Corso di fotografia “A caccia di fiori”: quattro lezioni in biblioteca e nel sottomura a Ferrara

Un corso di fotografia intitolato “A caccia di fiori nella campagna del sottomura” quello organizzato dalla Biblioteca Bassani (via Grosoli 42, Barco di Ferrara) e al via da sabato 12 marzo 2022 per quattro appuntamenti (due lezioni teoriche nelle mattine di sabato 12 e sabato 26 marzo, un’uscita pratica il pomeriggio di sabato 2 aprile e discussione sul lavoro la sera di venerdì 8 aprile). Il corso è gratuito. Per informazioni e iscrizioni: Biblioteca comunale Giorgio Bassani, tel. 0532 797418 o 797414, email info.bassani@comune.fe.it.

La biblioteca Bassani inaugura la primavera con un laboratorio di fotografia rivolto a giovani e adulti di ogni età che usano strumenti fotografici (smartphone, macchine compatte, bridge, mirrorless o reflex) e desiderano trovare nuovi spunti e idee per migliorare il proprio stile. Agli iscritti sarà proposto un approccio teorico e pratico alla macrofotografia, incentrato sulla fotografia di fiori, con un’uscita pratica in comune nei prati del sottomura di Ferrara a caccia di germogli, corolle o insetti nel loro ambiente naturale.
Le date del corso:

SABATO 12 MARZO ORE 10-12 – Lezione teorica

SABATO 26 MARZO ORE 10-12 – Lezione teorica

SABATO 2 APRILE POMERIGGIO – Uscita fotografica tra le mura e il parco urbano

GIOVEDI’ 7 APRILE ORE 21-23 – Discussione del lavoro fotografico

Il laboratorio sarà condotto da Andrea Guerzoni con la collaborazione dell’associazione Music Road. Andrea Guerzoni è appassionato di musica e fotografia, le sue doti di fotografo si sviluppano attorno a questi due mondi coniugandoli negli scatti che immortalano meravigliosamente i musicisti che partecipano ai festival musicali di mezza Italia. Andrea pensa che la macchina fotografica vada sempre usata, per mantenere alto il livello qualitativo e per questo nel tempo libero, tra un concerto e l’altro si è appassionato all’uso della macchina in giardino e nelle splendide campagne del Bondenese, dove le distese agresti e le rive del Grande Fiume gli offrono quotidianamente meravigliosi spunti per sperimentare ottiche e scatti particolari.

Alessandro Zangara

Invasione dell’Ucraina. Verona si attiva

Di ora in ora cambia l’agenda istituzionale scaligera. Il dramma che sta vivendo il popolo ucraino colpisce al cuore anche Verona e la città si unisce per la pace, preparandosi anche a rispondere all’emergenza umanitaria.

Il sindaco Federico Sboarina, accompagnato dal vicesindaco Luca Zanotto, dall’assessore Nicolò Zavarise e dal consigliere delegato alla Famiglia Anna Leso, ha incontrato il Vescovo, monsignor Giuseppe Zenti e il direttore della Caritas veronese monsignor Gino Zampieri. Un appuntamento, quello nel palazzo del Vescovado, chiesto con urgenza per condividere un percorso in grado di supportare i cittadini ucraini, sia quelli che vivono a Verona che quanti potrebbero arrivare dal confine. Ma anche per unire la comunità laica e quella ecclesiale in una preghiera per la pace. L’Amministrazione comunale ha dato la propria disponibilità a reperire fin da ora spazi per l’accoglienza di eventuali profughi, assieme alla Caritas diocesana che gode di contatti diretti con la Caritas nazionale e quella dell’Ucraina. E a mettere a disposizione una mediatrice culturale per i bisogni di chi scappa dalla guerra, ma anche gli ucraini che vivono a Verona che sono 651, principalmente donne. “Faremo tutto quello che è nelle nostre possibilità – ha detto Sboarina -. Se sarà necessario metteremo insieme le forze per rispondere all’emergenza umanitaria. La situazione drammatica vissuta in queste ore dal popolo ucraino è sotto gli occhi di tutti, vogliamo per questo condividere un percorso di pace assieme all’istituzione ecclesiastica. Come fatto durante la pandemia ci affidiamo alla preghiera e anche al lavoro di squadra. Prepariamoci fin da ora ad aiutare i profughi che dovessero arrivare a Verona non solo attraverso i canali umanitari, ma anche da soli, in macchina. Garantiremo spazi per l’accoglienza e l’ausilio di mediatori culturali. Fino a pochi giorni fa le diplomazie erano al lavoro, deve riprendere la ricerca del dialogo per fermare la follia della guerra che ha già fatto vittime innocenti. Quello che sta succedendo alle porte di casa nostra avrà conseguenze dirette molto complicate anche per la nostra comunità, già messa in ginocchio dall’emergenza economica e dai rincari. Questa è una guerra che nessuno vuole e può permettersi, siamo vicini anche alla preoccupazione delle tante donne ucraine che sono a Verona per il lavoro e che adesso hanno mariti e figli in pericolo”. “Le diplomazie hanno sottovalutato quanto stava succedendo – ha detto monsignor Zenti -. Il mondo è un villaggio, se si incendia una capanna tutte le altre sono a rischio. Imperdonabile che un capo di Stato accenda la miccia. Una decisione catastrofica e irrazionale a discapito di tutti, russi compresi. Speriamo riprendano presto le vie della diplomazia, la guerra è sempre iniqua”. “Pronti a sostenere il popolo ucraino che sta soffrendo per la guerra – hanno sottolineato il vicesindaco Zanotto e l’assessore Zavarise -. Di fronte ai carri armati, ai bombardamenti, alle immagini e alle notizie che stanno arrivando in queste ore dall’Ucraina non si può che esprimere un forte sentimento di condanna. Chi è attaccato va aiutato e ci auguriamo che la diplomazia si attivi per fermare il prima possibile la guerra. Come città abbiamo il dovere di metterci a disposizione sin da subito del popolo ucraino, siamo pronti a dare il massimo a sostegno a chi  oggi  sta soffrendo”. “A Verona abbiamo 651 residenti provenienti dall’Ucraina, se allarghiamo alla provincia diventano 1.672, l’80 per cento sono donne che hanno lasciato casa e famiglia per trovare un lavoro – ha aggiunto Leso -. Sono tutte molto preoccupate, anche pensando alle sorti dei loro familiari. Per questo ci stiamo attivando per mettere a disposizione una mediatrice culturale che possa sostenerle in questo momento drammatico”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Ogni albero si riconosce dal suo frutto

