basiletti a Roma. Fu l’artista stesso ad aiutare il conte Tosio nell’acquisto delle opere momentaneamente ospitate nel Museo della Città Santa Giulia di Brescia e parzialmente esposte al pubblico in attesa della conclusione delle opere di ammodernamento della Pinacoteca, vero gioiello che non si vede l’ora di riammirare con i suoi capolavori. Basiletti fece parte anche del gruppo di artisti che ruotavano intorno ad Antonio Canova, che mise la firma all’ingresso di Basiletti in un importante consesso. Una mostra elegante che permette di accedere, una volta finita la visita, alle sale del Museo dove sono racchiusi dei pezzi d’arte che non si può non conoscere.

 

Alessia Biasiolo

 

La Flagellazione di Cristo del Caravaggio alla Reggia di Monza

Il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza e “il Cittadino di Monza e Brianza” offrono al pubblico, anche per il 2016, la visione di un capolavoro del patrimonio storico-artistico italiano. La Flagellazione di Cristo del Caravaggio, commissionata per la cappella della famiglia De Franchis nella Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, è oggi conservata nel Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli. La tela, di formato 286 x 213 cm, è tra i tesori principali delle collezioni napoletane di Stato, e parte del Patrimonio del Fondo Edifici di Culto, la cui origine risale alla soppressione delle corporazioni religiose avvenute con le leggi eversive nella seconda metà dell’Ottocento, a seguito delle quali i beni mobili ed immobili di proprietà dell’asse ecclesiastico sono stati in gran parte acquisiti dallo Stato Italiano. Le opere sono amministrate dal Ministero dell’Interno attraverso la Direzione centrale per l’amministrazione del Fondo Edifici Culto, il cui fine istituzionale è la conservazione e dalla valorizzazione dei beni di proprietà. Il dipinto sarà esposto nella splendida cornice del Salone delle Feste, all’interno della Villa Reale.

L’iniziativa si avvale della collaborazione del Museo di Capodimonte e FEC – Fondo Edifici di Culto, con il patrocinio di MiBACT, Regione Lombardia, Provincia di Monza e Brianza, Comune di Milano, Comune di Monza.

 

Reggia di Monza, Primo Piano Nobile, Salone delle Feste.

Fino al 17 aprile 2016

 

Claudia Ratti

 

Robert Capa in Italia, 1943 – 1944

Arriva a San Gimignano presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” la mostra dedicata al grande fotoreporter di guerra Robert Capa, che racconta con 78 immagini in bianco e nero gli anni della seconda guerra mondiale in Italia.

Considerato da alcuni il padre del fotogiornalismo, da altri colui che al fotogiornalismo ha dato una nuova veste e una nuova direzione, Robert Capa (Budapest, 1913 – TháiBinh, Vietnam, 1954) pur non essendo un soldato, visse la maggior parte della sua vita sui campi di battaglia, vicino alla scena, spesso al dolore, a documentare i fatti: se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino”, ha confessato più volte.

In oltre vent’anni di attività ha seguito i cinque maggiori conflitti mondiali: la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina.

Il Comune di San Gimignano, il Museo Nazionale Ungherese di Budapest, la Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia in collaborazione con Opera-Gruppo Civita gli dedicano una mostra che raccoglie le fotografie scattate in Italia nel biennio 1943 – 44.

L’esposizione, curata da BeatrixLengyel, è stata ideata dal Museo Nazionale Ungherese di Budapest e promossa dal Ministero delle Risorse Umane d’Ungheria.

A settanta anni di distanza, la mostra racconta lo sbarco degli Alleati in Italia con una selezione di fotografie provenienti dalla serie Robert Capa Master Selection III conservata a Budapest e acquisita dal Museo Nazionale Ungherese tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. La serie, composta da 937 fotografie scattate da Capa in 23 paesi di 4 continenti, è una delle tre Master Selection realizzate da Cornell, fratello di Robert Capa, anch’egli fotografo, e da Richard Whelan, biografo di Capa, all’inizio degli anni Novanta e oggi conservate a New York, Tokyo e Budapest. Le serie, identiche tra loro e denominate Master Selection I, II e III, provengono dalla collezione dell’International Center of Photography di New York, dove è conservata l’eredità di Capa.

Esiliato dall’Ungheria nel 1931, Robert Capa inizia la sua attività di fotoreporter a Berlino e diventa famoso per le sue fotografie scattate durante la guerra civile spagnola tra il 1936 il 1939. Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio: un viaggio fotografico, con scatti che vanno dal luglio 1943 al febbraio 1944 per rivelare, con un’umanità priva di retorica, le tante facce della guerra spingendosi fin dentro il cuore del conflitto.

