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Sarà aperta al pubblico il prossimo 1 giugno, presso la Caserma Goito di Brescia (Via Antonio Callegari, 1), la mostra “D’IVO. Cinquant’anni d’arte”, in occasione del mezzo secolo di attività artistica di Ivo Compagnoni.
La mostra sarà occasione per conoscere l’evoluzione dell’attività del pittore bedizzolese che, a partire da un figurativo tradizionale, è arrivato ad una personale e particolare tecnica pittorica che, attraverso l’uso dei colori primari, della tecnica mista, dei supporti studiati e dell’elaborazione di materiale di riuso e riciclo, ha saputo crescere creando lavori sempre nuovi. Offre al fruitore la visione del reale e dei sogni; crea percorsi della mente spesso inusuali, seguendo la macchia del colore e le evoluzioni dei materiali che, sotto i suoi occhi e le sue mani, prendono forma e forme, donando novità e senso di concretezza, immaginifico e riflessione, soprattutto intorno alla sua “firma” degli ultimi vent’anni, il nido di vespe.
La mostra, nel cuore cittadino, grazie alla disponibilità del Centro Documentale di Brescia dell’Esercito Italiano (nella persona del comandante, il tenente colonnello Davide Maghini, e dei suoi collaboratori), consentirà l’incontro con l’artista in momenti dedicati specificamente a visitatori e associazioni, in modo da percepire maggiormente cosa si cela dietro il lavoro di un personaggio che ha saputo diventare uno dei maggiori esponenti dell’attuale panorama artistico bresciano.
La mostra, a cura di Alessia Biasiolo, sarà aperta dall’1 al 12 giugno prossimi, dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 17, con ingresso libero. È patrocinata dall’Associazione A.D.I.D.
Prosegue fino al 21 aprile alla Bipielle Arte di Lodi (Via Polenghi Lombardo, Spazio Tiziano Zalli, Lodi) con ottimo riscontro di pubblico la mostra di Roberto Rampinelli Sguardi.
Organizzata dalla Fondazione Banca Popolare di Lodi e curata da Simona Bartolena, con il patrocinio della Provincia e del Comune di Lodi, la mostra include oltre ottanta opere che coprono un arco di quarant’anni di ricerca, dal 1985 al 2025, che evidenzia il ruolo centrale della grafica nell’opera di Rampinelli. L’artista ha trovato nella carta un potente strumento espressivo, utilizzando una combinazione di disegno, tecniche di stampa e pittura per creare opere che si pongono come spazi metafisici, in cui il segno, la luce e il colore non riflettono semplicemente la realtà, ma la trasformano, coinvolgendo lo spettatore a un livello emotivo profondo.
Le opere di Rampinelli non sono solo rappresentazioni visive, ma anche espressioni di un’intensa ricerca psicologica e emotiva. La tecnica incisoria, a lui particolarmente cara, gli consente di fissare l’impronta del gesto, dando vita a immagini che sembrano emergere da una tensione interiore. Ogni segno e incavo nella matrice è studiato per costruire una trama visiva che parli direttamente alla sensibilità del pubblico.
La mostra, che si apre con alcune opere giovanili realizzate negli anni Ottanta e si conclude con un lavoro del 2025, evidenzia come la ricerca di Rampinelli si ispiri a grandi maestri come Piero della Francesca, De Chirico, Carrà e Morandi, e ha due temi preponderanti, la natura morta e i paesaggi.
Le composizioni di natura morta, che includono oggetti, fiori e frutti, raccontano le motivazioni più profonde della sua ricerca artistica, con opere che, pur immersi nella realtà quotidiana, sfuggono alla banalità e acquisiscono una dimensione, metafisica, magica. La rigorosità stilistica delle opere riflette la sua formazione a Urbino con i maestri Renato Bruscaglia e Carlo Ceci, e un esempio di questa influenza è la serie delle Urne (2020), in cui il rigore delle prospettive e l’armonia geometrica delle forme si uniscono a un calore tattile nelle superfici.
Accanto alle nature morte, i paesaggi rivestono un’importanza fondamentale nel lavoro di Rampinelli. Per l’artista, il paesaggio è una visione interiore, un sogno, una poesia che richiama la tradizione romantica, ma che trova anche un parallelo con il pensiero del filosofo americano Henry David Thoreau. Il paesaggio, per Rampinelli, non è solo una rappresentazione della natura, ma una riflessione sul rapporto tra l’uomo e il mondo naturale, una meditazione sul silenzio e sull’osservazione.
Le opere di Rampinelli non si limitano a raccontare una storia, ma evocano un’emozione profonda che coinvolge chi le osserva. La sua ricerca è fortemente identitaria, con l’artista che cerca di portare lo spettatore dentro un percorso riflessivo e creativo che sfida le convenzioni. Come scrive Patrizia Foglia nel catalogo della mostra, le opere di Rampinelli hanno l’obiettivo di “dare senso alle cose”, di liberarle dal loro significato strumentale, e di farci guardare oltre, nel profondo, verso ciò che si cela oltre l’apparenza.
Gli Sguardi di Roberto Rampinelli offrono uno spunto per riflettere sul valore dell’arte come mezzo per comprendere la vita, per fermarsi a osservare e per trasformare gli oggetti e le situazioni quotidiane in simboli di una realtà più profonda e misteriosa. Rampinelli, con la sua straordinaria capacità di mescolare tecnica e poesia, invita lo spettatore a guardare oltre la superficie, a cercare il significato nascosto dietro le cose e a scoprire una visione del mondo che trascende il quotidiano.
