Silice e Fuoco. L’arte del vetro a Villa Carlotta

È l’incontro di più personalità creative e artistiche quello a cui il pubblico di Villa Carlotta, tra i più rinomati musei e giardini botanici d’Italia, sul Lago di Como, potrà assistere fino al 2 agosto in occasione della mostra “Microcosmo di vetro”. Un percorso espositivo che è un inno alla natura della villa con opere del maestro Mauro Puccitelli e i gioelli di Silvia Rutolo.

Baco_SilviaRutoloE se Patrick Süskind  ammoniva nel suo capolavoro Il Profumo, che  “colui che domina gli odori, domina il cuore degli uomini”, è l’attenta regia della fragrance designer genovese Caterina Roncati ad affiancare alle opere in mostra, proprio il fascino dell’olfatto.

Fiori, frutti, foglie e mondo animale: piccoli capolavori di vetro che creano un suggestivo giardino di cristallo con un unico comune denominatore: la lavorazione a lume del vetro. L’antica tecnica che permette di modellare il materiale dopo averlo fuso con una fiamma è scelta da Puccitelli e Rutolo come mezzo privilegiato per le loro creazioni. E il formato è mignon.

Coleotteri, salamandre, farfalle, libellule persino ragni. Sono questi mondi infinitamente piccoli, gli elementi cardine di ogni creazione di Puccitelli, fil rouge di una poetica dalle radici antiche: la sua infanzia, il suo paese di origine nell’entroterra marchigiano e le colline circostanti.

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Grande osservatore e amante del mondo naturale, Puccitelli è capace di cogliere nei suoi capolavori l‘anima stessa del mondo vegetale e animale, unendo rigore scientifico e forza inventiva. E se all’inizio della sua carriera il mezzo espressivo privilegiato è la pittura, è con il vetro che l’artista trova la sua perfetta dimensione (creativa e non) riuscendo a dare spazialità, cromatismo e trasparenza alla sua immaginazione.

Una passione, quella per il vetro, ereditata dai suoi maestri Pino Signoretto e Vittorio Costantini. Una dedizione totale, fatta di grande perizia tecnica, che insieme alla potenza espressiva, hanno determinato il suo successo. La sua fiamma, infatti, gli permette di lavorare oggetti piccolissimi per la cui rappresentazione scientifica è stato necessario negli anni un lungo lavoro. Mesi di studi, quotidiane ed innumerevoli prove (anche cinquanta al giorno) che gli hanno permesso, oggi, di raggiungere la perfezione.

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I suoi animali mignon, sono in mostra a Villa Carlotta, diventano veri e propri pezzi unici, microcosmi di vetro che raccontano il mondo della natura.

La cifra stilistica del “molto piccolo”, è la stessa che si ritrova nei lavori di Silvia Rutolo. Pezzi unici, plasmati dal fuoco di una fiamma che arriva fino a 900 gradi e che portano nel loro DNA creatività e artigianalità.

Sono Le Ginevrine, la sua nuova linea di monili: cammei dai colori pastello ottenuti con la tecnica freeze and fuse, base su stampo siliconico, impasto di polvere di vetro, acqua e colore, e “micro universi naturali” dalle origini antiche che prendono forma su una superficie ridotta.

Già diffusi in età ellenistica, i cammei hanno infatti conosciuto grande vitalità nell’epoca della Roma Imperiale e del Rinascimento fino a raggiungere estremo successo nell’Inghilterra di Elisabetta I e Vittoria. Hanno poi riscoperto una popolarità tutta contemporanea grazie ai grandi nomi della moda – Dolce&Gabbana, Miu Miu e Lanvin  primi fra tutti – che li hanno rivisitati donando nuova allure e fama.

E se un tempo questi gioelli racchiudevano nella loro esigua superficie la rappresentazione di usanze o personaggi, con Silvia Rutolo prendono spazio e forma fiori e farfalle immaginarie. E il cammeo diventa green.

A completare l’esposizione, la  linea di  ‘gioielli sensoriali’, Baco. Collane e  orecchini che ricordano per fattezze il bozzolo del baco da seta, eleganti “gusci di vetro” che racchiudono tessuto imbevuto di particolari fragranze – tuberosa, fico, vaniglia bianca, mora e  muschio, gelsomino, talco, acqua di panna, violetta, rosa – rilasciate da impercettibili microfori.   Creazioni che seducono trasmettendo un’autentica “joie de vivre” che è il leitmotiv di  “Perlarte”, il brand di gioielli della designer.

Ginevrina3Una costante, quella del profumo, che si ritrova nel percorso sensoriale di Caterina Roncati articolato in tre diverse “tappe”, Note di Testa, di Cuore e di Fondo.

Nella prima “stazione”, accanto ai profumi dell’arancio e del limone convive infatti l’elisir del galbano. Estratto da una pianta originaria dell’Asia, si contraddistingue per l’aroma fresco terroso e legnoso. Il suo utilizzo risale al 1945, quando per la prima volta viene usato nel  noto profumo Vent Vert di Balmain.

E’ lo ylang ylang, il fiore di tutti i fiori,  originario delle filippine, e famoso per essere stato scelto nel 1921 per la produzione dello storico Chanel N°5, che crea l’unicità della seconda stazione accanto alla rosa e al mughetto.