Le immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza e per l’empatia che scatenano in chi le guarda. Lo spiega perfettamente John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune fotografie di Robert Capa “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.

Ed è così che Capa racconta la resa di Palermo, la posta centrale di Napoli distrutta da una bomba ad orologeria o il funerale delle giovanissime vittime delle famose Quattro Giornate di Napoli. E ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagne dove impazzano i combattimenti e i soldati alleati accolti a Monreale dalla gente o in perlustrazione in campi opachi di fumo, fermo immagine di una guerra dove cercano – nelle brevi pause – anche il recupero di brandelli di umanità.

Settantotto fotografie per mostrare una guerra fatta di gente comune, di piccoli paesi uguali in tutto il mondo ridotti in macerie, di soldati e civili, vittime di una stessa strage. L’obiettivo di Robert Capa tratta tutti con la stessa solidarietà, fermando la paura, l’attesa, l’attimo prima dello sparo, il riposo, la speranza.

Così Ernest Hemingway, nel ricordare la scomparsa, descrive il fotografo: “Ѐ stato un buon amico e un grande e coraggiosissimo fotografo. Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto”.

Accompagna la mostra un catalogo con testi di BeatrixLengyel, Ilona StemlernéBalog, ÉvaFisli e Luigi Tomassini, bilingue italiano/inglese, di 192 pagine e 80 fotografie. È una coedizione Museo Nazionale Ungherese di Budapest e Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia, prezzo di copertina 35 euro, prezzo speciale in mostra 30

Fino al 10 luglio 2016

San Gimignano, Via Folgore da San Gimignano 11, Galleria di Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada”.

Fino al 31 marzo 10.00 -17.30; dall’1 aprile al 10 luglio 9.30 – 19.00.

Ingresso: € 7,50 Intero; € 6,50 ridotto: minori dai 6 ai 17 anni, ultrasessantacinquenni, gruppi di almeno 20 persone (fino a due accompagnatori con ingresso gratuito), gruppi di alunni di scuole pubbliche in visita didattica (fino a due accompagnatori con ingresso gratuito)

Ingresso gratuito: minori di 6 anni, residenti a San Gimignano, soggetti diversamente abili che necessitino di accompagnamento e relativi accompagnatori, guide turistiche, titolari tessere I.C.O.M. Agevolazione Gruppi: gratuito il check in autobus per i gruppi che avranno prenotato il biglietto d’ingresso alla mostra ed ai Musei Civici di San Gimignano.

 

Barbara Izzo – Arianna Diana

 

La “Genesi” di Sebastião Salgado

“Genesi” è l’ultimo grande lavoro di Sebastião Salgado, il più importante fotografo documentario del nostro tempo. Uno sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia.

Un viaggio alle origini del mondo per preservare il suo futuro.

La mostra è nata da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del Pianeta, durato 8 anni. Curata da Lélia Wanick Salgado e prodotta da Civita su progetto di Contrasto e Amazonas Images, la mostra resterà a Genova, Palazzo Ducale, fino al 26 giugno 2016.

Dichiara Salgado:”Personalmente vedo questo progetto come un percorso potenziale verso la riscoperta del ruolo dell’uomo in natura. L’ho chiamato Genesi perché, per quanto possibile, desidero ritornare alle origini del pianeta: all’aria, all’acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all’addomesticamento e sono ancora “selvagge”; alle remote tribù dagli stili di vita “primitivi” e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazione umane. Questo viaggio costituisce un tentativo di antropologia planetaria. Inoltre, ha anche lo scopo di agire da monito affinché si cerchi di preservare e se possibile ampliare questo mondo incontaminato, per far sì che sviluppo non sia sinonimo di distruzione Finora avevo fotografato un solo animale, l’uomo, poi ho preso la decisione di intraprendere questo progetto e di andare a vedere il Pianeta spinto da un’enorme curiosità di vedere il mondo,

Il frutto di questa curiosità sono le oltre 200 fotografie esposte in mostra, che ci raccontano con sguardo straordinario ed emozionante luoghi che vanno dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide, dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino ad arrivare alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia.

L’affascinante bianco e nero del fotografo brasiliano documenta l’esistenza di un Pianeta ancora incontaminato, di un altro mondo in cui uomini e natura convivono in perfetto equilibrio.

La scelta della luce, la capacità compositiva, il gioco di sfumature tra primi piani nitidi e sfondi sfocati o, più frequentemente, “fumosi”, sono elementi che concorrono nel creare fotografie a metà tra descrizione e suggestione, che si tratti di vulcani, trichechi o persone. 

