Giovanni Boldini. La stagione della Falconiera

In occasione di Pistoia Capitale Italiana della Cultura, presso il Museo dell’Antico Palazzo dei Vescovi gestito da Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, fino al 6 gennaio 2018 sarà allestita la mostra “GIOVANNI BOLDINI. La Stagione della Falconiera”. L’esposizione, voluta dalla banca del Gruppo Intesa Sanpaolo come evento culturale di spicco tra quelli attivati nel corso del 2017, è stata curata da Francesca Dini con la collaborazione di Andrea Baldinotti e Vincenzo Farinella e rappresenta una delle esposizioni più importanti dell’anno programmate dal Museo ed una delle più interessanti nel cartellone delle iniziative di Pistoia Capitale. Il titolo della mostra prende ispirazione da un ciclo di pitture murali a tempera che Giovanni Boldini ha eseguito durante il suo periodo toscano, sul finire degli anni sessanta dell’Ottocento, presso la Villa La Falconiera, che apparteneva allora alla mecenate inglese Isabella Falconer.

Questo ciclo di pitture murali di cui per diverse vicissitudini dopo l’esecuzione  nel 1868 si perse subito la memoria, rappresenta un unicum in Europa, non solo per quanto riguarda la produzione artistica del grande pittore ferrarese, ma in generale della corrente macchiaiola, alla quale il Boldini aderì, in modo personalissimo, prima del suo trasferimento a Parigi (1871), dove era destinato a diventare il più importante ritrattista internazionale e icona stessa della Belle Époque.

Il ciclo di pitture murali oggi è interamente custodito all’interno dei Musei dell’Antico Palazzo dei Vescovi. La riscoperta delle pitture si deve a Emilia Cardona Boldini, giovane vedova nonché prima biografa del maestro. Alla fine degli anni Trenta del Novecento, la Cardona vagava per la Toscana per ritrovare un ciclo di pitture murali al quale Giovanni Boldini aveva lavorato in epoca giovanile, in una città di cui il ferrarese non ricordava il nome, ma che iniziava sicuramente con la lettera “P”. Emilia giunse, sulla scia di vaghe voci raccolte strada facendo, a Villa La Falconiera e dopo averla ispezionata, in procinto di andarsene venne attratta da una rimessa di attrezzi agricoli che altro non era che l’antica, ormai irriconoscibile, sala da pranzo della mecenate inglese Isabella Falconer, proprietaria della dimora negli anni Sessanta dell’Ottocento e interamente decorata dal giovane Boldini all’età di 25 anni. La vedova decise di acquistare la proprietà nel 1938 e a seguire vi trasferì da Parigi tutte le cose appartenute a Boldini, dalle suppellettili ai dipinti, ivi stabilendo la propria dimora. La conoscenza di questo  importante ciclo pittorico è  stata tuttavia  graduale, solo dopo il distacco  dai muri della villa (1974), il restauro e la collocazione nel Palazzo dei Vescovi a Pistoia è divenuto oggetto di studi ma è tuttora poco conosciuto al grande pubblico.

La mostra “GIOVANNI BOLDINI. La stagione della Falconiera” si propone di riportare in luce lo straordinario momento creativo vissuto del maestro ferrarese in epoca giovanile, quando muovendosi tra Pistoia, Firenze e Castiglioncello, si trovò al centro di una rete di importanti relazioni amicali e professionali che ne segnarono positivamente l’inarrestabile ascesa artistica. Il ciclo pittorico sarà oggetto di nuove riflessioni alla luce di documentazione anche inedita che permetterà di sondare il mistero intorno alle origini della signora Falconer, al suo ruolo di mecenate nei confronti dell’irrequieto ma geniale Boldini e all’influenza che ella ebbe nella scelta iconografica del ciclo pittorico che rimane impresa unica, nel suo genere, nell’entourage dei Macchiaioli.

Del periodo macchiaiolo del Boldini sono in esposizione sedici capolavori realizzati durante gli anni toscani (1864-1871), provenienti da collezioni private e da pubblici musei. Tra questi la Marina (1870) custodita a Milano, che ha una trasposizione a tempera in una scena nel ciclo della Falconiera; i ritratti di Telemaco Signorini (1870) e di Cristiano Banti (1866), custoditi presso la Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti a Firenze, artisti, legatissimi al Boldini, tanto da averlo sostenuto e promosso non solo durante il suo soggiorno toscano; l’innovativo, per posa e colori, Giovane paggio che gioca con un levriero 1869;  il raffinato ritratto di Alaide Banti in abito bianco (1866) e il superbo ritratto del Generale Spagnolo, eseguito durante l’inverno trascorso in Costa Azzurra con la signora Falconer, tra novembre 1867 e marzo 1868 e considerato il capolavoro che ha proiettato il giovane Boldini nell’emisfero dei più grandi ritrattisti di tutti i tempi.

“La mostra su Boldini consegue due obiettivi essenziali”, spiega Alessio Colomeiciuc, presidente di Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, promotrice del progetto espositivo: “non solo arricchisce il ventaglio delle iniziative di valorizzazione del patrimonio artistico pistoiese proponendo il nome di un pittore di sicuro successo, ma garantisce anche la migliore celebrazione di un episodio unico nella storia dell’arte dell’Ottocento italiano, rappresentato dalle suggestive Tempere murarie eseguite da Boldini all’interno della villa Falconiera. Sono lieto che la nostra banca abbia saputo, anche in questa occasione, coniugare l’attività creditizia con la promozione culturale del territorio, rendendo possibile un progetto di grande qualità e bellezza come questa mostra inedita”.