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LUCA 6,39-45
In quel tempo, 39. Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Nel Vangelo di questa domenica siamo chiamati a riflettere sulla coerenza che il Signore chiede a noi, suoi discepoli. Egli ci mette in guardia circa i falsi maestri che anche oggi si ergono ad insegnare dall’alto di presunte ideologie innovative e deliranti. Ci insegna a fare autocritica, a prendere consapevolezza del nostro niente, della debolezza delle nostre azioni, dell’incapacità a compiere il bene che vorremmo fare. L’atteggiamento di condanna verso il prossimo è un male da estirpare con forza e con coraggio perché ci allontana dall’amore verso il Padre che ci considera tutti figli suoi e ci distanzia dai fratelli, che non siamo autorizzati a giudicare. “Può forse un cieco guidare un altro cieco?”: secondo l’evangelista Luca, il cieco che pretende di insegnare ad un altro è il cristiano che condanna il fratello, lo giudica e non perdona. Chi non ha sperimentato la debolezza e il perdono successivo alla caduta, non riesce a capire la situazione degli altri. Chi si sente giusto impone pesanti fardelli al prossimo, secondo una giustizia umana rigida e asfissiante. Quando pretendiamo di giudicare il mondo senza capirlo e amarlo, non siamo più luce, né sale, ma severi giudici che non rivelano il volto misericordioso di Dio. Non possiamo nessuno dirci guida di un altro: l’unica Guida è il Signore Gesù, Luce del mondo, Via, Verità e Vita. Possiamo, però, essere un suo riflesso, e, se ci lasciamo toccare dalla Sua misericordia, possiamo donarla agli altri.
40. Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Impariamo da questo versetto del Vangelo ad ascoltare la voce di Dio e la Sua Parola. Non possiamo ritenerci più intelligenti e più capaci del nostro Maestro. Il cristiano, immerso in una società difficile e contraddittoria, è soggetto alla tentazione di credere più giusto percorrere vie diverse da quelle indicate dal Signore. Può pensare che la propria intuizione sia migliore di quella che Egli rivela nel suo Vangelo. Gesù non può che guidarci verso la vera Via e la vera Vita. È necessario fare discernimento e poi affidarsi totalmente a Dio, nella fede. Dobbiamo, perciò, fare un salto, perché Dio ci chiede di cambiare la nostra vita, di donargli quella parte di noi che, invece, vorremmo conservare. Per questo abbiamo bisogno di umile preghiera e di sincera disponibilità a lasciare che Dio intervenga e sovverta i nostri pensieri e le nostre vie, certi che non ci chiederà mai nulla di superiore alle nostre forze.
41. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Luca mette in guardia la sua comunità dal giudizio verso gli altri. Non dobbiamo indagare se gli altri osservano o no la legge. Pensiamo erroneamente che sia la società, la parrocchia, il coniuge, la comunità a dover cambiare. Invece il cambiamento parte da ciascuno di noi. Capita di applicare la Parola del Signore ad una persona che, secondo noi, non la vive. Sappiamo noi quanta fatica sta facendo nel suo cammino? Possiamo conoscere quanto sforzo l’altro impiega per vincere se stesso e per rialzarsi ogni volta che cade? Invece di puntare il dito, cominciamo a pentirci della nostra vita incoerente. Chiediamo allo Spirito Santo di aiutarci a capire quanto dobbiamo cambiare in noi stessi e apriamoci alla sua azione.
42. Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Nel rapporto con i fratelli e le sorelle di fede dovremmo avere una tale confidenza da metterli in guardia riguardo a comportamenti da migliorare. Evitiamo, però, di criticare senza prima fare autocritica, evitiamo di correggere prima di autocorreggerci. L’umile atteggiamento caritatevole vince ogni superba condanna dell’altro. Lasciamoci umiliare, ma non umiliamo mai l’altro. Nella Chiesa, famiglia dei figli di Dio, dovremmo crescere nella correzione fraterna fatta come scambio reciproco di misericordia, nella serena tensione a un cammino di adesione sempre maggiore a Gesù. Spesso non accettiamo i limiti dell’altro, perché non sappiamo accettare noi stessi con i nostri limiti, che vorremmo superare, ma che non siamo capaci di fare. “Ipocrita”: in questo caso il termine indica non “finzione”, ma “protagonismo”: è l’atteggiamento dell’attore che nel teatro greco era il protagonista della scena, utilizzando una maschera che amplificava la voce. È l’atteggiamento del fariseo che, nella parabola di Luca, ritiene di essere “a posto”, a differenza di colui che si batte il petto, riconoscendo il proprio stato di peccato. Il disprezzo dell’altro va contro la misericordia e la bontà di Dio. “Pagliuzza”: il termine gioca sulla somiglianza fra pagliuzza e frutto. Chi osserva la “pagliuzza” (kárphos), non porta “frutto” (karpós). Se condanniamo gli altri, non potremo essere veri figli e fratelli. La misericordia, infatti, consiste nel dare agli altri la vita nuova che Dio ci dà con il suo perdono, la sua accoglienza, il suo abbraccio di ripristino della nostra dignità dopo aver sbagliato.
43. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono.

44. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini,
né si vendemmia uva da un rovo. Gesù utilizza immagini molto semplici che tutti capiscono. La qualità di un albero si evince dal frutto che produce. Gli esperti di scienze naturali sanno capire dai semi, dalle foglie, dai frutti che si trovano per terra quale genere di pianta abbiano davanti. Così noi, se abbiamo sentimenti buoni, se coltiviamo pensieri di bontà e di fiducia, se il nostro comportamento è frutto di assimilazione della Parola di Dio produrremo frutti di vita eterna e saremo testimoni dell’Amore. Le nostre azioni sono espressione della nostra persona, scaturiscono dalla nostra identità. “Albero”: è un richiamo all’albero del bene e del male (cfr. Genesi 3,6), nel paradiso terrestre, che è
diventato un principio della morte. È un richiamo, inoltre, al legno della croce da cui è scaturito il frutto della salvezza, del sacrificio di Cristo. All’albero della morte si contrappone l’albero della vita, che guarisce da ogni male e dà sempre frutti buoni (cfr. Apocalisse 22,1). “Uva”: nel linguaggio biblico l’uva rappresenta la pienezza della vita. Possiamo ricevere solo da Cristo, che è la vera vite (cfr. Giovanni 15,1) e portare, grazie a Lui, frutti. “Rovo”: questa pianta è cara a Luca perché richiama il passo biblico in cui Mosè ebbe la rivelazione di Dio al roveto ardente: “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!” (Esodo 3,2-4).
45. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”. Tutti sanno riconoscere se una persona è buona dal fatto che ripete continuamente gesti buoni. Se ci lasciamo possedere dalla misericordia di Dio e dalla sua carità, diventeremo segno della Sua presenza. È necessario che si lasciamo purificare e trasformare il cuore, affinché diventi un cuore di carne, pieno di misericordia verso noi stessi (quanto è difficile perdonare se stessi!) e verso i fratelli che sbagliano: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ezechiele 36,26). Dobbiamo metterci dal punto di vista di Dio, che vede con misericordia ciascuno di noi, che non si spaventa della miseria umana. Egli scruta le intimità dell’anima e sa vedere la possibilità di ravvedimento, di superamento, di conversione che c’è nel profondo di ognuno. Da Lui scaturisce la forza per una novità di vita: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Isaia 43,19). “Ecco, io sono il Signore Dio di ogni essere vivente; qualcosa è forse impossibile per me?” (Geremia 32,27). Non c’è disastro che Dio non possa trasformare in bene.
Se lasciamo fare a Dio, se ci sentiamo accolti, amati, perdonati, rigenerati, se ci affidiamo totalmente a Lui, Egli farà della nostra vita un capolavoro. Dio non è limitato dalla nostra situazione, Egli è onnipotente: “Nulla è impossibile a Dio” (Luca 1,37). Diventeremo alberi buoni che danno frutti buoni perché scorre in noi la linfa della Misericordia di Dio.
Suor Emanuela Biasiolo

“Pillole Musicali” nella Galleria del Policlinico Tor Vergata

Martedì 22 febbraio alle 12.00 al Policlinico di Tor Vergata si terrà il terzo appuntamento di Pillole Musicali, il ciclo di incontri musicali all’interno del Policlinico Tor Vergata pensato per alleggerire, in un momento difficile, il clima di tensione e di duro impegno che in questo periodo gli ospedali vivono.

