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Sarà dedicato all’antica chiesa di San Bartolo, gioiello architettonico e artistico ferrarese poco conosciuto, il pomeriggio di studi in programma giovedì 6 febbraio 2025 dalle 16 nella sala Agnelli della biblioteca comunale Ariostea (via delle Scienze, 17 Ferrara).
Nel corso dell’incontro, studiosi ed esperti metteranno in luce, con l’ausilio di immagini rare o inedite, gli aspetti storici e artistici di questo importante monumento suburbano, che da decenni versa in uno stato di abbandono in attesa di restauri.
Sono previsti interventi di Romeo Pio Cristofori, Carla Di Francesco, Andrea Faoro, Chiara Guerzi, Emanuela Mari, Francesco Scafuri. Introduce e modera Marialucia Menegatti.
L’incontro, a cura di numerose associazioni culturali ferraresi, prende spunto dalla XXI campagna “I luoghi del cuore” lanciata dal FAI (Fondo Ambiente Italiano), nella quale la Delegazione di Ferrara invita tutti i cittadini a votare l’ex chiesa per farla emergere dall’oblio.
Sostengono l’iniziativa le Associazioni: Ambassador Club di Ferrara, Amici dei Musei e dei Monumenti Ferraresi, Bal’danza APS, Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria, Ferrariae Decus ETS, Fidapa BPW Italy-Sezione di Ferrara, Garden Club Ferrara, Gruppo Archeologico Ferrarese, Italia Nostra-Sezione di Ferrara, Soroptimist International Club Ferrara.
L’incontro potrà essere seguito anche in diretta video sul canale youtube Archibiblio web.
La chiesa di San Bartolomeo fuori le mura, detta San Bartolo, fu fondata nel IX secolo nel Borgo della Misericordia. Originariamente legata ai Benedettini, subì numerosi restauri: prima nel 1294, sotto l’abate Cristoforo, come testimonia l’iscrizione inserita nell’architrave del portale, poi nel XVII e XVIII secolo, assumendo all’interno uno stile barocco con contributi degli architetti Giovanni Battista Boschini e Angelo Santini. Sopraelevata e rimodernata, la chiesa fu chiusa nel 1796 a seguito delle soppressioni napoleoniche e l’adiacente monastero, soggetto a vari passaggi di proprietà, venne adattato a diverse destinazioni d’uso.
La chiesa conserva elementi gotici, come il portale con protiro e le finestre ogivali; l’interno a croce latina mostra decorazioni barocche e tracce gotiche, mentre gli affreschi del XIII secolo attribuiti al Maestro di San Bartolo, tra i più importanti cicli murali emiliani del XIII secolo, staccati e trasportati su nuovi supporti, si trovano ora nella Pinacoteca Nazionale di Ferrara. Oggi il complesso è in parte una residenza psichiatrica, ma la chiesa, gioiello architettonico e artistico della città pressoché sconosciuto, da decenni versa in uno stato di abbandono.