Il catalogo, a cura di Francesca Dini come la mostra, è edito da Sillabe.

 

Salvatore La Spina

“La Visitazione” di Luca della Robbia a Pistoia Capitale Italiana della Cultura

La Visitazione di Luca della Robbia è da poco rientrata in patria dalle esposizioni al Museum of Fine Arts di Boston e alla National Gallery di Washington e sarà ammirabile fino al 7 gennaio 2018 in un allestimento a cura della Diocesi e della Soprintendenza nella suggestiva chiesa di San Leone, recentemente tornata all’antico splendore grazie a lavori di restauro.

Realizzata intorno al 1445 per la chiesa di San Giovanni Fuorcivitas – dove è collocata abitualmente e dove tornerà al termine dell’esposizione – la Visitazione è una delle prime opere in terracotta invetriata, tecnica di cui della Robbia è considerato l’inventore. L’artista fiorentino per primo applicò alla scultura in terracotta una copertura in smalto stannifero che rendeva la superficie lucida e resistente, iniziando una produzione di grande successo. Il gruppo raffigura l’incontro tra Maria e la cugina Elisabetta, come è narrato nel Vangelo di Luca.

Per questo speciale allestimento, il gruppo scultoreo è esposto nella Chiesa di San Leone, uno degli esempi più importanti dell’arte barocca a Pistoia, interamente affrescata. Vi lavorò tra il 1753 e il 1764 Vincenzo Meucci, protagonista indiscusso della pittura fiorentina del Settecento, affiancato dai quadraturisti Giuseppe Del Moro e Mauro Antonio Tesi. In questa inedita cornice, i visitatori potranno ammirare da vicino lo splendore dell’invetriatura pienamente recuperata nel suo candore e potranno osservare il caldo abbraccio tra Maria e Elisabetta non solo dall’abituale veduta frontale, ma da diverse prospettive. L’accostamento tra le forme classiche della Visitazione, espressione del più puro umanesimo, e la leggera e teatrale pittura del Meucci potrà forse sembrare azzardato, ma il dialogo creato tra arti ed epoche lontane esalta entrambe.

La Visitazione è visitabile: fino al 31 ottobre dalle 10 alle 19. Dall’1 novembre al 7 gennaio dalle 10 alle 17.

Delos (anche per credit fotografico)

 

Omaggio a Giovanni Pisano a Pistoia

Fino a domenica 20 agosto si tiene a Palazzo Fabroni, museo del Novecento e del Contemporaneo di Pistoia, la mostra Omaggio a Giovanni Pisano, a cura di Roberto Bartalini con la collaborazione di Sabina Spannocchi.

L’esposizione, dedicata al grande scultore che operò a cavallo tra il Duecento e il Trecento, è promossa e realizzata dal Comune di Pistoia/Palazzo Fabroni in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia.

Con questa importante monografica Pistoia, nel suo anno da Capitale Italiana della Cultura, tributa, grazie a un’idea di Giovanni Agosti, un omaggio speciale a Giovanni Pisano, artista che ebbe ripetuti rapporti con la città. Palazzo Fabroni si apre per la prima volta all’arte antica, in coerenza con la sua ubicazione di fronte alla pieve romanica di Sant’Andrea, che conserva uno dei maggiori capolavori di Giovanni Pisano: il famoso pulpito marmoreo terminato nel 1301.

Il percorso espositivo è organizzato in nove stanze, ciascuna delle quali ospita un’opera.

«Poche opere, attentamente selezionate, dalle quali risulta la straordinaria gamma creativa e l’inventività iconografica di Giovanni Pisano e il suo dominio di materie diverse come pietra e legno» spiega Roberto Bartalini. «La mostra è inoltre l’occasione per mettere alla prova inedite prospettive interpretative».

Si parte con un preludio: il rilievo con le Stimmate di San Francesco di Nicola Pisano, padre di Giovanni. È quanto resta di un monumento funebre risalente agli anni Settanta del Duecento, molto probabilmente eretto nella chiesa di Santa Maria del Prato, prima chiesa francescana di Pistoia, in luogo della quale fu poi costruita l’attuale chiesa di San Francesco. Il destinatario di questo sepolcro era probabilmente Filippo da Pistoia, già vescovo di Ferrara, di Firenze e arcivescovo di Ravenna.

Le altre otto stanze sono dedicate a Giovanni Pisano.

Nella seconda trova spazio una Madonna con Bambino, tondo in marmo che rappresenta uno dei vertici dell’opera del giovane scultore. Proveniente dalla collegiata di Sant’Andrea, è confluito nel Museo di Empoli. Le forme armoniche mostrano come l’artista avesse iniziato a muovere i primi passi sotto la guida paterna, ma la torsione del volto della Vergine permette di cogliere, in fieri, quell’idea di movimento che Pisano svilupperà nell’arco della sua carriera.

Per tutto il Medioevo fu frequente la pratica di riutilizzare le opere d’arte a seconda di nuove esigenze del culto: ne è un probabile esempio l’opera lignea esposta nella terza stanza, un Angelo in veste di diacono che ostende la testa di San Giovanni Battista. Il delicatissimo Angelo, che regge una grande e drammatica testa del Battista, presenta dissonanti aspetti stilistici: l’Angelo, in tutto corrispondente ai più noti esempi di scultura gotica francese della metà del Duecento, reggeva probabilmente in mano un oggetto più piccolo. Il volto del Battista, molto grande e dalle palesi differenze stilistiche rispetto al corpo della statua, è sicuramente attribuibile a Giovanni Pisano, all’epoca ancora giovane.