“Non è solo una ricerca estetica – dichiara Salgado –  ma anche etica e spirituale in un certo senso, un modo per dire soprattutto alle nuove  generazioni che il Pianeta è ancora vivo e va preservato. Abbiamo fatto una ricerca e abbiamo fatto una scoperta molto interessante: circa il 46% del mondo è ancora come il giorno della genesi, insieme possiamo continuare a fare in modo che questa bellezza non scompaia”. Il mondo come era, il mondo come è. La terra come risorsa magnifica da contemplare, conoscere, amare. Questo è lo scopo e il valore dello straordinario progetto di Sebastião Salgado.

 

Palazzo Ducale, Genova, da martedì a domenica 10-19 e lunedì 14-19.

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

Per la prima volta in Italia una mostra su Eadweard Muybridge

Finalmente un grande mostra italiana su Eadweard Muybridge (1830 – 1904), il fotografo che inventò il movimento, influenzando con le sue immagini Degas e gli artisti del suo tempo e anticipando la nascita del cinema. A proporla a Milano dal 19 maggio al 31 luglio è la Galleria Gruppo Credito Valtellinese, con la curatela di Leo Guerra e Cristina Quadrio Curzio. Il primo approccio professionale con la fotografia, Muybridge, inglese emigrato negli States, lo ebbe documentando la potente bellezza del Parco Nazionale di Yosemite.

Poi la curiosità di un uomo d’affari lo spinse a verificare l’ipotesi se, nel galoppo, tutte e quattro le zampe del cavallo risultino contemporaneamente alzate rispetto al suolo, come le dipingeva Gericault e con lui i grandi artisti del momento.

Utilizzando 24 fotocamere collegate ad altrettanti fili lungo il percorso, Muybridge ottenne una sequenza di immagini che documentavano con assoluta precisione il movimento dei cavalli, confermando che per alcuni istanti effettivamente nel galoppo l’intero loro corpo risulta sollevato dal suolo, ma indicando anche che l’estensione delle zampe risultata affatto diversa da quella immaginata dagli artisti.

Paul Valéry riconobbe che “Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo”.

Queste immagini divennero celebri. Molti artisti, e tra loro Degas, capirono l’importanza della fotografia come fonte di documentazione oltre la capacità visiva. Divenne comune trasporre dalle foto non solo il movimento invisibile all’occhio umano ma anche altri aspetti della realtà, giungendo ad dipingere direttamente sull’immagine fotografica.

Dopo i cavalli, gli uccelli in volo e il movimento degli animali dello Zoo di Philadelfia, il soggetto diventa l’uomo. Divennero presto celebri i suoi nudi in movimento, fotografati su uno sfondo con una griglia disegnata, mentre correvano, salivano le scale o portavano secchi d’acqua.

Con la collaborazione dell’Università di Pensylvania, Muybridge mette a punto lo Zoopraxiscopio, uno strumento simile allo Zoetropio, che consentiva di proiettare le immagini, rendendole così contemporaneamente visibili ad un piccolo pubblico. Come al cinema.

La mostra non si limita a presentare un focus sulla storica produzione di Muybridge. Verrà anche ricomposto, in chiave contemporanea, il set che egli usava per gli scatti in piano sequenza.

Che si animerà con una performance, durante la serata inaugurale, nella quale due o più personaggi e attori attraverseranno il ricostruito piano sequenza, generando degli scatti per un’attuale interpretazione “alla Muybridge”. Del percorso di visita faranno parte anche “L’assassino nudo””e un “film stenopeico”, docu-films originali realizzati da Paolo Gioli. Il catalogo propone un saggio a carattere storico del prof. Italo Zannier, un secondo che approfondisce lo sperimentalismo di Muybridge, a cura di Paolo Gioli, e un terzo di analisi della mostra a cura di Cristina Quadrio Curzio e Lo Guerra. “Eadweard Muybridge (1830-1904). Tra scienza e arte”, Galleria Gruppo Valtellinese, Milano

Dal 19 maggio al 31 luglio 2016.

 

S.E.

Festeggiando Erik Satie con Antonio Ballista

Antonio Ballista

Centocinquanta anni fa, nel 1866, nasceva Erik Satie, musicista ironico, stravagante, esoterico, sconcertante, insomma geniale. Adorato sempre da alcuni e ignorato a lungo da molti, è stato una figura chiave della musica del primo Novecento o un isolato comprimario? Satie è stato di volta in volta osannato come un genio che volava al di sopra delle mode e degli “ismi” o denigrato come bizzarra e eccentrica macchietta.

