All’Italia il nono titolo mondiale nel deltaplano

La nazionale italiana di deltaplano vince il suo nono titolo mondiale e quinto consecutivo.

Accrescono l’impresa degli azzurri la medaglia d’argento di Alessandro Ploner di San Cassiano (Bolzano) ed il bronzo di Christian Ciech, nato in Trentino e varesino d’adozione, nell’individuale.

Il nuovo campione del mondo è Petr Benes, pilota della Repubblica Ceca che raccoglie il testimone dal nostro Alessandro Ploner e solo nel corso dell’ultima giornata. Infatti, Ploner ha quasi ininterrottamente tenuto la testa della graduatoria nei nove giorni di gara e il divario tra i due nella classifica finale è assolutamente esiguo. Quarto un altro pilota della Repubblica Ceca, Dan Vyhnalik e quinto Filippo Oppici, pilota di Parma. Ottime le prestazioni del ciociaro ed esordiente Marco Laurenzi e del resto del team azzurro, Davide Guiducci di Villa Minozzo (Reggio Emilia) e il padovano Valentino Bau che hanno contribuito al successo collettivo. Dirigeva la nazionale Flavio Tebaldi di Venegono Inferiore (Varese).

La supremazia degli azzurri come squadra non è mai stata in discussione. Ha iniziato e chiuso in testa davanti alle nazionali della Repubblica Ceca, Germania, USA, Australia, Brasile, e Giappone. 26 i paesi presenti per un totale di 131 piloti.

Le classifiche sono stilate in base ai risultati di ogni volo con assegnazione di un punteggio a ciascun pilota secondo l’ordine di arrivo al traguardo. La somma dei punteggi di tutti i voli determina la graduatoria individuale e quella di tutti i voli dei piloti di ogni nazionale quella a squadre.

Teatro dell’impresa, avvenuta nel corso del 21° Campionato del Mondo volato sotto l’egida della FAI (Fédération Aéronautique Internationale), la Valle di Paraná in Brasile. Dalle sue pendici a circa 1000 metri di quota, nelle vicinanze di Formosa, comune dello Stato del Goiàs a 92 km dalla capitale federale, per nove giorni sono decollati i volatori alla volta dell’atterraggio nella Esplanada dos Ministérios a Brasilia. La valle gode di un clima secco e vento costante, ma talvolta i piloti hanno incontrato anche condizioni difficili.

I percorsi assegnati dalla direzione di gara misuravano tra i 100 ed i 135 chilometri e contrassegnati da boe aeree in corrispondenza di punti salienti del territorio che i piloti dovevano obbligatoriamente aggirare prima di raggiungere la meta. Il tempo impiegato mediamente dai migliori è stato tra poco meno delle due ore e le tre ore e mezza, secondo le condizioni meteo della giornata. Alle stesse si sono subordinate le velocità medie, aggirate tra i 35 ed i 53 km/h, ma questi mezzi sono idonei a raggiungere velocità massime oltre i 100 km/h. Il tutto sfruttando un motore che non consuma e non emette nulla, vale a dire quello dell’irraggiamento solare del territorio e le correnti ascensionali che esso provoca.

 

Gustavo Vitali

“Nemici dello Stato”. La situazione dei difensori dei DD.UU. in Iran secondo A.I.

Da quando nel 2013 Hassan Rouhani è stato eletto alla presidenza dell’Iran, gli organismi di sicurezza e il potere giudiziario del paese stanno portando avanti una feroce repressione contro i difensori dei diritti umani, demonizzando e imprigionando chi ha il coraggio di stare dalla parte dei diritti. Lo ha denunciato Amnesty International nel rapporto “Nella ragnatela della repressione: difensori dei diritti umani sotto attacco in Iran”.