Dona particolarità alla terza e ultima tappa l’accordo fougère, una vera e propria “struttura olfattiva” caratterizzata – tra gli altri – da lavanda, geranio, vetiver e muschio di quercia. Un percorso che è una vera e propria suggestione sensoriale che ricrea all’interno della villa l’intensità olfattiva del parco.

Durante tutto il periodo della mostra, Silvia Rutolo propone al pubblico suggestive dimostrazioni della lavorazione del “vetro a lume”.

Il 21 e il 26 luglio dalle 16.00 alle 17.30, Villa Carlotta organizza laboratori “Crea il tuo gioiello” che daranno la possibilità a grandi e piccini di imparare a creare uno splendido monile.

Per prenotare i laboratori:  segreteria@villacarlotta.it oppure tel. 0344 40405

Antonella Maia

“La vedova allegra” al Teatro Carlo Felice

Sabato 18 luglio 2015 alle ore 20.30 al Teatro Carlo Felice va in scena, con un nuovo allestimento, La vedova allegra, operetta in tre atti di Victor Léon e Leo Stein con musica di Franz Lehár, spettacolo simbolo della bella-epoque e del radioso crepuscolo viennese, rappresentata più volte a Genova, che, dopo l’edizione del 2009, torna con il suo fascino intramontabile nel nuovo allestimento realizzato dal Teatro Carlo Felice.

“Poiché la versione ideata, intatta in partitura e nella trama, si discosta dalla tradizionale – scrive nelle note il regista dello spettacolo, Augusto Fornari – ……Cosa succederebbe se la Vedova fosse la moglie, invece che di un banchiere, di un ex ministro della Capitale che porta in dote i soldi del ministero? Cosa succederebbe se il Conte invece di chiamarsi Danilo si chiamasse Carlo Felice? E il Visconte Cascadà si chiamasse Lascalà? E Saint-Brioche fosse LaFeniche?

Succede che Carlo Felice, Lascalà e La Feniche combattono per ottenere i soldi della vedova del ministro.

E succede che la svolazzante Operetta, genere leggero per sua costituzione, diventa all’improvviso un’opera “Brechtiana”, con una vitalità nuova, sferzante, graffiante, poiché tutto, all’interno, diventa allegoria e metafora di una situazione reale, assai complessa che ci riguarda da vicino. Un Regno d’Arte in difficoltà economiche, le politiche di un Paese (immaginario, certamente) che dimentica l’Arte e la Bellezza. E dentro, la storia, amori che tentano di realizzarsi, allegoria dell’Opera stessa che tenta di farsi malgrado le difficoltà. E in scena loro, i lavoratori del Conte: i tecnici, elettricisti, sarte, macchinisti, attrezzisti, maschere, musicisti, artisti del coro, professori d’orchestra, direttori di scena, che lavorano e spingono affinché Carlo Felice, romantico e inguaribile ottimista, riesca a conquistare l’amore di Anna, sì, ma anche i suoi milioni. La trama si snoda, fedele all’originale con i tradimenti, ricatti, bugie. In un clima dove tutto è grave, fatale, sul punto di esplodere e all’improvviso, la gravità si dissolve in una risata, un bacio, un canto”……

A dirigere l’Orchestra  del Teatro Carlo Felice, il tedesco Felix Krieger, che soltanto nell’ultima recita del 25 luglio, si alternerà con Pablo Assante, Maestro del Coro del Teatro.

L’opera si avvale di due cast prestigiosi che si alterneranno nelle recite: Donata D’Annunzio Lombardi, che debutterà nel ruolo, Patrizia Orciani e Sandra Pacetti (Anna Glavari), Alessandro Safina e Bruno Taddia (il Conte Danilo), Fabio Maria Capitanucci (il Barone Zeta), impreziosisce il ruolo di Valencienne   Daniela Mazzucato e Sonia Ciani, Manuel Pierattelli (Camille de Rossillon),  Roberto Maietta (il Visconte Cascada), Dario Giorgelè (Raoul di Saint-Brioche), Ricardo Crampton (Bogdanovich), Marta Calcaterra (Silviana), Daniele Piscopo (Kromow), Sara Cappellini Maggiore (Olga), Raffaele Pisani (Pritschitsch), Kamelia Kader (Praskovia) e Augusto Fornari (Njegus)

Le scene sono di Enrico Musenich,  l’adattamento dei costumi di repertorio di Elena Pirino, le luci sono state realizzate da Gianni Paolo Mirenda e la coreografia è di Giovanni Di Cicco.