Il momento in cui l’arte di Giovanni Pisano inizia a distinguersi nettamente da quella del padre Nicola è esemplificato, in mostra, da una delle cosiddette ‘Ballerine’, figure ideate per le ghimberghe del Battistero di Pisa. Si tratta di statue che dovevano risultare visibili a distanza e quindi erano scolpite con fare rapido e abbreviato. Queste figure femminili danzanti, che sembrano originate e tenute in vita da un soffio d’aria, offrono i primi saggi del dinamismo impetuoso e dell’espressionismo caratteristici del Pisano. «Fu solo dopo la guerra, quando le grandi figure furono tirate giù dalle nicchie e poste nel Battistero [a Pisa], che io potei vederle da vicino e fu allora che fui colpito dalla tremenda forza drammatica che avrei poi indicato come la caratteristica qualità scultorea, lo stile e la personalità di Giovanni» scrisse nel 1969 lo scultore britannico Henry Moore.

Nelle successive quattro stanze, quattro Crocifissi diversi, ciascuno testimone di una diversa maturazione artistica dello scultore. Il Crocifisso della chiesa di San Bartolomeo in Pantano (stanza 5), opera monumentale sconosciuta ai più, va ascritto all’ultima, straordinaria fase creativa: è molto diverso dagli altri suoi Crocifissi lignei, sia per le dimensioni che per la resa formale. Privo dell’effetto di torsione e del dinamismo di altri lavori, è concepito non come oggetto processionale, ma per essere posto in relazione simbolica con la mensa dell’altare.

Il Crocifisso della Cattedrale di Siena (stanza 6) è l’unico tra quelli processionali a conservare ancora la croce originale ed è un’opera della prima maturità dell’artista, databile al 1285-90. Il corpo presenta un netto stacco rispetto alla croce ed esprime tensione drammatica attraverso un movimento articolato: a differenza delle forme abbreviate che Giovanni Pisano prediligeva nello scolpire il marmo, quest’opera lignea si contraddistingue per un alto grado di finitezza nell’intaglio.

Il Crocifisso della pieve di Sant’Andrea (stanza 7) mostra un’evoluzione rispetto al precedente nel movimento tormentato, che riguarda ogni fibra del corpo e che induce nello spettatore un forte sentimento di compassione. Tra i Crocifissi realizzati nella maturità da Pisano questo è il meno spigoloso, anche per la qualità del legno di noce impiegato.

Venerato per i miracoli che gli si riferirono durante la pestilenza di fine Trecento e concepito per essere portato in processione è il Crocifisso (stanza 8) proveniente dalla chiesa di Santa Maria a Ripalta e conservato oggi nella pieve di Sant’Andrea.

L’ultima opera è marmorea: una sobria figura allegorica della Giustizia (stanza 9), che faceva parte del monumento funebre di Margherita di Brabante, moglie dell’imperatore Enrico VII, morta di peste nel 1311. L’incarico di realizzarlo fu affidato al quasi settantenne Giovanni Pisano, considerato il miglior scultore di allora in Italia. Pur anziano, Giovanni dà prova di un’ulteriore, inaspettata evoluzione del suo stile, raggiungendo con quest’opera le vette di un’espressività meno stridente, più armonica, con la dolce mestizia del volto della Giustizia.

Sede: Palazzo Fabroni, via Sant’Andrea 18 – Pistoia

Periodo: fino al 20 agosto 2017

Orari: dal martedì alla domenica e festivi, lunedì 14 agosto, ore 10-18; chiuso il lunedì

Biglietti d’ingresso: intero € 6,00 – ridotto € 3,00

Giornale della mostra: € 4,00

Informazioni: www.palazzofabroni.it – 0573 371214

U.S. (anche per credit fotografico)

 

Memorie di una famiglia ferrarese ebrea fra Otto e Novecento in mostra

Enrica Calabresi

Racconta, attraverso foto e documenti d’epoca, le vicende di una famiglia ferrarese ebrea, fra Otto e Novecento, la mostra che fino al 16 luglio 2017 riapre al pubblico al Museo civico del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara (corso Ercole I d’Este, 19).

L’esposizione, curata dalla responsabile del Museo Antonella Guarnieri, ha per titolo ‘Una famiglia ferrarese ebrea: la storia d’Italia raccontata dai “Calabresi” (1867-1945)’ e torna dopo una prima esposizione negli scorsi mesi di gennaio e febbraio, che ha fatto registrare una grande affluenza di pubblico. La mostra, a ingresso gratuito, sarà visitabile dal martedì alla domenica dalle 9,30 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Hanno collaborato all’allestimento della mostra Elena Ferraresi e Martina Rubbi.

La mostra nasce dall’incontro con Massimo Calabresi, pronipote di una famiglia di ebrei sefarditi, sfuggiti alle persecuzioni spagnole, approdati, probabilmente in Calabria e, quindi, giunti a Ferrara già nel ‘700. Massimo Calabresi ha messo a disposizione del Museo del Risorgimento e della Resistenza la vasta documentazione archivistica, ricca di interessante e particolare materiale fotografico. Questa documentazione che parte dal 1867 e arriva sino al 1945 racconta, incarnandola in personaggi con un nome e un volto, la storia dei ferraresi e degli italiani ebrei che in quel frangente passarono dall’aver conquistato una completa integrazione all’essere perseguitati, sino alla morte, da un regime, quello fascista, che in origine, diversi di loro, a causa della propria provenienza sociale, avevano sostenuto. Senza dimenticare l’importante e variegato aiuto fornito dall’ebraismo estense, e nazionale, all’antifascismo ed alla Resistenza.

