Pubblicità e alimenti nel Ventennio italiano

La Germania non poteva non guardare anche all’Italia per le proprie scelte alimentari in epoca nazista.

La ricaduta del giovedì nero statunitense sull’Europa, influì fortemente anche sul Belpaese: nel 1929 eravamo nella seconda decade dell’autarchia e in periodo di forte protezionismo doganale.

La piazza più importante per la vetrina dei prodotti italiani, e autarchici, era senz’altro Milano, in cui le merci venivano propagandate più ampiamente.

La propaganda evidenziava una vita moderna, emancipata, simbolo di una borghesia che stava vivendo, almeno sulla carta, un periodo favorevole. Le tasse aumentavano e le crisi produttive erano sempre dietro l’angolo, ma l’idea di avere una classe borghese imprenditorialmente forte, era suffragata da forti prese di posizione della Confindustria, dalla nascita o crescita di gruppi industriali, dal forte aumento di adepti dei gruppi sindacali. Su tutto, una visione futurista del prodotto e della pubblicità, che porterà alla sostituzione del cartellonista come interprete delle necessità commerciali delle aziende, con artisti scelti o selezionati dalle aziende stesse per pubblicizzare i propri prodotti secondo una visione aziendale frutto di strategia messa in atto a tavolino, ancor prima di realizzare il prodotto stesso. Le aziende cominciarono proprio a cavallo tra le due guerre mondiali a cercare una propria identità distintiva sugli altri prodotti, a volere creare un segno per lasciarlo. Risorsa indiscussa per le aziende italiane fu proprio il Futurismo, determinato auto-promotore, i cui seguaci erano profondamente consapevoli dell’importanza della pubblicità, soprattutto per abbattere le barriere tra alta e bassa società. I futuristi che lavorarono per la pubblicità furono molti, da Marinetti che creò pubblicità per Snia Viscosa, oppure Farfa che creò per Ferrania, mentre Fiat Balilla scelse di essere rappresentata dal Futurismo di Diulgheroff. Fu però Fortunato Depero ad essere il più innovativo grafico del movimento: collaborò con la Davide Campari dal 1924 al 1939, creando per l’azienda di bevande non soltanto pubblicità, ma anche oggetti, come pupazzi, lampade, vassoi e la bottiglia icona Campari Soda. Inoltre, Depero ha progettato per la Campari chioschi e architetture pubblicitarie, ideando delle vere e proprie opere d’arte con l’aiuto dell’azienda: il libro bullonato, ad esempio, venne realizzato proprio grazie all’aiuto di Davide Campari. L’insegnamento l’artista lo traeva dai musei, dalle grandi opere del passato, sosteneva, perché tutta l’arte dei secoli passati, secondo Depero, era improntata all’esaltazione (del guerriero, del religioso, delle cerimonie, delle vittorie), in chiave pubblicitaria, per fare restare nella memoria dei contemporanei e dei posteri qualcosa. Sempre secondo Depero, “i prodotti nostri hanno bisogno di un’arte nuova altrettanto splendente, altrettanto meccanica e veloce, esalatrice della dinamica, della pratica, della luce, delle materie nostre”. L’arte pubblicitaria, secondo il futurista, poteva poi essere piazzata dovunque, per terra, sui muri, nei treni, nelle vetrine, ed essere colorata, moltiplicata, non sepolta nei musei, ma viva. Quindi le aziende dovevano avere l’intelligenza strategica di usare il valore artistico della funzione pubblicitaria per costruire qualcosa di unico sul mercato e distinguersi in ogni dove. Depero teneva presente, poi, che anche le persone erano cambiate, non camminavano più avendo il tempo di leggere un manifesto sul muro, ma sfrecciavano veloci in treno e in automobile o su un autobus, di certo più veloce del tram. Quindi bisognava creare pubblicità belle, colorate, veloci da leggere e da capire, funzionali al prodotto. La scuola dell’Art Decò fu fondamentale: le linee potevano e dovevano essere diagonali, le lettere grandi e maiuscole, la novità doveva catturare l’attenzione. Depero applicò queste innovazioni per la Campari, ma anche per Unica, Strega, San Pellegrino, Presbitero, Schering, non limitandosi al disegno, ma a riflettere gli umori politici del Paese, le nuove prospettive verso un’arte unica. Spesso nelle pubblicità venivano ricordati l’esotico, il dogma, le teorie sulla razza, testimoniando il complesso rapporto tra aziende, politica e arte futurista. Gli oggetti delle pubblicità diventano grandi, ingombranti: devono colpire lo spettatore, il visitatore delle fiere. Colpire l’immaginario della persona comune, piccola, con un’immagine di grandezza che, se è vero che era politica in quel tempo in Italia, era quanto più la raffigurazione di come si poteva diventare se si acquistava, se ci si impossessava proprio di quel prodotto. Alla Fiera di Milano, ad esempio, accanto ai prodotti alimentari si esponevano opere che avevano lo scopo di stupire e impressionare positivamente: carri armati, maschere antigas, apparati antiaerei, aerei, camere-rifugio antiaereo, ma anche i più moderni mezzi per comunicare come la macchina per scrivere e, soprattutto, il telefono. Anche questo grande, come nella pubblicità della Stipel. L’oggetto doveva e poteva fare sentire potenti, grandi come doveva esserlo l’Italia in quei frangenti