Svetlana Zakharova per Genova Outsider Dancer

Domenica 3 luglio alle ore 20.30 al Teatro Carlo Felice di Genova, nell’ambito del Genova Outsider Dancer, verrà presentato AMORE, il balletto con protagonista assoluta Svetlana Zakharova, una delle più grandi danzatrici viventi, ammirata per la perfezione tecnica e l’eleganza assoluta del suo stile.

La straordinaria ballerina russa, di origine ucraina, è oggi la più richiesta al mondo, definita all’unanimità una delle più grandi stelle del balletto, dal 2003 étoile del Balletto Bol’šoj di Mosca e dal 2007 prima ballerina étoile del Corpo di Ballo alla Scala di Milano.

Un arrivo a Genova atteso ormai da mesi, con tre balletti di altrettanti coreografi contemporanei: il primo, Francesca da Rimini, sulle musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij, creato nel 2012 per il San Francisco Ballet da Yuri Possokhov, coreografo incline alle storie drammatiche e romantiche. Sul palco, accanto a Svetlana, ci saranno Michail Lobukhin e Denis Rodkin, entrambi solisti del Balletto Bol’šoj di Mosca.

Seguirà Rain before it Falls, coreografia creata nel 2014 da Patrick De Bana appositamente per la Zakharova su musiche di Georg Friedrich Händel, Ottorino Respighi e Carlos Pino-Quintana; De Bana, danzatore e coreografo tedesco considerato tra i più interessanti del panorama contemporaneo, in questa occasione si presenterà nel doppio ruolo di autore e co-interprete.

Infine, Strokes Through the Tail, creato nel 2005 per la Hubbard Street Dance Company di Chicago da Marguerite Donlon, una coreografia che trova ispirazione nella Sinfonia n. 40 di Wolfgang Amadeus Mozart e nella quale i danzatori incarnano la struttura di tale notazione rivelando tutto il genio e l’umorismo del grande compositore.

Orchestra del Teatro Carlo Felice, direttore Pavel Sorokin.

 

Marina Chiappa

 

Cinemadivino: i film si degustano in cantina

MAT_3061b1-cinemadivinoL’idea è originale: portare il cinema direttamente nelle cantine e nelle aie delle aziende vinicole. L’obiettivo: valorizzare il territorio e i prodotti enogastronomici tipici di alcune delle più importanti aree enologiche d’Italia portando gli appassionati di vino, ma anche di cinema, direttamente in cantina; far conoscere il lavoro dei produttori attraverso i loro racconti, la loro storia e la loro passione; diffondere la cultura del bere bene e della convivialità.

Questo in sintesi “Cinemadivino – I grandi film si gustano in cantina”: la rassegna cinematografica itinerante che porterà il grande schermo direttamente nei luoghi dove nasce e si produce il vino. Dopo le anteprime di giugno in Emilia Romagna – dove la rassegna è stata ideata ed è nata oramai 13 anni or sono – per tutto luglio, agosto e fino ai primi di settembre si snoderà un intenso calendario di appuntamenti in diverse regioni d’Italia (da Nord a Sud): Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Marche, Umbria, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia oltre ovviamente l’Emilia Romagna. In totale saranno oltre 90 serate. Tutto il programma, in continuo aggiornamento, su www.cinemadivino.net.

“Cinemadivino” NON è una “semplice” rassegna cinematografica. “Cinemadivino” è convivialità, piacere di stare insieme e soprattutto scoperta del territorio, di alcune sue eccellenze enogastronomiche, a partire ovviamente dal vino, e di quelle persone che con impegno e dedizione tengono alto il nome dell’enologia locale, e non solo. Infatti, la formula vincente di “Cinemadivino” è quella di presentare sul grande schermo i film sorseggiando un calice di vino e gustando alcuni piatti tipici. Piatti preparati nello spazio gastronomico gestito direttamente dalle aziende, oppure proposti dal “Food Truck” di Cinemadivino: il furgone viaggiante che poterà nelle cantine i piatti pensati in collaborazione con importanti chef per uno “street food” di qualità.

Con un calice di buon vino in mano, sotto un cielo stellato e con i vigneti a fare da sfondo, gli spettatori non assisteranno “solamente” a un film – selezionati principalmente fra quelli più interessanti dell’ultima stagione, come “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, “Woman in Gold” di Simon Curtis e “Dio esiste e vive a Bruxelles” di Jaco Van Dormael, anche se non mancheranno alcuni capolavori come “La Famiglia” di Ettore Scola ancora in 35 mm, pellicole originali come “Fiore del deserto” di Sherry Hormann e “Brooklyn” di John Crowley, e l’immancabile “Sideways” di Alexander Payne per tutti gli amanti del vino – ma vivranno un’esperienza. Perché con Cinemadivino ogni serata è unica: cambiano i protagonisti, cambiano i vini degustati, cambiano i film e naturalmente cambiano gli scenari paesaggistici che connotano la nostra bella Italia.

«Da 13 anni a questa parte Cinemadivino sta portando avanti un viaggio che definire rassegna cinematografica non rende merito alla reale proposta– spiega Carlo Catani, Presidente della Cinemadivino s.r.l. e anima della rassegna assieme ai tanti produttori coinvolti – Cinemadivino, infatti, realizza una vera e propria azione di marketing territoriale attraverso la sua capacità di far conoscere produttori, vini, eccellenze gastronomiche, territori e contribuisce a diffondere la cultura del bere bene. Questo non solo nelle cantine, ma anche in altre straordinarie realtà produttive come il Consorzio del Parmigiano Reggiano, i Musei e alcune location in cui si ripropone la magia dei Drive-in sempre in abbinamento al vino».

Le aziende saranno pronte a ospitare gli spettatori dalle ore 19.30 con le degustazioni, mentre dalle ore 20 sarà possibile effettuare anche una visita guidata delle cantine. L’inizio delle proiezioni è fissato verso le 21.30 e i film saranno anticipati dalla proiezione di un cortometraggio (con prevalente tema enogastronomico). Per chi lo desidera, dalle 19.30 è anche possibile cenare in cantina. Il costo del biglietto d’ingresso è di 12 euro intero e comprende la visione del film, la visita guidata alla cantina e l’assaggio di 3 calici di vino in degustazione.

Per informazioni e prenotazioni: tel. 366 5925251.

 

Pierluigi Papi

Al sud lo sviluppo del goji italiano

Quindici ettari e 30 produttori fra Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia e una produzione complessiva di 30 tonnellate, destinata a raddoppiare già da quest’anno e a conquistare anche la Sardegna. È la filiera del goji italiano, bacca di origine tibetana molto diffusa in oriente e che sta conquistando i consumatori occidentali per le proprietà antiossidanti e anti-age. Fra le opportunità per il Made in Italy nel comparto ortofrutticolo sta suscitando attenzione da parte degli imprenditori agricoli dell’area mediterranea una nuova solanacea, della famiglia del peperone, della melanzana e del pomodoro: il goji italiano.