Un’occasione per conoscere – o per approfondire – questo personaggio sfuggente ed enigmatico è il concerto alla IUC di martedì 16 febbraio alle 20.30 nell’Aula Magna della Sapienza, con Antonio Ballista (pianista e direttore), Lorna Windsor (soprano) e I Cameristi del Maggio Musicale Fiorentino, ovvero il gruppo dei solisti dell’orchestra fiorentina, una delle più antiche e prestigiose tra le italiane.

L’irriverente e paradossale Satie, piuttosto che farsi contaminare dal conformismo e dall’accademismo preferì guadagnarsi da vivere suonando il pianoforte nei locali notturni. I suoi pezzi, spesso di brevità fulminante, sembravano quasi degli scherzi o delle battute di spirito, ma in realtà precorrevano la modernità, inventando l’aleatorietà e anticipando le poetiche del surrealismo, del dadaismo e dell’arte povera.

La prima parte del programma ideato da Antonio Ballista è interamente dedicata al festeggiato, cioè Satie. Data la brevità fulminante della stragrande maggioranza della sua musica, i pezzi in programma sono troppi per poter essere elencati tutti. Si possono citare una selezione di Gymnopedies e di Sports et divertissements, brani un po’ surrealisti, e ancora i graffianti e satirici Españaña e La Diva de l’Empire.

Protagonisti della seconda parte sono Claude Debussy, che era coetaneo di Satie, e i più giovani Igor Stravinsky, Francis Poulenc, Darius Milhaud e Jacques Ibert.

Nemico-amico di Satie, Debussy esercita anch’egli la sua graffiante ironia contro l’accademismo in , Docteur Gradus ad Parnassum, ma in modo meno feroce di Satie, che in questo era inarrivabile. I compositori più giovani erano ammiratori incondizionati di Satie. Stravinsky gli dedicò un piccolo Valzer. Sono soprattutto i compositori francesi nati intorno al 1900 ad aver orbitato intorno a Satie, fornendo così la prova inconfutabile del grande influsso che l’enorme ascendente che egli ebbe sulle generazioni successive. Poulenc si ricordava della sua ironia ancora molti anni dopo, nel 1950 e 1960, quando scrisse L’invitation au Château e La Courte Paille. Milhaud, ispirandosi come Satie al circo, dedicò un tango a un gruppo di artisti del circo, gli italiani Fratellini, famosissimi all’epoca Conclude il concerto il Divertimento di Ibert, un brano allegro e ironico, che mantiene quel che il titolo promette. Lo spirito scanzonato e irriverente – degno quindi di Satie – dimostrato in questo brano del 1930 non impedì però a Ibert di ricoprire per oltre vent’anni un’importante carica ufficiale  come quella di direttore dell’Accademia di Francia a Villa Medici. Satie avrebbe disapprovato e gli avrebbe riservato qualcuna delle sue battute al vetriolo.

Tra Satie e Antonio Ballista esiste un’affinità elettiva. Il pianista milanese riesce infatti a spiazzare e sorprendere ogni volta gli ascoltatori con i suoi programmi pieni di trovate bizzarre e divertenti.

Anche questa volta ha con sé, come preziosa compagna di viaggio, l’eclettico soprano inglese Lorna Windsor, il cui raggio d’azione va dalle Cantate di Bach alla musica contemporanea, passando per l’operetta, il teatro e il cinema.

I Cameristi del Maggio Musicale Fiorentino annoverano tra le proprie fila musicisti giunti all’apice della maturità strumentale grazie all’esperienza maturata negli anni all’interno del prestigioso teatro fiorentino, sotto la guida di Zubin Mehta, direttore principale del Teatro, e dei più grandi direttori del nostro tempo. Sono regolarmente ospiti di Festival di rilievo internazionale e si esibiscono in sale prestigiose, avendo così il privilegio di portare nel mondo il nome del Maggio fiorentino.

 

Mauro Mariani

 

 

 

 

 

 

 

 

Elliott Erwitt / Icons a Terni

Mostra ICONSCAOS – centro arti opificio siri di Terni, ospita fino al prossimo 30 aprile, la mostra ElliotErwitt ICONS,un progetto espositivo di Civita e SudEst57, a cura di Biba Giacchetti, promossa dal Comune di Terni in collaborazione con Indisciplinarte. La mostra ripercorre la carriera e i temi principali della poetica del grande fotografo e artista americano Elliott Erwitt (1928), attraverso 42 scatti da lui stesso selezionati come i più rappresentativi della sua produzione artistica. Sarà esposta inoltre una serie di 9 autoritratti, esclusivi di questa mostra, che costituiscono un “evento nell’evento”.