LA VEDOVA ALLEGRA

Operetta in tre parti di Franz Lehár

su libretto di Victor Léon e Leo Stein

dalla commedia L’Attaché d’ambassade di Henri Meilhac

Direttore

Felix Krieger

Pablo Assante (25)
Regia Augusto Fornari Scene Enrico Musenich

Adattamento costumi di repertorio Elena Pirino

Light designer

Gianni Paolo Mirenda

Coreografo

Giovanni Di Cicco

Assistente alla regia

Fabrizio Matteini

Personaggi e interpreti principali:

Il Barone Zeta

Fabio Maria Capitanucci

Valencienne

Daniela Mazzucato (18,19,24)

Sonia Ciani

Il Conte Danilo

Alessandro Safina (18,21,24)

Bruno Taddia

Anna Glavari

Donata D’Annunzio Lombardi (18,24)

Patrizia Orciani (19,23)

Sandra Pacetti (21,25)

Camillo de Rossillon

Manuel Pierattelli

Il Visconte Cascada

Roberto Maietta

Raoul di Saint-Brioche

Dario Giorgelè

Bogdanovich

Ricardo Crampton

Silviana

Marta Calcaterra

Kromow

Daniele Piscopo

Olga

Sara Cappellini Maggiore

Pritschitsch

Raffaele Pisani

Praskovia

Kamelia Kader

Njegus

Augusto Fornari

Allestimento del Teatro Carlo Felice di Genova Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice Maestro del Coro Pablo Assante

Repliche

Domenica 19 luglio – (R) 15.30

Martedì 21 luglio – (L) 20.30

Giovedì 23 luglio – (D) 20.30

Venerdì 24 luglio – (B) 20.30

Sabato 25 luglio – (F) 15.30

 

Marina Chiappa

Meno morti nel Mediterraneo. Campo estivo a Lampedusa per Amnesty

Alla luce della marcata diminuzione del numero di migranti e rifugiati morti nel tentativo di attraversare il mar Mediterraneo, Amnesty International ha sottolineato l’importanza degli sforzi, disperatamente necessari, che i leader europei hanno messo in campo alla fine di aprile nelle operazioni di ricerca e soccorso. Nei primi quattro mesi del 2015, una persona ogni 16 era morta nel tentativo di attraversare il mar Mediterraneo. Questo dato è sceso a una persona su 427 negli ultimi due mesi, quando è stato deciso di aumentare l’efficacia delle operazioni di ricerca e soccorso. L’ampia diminuzione del numero di morti in mare si è verificata nonostante l’aumento delle partenze verso l’Europa dalle coste africane: dal 1° gennaio al 26 aprile erano state 28.000, dal 25 aprile al 29 giugno sono state oltre 42.000. “Le implicazioni di questi numeri sono ovvie: più operazioni di ricerca e soccorso nei posti giusti, più vite umane salvate. Ogni ridimensionamento di quelle operazioni farebbe risalire il numero dei morti in mare. In previsione dell’aumento delle partenze nei mesi estivi, i governi europei non possono venir meno all’impegno che hanno preso di impedire ulteriori tragedie in mare” – ha dichiarato Gauri van Gulik, vicedirettrice del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. Dopo la chiusura dell’operazione italiana Mare nostrum intorno alla fine del 2014, il numero dei morti nel Mediterraneo centrale era cresciuto esponenzialmente: erano state necessarie 1721 vite umane perse nei primi mesi del 2015 perché i leader europei decidessero di agire. In una orribile settimana di aprile, almeno 1200 migranti e rifugiati erano morti nel tentativo di attraversare il più pericoloso percorso marittimo al mondo. Nel corso di un vertice di emergenza, convocato il 23 aprile, i leader europei avevano deciso di triplicare i fondi per l’operazione Triton a guida Frontex (l’agenzia dell’Unione europea per il controllo delle frontiere) e di inviare ulteriori navi per pattugliare il Mediterraneo centrale. Da allora, sono morte 99 persone. A Lampedusa, dal 19 al 26 luglio si terrà il quinto campo estivo per i diritti umani promosso da Amnesty International Italia. Aperto a 60 partecipanti tra adulti e ragazzi dai 17 anni in su, il campo prevede occasioni di formazione ed esperienze di attivazione, workshop di ideazione e realizzazione di una mobilitazione sul tema dei diritti dei migranti. Altro campo estivo è in programma a Passignano sul Trasimeno dal 2 all’8 agosto, per ragazzi dai 19 ai 24 anni, dove si parlerà di migranti, tortura, trasparenza delle forze di polizia, Lgbti, libertà di espressione e discriminazione, insieme a testimoni, esperti e formatori.

Amnesty International Italia

Quartieri dell’Arte. Festival Internazionale di Teatro

Sarà Corpus ad aprire il Festival Quartieri dell’Arte 2015 il prossimo 29 agosto. Il progetto speciale rievoca la grande processione teatrale voluta da Pio II a Viterbo nel 1462 che cambiò perfino a livello architettonico il volto della Città, smantellando architetture reali esistenti e installando architetture effimere. Questa rivisitazione in chiave post-moderna, ibrido tra un party, uno spettacolo, un’istallazione e un dj-set, si snoda per un avvincente percorso di più di un chilometro e mezzo; coinvolge istituzioni di fama mondiale come il Dipartimento 20-21 del Museo di Stato dell’Hermitage di San Pietroburgo e vari festival internazionali; e mette in mostra per la prima volta al pubblico generale i reperti legati all’ultima notte di Pier Paolo Pasolini e pezzi di primaria importanza del patrimonio storico del territorio recentemente recuperati, soprattutto afferenti al Rinascimento.