Nel 1873, come attestato da un atto notarile, l’industriale Giorgio Enrico Falck acquistò una fabbrica nel lecchese i cui primi nuclei risalivano a prima del 1760. Poi ristrutturato, l’opificio consisteva in una fabbrica sociale con un maglio che modellava utensili in ferro. Quando Falck decise di trasferire l’attività a Sesto San Giovanni intorno al 1930, Alberto Gianola acquistò lo stabilimento dando vita ad ampliamenti e ristrutturazioni che presero il nome di Trafilerie di Malavedo. Esse, come molti altri siti, fanno parte della lunga storia che caratterizza Lecco e il suo territorio idoneo alla metallurgia, vista la presenza di miniere, boschi e acqua, quindi di materia prima, di legna per azionare i forni e di acqua per azionare le macchine. Il torrente Gerenzone era il fornitore della forza motrice, tanto che lungo il suo corso nacquero fucine e fabbriche, così come il lavoro degli abitanti del posto e la loro mentalità. Il corso delle acque venne sapientemente canalizzato in un complesso sistema che garantiva l’approvvigionamento per la produzione di materiali in ferro, rame, ottone. Nell’Ottocento l’attività si sviluppò ancora di più, grazie alle innovazioni tecnologiche, a motori che facilitavano il lavoro e a macchine che lo permettevano più agilmente. La zona si sviluppò ancora, con fabbriche industriali e grandi laminatoi: anche se non perse mai la prevalente connotazione artigianale, divenne il terzo polo industriale italiano. Oggi le grandi industrie hanno lasciato il posto a imprese medie altamente specializzate. Gli enti locali hanno sapientemente tramutato il sapere antico in un agile tour anche eco-sostenibile che permette di visitare posti stupendi seguendo l’archeologia industriale. Si possono vedere ancora ponticelli e chiuse, mentre si cammina verso altri opifici, come il Bolis nato prima del 1819, poi Metallurgica Celeste Piazza che mantenne il maglio a caduta: produceva sottili barre metalliche che venivano arrotondate e poi trafilate, cioè fatte passare da una lastra di acciaio dotata di fori da cui si otteneva il filo di ferro. Anche il Laminatoio di Malavedo, sorto dalla fusione di due fucine settecentesche, era gestito nel 1870 da Falck con Redaelli e Bolis e, da buona fucina grossa, forniva il materiale praticamente a tutte le fabbriche lecchesi. Enrico Falck, di origini alsaziane, aveva importato la tecnologia a cilindri prima a Dongo e poi a Lecco, da dove si trasferì nel milanese per dare vita ai grandi complessi industriali. Nel 1906 il laminatoio divenne una cartiera e poi abbandonato per il lavoro, fino all’uso residenziale. D’uso abitativo è diventato anche lo stabilimento che prima ospitava una filanda dove veniva praticata la torcitura del filo di seta; nel 1920 la filanda diventò un catenificio. Oltre alla lavorazione della seta, a Lecco si follava la lana per il panno, come avvenne per quella che sarà la Ditta Carera Felice & C., poi filanda e trafila proprio per i Carera. Sono state accatastate lì nel XVIII secolo ben sette ruote per la fucina, di cui ne rimane una. Durante la metà del XIX secolo Giuseppe Badoni introdusse nelle sue fabbriche innovazioni come il puddellaggio, cioè l’arricchimento della ghisa, e i forni a riverbero per poter costruire macchinari per la ferrovia e l’industria tessile: era stato realizzato il connubio tra metallurgia e meccanica, così la Badoni realizzò in tutto il mondo edifici in ferro, locomotive, linee ferroviarie e telefoniche, ponti, gasdotti. Nel 1920 lo stabilimento aveva anche le turbine idroelettriche. Riproduzioni di una miniera di ferro medievale, di una fucina, reperti ferrosi dei Piani d’Erna (il più antico sito metallurgico delle Alpi), spiegazioni del processo di estrazione, fusione e lavorazione del ferro si possono trovare nel museo storico e archeologico di Lecco, sito nel Palazzo Belgiojoso. I punti di interesse storico individuati sono undici, raggiungibili alla scoperta dell’interessante legame tra uomo e natura nei secoli.
Il percorso attraverso la provincia di Verona alla scoperta di borghi e paesi per i quali la vicenda militare (Prima Campagna d’Italia 1796-1797), e poi politica, di Napoleone Bonaparte è transitata, è quanto mai interessante e molto ben strutturato, grazie alla collaborazione di vari Enti. Un percorso di visita e di conoscenza che non disdegna l’enogastronomia, data la ricca proposta della Val d’Adige fino al lago di Garda.
Napoleone aveva costretto il Re di Sardegna a firmare l’armistizio di Cherasco lasciando la guerra, mentre egli contro gli austriaci continuava a combattere: vince a Lodi, Salò, Lonato (Madonna della Scoperta), Castiglione, Arcole e quindi è a Rivoli, le due battaglie che lo consacreranno come il migliore comandante e stratega, oltre che abile politico per l’importanza europea del suo progetto.