Le speranze che le riforme annunciate da Rouhani nella prima campagna elettorale fossero sono state deluse: decine di attiviste e attivisti per i diritti umani, spesso etichettati come “agenti stranieri” e “traditori” dai mezzi d’informazione statali, sono stati processati e condannati per false accuse di reati contro la “sicurezza nazionale”. Alcuni di loro sono stati condannati a oltre 10 anni di carcere solo per aver preso contatti con le Nazioni Unite, l’Unione europea od organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International. “È amaramente ironico constatare che mentre le autorità iraniane vanno fiere del miglioramento delle relazioni con l’Onu e l’Unione europea, soprattutto a seguito dell’accordo sul nucleare, i difensori dei diritti umani che contattano quelle stesse istituzioni vengono trattati come criminali”, ha dichiarato Philip Luther, direttore di Amnesty International per la ricerca e l’advocacy su Medio Oriente e Africa del Nord. “Invece di diffondere il pericoloso mito che i difensori dei diritti umani costituiscono una minaccia per la sicurezza nazionale, le autorità iraniane dovrebbero prendere in considerazione i legittimi problemi che quelle donne e quegli uomini sollevano. Si tratta di persone che hanno rischiato tutto per costruire una società più umana ed equa ed è agghiacciante che siano state punite in modo così feroce per questo coraggio”, ha aggiunto Luther. Amnesty International ha chiesto all’Unione europea, che nel 2016 aveva annunciato l’intenzione di rilanciare il dialogo bilaterale con l’Iran sui diritti umani, di denunciare nel modo più netto la persecuzione ai danni dei difensori dei diritti umani nel paese. “La comunità internazionale, e soprattutto l’Unione europea, non deve rimanere in silenzio rispetto all’oltraggioso trattamento dei difensori dei diritti umani in Iran”, ha sottolineato Luther. “Invece di blandire le autorità iraniane, l’Unione europea dovrebbe chiedere in maniera ferma il rilascio immediato e incondizionato di tutte le persone in carcere per il loro pacifico impegno in favore dei diritti umani e la cessazione del ricorso al potere giudiziario per ridurle al silenzio”, ha proseguito Luther. Il rapporto di Amnesty International fornisce un quadro completo della repressione che ha preso di mira difensori dei diritti umani impegnati in campagne fondamentali e descrive 45 storie di attivisti contro la pena di morte, per i diritti delle donne e quelli delle minoranze, avvocati, sindacalisti e persone che chiedono verità, giustizia e riparazione per le esecuzioni extragiudiziali di massa e le sparizioni forzate degli anni Ottanta.

La stretta finale nei confronti dei difensori dei diritti umani Negli ultimi quattro anni le autorità giudiziarie iraniane hanno sempre più spesso applicato le vaghe e ampiamente generiche norme sulla sicurezza nazionale e, allo stesso tempo, aumentato profondamente l’entità delle condanne inflitte ai difensori dei diritti umani. Il capo della magistratura è nominato dalla Guida suprema. Di caso in caso, molte persone sono state condannate a lunghi periodi di carcere, a volte di oltre 10 anni, per azioni che neanche avrebbero dovuto essere considerate reati: aver preso contatti con le Nazioni Unite, l’Unione europea, organi d’informazione, organizzazioni sindacali internazionali o gruppi per i diritti umani all’estero, tra cui Amnesty International. Uno dei casi più emblematici, anche perché si trova in gravi condizioni di salute, è quello di Arash Sadeghi, un attivista per i diritti umani che sta scontando una condanna a 19 anni di carcere per “reati” quali aver comunicato con Amnesty International e aver inviato informazioni al Relatore speciale delle Nazioni Unite sull’Iran e a parlamentari europei sulla situazione dei diritti umani nel paese. Nonostante le sue critiche condizioni di salute, le autorità gli negano il trasferimento in un ospedale esterno al carcere per rappresaglia contro uno sciopero della fame che Sadeghi ha portato avanti tra ottobre 2016 e gennaio 2017 per protestare contro la detenzione di sua moglie, Golrokh Ebrahimi Iraee, “colpevole” di aver scritto un racconto sulla lapidazione. La nota difensora dei diritti umani Narges Mohammadi, già direttrice del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran, sta scontando una condanna a 16 anni di carcere per il suo lavoro in favore dei diritti umani. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti è stato avviato dopo che aveva incontrato, in occasione della Giornata internazionale delle donne del 2014, l’allora responsabile della politica estera europea, Catherine Ashton. Raheleh Rahemipour è stata condannata a un anno di carcere dopo che le Nazioni Unite avevano chiesto alle autorità iraniane informazioni sulla sparizione forzata del fratello e della nipote durante gli anni Ottanta. “Siamo di fronte al minaccioso e deliberato tentativo delle autorità iraniane di isolare i difensori dei diritti umani dal mondo esterno e d’impedir loro di contrastare la narrativa ufficiale sulla situazione dei diritti umani nel paese”, ha sottolineato Luther. Anche i sindacalisti, come Esmail Abdi e Davoud Razavi, hanno subito intimidazioni e il carcere per aver preso contatti con organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione internazionale del lavoro. Non va meglio ai difensori dei diritti delle minoranze. Alireza Farshi, esponente della minoranza azera, è stato condannato a 15 anni di carcere per “reati” tra cui aver scritto all’Unesco per chiedere l’organizzazione di un evento in occasione della Giornata internazionale della lingua madre.