storici. Quali erano i prodotti alimentari pubblicizzati in Italia? Possiamo darne solo qualche esempio, scelto tra quelli che richiamano i cibi citati nei precedenti articoli. Un grande fermento ruotava attorno alle proteine animali: molti stand fieristici o manifesti pubblicitari erano dedicati ai grassi, sia per l’alimentazione che non, in modo da studiarne le proprietà e gli usi, e di sostenere la diffusione di grassi animali come di surrogati. È il caso della margarina, che ebbe vasta diffusione dalla seconda metà degli anni Venti, soprattutto quando era necessaria per sostituire il carente burro. Achille Luciano Mauzan aveva curato, nel 1926, una pubblicità per la Società Anonima Angelo Arrigoni di Crema. Le società anonime erano pullulate in Italia soprattutto dai primi anni del Novecento, quando la quasi improvvisa ripresa economica aveva convinto della bontà del tramutare imprese anche di stampo artigianale in Società Anonime appunto, poi in Società per Azioni. Non che il burro non si usasse più, certo, come recitavano le cremerie Zatti Verderi Chiesi di S. Ilario D’Enza nel 1935: “Esigete Super Burro”, di pura panna, mentre c’era il patriottico “Burro Vittoria”, sempre finissimo di pura panna. Era il momento dell’estratto per brodo, salutare, economico e capacissimo di sostituire spese per acquistare la carne e per cuocerla. Le ditte produttrici erano molte, dalla Liebig che aveva messo a punto la ricetta per il mitico dado per brodo, al “Vero estratto di carne australiano Arrigoni” di Genova, in vasetti e dadi (1925), all’estratto di carne “Food” del 1925, che diverrà ben presto troppo “straniero”; al “Nutreina” dei Laboratori Scientifici di Milano (1925), al “Bovis” della ditta Luciani (1930), all’estratto di carne “Texas” (1935), che rispondeva ai migliori requisiti fissati dalle norme vigenti, prodotto dalla ditta Italiana Texas a Milano. Molto successo l’ebbe anche l’estratto Wührer (1924, 1931), dell’omonima ditta produttrice di birre di Brescia. L’estratto, infatti, di brodo di manzo o di pollo, veniva prodotto accanto allo stabilimento birrario di Viale della Bornata nella Leonessa d’Italia. La produzione di birra in Italia aveva, in quel momento, andamento altalenante: l’aumento delle accise indeboliva le vendite della bevanda, ma allo stesso tempo convincevano lo Stato che l’incasso in tasse era penalizzato se si esagerava nella tassazione anche per rispondere alla domanda di maggiori controlli verso l’abitudine di ubriacarsi di molti operai durante i giorni liberi. La birra italiana Wührer, che aveva incamerato molte altre aziende tra cui la Birra Italia, era in grado di competere con le birre straniere, soprattutto bavaresi e austriache, pertanto ben si piazzava nelle vendite, e anche l’estratto per brodo omonimo ebbe un notevole successo. Accanto alle birre italiane, soprattutto dalla seconda metà degli anni Trenta e fino al 1941-1942, proprio alla Fiera di Milano, la quarta per importanza mondiale, si trovarono le birre tedesche, esposte in interessanti stand dove la mescita e l’assaggio erano seguiti da un folto pubblico di giornalisti. La presenza degli stand tedeschi non era stata vista di buon occhio da tutti, specialmente da chi, già non essendo allineato alla politica fascista, ma troppo in vista per subirne le conseguenze, aveva contestato o comunque non aveva digerito affatto la presa di posizione sulle leggi razziali. La visita dei padiglioni fieristici milanesi che, appunto, costituivano quanto di più interessante e moderno circolava sulle piazze mondiali, avveniva sempre anche da parte delle autorità, tra le quali il re Vittorio Emanuele III, il duca d’Aosta, molti ambasciatori stranieri, molte autorità civili e militari, tra cui spiccavano annualmente il ministro Starace, Vittorio Mussolini e altri, accompagnati da gerarchi fascisti e poi anche nazisti. Se è vero che il Re prediligeva visitare gli stand dell’aeronautica, ad esempio, o delle bellissime vetture Balilla, è anche vero che per la Fiera giravano bellissime signorine, vestite in tailleur, che portavano con sé cestini di caramelle al miele Ambrosoli (1939); che pubblicizzavano i tortellini o la stessa birra. L’Amaretto di Saronno o i biscotti Lazzaroni divennero i testimoni dell’evoluzione della società in corso: la famosa scatola Lazzaroni di biscotti, molto inglese nella fattezza così come era inglese il sapore dei biscotti stessi, non doveva mancare nei salotti buoni delle città italiane. I biscotti e le caramelle cominciarono a spopolare, simbolo proprio della rinascita economica del primo dopoguerra: aziende come Saiwa, fondata a Genova da Pietro Marchese, o Elah nata da Francesco Ferdinando Moliè nel 1909, sempre più producevano preparati per budini, creme da tavola e dessert vari. Lazzaroni veniva pubblicizzata, nel 1934, da trampolieri, mentre Elah scelse l’abitudine degli animali esotici, come l’elefante. Magnesia S. Pellegrino aveva invece scelto lo struzzo, mentre altri si accontentavano delle più caserecce capre. Animali che circolavano per le fiere vivi, naturalmente, con la pubblicità montata addosso (1935), oppure su eleganti calessini che essi stessi tiravano. Sempre per restare in