Nella battaglia di Rivoli del 14 e 15 gennaio 1797 l’abile militare, con un attacco notturno, riuscì a vincere l’armata austriaca grazie alla sua cavalleria e alle bordate di artiglieria. Ne restano i “campi della morte”, i resti del monumento che Bonaparte fece erigere in memoria della battaglia e poi distrutto dagli austriaci, la collina di Monte Castello dalla quale egli poté fare la ricognizione delle postazioni nemiche e sulla quale c’è un forte austriaco. La chiesa di Rivoli merita una visita: i francesi l’avevano trasformata in ufficio della loro Divisione. Il paese ospita poi il Museo Napoleonico ricco di cimeli e di documenti.
A Verona si ricorda la sollevazione popolare contro i francesi tra il 17 e il 25 aprile 1797, detta le Pasque Veronesi, con una lapide. Per punizione, i francesi distrussero le merlature delle mura e delle torri del Castello scaligero. Nel 1805 i francesi distrussero anche l’Arco dei Gavi del I secolo d.C., ricostruito poi nella piazza adiacente Castelvecchio nel 1931-1932. Nell’arena cittadina, in onore dell’incoronazione di Bonaparte del 16 giugno 1805 venne organizzata una caccia ai tori, spettacolo che l’imperatore gradì, tanto che stanziò una lauta cifra per i lavori di restauro dell’anfiteatro romano, gesto ricordato con una targa nel monumento.
Ad Arcole un Museo Napoleonico raccoglie stampe, dipinti e cimeli dell’epoca donati da Gustavo Alberto Antonelli. Nel 1810 vene inaugurato l’Obelisco voluto da Napoleone a memoria della battaglia del 15-17 novembre 1796: resta l’unico originale in Italia. Nel 1877 furono restaurate le iscrizioni inneggianti a Napoleone fatte scalpellare dagli austriaci. Nel bicentenario della battaglia, il comune di Arcole si gemellò con il comune di Cadenet, luogo natale di André Estienne, il tamburino che durante la battaglia incitò all’attacco i francesi.
La Campagna d’Italia si chiuderà con il Trattato di Campoformio del 1797 che segnerà la fine della Serenissima Repubblica di Venezia, portando l’Austria a controllare il Veneto, mentre il Milanese passa alla Repubblica Cisalpina.
A tavola, tipici della zona si possono trovare gli asparagi, il radicchio rosso, i kiwi, le pesche; gli gnocchi di patate, la pastissada de caval, il lesso con la pearà, i tortellini di Valeggio (Borghetto di Valeggio fu teatro di violenti scontri tra francesi e austriaci il 30 maggio e il 6 agosto 1796, quando in entrambi i casi gli austriaci furono costretti a ripiegare prima su Trento, e la seconda volta su Rivoli Veronese e Verona, tallonati dai francesi già vittoriosi a Castiglione), il luccio di lago e una vasta scelta di vini dall’Amarone, al Bardolino, al Soave, al Lugana, sempre per citarne solo alcuni.
Per sfuggire all’accerchiamento messo in atto dalle truppe del Kuomintang comandate da Chiang Kai-shek, nel 1934 l’Armata Rossa Cinese afferente al Partito Comunista iniziò una marcia per ritirarsi. Dopo 370 giorni di cammino lungo novemilaseicento chilometri, dal 16 ottobre 1934 al 22 ottobre 1935, gli uomini in marcia, detta poi Lunga, transitarono per il Jiangxi e lo Shaanxi percorrendo oltre 12mila chilometri di altipiani, montagne, guadando fiumi, sempre combattendo all’occorrenza, fino allo sfondamento dell’accerchiamento avvenuto grazie ai 130mila soldati comandati da Mao Zedong e Zhu De.
I soviet che avevano originato il problema comunista da fronteggiare erano nati a partire dal 1927 soprattutto nelle campagne cinesi, dopo che il governo aveva abolito il Partito comunista, vietandolo a partire dalle città dov’era scomparso. Mao aveva preso il controllo del Partito a partire dal gennaio 1935, soprattutto perché non pensava soltanto alla fuga, ma aveva una visione più ampia e organizzata, anche per difendersi dall’attacco giapponese che aveva approfittato dei disordini interni per penetrare in Cina dalla Corea e dalla Manciuria.