Processi gravemente irregolari Tutti i difensori dei diritti umani le cui storie sono illustrate nel rapporto di Amnesty International sono stati condannati al termine di processi gravemente irregolari celebrati dai tribunali rivoluzionari. Spesso, i processi sono estremamente brevi. Nel marzo 2015 Atena Daemi e Omid Alishenas, due attivisti per l’abolizione della pena di morte, sono stati condannati, rispettivamente, lei a 14 anni e lui a 10 anni di carcere al termine di un processo durato 45 minuti. In appello entrambe le condanne sono state ridotte a sette anni. I processi nei confronti dei difensori dei diritti umani si svolgono generalmente in un clima di paura di cui fanno le spese anche gli avvocati, limitati nelle visite o nella corrispondenza riservata coi loro clienti e ostacolati nell’accesso agli atti giudiziari. Difensori dei diritti umani che hanno osato denunciare le torture e i processi irregolari hanno a loro volta subito intimidazioni, radiazioni e condanne. Il noto avvocato per i diritti umani Abdolfattah Soltani è stato condannato a 13 anni di carcere, nel 2011, a causa del suo coraggioso impegno, anche col Centro per i difensori dei diritti umani.

Il rapporto “Nella ragnatela della repressione: difensori dei diritti umani sotto attacco in Iran” è disponibile all’indirizzo: www.amnesty.it/nemici-dello-stato-in-un-rapporto-di-amnesty-international-laccanimento-delliran-contro-i-difensori-dei-diritti-umani

Amnesty International Italia

 

Verona celebra Maria Callas

Era la sera del 2 agosto 1947 quando Maria Callas, ventiquattrenne, debuttò ne “La Gioconda” di Amilcare Ponchielli sotto la direzione di Tullio Serafin, iniziando la sua ascesa nel firmamento della lirica internazionale per diventare il più importante soprano del Novecento.

Quest’anno, a settant’anni dal debutto e a quarant’anni dalla scomparsa, avvenuta 16 settembre 1977, la sua figura è ancora avvolta da un senso di meraviglia, che va oltre la sua arte, la sua voce, il suo essere “La Callas”.

Il Festival Internazionale Scaligero Maria Callas-Verona, ideato e promosso dal maestro Nicola Guerini, in collaborazione con Progetto Arte Poli, celebra con tutta la città scaligera il grande soprano con la IV edizione del Premio Internazionale alla Carriera Maria Callas e una statua bronzea a lei dedicata, commissionata dal festival stesso e realizzata in esclusiva dallo scultore di fama internazionale Albano Poli.

La statua bronzea, collocata nell’ambulacro minore al termine dell’arcovolo 4 dell’anfiteatro areniano, rimarrà a ricordare la Divina fino al termine della stagione lirica.

 

Roberto Bolis (anche per credit fotografico)

Hublot a Porto Cervo con “Andy Warhol”

Hublot nella nuova cornice italiana di Porto Cervo, che si aggiunge alle boutique estive del brand Cannes, Saint Tropez, Capri e Mykonos, è sponsor ufficiale della mostra “Andy Warhol Vip Society”, ospitata al “Conference Center” di Porto Cervo fino al prossimo 17 settembre. L’evento ha rilevanza internazionale per i 200 capolavori di Warhol provenienti dalle più prestigiose collezioni private. Sono esposte le celeberrime serigrafie di Marilyn Monroe, i barattoli Campbell’s, le Polaroid di varie celebrità, quella Vip Society degli anni Settanta che popolava la vita di New York, e molto altro.