tema, quasi l’Italia non fosse toccata dalla miriade di ricerche scientifiche sulle carie da zuccheri, oppure sulla necessità della dieta povera di zuccheri che spesso venivano sbandierate nell’alleata Germania, Unica, che produceva la famosissima caramella Nougatine ricoperta di cioccolato fondente, utilizzava la sagoma di un nero delle colonie (1931) per la propria pubblicità. Avevamo poi Pernigotti (dal 1868) per il torrone, Venchi dal 1878 per la produzione di praline, Perugina (fondata nel 1907) che negli anni Venti si affermerà con il famoso Bacio. Battaglie per la conquista dei mercati a suon di cioccolatini, ma anche di panettone: nel 1919, Angelo Motta apre a Milano un piccolo laboratorio che diverrà un’industria e anche questo tipo di produzione diverrà campo di battaglia, contro Gioacchino Alemagna nel 1921 e con il figlio di questi Alberto poi, per conquistare sempre più acquirenti. Sarà la Perugina a scegliere di investire, per prima, nella radio per la propria pubblicità. Finanzierà con Buitoni la realizzazione di due serie di puntate di una rivista radiofonica intitolata “I quattro moschettieri”, liberamente tratta dal libro di Alexandre Dumas. L’idea ebbe un successo clamoroso, tanto che diverrà “I quattro moschettieri in pallone”: quattro personaggi in maschera scenderanno sulla Fiera di Milano in pallone e circa centomila persone si raduneranno intorno agli stand delle due aziende ideatrici dell’iniziativa. Il clamore fu tale che le produzioni si moltiplicarono, e a queste si unì quella del famoso feroce Saladino (personaggio molto amato dalla retorica di regime), il quale ebbe la sua fetta di successo grazie soprattutto alla raccolta di figurine, con le quali si doveva appunto dare la caccia a quella che raffigurava il mitico personaggio da battere con le novelle “crociate”. I tempi volevano poi, oltre ad un popolo italiano forte (grazie al riso, ad esempio, alla pastina all’uovo, alla pasta glutinata, al VOV, all’olio d’oliva Sasso, alla farina alimentare Carlo Erba, al massimo ricostituente per bambini “Eutrofina”, al vital nutrimento ROM, e molto altro) delle donne dedite alla casa, alla cura della prole, al decoro che poteva garantire una nazione forte e con solide basi. Rivolta alle donne era la pubblicità delle macchine per scrivere, dato che il lavoro di segretaria ben si addiceva ad un signorina, e così Marcello Dudovich disegnerà il manifesto per la Olivetti nel 1925, mentre lo studio Boggeri curerà quello per la stessa azienda nel 1934. Passiamo da una ragazza semplice, dal rossetto rosso e abito immacolato, all’avvenente e seducente, elegante signora degli anni Trenta, in cappello a larga tesa blu, capace di guardare al futuro. Naturalmente erano rivolte prevalentemente alle donne le pubblicità della moda, quando le novità si ammiravano a La Rinascente, dal nome dannunziano del 1917, con pubblicità sempre con lo scopo di illustrare una sana morale borghese. Le donne erano eleganti, benestanti, quasi mai massaie, lavoratrici o contadine e gli uomini erano sicuri di sé, appartenenti ad una classe borghese dominatrice. Come nei film degli anni Venti, le giovinette delle immagini erano snob, studiavano in collegio privato, vivevano in ville lussuose e bevevano champagne telefonando alle amiche per organizzare partite a tennis o gite a prendere il sole, in automobili decappottabili dai motori rombanti. Andava mitizzata la vita vista dal basso, dal provincialismo di gran parte d’Italia che doveva guardare alla borghesia fascista, in questo caso, come a simbolo a cui aspirare. Da un lato la modernità e dall’altro l’autarchia, la miseria delle piccole città e delle campagne, il mito della guerra, pubblicizzato da slogan come “Ali fasciste sul mondo”, “Lavoro e armi”. La moda doveva non solo colpire e incuriosire, attirare acquirenti con le novità, ma anche trovare soluzioni sempre nuove, soprattutto con la difficoltà di approvvigionamento di tessuti a seguito dell’embargo. Proprio questo momento fu foriero per l’Italia di ulteriore creatività: venne prodotta la seta artificiale, il rayon, ma anche lo sniafiocco (il cotone nazionale), l’albene, il selenal, il tessile per l’indipendenza, il lanital, fibra prodotta dalla Snia Viscosa, tratta dalla caseina e pubblicizzata come la “nostra lana” o i “tessuti dell’impero”. Nel 1937, tutte queste nuove fibre tessili venivano prodotte in 7 milioni di chili in Italia, ad indicare come l’impegno all’indipendenza dagli altri Paesi avesse creato un volano per l’industria. Il rayon utilizzato per la produzione delle calze da donna, divenne idea anche per i manifesti, come quelli del 1934 ritraenti una figura di donna in poltrona a cui venivano messe in risalto le lucentissime gambe, seducenti grazie alle calze di rayon. Che arrivava con le “5000miglia del Rayon” (Federico Seneca, 1935). Interessante l’insegna della De Angeli-Frua, produttrice di tessuti, che dichiarava che i loro prodotti “Vincono le sanzioni”. Mano a mano che la creazione pubblicitaria si approfondiva, più gli stili si intersecavano. Futurismo e Cubismo si intrecciavano e i contrasti cromatici diventavano eleganti, la sintesi creava una magia unica, teatrale.