Sguardi si presenta come un’antologica con oltre ottanta opere che coprono quarant’anni di ricerca, dal 1985 al 2025. La grafica riveste un ruolo centrale nell’opera di questo artista raffinato, complesso e coerente, che ha trovato nella carta un alleato prezioso, utilizzandola come strumento di espressione creativa. Su di essa, ha saputo mescolare con grande libertà e maestria disegno, tecniche di stampa e pittura, mettendole in dialogo tra loro.
Le opere di Rampinelli non si limitano a rappresentare il mondo visibile, ma si trasformano in spazi metafisici, dove nulla è lasciato al caso e dove si manifesta un’intensa indagine psicologica ed emotiva. Luce, colore e segno sono i protagonisti di un dialogo che non riflette semplicemente la realtà, ma la trasforma, offrendo una visione che coinvolge lo spettatore a un livello più profondo.
La tecnica incisoria, campo privilegiato di esplorazione per l’artista, con la sua capacità di fissare l’impronta del gesto, gli consente di dar vita a immagini che sembrano emergere da una tensione interiore. Qui il segno si fa più deciso, pur mantenendo una ricerca di equilibrio: ogni incavo nella matrice è pensato per costruire una trama visiva che parli direttamente alla sensibilità di chi osserva.
Simona Bartolena, nel suo testo in catalogo, sottolinea: “C’è una continuità esemplare nella ricerca di Rampinelli, un filo rosso che unisce tutti i lavori, rendendoli, pur essendo figli di stagioni diverse, frammenti di un unico grande paesaggio: il paesaggio dell’anima di un artista poetico e profondo, che sfiora le piccole cose quotidiane e le trasforma in icone silenziose, avvolte da un’aura di magia. Roberto entra ed esce dalle diverse tecniche, le mescola, le sovrappone, le confonde. Non importa se si tratta di tempera, olio, matita o inchiostro da stampa: la scelta della tecnica (o delle tecniche) è finalizzata esclusivamente all’esito che egli desidera ottenere, con la massima libertà e una totale confidenza con gli strumenti”.
L’esposizione si apre con due opere giovanili, realizzate nella seconda metà degli anni Ottanta, e si chiude con un lavoro del 2025. In tutti e tre i casi compare la figura umana, un elemento raro nelle opere di Rampinelli: Impronta (1985) e Angeli (1990), entrambe a tecnica mista su base litografica, e L’uomo e la montagna (2025), in tecnica mista su carta antica.
Nel mezzo, venticinque anni di lavori che evidenziano come la ricerca di Rampinelli, tanto nelle incisioni quanto nei dipinti, sia esteticamente ispirata a Piero della Francesca e alla pittura quattrocentesca italiana, ma anche alla lirica metafisica di De Chirico, Carrà e Morandi.
La natura morta è uno dei temi predominanti nell’opera di Rampinelli. Le sue composizioni con oggetti, frutti e fiori raccontano le ragioni più profonde della sua ricerca artistica, che scorre sempre attraverso la vita. Opere che mantengono atmosfere silenziose e sospese, pur immergendosi nella realtà quotidiana, ma che riescono a sfuggire alla banalità del quotidiano, arricchendosi di una dimensione magica e, talvolta, metafisica. Gli spazi che ospitano questi oggetti e il rigore con cui sono realizzate le opere riflettono la formazione dell’artista a Urbino, sotto la guida dei maestri Renato Bruscaglia e Carlo Ceci.
Un esempio di questa influenza è la serie delle Urne (2020), in cui il rigore matematico delle prospettive e l’armonia geometrica delle forme sono accompagnati dal calore tattile delle superfici. Altre opere, come Ciotola nera e vasi (2023) e Conchiglie remote (2016), mostrano lo stesso approccio formale e di sintesi, mentre la serie Classico (2024), con la testa marmorea, suggerisce una continuità con la figurazione classica e una dimensione senza tempo.
Accanto alle nature morte, i paesaggi sono altrettanto significativi nella produzione di Rampinelli. Per lui, il paesaggio è una visione interiore, un sogno, una poesia che attinge alla tradizione romantica, trovando il suo alter ego nel filosofo americano Henry David Thoreau, la cui riflessione sulla natura, pur romantica, conserva una straordinaria attualità, sospesa nel tempo, dove l’uomo è solo sottinteso, osservatore silenzioso.
Di fronte alle nature morte e ai paesaggi di Roberto Rampinelli, si percepisce che la leggibilità della sua opera risiede in una pittura d’emozione, non di soggetto, e che la dimensione straniante di solitudine nella quale l’artista si muove liberamente rappresenta lo spazio privilegiato della sua pittura e della sua poesia.
La ricerca di Roberto Rampinelli, tanto semantica quanto tecnica, è fortemente identitaria. Egli cerca di coinvolgere lo spettatore in un percorso riflessivo e creativo non convenzionale, cercando di suscitare stupore e, al contempo, disagio. Come scrive Patrizia Foglia nel suo testo in catalogo dal titolo L’ermeneutica della visione, le opere proposte da Rampinelli rispondono a un principio preciso: “Dare senso alle cose è dare senso alla nostra vita, non permettere che tutto passi in un istante fugace, ma consentire a esse di vivere a lungo, di partecipare della nostra contemporaneità. Non siamo abituati a ‘guardare’, non siamo abituati a fermarci incantati davanti alla natura e alla vita. Liberare gli oggetti, ma anche gli esseri umani, dal loro mero significato strumentale è un’operazione impegnativa. Ci viene allora in aiuto l’arte, ci soccorrono le opere di Rampinelli e la sua capacità ermeneutica di farci comprendere cosa si cela oltre le cose, al di là dell’orizzonte, oltre lo sguardo, dentro la visione”.