Tra gli autoritratti esposti anche quelli a colori in cui l’artista veste i panni di André S. Solidor, alter ego inventato per ironizzare sul mondo dell’arte contemporanea e sui suoi stereotipi. Andrè S. Solidor (si noti l’acronimo irriverente) ed Elliott Erwitt saranno anche protagonisti del film “I Bark At Dogs” che sarà proiettato in mostra.

Grande autore Magnum, reclutato nel 1953 all’interno della celebre agenzia direttamente da Robert Capa, Elliott Erwitt ha firmato immagini diventate icone del Novecento. Tra queste, in mostra a Terni alcune delle più celebri: il bacio dei due innamorati nello specchietto retrovisore di un’automobile, una splendida Grace Kelly al ballo del suo fidanzamento, un’affranta Jacqueline Kennedy al funerale del marito, i ritratti di Che Guevara e Marilyn Monroe, alcune foto appartenenti alla serie di incontri tra i cani e i loro padroni, iniziata nel 1946.

E ancora, gli scatti che Erwitt, reporter sempre in viaggio, ha raccolto per il mondo, a contatto con i grandi del Novecento ma anche con la gente comune. E i paesaggi, le metropoli. Gli scatti di denuncia, in cui al suo sguardo di grande narratore, si mescola sempre ironia e leggerezza, e la sua capacità di trovare i lati surreali e buffi anche nelle situazioni più drammatiche. La mostra sarà corredata da una esclusiva pubblicazione curata da Erwitt stesso in collaborazione con Sudest57 e disegnata da AndersWeinar. Una collezione di stampe rilegate ed amovibili, ciascuna con testi inediti di backstage, scritti da Biba Giacchetti che collabora con Erwitt da circa 20 anni.

Elliott Erwitt è nato in Francia da una famiglia di emigrati russi, nel 1928. Passa i suoi primi anni in Italia. A 10 anni si trasferisce con la famiglia in Francia e da qui negli Stati Uniti nel 1939,stabilendosi dapprima a New York, poi, dopo due anni, a Los Angeles. Nei primi anni ‘50, Erwitt dopo aver soggiornato a Pittsburg, in Germania e in Francia, si stabilisce a New York, città che elegge sua base operativa. Dotato di flessibilità e spirito di adattamento, Erwitt ha viaggiato in tutto il mondo. Durante i suoi studi alla Hollywood High School, Erwitt lavora in un laboratorio di fotografia sviluppando stampe “firmate” per i fan delle star di Hollywood. Nel 1949 torna in Europa, viaggiando e immortalando realtà e volti in Italia e Francia. Questi anni segnano l’inizio della sua carriera di fotografo professionista. Chiamato dall’esercito americano nel 1951 continua a lavorare per varie pubblicazioni e, contemporaneamente, anche per l’esercito americano stesso, mentre soggiorna in New Jersey, Germania e Francia.

La grande opportunità gli viene offerta dall’incontro, durante le sue incursioni newyorchesi a caccia di lavoro, con personalità come Edward Steichen, Robert Capa e RoyStryker che amano le sue fotografie al punto da diventare suoi mentori. Nel 1953 congedato dall’esercito, Elliott Erwitt viene invitato da Robert Capa, socio fondatore, ad unirsi a Magnum Photos in qualità di membro fino a diventarne presidente nel 1968.

Oggi Erwitt è riconosciuto come uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi. I libri di Erwitt, i saggi giornalistici, le illustrazioni e le sue campagne pubblicitarie sono apparse su pubblicazioni di tutto il mondo per oltre quarant’anni. Pur continuando il suo lavoro di fotografo ElliotErwitt negli anni ‘70 comincia a girare dei film. Traisuoidocumentarisiricordano Beauty Knows No Pain (1971) Red White and Blue Glass (1973) premiatodall’American Film Institute e The Glass Makers of Herat (1997).

Negli anni ‘80 Elliott Erwitt produce 17 commedie satiriche per la televisione per la Home Box Office. Dagli anni ‘90 fino ad oggi continua a svolgere un’intensa vita professionale che tocca gli aspetti più disparati della fotografia.

Tra le sediespositivepiùprestigiose dove Erwitt ha presentatoisuoilavori, sisegnala The Museum of Modern Art a New York, The Chicago Art Institute, The Smithsonian Institution a Washington D.C., The Museum of Modern Art di Parigi (Palais de Tokyo), The Kunsthaus a Zurigo, ilMuseo Reina Sofia a Madrid, The Barbican a Londra, The Royal Photografic Society a Bath, The Museum of Art del New South Wales a Sydney.

Attualmente i libri pubblicati da Erwitt sono più di 45.

