“Dio ride Nish koshe”. Il nuovo lavoro di Moni Ovadia debutta a Brescia

 Sarà in scena ancora stasera e domani, alle ore 21.30, il bello spettacolo di Moni Ovadia che ha brillantemente debuttato ieri sera nell’ambito del Festival “Un salto nel nullo!”, a Brescia. Prodotto dal CTB in collaborazione con Corvino Produzioni, lo spettacolo ha trovato in via Francesco Nullo l’ambiente ideale: una serata fresca, un clima all’aperto attento e raccolto, per un interessante narrazione che colpisce, incuriosisce, affascina, trascina per la capacità di Ovadia di far ridere, come dovrebbe ridere Dio un po’ di più di questi tempi, secondo l’Autore. Ancora una volta la scelta del racconto delle tradizioni ebraiche aiutate dalla musica, impossibile da scindere dalla personalità stessa di un ebreo compiuto, interiore, credente o meno, ma profondamente aiutato nella crescita della sua personalità dalla tradizione ricca di spunti, aneddoti e, soprattutto, capacità di far crescere dentro di sé la libertà. Ecco, Ovadia cerca l’essere tra i libri e nella vita, passata e presente, e ha la libertà del pensiero, dello studio, della ricerca, della scelta dei testi dai libri, sacri e antichi o nuovi, sapendo di appartenere ad un’entità umana che si distingue nel momento in cui sa e pensa, pensa di sapere (meglio ancora se pensa di non sapere abbastanza) e pensa di dover capire, andare oltre, catturare la libertà dell’essere nel Caos che è da superare, come già dissero insigni filosofi.

foto di Umberto Favretto

Venticinque anni dopo “Oylem Goylem”, Ovadia si rivolge ad una nuova generazione per comunicarle come si può trovare un equilibrio nella ricerca anche religiosa. Un equilibrio lontano da come molti hanno fatto diventare Dio in questi tempi e un equilibrio che non attanagli di parole, non attanagli di dubbi coercitivi per l’anima, non costringa tra muri di cemento armato che obbligano la mente a fermarsi sul nulla, ma renda liberi anche di non credere, anche di non sapere l’ebraico ma di parlare in yiddish, di contestare il dondolio di un vecchio ebreo ortodosso e lo strepito delle pallottole che vorrebbero, dovrebbero salvare la Terra Promessa dalla distruzione. Ovadia parla della terra e alla terra: la terra di chi? Perché? Se proprio dalla diaspora gli ebrei hanno avuto più fertile modo di crescere. La terra di Abramo? Di Mosé? Ma se proprio l’andare lontano, l’andare nel deserto (quasi assenza di terra-vita) ha significato anche nelle sacre scritture, il senso del trovarsi e del maturare per fertilizzare il popolo di nuovo credo e nuova linfa. Allora perché difendere la “terra” costruendole sopra il mezzo per fermare ciò che dovrebbe essere libertà di vagare dello spirito? Bella la lezione di ripasso di un percorso che accomuna ebrei e cristiani, riscoprendo quelle tradizioni che ci rendono così simili da essere diversi e che pure portano il racconto ad essere divertente. “Nish koshe” significa in yiddish “così così”: Dio non ride più. Eppure con gli uomini si divertiva, partecipava alle filastrocche e ai raccontini che, come parabole, servivano a capire meglio e, soprattutto, a capire ridendo, la profondità e immensità dell’esistenza umana e, quindi, divina. Come barzellette, belle come le parabole che vivificano i testi sacri, le scenette che Moni Ovadia ci permette di vivere sono fresche ventate di sollievo in mezzo a cumuli di paroloni che intristiscono anche il Sommo.

Lo spettacolo usa come pretesto la voce narrante di Simkha Rabinovich, come già un quarto di secolo fa, con l’ausilio anche di un gruppo di musicanti dal vivo, la Moni Ovadia Stage Orchestra, che ha i musicisti partecipi del testo sia per movenze che per suonate. Ecco allora Maurizio Dehò al violino che spesso ricorda i suoni tipici della tradizione ebraica; Luca Garlaschelli al contrabbasso, Albert Florian Mihai alla fisarmonica, Paolo Rocca al clarinetto e al cymbalon Marian Serbanal. I musici (anche riferimento alle orchestrine della Shoa) e Simka, si presentano come dei vagabondi, a sottolineare di nuovo (se non fosse chiaro, si deve rileggere una vasta fonte di testi sacri in proposito) che proprio dal basso, spesso, arriva la verità: da coloro che non si lasciano fuorviare dal lusso, dal benpensante benessere, dalle lusinghe frivole della vita, mantenendo la propria ragione e il proprio barlume di raziocinio. Bello affermare che siamo tutti in attesa di un Messia: gli ebrei perché lo aspettano da sempre, i cristiani perché ne aspettano il ritorno alla fine dei tempi. Quindi, una vita da condurre insieme, mano nella mano, per la stessa strada. Le melodie permettono di capire più di tante parole, assieme alle storielle, e chi vuole ascoltare sono tanti.

Dopo un quarto di secolo di erranza, Simkha Rabinovich e i suoi compagni di strada, ritornano per continuare la narrazione di quel popolo sospeso fra cielo e terra in permanente attesa, per indagarne la vertiginosa spiritualità con lo stile che ha permesso loro di farsi tramite di un racconto impossibile eppure necessario, rapsodico e trasfigurato, fatto di storie e canti, di storielle e musiche, di piccole letture e riflessioni alla ricerca di un divino ineffabile presente e assente, vivo e forse inesistente, padre e madre, redentore che chiede di essere redento nel cammino di donne, uomini e creature viventi verso un mondo di giustizia e di pace”, afferma Ovadia.

Ed è così che gli spettatori lo hanno capito. Uno spettacolo bello, leggero e leggiadro, convincente, brioso e profondo, intelligentemente divertente come raramente accade. Una produzione azzeccata e che di certo avrà molto successo. Da non perdere.

  

Alessia Biasiolo