Finalmente un’ampia, documentata mostra incentrata su un artista, Giacomo Francesco Cipper (Feldkirch, 1664 – Milano, 1736) comunemente noto come il Todeschini (ma firmava i suoi quadri semplicemente come “Tedesco”) le cui opere sono patrimonio dei maggiori musei europei e delle più importanti collezioni d’arte antica, ma sul quale si continuano ad avere più interpretazioni – talvolta suggestive – che reali certezze. Con il titolo “Il teatro del quotidiano”, la mostra sarà al Castello del Buonconsiglio, a Trento, dal 12 aprile al 14 settembre, a cura di Maria Silvia Proni e Denis Ton. Riunisce opere provenienti da una grande raccolta privata milanese e da diversi musei italiani e stranieri e altri collezionisti.
“Non è una monografica pura – sottolineano i curatori – ma propone, accanto ad un vasto corpus di opere del maestro, attivo per lo più a Milano nei primi decenni del Settecento, diverse tele di artisti del contesto, in particolar modo lombardo, che hanno influenzato Cipper o da questi ne hanno tratto ispirazione: Antonio Cifrondi, Felice Boselli, Monsù Bernardo, il Maestro della Tela Jeans, Giacomo Ceruti. Con primizie assolute, come un inedito “Ritratto di pellegrino” di Ceruti e una versione poco nota della “Filatrice” di Pietro Bellotti. Accanto ai dipinti vengono esposti talvolta oggetti che aiutano a capire la concretezza e il legame del pittore con la cronaca e la materia: strumenti musicali, bussolotti da elemosina…”.
Di certo Giacomo Francesco Cipper o, alla tedesca, Zipper, fu un artista vulcanico. Dipingeva, con anticonformismo e libertà di tratto, scene di vita quotidiana, di cronaca vera. Popolani al mercato, contadini, ambulanti, vagabondi, mendicanti, zuffe o lezioni di musica, arti e mestieri, giocatori di carte e morra. Tutti protagonisti su un palcoscenico, quello della vita, dove ad essere rappresentata non è la desolazione ma la vitalità e il divertimento. C’è indubbiamente una vitalità quasi provocante nelle sue raffigurazioni che manca in altri: una tavolozza vivace, una spregiudicatezza nei soggetti e una simpatia nei confronti di alcuni personaggi, in particolar modo dell’infanzia. In queste sue “istantanee” Cipper riesce a cogliere ovunque un movimento e un sorriso, vita non tristezza. In ciò distinguendosi dagli altri pittori di “Pitocchi” e dallo stesso grande Giacomo Ceruti, che pur conosceva vivendo entrambi nello stesso quartiere di Milano. “Le scene di vita quotidiana e le nature morte di Cipper incontrano il gusto della committenza italiana ma non solo. Entrano così a far parte delle raccolte di molte grandi famiglie e casate, in area lombarda e italiana innanzitutto. Nonostante le scene umili, spesso i suoi committenti e collezionisti erano di rango elevato: attraverso le ricerche condotte per la mostra abbiamo scoperto che i suoi dipinti erano nelle gallerie della famiglia Colloredo (Governatore di Milano) e dei Clerici a Milano, di Pietro Mellarede a Torino, e nel Settecento quattro suoi quadri erano già nelle collezioni reali inglesi”, sottolineano i curatori. Una “Lezione di musica”, già nel Settecento nella residenza inglese di Richard Temple a Stowe sarà presente in mostra. Le sue invenzioni sono apprezzate anche in Austria e Germania, Cecoslovacchia, Polonia e persino in Russia. Sono dipinti che colpiscono per il loro realismo, per la capacità di racconto, quasi ad anticipare il moderno fotogiornalismo, ma anche per l’ironia, la benevolenza, la positività dello sguardo con cui l’artista coglie le situazioni. Cipper racconta la miseria ma non indulge sull’abbrutimento. Il successo porta l’artista a “riscrivere” i suoi dipinti e stimola altri artisti, meno fantasiosi e dotati, ad ispirarsi ad essi o copiarli. Per questo ancora oggi il mercato è invaso da opere attribuite al maestro, inquinandone la grandezza e la figura che questa importante mostra intende mettere correttamente a fuoco.
Dopo il clamore suscitato in tutto il mondo con “Io Sono” e “Davanti a te”, le prime due sculture immateriali vendute all’asta nel 2021 rispettivamente a 15mila e 28mila euro, Salvatore Garau torna a Milano dall’8 aprile all’11 maggio (dal lunedì alla domenica dalle 10.00 alle 19.00) allo Spazio Roseto di Corso Garibaldi 95 con la mostra “CORPO non CORPO”, curata da Milo Goj con testo critico in catalogo di Lóránd Hegyi.
Organizzata da Art Relation e promossa da Roseto e Jarvés in occasione della Milano Design Week 2025, a sottolineare una volta di più il legame fra impresa, arte e tessuto cittadino, l’esposizione presenta quindici tele di grande formato e due video, uno dei quali inedito, che raccontano nell’unione fra il corpo della pittura e il non corpo dell’immateriale l’interesse che l’artista ha sempre avuto per la materia e, allo stesso tempo, per lo spirito.
“Questo itinerario artistico” – precisa Rocco Roggia Amministratore Delegato di Roseto Srl – “si configura come una nuova opportunità di stimolare la creatività e arricchire l’anima collettiva. Passione e dedizione sono i principi alla base della nostra attività quotidiana e allo stesso tempo punti cardinali che orientano il nostro impegno nel mondo dell’arte”.
Una narrazione sulla presenza e l’assenza, sul visibile e sull’indefinito, tema già anticipato da Garau nella sua prima personale da Cannaviello nel 1984, con grandi tele nere allestite su pareti nere.
