Jan Fabre. Spiritual Guards

Fig.1-mostra lotto-caravaggioSi rinnova l’appuntamento annuale con la grande arte al Forte Belvedere di Firenze. Dopo le mostre internazionali di Giuseppe Penone e Antony Gormley, i bastioni dell’antica fortezza medicea ospiteranno le opere di Jan Fabre, uno degli artisti più innovativi e rilevanti del panorama contemporaneo. Artista totale, Fabre (Anversa, 1958) sprigiona la sua immaginazione nei diversi linguaggi della scultura, del disegno e dell’installazione, della performance e del teatro.

La grande mostra Jan Fabre. Spiritual Guards, promossa dal Comune di Firenze, si svilupperà tra Forte Belvedere, Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria. Si tratta di una delle più complesse e articolate mostre in spazi pubblici italiani realizzata dall’artista e regista teatrale fiammingo. Per la prima volta in assoluto un artista vivente si cimenterà contemporaneamente in tre luoghi di eccezionale valore storico e artistico.  Saranno esposti un centinaio di lavori realizzati da Fabre tra il 1978 e il 2016: sculture in bronzo, installazioni di gusci di scarabei, lavori in cera e film che documentano le sue performance. Fabre presenterà anche due opere inedite, pensate appositamente per questa occasione.

Fig.27-mostra lotto-caravaggioGià l’anteprima è stato un evento di straordinario impatto visivo e dai forti connotati simbolici. La mattina del 15 aprile, infatti, ben due sculture in bronzo di Fabre sono entrate a far par parte – temporaneamente – di quel museo a cielo aperto che è Piazza Signoria. Una di queste, Searching for Utopia, di eccezionali dimensioni, dialoga con il monumento equestre di Cosimo I, capolavoro rinascimentale del Giambologna; mentre la seconda, The man who measures the clouds (American version, 18 years older), si innalza sull’Arengario, o Ringhiera, di Palazzo Vecchio, tra le copie del David di Michelangelo e della Giuditta di Donatello. In entrambe le opere si riconosce l’autoritratto dell’artista, nella doppia veste di cavaliere e guardiano, come tramite tra terra e cielo, tra forze naturali e dello spirito. Ad una storia dell’arte che si è messa anche a disposizione del potere politico ed economico – come quella di Piazza Signoria con i suoi giganti di marmo (David, Ercole, Nettuno) e con le sue rappresentazioni bibliche, mitologiche o del genius loci (Giuditta, Perseo, Marzocco) – Jan Fabre oppone un’arte che vuole rappresentare e incarnare il potere dell’immaginazione, la missione dell’artista come “spiritual guard”. E lo fa in una piazza che dal Rinascimento in poi è stata pensata e usata come agorà e palcoscenico figurativo, che da allora è diventata luogo paradigmatico del rapporto tra arte e spazio pubblico, e dove è stata configurata in modo esemplare la funzione simbolica-spettacolare del monumento moderno.  In Palazzo Vecchio, una serie di sculture dialogano con gli affreschi e i manufatti conservati in alcune sale del percorso museale del palazzo, in particolare quelle del Quartiere di Eleonora, assieme alla Sala dell’Udienza e alla Sala dei Gigli. Tra le opere esposte anche un grande mappamondo (2.50 m di diametro) rivestito interamente di scarabei dal carapace cangiante, la cui forma e dimensione dialoga perfettamente con il celebre globo conservato nella Sala delle Mappe geografiche, opera cinquecentesca di Ignazio Danti.

Fig.33-mostra lotto-caravaggio

La mostra al Forte Belvedere, tra i bastioni e la palazzina, presenta circa sessanta opere in bronzo e cera, oltre a una serie di film incentrati su alcune storiche performance dell’artista. Le curatrici Melania Rossi e Joanna De Vos, insieme al direttore artistico del progetto Sergio Risaliti, hanno scelto il Forte Belvedere come nucleo tematico dell’esposizione Jan Fabre. Spiritual Guards, per le sue caratteristiche spaziali e storiche. Una fortificazione che nel tempo è servita per difendere Firenze dalle minacce esterne, ma anche per proteggere la famiglia dei Medici in tempi di rivolte cittadine. Un luogo di difesa dall’esterno e dall’interno quindi, che suggerisce un percorso attraverso la vita, le ambizioni e le angosce dei potenti signori medicei e che allude a opposte percezioni e sensazioni umane come quelle di controllo e abbandono, ma anche a bisogni e desideri contrapposti come quelli di protezione armata e di slancio spirituale, così profondi e radicati da condizionare le forme architettoniche e la configurazione dello spazio naturale. Soprattutto qui al Forte Belvedere dove è evidente la necessità di fortificarsi nella consapevolezza di restare pur sempre indifesi.