«Il brand Goji italiano è nato nel 2015 ed è costituito da una rete di 30 imprese denominata Lykion, dal nome del Lycium barbarum, varietà di bacca rossa – spiega l’agronomo Rosario Previtera, presidente dell’associazione -. Coltiviamo con metodo biologico e con certificazioni Vegan Ok e Marchio unico nazionale (Mun), che attesta l’italianità del prodotto, e abbiamo in corso la certificazione sociale per una filiera equa e solidale».

A differenza di quanto normalmente si trova nei punti vendita, vale a dire una bacca essiccata, per lo più di provenienza cinese, il prodotto commercializzato da «Goji italiano» è fresco. Si tratta di frutti in vaschetta raccolti direttamente dalla pianta o di confettura.

La rete del Goji italiano offre assistenza tecnica in campo, compresa la realizzazione degli impianti di coltivazione a spalliera (simile al vigneto), il posizionamento dei sistemi di irrigazione a goccia, fino alla commercializzazione del prodotto. «Buona parte della produzione del 2015 è stata commercializzata nei canali di Conad e Simply – dice Previtera – ma la richiesta è particolarmente interessante anche dall’estero, con i consumatori del Centro-Nord Europa fra i principali interessati».

Per ogni ettaro, mediamente, sono coltivate circa 4.000 piante di goji e la produzione media si aggira sulle due tonnellate per ettaro nel primo anno, che sale a cinque tonnellate il secondo anno e si assesta sulle 10 tonnellate dal terzo anno. La pianta di goji viene potata a gennaio, mentre la raccolta delle bacche si prolunga da giugno ai primi di novembre.

I costi di produzione complessivi non superano mediamente i 5.000 euro l’ettaro, mentre i ricavi si aggirano intorno ai 20 euro al chilogrammo. «Già dal primo anno – calcola Previtera – si intascano dalla vendita 40.000 euro ad ettaro».

Tra le proprietà benefiche riconosciute al goji il controllo della pressione arteriosa, la diminuzione del colesterolo «cattivo», una presenza di vitamine, sali minerali e oligoelementi superiori rispetto alla maggior parte di altri frutti.

La rete del goji italiano è oggetto di ricerca da parte di un pollo di università, fra le quali Salerno, Napoli, Reggio Calabria e Urbino.

 