“Da una parte, dunque, una pura forma astratta, atemporale, trasparente” – come sottolinea nel suo testo in catalogo Lóránd Hegyi – “dall’altra una materialità sensuale, tangibile, imperscrutabile, soggetta a un permanente e intenso processo di trasformazione.”
Oggi, a oltre quarant’anni di distanza, quella stessa riflessione torna in una nuova forma poetica e plastica dove la separazione fra ciò che è fisico e ciò che è mentale si dissolve, suggerendo la realtà come una coesistenza dinamica fra materia e immateriale.
In un’epoca in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale dominano ogni aspetto della nostra vita, Garau ritiene che sia più che mai necessario riconoscere le peculiarità invisibili che ci rendono unici, speciali, e che neanche l’IA potrà mai replicare.
Un esempio significativo di questo contrasto è il videoAutoritrattodel 2022, presentato per la prima volta in questa mostra. Un ossimoro per eccellenza, un’opera immateriale che si rivela iperrealista, dove non è più l’artista a imitare il modello, ma è il modello a imitare l’artista. Un pensiero che, con estrema semplicità, coglie il senso profondo dell’esistenza.
Le quindici opere su tela e su teloni PVC riciclati provenienti dalle pubblicità dismesse, dominate soprattutto dal verde e dal viola sacrale, rappresentano invece la parte tangibile della mostra. Titoli come Università Immateriale di estrema Sapienza invitano a riprendere possesso della nostra immaginazione, senza la quale, sempre più, l’uomo si allinea al pensiero comune perdendo la propria indipendenza e umanità.
Con “CORPO non CORPO” Salvatore Garau espande il concetto di realtà, facendo sì che l’immateriale acquisisca una rilevanza pari a quella della materia stessa, un concetto che ci spinge a riflettere su come percepiamo il mondo e sulle infinite possibilità che si celano dietro l’apparire.
Salvatore Garau, nato a Santa Giusta (Oristano) nel 1953, si è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Firenze nel 1974. Dal 1976 al 1983 entra a far parte del gruppo di rock d’avanguardia degli Stormy Six. La prima personale è del 1984 nello Studio Cannaviello di Milano, seguiranno personali a Lugano, Losanna, Barcellona, San Francisco, Washington, Strasburgo, Londra. Due le presenze di Garau alla Biennale d’Arte di Venezia, nel 2003 e 2011. Negli ultimi anni ha esposto nei musei di Saint-Étienne, Cordoba, Brasilia, San Paolo, Montevideo. Nel 2017 ha scritto e diretto “La tela” docufilm girato in un carcere di Massima Sicurezza in Sardegna con la fotografia di Fabio Olmi. Nel 2019 ha girato un docu-thriller prendendo spunto dalle ultime opere “Futuri affreschi italiani” (Pale d’Altare per altri pianeti). I due film sono invitati e premiati in decine di festival in tutto il mondo. Nel 2021 la vendita all’asta delle opere immateriali “io sono” e cinque mesi dopo “Davanti a te” hanno creato accesi dibattiti in tutto il mondo.
Maja Arte Contemporanea presenta, fino al prossimo 29 marzo, la personale dell’artista brasiliana Luciana Pretta, alla sua prima collaborazione con la galleria. L’esposizione è la seconda di un ciclo di tre mostre — Quando filo, colore, parola s’intrecciano — a cura di Giovanna Dalla Chiesa, che mette a confronto il lavoro di tre artiste: Alice Schivardi, Luciana Pretta e Luisa Lanarca. Come osserva Giovanna Dalla Chiesa: “Luciana Pretta è nata pittrice. La pittura è il linguaggio silenzioso in cui la sua sensibilità ha preso naturalmente forma, curvando maternamente intorno agli ostacoli, trovando rifugio nella ricchezza delle emozioni e del sogno. La sua pittura non presenta alcuna distinzione tra linea e colore, tra il disegno (raziocinio) e il colore (sentimento). Il Brasile da cui proviene – benché le sue origini siano italiane – con l’enorme estensione, i suoi colori, l’ignoranza di passioni e conflitti come quelli che nutrono la tragedia greca, l’assenza di ogni regola prospettica, è il regno delle relazioni spontanee, di una cultura che non privilegia la rappresentazione, ma il canto, la musica e la danza; di rituali e di comportamenti che nascono in continuità e in simbiosi con il corpo della natura (e dell’essere umano) e che ne onorano aspetti e sostanza. L’Europa ha messo più di un secolo per liberarsi dalla scissione che ha afflitto così a lungo la sua cultura e per abbattere un ego cartesiano pronto a erigere barriere a ogni occasione.
Negli ultimi anni, il lavoro di Luciana Pretta è passato dai piccoli e medi formati abituali su tela, da un ingegnoso riuso di carta, cartone e oggetti minuti, alle grandi dimensioni che esaltano la qualità di una pittura paesaggio – paesaggio che è sempre protagonista nelle sue opere -, che si fa corpo, fiume, montagna per accogliere il visitatore nelle sinuosità della sua tettonica, pronta a farlo sentire a suo agio, come ci si sente sotto la volta del cielo, la chioma di un albero, la cavità di una roccia. La memoria dei panorami anfrattuosi del suo paese è sempre più presente, oggi, in una forma di trasformazione attiva, che ama servirsi di materiali organici e naturali, come pigmenti derivati da minerali e piante, oli essenziali e cotone grezzo. Una scelta che non ha a che fare solo con l’estetica, ma con l’etica del rispetto della sostenibilità ecologica, della responsabilità ambientale, dell’attenzione che si deve a tutta la creazione di cui l’uomo è solo un’infima parte.” In mostra una selezione di lavori recenti: tre monumentali dipinti verticali (h. 5 m) si susseguono lungo un’intera parete, dispiegandosi come arazzi sospesi. Disposti l’uno accanto all’altro, evocano l’idea di un trittico fluido, in cui il colore e la materia scorrono in continuità, come un’unica grande tessitura pittorica. A fare da contrappunto, un gruppo di dipinti di piccolo formato e una installazione che include alcune sue opere scultoree.