La pubblicità italiana del Ventennio ritraeva un Paese dedito a crearsi nazione forte, autoritaria più che autorevole, per imporsi sugli altri e nelle colonie come punto di riferimento e faro di cultura in senso stretto e politico. Di certo, una propensione a dettare legge a tavola c’era e, per questi versi, per fortuna è anche rimasta.

 

Alessia Biasiolo

Un’amicizia lunga cent’anni

Arthur Hastings, gentiluomo inglese, partecipò alla prima guerra mondiale raggiungendo il grado di capitano dell’esercito britannico. Lasciò il servizio a seguito di una ferita che lo portò in convalescenza in una zona tranquilla, dove risiedevano anche dei profughi stranieri, tra i quali i belgi dopo l’invasione del Paese, neutrale, da parte delle potenze dell’Alleanza. Tra questi, Hercule Poirot che divenne suo amico. I due si incontrarono il 16 luglio del 1916 e rimasero amici per sempre, pur tra frecciate sui baffi mancanti dello stesso Hastings, sulla sua passione per le donne, sulle sue considerazioni azzardate o improbabili circa la soluzione dei delitti sui quali indaga Poirot. Il belga, infatti, era un ufficiale di polizia nel suo Paese, dotato di un’intelligenza superiore e, pertanto, poco adatto alla carriera nelle forze dell’ordine dove o non lo consideravano affatto, oppure veniva tenuto da parte perché non facesse ombra. Deciso, quindi, a lavorare per conto proprio, divenne ben presto il più apprezzato e noto detective privato della storia. E come accadeva già per i casi di Holmes, anche Poirot doveva avere, almeno per la maggior parte delle sue vicende, un aiutante prezioso, ma non troppo concorrenziale. Sembra, tra l’altro, che Hastings e Poirot si conoscessero già in Belgio, dove il capitano lavorava per i Lloyd’s. Arthur e Poirot, nati dall’abile penna di Agatha Christie, si troveranno ad operare insieme in ben otto romanzi. Poirot era poco più grande di Hastings (l’uno nato a Spa nel 1873, l’altro nel 1886). Profugo in Inghilterra dal 1914, proprio nel 1916 Poirot risolverà il primo caso, aiutato dall’amico Hastings, risaltando anche nel Paese ospitante tanto che diventerà coadiutore di Scotland Yard e amico dell’ispettore Japp. Inizierà a lavorare in privato dal suo appartamento al 56B di Whitehaven Mansions di Londra che lascerà per viaggiare con l’Orient Express o in Egitto o per altre mete, dove spesso si imbatte in casi da risolvere, o dove viene chiamato per lo stesso scopo. Meticoloso, amante della simmetria (dei suoi baffetti, della casa …), ha come principale alleato le sue “celluline grigie” che mette in modo alla ricerca del dettaglio capace di scovare gli autori di delitti che sarebbero davvero perfetti, se non si fossero imbattuti in Hercule. Agatha Christie non ama una cronologia perfetta degli eventi del suo personaggio, ma lo fa vivere storia dopo storia, mentre deciderà di farlo piano piano uscire di scena dopo la seconda guerra mondiale. Molto religioso, lo si vede spesso pregare il rosario, soprattutto la sera prima di andare a dormire, piuttosto che prima di prendere una decisione importante, come svelare o meno il vero caso dell’Orient Express o relativamente al caso dell’ultimo episodio della sua vita. Fermamente convinto che solo la verità sia giusta per l’essere umano, rimane uno dei personaggi più amati dell’ambito romanzesco, ma anche cinematografico e televisivo.