Veronafiere

Bambini uccisi nei campi minati dello Yemen

Al termine di una missione di ricerca di 10 giorni nelle province di Sa’da, Hajjab e Sana’a, Amnesty International ha denunciato che i bambini e le loro famiglie che, dopo un anno di conflitto, tornano a casa nel nord dello Yemen rischiano fortemente di morire o di riportare gravi ferite a causa di migliaia di bombe a grappolo inesplose.   C’è urgente bisogno di assistenza internazionale per sminare i terreni e i paesi in grado di esercitare influenza devono sollecitare le forze della coalizione a guida saudita a fermare l’uso delle bombe a grappolo, armi di per sé indiscriminate e proibite dal diritto internazionale. “Anche con la fine delle ostilità, la vita dei civili, compresi i bambini, e i loro mezzi di sussistenza continuano a essere in pericolo. Al rientro in quelli che ormai sono dei veri e propri campi minati, non potranno vivere in condizioni di sicurezza fino a quando le zone intorno alle loro abitazioni e i campi non saranno ispezionati e ripuliti dalle bombe a grappolo e da altri ordigni inesplosi” – ha dichiarato Lama Fakih, senior crisis advisor di Amnesty International.  Nella sua ultima missione di ricerca nel nord dello Yemen, Amnesty International ha riscontrato prove dell’uso, da parte della coalizione a guida saudita, di bombe a grappolo di fabbricazione statunitense, britannica e brasiliana. L’uso di queste armi è vietato dalla Convenzione sulle bombe a grappolo, che il Regno Unito è vincolato a rispettare. Amnesty International ha intervistato 30 persone, tra cui sopravvissuti a bombe a grappolo e altri ordigni inesplosi, così come loro familiari, testimoni oculari, esperti di sminamento, attivisti e soccorritori. L’organizzazione ha documentato 10 nuovi casi in cui, tra luglio 2015 e aprile 2016, 16 civili sono stati uccisi o feriti da bombe a grappolo. Tra le vittime, anche nove bambini due dei quali rimasti uccisi. Le esplosioni si sono verificate giorni, settimane o anche mesi dopo il lancio delle bombe a grappolo da parte della coalizione a guida saudita.  Col cessate-il-fuoco raggiunto nel marzo 2016, nelle province di Hajjah e Sa’da i civili hanno iniziato a tornare a casa. Ma operatori addetti allo sminamento, residenti e soccorritori hanno dichiarato ad Amnesty International che i civili continuano a saltare in aria quando entrano in contatto con ordigni inesplosi.  Il fenomeno è in particolare aumento lungo il confine tra Arabia Saudita e Yemen, nelle zone di Midi, Haradh, Hayran, Bakil al-Mir e Mustabah (provincia di Hajjah) e di al-Safra, Razih, Shada e Baqim (provincia di Sa’da).  Molti civili, compresi i bambini, sono dunque alla mercé di ordigni potenzialmente mortali senza rendersi conto della loro presenza o dei rischi che pongono. Per di più, recenti inondazioni hanno trasportato questi ordigni in zone dove la loro presenza non era attesa. Finora la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha ufficialmente confermato di aver usato bombe a grappolo. Tuttavia, in un’intervista rilasciata alla Cnn l’11 gennaio 2016, il generale Ahmed al-Asiri, portavoce della coalizione, nel negarlo complessivamente ha ammesso l’uso di bombe a grappolo CBU-105 nel corso dell’attacco contro un obiettivo militare, nell’aprile 2015.  Le popolazioni civili invocano a gran voce la necessità di aiuto per sminare i loro terreni. Riconoscendo il grave rischio che la presenza di ordigni inesplosi costituisce per la popolazione civile, nell’aprile 2016 il Centro d’azione sulle mine dello Yemen (Yemac, l’unica agenzia di sminamento presente nel paese) ha iniziato a rintracciare e far esplodere ordigni nelle province di Sa’da e Hajjah, nonostante la formazione inadeguata e lo scarso equipaggiamento a disposizione.  Il numero esatto di ordigni inesplosi da eliminare non è ancora chiaro. Nelle prime tre settimane di lavoro nelle due province, lo Yemac ha eliminato almeno 418 sub-munizioni da bombe a grappolo, 810 resti di fusi e di pezzi d’artiglieria, 51 mortai e oltre 70 missili. Purtroppo, il 26 aprile lo Yemac ha dovuto interrompere drammaticamente le sue attività a seguito della morte di tre suoi operatori (Mohammed Ahmed Ali Al Sharafi, Mustafa Abdullah Saleh Al Harazi e Hussein Abdo Mohssien Al Salami), uccisi dai resti di una bomba a grappolo ad Hayran, nella provincia di Hajjah. Il direttore dello Yemac, Ahmed Yahya Alawi, ha riferito ad Amnesty International che le attività del Centro sono sospese mentre sono in corso indagini sulla morte dei suoi uomini. Egli ritiene che l’episodio sia stato causato dalla negligenza di uno dei tre operatori nel rimuovere un ordigno inesploso vicino ai suoi due colleghi. Alawi ha criticato l’assenza di formazione adeguata e ha definito inefficaci e obsolete le attrezzature a disposizione: “La coalizione ha usato vari tipi di bombe a grappolo ma noi abbiamo dimestichezza solo con quattro di essi. Siamo rimasti sorpresi da queste nuove versioni. Sono più sensibili, è difficile farle esplodere ma metterle da parte inesplose è pericoloso. Abbiamo bisogno di formatori provenienti dai paesi che quelle bombe le producono e di migliore tecnologia per distruggerle”. “I paesi donatori devono agire con urgenza e sostenere l’azione a livello locale per individuare in condizioni di sicurezza, marcare e ripulire le aree in cui si trovano gli ordigni inesplosi e spiegare alle comunità di quei territori come, nel frattempo, evitare pericoli. Se non verrà fatto, sarà una bomba a orologeria per i civili, compresi i bambini” – ha commentato Fakih.  I bambini, infatti, sono particolarmente esposti al rischio di raccogliere sub-munizioni inesplose o di entrarci in contatto, scambiandole per giochi a causa della forma e della piccola dimensione. Alcune somigliano a palline, altre a bibite in lattina. Nel gennaio 2016, un 13enne ha raccolto una sub-munizione nei pressi di una fontana del villaggio agricolo di Noug’a, nella provincia di Sa’da, a 20-25 chilometri dal confine con l’Arabia Saudita. La sub-munizione era verde e sembrava “una piccola palla”: questa descrizione coincide con le sub-munizioni contenute nella bomba a grappolo BLU-63 di fabbricazione statunitense. Il ragazzo, che è rimasto in ospedale per due mesi e ha dovuto subire un’operazione chirurgica all’addome, ha detto ad Amnesty International che nei pressi della fontana vi erano altri ordigni di quel genere.  Il 1° marzo “Walid” (la cui vera identità è celata per motivi di sicurezza), un 11enne della stessa zona, ha perso tre dita della mano destra e ha riportato la rottura della mascella sinistra, oltre a ferite al petto e alle gambe. Suo fratello “Samih”, di otto anni, è rimasto ucciso. I due fratelli, secondo il racconto del più grande, stavano portando al pascolo le capre in una vallata quando hanno notato quei piccoli oggetti. Ci hanno girato intorno e giocato per diverse ore fino a quando uno è esploso.   Sulla base del racconto di “Walid”, si tratterebbe di sub-munizioni “ZP39” DPICM la cui presenza nel nord dello Yemen era stata già documentata da Human Rights Watch nel maggio 2015. Il 16 aprile, in un villaggio della provincia di Hajjah a 10 chilometri dal confine saudita, un ragazzo di 12 anni è morto e suo fratello di nove è rimasto ferito giocando con un ordigno trovato mentre stavano portando al pascolo le capre. Questo è il racconto del fratello sopravvissuto: “Ho raccolto la bomba e l’ho data a mio fratello in modo che ne avessimo una a testa. Lui le ha fatte sbattere e sono esplose. Io sono finito a diversi metri di distanza. Due o tre giorni prima, con un amico avevamo raccolto delle bombe in una busta di plastica e le avevamo nascoste sotto gli alberi. Avevano un nastro bianco”. Il ragazzo 12enne è rimasto ucciso sul colpo. Lo hanno ritrovato con l’addome aperto e le braccia mozzate. Il padre, che ha altri 13 bambini, ha raccontato che la loro famiglia era tornata nella zona solo di recente. Ora non trovano più spazio per portare al pascolo le capre: “Qui vicino le bombe sono persino appese sugli alberi”. “L’elevato numero di sub-munizioni usato dalla coalizione a guida saudita e l’alta percentuale di mancata esplosione non solo hanno ucciso e ferito persone ma hanno anche danneggiato gravemente i mezzi di sussistenza e trasformato i terreni in campi minati, rendendo difficile il pascolo così come i raccolti di banane, mango e pomodori” – ha sottolineato Fakih.

Le prime conferme dell’uso di bombe a grappolo di fabbricazione britannica nello Yemen. Dal 25 marzo 2015, quando è iniziata la campagna aerea della coalizione a guida saudita, Amnesty International ha documentato l’uso di sei tipi di bombe a grappolo nello Yemen: uso confermato da altre fonti credibili, come Human Rights Watch.  L’ultima missione di Amnesty International ha potuto confermare per la prima volta l’uso di bombe a grappolo britanniche BL-755, fabbricate negli anni Settanta dalla Hunting Engineering Ltd. Questo tipo di bomba a grappolo, progettato per essere sganciato dai jet britannici Tornado, contiene 147 sub-munizioni in grado di penetrare per 25 centimetri in veicoli blindati e che rilasciano oltre 2000 frammenti che diventano armi anti-persona. Depositi di BL-755 si trovano in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. I ricercatori di Amnesty International hanno visto una bomba a grappolo BL-755 nel deposito in cui lo Yemac raccoglieva gli ordigni inesplosi rinvenuti. La bomba non era esplosa e le sub-munizioni contenute in cinque delle sette sezioni originarie non si erano disperse né avevano detonato.  Si tratta del primo uso confermato di bombe a grappolo made in UK dall’adozione, nel 2008, della Convenzione contro le bombe a grappolo, nella cui stesura e nei cui negoziati il governo di Londra aveva svolto un ruolo da protagonista. La Convenzione, sottoscritta da oltre 100 paesi, vieta l’uso, la produzione e lo stoccaggio delle bombe a grappolo. Altri tipi di bombe a grappolo identificati dalla missione di ricerca di Amnesty International comprendono la brasiliana Avibras Astros e la statunitense CBU-105, con contenitori di sub-minuzioni BLU-108/B. Nell’agosto 2013 il dipartimento della Difesa Usa aveva siglato un contratto del valore di 641 milioni di dollari per la fornitura di 1300 bombe a grappolo CBU-105 all’Arabia Saudita. La sub-munizione BLU-108/B, prodotta da Textron Defense System, viene rilasciata dalla bomba a grappolo che la contiene. Durante la lenta discesa sostenuta da un paracadute, si avvia un veloce movimento rotatorio durante il quale, grazie all’aiuto di sensori ottici multimodali, le munizioni vengono dirette contro una serie di bersagli. La sub-munizione, dotata di un potente propellente, può perforare un veicolo blindato incendiandolo, mentre i frammenti vanno a colpire oggetti e persone. La presenza di numerosi ordigni inesplosi contraddice quanto affermato dalla US Security Defense Cooperation Agency, secondo la quale meno dell’1 per cento degli ordigni non esplode “nell’ambiente operativo in cui operano”. Il governo statunitense vieta la vendita o il trasferimento di bombe a grappolo che abbiano una percentuale di malfunzionamento superiore all’1 per cento.