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Il progetto si associa una promozione intelligente delle eccellenze gastronomiche realizzata in collaborazione con Slow Food, tra sculture di cibo e altre spettacolari istallazioni realizzate con alimenti. La strutturazione e la narrazione sono realizzate secondo una avanzata tecnica polivocale fondata sul clash ragionato di registri linguistici, tecniche e prospettive. Il percorso si potrà visitare liberamente in modalità casuale oppure seguendo l’iter compiuto dai cittadini viterbesi nel ‘400, con dei divertenti performer-guida. Come per gli anni passati il Festival Quartieri dell’Arte, che proseguirà fino al 23 ottobre a Viterbo, ospiterà star internazionali impegnate in progetti di drammaturgia contemporanea e di intelligenti recuperi di testi antichi.

Fondato nel 1997, Quartieri dell’Arte è  la principale manifestazione per la drammaturgia contemporanea in Italia e il Festival più internazionale di Viterbo, menzionato, con le sue produzioni, costantemente, non solo dalle grandi testate giornalistiche nazionali, ma anche da quotidiani, periodici e televisioni straniere di prestigio globale come “Der Spiegel”, “Sueddeutsche Zeitung”, “ARD”, “El Pais”, “The Guardian”, “The Village Voice”, “El Clarin” ecc. ecc. Il Festival si è affermato in questi anni come uno dei maggiori centri europei per la produzione di testi teatrali collettivi con produzioni esemplari come “Call Me God” attualmente in scena, per il terzo anno consecutivo, dopo una lunga e prestigiosa tournée internazionale al Residenz Theater, il teatro di stato bavarese.  Nel 2011 il quotidiano “La Repubblica” ha definito Quartieri dell’Arte “Silicon Valley della drammaturgia”. Negli ultimi anni il Festival ha coinvolto eminenti figure della cultura italiana: solo nell’ultima edizione sono stati ospiti del Festival Franco Zeffirelli, Giancarlo Giannini, Vittorio Storaro, Enrico Lo Verso. Nel 2015 si è aggiudicato un grant dell’Unione europea di circa 1.800.000 euro per il progetto EU Collective Plays di cui è capofila.

Elisabetta Castiglioni

“Buio Reale” di Bagnoli alla Casa di Giulietta di Verona

Fino al 20 settembre 2015 la Casa di Giulietta di Verona ospiterà la mostra fotografica Buio Reale di Riccardo Bagnoli. Sono esposti circa trenta scatti del fotografo nelle sale dell’edificio di origine medievale dove una fortunata ricostruzione degli anni Trenta ha immaginato uno spazio quale teatro ai momenti più suggestivi della storia d’amore di Giulietta e Romeo. La mostra, prodotta da Wolf & Biderman,  è promossa dal Comune di Verona, Direzione Musei d’Arte e Monumenti, in collaborazione con LeoncinoHotels e The Gentleman of Verona Grand Relais.

Uno sfondo completamente nero. Dal buio, emergono i volti di personaggi reali: re, regine, cortigiane o uomini di fede. Quello che li lega è l’intensità dello sguardo e la forza dei sentimenti che i loro volti esprimono. Così Riccardo Bagnoli sceglie di portare letteralmente alla luce una corte contemporanea che nei volti dei suoi protagonisti cela le trame di gesta e di sentimenti senza tempo. Se l’illuminazione e le pose richiamano alla mente le opere pittoriche, il lavoro del fotografo fiorentino non è mai però imitativo. Lo spettatore si accorge immediatamente di essere parte attiva in un gioco in cui uomini e donne contemporanei assumono per “gioco” una parte, pur mantenendo tutte le caratteristiche della loro personalità. E’ l’atteggiamento o un dettaglio dell’abito che suggeriscono, ma non affermano, chi potrebbe essere quel personaggio. Una giovane bionda e certo innamorata potrebbe essere Giulietta, quel ragazzo bruno dai grandi occhi castani è probabilmente Romeo, quell’uomo dai capelli brizzolati e dal collo circondato di pelliccia è sicuramente il Principe o forse no. L’arte sapiente di Riccardo Bagnoli invita al coinvolgimento dello spettatore sia per la forza delle immagini, sia per la dimensione ludica che facilmente si percepisce.

Quale luogo migliore della Casa di Giulietta, amata e frequentata soprattutto da un pubblico giovane, al di là del dato anagrafico, per ospitare la mostra fotografica Buio Reale di Riccardo Bagnoli?

Citando Henri Cartier Bresson, in ogni istantanea si coglie una continua esplorazione che vuole conservare la “scintilla di vita”. Lo spettatore tende ad interpretare l’immagine in base alla propria esperienza e per questo motivo il fotografo deve innanzitutto mobilitare la sua proiezione. Questo è quanto accade osservando i ritratti nel “Buio” godendone la luce “Reale”.