I primi due incontri sono stati accolti con grande favore da questo pubblico molto particolare, che ha chiesto ai musicisti di prolungare con una serie di bis questi brevi e informali incontri musicali, che si svolgeranno fino al 10 maggio ed offriranno una grande varietà di sonorità: dalla classica al jazz e alla canzone popolare romana. Al momento si tengono nella Galleria centrale del Policlinico Tor Vergata, per poi spostarsi, qualora l’evolvere della pandemia lo consenta, all’interno delle Unità Operative per far arrivare la musica anche agli ospiti ricoverati.

Il Policlinico Tor Vergata e l’Associazione Roma Sinfonietta hanno realizzato quest’idea con il sostegno economico del Credito Sportivo.

Raffaella Siniscalchi

La terza Pillola Musicale, che si svolgerà martedì 22 febbraio alle ore 12.00 nella Galleria del Policlinico di Tor Vergata ad ingresso gratuito, è dedicata alla canzone romana nell’interpretazione del Triollalléro. Insieme a Raffaela Siniscalchi – una delle più interessanti ed eclettiche voci del panorama italiano, che fa parte della Compagnia della Luna di Nicola Piovani ed ha avuto l’onore di registrare con Ennio Morricone – i membri di questo trio sono il chitarrista Massimo Antonietti e il fisarmonicista Denis Negroponte. Questi tre musicisti collaborano da tanti anni in vari progetti dal jazz alla musica d’autore, passando per il repertorio popolare. La loro Pillola Musicale sarà un viaggio appassionato nella canzone romana antica e moderna, da Romolo Balzani ad Armando Trovajoli e a Gabriella Ferri.

LA CANZONE ROMANA, TRIOLLALLERO: Raffaela Siniscalchi, voce; Massimo Antonietti, chitarra; Denis Negroponte, fisarmonica

Mauro Mariani (anche per la fotografia)

‘Pomeriggi d’autore’: Chiara Forlani presenta ‘Delitto sull’isola Bianca’

Sono ambientate su una piccola isola in mezzo al fiume Po le misteriose vicende raccontate nel romanzo di Chiara Forlani ‘Delitto sull’isola Bianca’ che giovedì 17 febbraio 2022 alle 17,30 sarà presentato nell’auditorium della biblioteca comunale Bassani di Barco (via Grosoli 42, Ferrara). L’appuntamento rientra nel ciclo di incontri ‘Pomeriggi d’autore’ in programma ogni giovedì di febbraio. Chiara Forlani dialogherà con Milvia Manservigi.

Un’isola al mezzo al Po, un mistero da risolvere, un giovane ombroso che vive con un proiettile conficcato nel cranio e viene coinvolto in una vicenda dai contorni tenebrosi. Nel 1950 diverse famiglie vivono sull’isola Bianca, un luogo sperduto dove l’esistenza segue i ritmi e le cadenze dell’Ottocento. Vita di campagna, amori, saggezza popolare e segreti inconfessabili: tutto concorre alla soluzione del mistero, in un crescendo di tensione che si stende come un sudario sulla bellezza selvaggia della terra situata tra la città di Ferrara e il grande, maestoso fiume Po.

Chiara Forlani è nata e vive a Ferrara. Delitto sull’isola Bianca nel 2020 si è aggiudicato il primo posto per la miglior ambientazione al concorso Giallo Festival ed è risultato secondo al Premio De Filippis Gold Crime.

Alessandro Zangara

Robert Capa. Fotografie oltre la guerra

Nel 1938 Robert Capa fu definito dalla prestigiosa rivista inglese Picture Post “Il migliore fotoreporter di guerra nel mondo”. Senza dubbio l’esperienza bellica fu al centro della sua attività di fotografo: iniziò come fotoreporter durante la guerra civile spagnola (1936-39), proseguì attestando con i suoi scatti la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone (1938), la seconda guerra mondiale (1941-45) – fra cui spicca la documentazione dello sbarco in Normandia – e ancora il primo conflitto Arabo-Israeliano (1948), e quello francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni.

Una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un’urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione “Se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza”. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso. Ma il lavoro di Robert Capa non si limitò solo esclusivamente a testimoniare eventi drammatici, ma spaziò anche in altre dimensioni non riconducibili alla sofferenza della guerra. Proprio da qui prende avvio questo progetto espositivo a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme, fino al prossimo 5 giugno, che vuole esplorare parti del lavoro di questo celebre fotografo ancora poco conosciute.

Un progetto che pone l’attenzione proprio su reportage poco noti di Capa, una mostra per scoprire la sua fotografia lontano dalla guerra.

La mostra esplora il suo rapporto con il mondo della cultura dell’epoca con ritratti di celebri personaggi come Picasso, Hemingway e Matisse, mostrando così la sua capacità di penetrare in fondo nella vita delle persone immortalate. Al contempo una sezione è dedicata ai suoi reportage dedicati a film d’epoca. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale è l’attrice svedese ad introdurre Capa sul set del Notorius di Alfred Hitchcock, dove si cimenta per la prima volta in veste di fotografo di scena.