Raccomandazioni di Amnesty International. “Senza un’azione congiunta per sollecitare la coalizione a guida saudita a cessare l’uso delle bombe a grappolo e l’immediata assistenza internazionale alle operazioni di sminamento, le bombe a grappolo e gli altri ordigni inesplosi costituiranno per anni un lascito mortale per lo Yemen, minacciando la vita dei civili e mandando a rotoli l’economia locale” – ha dichiarato Fakih. L’Arabia Saudita e gli altri stati membri della coalizione dovranno facilitare la bonifica delle aree in cui si trovano ordigni inesplosi. Gli stati in grado di farlo dovranno fornire tutta l’assistenza tecnica, finanziaria e materiale per rendere possibile la demarcazione delle aree e la rimozione o distruzione delle sub-munizioni e di altri ordigni inesplosi. Le vittime e le loro famiglie dovranno ricevere assistenza fisica e psicologica così come avere a disposizione programmi di riabilitazione e istruzioni per evitare i pericoli. Gli stati membri della coalizione a guida saudita dovranno immediatamente fornire alle Nazioni Unite le esatte coordinate degli attacchi con bombe a grappolo, comprese mappe, date e informazioni sul tipo e sulla quantità di armi usate, in modo tale da poter facilitare la bonifica e informare le popolazioni locali sui pericoli ancora presenti. Gli stati che forniscono armi alla coalizione a guida saudita e i singoli stati che ne fanno parte dovranno immediatamente cessare i trasferimenti e l’uso delle bombe a grappolo ed eliminare tutti gli stock ancora a disposizione. Da anni, Amnesty International e altre organizzazioni chiedono a tutti gli stati di porre immediatamente fine all’uso, alla produzione, ai trasferimenti e allo stoccaggio di bombe a grappolo e di aderire alla Convenzione del 2008. Gli altri due stati che, col Regno Unito, hanno prodotto bombe a grappolo usate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita nel conflitto yemenita, ossia Usa e Brasile, non fanno parte della Convenzione contro le bombe a grappolo. Non ne è parte neanche lo Yemen, anche se il 19 maggio suoi diplomatici hanno dichiarato che stanno considerando di aderirvi, dato l’alto livello di contaminazione da bombe a grappolo nel paese. Né l’Arabia Saudita né gli stati membri della coalizione a guida saudita hanno aderito alla Convenzione. Tuttavia, sulla base del diritto internazionale umanitario consuetudinario, agli stati membri di questa coalizione è fatto divieto di usare armi di per sé indiscriminate, che pongono inevitabili minacce per la vita dei civili. Dal febbraio 2016, Amnesty International sta chiedendo a tutti gli stati di assicurare che nessuna delle parti coinvolte nel conflitto yemenita riceva, direttamente o indirettamente, armi, munizioni, equipaggiamento o tecnologia militare da usare nel conflitto fino a quando le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario non saranno cessate. Amnesty International chiede inoltre a tutti gli stati di appoggiare la richiesta di un’indagine indipendente, imparziale e internazionale, sulle violazioni commesse da tutte le parti coinvolte nel conflitto.
Amnesty International Italia

Estate nella Ski Area San Pellegrino

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(la trincea Monzoni)

Cosa fare nella Ski Area San Pellegrino d’estate? Non c’è bisogno di essere grandi sportivi, escursionisti o scalatori, per divertirsi, vivere nuove entusiasmanti esperienze e assaporare il contatto con la natura circondati dallo splendore delle Dolomiti. Ecco alcune proposte da non perdere nelle località di Falcade e Passo San Pellegrino, a cavallo tra la montagna veneta e la Val di Fassa.

Il Giardino delle Formiche

Facilmente raggiungibile con la nuova cabinovia 8 posti Falcade-Le Buse, Il Giardino delle Formiche è un emozionante sentiero tematico a quasi 2000 metri di altezza. Impreziosito da stupende immagini e didascalie, avvicina i bambini al mondo della Formica Rufa, con scorci mozzafiato sulla piana di Falcade. Un’occasione per conoscere anche gli altri animali del bosco e la ricca flora alpina delle Dolomiti grazie alle tabelle esplicative poste lungo il percorso. Difficoltà: facile. Durata: 30 minuti.

I Balconi Panoramici

Panorama da sogno per chi sale a piedi o in funivia sul Col Margherita (2514 metri), straordinaria terrazza naturale che consente di ammirare la sottostante vallata del San Pellegrino e le principali cime dolomitiche da due particolari punti panoramici attrezzati con panchine, cannocchiali, pannelli informativi sulle vette circostanti e la loro descrizione geologica. Il primo guarda verso nord congiungendo in una sorta di abbraccio virtuale il Gruppo del Latemar alla Marmolada, mentre l’altro è rivolto verso sud in direzione delle Pale di San Martino e della Catena del Lagorai.

I luoghi della Grande Guerra

Le escursioni che partono dalle stazioni a monte della seggiovia Costabella e della funivia Col Margherita ripercorrono le tracce della Grande Guerra nella valle del Passo San Pellegrino. Sulle Creste del Costabella e sull’Alta via dei Monzoni come su Cima Bocche e Cima Juribrutto si combatté ininterrottamente da maggio 1915 a novembre 1917 e questi terribili campi di battaglia costituiscono oggi uno straordinario museo a cielo aperto visitabile da tutti con caverne, trincee, fortini, postazioni militari e numerosi altri reperti ancora ben conservati.

Francesca Fregolent (che ha inviato anche la fotografia)

The Floating Piers – aggiornamenti

Si consiglia ai lettori che volessero visitare il bellissimo lavoro artistico di Christo sul lago d’Iseo, di informarsi poco prima di raggiungerlo circa le decisioni prese per ragioni di ordine pubblico sulle fermate dei treni e delle navette; per ragioni di manutenzione del telo che riveste il ponte, sugli orari di apertura e su ogni altro dettaglio utile alla visita. Vengono decisi, infatti, blocchi o sospensioni a seconda del flusso di visitatori, piuttosto che delle condizioni meteo.

Gli orari notturni, ad esempio, vedono attualmente le visite della passerella sospese. Da oggi, 24 giugno, al 3 luglio, infatti, la passerella verrà chiusa dalle 24.00 alle 6.00, con accesso all’opera artistica fino alle ore 22.00 (questo quanto comunicato ad oggi, salvo ulteriori modifiche).