 

Alessia Biasiolo

 

Il nazismo e l’alimentazione

Le teorie alimentari tedesche relativamente al cancro, consideravano che si trattasse di una malattia dovuta meno a germi o agenti chimici (gli studi venivano comunque condotti lo stesso per cercare di trovare, o di escludere, qualche possibile causa patogena) che a processi disfunzionali dell’organismo. L’insorgenza del cancro, infatti, era messa in relazione allo stress e alla cattiva alimentazione, qualcosa cioè che, indebolendo l’organismo, favoriva l’insorgenza della terribile malattia. Per molti scienziati, come Liek, il cancro era una malattia del corpo nel suo complesso: le cause potevano allora essere genetiche, alimentari, appunto, stressogene, eccetera. Chi sosteneva, con Liek, questa teoria, ed erano in molti, caldeggiavano un’alimentazione povera in proteine e zuccheri e ricca di fibre e frutta. Il timore più grande, infatti, era evidenziare come il cancro colpisse persone in buona salute, pertanto venivano consigliati periodi di digiuno e la riduzione del consumo di carne. Anche per la gioventù hitleriana era stato prodotto un manuale dal titolo “La salute attraverso una corretta alimentazione” e, tra i vari consigli, quello più interessante proponeva l’uso della soia come sostituto della carne. Altro interesse riguardava la lotta alla stitichezza, condotta con l’utilizzo soprattutto di pane integrale. L’uso della carne era stato ripetutamente demonizzato, soprattutto alla luce dell’alto consumo che si praticava nella Germania nazista e del fatto che Hitler fosse vegetariano. Si pensava che la carne fosse causa di aggressività, di golosità pericolosa e lesiva della salute fisica e morale, tanto come alla generazione precedente di tedeschi era stato insegnato che l’utilizzo di frutta e verdura fosse dannoso. Allo stesso tempo, la campagna di Hermann Göring contro la vivisezione, aveva portato al maggiore rispetto degli animali: annunciata nell’agosto 1933, la fine della pratica della vivisezione aveva condotto ad un’intensa campagna a favore della posizione salutistica del maresciallo, che minacciava di inviare ai campi di concentramento quanti avessero ancora torturato gli animali per studi ed esperimenti scientifici. Il dibattito alimentarista, però, non si quietò, anzi. Da un lato la scuola di pensiero che aveva sostenuto come frutta e verdura portassero al cancro, opinione controbattuta da quanti analizzavano come popolazioni asiatiche come quella indiana avessero una bassissima percentuale di cancro, malgrado il forte uso di verdura; dall’altra parte c’era chi considerava, ancora nel 1942, che la popolazione “pura” della Groenlandia avesse una bassissima incidenza di cancro malgrado il consumo quasi esclusivo di carne. A questo si affiancavano studi effettuati in Francia, secondo i quali i macellai, che maneggiavano costantemente la carne, non era quasi mai malati di cancro, quasi che (come per il vaccino) diventassero immuni alla malattia grazie al proprio lavoro. Naturalmente, queste considerazioni andavano di pari passo all’approvvigionamento tedesco di derrate alimentari. Infatti, negli anni Trenta veniva deplorato l’utilizzo di tanto terreno per produrre cereali adatti all’alimentazione del bestiame, quando si sarebbero potuti utilizzare i campi per l’alimentazione umana. E c’era anche chi denunciava questa politica, e la relativa campagna pubblicitaria per la popolazione, alla luce della scarsità di cibo circolante, dovuto alla necessità di scorte per i militari e alla politica di autosufficienza agricola che aveva notevolmente ridotto le scorte della Germania.