La marcia venne ostacolata anche dagli abitanti delle varie provincie, a volte favorevoli al comunismo e altre volte no; alcuni generali appoggiarono l’idea di Mao di dirigersi a combattere contro i giapponesi, mentre altri militari si dirigevano verso i confini dell’Unione Sovietica. A luglio le truppe di Mao riuscirono a congiungersi con quelle del soviet di Henan che stavano altrettanto fuggendo; in ottobre, molto ridotti in numero, i soldati arrivarono nello Shaanxi dove presero la capitale e si posero a fronteggiare i giapponesi fino al 1945. Il Partito comunista cinese dimostrò così di volere combattere i giapponesi più di quanto non lo volesse Chiang Kai-shek che venne catturato e consegnato a Mao. Questi lo liberò, anche dietro ordine di Stalin.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Lin Biao conquistò la Cina settentrionale riuscendo a vincere la guerra civile cinese. Grazie alla Lunga marcia, Mao diventò il capo della rivoluzione, con un grande prestigio che condivise con tutti i comandanti del gruppo.
Mao Zedong o anche Mao Tse-tung era nato nel 1893 a Shaoshan, nella provincia di Hunan, in una famiglia di contadini mediamente agiata. A quattordici anni sposò Luo Shi per ordine del padre che aveva combinato il matrimonio, anche se Mao rifiutò di sottostare al matrimonio stesso con il quale non fu mai d’accordo. Durante la rivoluzione del 1911 poté tornare a scuola dove sostenne l’attività fisica e l’azione collettiva, avvicinandosi alle idee di Bakunin e Marx, soprattutto per l’abolizione della differenza tra lavoro manuale e fisico. Dopo il diploma, viaggiò verso Pechino durante il movimento anti-imperialista del 4 maggio 1919, al seguito di Yang Changji che poi divenne suo suocero. La moglie venne poi imprigionata e uccisa nel 1930 dalle truppe di Chiang Kai-shek, a capo del Kuomintang dal 1925. Nel frattempo Mao guidò azioni collettive per i diritti dei lavoratori e si occupò dell’addestramento dei contadini.
Le sue analisi dettagliate della situazione degli agricoltori e delle loro sollevazioni sono i documenti alla base della teoria maoista. Questa influenzò i cinesi, soprattutto i giovani, e si diffusero anche nel resto del mondo. Soprattutto, a differenza delle idee di Lenin, e adattandole alla Cina, le idee di Mao erano che fossero i contadini il motore del Paese, essendo la forza più grande. Contribuì anche ad approfondire le teorie di Marx ed Engels per creare una nuova teoria del materialismo dialettico ateo. Le sue idee e le sue strategie venivano avversate dagli Stati Uniti e dalla stessa Unione Sovietica che vedeva in Chiang Kai-shek il garante dei propri interessi cinesi, così come lo vedevano gli americani, in quanto pensavano che potesse contrastare i giapponesi e impegnarli, liberando così le forze statunitensi nel Pacifico.
Alla fine del conflitto, gli USA continuarono ad appoggiare Chiang Kai-shek nella sua volontà di guerra civile contro le truppe di Mao.
Nel febbraio 1949 l’Armata rossa di Mao entrò a Pechino, mentre nel mese di dicembre venne presa d’assedio l’ultima città controllata dal Kuomintang. Chiang Kai-shek si rifugiò nell’isola di Taiwan. Intanto, il primo ottobre 1949, i comunisti fondarono la Repubblica Popolare Cinese di cui Mao fu presidente fino al 1959.
La collettivizzazione forzata avviata da Mao in Cina durò fino al 1958, con il controllo dei prezzi che ridusse la forte inflazione imperante; promosse anche la semplificazione della scrittura in modo da aumentare il livello di alfabetizzazione del Paese e l’industrializzazione ebbe forte impulso. A fronte di un forte incremento del PIL, la Cina vide un periodo di terrore che riguardava soprattutto i medi e piccoli proprietari terrieri che spesso vennero sterminati, anche fisicamente. Le libertà basilari non venivano di fatto riconosciute, in quanto la politica maoista volta a sentire e tenere conto del parere di tutti, condusse anche a contestazioni della linea di governo o del partito comunista, con conseguenti persecuzioni. Mao elaborò quindi una politica di sviluppo economico alternativo a quella sovietica, con il “grande balzo in avanti” che, invece di coinvolgere l’industria pesante, riguardava soprattutto l’agricoltura, vera spina dorsale del Paese. Questa doveva essere collettivizzata a favore di una maggiore meccanizzazione che avrebbe liberato forza lavoro per l’industria, ma si ridusse per essere volano per la fame dilagante che causò migliaia e migliaia di morti. L’Unione Sovietica ritirò il suo appoggio e si aprì una crisi che indusse i leader del partito a pensare che l’epoca di Mao fosse conclusa. Mao rimase a capo del Partito e rivestì un ruolo istituzionale, mentre la Grande rivoluzione culturale venne attuata negli anni Sessanta, fino alla dichiarazione di un’altra stagione chiusa, definitivamente con la morte di Mao avvenuta nel 1976.