Sollecitiamo quindi a contattare i numeri di riferimento di cui ne diamo alcuni puramente indicativi:

Brescia Mobilità tel. 030 3061200 (anche http://www.bresciamobilita.it); per i gruppi tel. 030 3061018.

http://www.trenord.it

Polizia Municipale di Iseo tel. 030 980093

 

 

The Floating Piers

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È diventato dal 2015 l’evento più atteso di tutti i tempi sul lago d’Iseo: The Floating Piers dell’artista Bulgaro Christo reinterpreta il Lago d’Iseo fino al 3 luglio 2016. È stato realizzato un sistema modulare, 200.000 cubi in polietilene ad alta densità, che compongono pontili galleggianti a pelo d’acqua impacchettati da un telo giallo cangiante.

Grazie a questi pontili percorribili a piedi, si può raggiungere Peschiera Maraglio di Montisola e l’isoletta di San Paolo dalla terraferma. Il percorso pedonale è lungo 3 chilometri e largo 16 metri.

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The Floating Piers è un progetto artistico dei coniugi Christo e Jeanne-Cluade che realizzano in tutto il mondo opere sul larga scala divenendo eccellenti rappresentati della Land Art, una forma artistica nata negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60, consistente in interventi di artisti sul territorio naturale incontaminato. Christo nasce in Bulgaria il 13 giugno 1935 e Jeanne-Cluaden in Marocco il 13 giugno 1935. I due si conoscono a Parigi e collaborano per la realizzazione di alcune opere. Dalla loro relazione l’11 maggio 1960 nasce Cyril. Nel 1964 emigrano negli Stati Uniti dove realizzeranno opere intervenedo su Palazzi, Monumenti e luoghi naturali. Purtroppo Jeanne-Cluaden muore nel 2006, ma il progetto iseano porta anche il suo nome perché era stato pensato e progettato in collaborazione con il marito.

Dallo scorso 18 giugno la passerella galleggiante sul lago d’Iseo si può percorrere gratuitamente dal comune di Sulzano, sulla costa orientale del lago. La passerella consente di raggiungere a piedi Montisola e l’isoletta di San Paolo.

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Per raggiungere Sulzano sono state aggiunte corse sulla tratta ferroviaria Brescia Edolo con fermata a Sulzano; inoltre è stato potenziato il servizio dei battelli regionali con bus navetta 24 ore su 24 disponibili da Brescia, la Valtrompia, la Valcamonica, la Franciacorta e molti altri luoghi che si sono organizzati per consentire a quante più persone di raggiungere lo straordinario ponte. Non è infatti consentito raggiungere Iseo in automobile, ma i parcheggi sono comodi e comodamente serviti dalle navette. Sono circa 10mila i posti auto che creati sul lago, in Franciacorta e Val Camonica per questo speciale evento. Iseo ha allestito 8 nuovi parcheggi per circa 1500 posti auto. La visita del ponte è gratuita e, a quanti l’hanno provata, è apparsa un’esperienza straordinaria raggiungere l’isoletta San Paolo, camminare sull’acqua e vedere il lago d’Iseo e le sue bellezze da una prospettiva inusuale e unica nella storia del lago. Sono a pagamento le navette, ma il prezzo è comune. Ci sono anche, ad esempio da Brescia, dei percorsi organizzati che, al prezzo di 19,00 euro (con sconti ed esenzioni, previa informazione e prenotazione) permettono di accedere alla navetta andata e ritorno, di visitare la mostra fotografica che racconta il progetto e poi di accedere al ponte.

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La passerella galleggiante sul lago è un grande pontile galleggiante composto da 200 mila parallelepipedi di polietilene ad alta densità collegati tra loro in modo da formare un sistema modulare galleggiante. Lungo tre chilometri, il Floating Piers è rivestito da un tessuto giallo cangiante, che si anima di fino a 17mila persone contemporaneamente per tutta la lunghezza del pontile. La sicurezza è assicurata da bagnini, sub e steward che controllano 24 ore su 24 che tutto fili liscio e bello come l’impatto visivo che si nota dalle fotografie spedite da amici che hanno effettuato la visita o fornite dall’organizzazione dell’evento.

Un’esperienza da non perdere, non solo per conoscere da vicino le realizzazioni di uno dei maggiori artisti contemporanei, ma anche per conoscere, o riscoprire, le bellezze uniche del lago d’Iseo e dell’incantevole Montisola.

 

La Redazione

 

 

L’Egitto a Verona

Per la mostra che accompagna la riapertura del Museo dopo i lavori di riqualificazione, si è scelto di presentare al pubblico i materiali relativi al mondo egizio, già esposti nel Museo solo nel 1999-2000. La scelta di un argomento di sicuro interesse è volta a favorire la ripresa della notevole attività didattica che contraddistingueva il Museo prima della chiusura nel 2013 ed è collegata al progetto EgittoVeneto, promosso dalla Regione del Veneto con le Università di Padova e Venezia.

Gli oggetti egizi o ispirati all’Egitto sono entrati al Museo nell’ambito di diverse collezioni, prevalentemente dedicate al mondo classico; sono quindi in numero limitato (un centinaio circa) e privi di provenienza puntuale, ma consentono di sviluppare tematiche interessanti.

La mostra, a cura di Margherita Bolla, è suddivisa in sezioni. Nella prima, Il culto e la magia, si entra nel ricchissimo universo dei culti egizi, già percepiti come esotici da Greci e Romani soprattutto per la tendenza ad adorare alcune divinità sotto forme animali. Minuscoli bronzetti rappresentano un dio-ariete e il bue Apis; altri, cavi come quello della dea-gatta Bastet, servivano a contenere mummie o parti di mummie di animali, che i devoti e i pellegrini acquistavano per deporle nei santuari. Molte statuine in bronzo raffigurano Osiride, dio che – insieme con Iside – rivestì un ruolo importante nella religione dell’Egitto.

La vita oltre la morte presenta materiali tipici delle sepolture, come gli ushabty – figurine in materie prime diverse – che rappresentavano i “servitori” sostituti del morto, pronti a rispondere a Osiride, quando avrebbe chiamato il defunto al lavoro nei propri campi. Alcune parti di mummie, in prestito dal Museo di Storia Naturale di Verona, documentano il complesso trattamento di imbalsamazione che gli Egizi riservavano ai morti, per garantire loro l’”eternità” del corpo. Infine una tavola in pietra raffigura le offerte che i familiari portavano alla tomba, fra le quali non potevano mancare pane e birra.