A comunicare queste ambivalenze che, oltre la storia, costituiscono tutta l’esperienza e la vitalità umana, sono due schieramenti scultorei formati da sette scarabei bronzei posizionati nei punti di vedetta del Forte e da una serie di autoritratti dell’artista a figura intera – tutti di un bagliore dorato che riflette il paesaggio circostante come un alone spirituale – che popolano gli angoli dei bastioni all’esterno della palazzina, circondando la villa Medicea.

Gli scarabei sono angeli di metamorfosi, guardiani-custodi, simboleggiano nelle antiche religioni e nella tradizione pittorica italiana e fiamminga della vanitas il passaggio tra la dimensione terrena e la vita eterna con il loro continuo movimento. Allo stesso tempo possiedono una bellissima corazza che mette in luce drammaticamente la vulnerabilità di quel corpo “regale”. E così anche Jan Fabre, che si definisce, vive e si esprime come cavaliere della disperazione e guerriero della bellezza, si spoglia e si veste delle sue armi dispiegando nel luogo più alto di Firenze il suo esercito vestito di armature lucenti e cangianti. Una legione che è qui chiamata a raccontare la devozione per la vita, a difendere quella fragile pura bellezza che l’arte è in grado di generare, contro un nemico invisibile che arriva da dentro e da fuori contemporaneamente, sempre pronto a colpire e offendere.

All’interno del primo piano della palazzina, in questa occasione riaperta al pubblico dopo molti anni, il percorso continuerà con sculture in cera e con proiezioni di film delle performance, in continuità e dialogo con le opere esterne e con il magnifico paesaggio fiorentino.

La spettacolare integrazione bronzea in Piazza della Signoria e le opere realizzate con gusci di scarabei in mostra a Palazzo Vecchio si misureranno con il tessuto urbano e con uno dei più visitati palazzi storici della città, costituendo perfetto completamento visivo e concettuale alla mostra. Impresa e motto della mostra è giustappunto Spiritual Guards, da interpretare come incitamento a vivere una vita eroica, sia bellicosa che disarmata a difesa dell’immaginazione e della bellezza.

Dobbiamo qui ricordare che Jan Fabre nel corso della sua lunga carriera – iniziata negli anni ’70 – ha già avuto diversi contatti con Firenze, partecipando a molte collettive e presentando qui alcune sue produzioni teatrali. Nel 2012 due suoi busti in bronzo della serie Chapters, in cui si autoritrae con impressionanti corna e orecchie d’asino, sono entrati a far parte delle collezioni degli Uffizi. Nel 2015 l’artista ha ricevuto il Premio Michelangelo per la scultura in occasione della seconda edizione della Settimana Michelangiolesca.

Izzo, Diana

(fotografie fornite dalle autrici dell’articolo)

 

Estate ricca di eventi a Cortina d’Ampezzo

I011309-funiviaSport, natura e divertimento, ma anche arte, musica, cultura e tante gustose proposte gastronomiche: questa sarà l’estate del comprensorio Tofana-Freccia nel Cielo di Cortina d’Ampezzo. Dal 23 giugno all’11 settembre 2016 un calendario ricco di iniziative accompagnerà turisti ed escursionisti che saliranno in funivia (in fotografia) sulla Tofana di Mezzo per raggiungere Col Drusciè (1778 m), Ra Valles (2470 m) e Cima Tofana (3244 m), punti di partenza ideali per chi vuole fare trekking, vie ferrate, arrampicata, mountain bike e freeride o semplicemente ammirare uno splendido panorama sulle vette dolomitiche e la conca ampezzana. L’offerta è davvero ampia. Dalla mostra di pittura dell’artista Maurizio Boscheri, che verrà inaugurata domenica 10 luglio in occasione del Tofana Day e prevede anche laboratori didattici per i bambini, alle visite guidate ai sentieri dei Pianeti e dell’Universo, brevi percorsi tematici di circa mezz’ora che portano alla scoperta del sistema solare e dei suoi pianeti. Per chi ama respirare atmosfere magiche e naturalistiche sono previsti numerosi appuntamenti con l’alba (in fotografia) e il tramonto a Cima Tofana.