L’occasione non mancherà per vedere, nel negozio Hublot, la nuova collezione di orologi e i colorati “Big Bang Click Pop Art”, rosa e verde in particolar modo, con cinturino in alligatore o in caucciù.

Un bel modo per portare i colori dell’estate anche di ritorno in città.

Syb

 

 

Vertical 107 Molino-Le Buse a Falcade

Tutto pronto a Falcade per la  prima edizione della Vertical 107 Molino-Le Buse, gara a cronometro in salita che sabato 26 agosto sfiderà gli appassionati di corsa in montagna con un percorso di 1900 metri per 670 metri di dislivello che include una scala di metallo composta da 107 scalini sullo sfondo delle bellissime Dolomiti Bellunesi.

Le iscrizioni e il ritiro dei pettorali si possono effettuare il giorno stesso della gara a partire dalle ore 08:00 presso la stazione a valle della cabinovia in località Molino e la quota di iscrizione di € 12,00 darà diritto ad un buono pasto presso lo Chalet Le Buse e al rientro in cabinovia.

Verranno premiati i primi tre assoluti delle categorie maschile e femminile e il primo Over 50 delle categorie maschile e femminile. Inoltre, grazie alla collaborazione degli sponsor Karpos, Acqua Dolomia e Dama Caffè, saranno sorteggiati ulteriori premi tra tutti i partecipanti.

 

ATC (anche per credit fotografico)

 

I Musei delle Armi di Brescia e Gardone Valtrompia

Pistola presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

Per trovare le armi adoperate nei duelli e nella propria difesa personale da Margherida de’ Tolomei, come letto nel libro “L’amante alchimista” di cui abbiamo scritto, ci si può recare in provincia di Brescia a visitare due dei musei più interessanti sulle armi, uno dei quali costituisce la collezione europea privata più importante, il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”, sito nel Castello di Brescia.

Lì troviamo, infatti, una daga cinquecentesca del tipo descritto nel libro di Isabella della Spina, accanto a bellissime armature di fanti e di cavalieri, oltre che a numerose alabarde, sempre del Cinquecento. Non mancano armi di anni precedenti, così come di successive, dove fanno bella mostra di sé le armi da fuoco, di varia epoca.

Revolver presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La progressione dello sviluppo delle armi da fuoco la si può vedere, e imparare, nel Museo delle Armi e della Tradizione armiera di Gardone Valtrompia, patria della famosa Beretta armi.

Sin dall’antichità, però, il luogo, ricco di minerali nei dintorni e di acqua, è famoso per la lavorazione del ferro e, quindi, per la produzione di armi bianche e, poi, da fuoco appunto.

Nelle prime sale del Museo si possono seguire le fasi dell’evoluzione storica delle armi, soprattutto quelle da fuoco del ‘500. Si tratta di armi da caccia, da difesa e militari, di cui è spiegato in pannelli didattici molto interessanti il funzionamento. In un secondo livello, invece, è possibile vedere come si passa dalla fusione del ferro al maglio e alla lavorazione delle canne dei fucili, oltre allo sviluppo della lavorazione dei calci per arrivare all’arma confezionata e utilizzabile. In questo settore è possibile vedere anche alcune riproduzioni di armi utilizzate nei film, fiore all’occhiello dell’attuale produzione armiera, spesso manuale, della Valtrompia. Sono alcune le ditte specializzate nel produrre armi per film di Clint Eastwood, i mitici Far West, ma anche armi per i film “I pirati dei caraibi”, Colt di sceriffi e armi bianche. Interessante anche un raro fucile Balilla per bambino, del 1934, con baionetta innestata.