La sezione Le civiltà africane e Roma è divisa in due parti: con Egitto e Roma si illustra il grande favore che il culto di Iside, con il marito Serapide (già Osiride) e il figlio Arpocrate (Horus), ottenne nell’Impero sia in ambito domestico, come attestano alcuni bronzetti, sia nei santuari dove operavano sacerdoti vestiti in modo peculiare. Uno di essi è rappresentato da una testa in marmo, copia di una nota scultura conservata a Roma. Nella parte dedicata a Africa e Roma si documenta  l’interesse che il mondo africano, con i suoi curiosi animali – come l’elefante o il rinoceronte – o i suoi esotici abitanti, suscitò nella civiltà romana, dove la provincia Africa era raffigurata con copricapo a testa di elefante e con una zanna dello stesso animale sul braccio. Questa sezione della mostra può essere integrata con la visione, al piano superiore del Museo, dei materiali dal santuario delle divinità egizie a Verona.

Proseguendo la mostra, gli oggetti del Museo ispirati in vario modo al mondo egizio illustrano l’Egittomania, la forte attrazione che questa antica e complessa civiltà ha esercitato negli ultimi

secoli sulla cultura europea, non solo fra gli studiosi, fino ad arrivare nell’Ottocento a divertenti produzioni seriali in porcellana.

L’ultima sezione, Un veronese in Egitto (realizzata in collaborazione con l’Università di Padova, Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte, sito nel palazzo del Liviano), è dedicata a Carlo Anti, importante archeologo nato nel 1889 a Villafranca (dove gli sono intitolati un liceo e una via). Prima di diventare professore e poi rettore dell’Università di Padova, studiò materiali romani del Museo Archeologico di Verona, lucerne in particolare (esposte alcune, con soggetto “africano”).

Negli anni Trenta diresse la Missione archeologica italiana a Tebtynis, l’attuale Umm el Breigât nel Fayum, a 170 km a sudovest del Cairo, un esteso villaggio nato attorno al 1800 a.C. e abitato fino al XII secolo d.C., che ha fornito una grande quantità di papiri, oggetto di studio in Italia e all’estero. All’attività di Anti in Egitto (proseguita in particolare dall’IFAO, Institut Français d’Archéologie Orientale, con l’Università di Milano) è dedicato il video che conclude la mostra, che contiene anche un filmato degli anni Trenta, dagli archivi dell’Istituto Luce (Roma).

 

L’EGITTO A VERONA

Museo Archeologico al Teatro Romano, Regaste Redentore, 2 – Verona

tel. +39 045 8062611 – museoarcheologico@comune.verona.it; http://www.museoarcheologicoverona.it

Orari

lunedì 13,30 – 19,30

da martedì a domenica 8,30 – 19,30

la biglietteria chiude alle ore 18.45

 

Biglietti

biglietto intero euro 4,50

biglietto ridotto euro 3,00:

biglietto ridotto scuole euro 1,00:

ingresso gratuito:

Dal 28 maggio al 30 giugno 2016 per festeggiare la riapertura del Museo tariffa unica euro 1,00

 

Visite guidate e segreteria didattica

dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16

tel. +39 045 8036353 – fax +39 045 597140

 

Musei d’Arte Monumenti Museo di Castelvecchio

Roberto Bolis

Il progetto scientifico per il nuovo allestimento del Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona

Il progetto scientifico – di Margherita Bolla, curatrice del Museo dal 1994 – intende valorizzare opere di grande pregio, ma per carenza di spazi mai esposte al pubblico o esposte solo per brevi periodi, in occasione delle sedici mostre allestite fra il 1997 e il 2013. La riqualificazione dell’ex-convento dei Gesuati, sede del Civico Museo Archeologico da circa un secolo, ha permesso di usufruire di nuovi spazi coperti, arrivando ad esporre oltre seicento manufatti, nella cui distribuzione è stato necessario tener conto dell’articolazione dell’edificio e di fattori dimensionali e statici.

L’epoca trattata è quella romana, in cui Verona fu considerata una grande città, con numerose e importanti testimonianze sopravvissute ai duemila anni di storia successiva. L’esposizione risulta complementare a quanto visibile in altri musei cittadini: materiali del periodo preromano sono nel Museo di Storia Naturale, mentre documenti di altre civiltà antiche (greca, etrusca, veneta) si trovano nel Museo Maffeiano; sono state anche evitate possibili sovrapposizioni con il futuro Museo Archeologico nazionale (in cui saranno esposti i reperti dagli scavi recenti), concentrando l’attenzione su alcune tematiche, in rapporto alla peculiare collocazione del convento-museo civico, che sorge dal Quattrocento a picco sopra il teatro romano, cui è strettamente collegato, avendo inglobato alcune parti del complesso architettonico antico.

L’elemento paesaggistico è una componente fondamentale della visita e lo splendido panorama del teatro e della città dall’alto consente di mettere immediatamente in relazione ciò che si vede nel Museo con il contesto esterno.

La struttura del complesso permette percorsi differenti, ma quello privilegiato inizia dal piano superiore del convento, con una sintetica introduzione alla Verona romana e alle residenze che vi si trovavano, spesso dotate di arredi lussuosi, come una pregiata fontanella in marmo ornata da teste di Tritoni, esseri acquatici fantastici. A fronte, una digressione nella “città dei morti”, con una visione delle necropoli poste al di fuori dell’impianto urbano, secondo il rito funerario seguito: dapprima la cremazione, che comprende fra l’altro la nota “tomba del medico” rinvenuta nel 1910 e caratterizzata appunto dalla presenza di strumenti chirurgici, poi l’inumazione, dove – oltre a materiali da sepolture veronesi – si presentano i resti di una cassa in piombo rinvenuta a pochi chilometri dalla città, in cui al defunto erano state date come viatico monete d’oro, invece delle usuali in bronzo.

Si ritorna alla città con i suoi monumenti pubblici, iniziando dall’Arco dei Gavi, che sulla via Postumia (fuori porta Borsari) segnava il confine fra abitato e necropoli. L’Arco è rappresentato da vari documenti e da un plastico realizzato agli inizi dell’Ottocento, pochi anni dopo la demolizione e in vista della ricostruzione, avvenuta poi solo nel 1932 a poca distanza dal sito originario, a fianco di Castelvecchio.

Le sezioni successive del piano superiore sono dedicate agli edifici da spettacolo. Il grandioso anfiteatro (Arena) è illustrato da uno splendido plastico del tardo Settecento, dalle sculture in bronzo e marmo che vi sono state ritrovate e da un mosaico in cui sono raffigurate – come in una fotografia ante litteram – scene di combattimenti gladiatori che vi si svolsero.

Uno spazio considerevole è ovviamente destinato al teatro nei suoi vari aspetti: la struttura architettonica, i documenti sugli spettacoli e i reperti dagli scavi, le sculture che celebravano personaggi eminenti; poi la grande varietà di raffinate sculture decorative, destinate in parte alla sospensione in parte a integrare l’architettura.

Fra le prime si segnala un elemento ornato su una delle due facce dal raro motivo della Sfinge con i resti scarnificati di coloro che non riuscirono a sciogliere il suo indovinello, fra le seconde una bellissima serie di quattro erme (coronamenti di balaustra), una delle quali – di satiro adolescente – ha ispirato il logo del Museo. Per la collocazione di alcune sculture sono state utilizzate, con effetti suggestivi, cavità praticate dai monaci nella roccia del colle di San Pietro, cui il Museo è addossato.