M.A.C. (anche per l’immagine del quadro di Luciana Pretta “O sol manhã de flor e sal”, 2025, acrilico e pigmenti naturali, 40 x 30 cm)
Il paravento, che LeCorbusier definiva un separatore mobile di spazi interni di una unità abitativa, diviene protagonista assoluto nella mostra itinerante “Schermi d’Arte- Il paravento da oggetto a favola”, che trasforma il paravento da oggetto di utilità quotidiana a luogo di pensiero attraverso l’opera di 23 artisti tra scultori, pittori, poeti e designer, appartenenti a generazioni diverse e differenti fra di loro per pensiero e formazione artistico-culturale.
L’esposizione, ideata e progettata da Gabriella Brembati, direttrice di Spazio Arte Scoglio di Quarto, con la curatela del critico e storico dell’arte Alberto Barranco di Valdivieso, dopo essere stata presentata a Villa Borri Manzoli di Corbetta e da Colleoni Proposte d’Arte di Bergamo, arriva alla Galleria Virgilio Guidi di Cascina Roma, Piazza delle Arti, a San Donato Milanese dove è stata inaugurata oggi pomeriggio, e rimarrà aperta fino al 16 marzo 2025.
Tradizionalmente utilizzato per separare ambienti o proteggere dalla vista, Il paravento ha acquisito nel tempo una grande rilevanza come oggetto d’arte, grazie alla sua doppia anima funzionale ed estetica.
Spesso realizzato con materiali pregiati come legno, seta e carta, il paravento si distingue per la sua capacità di trasformarsi in una tela su cui vengono dipinti paesaggi, fiori o motivi geometrici, scene di vita quotidiana o allegorie, e la sua forma, che può essere ripiegata o allungata, lo rende anche un’opera d’arte dinamica, capace di dialogare con lo spazio in modi diversi.
Tuttavia, l’obiettivo della mostra non è quello di presentare il paravento come un semplice oggetto utile, né come un banale supporto per l’arte. Si è voluto invece mettere in risalto il paravento come uno “schermo”, che attraverso l’interazione con il pensare artistico si trasforma, diventando uno stimolo per riflessioni e percezioni poetiche.
“Schermare” non significa soltanto bloccare, separare o proteggere, ma implica anche un filtrare che racchiude in sé l’idea di trasformazione, che tuttavia non nega la funzione primaria del paravento: un diaframma che divide e organizza lo spazio.
Le 23 opere esposte, una per ogni artista, non sempre rispettano la forma canonica del paravento ed esplorano il concetto di schermo in senso poetico e interpretativo, trasformando l’oggetto funzionale in materia psichica, ossia in uno spazio di pensiero e libera espressione, svincolato da qualsiasi utilità pratica.
Come osserva Alberto Barranco di Valdivieso nel suo testo in catalogo: “Questi diaframmi si servono dell’arte per intervenire in modo lirico oltre lo spazio che li accoglie, diventando il pretesto per un viaggio poetico attraverso lo schermo verso altri luoghi della coscienza.”
Gli artisti chiamati ad esporre sono stati totalmente liberi in fase creativa di rispettare la forma tradizionale del paravento, oppure di reinterpretata radicalmente.
Per facilitare la comprensione delle opere, gli artisti sono stati suddivisi in tre gruppi distinti, e naturalmente anche l’allestimento ha seguito questa visione:
Schermo Plastico. Un gruppo di scultori ha interpretato il tema del paravento attraverso la tridimensionalità e la forza espressiva della materia. Lo schermo, in questo caso, interagisce con la luce e la materia, raccontando una storia attraverso la sua fisicità.
Schermo Lirico. Gli artisti di questo gruppo, esperti nell’uso di diverse tecniche come pittura, scultura, assemblage e installazioni, vedono nell’arte un mezzo per indagare i valori umani e la relazione tra uomo e natura. Attraverso l’uso di parole, segni e geometrie, trasformano l’oggetto in una macchina linguistica, riflettendo sull’esistenza umana in relazione al mondo.
Schermo Planare. In questo gruppo, gli artisti lavorano sulla bidimensionalità, esplorando il segno estetico attraverso tecniche come collage, pattern planari e pittura su tela o carta. Pur mantenendo una fedeltà alla bidimensionalità, in alcuni casi introducono elementi materici come bassorilievi.
Artisti: Davide Bolzonella, Francesco Cucci, Stefania Dalla Torre, Clarissa Despota, Pino Lia, Mintoy (Puledda Piras).
Il catalogo della mostra pubblica il testo critico del curatore Alberto Barranco di Valdivieso con un testo della storica dell’arte Marilisa Di Giovanni dal titolo “Le molte vite del paravento”, che offre un’analisi del tema del paravento attraverso coordinate storiografiche e antropologiche, arricchendo ulteriormente la riflessione proposta dal progetto espositivo.
Orari di apertura al pubblico: da lunedì a venerdì 09.00-18.30; sabato 09.00-12.30 / 14.30-18.30; domenica 10.00-12.30 / 15.00-19.00.
Termina sabato 8 febbraio da Colleoni Proposte d’Arte (Via Baioni 19) di Bergamo il secondo “atto” della mostra “Schermi d’Arte – Il paravento da oggetto a favola”, realizzata in occasione dei primi 70 anni di “Colleoni Roberto & C. Tappezzieri”, azienda fondata nel 1954, nello stesso anno in cui l’architetto e designer Gio Ponti ideava il Premio internazionale “Compasso d’Oro”.