Per dialogare ulteriormente con i visitatori, nell’allestimento è previsto, a partire dal mese di luglio, che il pubblico possa ricevere sui propri account dei contenuti aggiuntivi sulla Casa di Giulietta, sull’opera di Riccardo Bagnoli e sulle foto presenti in mostra attraverso un piccolo cuore con all’interno un chip NFC, che si attiverà sui totem distribuiti all’interno della Casa. È questa una modalità innovativa di interagire con i contenuti della mostra cercando di interpretare le preferenze dei visitatori e soprattutto cercando di adeguarsi agli strumenti della contemporaneità. Sarà anche possibile connettersi attraverso un sito: http://www.homeofj.com

Riccardo Bagnoli nasce a Firenze nel 1963. Lavorando prima come fotografo di moda, e affermandosi poi nel campo della pubblicità, Riccardo Bagnoli diventa uno dei maggiori fotografi di Adv a livello internazionale, tanto che il museo del Louvre custodisce quattro sue opere nel padiglione dedicato all’advertising. Oltre a dedicarsi al mondo della pubblicità, per cui ha vinto alcuni tra i più importanti premi come il Leone d’Oro a Cannes, da sempre intraprende un percorso personale che lo ha portato nel 1996 a una prima mostra di immagini in bianco e nero intitolata “During”. Nel 2001 la rivista Photo gli commissiona una serie di ritratti per una mostra che prenderà il nome di “Heroes”. Dalla collaborazione nel 2008 con il mensile Panorama First nascono le foto per la retrospettiva “Writers”: quindici ritratti di scrittori italiani immortalati nei propri luoghi del pensiero. Nel 2009 partecipa alla Biennale di Venezia con la mostra “The Warriors-I guerrieri”, in collaborazione con l’artista Sandro Chia. Venti guerrieri, copie in terracotta di quelli conservati nel Museo di Xi’an, vengono reinterpretati dal colore di Sandro Chia e dagli scatti di Riccardo Bagnoli che, astraendo le sculture dal loro territorio, ha immaginato nuovi paesaggi, ricercando spazi narrativi a tratti ironici e a tratti lirici, dove questo esercito del colore ha trovato una nuova dimensione. Nel 2013 inaugura una mostra personale alla Fondazione BipielleArte Lodi, dove espone quattro lavori: “Uno”, “Tredici”, “Buio reale”, “Passato prossimo”, realizzati dal 2009 al 2013. E ancora, l’esposizione alla Fondazione Biffi di Piacenza nell’aprile 2014 con il lavoro dedicato al paesaggio e alla montagna. E’ su questo tema delle montagne, imperiose e lontane, spoglie e irraggiungibili, che Bagnoli continua il suo percorso artistico puntando lo sguardo verso quella linea sottile che divide il reale dall’irreale.

Buio Reale di Riccardo Bagnoli

Casa di Giulietta, Verona Via Cappello 23, da martedì a domenica 8,30-19,30 – lunedì 13,30-19,30. Fino al 20 settembre 2015

biglietti: Intero € 6.00 – Ridotto € 4.50 (gruppi min. 15 persone, studenti da 14 a 30 anni e over 60) – € 1.00 (Scolaresche e ragazzi da 8 a 13 anni ) – € 1.00 la 1° domenica del mese per tutti (da gennaio a maggio e da ottobre a dicembre) – Gratis per i possessori di Verona Card.

 

Roberto Bolis

 

 

 

 

Tre ruoli per Pino Insegno nella “Storia del soldato” di Stravinsky

Pino InsegnoPino Insegno sarà il narratore della Storia del soldato, la fiaba russa messa in musica da Igor Stravinsky, per il Festival “Tra Musica e Danza”, mercoledì 15 luglio alle 21.30 nel Castello della Badia di Vulci, un luogo d’incredibile suggestione per le sue memorie storiche e le sue bellezze paesaggistiche. Con Insegno suona l’Ensemble Musica d’Oggi diretto da Marcello Panni.

Pino Insegno non è nuovo a questi incontri con la grande musica, perché ha già prestato la sua simpaticissima voce ad un’altra popolarissimo fiaba musicale, Pierino e il lupo di Sergej Prokofiev. Mentre quella di Prokofiev è pensata per un pubblico infantile, la fiaba musicale di Stravinsky si rivolge a un pubblico adulto, pur non mancando mai di afascinare i più piccoli, che sono divertiti dai aspetti più buffi e giocosi. Stravinsky la scrisse durante la prima guerra mondiale, con la collaborazione del poeta Ramuz per il testo, rielaborando due antiche fiabe russe, che aveva trovato nelle celebre raccolta di Afanasiev.

Il protagonista è un soldatino e cede al diavolo il suo violino, che rappresenta la sua anima, in cambio di un libro magico, in grado di fargli ottenere fama e ricchezza. Troppo tardi il giovane si accorge di essere stato ingannato e che quello che ha dato al diavolo vale molto di più di quello che ne ha ricevuto in cambio: alla fine, dopo varie peripezie, il diavolo trascinerà il soldatino all’inferno, al suono di una diabolica marcia trionfale. Vi si può leggere tra le righe un’amara allegoria del destino dei milioni dei soldati che combattevano nei diversi schieramenti in quegli anni.

Pino Insegno non solo sarà il narratore ma presterà la propria voce anche ai due protagonisti, il soldato e il diavolo.

Attore di cinema, teatro e televisione, regista, doppiatore, Pino Insegno non ha bisogno di presentazioni, come non ne ha bisogno Marcello Panni, che sarà accanto a lui sul podio dell’Ensemble Musica d’Oggi. Panni è una delle più note e apprezzate bacchette italiane ed è stato direttore dei teatri di Bonn, Nizza e Napoli, è salito sul podio dei principali teatri lirici, tra cui il Metropolitan di New York, l’Opera di Vienna e l’Opera di Roma, e di grandi orchestre, come quella dell’Accademia di Santa Cecilia.