I011308-alba_Cima-Tofana

Ogni evento sarà arricchito da un accompagnamento musicale o narrativo, e novità di quest’anno, la possibilità di praticare la disciplina yoga al sorgere del sole sulla terrazza panoramica in alta quota. Tornano poi i tradizionali appuntamenti con “A Cena Sotto le Stelle” del ristorante Col Drusciè: la curiosità e la gioia di poter osservare, con i propri occhi, le meraviglie del cielo stellato si uniscono al piacere di assaporare i prelibati piatti tipici della cucina di montagna. Dopo cena, infatti, i fortunati ospiti potranno ammirare in diretta, attraverso gli strumenti dell’Osservatorio Astronomico di Col Drusciè, i più spettacolari oggetti del cielo estivo godendo della sapiente guida di esperti astronomi. Tutti i martedì, dalle ore 12.00, la pizzeria più alta d’Europa a Capanna Ra Valles ospiterà invece delle vere e proprie lezioni teorico-pratiche per conoscere l’arte della preparazione della pizza, e a seguire, saranno proposti vari assaggi nella formula “all you can eat”. Da non perdere, infine, l’evento “Pranzo in Classica” di sabato 8 agosto, durante il quale i violinisti dell’accademia musicale Dino Ciani proporranno la loro splendida musica nella spettacolare cornice delle Tofane. Al termine è previsto il pranzo al ristorante Col Drusciè.

U.S.