Revolver cinematografici Uberti presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La parte più tecnica del percorso riguarda lo sviluppo del metodo di sparo del proiettile che passò dall’utilizzo della miccia all’uso della piastra con sviluppo del cane, fino all’uso del fulminato di mercurio e dello sviluppo del sistema di accensione a luminello. Tutti questi sistemi erano volti a ridurre il rischio che la polvere da sparo prendesse fuoco in momenti non utili al possessore dell’arma, che la miccia si spegnesse o che il processo di caricamento dell’arma fosse troppo lento per essere efficace. Quindi l’accensione a luminello andò a sostituire la già moderna pietra focaia che, invece di aspettare di dar fuoco ad una miccia, attraverso un sistema di sfregamento della pietra portava le necessarie scintille per accendere la polvere che avrebbe espulso il proiettile. Nel Museo si possono vedere alcune armi “ridotte”, cioè in cui il sistema a pietra focaia è stato sostituito da quello a luminello per evitare la spesa, soprattutto per gli eserciti, di cambiare tutta la dotazione.

Riproduzione di un maglio, Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

A Gardone Valtrompia è presente anche un fucile alla garibaldina. Per armare i garibaldini vennero istituiti due fondi nel 1860, uno denominato “Fondo per un milione di fucili” e l’altro “Comitato centrale di soccorso a Garibaldi”. Il Fondo permise l’acquisto di fucili francesi e prussiani trasformati a luminello, e fucili inglesi Enfield modello 1853. Le armi del Fondo non raggiunsero subito le truppe garibaldine partite per la Sicilia, ma rimasero nel deposito di Milano fino a che non fosse stato firmato l’ordine di Cavour. Così, furono basilari i fondi americani per le armi all’eroe dei due Mondi, il “New York Garibaldi Found Commitee” e “Italian National Commitee”. I soldati di Garibaldi quindi erano equipaggiati con le armi più disparate, comprese le armi Colt di cui 291 rivoltelle, 59 carabine a rotazione e 23.500 fucili trasformati con brevetto Colt. Alcune di quelle armi furono acquistate direttamente negli Stati Uniti e altre vennero donate dallo stesso Colt per la causa di Garibaldi. Per la prima volta le armi Colt vennero usate nella battaglia di Milazzo, ma vennero subito considerate pericolose e quindi abbandonate. Nel Museo è ben spiegato perché.

Due Musei da visitare e che presentano interessanti attività didattiche per capire lo storico, fondamentale lavoro del maglio che nella Valle, per La Via del Ferro, fa bella mostra di sé.

 

Alessia Biasiolo

 

L’amante alchimista

Interessante il romanzo di Isabella della Spina, edito da Piemme, dal titolo “L’amante alchimista”. La storia narrata, ambientata nel Cinquecento d’oro italiano, racconta con incedere elegante, tra molti flashback e alcune prolessi, la storia romanzata di un’Italia che si costruiva tra intrighi e giochi di corte, artisti celebri, rivalità pontificie e nobiliari per accaparrarsi il pittore o l’architetto più in voga, guerre, assassinii, vedovanze celeberrime, reggenze in bilico e, soprattutto, la dedizione ad un’arte che tanto veniva censurata quanto veniva tenuta in considerazione per cercare di capire se le proprie scelte, o non scelte, avrebbero portato ai benefici sperati. Ogni personaggio in vista o di qualche conto, infatti, interrogava gli arcani, i tarocchi, gli indovini, chiunque ci sapesse fare con la predizione del futuro. Tra momenti di pace e tanti conflitti, ecco che risalta la figura di un’esperta delle arti occulte, Margherida de’ Tolomei, figlia di quel Cornelio che l’aveva avviata all’arte del sapere per eccellenza. Amica di Isabella d’Este, al galoppo tra le corti di Ferrara e di Mantova, con amicizie alla corte degli Sforza e dei papi, Margherida si innamorerà di Pico della Mirandola e vivrà le congiure per l’assassinio di Lorenzo il Magnifico, dopo aver visto morire suo padre e il padre della sua migliore amica. Il racconto si snoda all’arrivo delle truppe lanzichenecche di Carlo V, con sullo sfondo quella riforma luterana di cui ricorre un importante anniversario quest’anno. Siamo, infatti, al Sacco di Roma del 1527 e, mentre è tenuta prigioniera a Castel Sant’Angelo dopo che l’amica Isabella l’ha di fatto venduta al “nemico” in cambio della berretta cardinalizia per il figlio, e del potere collegato per il suo casato, Margherida ricorda avvenimenti che sono in parte storici e in parte abilmente architettati, in una trama che avvince e non annoia mai, tra amori e dissapori, incendi, morti, distruzione e rinascita, da Isabella della Spina. Nome dietro al quale si celano due scrittrici, Sonia Raule e Daniela Ceselli.