Ideata e progettata da Gabriella Brembati, direttrice di Spazio Arte Scoglio di Quarto, con la curatela del critico e storico dell’arte Alberto Barranco di Valdivieso, a Bergamo la mostra si apre con un paravento site-specific dal titolo “Omaggio a Gio Ponti”, che dialoga con le opere di altri 23 artisti tra scultori, pittori, poeti e designer, appartenenti a generazioni diverse e differenti fra di loro per formazione artistico-culturale, che hanno trasformato il paravento da oggetto di utilità quotidiana a luogo di pensiero.
Leggero, autoportante, pieghevole, spesso realizzato con materiali pregiati come legno, seta e carta, il paravento si distingue per la sua capacità di trasformarsi in una tela su cui vengono dipinti paesaggi, fiori o motivi geometrici, scene di vita quotidiana o allegorie, e la sua forma, che può essere ripiegata o allungata, lo rende anche un’opera d’arte dinamica, capace di dialogare con lo spazio in modi diversi.
Tuttavia, l’obiettivo della mostra non è quello di presentare il paravento come un semplice oggetto utile, né come un banale supporto per l’arte. Si è voluto invece mettere in risalto il paravento come uno “schermo”, che attraverso l’interazione con il pensare artistico si trasforma, diventando uno stimolo per riflessioni poetiche.
Per facilitare la comprensione delle opere esposte, gli artisti chiamati ad esporre sono stati suddivisi in tre gruppi distinti.
Il catalogo della mostra pubblica il testo critico del curatore Alberto Barranco di Valdivieso con un testo della storica dell’arte Marilisa Di Giovanni dal titolo “Le molte vite del paravento”, che offre un’analisi del tema del paravento attraverso coordinate storiografiche e antropologiche, arricchendo ulteriormente la riflessione proposta dal progetto espositivo.
Colleoni Proposte d’Arte / Per saperne di più…
La Galleria Colleoni Roberto & C., nata dalla passione per l’arte e per il bello di Roberto Colleoni e della sua Famiglia, si sviluppa in un articolato e vasto ambiente, con le pareti bianche che non interferiscono con quanto esposto.
L’illuminazione deriva anche dalla luce naturale che si irradia nello spazio interno attraverso ampie finestre.
Così l’arte, come strumento di crescita e di stimolo culturale, si coniuga con l’attività di produzione artigianale aggiungendo valore.
Arte e Casa sono due anime che convivono nello stesso ambiente favorendo livelli d’eccellenza.
Alfonso Cortesi. Storia di un corniciaio non è solo un’esposizione di opere d’arte, ma il racconto della vita di un uomo, che nel primo dopoguerra decide di scommettere sul fervore della scena artistica italiana e su un mestiere oggi quasi scomparso, quello del corniciaio. Un uomo a modo suo visionario, che rivoluziona il concetto stesso di cornice, che da mero elemento decorativo si trasforma in punto di equilibrio formale, capace di influenzare la percezione dell’opera d’arte e di espanderne la stessa narrazione visiva.
Alfonso Cortesi. Storia di un corniciaio, in programma allo Spazio Heart di Vimercate (Via Manin 2; da giovedì a domenica 16-19) fino al 16 marzo, curata a quattro mani da Simona Bartolena e Armando Fettolini, offre la possibilità di immergersi nell’universo di un personaggio che, elevando il mestiere del corniciaio a vera e propria arte, ha segnato la scena artistica milanese e italiana del XX secolo in Italia.
Sottolinea Simona Bartolena: “Le opere esposte sono splendide, senza dubbio: tra esse spiccano capolavori di artisti assai noti della scena milanese degli anni Sessanta e Settanta. Ma non sono loro le protagoniste. Protagonista è Alfonso Cortesi. La sua storia, le sue amicizie, il suo ruolo di collezionista, mentore, mecenate, oltre che di corniciaio. Per questo nella selezione delle opere da esporre non ha prevalso la notorietà dell’autore, ma la loro importanza nella vita di Cortesi. Opere firmate da nomi fondamentali per la scena artistica del tempo, si mescolano a lavori realizzati da artisti poco conosciuti o addirittura occasionali. Una scelta eterogenea che riflette a pieno la poliedricità degli oggetti e dei dipinti della collezione di questo visionario corniciaio con il vizio della bellezza e dall’intuito invidiabile.”
Oltre alle 40 opere di 23 artisti differentiesposte allo Spazio Heart di Vimercate, ognuna delle quali è un omaggio all’eccellenza dell’eccellenza artigiana di Alfonso Cortesi, l’esposizionecelebra e mette in evidenza, attraverso documenti inediti, fotografie, cartoline, lettere, disegni, inviti e oggetti cortesemente concessi dalla famiglia Cortesi, le intuizioni e gli stretti legami di Alfonso Cortesi con la maggior parte degli artisti che si rivolgevano a lui, e la sua straordinaria capacità di creare un legame profondo con ogni opera.
Presenti in mostra anche alcuni lavori realizzati da artisti che hanno avuto un legame speciale con Cortesi, di profonda stima e fiducia reciproca, come Enrico Castellani, Arturo Vermi, Antonio Scaccabarozzi, Agostino Bonalumi, Agostino Ferrari, Ugo La Pietra, Lucio Fontana, Emilio Chiusa, Antonio Calderara, e che oggi ci raccontano la sua visione dell’arte e la sua sensibilità, che non conosce confini, pregiudizi, codici o tendenze.
Ma chi era Alfonso Cortesi?