Figlio d’arte, possiamo dire di Giacomo Puccini, essendo rampollo di una famiglia da quattro generazioni maestri di cappella del Duomo di Lucca, dove Giacomo è nato il 22 dicembre 1858. Suo padre era un professore di composizione, ma la sua morte prematura pose la famiglia in ristrettezze economiche quando Giacomo, sesto di nove figli, aveva solo cinque anni. Per quel motivo il bambino venne mandato dallo zio materno che lo doveva fare studiare, ritenendolo però poco portato, fannullone e indisciplinato. Comunque lo zio riuscì a fargli apprendere la musica, studio che proseguì frequentando il seminario della Cattedrale di Milano, dove imparò a suonare l’organo, strumento che per molti musicisti fu determinante. Sempre ritenuto inadatto alla scuola, frequentò l’Istituto Musicale di Lucca, allievo di Carlo Angeloni con ottimi risultati, e cominciò, pur giovanissimo, a portare qualche soldo in casa suonando proprio l’organo, oltre che il pianoforte presso il Caffè Caselli della città. Quando poté assistere alla messa in scena di Aida di Verdi, capì che l’opera lirica sarebbe stata la sua strada. Quindi si dedicò alla stesura di alcuni componimenti, tra cui una cantata e un mottetto, mentre un valzer risulta perduto. La chiusura dei suoi studi con la composizione di una Messa di gloria a quattro voci con orchestra, eseguita al Teatro Goldoni di Lucca, suscitò l’entusiasmo della critica. La mamma, dopo avere bussato invano molte porte, riuscì ad ottenergli una borsa di studio dalla regina Margherita, grazie all’intercessione della sua dama di compagnia, la marchesa Pallavicini, arrotondata dall’amico di famiglia Cerù. E così Giacomo fu allievo del Conservatorio di Milano, avendo come maestro Antonio Bazzini per due anni, e poi Amilcare Ponchielli, grazie al quale Giacomo conobbe Pietro Mascagni. I lavori musicali di Puccini cominciarono ad accumularsi, mentre Ponchielli lo ricorderà come uno dei suoi allievi migliori, malgrado la scarsa costanza: si diplomerà infatti con medaglia di bronzo, quindi al terzo posto tra i candidati. Il primo successo di Puccini, suonato davanti ad Arrigo Boito tra gli altri, gli permise di firmare un contratto con la Casa Ricordi che commissionò Edgar, andato in scena al Teatro alla Scala di Milano nell’aprile 1889 con poco apprezzamento del pubblico. Un vero successo fu Manon Lescaut, con i proventi della quale poté tornare a vivere in Toscana; dal 1891 si trasferì a Torre del Lago, frazione di Viareggio, che divenne la sua vera dimora. I suoi lavori continuarono ad essere successi anche grazie alla collaborazione con i librettisti Illica e Giacosa.
Abbiamo quindi La Bohème, Tosca, Madama Butterfly, che alla prima alla Scala di Milano fu un vero fiasco. Quindi il lavoro venne rimaneggiato e portato in scena al Teatro Grande di Brescia, dove ottenne il successo che continua ancora oggi.