In occasione della mostra, le proposte didattiche del CAOS – a cura di Coopsociale ACTL, Coopsociale ALIS e Indisciplinarte SRL – sono un’occasione di riflessione e approfondimento sulla teoria e sulla pratica fotografica di un artista che, attraverso la rappresentazione del quotidiano, ha attribuito valore e riconosciuto importanza all’ironia come chiave interpretativa delle cose della vita.

Le attività saranno rivolte alle scuole di ogni ordine e grado e all’utenza libera dai 4 ai 18 anni con percorsi tematici e laboratori articolati per fasce di età.

Sono previste, inoltre, visite guidate per adulti e gruppi solo su prenotazione scrivendo all’indirizzo didattica@indisciplinarte.it o contattando il numero 0744/285946.

 

Orari

Dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00. Lunedì chiuso

Dal 27 marzo: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00

 

E’ possibile acquistare il biglietto d’ingresso presso le biglietterie del CAOS

in viale Campofregoso 98, secondo i giorni e gli orari di apertura della mostra.

Biglietti:

Intero 5€

Ridotto 3,50€ (per under 25 anni, gruppi di almeno 20 paganti)

Gratuito: per bambini fino a 6 anni, portatore handicap e accompagnatore,

guide turistiche dell’Unione Europea.

La mostra non rientra nella gratuità della prima domenica del mese.

 

Barbara Izzo

Seaside di Giuseppe Ripa ad Arte Fiera Bologna

1 - G Ripa_Italia

 

Nella serie fotografica Seaside, che Giuseppe Ripa espone alla quarantesima edizione di Arte Fiera Bologna nello stand Romberg Photo (Padiglione 32, Stand A/6), la spiaggia diventa teatro di eventi in grado di modificarne radicalmente la percezione di luogo di socialità e divertimento.

In Seaside questa percezione viene ribaltata: un luogo di commedia si trasforma in un luogo di tragedia, la geografia lascia il posto alla storia.

Dopo Base / Debase, il polittico di grandi dimensioni presentato nella scorsa edizione di Arte Fiera, l’indagine artistica di Giuseppe Ripacontinua ad interrogare alcuni degli aspetti topici della nostra storia contemporanea, con particolare riguardo alle situazioni di caos e di conflitto, alle migrazioni e al degrado ambientale.

Giuseppe Ripa (1962) vive a Milano. Ha esposto ad Arte Fiera Bologna, stand Romberg Photo, nel 2015 con la serie Base / Debase (dal ciclo Seaside), nel 2014 con la monograficaSeasidee in numerose mostre personali: al Museo di Arti Visive di Palazzo Collicola a Spoleto (In un certo senso una mostra antologica, 2013, a cura di Gianluca Marziani, inclusa negli eventi del 56° Festival dei 2Mondi) dove è stata presentata per la prima volta la serie Seaside; alla Galleria Romberg Arte Contemporanea di Latina (Twilight, 2012, a cura di Italo Bergantini e Alessandro Trabucco); all’Ambasciata d’Italia di Washington e all’Istituto Italiano di Cultura di Chicago, in occasione degli eventi per i 150 anni dell’Unità d’Italia (Liminal, 2011, a cura di Renato Miracco); alla Leica Gallery di New York (Moondance, 2010, con il supporto dell’Istituto Italiano di Cultura, a cura di Renato Miracco); alla Galleria Spazio Milano di Unicredit Banca (Lightly, 2008, a cura di Walter Guadagnini); al Centro Trevi di Bolzano (Tibet, 2007, promossa dal Consiglio Regionale del Trentino-Alto Adige Südtirol); al Museo Diocesano di Milano (Anima Mundi, 2004, a cura di Paolo Biscottini). L’editore Charta ha pubblicato sette suoi cicli fotografici: Liminal, Moondance, Aquarium, Lightly, Memorie di pietra, Tibet, Anima Mundi.

Seaside, Arte Fiera, Bologna, Galleria Romberg Photo, Padiglione 32, Stand A/6, da venerdì 29 gennaio a domenica 31 gennaio dalle 11 alle 19; lunedì 1 febbraio dalle 11 alle 17.

 

Delos

Le scelte di Grezler. Opere antiche della collezione Itas

Venerdì 4 dicembre alle ore 17.30 verrà  inaugurata presso il Castello del Buonconsiglio di Trento la mostra natalizia, dedicata  alla collezione d’arte di Claudio Grezler donata all’ITAS e attualmente custodita ed esposta al Castello del Buonconsiglio stesso. La mostra resterà aperta sino al prossimo primo maggio.