Tornando comunque alla necessità di imitare il capo, soprattutto fra coloro che gli volevano essere più vicini, era risaputo che Hitler fosse vegetariano e che non bevesse né fumasse. Il suo stile di vita era studiato anche prima del suo avvento al governo, ad imitazione del suo essere nazista da parte soprattutto degli adepti. I giornali del tempo, comunque, riportavano come talvolta il Führer si concedesse qualche fettina di prosciutto, degli gnocchetti di fegato bavaresi, del piccione, del caviale e dei cioccolatini, malgrado i suoi interessi, citati anche in conversazioni con amici e altri intimi, vertessero sulla possibilità di cibarsi solo di frutta, verdura e cereali crudi, perché la cottura, sterilizzando gli alimenti, li privava del loro naturale potere benefico. Si interessava dell’uso delle erbe e dei bagni terapeutici di acqua fredda; sosteneva la necessità di utilizzare olio d’oliva, molto salutare, limitando l’uso del grasso di balena, anche per evitare la decimazione dei cetacei. Sembra che la maggiore influenza sugli usi alimentari di Hitler l’avesse avuta Richard Wagner, sostenitore di come e quando la razza umana si fosse mescolata e contaminata proprio per l’utilizzo di carne. Le teorie sulle abitudini alimentari di Hitler sono molte: alcune sostengono che la motivazione vera alla rinuncia alla carne derivasse dall’aver preso alla lettera l’appello wagneriano; altri sostengono che avesse problemi digestivi derivanti dalla difficoltà di metabolizzare la carne, da cui il relativo privarsene; altri ancora sostengono che la propaganda contro l’uccisione degli animali a scopo di alimentare l’uomo, non fosse altro che una modalità per dipingere il capo supremo della Germania nazista come buono e premuroso, per sfatare l’idea del persecutore senza scrupoli. Non ci sono prove certe che Hitler temesse di contrarre il cancro, mentre è certo che altri gerarchi fossero fautori delle terapie naturali, come Himmler che sosteneva l’uso di verdure crude, la medicina naturale, il prendere esempio dalle diete orientali. Himmler odiava l’obesità e lanciò una campagna per combatterla tra le SS che dirigeva. Fu sua l’idea di piantumare nei campi di concentramento e in alcune caserme orti di erbe, così come si oppose alla distribuzione di miele artificiale alle SS, e all’adulterazione degli alimenti. Himmler era fautore di una pubblicità rivolta alle casalinghe affinché si abituassero a salvaguardare la salute partendo dal cibo che preparavano per i figli e in casa in genere. Anche Rudolf Hess sosteneva l’omeopatia e l’uso di erbe medicinali e sembra che fosse vegetariano, al punto di infastidire Hitler perché alle riunioni si portava il pasto da scaldare, disdicendo di consumare i pasti della cuoca dietologa di Hitler stesso. La risposta era relativa agli alimenti biodinamici del pasto di Hess che, comunque, ottenne di essere invitato più raramente a pranzo con Hitler. Le abitudini alimentari di Hitler divennero importanti perché egli incarnava gli ideali della Germania nazista, quindi egli rappresentava il tedesco ideale: a lui, dunque, bisognava rifarsi per essere, o diventare, bravi nazisti. Il corpo di Hitler divenne oggetto di venerazione ed emulazione, tanto che tantissimi uomini tedeschi del tempo portavano baffetti come il Führer il quale, secondo i detrattori, si era fatto crescere i baffi per nascondere delle narici “ebraiche”, mentre delle canzoncine inglesi scherzavano sulla malformazione dei suoi genitali. Hitler decise, quindi, con una deliberazione del 1937, di vietare l’attenzione sul suo corpo, forse anche perché le sue abitudini vegetariane erano diventate pretesto per la pubblicità di una fabbrica; molto più probabilmente per non essere messo in ridicolo.

L’astenersi dal bere alcol di Hitler diede forza a tutte le associazioni che già da tempo si battevano, in Germania e in Austria, contro l’abuso di alcol. Pertanto si approfittò della situazione per sostenere con i giovani che la loro virilità si sarebbe misurata non dalla capacità di bere birra, ma di rimanere sobri. Anche l’alcol venne imputato di causare il cancro, così come Lehmann aveva indicato in un suo studio del 1919, secondo il quale birrai, baristi e similari presentavano un’alta incidenza di cancro. Lo stesso Liek, astemio da prima della Grande Guerra, sosteneva che l’alcol fosse causa di gravi malattie, dai problemi ai nervi a molto altro. Per questo motivo, l’ascesa al potere di Hitler venne vista di buon occhio da tutti coloro che si battevano contro l’uso di alcolici, anche grazie alle esternazioni dello stesso pubblicate su molti periodici già dagli anni Venti. Egli sosteneva, infatti, che il popolo si dovesse liberare da quel veleno, in modo da poter essere il forte popolo tedesco che le sue teorie profetizzavano. Già nel 1933 venne vietato di bere durante la celebrazione della festa nazionale del lavoro, la festa che sostituiva le celebrazioni del primo maggio. Se era difficile sradicare dai tedeschi l’idea di bere birra, si doveva cercare di rafforzarne il carattere e anche di risparmiare miliardi di marchi l’anno, spesi in alcol anziché in altri acquisti. Varie leggi, sempre dal 1933 in avanti, vietavano le pubblicità di alcolici, e questo soprattutto per cercare di arginare un’altra piaga tedesca: il numero di incidenti stradali, i più dei quali erano da imputare proprio all’uso e abuso di alcolici. Nel 1940 venne lanciata “l’operazione tè” nei luoghi di lavoro: notevoli quantità di tè vennero distribuite in tutte le fabbriche in cui gli operai si trovassero a lavorare a temperature alte, per favorire il bere bevande meno pericolose della birra o di altri alcolici. Si incentivò anche la campagna a favore delle tisane, dei succhi di frutta, del succo di pomodoro e similari. Nel 1938, il sidro venne nominato ufficialmente “bevanda del popolo”, mentre nell’ottobre del 1939 venne vietata la vendita di alcol nelle osterie. Gli studi affermano, tuttavia, che se i tedeschi consumavano meno alcol era per l’effetto della contrazione del potere d’acquisto, più che per le campagne messe in atto, tanto che i livelli di consumo di alcolici furono praticamente costanti, se si considera flessioni e ripresa. Ad esempio, la produzione di vino aumentò dell’80% nei primi cinque anni di governo nazista, così come aumentò la produzione di spumanti; aumentarono anche le produzioni di alcolici (per quanto vietate) da prodotti succedanei.