Conclude il percorso al piano superiore una sezione dedicata al santuario dove erano venerate le divinità di origine egizia Iside e Serapide, situato nella zona del complesso teatrale; di particolare interesse i frammenti di sculture in pietre pregiate originarie dell’Egitto (sienite di Aswan, basanite), che contribuivano a creare l’atmosfera esotica del luogo di culto.

Scendendo una scala che ricalca in parte un percorso romano si raggiunge il piano principale del convento, con la sezione dedicata alla scultura che ornava i luoghi pubblici della città. Elementi in bronzo e marmo sono esposti in uno spazio in precedenza scoperto e ora dotato di un tetto trasparente, mentre nel vasto Refettorio del convento sono collocate imponenti statue, oltre a un bel mosaico inserito nel pavimento in un allestimento novecentesco e rispettato in quello attuale.

Si prosegue con l’esposizione delle sculture appartenenti alle raccolte nel tempo pervenute al Comune; non provengono da Verona ma ad essa sono legate in quanto testimonianza del gusto collezionistico, della passione per l’antico e dell’amore per la propria città di personaggi eminenti, come i Giusti, Francesco Muselli, Gaetano Pinali; di quest’ultimo, che contribuì alla scoperta del teatro e fu per qualche tempo proprietario del palazzetto Fontana, si espone – in un ambiente che sul teatro si affaccia – il grande “Oratore” integrato da Antonio Canova.

Una sezione di questa sala è destinata alle esposizioni temporanee; quella di apertura è dedicata all’Egitto.

Sul corridoio di collegamento fra l’ambiente ora citato e il Refettorio si aprono tre celle monastiche, in cui sono esposti oggetti di piccole dimensioni, provenienti dal territorio e di collezione: bronzetti preromani e romani, di grande valore didattico per lo studio dei culti antichi e per la conoscenza degli arredi delle domus (il Museo possiede una raccolta di bronzi fra le maggiori dell’Italia settentrionale); oggetti legati alla vita quotidiana, come vetri dai meravigliosi colori, lucerne, recipienti.

La visita prosegue nel chiostro del Museo dove sono state risistemate iscrizioni e stele, con numerosi esempi di scultura funeraria, opera di botteghe di lapicidi che in epoca romana lavoravano il calcare locale, tratto dalle cave site in Valpolicella. Dal chiostro si entra nella chiesa del convento (con affreschi e un pregevole soffitto ligneo cinquecentesco), che ospita la sezione dedicata ai mosaici, in bianco e nero e policromi, da Verona e dai dintorni.

Dalla chiesa si passa alla Grande Terrazza, riaperta al pubblico nel 2002 con un allestimento che è rimasto invariato; vi sono esposte, all’aperto, lapidi funerarie (nell’area verso il colle) ed elementi architettonici (nell’area verso il teatro), a integrazione di quanto visto all’interno del Museo.

La visita termina con la sala inferiore, che accoglie are e lapidi dedicate agli dei romani venerati nel Veronese ed elementi architettonici di grande raffinatezza. Ma non si deve dimenticare che anche altrove, nel teatro, è possibile vedere esposti reperti romani.

In concomitanza con la riapertura del Museo è stato pubblicato da Cierre Edizioni un agile volume (M. Bolla, Il teatro romano di Verona, 2016) che illustra il complesso monumentale romano e gli edifici che su di esso sorsero nel tempo, fino ad arrivare al nuovo allestimento.

 

Musei d’Arte Monumenti Museo di Castelvecchio

 

Riaperto a Verona il Museo Archeologico al Teatro Romano

Sindaco_in_un_momento_della_visita museo archeologicoÈ stato riaperto al pubblico lo scorso 28 maggio il Museo Archeologico al Teatro Romano, totalmente rinnovato ed ampliato. A pochi mesi dal recente riallestimento del Museo degli Affreschi un altro importante appuntamento per la città.

L’edificio del Museo sorge dal XV secolo, come convento dei Gesuati, sul fianco del colle di San Pietro a picco sopra il Teatro Romano; a questo è strettamente collegato avendo inglobato alcune parti del complesso architettonico antico. Questa particolarissima collocazione costituisce un elemento fondamentale ed eccezionale della visita all’intero complesso: lo splendido panorama del teatro e della città dall’alto consente infatti di mettere immediatamente in relazione ciò che è esposto nel Museo con il contesto esterno.

Il recente ampliamento e il riallestimento delle sale espositive sono stati realizzati proprio sulla base di uno stretto dialogo con l’intero contesto.

Ciò che veronesi e turisti possono ora finalmente ammirare è un Museo Archeologico di impronta internazionale, ricco non solo di reperti di notevolissimo valore, ma anche di apparati illustrativi adeguati, elegante e innovativo. La visione spettacolare che dal nuovo Museo si gode sull’Adige e sulla città, l’essere dentro il Teatro Romano, la suggestione dei luoghi, la bellezza e l’importanza dei reperti esposti e l’eleganza e funzionalità dell’allestimento, sono fattori che sicuramente faranno del nuovo Museo Archeologico al teatro romano una delle mete imperdibili di Verona.

Il percorso museale

L’accesso al rinnovato Museo Archeologico al Teatro Romano avviene dal rinascimentale palazzetto Fontana sorto sulla struttura scenica del teatro. L’edificio, interamente restaurato, prevede due piani dedicati alla didattica con un allestimento che permette anche attività di laboratorio per le scolaresche.

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Una volta usciti da palazzo Fontana e attraversato il teatro romano, si può scegliere di raggiungere le sale espositive con un ascensore o con una panoramica scalinata che costeggia il teatro (percorso richiesto a scuole e gruppi).

Il percorso museale attraversa tre piani espositivi. Il primo, situato al quinto livello dell’ex convento, è uno spazio quadrato che si affaccia sul Chiostro dei Gesuati; il secondo corrisponde al piano sottostante e si compone del nuovo cortile coperto, dell’ex-refettorio e di una serie di stanze minori tra cui tre celle monastiche; il terzo, ancora inferiore, è costituito dalla sala delle iscrizioni (già portineria del convento).

La struttura del complesso permette percorsi differenti, ma quello privilegiato inizia dal piano superiore del convento, con una sintetica introduzione alla Verona romana e alle residenze che vi si trovavano, spesso dotate di arredi lussuosi, come la pregiata fontanella in marmo ornata da teste di Tritoni. I visitatori sono via via condotti nella quotidianità della Verona di due millenni orsono, illustrata nelle sezioni: “Abitare a Verona”, “Le necropoli”, e “Gli edifici pubblici”. In questa ultima sezione sono descritti gli edifici di maggior importanza dell’epoca romana veronese. “L’Arco dei Gavi” e “L’Anfiteatro romano” (Arena), rappresentati da due straordinari plastici rispettivamente ottocentesco e settecentesco accompagnati da varia documentazione.