Su tutti emerge un volto, quello di Enrica Calabresi, nata a Ferrara nel 1891, scienziata di chiara fama, che venne arrestata e si suicidò, per non finire in campo di concentramento, nel carcere di Santa Verdiana a Firenze il 20 gennaio 1944, ingerendo una fiala di floruro di zinco, che portava sempre con sé, alla vigilia della deportazione ad Auschwitz.

 

Alessandro Zangara

(anche per credit fotografico)

Dai Crivelli a Rubens. Tesori d’arte da Fermo e dal suo territorio

 

Pietro Paolo Rubens, Adorazione dei pastori, Pinacoteca civica, Fermo, Olio su tela, cm 192×300

Da oltre 400 anni il Pio Sodalizio dei Piceni garantisce un sostegno alla cultura e alla civiltà artistica delle Marche. Nel complesso di San Salvatore in Lauro era programmata per questa primavera l’esposizione dell’Adorazione dei pastori di Pietro da Cortona accanto a quella di Rubens, uno straordinario capolavoro proveniente dalla Pinacoteca civica di Fermo. Ma nei mesi scorsi gran parte della regione Marche è stata gravemente colpita dal terremoto, a partire dal 24 agosto e poi con le scosse sempre più forti del 26 e del 30 ottobre. Anche nel territorio di Fermo ci sono stati dei crolli, in alcune chiese e molti  musei, compresa la Pinacoteca civica di Fermo, sono purtroppo chiusi per lesioni. E’ in questo contesto che è nata l’idea di portare a Roma anche altri tesori d’arte di quel territorio, in questo momento non accessibili al pubblico, per allestire una mostra che faccia conoscere meglio la ricchezza di quel patrimonio artistico e per sensibilizzare il pubblico, anche al fine di raccogliere risorse da destinare ai restauri dei beni culturali di quei centri marchigiani.

Pietro da Cortona, Adorazione dei pastori, San Salvatore in Lauro, Roma, Olio su tela, cm 207×320

Per iniziativa del Pio Sodalizio dei Piceni e del Comune di Fermo, con la collaborazione della Soprintendenza delle Marche, il supporto organizzativo di Civita Mostre e il sostegno di UnipolSai, è nata così una esposizione che si articola in due momenti.

Nella prima parte, a cura di Anna Lo Bianco, saranno esposte tre grandi pale che rappresentano l’Adorazione dei pastori, quella di Pieter Paul Rubens dipinta per la chiesa di San Filippo a Fermo e quelle di Pietro da Cortona per la chiesa romana di San Salvatore in Lauro e di Giovan Battista Gaulli, detto il Baciccio, proveniente dalla Chiesa di Santa Maria del Carmine a Fermo. Un confronto eccezionale, che mostra come nel Seicento giunga anche in questa lontana provincia una cultura figurativa di respiro europeo.

Vittore Crivelli, Incoronazione di Maria Vergine e Santi, Pinacoteca civica, Sant’Elpidio a Mare, Tavola, cm 291x 239

Nell’altra sezione, a cura di Claudio Maggini e Stefano Papetti, sarà possibile ammirare una straordinaria raccolta di pale e polittici rinascimentali, di Carlo e Vittore Crivelli, Pietro Alemanno, Ottaviano Dolci e Giuliano Presutti. Oltre che dalla città di Fermo le opere provengono da piccoli centri come Massa Fermana, Sant’Elpidio a Mare, Sant’Elpidio Morico e  Monte San Pietrangeli. Viene così in evidenza la particolare cultura figurativa che ha caratterizzato quei territori marchigiani nel XV e all’inizio del XVI secolo, a partire dall’arrivo da Venezia di Carlo Crivelli e, dieci anni dopo, di suo fratello Vittore.

Giuliano Presutti, Madonna con bambino e santi, Pinacoteca Comunale, Fermo, Tavola, cm 165×134

Nasceva allora quella “diffusione del patrimonio” che ancora caratterizza il territorio, in una stagione straordinaria, quella rinascimentale, della quale ogni piccolo centro, ogni valle, ogni paese conserva una significativa testimonianza.

Per questo il terremoto mette a rischio non solo la vita quotidiana delle persone ma anche il tessuto culturale e l’identità di una intera comunità. Per questo la mostra intende accendere l’attenzione del pubblico su quel patrimonio artistico e sensibilizzarlo affinché, con il contributo più largo,  sia possibile al più presto tornare ad ammirare quei tesori d’arte nelle loro chiese e nei loro musei.

Roma, Complesso monumentale di San Salvatore in Lauro

11 aprile – 9 luglio 2017

Orari

Tutti i giorni 10.00/13.00 e 16.00/19.00, esclusi i festivi.

La mostra è ad ingresso gratuito

È gradita una offerta che sarà destinata ai restauri a Fermo e negli altri centri del territorio.

Barbara Izzo-Arianna Diana

Anche per credit fotografici

Per la prima volta in Italia l’opera di Charlotte Salomon

Autoritratto, 1940

L’inferno della Shoah restituisce un sorprendente poema allo stesso tempo pittorico, teatrale, narrativo e musicale. Charlotte Salomon è una giovane ebrea berlinese che va incontro ad un tragico destino. Prima di morire ad Auschwitz, Charlotte affida il racconto di tutta la sua vita a centinaia di tempere, raccolte sotto il titolo “Vita? o Teatro?”.

Miracolosamente sopravvissuto alle persecuzioni e alla guerra, questo lascito artistico si rivelerà un autentico canto del destino, che vede proiettata la biografia di Charlotte sullo scenario più tragico del Novecento.