Nell’arco di pochissimi anni Capa si confronta con mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortala la bellezza di Gina Lollobrigida e l’intensità di Anna Magnani. Maturerà poi la scelta, congeniale alla sua sensibilità e all’oggetto privilegiato della sua ricerca artistica, di confrontarsi con i grandi maestri del Neorealismo. Straordinarie dunque le immagini colte sul set di “Riso Amaro”, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.

Mostra a cura di Marco Minuz con il Patrocinio del Consolato Generale di Ungheria

Museo Villa Bassi, Abano Terme

Lunedì, mercoledì, giovedì dalle 14.30 alle 19.00; venerdì dalle 14.30 alle 19.00; sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00. Festività infrasettimanali: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00, martedì chiuso. È previsto il pagamento di un biglietto.

Museo Villa Bassi Abano

A misura di bambino

Aperta presso la Galleria degli Uffizi di Firenze fino al prossimo 24 aprile, la mostra “A misura di bambino” indaga la vita quotidiana di bambini e bambine dell’impero romano, attraverso giochi e svaghi. Sono un esempio la raffigurazione di Ercole bambino che lotta con i serpenti del I secolo d. C.; una statuetta di gladiatore con accessori componibili come l’elmo e la spada, e un cavallino giocattolo da trainare del II-III secolo d. C., oppure una rara bambola in avorio del III secolo d. C. mai esposta prima d’ora. I riti di passaggio, la dimensione ludica, il rapporto con gli animali, le paure, sono i temi centrali della mostra che propone statuette, sarcofagi, rilievi, giocattoli dei bambini dell’antica Roma.

La strutturazione della mostra permette il dialogo tra i bambini del passato e quelli di oggi, utilizzando lo stesso linguaggio, con apparati didascalici, fumetti, tavole e clip-audio che permettono ai bambini di comprendere quanto esposto, sentendosi la storia vicina. Anche la tipologia di esposizione è fatta per i più piccoli, con gli oggetti esposti più in basso rispetto al solito, in modo che i bambini possano avere i reperti alla loro altezza e osservarli da vicinissimo. Inoltre, un documentario proiettato nell’ambito espositivo permette ai giovani fruitori della mostra di essere catapultati in un giardino della Roma antica dova alcuni bambini, nella simulazione, giocano come farebbero oggi, se si adoperassero più i giocattoli classici che l’elettronica.

La Redazione

Sulla tua Parola getterò le reti

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – LUCA 5,1-11
In quel tempo, 1. mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennésaret, Il Vangelo riporta il fatto della pesca miracolosa e la chiamata dei primi discepoli. Luca utilizza il materiale che già si trova nel Vangelo di Marco, ma lo elabora con originalità. Il luogo dell’evento è la città costiera di Cafarnao, che si trova lungo il mare (lago) di Galilea (o di Tiberiade), dove Gesù è ospite di Simone, nella sua casa. La folla fa ressa attorno a Gesù, tanto da opprimerlo. È espressione del mondo che riconosce il suo bisogno di salvezza ed è assetato della Parola di Dio.
2. vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti.
Quello di oggi è un brano parallelo a quello di Marco 1,16-20, però si differenzia perché i pescatori non riparano le reti: non si sono lacerate, perché non hanno pescato nulla.
3. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e
insegnava alle folle dalla barca. Gesù sale sulla barca di Simone (colui che sarà Pietro), si fa trasportare al largo dalla riva. Gesù si fida di Simone. Salire sulla barca è segno di vicinanza e di volontà di stabilire un rapporto, di offrire la propria presenza rassicurante.
Egli è sempre sulla barca della Chiesa, anche in mezzo ai pericoli delle tempeste. Il Signore è con lei e, dal suo interno, proclama la Parola di Dio.
Gesù sale anche sulla barca della nostra vita, se noi siamo disponibili ad accoglierlo.
“Lo pregò di scostarsi un poco da terra”: lo stratagemma di andare al largo consente a Gesù di farsi ascoltare dalla gente assiepata sulla riva.
4. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Gesù impartisce un ordine inconsueto a Pietro: gettare le reti in pieno giorno è assolutamente inopportuno perché i pesci non abboccano con la luce. I pescatori hanno lavorato tutta la notte, hanno sperimentato la vanità dei loro sforzi e ora hanno bisogno del loro riposo. Gesù, invece, ordina di gettare le reti, anche se sono già stanchi e anche se è giorno.
5. Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».
Pietro fa resistenza: da pescatore esperto sa che non si pesca di giorno e che il falegname Gesù non ha nulla da insegnargli riguardo al suo mestiere. Tuttavia fa un grande atto di fede, si abbandona ad un comando umanamente irragionevole e si fida. È il primo atto di fede da parte di Pietro e il primo presentato dall’evangelista Luca nel suo racconto.
“Sulla tua parola getterò le reti”: Pietro fa un grande atto di fede. Obbedisce a un ordine assurdo perché si fida di Gesù. La fede è andare oltre alla razionalità, la supera con la fiducia nella Parola di Dio. Quando Dio ordina qualche cosa sa dove vuole guidare il suo interlocutore e lo sostiene con la sua Grazia.
Crediamo a Gesù anche quando nulla ci farebbe pensare che Egli abbia ragione. Affidarsi a Lui è il segno più grande della nostra fiducia e della nostra confidenza. Abbandonarsi alla sua azione è fonte di pace e lievito che fa fruttificare la nostra vita, che rende abbondante la nostra “pesca”, che rende fruttuoso il nostro lavoro.

6. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
La fede di Pietro ha contagiato anche i compagni di lavoro. Il risultato è strabiliante, la pesca è abbondantissima, le reti si lacerano per l’enorme quantità di pesci, tanto che sono necessari i rinforzi. Pietro dirige il lavoro, altri compagni lo aiutano, altri ancora vengono chiamati successivamente.
La Chiesa è formata da persone con compiti diversi, ma con l’unica vocazione che è quella di seguire Gesù. Solo insieme possiamo testimoniare la fedeltà di Dio alle sue promesse e godere della sua Presenza. Sull’esempio di Pietro, anche noi dobbiamo essere sicuri che insieme con Gesù diventiamo invincibili e che Egli rende possibile l’impossibile.
8. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». 9. Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto. In parallelo possiamo leggere l’esperienza di Mosè al Sinai. Egli si prostra quando Dio si manifesta nel roveto ardente, che arde e non brucia. È l’atteggiamento dell’orante che si trova di fronte a una
straordinaria presenza divina. Di fronte alla pesca miracolosa, Pietro capisce la distanza che esiste tra Dio e la creatura, tra Gesù e lui, povero pescatore di Galilea. “Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù”: Pietro riconosce la straordinarietà dell’evento e si
getta ai piedi di Gesù per ringraziarlo e, soprattutto, per dichiarare che Lui è l’inviato di Dio. Il suo intervento sovrasta ogni possibilità umana, pertanto riconosce è Gesù è il Signore. “Sono un peccatore”: non significa che Pietro sia un uomo moralmente traviato, ma vuol dire che sente tutto l’abisso della sua debolezza nei confronti della potenza di Dio.
Gesù sceglie Pietro per la fiducia che ha dimostrato. In Pietro sceglie ciascuno di noi. Ci chiede di confidare in Lui e di appoggiarci alla sua forza. Colui che ci chiama è anche Colui che ci sostiene nella missione che ci affida. Sua è la Chiesa, suo è il mondo, suoi siamo noi e Lui è il nostro Tutto. Non sono le qualità umane che ci fanno grandi davanti a Dio, ma la nostra fede in Lui. Evitiamo di sentirci autosufficienti, di basarci sulla nostra intelligenza, di crederci sapienti: in Gesù tutte le categorie umane sono capovolte. Egli può farci ottenere una grande pesca anche dopo una notte infruttuosa. Fidiamoci e, come Pietro, adoriamo in ginocchio il nostro Salvatore.
10. così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Rispetto al Vangelo di Marco, in Luca manca la figura di Andrea. Gesù si rivolge a Simone e gli dà l’incarico di sottrarre gli uomini dal male, di “pescarli” per dare loro la vita. Mentre i pesci fuori
dall’acqua muoiono, gli uomini, fuori dai flutti del peccato, si salvano e vivono. Ecco la missione, che inizia con il mandato: “Non temere!”. Da questo momento la vita di Pietro cambia totalmente. Quando Gesù ci afferra, dobbiamo voltare pagina: non siamo più quelli di prima! Gesù “tira fuori” Pietro e i discepoli da una pesca fallimentare che li scoraggia e li deprime. Successivamente ordina loro di fare altrettanto: “tirare fuori” gli uomini da situazioni di angoscia per portarli alla salvezza. Dopo aver sperimentato la Misericordia, Pietro e gli altri discepoli sono pronti ad annunciarla, a dire che non è tutto perduto quando nella vita si tocca con mano la propria fragilità e/o il proprio peccato. Con Dio possiamo sempre “voltare pagina” e ricominciare una vita nuova. Toccati dalla Misericordia, dobbiamo diventare misericordiosi.