Rapporto di Amnesty International sul Libano

Una carente assistenza internazionale e le politiche discriminatorie perseguite dal governo stanno creando le condizioni per facilitare lo sfruttamento e la violenza sessuale nei confronti delle rifugiate siriane in Libano. Il rapporto, intitolato “Voglio un posto sicuro. Rifugiate siriane prive di protezione in Libano”, descrive come la decisione del governo libanese di non rinnovare i permessi di soggiorno e la diminuzione dei fondi internazionali stiano lasciando le rifugiate siriane in una situazione precaria, col rischio incombente di sfruttamento da parte di chi è in posizione di potere, dai signori della guerra ai datori di lavoro fino anche alle forze di polizia. “La combinazione tra la significativa diminuzione dei finanziamenti internazionali per la crisi dei rifugiati e le rigide restrizioni imposte dal governo di Beirut, sta alimentando un clima nel quale le rifugiate provenienti dalla Siria rischiano di subire molestie e sfruttamento senza poter chiedere protezione alle autorità” – ha dichiarato Kathryn Ramsay, ricercatrice sulle questioni di genere di Amnesty International. Nel 2015 il governo libanese ha interrotto la registrazione, da parte dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), dei nuovi arrivati e ha introdotto nuove norme che hanno reso più difficile il rinnovo del permesso di soggiorno. Privi di status legale, i rifugiati vanno incontro ad arresti arbitrari, imprigionamenti e persino rimpatri forzati. Molti hanno timore di denunciare alla polizia gli abusi subiti. Il 20 per cento dei nuclei familiari rifugiati in Libano è guidato dalle donne, che in alcuni casi – quando i loro mariti vengono uccisi, arrestati, fatti sparire o rapiti in Siria – diventano il principale sostegno economico della famiglia.   “La maggior parte dei rifugiati siriani in Libano lotta per la sopravvivenza in condizioni spesso disperate, a causa di una diffusa discriminazione e di enormi ostacoli nell’accesso al cibo, all’alloggio e all’impiego. Per le rifugiate, sopravvivere in queste circostanze può essere persino più complicato. Molte, soprattutto le capofamiglia, vanno incontro a sempre maggiori rischi di molestie, sfruttamento e abusi sul posto di lavoro e in strada” – ha sottolineato Ramsay. Povertà e sfruttamento da parte dei datori di lavoro e dei signori della guerra Circa il 70 per cento delle famiglie rifugiate siriane vive ben al di sotto della soglia di povertà della popolazione libanese. La risposta umanitaria delle Nazioni Unite alla crisi dei rifugiati siriani è sempre stata inadeguata: nel 2015 l’Onu ha ricevuto solo il 57 per cento dei fondi necessari per operare in Libano. La grave mancanza di fondi ha costretto il World Food Programme a ridurre gli aiuti alimentari forniti mensilmente alla maggior parte dei rifugiati particolarmente vulnerabili: alla metà del 2015, il valore era calato da 27,50 euro a 12,50 euro per poi risalire alla fine dell’anno a poco meno di 20 euro, ossia meno di 70 centesimi al giorno. Nel corso del 2015 una donna su quattro, tra coloro con cui ha parlato Amnesty International, ha smesso di ricevere contributi per il cibo. Molte rifugiate hanno riferito di essere in grandi difficoltà di fronte ai costi alti della vita in Libano e che la ricerca di un alloggio o del cibo le espone a rischi ancora più elevati di sfruttamento. Alcune hanno dichiarato di aver ricevuto proposte sessuali o offerte di aiuto finanziario o di altra natura in cambio di sesso. In un clima di marcata discriminazione nei loro confronti, le rifugiate che riescono a trovare un impiego vengono sfruttate da datori di lavoro con paghe estremamente basse: “Sanno che accetteremo qualunque salario perché ci troviamo in questa situazione di bisogno” – ha dichiarato “Asmaa” (nome cambiato per ragioni di sicurezza), una rifugiata siriana di 56 anni, di origine palestinese, che vive nel campo profughi di Shatila, a Beirut. Ha deciso di non mandare più le figlie a lavorare: “Mia figlia lavorava in un negozio. Ma quando il titolare ha iniziato a toccarla e a molestarla, non ce l’ho più mandata”. Diverse donne hanno denunciato di aver perso il lavoro o aver rinunciato a un lavoro a causa del comportamento di chi le aveva assunte. Trovare denaro sufficiente per affittare un appartamento è un’altra sfida complessa. Almeno il 58 per cento delle rifugiate siriane vive in appartamenti o camere in affitto, le altre in insediamenti informali o in palazzine abbandonate. Molte hanno dichiarato di non aver più potuto pagare rate d’affitto esorbitanti e sono finite in alloggi squallidi, sporchi, pericolanti e infestati dai topi. “La mancanza di stabilità finanziaria è causa di enormi difficoltà per le rifugiate e incoraggia chi è in posizione di potere a sfruttare la situazione” – ha commentato Ramsay. La mancanza dello status legale aumenta i rischi Procedure burocratiche assai onerose e gli alti costi del permesso di soggiorno introdotti nel gennaio 2015 hanno impedito a molti rifugiati di ottenerne il rinnovo. In assenza di questo documento, la paura di essere arrestati spinge tanti di loro a non denunciare gli abusi subiti. La maggior parte delle rifugiate incontrate da Amnesty International ha confermato che la mancanza del permesso di soggiorno le ha dissuase dallo sporgere denuncia. “Hanan” (nome cambiato per ragioni di sicurezza), una rifugiata siriana di origini palestinesi che vive in un campo nei pressi di Beirut con le sue tre figlie, ha riferito di essersi recata in una stazione di polizia per denunciare l’autista di un autobus che l’aveva molestata: è stata respinta dal funzionario di turno, secondo il quale in assenza di un documento non poteva presentare denuncia. “È assai chiaro alle rifugiate con cui abbiamo parlato che la violenza e lo sfruttamento sono resi persino peggiori dal non avere il permesso di soggiorno e non poter chiedere aiuto e protezione a nessuno” – ha aggiunto Ramsey. Un’altra rifugiata siriana ha raccontato ad Amnesty International di essere stata oggetto di minacce dopo che si era rivolta alla polizia: “Gli agenti si presentavano alle nostre case o ci telefonavano chiedendo di uscire con loro: erano proprio gli stessi tre che avevano preso la nostra denuncia. Siccome non abbiamo il permesso di soggiorno, ci minacciavano che ci avrebbero arrestate se non fossimo uscite con loro”. Il Libano è il paese che ospita il maggior numero di rifugiati pro capite al mondo ed è certo che la comunità internazionale non lo sta sostenendo adeguatamente. Ma questo non può in alcun modo giustificare la mancanza di protezione di fronte alla violenza e allo sfruttamento. “I flussi di rifugiati hanno posto un onere considerevole sulle spalle del Libano ma questa non può essere la scusa per aver introdotto quelle dure limitazioni che hanno creato condizioni di pericolo per le rifugiate. Invece di rafforzare il clima di paura e d’intimidazione, le autorità libanesi devono modificare urgentemente le loro politiche in modo da assicurare che le rifugiate siano protette e che tutti i rifugiati in Libano possano rinnovare il loro permesso di soggiorno facilmente e senza restrizioni” – ha precisato Ramsey. Il sostegno internazionale è fondamentale La mancanza di finanziamento e sostegno internazionale per i rifugiati in Libano è un fattore che contribuisce direttamente alla povertà e alla precarietà della vita delle rifugiate siriane, aumentando i rischi nei loro confronti. L’Unhcr ha identificato come vulnerabile, e dunque bisognoso di un urgente reinsediamento in paesi fuori dalla regione, almeno il 10 per cento dei rifugiati siriani, ovvia 450.000 persone, tra cui le donne e le ragazze a rischio sono considerate le “più vulnerabili”. Amnesty International sta chiedendo alla comunità internazionale di aumentare il numero di reinsediamenti e di offrire ai rifugiati siriani percorsi legali e sicuri per uscire dalla regione. “I paesi più ricchi del mondo, come il Regno Unito in Europa, i paesi del Golfo e gli Usa devono fare di più per alleviare questa crisi. Oltre a rafforzare l’impegno umanitario per sostenere i profughi interni in Siria e i rifugiati siriani nella regione, devono mostrare condivisione delle responsabilità offrendo un maggior numero di reinsediamenti. Infine, devono premere su paesi come il Libano affinché siano rimossi gli ostacoli alla registrazione legale dei rifugiati, sia garantito l’accesso ai servizi essenziali e siano protette le donne e le ragazze” – ha concluso Ramsay.
Amnesty International Italia