Dagli anni Sessanta le tempere di Charlotte Salomon sono state esposte in forma antologica in alcuni importanti musei ma sino ad oggi mai in Italia: al Centre Pompidou e al Museo Ebraico di Parigi, alla Whitechapel Art Gallery e alla Royal Academy di Londra, al Museo Ebraico di Berlino e in varie altre città tedesche, a Bruxelles, Tel Aviv, Chicago, New York, San Francisco, Tokyo…

La mostra, a cura di Bruno Pedretti, è promossa e prodotta dal Comune di Milano | Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre, in collaborazione con il Jewish Historical Museum di Amsterdam. Nelle Sale al piano terra di Palazzo Reale, l’esposizione presenta circa 270 tempere, insieme a decine di fotografie storiche che illustrano la vita di Charlotte e gli avvenimenti del suo contesto, in parallelo alle scene rappresentate nel suo poema autobiografico e ad un filmato che introduce il visitatore nel mondo dei suoi affetti.

“Questa mostra propone ai visitatori il racconto inedito di una storia tristemente nota a tutti, che rappresenta una cicatrice nella storia dell’umanità, svelando però al pubblico per la prima volta il talento di un’artista sconosciuta ai più, che ha vissuto l’esperienza dei lager nazisti fino all’epilogo più tragico – dichiara l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno –. L’arte si conferma così strumento di testimonianza e al tempo stesso di speranza e di riscatto, capace di ammonire e confortare, denunciare e consolare, con un linguaggio universale in grado di raggiungere chiunque, al di là di ogni confine fisico e culturale”.

Sull’opera di Charlotte esistono ormai numerosi libri, filmati e naturalmente cataloghi che ne hanno accompagnato le esposizioni, tra cui anche alcune edizioni integrali delle tempere, a cui si sono recentemente aggiunti altri tributi a questa figura eccezionale, di genere sia letterario, sia operistico, sia filmico.

La figura di Charlotte Salomon è anche la protagonista del romanzo del curatore della mostra milanese, Bruno Pedretti: Charlotte. La morte e la fanciulla (prima ed. Giuntina, Firenze 1998; ed. francese Robert Laffont, Parigi 2006; nuova ed. Skira, Milano 2015).

Informazioni su Charlotte Salomon e la sua opera sono reperibili nel sito del Jewish Historical Museum – Museo Storico Ebraico di Amsterdam.

Charlotte Salomon

Vita? o Teatro?

Milano, Palazzo Reale

Fino al 25 giugno 2017

Giulia Borroni (anche per credits fotografici)

 

Plautilla Nelli. Arte e devozione in convento sulle orme di Savonarola

Plautilla Nelli (attribuito): “Santa Caterina da Siena”, olio su rame, Firenze, Gallerie degli Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture, Depositi

Alle donne artiste, e in particolare alle donne che coltivarono il loro talento creativo tra le mura conventuali, gli studi hanno dedicato crescente attenzione, specie negli ultimi vent’anni.

Anche la figura di Plautilla Nelli (Firenze 1524-1588), la “prima pittrice fiorentina” le cui opere ai tempi di Giorgio Vasari erano disseminate nei conventi e nelle dimore dei gentiluomini fiorentini, è stata investita dall’impulso dei nuovi studi.  Per tale motivo le Gallerie degli Uffizi hanno voluto inaugurare la serie di mostre dedicate alle donne artista con una monografica sulla suora pittrice.

Entrata a quattordici anni nel convento domenicano di Santa Caterina in Cafaggio – a Firenze, in piazza San Marco -, Plautilla, imbevuta della mistica savonaroliana, fu interprete appassionata della poetica figurativa ispirata al magistero di Girolamo Savonarola nel campo delle arti e al nuovo modello disciplinato di santità femminile della riforma tridentina.

Nel monastero fiorentino ricoprì la carica di priora e fu a capo di una fiorente bottega artistica grazie alla quale numerose consorelle sue discepole contribuirono alla diffusione di immagini sacre, avvalendosi di una tecnica pittorica da vere professioniste. Intesa come parte integrante del lavoro quotidiano delle suore e approvato come regola di tutte le terziarie domenicane, la creazione di immagini sacre era valutata essenzialmente per la loro efficacia devozionale e non certo dal punto di vista dell’originalità dello stile o della composizione. Il gusto “conservatore” nel campo artistico delle suore – e di Plautilla Nelli in particolare – rifletteva la scala dei valori maggiormente stimati, tra cui al sommo grado quelli che rappresentavano la continuità della illustre tradizione artistica domenicana.

L’attività artistica del convento di Santa Caterina in Cafaggio fu destinata a soddisfare principalmente la richiesta del mercato dei “parenti e clienti”, ovvero di coloro i quali erano legati alla vasta rete dei conventi toscani dell’Ordine dei Predicatori. La richiesta era diffusa a tal segno da implicare la serialità, come nel caso dei quattro dipinti raffiguranti l’immagine di una santa domenicana ritratta di profilo che costituiscono il fulcro di tutta la mostra.

La vendita di tali opere divenne poi fondamentale per la vita del convento di Santa Caterina all’indomani della riforma dei monasteri femminili emanata dai decreti tridentini (1566), riforma che sanciva la proibizione di ricercare beneficenze fuori delle mura conventuali.

Plautilla Nelli (copia da): “Santa Caterina da Siena/de’ Ricci”, olio su tela; cm 65,5 x 49, Firenze, Convento della Basilica di San Marco. Il ritrovamento tra Firenze, Siena, Perugia

Le modifiche apportate alle iscrizioni che riportano il nome di santa Caterina da Siena distinguibili nella serie dei quattro dipinti tramandano il nome di “un’altra Caterina”: suor Caterina de’ Ricci, coetanea di Plautilla e anch’ella fervente savonaroliana, suggerendo la possibilità che in tali ritratti la Nelli volesse rappresentare la “monaca santa” di Prato, uguagliandola alla santa senese.