11. E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. È avvenuto l’incontro di Gesù con Pietro. È avvenuta la trasformazione. Da questo versetto, però, sappiamo che anche gli altri discepoli vengono affascinati dal Signore, al punto che abbandonano tutto per seguire il Maestro. Non sappiamo dopo quanto tempo hanno lasciato tutto; forse hanno
compiuto un processo di discernimento. Quello che importa è che i discepoli hanno avuto
un’esperienza forte nella loro esistenza e dall’incontro con Cristo tutto è cambiato.
Seguire Cristo senza condizioni è possibile quando ci si sente profondamente amati da Lui, quando si ascolta in profondità la Sua Voce che parla nella coscienza. Questa esperienza fa maturare una decisione forte di perseverare fino alla morte nella scelta del Signore, a costo di lasciare le proprie sicurezze, le proprie certezze, le proprie opinioni, la propria cultura. Amati da Cristo, oggetto del suo amore senza misura, crediamo su di Lui, per sempre, con un abbandono totale, frutto di una fede provata, alimentata dalla preghiera e cementata da scelte operative conseguenti al “sì” iniziale.
Pietro ci dice che vale la pena essere tutti di Dio e di gettare sempre la rete anche quando sembra assurdo, perché, sulla parola di Gesù, il risultato è assicurato. E saremo “pescatori di uomini”, saremo persone che trasmettono la salvezza di Dio, perché ne abbiamo fatto l’esperienza, perché abbiamo ottenuto misericordia. Raccontiamo a tutti le meraviglie che ha compiuto in noi!
Suor Emanuela Biasiolo

Un simbolo della Shoah a Montorio

Una struttura fatiscente, danneggiata dal trascorrere del tempo e dall’aggressione della vegetazione. Un luogo della Memoria andato dimenticato dalla storia e dal ricordo civile per oltre 70anni, rimanendo nascosto nelle campagne tra Montorio e San Michele Extra. È questa la storia del Campo di Concentramento di Montorio, individuato ufficialmente nel 2017 e oggi, dopo un primo intervento di riordino, restituito alla città per diventarne uno dei luoghi simbolo della Shoah e di tutte le sue vittime.

I lavori di valorizzazione dell’area hanno riguardato, in particolare, la pulizia dell’area da rifiuti e vegetazione, la posa di recinzioni per la limitazione del percorso di visita e la messa in sicurezza degli spazi attorno allo stabile non ancora recuperato. La struttura è stata liberata nella parte esterna dalla vegetazione, così da consentirne una migliore visione. Infine, cartelli informativi, sulla storia del luogo e sul suo ritrovamento, sono stati posizionati nell’area antistante lo stabile, a supporto della visita. L’intervento è ad opera delle associazioni Figli della Shoah e Montorioveronese.it, in collaborazione con la Regione Veneto, Comunità ebraica di Verona, Comune, Agsm-Aim e Amia.

Lo stabile è stato utilizzato nella seconda guerra mondiale come campo di concentramento e luogo di detenzione per prigionieri politici ed ebrei. Il Campo, oggi chiamato “DAT Colombara”, è stato individuato grazie ad una ricerca storica svolta dall’associazione Montorioveronese.it. Tutto è partito da un documento, più precisamente una lettera datata 21 giugno 1945, inviato dall’’Ufficio Accertamenti e Amministrazione Beni Ebraici al Prefetto, dove si chiedeva riscontro delle spese sostenute per il campo di concentramento per ebrei di Montorio. A seguito del ritrovamento iniziarono, da parte di alcuni studiosi, le ricerche per la sua individuazione. Ritrovamento avvenuto nel 2017, nelle campagne tra Montorio e San Michele Extra. Oggi, in una cerimonia che rientra nel programma celebrazioni del Giorno della Memoria, oltre a ricordare i drammatici accadimenti di cui il luogo è stato protagonista, sono stati anche presentati gli interventi effettuati per il suo riordino e pulizia.

Presenti, oltre al sindaco Federico Sboarina, i presidenti dell’associazione Figli della Shoah Daniela Dana Tedeschi e dell’associazione montorioveronese.it Roberto Rubele. Sono inoltre intervenuti, in rappresentanza del Prefetto il capo di Gabinetto Daniela Chemi, il presidente della Provincia Manuel Scalzotto, il consigliere nazionale dell’associazione figli della Shoah e della comunità ebraica di Verona Roberto Istrael, il vescovo monsignor Giuseppe Zenti, l’onorevole Vincenzo D’Arienzo e rappresentanti dell’Esercito. E, ancora, il presidente di Agsm-Aim Stefano Casali, di Amia Bruno Tacchella, del Consorzio Zai Matteo Gasparato, della Fiera Maurizio Danese, il comandante della Polizia locale Luigi Altamura.

“Questa struttura è un segno tangibile di quanto è successo – sottolinea il sindaco –. Abbiamo il dovere di non dimenticare e luoghi come questo, soprattutto per le nuove generazioni, sono una straordinaria testimonianza. Ognuno di noi, nel proprio ruolo, deve essere portatore di questi ricordi, non solo per darne memoria ma, soprattutto, per far comprendere agli uomini e alle donne di domani l’atrocità e il dolore che sono stati generati dall’odio per l’umanità. Solo così possiamo sperare di costruire un futuro migliore e una società più giusta, affinché certe tragedie non si ripetano mai più”.
“E’ per certi versi incredibile che a quasi 80anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale – dichiara la presidente dell’associazione Figli della Shoah Tedeschi – ci siano ancora luoghi della ‘Memoria’ dimenticati. Per troppo tempo questo campo di Concentramento è rimasto nascosto, invece di diventare un luogo simbolo, una testimonianza per le giovani generazioni. Grazie agli interventi di valorizzazione effettuati, ora l’area è visitabile e diventerà un luogo di conoscenza e storia”.