Nel 1906 la morte di Giacosa pose fine ad un lavoro a tre mani che aveva avuto tanto apprezzamento: collaborare soltanto con Illica era poco proficuo, mentre alcuni problemi familiari che si portarono dietro anche uno scandalo, provarono molto il musicista, tanto da rendergli quasi impossibile lavorare. Anche il progetto di collaborazione con D’Annunzio non portò a nulla. Successivamente Puccini scrisse La fanciulla del West che, debuttando a New York nel 1910 con Emmy Destinn ed Enrico Caruso nel cast, fu un vero trionfo di pubblico, meno di critica. A seguito di un viaggio tra Germania ed Austria, il compositore conobbe impresari che gli proposero di musicare un testo di Willne che, in un secondo momento, gli propose di cambiarlo con La rondine, ma lo scoppio della prima guerra mondiale e il successivo cambio di alleanza dell’Italia, fece rallentare i progetti con gli austriaci. Comunque, l’opera venne messa in scena a Monte Carlo nel 1917 con buon successo. A questo punto della carriera, Puccini lavorò ad un Trittico che si troverà composto da Il tabarro, Suor Angelica e Gianni Schicchi. Il lavoro debuttò a New York e poi a Roma, nel 1919, anno in cui ricevette la nomina a Grande Ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia. Sempre nel 1919 il sindaco di Roma lo incaricò di scrivere un inno della città che venne accolto entusiasticamente dal pubblico. Cominciò quindi a lavorare alla Turandot, di ambientazione fantastica ed esotica, ma dalla gestazione difficile, tanto che venne quasi ultimata soltanto nel 1923. Scoperto di essere malato di cancro alla gola, dopo essersi sottoposto ad un intervento chirurgico che sembrava riuscito, il compositore, da poco nominato senatore a vita dal Re, morì il 29 novembre 1924 a Bruxelles, dove era andato a curarsi. Quindi venne portato a Milano, dove la cerimonia funebre ufficiale si tenne in Duomo con Arturo Toscanini che diresse l’orchestra del Teatro alla Scala nel requiem tratto da Edgar. La salma verrà poi traslata a Torre del Lago, oggi Torre del Lago Puccini. Toscanini supervisionò anche la conclusione di Turandot. Le opere pucciniane, messe continuamente in scena ancora oggi, riscuotono sempre un successo mondiale.
Sfilata di veicoli storici militari con persone in uniformi risalenti alla Seconda Guerra Mondiale quella intitolata “La Colonna della Libertà”, svoltasi nel centro storico di Ferraraieri e stamattina e inserita nelle iniziative culturali organizzate per le celebrazioni del 25 aprile.
A sfilare lungo le stesse strade che li videro protagonisti durante la Campagna d’Italia sarà una formazione composta da una base di 110 automezzi militari e 311 figuranti in divise risalenti alla seconda guerra mondiale. Il 25 aprile del 1945, infatti, furono i cornamusieri del 1.o e dell’8.o Battaglione scozzese degli Argyll and Sutherland Highlanders (Princess Louise’s), inquadrati nella 8 Indian Infantry Division, che si esibirono in Piazza Duomo a Ferrara. I referenti dei musei raccontano che durante l’attraversamento del fiume Po, il Pipe-Major R. H. Brown, rimase colpito dall’imponenza del grande fiume e decise di comporre un brano dal nome emblematico: “The 8th Argylls Crossing the River Po”. Questa marcia è stata poi inserita nel libro delle partiture ufficiali del reggimento, che ha il proprio quartier generale nel Castello reale di Stirling in Scozia.
All’incontro di presentazione con i giornalisti, che si è tenuto lunedì 22 aprile 2024 nella sala dell’Arengo della residenza municipale di Ferrara, sono intervenuti l’assessore al Turismo del Comune di Ferrara, il vicepresidente del Museo Gotica Toscana-History Military Vehicle Italy Filippo Spadi e il socio coordinatore Francesco Faccini del museo della Seconda Guerra mondiale del fiume Po di Felonica.