L’Uganda, regione dei Grandi Laghi. Scopriamola insieme

Un Paese che ai più non dice molto, ma che fa parte a tutti gli effetti dell’Africa in via di sviluppo, mi ha dato lo spunto, per intervistare la presidente dell’associazione AFRON che si interessa di portare avanti, fra le altre cose, la prevenzione oncologica. Ho potuto avere un colloquio con Titti Andriani che ha toccato temi vari e di stretta attualità.

IMG_0561-Titti AndrianiCom’è nata AFRON Oncologia per l’Africa Onlus?

AFRON viene fondata a Roma il 10 maggio 2010 da medici specialisti dell’Istituto dei Tumori di Roma “Regina Elena” e nasce in seguito ad un allarme lanciato nel 2008 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “se non si interverrà tempestivamente con opportuni programmi di prevenzione e cura, l’Africa si troverà ad affrontare, entro il 2020, 13 milioni di nuovi casi di cancro e circa 1 milione di decessi l’anno”.

Di fronte a questa drammatica realtà era impossibile rimanere indifferenti; mi sono fatta quindi promotrice e portavoce della lotta al cancro nei paesi africani, coinvolgendo amici e colleghi oncologi con cui già lavoravo.

L’Associazione opera in Uganda e si occupa in particolare di tumori femminili: cancro della mammella e della cervice uterina.

Perché l’Uganda?

L’Uganda è un paese meraviglioso, non a caso viene definita la Perla d’Africa. Nel 2006 ho svolto la mia prima esperienza di volontariato in Uganda e mi sono innamorata del paese, delle sue bellezze naturali e del sorriso della sua gente, ripromettendomi di tornare ed aprire presto un progetto umanitario. Prima di fondare AFRON, ho cercato dei paesi idonei dove iniziare le nostre attività, ma l’Uganda poi si è rivelata perfetta, c’erano le basi sanitarie per introdurre le nostre attività. L’Uganda è stato il primo paese africano ad avere un Istituto Nazionale per la Cura e lo Studio del Cancro e ad introdurre le cure palliative. L’attenzione verso la lotta al cancro era molto alta e noi ci siamo inseriti nel paese nel momento più favorevole.

Che situazione avete trovato in Uganda?

L’Uganda può veramente definirsi un paese in via di sviluppo. La situazione politica ed economica è abbastanza stabile e ci consente di programmare delle attività anche a lungo termine. La lingua ufficiale è l’inglese, insieme allo Swahili, inserito nel 2005, ma in Uganda vengono parlate circa 40 lingue o dialetti. Le popolazioni confinanti non potrebbero comunicare se non parlassero l’inglese in comune, questo vale anche per noi che lavoriamo in tante regioni diverse. Anche i gruppi etnici sono numerosi, divisi principalmente fra popolazioni bantu e popolazioni sudanesi e nilotiche. Le religioni sono per la maggioranza cristiana (cattolica e anglicana). I musulmani sono il 12,1% e gli animisti l’1,9%.

Nel lavorare in Uganda, come superate le resistenze dei locali?

Effettivamente grandi resistenze non ve ne sono, anzi. L’Uganda è stato un Protettorato Britannico ed il processo di colonizzazione si è rivelato molto leggero, rispetto a quello che hanno subito altri paesi africani, soprattutto quelli francofoni. Il rapporto con i bianchi è sempre stato di cooperazione, mai di subordinazione. Noi abbiamo ereditato quanto di buono hanno lasciato gli inglesi: un buon sistema sanitario e scolastico.

Per quanto scherzosamente ci chiamano “muzungu” (bianco), i rapporti con i locali sono di reciproca stima e collaborazione. Abbiamo tanto da imparare anche noi da loro.

Titti Andriani

Quali sono i vostri settori di intervento?