Biglietti per lo spettacolo: intero 10 euro, ridotto 8 euro.

Prossimi appuntamenti del Festival, il 24 luglio a Castello de la Badia, con Angela Nisi, Chiara Chialli (soprano e contralto) e l’orchestra Roma Sinfonietta diretta da Fabio Maestri nello Stabat Mater di Giovan Battista Pergolesi; il 2 agosto, a Vulci, un concerto por-rock e il 12 agosto, sempre a Vulci, Marco Serino al violino, con l’orchestra Roma Sinfonietta, in Serenata notturna per due piccole orchestre d’archi e timpani K239 , Concerto per violino e archi, di Mozart.

Per info: Comune di Montalto di Castro – Assessorato alla cultura:

cultura@comune.montaltodicastro.vt.it – tel 0776 870115

Mauro Mariani

La speranza. Per ricominciare

Il sacerdote si avvicina a uno dei suoi parrocchiani, molto malato, e gli dice: “Sono venuto per parlare dell’altro mondo”. E il suo parrocchiano gli risponde: “Apprezzo la sua visita, ma non vede che ne ho abbastanza di questo?”.

Preghiera di un fedele: “Mio Dio, desidero molto conoscerti, ma non affrettare il nostro incontro”.

Al termine di ogni capitolo del libro di Jean Monbourquette dedicato al “tempo prezioso della fine”, scritto con Denise Lussier-Russel, ci sono molti “sorrisi di saggezza” al termine di ogni breve percorso, per rendere sorridente il lettore, pur parlando di un argomento che vorremmo sempre rimandare. In realtà, il volume non è scritto per chi è alla fine della propria vita, ma per tutti, anche per coloro che vogliono riappropriarsene. Così il titolo “La speranza” è quanto mai azzeccato, perché possiamo decidere di fare finire la nostra vita non in senso materiale, ma perché vogliamo darvi una svolta. Il volume parla di colpe da ammettere per superarle, di parti di noi o della nostra vita che avremmo voluto diverse o avremmo voluto cambiare, quindi leggiamo questo prezioso testo con lo spirito di cambiamento che, sin dalla saggezza di millenni prima di Cristo, porta il saggio a sapere che solo con e nel movimento si può avanzare in se stessi. Perché acquisiamo certezze, anche di voler cambiare, anche di non voler più fare ciò che si è fatto, eccetera. Il volume è un manuale denso di “percorsi di crescita” personale che accompagnano, in varia maniera (ciascuno può scegliere il più congegnale), a consapevolizzare se stessi e il proprio passato, scrivendo il proprio futuro. Quello che si vorrebbe fare ed essere, perché non lo si è fatto, cosa si potrebbe cambiare di noi per riuscirci. Adesso. Il famoso detto non è mai troppo tardi, è il segnalibro di questo testo che insegna ad affrontare, accettare, vivere, sperare, scegliere una guida. Prepararsi al grande viaggio della fine, non per forza perché la fine è vicina, ma proprio per trovarsi alla fine capaci di avere la propria vita tra le mani e di lasciarla nel migliore dei modi. Un percorso che può aiutare chi ha malati in famiglia, oppure a superare un lutto, anche il proprio lutto, quando si dovesse venire a sapere che si è giunti al termine della propria strada.

Così da capire che ogni momento è prezioso, anche se l’esempio è degli altri: a volte non dobbiamo ammalarci noi per comprendere, possiamo farlo anche vicino alla sofferenza degli altri. E sofferenza fisica e morale. Un libro facile da leggere e da mettere in pratica, adatto a tutte le età e a tutte le estrazioni.

Jean Monbourquette, Denise Lussier-Russel: “La speranza”, Paoline, Milano, pagg. 248; euro 17,00

 

Alessia Biasiolo

 

 