Nato nel 1918 a Castello d’Argile, un piccolo borgo nei pressi di Bologna, alla fine degli anni Venti si trasferisce con la famiglia a Milano. Alfonso, ancora giovanissimo, trova impiego come garzone da Egisto Marconi, fra i principali innovatori dell’arte corniciaia europea, che lavorò con tutti i grandi artisti del tempo, da Sironi a Morandi, e padre di Giorgio Marconi, uno dei maggiori galleristi italiani.
A interrompere la sua crescita professionale sopraggiunge la guerra. Cortesi parte per la Campagna di Russia, un’esperienza terribile, che lo segnerà profondamente.
Finita la guerra e tornato a Milano, nel 1946 sposa Mariuccia Colnaghi, conosciuta a Caidate dopo aver deciso di non aderire alla Repubblica Sociale Italiana e che resterà per sempre al suo fianco, diventando una preziosissima alleata, consigliera e aiutante, oltre che compagna e madre di Venusta, la loro unica figlia.
Nel 1947 aprono un primo laboratorio di cornici a San Siro, e solo tre anni dopo, nel 1950, si spostano in un atelier più grande a Monza con due aiutanti,
L’Italia del secondo dopoguerra è un paese ancora con molte macerie che cerca di riprendersi poco alla volta, e l’idea di aprire un’attività che punta su un bene effimero come le cornici è a dir poco coraggiosa. Ma Mariuccia e Alfonso non si lasciano spaventare, e il tempo darà loro ragione.
Un tratto distintivo del lavoro di Cortesi è la sua incessante ricerca di innovazione, pur restando fedele alla tradizione artigianale che caratterizza il suo mestiere. La sua capacità di adattarsi alle esigenze degli artisti, collezionisti e galleristi gli ha permesso di diventare un corniciaio di fama, capace di realizzare cornici per ogni tipo di opera, dai dipinti classici alle più moderne installazioni artistiche.
Tuttavia, Alfonso Cortesi non era solo un eccellente artigiano attento ai dettagli, capace di lavorare fianco a fianco con gli artisti e, attraverso le sue cornici, valorizzarne ogni singola opera. Cortesi era anche una persona con un intuito straordinario e un’acutezza rara, aperto a tutte le forme d’arte, capace di scoprire nuovi talenti e contribuire attivamente alla loro crescita, talvolta acquistandone le opere o sostenendo economicamente i loro progetti.
La casa e il laboratorio dei Cortesi diventano ben presto punti di riferimento per moltissimi artisti, con diversi dei quali Alfonso stringe sincere amicizie, destinate a durare per tutta la vita. Insieme alla moglie frequentano mostre, inaugurazioni, eventi, respirando a pieno quel clima di rinascita dell’arte proprio del periodo del “miracolo economico” italiano. Milano, tra gli anni 50 e 60, è una delle capitali dell’arte europea, città energica, proiettata verso il progresso, cuore pulsante di quella rinascita culturale, economica e sociale che sembrava non dovesse aver fine, nonché vivacissimo centro di libera sperimentazione artistica a livello internazionale. Quello stesso clima di grande vitalità e rinnovamento coinvolgeva anche l’area monzese e la Brianza, ricche di piccole gallerie, spazi espositivi e moltissime iniziative culturali.
Personaggio trasversale, Cortesi entra nei meccanismi del mondo dell’arte, ma sempre a modo suo. L’essere collezionista non ha nessun fine speculativo, ma si basa solo su un gusto estetico personale, che lo spinge ad acquistare opere di artisti famosi così come di credere in giovanissimi talenti.
Questo movimento irregolare, che lo portò ad avere nella sua collezione opere di artisti poco conosciuti accanto a uno famoso, è stato seguito anche in fase di allestimento da parte di Simona Bartolena e Armando Fettolini. Nella selezione delle opere, infatti, i due curatori non hanno privilegiato solo i nomi celebri (pur presenti nella collezione e in mostra), ma hanno dato spazio anche ad artisti meno noti che Cortesi frequentava e apprezzava e alle sue varie e disparate passioni, come quella per gli Ex voto dell’800 o quella per la scoperta di talenti irregolari e occasionali.
Alfonso Cortesi. Storia di un corniciaio non è solo una mostra di cornici, ma un omaggio a un uomo che ha saputo coniugare l’arte artigianale della corniceria, interpretata in maniacale nei dettagli e nella scelta dei migliori materiali, con una grande sensibilità estetica e una passione smisurata per l’arte in un modo che ancora oggi appare straordinariamente moderno e attuale.
La sua figura, non solo di artigiano ma anche di collezionista, mentore e mecenate, è inoltre il fulcro di un percorso che, partendo dal suo laboratorio-atelier di Monza, ci porta a scoprire l’evoluzione e la fioritura della scena artistica italiana del secondo dopoguerra, gli anni delle post-avanguardie, delle sperimentazioni, delle libertà espressive, dove ancora arte e società si specchiavano l’una nell’altra.
Il Museo Civico Umberto Mastroianni di Marino -RM- (Largo Jacopa de’ Settesoli) presenta dal 18 gennaio al 2 febbraio 2025 la mostra dell’artista Domenico Asmone dal titolo I colori dell’Urbe, curata da Gianni Garrera, organizzata da Colonna Arte Contemporanea con il patrocinio del Museo della Permanente di Milano.
Da sempre eclettico nello stile e nel linguaggio, nato a Bologna nel 1963 ma trasferitosi sin da bambino a Pistoia dove tutt’oggi vive e lavora, da diversi anni Domenico Asmone si dedica alla rappresentazione cromatica dei luoghi e delle città italiane attraverso una pittura intensa, istintuale e riflessiva allo stesso tempo, dove il colore diventa il linguaggio principale per interpretare e trasformare la realtà.