Alessia Biasiolo

 

Visite guidate gratuite al Museo in quota

museo_freddo“E un grido di milioni salì fino alle stelle Imparerà mai l’umanità?” (Kurt Tucholsky da Guerra alle guerre vv 24-25). Questa breve frase, così densa di significato, interpreta perfettamente l’atmosfera che si respira durante la visita al museo Marmolada Grande Guerra 3000 m situato al centro della Zona Monumentale Sacra, a quota 3000 metri, sulla Regina delle Dolomiti. Il museo più alto d’Europa, ma soprattutto il museo che per la prima volta mette l’accento sull’aspetto umano della guerra in alta montagna cercando di far entrare il visitatore nella quotidianità dell’uomo soldato, senza distinzioni di nazionalità e bandiere.

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Le emozioni, la paura e il vissuto dei combattenti tra freddo, neve e ghiaccio sono il filo conduttore dell’esposizione di oltre 300 mq che si sviluppa al secondo piano della stazione di Serauta, raggiungibile comodamente in funivia da Malga Ciapela, nel versante veneto della Marmolada. Particolarmente interessanti i video storici, le pagine di diario, i numerosi reperti emersi dal ghiacciaio, la ricostruzione di una baracca e di una trincea, come anche le sezioni dedicate ai lavori di scavo, al soccorso dei feriti e alle cure mediche.

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Dalle grandi vetrate, affacciate sul Gruppo del Sella, alcuni punti d’osservazione con cannocchiali permettono di vedere le principali postazioni di combattimento del Fortilizio Italiano sulla cresta rocciosa di Punta Serauta, formato da numerosi ricoveri in grotta dove vissero le truppe italiane dall’aprile del 1916 al 4 novembre 1917. Per conoscere in modo approfondito la storia della Grande Guerra sulla Marmolada è attiva una speciale promozione che mette a disposizione gratuitamente un’esperta guida del territorio che accompagna i visitatori lungo il percorso museale. Ogni mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica, fino alla fino alla fine di gennaio 2017, su prenotazione, nei seguenti orari 10.00 – 11.00 e 14.00 – 15.00.

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Si paga solo il biglietto della funivia: €. 24,00 per persona fino a Serauta (dove si trova il museo) e €. 30,00 per persona fino alla terrazza panoramica di Punta Rocca (3.265 m). A fine visita viene offerta una cioccolata calda o un aperitivo.

ATCommunication (anche per i credit fotografici)

Palazzo Martinengo Delle Palle a Brescia

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 Il palazzo era di proprietà dei Conti Martinengo delle Palle. La famiglia rappresentava una delle dodici ramificazioni principali del casato Martinengo che per oltre cinque secoli fu tra i più potenti ed influenti di Brescia. Il predicato “Delle Palle” o “Dalle Palle” fu dato a questo ramo dall’ubicazione del palazzo, costruito sul campo dove si faceva il gioco della palla.

Il ramo dei Martinengo Delle Palle si estinse nel 1890; una serie di complessi passaggi ereditari destinò il palazzo al conte Caraggiani di Venezia, che nel 1940 vendette l’edificio all’ingegnere Spada. Negli anni Ottanta del Novecento, il fabbricato divenne proprietà demaniale.

Nel corso del XX secolo il Palazzo fu destinato a Corte d’Appello e Procura generale della Repubblica, fino al trasferimento delle stesse nel nuovo Palazzo di Giustizia di via Lattanzio Gambara. Attualmente, un’area dell’antico edificio è sede dell’Ordine degli Avvocati, dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Brescia.

L’impianto planimetrico originale del fabbricato risale al Cinquecento, come confermano le notizie storiche riferite da Francesco Paglia, che segnala anche l’originale presenza al pian terreno di alcuni affreschi del Moretto, oggi perduti.

È però al XVII secolo che va ascritto l’attuale impianto architettonico e stilistico dell’edificio, ed in particolare l’imponente decorazione pittorica. Al Settecento risalgono invece le porte del piano nobile e il vano dello scalone.