Anche il lago Tai lacrima

Un avvincente romanzo quello di Qiu Xiaolong, scrittore e traduttore originario di Shanghai, ma residente negli Stati Uniti dal 1989, dove è docente di cinese alla Washington University di Saint Louis. Xiaolong ha creato la famosa e fortunata serie poliziesca il cui protagonista è l’ispettore capo Chen Cao, della polizia di Shanghai, tradotta in dieci lingue. Pubblicato da Marsilio, “Le lacrime del lago Tai” racconta ancora una volta di atmosfere cinesi fatte di cibo apparentemente improponibile per gli occidentali, di donne, di sogni e di politica. L’ispettore capo Chen Cao è in vacanza. Data la sua fama, è ospite d’onore in una residenza di lusso sulle rive del lago Tai, luogo esclusivo nel quale si trova al posto del suo capo. Finalmente può spegnere il cellulare e cercare di smettere di osservare dettagli, sfumature, persone e porte chiuse, come se si volessero tenere nascosti segreti. Anche in Cina la politica ha i suoi privilegi, soprattutto per coloro che rappresentano il potere in un luogo in cui tutto dovrebbe essere per tutti e ciascuno uguale all’altro. In realtà i privilegi non mancano e le velate sottolineature dello scrittore portano una carica di osservazione nel lettore che comincia a stare più attento a dove la storia vuole andare a parare. Infatti, alcuni luoghi sembrano vietati, altre circostanze sembrano dovere restare segrete e, piano piano, l’autore induce il lettore a diventare l’ispettore capo e a porsi le stesse sue domande. Il famoso lago Tai è inquinato: le sue acque sono pericolose, pullulano di un’alga tossica e fetida che lo rende più simile ad un liquame. Nei pressi del lago c’è un’industria chimica il cui direttore viene assassinato. L’ispettore capo Chen Cao resta intanto affascinato da una bellissima donna, Shanshan, bella e determinata ambientalista che denuncia lo scempio fatto del lago e per questo viene sospettata dell’assassinio del direttore dell’industria chimica, accusata di essere la principale causa del pesante inquinamento delle acque lacustri. Così l’ispettore non è in ferie del tutto e, anzi, prende in mano l’indagine. È evidente che il denaro può tutto e, oltre a rendere più o meno comoda la vita, rende la verità l’una piuttosto che l’altra. La critica verso lo status di vita cinese fatto di corruzione che sembra la normale necessità per un Paese che deve ammantarsi di progresso, è evidente. Xiaolong sottolinea ancora una volta, come negli altri suoi romanzi, il malfunzionamento del Paese, elogiando tutti coloro che, nel loro piccolo, cercano di porvi rimedio, spesso facendone le spese. I ritratti sono a tutto tondo, sia che si tratti di Huang suo aiutante, sia che si tratti di un improvvisato ristoratore sulle rive del lago, oppure degli ambienti che sembrano vivere come persone. Una Cina antica che vive accanto a quella nuova, con riti e usanze che evidentemente sono superati, ma che mantengono una ragione d’essere più grande di quella che molti papaveri cercano di giustificare per il loro presente squallido. La poesia che l’autore mantiene per tutto il lungo racconto, è una poesia di immagini e di suoni resi così tangibili dalla capacità descrittiva semplice, asciutta ed efficace, da rendere il romanzo un vero capolavoro letterario, mentre il tema trattato non è mai perso di vista. Entrambi i piani del narrare dimostrano il profondo amore di Xiaolong per il suo Paese d’origine, ed egli dimostra anche di essere stato capace di mantenere il suo essere cinese intatto, traghettandolo ai lettori occidentali come una perla rara che permette di acquisire conoscenza di un mondo non solo affascinante perché per noi esotico, ma saggio e dalla filosofia ampia e densa.

Un romanzo da leggere tutto d’un fiato e anche centellinandolo pagina per pagina.

Qui Xiaolong: “Le lacrime del lago Tai”, Marsilio, Venezia, pagg. 336; euro 18,00.

 

Alessia Biasiolo

 

Metropolis. Franco Fontana e Franco Donaggio in mostra

Metropolis è l’abbattimento dei confini, la dilatazione del pensiero, l’imponente gioco della visione.

Con la profonda consapevolezza che la città è molto più di come appare, Fontana e Donaggio indagano nei mille volti che la compongono svelandone quelli segreti. Seguendo il loro naturale desiderio di evasione, i due artisti ci conducono lungo un sentiero di libertà creativa, alla ricerca di nuovi linguaggi e profondità.

Definire Franco Fontana e Franco Donaggio due fotografi è certamente riduttivo. Potremmo piuttosto pensarli come ricercatori, o poeti, in perenne viaggio verso l’ignoto nella costante ricerca di scoperta. Entrambi amano ridefinire l’essenza nascosta delle cose e Metropolis ne è l’esempio.

La composizione rigorosa, il colore pulito e preciso, come fosse inciso nella materia, Franco Fontana con il suo sguardo attento e curioso, focalizza l’attenzione su un microcosmo urbano, esaltandone il più piccolo dettaglio, e ci trasporta in un immaginario ideale dalle atmosfere rarefatte. Con elegante naturalezza, l’autore modifica il senso del tutto, catturandone l’anima; svela l’intima natura della materia che diviene custode di ricordi, la segnaletica stradale un universo intriso di vite vissute. Franco Fontana con raffinata maestria libera le cose dalla loro ovvia funzione estetica per rivelare l’inatteso…

Se Fontana ci attrae con il particolare, Franco Donaggio dilatata la visione, libera lo spirito e spinge il limite verso un’apertura ampia, totale. La città è stretta per Donaggio e ne smantella i confini, con impeto creativo li oltrepassa, osserva un macrocosmo metropolitano popolato da cose e persone che fluttuano nel suo immaginifico palcoscenico. L’artista vede il precario equilibrio dell’uomo, ne avverte fragilità, paura, solitudine, e con onirica visione lo accompagna verso un mondo senza tempo per liberare i sogni al vento, dove il rumore si fa sussurro fino a divenire verbo….

Fontana e Donaggio, due artisti di fama internazionale e di diversa provenienza piegano la fotografia per costruire un mondo nuovo ricco di fascino e armonia. Due autori qui uniti nel confronto provocano emozioni che trovano un loro tempo di scoperta oltre il momento della visione, suscitando trascendenti sensazioni.