Finalmente è giunto il tempo che a Plautilla si dedichi una mostra, il tempo di riscattare la sua memoria storica e le sue opere d’arte spesso, ingiustamente, assegnate a uomini artisti: una mostra questa di Plautilla che apre la serie delle iniziative che le Gallerie degli Uffizi hanno in programma di realizzare ogni anno dedicate all’altra metà del cielo, alle donne che seppero distinguersi anche nel campo delle arti.

La mostra a cura, come il catalogo edito da Sillabe, di Fausta Navarro, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con le Gallerie degli Uffizi e Firenze Musei, ed è stata realizzata con il generoso contributo di Advancing Women Artists Foundation e con la collaborazione del Museo del Tessuto di Prato.

Il catalogo Plautilla Nelli. Arte e devozione in convento sulle orme di Savonarola e l’omonimo breve video documentario in mostra sono stati infatti realizzati con il contributo della Advancing Women Artists Foundation, che ha anche finanziato il restauro di 5 opere e 2 manoscritti esposti, alcuni dei quali sono di nuova attribuzione.

La fondazione statunitense (www.advancingwomenartists.org), operativa a Firenze dal 2006, si dedica al restauro e all’esibizione dell’arte al femminile conservata nei musei e nelle chiese della città. Nell’ultima decade ha restaurato 21 opere di Plautilla Nelli, contribuendo notevolmente alla riscoperta dell’artista e diffondendo la sua storia a Firenze e in tutto il mondo.

“Pochi sanno che da ben più di cinque secoli Firenze è un vero e proprio centro per l’arte al femminile” spiega Jane Fortune, fondatore e presidente di AWA. “Le opere di artiste donne che abbiamo ritracciato e censito nei musei e chiese di Firenze sono più di 2.000. Sono una parte ‘invisibile’ della storia dell’arte, che necessita di essere restituita al pubblico. Plautilla Nelli ha aperto la strada ad altre donne della sua epoca e ha goduto di un successo senza precedenti. È l’ispirazione il vero stimolo della nostra missione: dare voce alle donne artiste del passato. Grazie a questa mostra, Nelli non sarà più tra le artiste ‘invisibili’”.

“Con la mostra dedicata a Plautilla Nelli non vengono soltanto posti i riflettori su una protagonista della pittura fiorentina del Cinquecento e della riforma e spiritualità savonaroliana” afferma Eike D. Schmidt, Direttore delle Gallerie degli Uffizi, “ma, insieme alla monografica dedicata a Maria Lassnig, che aprirà il 25 marzo, instituiremo per gli anni a venire una serie di esposizioni dedicate alle donne artiste”.

Firenze, Uffizi, Galleria delle Statue e delle Pitture

Fino al 4 giugno 2017

 

Salvatore La Spina

 

“Da Hayez a Boldini: anime e volti della pittura dell’Ottocento” a Brescia

Palazzo Martinengo di Brescia ospita, fino al prossimo 11 giugno, la mostra che apre uno spaccato, discretamente interessante, sulla pittura dell’Ottocento, sottolineandola soprattutto con ritratti e scene di genere. L’Italia del tempo visse un periodo d’oro, trainato dalla pittura all’aria aperta impressionista e dalle mode d’Oltralpe, dalle scoperte archeologiche, prime tra tutte quelle relative agli scavi di Pompei che portarono in Italia ogni sorta di intellettuali, storici e artisti; dal rinnovato amore per l’arte antica che aveva dei centri di studio interessanti, come quello che catalizzò l’attenzione intorno ad Antonio Canova; dall’interesse per l’area francese di alcuni nostri noti artisti che si trasferirono soprattutto a Parigi. Non mancò, però, anche l’interesse per la ricerca: la pittura “a lume di candela”, ad esempio, che vide in Angelo Inganni un interessante esponente, capace di lasciarci scene di vita quotidiana di Brescia o di Milano di assoluto valore. Oppure l’interesse per il genere, tutto italiano, del Verismo, che portò una ventata di novità soprattutto per la borghesia, capace di guardare, forse per la prima volta, con occhio diverso la miseria della quotidianità della vita. Ci sono anche scene di lusso della “gente bene” intenta alla toeletta da teatro, piuttosto che alla vita mondana fatta di crinoline e di stoffe raffinate. In mostra, suddivisi per momenti tematici, ci sono esponenti del Neoclassicismo, del Romanticismo, della Scapigliatura, i Macchiaoli, alcuni divisionisti, per dare una visione omogenea di quel momento ottocentesco che vide un tripudio di stili e di produzione, con momenti artistici che spesso si stemperavano l’uno nell’altro, oppure vivevano contemporaneamente, arrivando alla famosa Belle Epoque. Certamente il nome di punta, scelto anche nel titolo della mostra, è quello di Boldini, esposto con il bellissimo “Ritratto della principessa Radziwill” (1910), accanto a Francesco Hayez, famoso per il suo “Bacio”, ma qui con il bellissimo “Maria Stuarda sale al patibolo” che richiede alcuni minuti di osservazione, comodamente seduti sulle sedie debitamente messe a disposizione. Alcuni minuti vanno dedicati anche a guardare in su, il soffitto di Palazzo Martinengo che merita una visita da solo. Tuttavia, sono molti i quadri in mostra che meritano un cenno, provenienti solo alcuni da collezioni pubbliche, altri da collezioni private o da gallerie. Per citarne alcuni, molto bello l’olio su tela di Giovanni Battista Quadrone intitolato “Il circo”, intenso per colori e per scena, che presenta alcuni spettatori intenti ad osservare un numero, l’immancabile clown, la funambola. Altrettanto intenso, dalla simpatica e inusuale scena di genere, “Le beffe al gatto” (1877) di Gaetano Chierici, raffigurante due bambini in un interno, un maschietto che scherna il gatto con la linguaccia (al tempo così vietata!), e la femminuccia dall’aria smorfiosa, presumibilmente addetta a dare da mangiare alla chioccia, o forse intenta a pensare alla pappa delle sue bambole. Sempre in un interno è la “Donna”, dal volto illuminato dal fuoco, “che cucina lo spiedo”: il costume all’italiana dal corpino di velluto stretto in vita, i capelli raccolti da una bella corona che fungeva da fermaglio, il fazzoletto al collo che sembra più un vezzo che il ferma sudore, è intenta ad organizzare il pasto con il tipico cibo bresciano, che richiede tempo e pazienza per ungere con il grasso di scolo le “prede” infilzate sulla bacchetta. Lo sguardo è dolce, l’aria serena, a rimandare idealmente ai volti delle dame dell’alta società che si apprestano al teatro. Non mancano violini e scene bucoliche, l’esotico delle vedute estere, tra cui “L’ippodromo di Costantinopoli” di Ippolito Caffi (1844-45 circa); “Newton osserva la rifrazione dei colori della luce nelle bolle di sapone”, dipinto da Pelagio Pelagi nel 1827, entrambi appartenenti ai Civici Musei di Arte e Storia di Brescia. Interessante è “Bice del Balzo ritrovata da Marco Visconti nel sotterraneo del castello di Rosate” (1850-1860 circa) di Carlo Arienti, oppure “Selene ed Endimione” (1850 circa) di Enrico Scuri, o Mosè Bianchi in “La vigilia prima della sagra”, che mostra un maestro di musica impegnato nelle prove con bambini, per chiudere con una romantica nota di “Pierrot con gattino” di Vittorio Corcos. Una mostra da vedere, perché merita una riflessione pittorica, ma anche per ammirare opere altrimenti quasi impossibili da trovare diversamente.