Essenzialmente sono 4:

garantiamo la formazione oncologica del personale medico ed infermieristico locale;

sensibilizziamo le donne e le comunità di riferimento sul riconoscimento della malattia e l’abbattimento dello stigma del cancro;

promuoviamo la prevenzione e la diagnosi precoce, quale mezzo prioritario per sconfiggere il cancro;

favoriamo l’accesso ai trattamenti oncologici, non coperti dai sistemi sanitari africani.

Quanto è difficile far capire alle persone che devono recarsi in ospedale anziché lasciarsi morire o andare dallo stregone?

Purtroppo sul cancro ci sono ancora tanto stigma e miscredenze. Si pensa che sia una malattia infettiva, come lo è stato l’HIV, e quindi le persone malate vengono emarginate perché ritenute contagiose. Molti pensano che sia una punizione per un comportamento sbagliato e quindi si lasciano morire senza avere alcuna possibilità di cura. Molti ancora pensano che il cancro sia una maledizione divina e quindi lo stregone sembra essere l’unica soluzione per guarire. C’è anche la credenza che siano gli ospedali stessi a far morire le persone; questo purtroppo perché, quando i pazienti si presentano in ospedale, sono in uno stadio molto avanzato e le conseguenze quindi sono fatali. C’è anche chi, convinto che la diagnosi di cancro sia una sentenza di morte, preferisce tenere i soldi da parte per un buon funerale piuttosto che per la degenza in ospedale.

Quali sono le aspettative della Vostra Onlus?

Abbiamo tantissimo lavoro da portare avanti, combattere il cancro vuol anche dire insegnare la cultura della prevenzione nella popolazione africana, perché solo con la prevenzione e la diagnosi precoce ci si può salvare. Oggi come già accennato, purtroppo le persone si recano in ospedale troppo tardi sia per la distanza dagli ospedali, sia per le scarse risorse economiche. Le donne non lasciano volentieri il lavoro nei campi ed i numerosi bambini a casa. Anche la mancata conoscenza della malattia e dei suoi sintomi costituisce un grande ostacolo. Per questo motivo ci stiamo concentrando su due attività in particolare, che sono le uniche armi possibili per combattere il cancro in Uganda: INFORMAZIONE E SCREENING. Una donna che conosce la malattia e che riceve un pap test è una donna che può salvarsi dal cancro.

Come fate a far conoscere le vostre attività?

Usiamo gli strumenti di comunicazione più frequenti, dal sito a Facebook, alla newsletter agli eventi. A breve lanceremo una campagna di comunicazione e raccolta fondi che si chiamerà BREAK THE WALL: vogliamo rompere il muro del silenzio, dell’indifferenza e della disperazione che oggi avvolge la malattia oncologica e isola le donne ammalate. Il messaggio BREAK THE WALL si indirizza sia alle donne ugandesi, per spingerle verso la prevenzione, e sia ai nostri connazionali, per sensibilizzarli verso la nostra causa e verso un diritto alla salute che speriamo un giorno  diventi universale.

Intervista di Bruno Bertucci

 

 

Parole ghiaccianti in Marmolada

I011345-Marmolada_museo-Grande-GuerraLa Città di Ghiaccio si scioglie in versi. Da sabato 16 luglio fino a domenica 9 settembre 2016 nei luoghi più emblematici della Marmolada prenderà forma uno straordinario itinerario di parole, frammenti di poesie, metafore dei pensieri e dei sentimenti di coloro che hanno vissuto, e purtroppo vivono ancora oggi, la tragedia della guerra.

Parole Ghiaccianti, questo il titolo della mostra, perché come la guerra anche la parola è un’arma: esplode, spara, brucia, ferisce e a volte uccide. E proprio con le parole si è voluto dare vita ad un’emozionante viaggio di memorie e sensazioni, versi come segnali, schegge, frammenti di un tutto, che raccontano di sofferenza e paura, speranza e fratellanza.

Parole e versi di autori e poeti, gente “del posto” e gente lontana. Contenuti scritti in varie lingue a ricordare che la guerra è una minaccia alla libertà di tutti i popoli.

Una mostra open air che costituisce anche una sorta di prefazione alla visita del museo Marmolada Grande Guerra 3000 m situato all’interno della stazione di arrivo della funivia a Serauta, a pochi passi dalla Zona Monumentale Sacra dove migliaia di soldati italiani e austro-ungarici si affrontarono in condizioni climatiche proibitive e vicino alla leggendaria Città di Ghiaccio scavata nella roccia e nel ghiaccio della Marmolada.

U.S.