Margherida è depositaria di saperi antichi, imparati tra esperimenti e confronto con sapienti. È una donna, una di quelle che dovevano morire sul rogo come streghe, ma se potesse risolvere i problemi papali in quello scorcio del 1527, tramutando qualsiasi cosa in oro, verrebbe di certo perdonata per il suo voler essere autonoma, emancipata, capace di capire quello che nemmeno gli artefici del potere più studiato al tavolino delle congiure capivano. L’Italia che si stava stabilizzando, tra signorie potenti capaci di determinarsi come ago della bilancia in un Paese conteso per la sua posizione strategica, i suoi porti, le sue bellezze, la sua influenza nel Mediterraneo in cui ancora la presenza politica araba, e il timore delle nuove rotte atlantiche, doveva essere circoscritta con l’idea di nuove crociate che avevano l’unico scopo di cercare di limitare il potere di altri in Europa e non. Quell’Italia che sembrava sempre alla mercé altrui, ma che in fondo sapeva tenere in scacco l’imperatore, le terre di nuova scoperta, l’affanno dei poveri in quasi perenne carestia e la sete di potere di tutti; anche di un papato che non nascondeva i figli dei papi e i nipoti da sistemare al soglio cardinalizio. Conoscere le debolezze, vizi e virtù umani, era il compito dei regnanti e in molti casi fanno bella mostra di sé delle donne come Isabella d’Este o Caterina Sforza. Coloro che, a dispetto dell’idea maschile, spesso dei mariti, di tenerle soggiogate a ruolo subalterno dopo averle sposate per interessi di famiglia, si trovano a tramare per avere nuove terre, maggiore peso politico, più potere. Per farlo sfoderano le arti femminili della bellezza e della seduzione, ma tirano anche di spada, si fanno rispettare dimostrando la bassezza e la piccolezza dei propri consorti, oppure affiancandoli nel tessere tele di concreto amministrare. Insomma, un romanzo intrigante e capace di soddisfare molti tipi di amanti della lettura.

Isabella della Spina: “L’amante alchimista”, Piemme, Milano, pagg. 410; euro 18,50.

 

Alessia Biasiolo

 

 

“La Visitazione” di Luca della Robbia a Pistoia Capitale Italiana della Cultura

La Visitazione di Luca della Robbia è da poco rientrata in patria dalle esposizioni al Museum of Fine Arts di Boston e alla National Gallery di Washington e sarà ammirabile fino al 7 gennaio 2018 in un allestimento a cura della Diocesi e della Soprintendenza nella suggestiva chiesa di San Leone, recentemente tornata all’antico splendore grazie a lavori di restauro.

Realizzata intorno al 1445 per la chiesa di San Giovanni Fuorcivitas – dove è collocata abitualmente e dove tornerà al termine dell’esposizione – la Visitazione è una delle prime opere in terracotta invetriata, tecnica di cui della Robbia è considerato l’inventore. L’artista fiorentino per primo applicò alla scultura in terracotta una copertura in smalto stannifero che rendeva la superficie lucida e resistente, iniziando una produzione di grande successo. Il gruppo raffigura l’incontro tra Maria e la cugina Elisabetta, come è narrato nel Vangelo di Luca.

Per questo speciale allestimento, il gruppo scultoreo è esposto nella Chiesa di San Leone, uno degli esempi più importanti dell’arte barocca a Pistoia, interamente affrescata. Vi lavorò tra il 1753 e il 1764 Vincenzo Meucci, protagonista indiscusso della pittura fiorentina del Settecento, affiancato dai quadraturisti Giuseppe Del Moro e Mauro Antonio Tesi. In questa inedita cornice, i visitatori potranno ammirare da vicino lo splendore dell’invetriatura pienamente recuperata nel suo candore e potranno osservare il caldo abbraccio tra Maria e Elisabetta non solo dall’abituale veduta frontale, ma da diverse prospettive. L’accostamento tra le forme classiche della Visitazione, espressione del più puro umanesimo, e la leggera e teatrale pittura del Meucci potrà forse sembrare azzardato, ma il dialogo creato tra arti ed epoche lontane esalta entrambe.