La “Colonna della Libertà” è organizzata da due importanti Musei inerenti la Seconda Guerra Mondiale che una volta all’anno portano fuori dalle loro mura il suo contenuto per avvicinarlo alla popolazione. Si tratta di un evento itinerante nato nel 2008 e che ogni anno cambia tragitto percorrendo centinaia di chilometri. Ha ricevuto già due volte l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e nel 2014 gli equipaggi sono stati ricevuti dal Santo Padre proprio per i valori fondanti dell’evento che sono Pace e Democrazia. La “Colonna” è composta da oltre 120 veicoli storici militari originali dell’epoca e dei relativi equipaggi di cui una aliquota in uniforme storica a corredo del veicolo. E’ un evento aperto a tutti e gli equipaggi sono principalmente famiglie; come in ogni museo, si rappresentano gli attori protagonisti della Liberazione principalmente britannici e americani ma anche minoranze come brasiliani, indiani, civili, partigiani e italiani. La Colonna della Libertà è quindi un evento che, attraverso varie discipline come il motorismo storico, l’uniformologia, la ricerca storica e d’archivio, mantiene viva la Memoria degli eventi della Liberazione d’Italia rivolgendosi ad un pubblico segnatamente giovanile; forse è proprio questo il successo dell’evento dalla sua creazione, ovvero il messaggio storico e apolitico che piace alla gente comune e non piace a coloro che vogliono strumentalizzare simili iniziative a vantaggio della politica. La Colonna della Libertà insegna che la guerra è sempre sbagliata, foriera di morte e distruzione e seminatrice di odio che permea negli animi per decenni. Quest’anno i veicoli storici militari della Colonna della Libertà, tutti risalenti alla Seconda Guerra Mondiale, percorreranno ancora una volta le vie e i centri abitati che li videro protagonisti durante la Campagna d’Italia, da Cortona sino a Ferrara, passando per Scarperia. Per molti di questi territori sarà l’80° Anniversario, una ricorrenza importante in quanto rappresenta un appuntamento limite per coloro che vissero in prima persona i momenti della guerra.
Domenica Mantovani nacque nel 1862, in un momento cruciale per l’Italia. La lotta per l’Indipendenza aveva portato il Regno di Sardegna a farsi promotore di un’unità che costituiva una vera novità per la penisola a forma di stivale, piccolo Paese dalle mille risorse che attirava da secoli ogni forma di impresa militare e di conquista.
Intestazione del proclama del Re del 23 marzo 1848
Il riassunto dei moti di ribellione, più o meno forti e più o meno organizzati, si ebbe tra il 1848 e il 1849, con quella che viene ricordata come prima guerra d’Indipendenza, e nel 1859 con la seconda guerra per quell’Indipendenza che libererà di fatto soltanto la Lombardia dalla dominazione austriaca, ma che vedeva già innescate numerose fattive attività di italianizzazione del Paese. Infatti, nel 1861 nascerà quel Regno d’Italia sotto la corona Savoia che diventerà ben presto faro di novità, così come anche di ingiustizie. Tuttavia l’operazione libertaria stava dando i suoi frutti e quegli scavezzacollo che venivano anche spregiativamente chiamati garibaldini, saranno poi ricordati come gli eroi che avevano scelto Giuseppe Garibaldi come condottiero da amare e obbedire per la realizzazione non soltanto dell’unione territoriale, quanto di quegli ideali di indipendenza e di libertà, per sé e per gli altri, che sono innati nell’uomo, se sono in grado di sgorgare dai cuori anche disabituati a vivere queste due imprescindibili caratteristiche umane.
Domenica Mantovani sarà inconsapevole testimone di un lungo corso storico, che porterà a breve alla famosa Breccia di Porta Pia, alla fine di quel potere temporale dei papi che instraderà il Vaticano alla gestione prevalentemente spirituale di una Chiesa alla quale la stessa Mantovani apparteneva.
Le famiglie Zamperini, della mamma, e Mantovani, del papà, erano profondamente cattoliche e in quella fede educarono i figli, mantenendo una tradizione che vedeva sacerdoti e appartenenti ad associazioni e congregazioni religiose vari membri dell’ampio parentado.