Alessia Biasiolo

Giorgio Morandi e Tacita Dean a Palazzo Te

Il Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te a Mantova, fino al 4 giugno, presenta un’esposizione in cui le opere di Giorgio Morandi – uno dei maestri della pittura europea del Novecento – dialogano con le opere di Tacita Dean – una delle più importanti e riconosciute artiste della scena mondiale contemporanea.

La mostra Giorgio Morandi e Tacita Dean. “Semplice come tutta la mia vita” mette a confronto due film, Day for Nighte Still life, che Tacita Dean ha realizzato nel 2009 nello studio bolognese del pittore – ricostruito a grandezza naturale in apertura del percorso espositivo a Palazzo Te – e una raccolta di circa cinquanta operedi Giorgio Morandi, dipinti, disegni, acquarelli e grafiche concessi da importanti musei e collezioni private, cheillustrano la sua ricerca relativa alla natura morta nel periodo dal 1915 al 1963.

La mostra propone una riflessione sul profondo legame che si istituisce tra i due artisti, un legame che da un lato racconta la linfa che alimenta il lavoro di Tacita Dean e dall’altro fa splendere la contemporaneità del lavoro di ricerca sviluppato per tutta la vita – con pazienza, attenzione e sensibilità – da Giorgio Morandi.

Tacita Dean si sofferma sugli oggetti dell’universo poetico di Morandi e sulle tracce lasciate su un piano dalle basi degli oggetti stessi, tracce composte dalla matita del pittore che calcolava, centrava, affiancava, spostava, ricollocava, aggregava, insisteva, con una attenzione matematica, sperimentale, priva di casualità plausibilmente in rapporto con le ore del giorno, le luci, i colori dell’aria.

“Nel fare questo – scrive Stefano Baia Curioni, presidente del Centro di Palazzo Te – Tacita Dean mette in operauna rapina gentile che, nell’appropriarsi delle condizioni del lavoro di un altro artista, apre lo spiraglio di una rivelazione: Morandi non è il passato, è vivo nel lavoro del presente. Un lavoro intimo che la mostra propone ad ogni spettatore”.

Partendo dagli oggetti cari a Morandi – bottiglie, lumi, caffettiere, tazze, porcellane e vetri -, il processo di creazione artistica attivato dall’osservazione e dalla meditazione sulle cose è il punto di incontro dei lavori dei due artisti. I film di Tacita Dean esprimono l’intuizionedella necessità di guardare alle cose e alle tracce involontarie del processo della pittura. La sua opera non è un documentario: non antologizza Morandi, non analizza il suo contesto e il suo tempo, ma lo guarda con semplicità e permette allo spettatore di sperimentare come il suo lavoro sia ben vivo nel presente.

L’esposizione, curata da Massimo Mininni e Augusto Morari con il supporto di Cristiana Collu, è promossa dal Comune di Mantova, dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te e dal Museo Civico di Palazzo Te, in collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, l’Istituzione Bologna Musei | Museo Morandi e gli Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovanie con il sostegno di Fondazione Banca Agricola Mantovana.

Le nature morte di Giorgio Morandi esposte nello spazio delle Fruttieremostrano come l’elaborazione del colore nelle sue composizioni si sia arricchita sino a raggiungere gli ultimi raffinatissimi accordi dei toni più alti. Forme, colori, valori spaziali sono associate a una musica di luce: la luce e l’ombra, presenti nelle stanze abitate dal pittore, sono appunto alla base della sua espressione grafica e coloristica.