Coloro che avranno modo di entrare negli appartamenti clesiani del Castello del Buonconsiglio di  Trento potranno ammirare tutti i  dipinti  della collezione Grezler.  La mostra “Le scelte di Grezler. Opere antiche della collezione ITAS”, curata da Francesca de Gramatica e Francesca Jurman,  vuole  essere un omaggio ad un uomo che ha avuto una grande passione: l’arte.  Per  Claudio Grezler  cercare sul mercato opere d’arte da poter acquisire e poi appendere alle pareti di casa era motivo di grande felicità e soddisfazione personale. Grezler  amava guardarle, studiarle, le faceva restaurare, spesso chiedeva pareri ad esperti del settore come Nicolò Rasmo o all’amico Egidio Martini che in molte occasioni lo orientò nell’acquisto dei dipinti. Claudio Grezler, conosciuto a Trento per aver diretto per quasi un ventennio, in qualità di presidente, l’ITAS – Istituto Trentino Alto Adige per Assicurazioni, fu un grande appassionato d’arte. Una passione, questa, che negli anni si tradusse nella formazione di una ricca quanto variegata quadreria personale, prevalentemente costituita da dipinti di artisti italiani e fiamminghi compresi tra il Cinque e l’Ottocento, tra cui spiccano opere a tema sacro e profano, ritratti, battaglie e paesaggi. Per sua stessa volontà  la quadreria, confluita alla sua morte nella collezione d’arte dell’ente assicurativo, è esposta al pubblico, dal 1989, nella prestigiosa sede del Castello del Buonconsiglio. Claudio Grezler desiderava infatti che la raccolta, costruita “con tempo, fatica, sacrifici” non andasse dispersa, ma soprattutto potesse divenire un patrimonio di tutti. Oggi, raccogliendo questa importante eredità, il museo del Castello del Buonconsiglio, in un’armonia di intenti con ITAS, rende omaggio a questa importante figura di collezionista con una nuova iniziativa di valorizzazione della sua raccolta. I dipinti, dopo un’impegnativa e proficua campagna di restauri e di nuovi studi, sono proposti al pubblico in un percorso espositivo arricchito da altre pregevoli opere della collezione dell’istituto assicurativo, che lo stesso Grezler aveva contribuito ad arricchire negli anni della sua presidenza.  Grezler  si dedicò all’acquisizione di molte opere d’arte, per la maggior parte dipinti antichi,  che a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta,  andarono a formare una voluminosa e preziosa raccolta personale. Nato  a Strigno all’inizio del  Novecento, per anni  presidente  di ITAS Mutua , la compagnia assicuratrice trentina,  fu anche  per oltre  quindici anni consigliere comunale  a Trento.  Sul finire degli anni Sessanta e nei  primi anni Settanta  Grezler riuscì  ad acquistare il nucleo più importante della sua collezione, ovvero alcuni dipinti provenienti dalla collezione Garbari di Trento e dalla collezione Donati di Mezzocorona.  Luigi Donati era entrato in possesso,  a metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento, di un cospicuo gruppo di opere provenienti dalla galleria Gonzaga di Mantova  e alcune di queste furono comprate da Grezler. Dalla collezione Garbari una decina di opere, che erano custodite  in una villa toscana vicino a Firenze, giunsero nella collezione Grezler.  Dal punto di vista collezionistico Grezler comprava secondo un criterio puramente estetico, non collezionava solo ritratti o solo paesaggi o scene di genere  o soggetti religiosi. Preferiva autori italiani, per la maggior parte di area veneta, ma amava anche i fiamminghi che lui considerava  tra i migliori pittori figurativi classici. Tra le opere esposte, molte delle quali uscite dall’anonimato e ricondotte ai loro legittimi autori grazie agli studi condotti per l’occasione, sarà possibile ammirare il rilievo barocco di Antonio Giuseppe Sartori con la figura di San Floriano, protettore degli incendi e anche per questo idealmente collegato all’attività di ITAS, una delicata tavola con Sacra Co nversazione assegnata a Nicolò de Barbari, il sontuoso dipinto di Bernardino Nocchi con Venere e Vulcano, un’animata Battaglia di Antonio Marini e l’altrettanto vivace Baccanale di scuola fiamminga.