La facciata incompiuta è il muro rustico senza intonaco che ricorda molto Palazzo Balucanti in Via Magenta a Brescia, sede attuale del Liceo Classico Arnaldo. Le ampie finestre, incorniciate di pietra, conferiscono all’edificio un aspetto austero e solenne. Varcando il portale, di epoca successiva alla costruzione originaria, si accede al cortile d’onore, che si connota per l’ampio porticato a colonne toscane che lo abbraccia per tre lati. Dall’androne meridionale si poteva originariamente accedere a un secondo cortile senza porticato, sul quale si affacciavano alcuni fabbricati nei quali si svolgevano i servizi di palazzo. Il principale era quello adibito a scuderie, attualmente sede di un ristorante.

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Sotto l’androne settentrionale ha inizio il monumentale scalone a due rampe. Le decorazioni risalgono al XVIII secolo e sono state rinnovate nel XIX secolo. Dal grande pianerottolo al primo piano si accede per la porta a nord al salone da ballo; al centro della parete nord è collocato un imponente camino con decorazioni barocche, statue di marmo fanno da telamoni e sono sormontate da fregi in stucco risalenti al tardo Seicento. Attualmente in restauro la volta, l’ordine superiore delle finestre, il cornicione praticabile con ringhiera in ferro che corre lungo tutte le pareti e il ricco fregio stuccato. Dal pianerottolo si accede a sud verso l’imponente galleria, la cui volta è affrescata da Pietro Antonio Sorisene. Nella parte centrale dell’affresco, incorniciati da finti soffitti a cassettoni decorati, vi sono sette scomparti. Nel primo, quarto e settimo a partire dall’ingresso dello scalone i medaglioni riproducono scene mitologiche volte a glorificare casa Martinengo. Si riconoscono, circondati da putti e dei, sia lo stemma che lo scudo della casata. Ad essi si alternano scomparti con decorazioni architettoniche.

Lungo tutto il perimetro della linea d’imposta della volta a botte si apre un finto matroneo con balaustre dal quale di affacciano amorini e figure allegoriche di donne (la Fama, la Pace) e dei (Apollo, le muse). Sulla galleria affacciano nove sale, tutte decorate nella volta ad eccezione di tre, da Faustinelli e da Sorisene.

 

 

Elisabetta di Baviera

La figura di Francesco Giuseppe, una delle pietre miliari nella politica europea a cavallo tra ‘800 e ‘900, non può essere compresa senza accennare alla bellissima moglie Elisabetta di Wittelsbach o di Baviera, conosciuta come principessa Sissi, ispiratrice di pittori, registi cinematografici e teatrali, presente nella fantasia di molte giovinette per decenni. Elisabetta era di Monaco di Baviera, nata la vigilia di Natale del 1837, figlia di Ludovica di Baviera, del ramo principale della famiglia reale: era infatti zia dell’imperatore. Nel 1853, la madre di Elisabetta e la zia stavano trattando un matrimonio. La figlia più grande di Ludovica, Elena, avrebbe dovuto sposare il giovane imperatore Francesco Giuseppe, dal momento che era opportuno rafforzare la parte tedesca dell’impero. Durante la festa di compleanno di Francesco Giuseppe, nell’agosto di quell’anno, proprio come vuole la più romantica tradizione degli incontri amorosi, i due ragazzi avrebbero dovuto conoscersi per poi concordare il matrimonio. Alla festa avrebbe preso parte anche la triste Elisabetta, che si struggeva per l’amore di un giovane morto da poco, ma che era promessa sposa al fratello più giovane dell’imperatore. Occasione propizia per distrarsi e incontrare il futuro marito. Tuttavia, Francesco Giuseppe appena vide Elisabetta se ne innamorò e non ci fu nulla da fare: il suo volto illuminato dichiarava apertamente il suo amore, che infatti egli dichiarò per tutta la vita alla moglie malgrado il suo comportamento spesso libertino. Si sposarono il 24 aprile 1854 a Vienna. La vita di corte non fu felice per la donna, tuttavia inizialmente rimase molto vicina al marito, soprattutto quando si rese conto che l’Austria non era affatto amata dalle popolazioni ad essa assoggettate, anche se per Elisabetta I ci furono quasi sempre entusiastiche acclamazioni. In breve tempo, la vita di corte divenne insopportabile per Elisabetta che andò a vivere a Madeira per curarsi. Dopo il suicidio del figlio, Elisabetta vestiva sempre di lutto stretto, con il viso celato da una veletta; decise di raggiungere Ginevra in gran segreto, quindi il 10 settembre 1898, mentre si recava a prendere un battello, venne pugnalata dall’anarchico italiano Luigi Lucheni che si era informato sulla sua identità, la sua presenza in Svizzera e il suo modo di vestire. Dapprima ignara della gravità delle ferite, l’imperatrice morì un’ora dopo la pugnalata, nella sua camera d’albergo dove era stata precipitosamente portata dalla dama di compagnia.

 

A.B.