La Visitazione è visitabile: fino al 31 ottobre dalle 10 alle 19. Dall’1 novembre al 7 gennaio dalle 10 alle 17.

Delos (anche per credit fotografico)

 

Anticipazioni: Ambrogio Lorenzetti a Siena

L’evento più importante dell’anno è la mostra su Ambrogio Lorenzetti – dal 22 ottobre 2017 al 21 gennaio 2018 -, preparata nel corso degli ultimi due anni e iniziata con l’operazione “Dentro il Restauro”, che finanziata dal Mibact, ha consentito il restauro di alcuni capolavori del grande pittore senese, fra cui il ciclo di affreschi nella basilica di San Francesco, il grandioso ciclo di Montesiepi e la Maestà di Sant’Agostino. Sarà un‘esposizione particolare quella dedicata a Lorenzetti, artista dall’incontenibile creatività che ha rinnovato profondamente la pittura occidentale. Lorenzetti è stato, infatti, un innovatore della concezione stessa dei dipinti d’altare e un grande pittore di storie sacre, ma anche il narratore che ha allargato lo sguardo alla re-invezione del paesaggio e della pittura d’ambiente.

Grazie a una serie di prestiti importanti (Louvre, National Gallery, Gallerie degli Uffizi, Musei Vaticani, Yale), l’esposizione ritesse la grande vicenda artistica di Ambrogio Lorenzetti, facendo convergere al Santa Maria della Scala, dipinti che, in massima parte, furono prodotti per cittadini senesi e per chiese della città.

La mostra, che gode dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, del Patrocinio del Mibact e della Regione Toscana, è curata da Alessandro Bagnoli, Roberto Bartalini e Max Seidel, autori anche del corposo volume che accompagna l’esposizione e che più che un catalogo si presenta come un’opera di lettura innovativa dell’opera di Lorenzetti. Gli allestimenti della mostra sono stati affidati allo Studio Guicciardini&Magni, già autori di numerosi allestimenti museali fra cui il Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, il Museo Galileo, il Museo Nazionale di Oslo, il Gülhane Museum di Instanbul.

Il programma delle esposizioni  non si esaurisce con Lorenzetti.

La fotografia è uno dei filoni su cui il Santa Maria della Scala sta concentrando la propria attività espositiva e produttiva, con iniziative di vario genere per taglio e tipologia, da personali a retrospettive tematiche, da produzioni originali a progetti di altri musei ospitati in una logica di collaborazione e scambio reciproco.

Il primo progetto parte il 28 luglio con la Storie di Stanze Room Stories di Cristina Coral, giovane e già affermata fotografa italiana, dallo stile composto ed essenziale, con una grande sensibilità nei confronti della luce ed un’attenzione particolare al rapporto fra la figura umana e gli ambienti in cui agisce. Le 23 fotografie di rara sensibilità della Coral resteranno in mostra nella sala Vieri Mascioli fino al 10 settembre.

Dal 15 dicembre fino a metà gennaio 2018  è in programma RiMembra di Monica Biancardi, un progetto fotografico costruito nel corso di alcuni anni dalla fotografa napoletana che al Santa Maria sarà in mostra con un format particolare: 13 acquerelli e 4 dittici fotografici faranno da cornice e accompagnamento all’intero ciclo che sarà proiettato in grande dimensione, accompagnato dai testi scritti per l’occasione dal poeta Gabriele Frasca, che la sera dell’inaugurazione sarà protagonista di un reading accompagnato da suoni e immagini.