Sorge ora naturale la domanda… non è forse questo lo scopo dell’arte?

In mostra 30 fotografie a colori in grande e medio formato (Courtesy: Sabrina Raffaghello arte contemporanea, Milano – Amsterdam).

Franco Fontana comincia a fotografare nel 1961 come amatore, già nel 1968 viene allestita la sua prima mostra e quell’anno rappresenta una svolta sostanziale nel suo percorso artistico. Da allora ha pubblicato oltre quaranta libri con diverse edizioni: italiane, svizzere, giapponesi, francesi, tedesche, americane e spagnole. Ha firmato tantissime campagne pubblicitarie, ha collaborato e collabora con numerose riviste di tutto il mondo. La sua lunga carriera è costellata di riconoscimenti, premi e onorificenze tra cui: il XXVIII premio per l’arte Ragno d’Oro dell’Unesco, Premio per la cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, L’onorificenza di Commendatore della Repubblica per meriti artistici. La Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino gli ha di recente conferito la Laurea Honoris Causa in Design eco compatibile. Ha esposto in oltre 400 mostre personali e collettive in Europa e all’estero. Le sue opere sono conservate in oltre cinquanta musei in tutto il mondo e in molte collezioni private.

Insegna al Politecnico di Torino, all’Università Luiss di Roma e ha tenuto workshop e conferenze presso in prestigiose istituzioni culturali nelle maggiori capitali mondiali.

Franco Donaggio opera a Milano come fotografo e artista dal 1979. Fin dai primi anni della sua attività professionale Donaggio privilegia e approfondisce la ricerca tecnica in ogni aspetto della fotografia; dalla camera oscura allo studio della luce nelle loro infinite possibilità estetiche, arrivando presto alla libertà espressiva che oggi più lo caratterizza nel panorama della fotografia contemporanea. Nel 1992 gli viene conferito il premio ‘Pubblicità Italia’ per la fotografia professionale di still life. Nel 1995 Donaggio realizza il suo primo importante progetto fine art intitolato Metaritratti che lo vedrà vincitore nel1996 del ‘Kodak Gold Award’ Italiano per la fotografia di ritratto. Donaggio dedica sempre maggiore attenzione alla fotografia d’autore e avvia rapporti di collaborazione con galleristi italiani, europei e americani che lo porterà ad essere presente tra i più importanti eventi d’arte fotografica internazionali: Art Miami, Photo LA, AIPAD show, New York; Art Fair, Chicago. L’artista ha realizzato molti progetti, pubblicato in varie riviste, esposto in diverse gallerie e musei in Italia e all’estero, tra le più recenti: Manege Museum, San Pietroburgo; 54° Biennale di Venezia; Museo Marliani Cicogna, Busto Arsizio (Va); Museo la Civitella, Chieti; CAMeC centro d’arte Moderna e Contemporanea, La Spezia; Forte di Bard, Valle d’Aosta; Museo Civico di Chioggia (Ve), ed altri. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private. Donaggio è stato visiting professor all’Accademia di Brera; all’università Cà Foscari di Venezia; all’Istituto Italiano di fotografia di Milano, e commissario di tesi all’Istituto Europeo di Design di Milano.

Museo Civico della Laguna Sud – S. Francesco fuori le mura, Campo Marconi, 1  30015 Chioggia (VE)

orari : martedì, mercoledì ore 9-13; giovedì, venerdì, sabato e domenica ore 9-13/21-23 chiuso il lunedì – ingresso libero

Tel 0415500911 – Fax 0415509581 – museo@chioggia.org

Fino al 30 agosto 2015

B.

New Orleans JazzFestival a Innsbruck

New Orleans approda a Innsbruck con il New Orleans Jazzfestival. La città sul Mississippi e la città sull’Inn sono gemellate e il segno più evidente di questo gemellaggio, è proprio il Jazz Festival.

Dal 16 al 19 luglio 2015 l’appuntamento è nella Marktplatz di Innsbruck e nelle altre piazze della città, per immergersi completamente nel mondo musicale dell’America del sud. Gli allegri concerti dal vivo delle star dello scenario musicale di New Orleans porteranno nella Capitale delle Alpi i suoni contemporanei della città americana. New-Orleans-Jazz, Rhythm & Blues, Zydeco: sonorità e ritmi che ricordano e fanno rivivere le note di famosi musicisti come Louis Armstrong, Sydney Bechet, Fats Domino o Mahalia Jackson. Ma le sponde del Mississippi non sono le sole ad aver dato i natali a vivaci musicisti… anche in riva all’Inn si trovano personaggi di tutto rispetto: è per questo che il direttore del Festival Markus Linder invita al New Orleans Jazzfestival anche complessi musicali tirolesi. Lo stesso Linder parteciperà attivamente, come presentatore, ma anche tastierista in accompagnamento ad alcuni brani. Capita inoltre che le manifestazioni musicali in programma si trasformino in vere e proprie Jam Sessions, con band e complessi che si mescolano allegramente tra loro, coinvolgendo il pubblico e contribuendo a consolidare concretamente un gemellaggio armonioso e duraturo tra Innsbruck e New Orleans.

New Orleans Jazzfestival

16 – 19 luglio 2015

 

Sabrina Talarico