La nuova mostra, dedicata alla “città eterna” spinge lo sguardo ad andare oltre l’apparenza del paesaggio urbano, a cogliere l’anima della città attraverso la sua interpretazione cromatica, medium con il quale l’artista si relaziona con il mondo esterno.
Convinto che la pittura sia uno specchio che riflette ogni volta il mondo, Asmone esplora il caleidoscopio dei riflessi urbani, compiendo un’astrazione che, pur mantenendo un legame con la realtà, trascende l’ordinario: ogni opera è una sintesi di colori, di forme e di segni che vivono di vita propria, conferendo al dipinto una realtà che va oltre il semplice visibile, rendendo ogni quadro un’esperienza unica e irripetibile.
Nella mostra I colori dell’Urbe, Roma viene osservata e reinterpretata attraverso gli occhi dell’artista, che fonde visioni perdute nel tempo e attuali prospettive virtuali, con un uso di gradienti cromatici che accentuano l’emotività del suo sguardo. I colori eterni e inconfutabili della storia romana sono esplorati in una visione ossimorica, nei toni di gradazioni spontanee che traducono un’intensa lettura emozionale.
Il paesaggio notturno su Trinità dei Monti si esprime attraverso il contrasto irrazionale tra il profondo Blu di Prussia del cielo e il giallo di cadmio, arricchito da tocchi di arancio e ocra che illuminano il paesaggio monumentale, spingendo oltre la luce e il sentimento convenzionali. La vista panoramica notturna sulla Basilica di San Pietro è caratterizzata da sfumature di verde cinabro, accompagnate da rossi carminio e rosa antico, su uno sfondo di violetto cobalto che dissolvono i contorni, facendo prevalere il sogno notturno. Il Colosseo, rappresentato in verde e rosa, esplode in un contrasto vibrante di luci e ombre, evocando la storia e il sudore di un passato immersivo, mentre sullo sfondo della Roma moderna si staglia una macchia indistinta, simbolo della spersonalizzazione del presente.
Il lavoro di Domenico Asmone non prescinde mai dalla realtà: ogni paesaggio, ogni monumento, ogni scorcio cittadino è sempre filtrato attraverso il suo sguardo, che ne esprime l’essenza cromatica e l’emotività più profonda. Le sue vedute non sono mai semplici riproduzioni, ma interpretazioni che vivono attraverso una sovrabbondanza estetica e una continua tensione tra la bellezza e l’autonomia del colore.
La pittura di Asmone invita l’osservatore ad addentrarsi nei dettagli della sua pittura, nei fitti diagrammi di colore che danno vita alla visione. I suoi dipinti sono caratterizzati da una struttura cromatica precisa, dove i segni, i punti e le macchie di colore si intersecano senza mai dissolversi completamente, creando una tessitura che sfida la rappresentazione tradizionale. I colori, pur nella loro intensità, non si mescolano mai totalmente, ma restano distinti, dando vita a una superficie ricca e vibrante.
Per lui i colori non sono una mera imitazione della realtà, ma verità indipendenti, espressioni della propria purezza, e il suo lavoro non è solo una rappresentazione del mondo, ma una riflessione profonda su come il colore può trasfigurare la realtà e rivelarne l’essenza nascosta.
La mostra fa il punto sulle indagini archeologiche in corso a Dos dell’Arca, piccola collina sul versante orientale della Valle Camonica, che – insieme agli altri tre dossi vicini (Piè, Fondo Squaratti e Quarto Dosso) – presenta rilevanti tracce di frequentazione umana dal Neolitico all’età del Ferro ed è tra i contesti più interessanti per la ricerca archeologica e per l’arte rupestre del territorio camuno.
L’esposizione, frutto della collaborazione tra la Direzione regionale Musei nazionali Lombardia, la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia e l’Università degli Studi di Pavia, è un viaggio alla scoperta di relazioni e contatti dentro e fuori la Valle Camonica e ruota attorno al binomio archeologia e arte rupestre. E non poteva essere diversamente in un territorio famoso in tutto il mondo per le sue incisioni, divenute patrimonio mondiale dell’UNESCO nel 1979.
Segnalato per la prima volta nel 1957 da Gualtiero Laeng, naturalista che ha legato il suo nome alla scoperta dell’arte rupestre camuna nel 1909, Dos dell’Arca fu oggetto di ulteriori indagini archeologiche nel 1962, con la campagna di scavi guidata da Emmanuel Anati. I reperti emersi nel corso degli scavi, datati tra l’età del Bronzo e l’età del Ferro (II-I millennio a.C.), fanno parte dal 2014 dell’esposizione permanente del MUPRE.
Tra il 2016 e il 2023, a distanza di oltre 60 anni, sono state condotte nuove ricerche in concessione ministeriale dirette dall’Università degli Studi di Pavia con il “Progetto Quattro Dossi”, che gettano nuova luce sulla vita di questo dosso e degli altri tre con cui era in relazione: Pié, Fondo Squaratti e il Quarto Dosso.
I principali risultati di queste ricerche, esposti qui per la prima volta, raccontano, insieme alle incisioni rupestri, le articolate e complesse vicende di Dos dell’Arca dal Neolitico fino alla romanizzazione, lungo 4000 anni di storia.
MUPRE – Museo Nazionale della Preistoria della Valle Camonica, Via S. Martino, 7 – 25044 Capo di Ponte (BS), Tel. +39 0364 42403. La mostra resterà aperta fino all’8 giugno prossimo.
Orari: martedì – venerdì 10.00-16.00; sabato e domenica 10.00-13.00 e 14.00-18.00. Lunedì chiuso. Biglietto intero: 5 €; Ridotto: 2 € (18 – 25 anni); Gratuito minori di 18 anni.