L’evento fotografico più significativo in calendario – dal 3 novembre 2017 al 7 gennaio 2018 – è “Je voudrais savoir”, una mostra realizzata in collaborazione con l’Università di Siena in occasione del centenario della nascita di Franco Fortini e prodotta dal Santa Maria della Scala. La mostra prende spunto dal viaggio in Cina da parte di una delegazione italiana a cui parteciparono, oltre a Fortini, alcuni altri artisti e intellettuali: Carlo Cassola, Antonello Trombadori, Ernesto Treccani, Norberto Bobbio, Carlo Bernari, Antonello Trombadori, Piero Calamandrei. La mostra prende spunto dalle riflessioni, i pensieri e le fotografie di Fortini in un dialogo con immagini, pensieri e parole degli altri partecipanti al viaggio; tutti gli altri partecipanti, infatti, nell’arco dei 2 anni successivi, pubblicarono scritti o racconti di quell’esperienza di viaggio.  Ne deriva una sorta di “danza cinese”, un caleidoscopio sorprendente di sguardi ed emozioni su un mondo “nuovo” e sicuramente diverso da quello occidentale, ma anche una sorta di percorso interiore di alcuni grandi personaggi del novecento italiano, alla scoperta di quel mondo, che ciascuno aveva indagato secondo le propria sensibilità. Il progetto di allestimento della mostra è stato affidato all’architetto Alessandro Bagnoli, già in passato autore di numerosi allestimenti anche al Santa Maria.

Per questa importante produzione il Santa Maria della Scala ha intrapreso delle relazioni con altre Istituzioni per presentare il progetto sul territorio nazionale, proseguendo in quell’attività l’attività di produzione e circuitazione inaugurata lo scorso anno con “Ten Years and Eighty-Seven Days” di Luisa Menazzi Moretti, che dopo essere stata a Berlino e a Siena da fine ottobre sarà ospitata nel Museo degli Innocenti a Firenze.

Dal 9 settembre al 10 dicembre è in programma “La storia per immagini. Vita quotidiana e paesaggio a Siena e nel suo territorio”, il progetto del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, di cui è capofila la Pinacoteca Nazionale di Siena, che ha come finalità la promozione di un sistema di offerta culturale integrata, basata sulla realizzazione di percorsi specifici e inclusivi.

Il percorso del Santa Maria della Scala intende valorizzare il legame indissolubile che unisce l’ospedale al territorio, attraverso una disamina delle aziende agricole note come grance, ripercorrendone sviluppo e vicende attraverso i secoli e mettendo in relazione spazi ospedalieri, documenti, oggetti con immagini e testi esplicativi, a partire dalla grande pianta della grancia di Castelluccio di Pienza, realizzata dall’agrimensore Florenzio Razzi nel 1763.

Il 21 settembre, si inaugura “Caveau”, la mostra che conclude l’esperienza lanciata dall’artista Serena Fineschi nel corso del 2016, quando inaugurò “la più piccola galleria d’arte del mondo”, nel cuore di Siena e chiamò 12 fra curatori e artisti ad animarla, ciascuno proponendo un’opera al mese. I dodici ospiti di Caveau, che saranno in mostra al Santa Maria sono: Bianco-Valente, Vittorio Corsini, Marina Dacci, Pablo Echaurren, Pietro Gaglianò, Ilaria Mariotti, Marco Pierini, Alfredo Pirri, Claudia Salaris, Serse, Marco Tirelli, Paola Tognon.

Infine l’8 dicembre apre al pubblico “Un secolo di storia. I grandi fatti raccontati dalla Nazione, 1917 – 2017”, una mostra itinerante che coniuga il legame tra il quotidiano e il proprio territorio, consentendo ai visitatori di riscoprire gli eventi, i personaggi, le vicende, lungo un percorso di cento anni, letto e interpretato attraverso gli articoli de La Nazione. La mostra senese si arricchirà di una sezione dedicata alla storia cittadina e ai grandi fatti che la hanno caratterizzata negli ultimi 100 anni.

 

Salvatore La Spina

Finalmente Sardegna!

Bella, da Vip, ma forse lasciata un po’ al suo destino per impianti produttivo-industriali e non solo. Luogo di eccellenze che sembrano poco aiutate nel complesso, la Sardegna è un’isola fiera e bellissima che, ultimamente, appare. Appare nelle pubblicità alla televisione per alcuni prodotti; appare nelle pubblicità turistiche che la dimostrano selvaggia ed elegantissima, nei suoi scenari da fiaba. Da spingere un turismo rispettoso, che non faccia delle spiagge bianche un luogo da bambini ai quali tutto è permesso e animali non portati con le dovute cure, con adulti che pensano di essere gli unici ad esistere sull’intero pianeta. Un luogo da persone intelligenti, come sono gli Italiani quando si ricordano di rispettare le regole (e di farle rispettare) e i loro superbi angoli di paradiso.

 

Syb