 

Buonconsiglio

 

Roma e le genti del Po. La mostra a Brescia

Visitare una mostra presso il Museo della Città, Santa Giulia a Brescia, è sempre un evento. Il sito museale è di una bellezza non appariscente, ma intensa, carica di emozioni e di angoli imperdibili. Il passato traspare da ogni pietra e dimostra l’austerità, l’immediatezza, la poeticità, il vissuto eterno. Meno osannabili sono gli allestimenti delle mostre che si susseguono nel prezioso sito. La pur bella “Brixia. Roma e le genti del Po”, la scia un senso di incompleto, di inespresso, ma anche di risolvibile. Soprattutto se, accanto ai tecnologici tablet che fungono da audioguide nel prezzo del biglietto intero, ci fosse anche la possibilità di non intuire i percorsi, di leggere didascalie illeggibili, sia per colore della grafia, sia per posizionamenti alquanto scomodi delle scritte. Pertanto, ben vengano i filmati in 4D che permettono al visitatore attento di capire come si è evoluta una città, l’ambiente di vita delle genti del Po all’arrivo dei Romani eccetera, ma un minimo di buon senso sarebbe di certo auspicabile per un sito patrimonio UNESCO e una mostra che è nata come corollario all’esposizione milanese. Dunque, andare a Brescia a vedere la mostra? Assolutamente sì, perché è imperdibile il fascino del museo di Santa Giulia e perché i reperti esposti sono davvero interessanti. Dai tesoretti comprensivi di monete, a ritrovamenti in tombe (monili, gioielli intrecciati e annodati in argento, cavigliere), alle famosissime falere di Manerbio, a ritrovamenti recenti, del 2014, a rendicontare anche al fruitore più distratto della mostra, che gli scavi continuano e che il nostro patrimonio si arricchisce sempre più, con anche una raccolta intelligente sotto l’egida di questa mostra che ha permesso di portare a Brescia davvero interessantissimi reperti.

La mostra, malgrado le puntualizzazioni, si presta a permettere di trascorrere oltre due ore in ammirazione dell’esposto senza che si sia guardato l’orologio. Poi prevede, nel biglietto, la visita all’altro bellissimo sito bresciano, a pochi metri a piedi lungo Via dei Musei, il Capitolium, dove un gentile addetto porta a visitare una cella di un santuario pagano di una bellezza impensabile, sempre al visitatore distratto, cioè ai tanti bresciani, di città o provincia, che spesso non si soffermano a vistare le bellezze che ha sotto gli occhi, come capita a tutti in ogni parte del mondo. È il caso, ad esempio, del Teatro Romano, adiacente al Capitolium, che si può finalmente vedere senza restare fuori dalla cinta di ferro battuto. Altrettanto bello, gemello di quello di Aix-en-Provence, adesso si può ammirare entrandovi, sempre con il prezzo del biglietto della mostra. Il sistema museale bresciano ha organizzato la possibilità di accedere, con sconti e biglietti ridotti, anche ad altri siti cittadini di grande rilevanza storico-architettonica e di una bellezza davvero unica, e tra pochi giorni sarà possibile visitare la mostra “Brixia. Roma e le genti del Po” al prezzo di soli sei euro se l’ingresso viene acquistato con il biglietto della mostra “Marc Chagall” di cui lemienotizie.com si è occupata e di cui racconteremo. Anche la mostra su Chagall sarà occasione, davvero da non perdere, di arrivare a Brescia a visitare una città che non è solita apparire come meta turistica, ma che non ha nulla da invidiare a molte città simili. Inoltre, ripeto, non è possibile lasciarsi sfuggire il Museo Santa Giulia e il suo patrimonio che, comunque, si intravvede tra una mostra e l’altra, anche se non lo si visita tutto. Tornando alla tecnologia, una parola sui tablet forniti ai visitatori. Davvero ben fatte le sezioni che spiegano dove i reperti sono stati rinvenuti e da dove, quindi, provengono. Oderzo, ad esempio, non è detto si ricordi d’acchito dove si trova, oppure dov’è rispetto a Aquileia o le vie romane. Le sezioni della mostra, dalle case ai mosaici, dalle sepolture alle strade, dai cippi alle statue, sono bene indicate e i video di spiegazione di ogni singola sezione sono davvero illuminanti, sia per i profani, sia per coloro che desiderano approfondire studi o la visita stessa. Infatti, spesso si sommano nei ricordi di scuola i periodi e gli anni, i dominatori e le aree dominate, confondendo Alessandro Magno e Scipione, oppure i confini di un dominio immenso. Quindi molto interessante il sistema e anche molto interessanti le ricostruzioni d’ambiente, piuttosto che le schede di spiegazione, ascoltabili o leggibili sul tablet.

Molto bella anche la sezione del bookshop, arricchita e con libri a prezzo scontato, ma solamente per invogliare il lettore ad approfondire anche a casa una parte di storia che diventa affascinante anche per chi non ama troppo il passato, attraverso i bellissimi oggetti esposti.

La mostra è visitabile fino al prossimo 17 gennaio.

 

A. B.