Completa la sezione dedicata agli edifici pubblici la presentazione de “Il Teatro romano” nei suoi vari aspetti: la struttura architettonica, i documenti sugli spettacoli e i reperti dagli scavi, le sculture che celebravano personaggi eminenti; poi la grande varietà di raffinate sculture decorative, destinate in parte alla sospensione in parte a integrare l’architettura. Conclude il percorso al piano superiore una sezione dedicata al Santuario di Iside e Serapide luogo di culto situato nella zona del complesso teatrale dove erano venerate le due divinità di origine egizia.

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Scendendo al piano sottostante, attraverso la curva dell’elegante scalone in pietra che ricalca in parte un percorso romano, si entra nel nuovo cortile coperto, dove si ammirano sculture in pietra e bronzo che ornavano i luoghi pubblici della città. Le troviamo all’interno delle grandi vetrine passanti che dividono la corte coperta dalla sala affacciata sul teatro. Si entra quindi nel refettorio, dedicato alle grandi sculture romane rinvenute a Verona, per poi accedere alla sezione riservata alla “Scultura di collezione” testimonianza del gusto, della passione per l’antico e dell’amore per la propria città di personaggi veronesi eminenti, come i Giusti, Jacopo Muselli, Gaetano Pinali. Sul corridoio di collegamento si aprono tre celle monastiche in cui sono esposti oggetti di piccole dimensioni, provenienti dal territorio e di collezione: bronzetti preromani e romani, di grande valore scientifico per lo studio dei culti antichi e per la conoscenza degli arredi delle domus (il Museo possiede una raccolta di bronzi fra le maggiori dell’Italia settentrionale); oggetti legati alla vita quotidiana, come vetri dai meravigliosi colori, lucerne, recipienti.

Una sezione della sala verso il teatro è destinata alle esposizioni temporanee e in occasione della riapertura al pubblico è presentata la mostra L’Egitto a Verona. La visita prosegue nel chiostro del Museo dove sono state risistemate iscrizioni e stele, con numerosi esempi di scultura funeraria, opera di botteghe di lapicidi che in epoca romana lavoravano il calcare locale, tratto dalle cave site in Valpolicella. Dal chiostro si entra nella chiesa del convento (con affreschi e un pregevole soffitto ligneo cinquecentesco), che ospita la sezione dedicata ai mosaici, in bianco e nero e policromi, da Verona e dai dintorni. Dalla chiesa si passa alla Grande Terrazza, riaperta al pubblico nel 2002 con un allestimento che è rimasto invariato; vi sono esposte, all’aperto, lapidi funerarie (nell’area verso il colle) ed elementi architettonici (nell’area verso il teatro), a integrazione di quanto visto all’interno del Museo. La visita termina con la sala al piano inferiore, che accoglie are e lapidi dedicate agli dei romani venerati nel Veronese ed elementi architettonici di grande raffinatezza.

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L’intervento di restauro e ampliamento

Il nuovo Museo Archeologico è situato in un edificio che ingloba parte dei resti del teatro romano ed è quindi frutto di sovrapposizioni e riedificazioni andate stratificandosi nei secoli. I livelli  dell’edificio si dilatano progressivamente salendo di quota occupando, via via, superfici sempre più consistenti dell’invaso conico del colle. L’intervento sul complesso è stato preceduto da un’intensa attività diagnostica ed è stato volto ad assicurarne la statica, oltre che ad ampliare le superfici espositive.

Il nuovo allestimento

Data l’estrema eterogeneità dei reperti esposti, dalla grande statuaria a testimonianze importanti ma minute, nel progetto di allestimento si è scelto di non interferire con la loro lettura utilizzando per ampi fondali e grandi basi il bianco e il grigio chiaro. Per la grafica e per alcuni supporti puntuali, ispirandosi ai colori dei tetti veronesi dei quali si può godere una vista spettacolare dalle finestre del museo, è utilizzato il colore rosso mattone associato al più contemporaneo rosso “ciliegia” per alcuni testi.

Come per i colori anche per i materiali si è percorsa la linea della semplicità e pulizia utilizzando legno laccato e per l’interno delle vetrine esclusivamente acciaio verniciato e cristallo.

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Il progetto di riqualificazione dell’area del Colle di San Pietro

Il progetto di riqualificazione complessiva di questa vasta area verde, ricchissima di testimonianze archeologiche e storiche, è un impegno che vede unite l’Amministrazione Comunale e la Fondazione Cariverona. La scelta è stata dettata dalla volontà di uniformare gli interventi nel più ampio e articolato obiettivo di rivitalizzazione del colle di San Pietro attraverso l’attivazione di una serie di funzioni culturali in sinergia tra pubblico e privato e di interventi complessi per il recupero e l’ammodernamento delle strutture esistenti, tale da rendere il Museo Archeologico al Teatro Romano in linea con gli standard internazionali.

Nel progetto complessivo rientra anche la rifunzionalizzazione della ex Caserma di San Pietro che prevede l’inserimento di un ascensore (ex funicolare) per agevolare la salita al colle.

La spesa per la parte del grande progetto relativa al Museo Archeologico è stata di poco inferiore ai 5 milioni di euro, coperti da un contributo regionale di € 3.499.860, mentre Fondazione Cariverona si è fatta carico della maggior parte dei costi restanti (€ 1.199.940,00) e ha designato alla redazione della progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva dell’intervento lo Studio Grisdainese di Padova, professionisti già incaricati del nuovo polo museale a Castel San Pietro, fornendo all’amministrazione il progetto per l’appalto. L’Amministrazione Comunale ha integrato il finanziamento per la parte mancante (€ 300.000), elaborato il programma museologico dell’intervento, coordinato tutte le conseguenti procedure tecnico-amministrative, ivi compresa la Direzione Lavori, e fornito il progetto scientifico per l’allestimento, oltre all’assistenza in ogni fase del complesso intervento, che ha comportato fra l’altro lo svuotamento di quasi tutto il Museo, effettuato nel 2013.

Museo Archeologico al Teatro Romano, Regaste Redentore, 2 – Verona

tel. +39 045 8062611 museoarcheologico@comune.verona.it; ww.museoarcheologicoverona.it

Orari

lunedì 13,30 – 19,30

da martedì a domenica 8,30 – 19,30

la biglietteria chiude alle ore 18.45

Biglietti

biglietto intero euro 4,50

biglietto ridotto euro 3,00:

biglietto ridotto scuole euro 1,00:

ingresso gratuito:

Fino al 30 giugno 2016 per festeggiare la riapertura del Museo tariffa unica euro 1,00.

Roberto Bolis (che ha fornito anche le fotografie)