Lo studio dell’artista in via Fondazza e la sua vita “piana e tranquilla” sono elementi imprescindibili per capire l’arte di Morandi.

Tacita Dean ci restituisce con chiarezza nei suoi lavori le atmosfere e gli ambienti morandiani: la luce investe lo spettatore con calma e le ombre delle bottiglie, dei vasi appaiono in una pallida penombra. I film raccontano un mondo limitato, polveroso, dimesso e domestico, dove cose umili affiorano in una luce fioca e rendono magiche le stanze, il carattere del luogo e l’arte di Morandi. Si avverte che l’artista si è soffermata a indagarle, cercando di scoprire la rigorosa ricerca di quel mondo plastico, di quel vedere e sentire per volumi e parallele, di quel comporre con chiarezza l’ordine con il quale Morandi procedeva nel misurare e disporre gli oggetti, qualità sostanziali nelle nature morte che metteva in scena.

Nel proporre insieme le opere di Giorgio Morandi e Tacita Dean,la mostraapre alcune domande: cosa accade quando un’artista guarda e incorpora nel proprio il lavoro di un altro artista, magari distante da sé nello spazio e nel tempo? Che opportunità viene offerta a noi, al pubblico, ai cosiddetti “astanti” dell’arte, quando questa inclusione si fa a sua volta opera d’arte?

GIORGIO MORANDI nasce a Bologna il 20 luglio 1890 in una famiglia della piccola borghesia cittadina. Subito sviluppa un grande interesse per l’arte italiana del passato. Dopo avere insegnato per molti anni nelle scuole comunali di disegno, nel febbraio del 1930 ottiene per “chiara fama” e “senza concorso” la cattedra di Incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove rimarrà fino al 1956. Rilevante è la sua presenza alle Biennali veneziane, ma ancor più quella alle Quadriennali romane: nel 1930 e nel 1935 Morandi fa parte della commissione di accettazione ed è presente anche come pittore con opere significative; nel 1939 ottiene un’intera sala personale, con 42 olii, 2 disegni e 12 acqueforti. Nell’estate del 1943 l’artista, sfollato, si ritira sugli Appennini dove sviluppa lavori dedicati ai paesaggi. Nella Biennale del 1948 riceve il primo premio: Morandi è ormai considerato uno dei maestri più importanti del secolo. Anche i più esclusivi ambienti internazionali s’interessano a lui e alcune sue opere sono ospitate in prestigiose rassegne del Nord Europa e negli Stati Uniti. Dopo una lunga malattia, Morandi si spegne a Bologna il 18 giugno 1964. L’elenco delle esposizioni all’estero sarà lunghissimo, anche dopo la sua morte. Le sue opere sono presenti in numerosi musei Italiani e internazionali.

TACITA DEAN nasce in Inghilterra, a Canterbury, nel 1965. Artista, fotografa e regista, Tacita Dean ha mostrato fin dagli esordi una predilezione per i formati espressivi usati nel cinema. La sua pratica del disegno ha assunto la forma di storyboard, un formato narrativo utilizzato nella progettazione dei film. Il gusto per la narrazione che si ritrova in molte delle sue opere è spesso innescato da incontri casuali. Nei suoi lavori la finzione e la storia si muovono su uno stesso piano, sottolineando il loro potere evocativo. Le sue opere giocano poeticamente sul tema della ricerca, nonché sulle identità sfocate di persone o di cose misteriose. I suoi film sono spesso narrazioni minime impregnate di un senso di fallimento umano e aspettative derivanti da azioni che sono curiosamente sia eroiche che consuete. Alcune delle ultime opere di Dean ricordano il lavoro di Bernd e Hilla Becher nella loro attenzione ai luoghi abbandonati, ma dotati di storia potente. Il suo lavoro è stato esposto in molte esposizioni internazionali quali la Biennale di Venezia, la Biennale di Sydney, la Biennale di San Paolo. Ha inoltre partecipato a dOCUMENTA(13) e ha avuto numerose mostre personali nei maggiori musei internazionali. È stata finalista per il Premio 1998 Turner Prize nel 1998 e ha ricevuto lo Hugo Boss Prize nel 2006 ed il Premio Kurt Schwitters nel 2009.

Mantova, Palazzo Te

Fino al 4 giugno 2017

 

Delos

 

La Passione di Gesù secondo Renzo Cisco a Verona

Dall’1 al 19 aprile si terrà, all’interno della chiesa di San Giorgetto, la mostra “La Passione – Morte – Resurrezione” dell’artista Renzo Cisco da Settimo.

L’esposizione, patrocinata dal Comune di Verona, si compone di 20 dipinti realizzati con la tecnica ad olio, che raccontano la Passione di Cristo dal tradimento di Giuda, passando per la consegna di Gesù alla folla, arrivando alla crocefissione, morte e resurrezione, fino all’apparizione nel cenacolo della Trinità in cielo.

Renzo Cisco da Settimo nasce a Montebello Vicentino, diplomato all’Istituto d’Arte, partecipa a corsi liberi all’Accademia di Venezia e Verona. Ha esposto in tutta Italia e già precedentemente a Verona con l’estemporanea del paesaggio veronese dal titolo “Arsenale” allo Spazio Galleria D’Arte Verona. La mostra verrà inaugurata sabato 1 aprile alle ore 18, con la presentazione a cura di Felice Nalin.

L’esposizione resterà aperta al pubblico, con ingresso libero, fino al 19 aprile, tutti i giorni dalle ore 10 alle 12 e dalle 16 alle 18.

Roberto Bolis