(in fotografia, il Museo della Grande Guerra della Marmolada; immagine fornitaci con l’articolo)

Inaugurata a Kiev la mostra con le tele rapinate a Castelvecchio

 

Mostra Kiev dipinti Castelvecchio

Alla presenza del Sindaco Flavio Tosi, del presidente ucraino Petro Poroshenko e dell’ambasciatore italiano Fabrizio Romano, è stata inaugurata a Kiev, al museo Khanenko (meglio conosciuto come Museum of western and oriental art), la mostra con le 17 tele rapinate a Castelvecchio nel novembre scorso e recuperate in Ucraina.

“È con grande gioia che oggi, a nome della città di Verona – ha detto Tosi – ringrazio il presidente dell’Ucraina per essersi occupato personalmente di dirigere le operazioni che hanno portato al ritrovamento delle opere, in collaborazione con le forze dell’ordine e le Procure di più Paesi. Per questo consegniamo, come segno di riconoscenza, l’attestato di conferimento al presidente Poroshenko della cittadinanza onoraria veronese e ricordo che abbiamo previsto che tutti i cittadini ucraini possano entrare gratuitamente, fino alla fine di quest’anno, nei musei di Verona, terza città turistica d’Italia. L’augurio è che possa consolidarsi la cooperazione tra le nostre realtà, dal punto di vista economico, turistico, sociale ed istituzionale. Ora aspettiamo il rientro delle opere a Castelvecchio, operazione che dovrebbe concludersi nell’arco di qualche settimana”.

“Quello di oggi è un evento simbolico -ha detto Poroshenko- perché non si tratta di un caso di restituzione chiuso nelle stanze del potere: le opere sono diventate pubbliche e molti cittadini potranno ora apprezzarle. Ringrazio il Sindaco Tosi -ha proseguito il presidente ucraino- per aver dato la possibilità ai cittadini di Kiev di ammirare questi straordinari capolavori. Questa mostra simboleggia quindi l’impegno dell’Ucraina per la conservazione del patrimonio artistico locale e mondiale. Il mio auspicio è che i rapporti di amicizia fra i nostri due territori possano ora rinforzarsi ulteriormente”.

Con l’occasione il Sindaco Tosi ha consegnato nelle mani del presidente ucraino la pergamena con la cittadinanza onoraria. Tosi ha anche chiesto a Poroshenko di valutare la possibilità di accompagnare personalmente le opere d’arte a Verona, quando rientreranno al Museo di Castelvecchio.

 

Roberto Bolis

“Musica nei quartieri – Le strade del Jazz” a Verona

Continuerà venerdì 24 e sabato 25 giugno, al parco San Giacomo, la rassegna “Musica nei Quartieri – Le Strade del Jazz”, organizzata dall’associazione culturale Verona Swing in collaborazione con il Comune, iniziata lo scorso 18 giugno.

Suoneranno il gruppo scaligero The Hot TeaPots, la Storyville Jazz Band e la University Big Band; la rassegna si conclude domenica 26 giungo al Castello di Montorio con la musica del TeaSpoon Quartet e della Big Band Ritmosinfonica Città di Verona.

“Una rassegna pensata per portare la musica jazz nei quartieri cittadini, arricchendo l’offerta culturale della stagione estiva” ha detto l’assessore Lella, che ha sottolineato “la bellezza delle cornici suggestive in cui si svolgono i concerti all’aperto, luoghi che consentiranno di apprezzare ancora di più gli spettacoli di musica”.

Roberto Bolis

La giornata della Festa della Musica al Teatro Carlo Felice

Domani, Martedì 21 giugno, il giorno del solstizio d’estate, si festeggia in tutta Europa la giornata della Musica, sostenuta in Italia dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, con lo scopo di valorizzare il forte potenziale musicale su tutto il territorio nazionale, offrendo ampia visibilità a tutte le più prestigiose realtà e istituzioni musicali, un appuntamento che è divenuto il simbolo dell’unione culturale tra i Paesi ed i popoli.

Il Teatro Carlo Felice festeggia questa giornata aprendosi dalle 10 alle 13 per visite guidate gratuite alla struttura con momenti musicali a cura di elementi del Coro e dell’Orchestra, un’occasione aperta a tutti coloro che amano il Teatro o a chi per la prima volta vuole visitare “la fabbrica della musica”,eccellenza della nostra città.

 

Marina Chiappa

 

Restaurato l’affresco sopra il ponte levatoio di Castelvecchio a Verona

Affresco Castelvecchio restaurato

Alla presenza del consigliere comunale incaricato alla Cultura Antonia Pavesi, al termine dei lavori di restauro, si è svolta l’inaugurazione dell’affresco raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Rocco e Sebastiano che si trova nella lunetta sopra il ponte levatoio di Castelvecchio, a Verona.