Per l’occasione è giunto a Verona anche un messaggio dalla senatrice Liliana Segre, di cui ha dato lettura la presidente Tedeschi. “Praticare la memoria – precisa Segre nel suo scritto – aiuta a mantenere in buona salute la democrazia. La memoria dei luoghi ha una valenza particolarissima, perché il paesaggio è di per se un elemento di richiamo. Ci sono spazi, angoli senza nome, che hanno un’anima e che costituiscono memento. Sapere da dove veniamo è fondamentale per comprendere dove possiamo e dove vogliamo andare”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

La Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova chiamata al Tavolo permanente del mondo della danza del Ministero della Cultura

Il Sovrintendente del Teatro Carlo Felice Claudio Orazi è tra le personalità nominate al Tavolo permanente del mondo della danza istituito dal Ministro della Cultura Dario Franceschini, con il compito di approfondire le tematiche e le problematiche della danza in Italia e per formulare proposte in materia.

“La danza è un’eccellenza della cultura italiana riconosciuta in tutto il mondo. Insieme alle fondazioni lirico-sinfoniche, come altri settori dello spettacolo dal vivo, ha sofferto in questo periodo di limitazioni ed è giusto che il Governo e le istituzioni siano vicine e lavorino al massimo per trovare delle soluzioni”, ha dichiarato il Ministro Dario Franceschini.

“Nel ringraziare il Ministro Dario Franceschini per la fiducia accordatami, dichiara il Sovrintendente Claudio Orazi, desidero sottolineare che la Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova è garante della custodia e della perpetuazione della grande tradizione del balletto classico e contemporaneo e della danza in tutte le sue forme, aperta a nuove forme di espressione propiziate dall’incontro tra la danza e le altre performing arts, in primis la musica e il teatro, all’interno di contesti elettivi. In questa prospettiva la direzione artistica e l’organizzazione del Nervi Music Ballet Festival, dove la Fondazione interviene dal 2020, nel rispetto della tradizione di una manifestazione di portata storica, pone in particolare l’accento sull’eccellenza, con progetti originali firmati dalle personalità di maggior rilievo sulla scena internazionale e dai più meritevoli esponenti della generazione di ballerini e di coreografi emergente.

La collaborazione con nuove piattaforme internazionali impegnate a garantire ai giovani professionisti di tutto il mondo di poter accedere e beneficiare della collaborazione con i più grandi professionisti in attività sulla base del puro merito artistico è un ulteriore elemento distintivo del Festival, sin dal 2021. L’incontro tra la nuova generazione di danzatori e le “star” è una chiave dell’ambizioso progetto, che mira a legare passato, presente e futuro della danza assieme.

Allo stesso modo, la stagione di Opere e Balletto del Teatro Carlo Felice di Genova mantiene vigile l’attenzione allo scenario coreutico contemporaneo, che coniuga con una simile attenzione al mondo della musica del nostro tempo. Nell’ottobre 2021 il debutto, in dittico con l’opera Pagliacci, della nuova creazione di Virgilio Sieni su musica di Francesco Filidei, Sull’essere angeli, interpretata in scena dalla danzatrice Claudia Catarzi e dal flautista Mario Caroli, può essere guardato come il punto di partenza di un filone che porterà in futuro a nuovi sviluppi”.

Dell’organismo, presieduto da Roberto Giovanardi, fanno parte: il Direttore generale Spettacolo; il Presidente dell’Associazione Nazionale Fondazioni Lirico Sinfoniche (ANFOLS); il Presidente dell’Accademia Nazionale di danza; un rappresentante dell’Accademia di danza del Teatro alla Scala di Milano; un rappresentante dell’Accademia di danza dell’Opera di Roma; un rappresentante dell’Accademia di danza del Teatro San Carlo di Napoli; il Presidente dell’Associazione italiana danza attività di formazione (AIDAF); il Presidente dell’Associazione italiana danza attività di produzione (AIDAP); il Presidente dell’Associazione Danza Esercizio e Promozione (ADEP); il Presidente Associazione Italiana Teatri di Tradizione (ATIT); il Presidente di ItaliaFestival; il coordinatore del “Tavolo Danza” di C.Re.S.Co – Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea; il direttore del ballo del Balletto del Teatro alla Scala di Milano; il direttore del ballo del Balletto dell’Opera di Roma; il direttore del ballo del Balletto del Teatro San Carlo di Napoli; il direttore del ballo del Balletto del Teatro Massimo di Palermo; il Sovrintendente del Teatro Carlo Felice di Genova; un rappresentante di NID-New Italian Dance Platform; un rappresentante del Liceo Coreutico Statale di Torino; il Presidente della Federazione nazionale danza sportiva (FIDS); Amedeo Amodio; Mauro Bigonzetti; Roberto Bolle; Vittoria Cappelli; Liliana Cosi; Donatella Ferrante.

Nicoletta Tassan Solet