Presenti alla cerimonia la direttrice dei Musei Civici Margherita Bolla e l’architetto Pierdomenico Mazza del Centro Studi Città Popolare di Verona, ideatore e promotore del progetto di restauro. L’opera è del pittore veronese Serafino Serafini ed è risalente al 1574. Il restauro, eseguito da Flavia Maria Benato e Adriana Benetti, con la supervisione di Maristella Vecchiato della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio, è stato reso possibile dal Centro Studi Città Popolare di Verona, grazie al finanziamento di Fondazione Cattolica Assicurazioni e di Inner Wheel Club di Verona. “L’affresco – sottolinea Pavesi – torna oggi a mostrarsi alla città al suo meglio, grazie ad un intervento di restauro che ha riguardato la ripulitura dell’intera superficie dipinta, il fissaggio di alcune parti sfaldate dell’intonaco e del colore ed alcuni accorgimenti per evitare il ristagno dell’acqua piovana alla base”. I santi Rocco e Sebastiano, sono conosciuti per la loro specializzazione come protettori contro la peste. L’affresco sulla porta d’accesso al castello costituiva quindi un auspicio di protezione della fortezza dalla malattia, i cui focolai imperversavano allora in Italia settentrionale. Il pittore Serafino Serafini apparteneva ad una famiglia di artisti attivi a Verona già nel XV secolo. Le sue opere sono per lo più disperse: conosciamo un quadro con Crocifissione e santi nella chiesa parrocchiale di Zimella, datato 1588. Seguendo uno stile vicino a quello di Francesco Torbido e di Battista del Moro, Serafini dipinse l’immagine votiva di Castelvecchio in modo didascalico e comunicativo.

 

Roberto Bolis

Campioni… tra le nuvole

Insolito responso al campionato italiano di parapendio, Cornizzolo Cup 2016, gara internazionale e campionato italiano insieme.

Si fregiano del titolo ex aequo due piloti di Molveno (Trento), Luca e Nicola Donini, padre e figlio. Al terzo e quarto posto Aaron Durogati di Merano e Joachim Oberhauser di Terlano (Bolzano).

Luca, di professione albergatore, già campione mondiale e due volte campione d’Europa, è oggi per la prima volta campione d’Italia. Nicola, 20 anni, aveva già conquistato il titolo nel 2013. Una famiglia con la testa fra le nuvole! La gara si è sviluppata per una settimana nei cieli lombardi, con decollo da quota 1241 m. sul Monte Cornizzolo sopra Suello (Lecco), quartier generale di tutta l’organizzazione forte di 42 addetti, e sconfinando nelle provincie di Como e Bergamo, ora sorvolando l’ondulato suolo brianzolo, ora lungo la pedemontana.

Annullata la prima manche causa maltempo, nelle restanti cinque i 125 piloti provenienti da 17 nazioni, Messico, Giappone, Sud Africa, Venezuela e Nuova Zelanda le più lontane, hanno beneficiato di una meteo clemente quando non favorevole. Cosicché i parapendio, che si reggono in aria sull’onda delle correnti d’aria ascensionali, motore gratuito ed ecologico, hanno felicemente concluso percorsi tra i 51 ed i 102 km agli ordini del direttore di gara Pietro Bacchi di Biella.

Divisi in classifica da una manciata di punti, il confronto tra i capolista si è fatto via via più serrato, a partire da Nicola Donini che ha messo subito un’ipoteca sul titolo con due vittorie di manche, per passare a papà Luca e per finire a Durogati, protagonista di una clamorosa rimonta dalle retrovie durante l’ultimo, estremo volo.

In campo femminile vince la giapponese Nao Takada, seguita dalla venezuelana di padre italiano Joanna Di Grigoli e da Silvia Buzzi Ferrarsi che si laurea campionessa d’Italia per la decima volta. La pilota meneghina è in forza all’associazione Parapendio Club Scurbatt, cioè i corvi di Lecco, che, lungi dal menar gramo, hanno invece ben organizzato l’evento insieme all’Aero Club Lega Piloti e sotto l’egida dell’Aero Club d’Italia e della FAI, Federazione Aeronautica Internazionale. Seguono Sara Brambilla di Lecco e la laziale Lucrecia Chiartano.

In classe sport, a conferma della supremazia dei piloti trentini e sud tirolesi, un vivaio che sembra inesauribile, il titolo va a Mauro Maggiolo seguito dal veneto Manuel Grandi e da Diego Ardissone di Ivrea.

Gustavo Vitali