Nel 1877 arrivò a Castelletto un prete, tale don Giuseppe Nascimbeni, che incrocerà la vita di Domenica fino a diventarne indissolubile figlia e sorella, avendolo accompagnato nell’avventura di vita che diverrà nota in ogni angolo del mondo. Domenica, dall’intelligenza pronta e sveglia, tendenzialmente dedita al prossimo ed alla parrocchia, proferì i voti di verginità nelle mani del prete e poi decise di farsi suora. Il percorso, che potrebbe sembrare semplice per quei tempi, in realtà era irto di regole severe, soprattutto della verifica dell’idoneità della ragazza alla vita religiosa che tanto desiderava abbracciare. Non soltanto doveva essere verificato il suo reale desiderio di dedicarsi ad una vita di privazioni e di gioie soprattutto spirituali, ma anche la sua capacità di reggere un sistema di regole principalmente patriarcale e spesso maschilista, che certo assomigliava molto a quello societario, ma che non transigeva in quelle effusioni affettive che spesso nelle famiglie erano usuali. Pertanto la caparbietà e la determinazione di Domenica non soltanto deponevano per il suo reale desiderio di dedicare la propria esistenza a Dio, ma anche di poter essere una delle prime suore di un nuovo ordine religioso che don Nascimbeni intendeva fondare, su esortazione dei superiori, per garantire quella cura delle anime benacensi che a lui stavano tanto a cuore. Tanto quanto l’implementazione delle strutture e dei servizi per una zona trascurata e povera che certo non aveva avuto molti benefici né dalla dominazione straniera, né dal nuovo Regno, almeno nelle imminenze dei rivolgimenti storico-territoriali. E così ecco che ancora una volta la nostra Domenica, che tra poco si chiamerà Maria, sarà testimone di rivolgimenti e novità dei quali farà anche parte.
Nello stesso 1877 nascerà a Salò l’Osservatorio meteorologico e la stazione sismica Pio Bettoni, personaggio che sistematizzerà i dati sui terremoti che da sempre interessavano il lago di Garda, sia nella sua Salò, sia e soprattutto sulla sponda veronese, dal momento che la presenza del Monte Baldo, di origine vulcanica, aveva da tempo molto lontano portato sconvolgimenti nella zona dei quali senz’altro la Mantovani aveva avuto esperienza: il Baldo sovrasta Castelletto. Infatti, negli appunti Bettoni troviamo già al 12 febbraio 1806 una fessurazione profonda 18 centimetri e lunga circa duecento metri nella piazza di Malcesine, seguita ad una fortissima scossa di terremoto. Molto spesso le scosse di quella zona venivano percepite anche intensamente sulla riva bresciana del Benaco. Durante la vita di Domenica, l’11 agosto 1866 alle 11.55, iniziò una serie di scosse telluriche che portarono danni a Malcesine e che continuarono fino al mese di novembre in successione discretamente rapida. Quindi terremoti a Malcesine o immediati limitrofi vennero registrati nel 1868, 1870, 1872, 1873, 1876, 1877, 1879, 1882. Dati che appaiono significativi perché di certo mettevano la popolazione davanti all’ineluttabilità della vita, alla necessità di affidarsi a Qualcuno che potesse scongiurare per sé e i propri cari di perire all’improvviso, “senza motivo”.
Negli anni del nuovo Regno d’Italia le leggi Coppino per la scuola e De Pretis per la riforma elettorale cambiarono un po’ le cose nel Paese, allargando la platea elettorale e scolastica, ma anche le decisioni a favore di una vita più equa, le attività di bonifica, la nascita di attività mutualistiche, la nascita delle fabbriche, contribuiranno a cambiare rapidamente l’aspetto dell’Italia, pur se l’epoca vittoriana che si stava vivendo non aveva sulle donne una valenza solo positiva come si poteva pensare al tempo.
Sarà poi del 1882, quando Domenica aveva solo vent’anni, la stipula di uno strano accordo per il Regno d’Italia: nasce infatti la Triplice Alleanza, con quell’Austria che deteneva ancora alcuni territori italiani e che era stato il nemico giurato fino al 1866. Alleanza che il nuovo re Vittorio Emanuele III, succeduto al padre Umberto I assassinato nel 1900 da Gaetano Bresci, non vedeva di buon occhio e che infatti decise di rompere con il Patto di Londra del 1915. Sarà la firma che deciderà per l’interventismo dell’Italia in guerra a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia.
Cartolina di guerra
Sull’Alto Garda era il fronte detto immobile di guerra, con le trincee pronte a Dosso Merlo ad esempio, costruite dai soldati italiani proprio in territorio di Malcesine, ad un pugno di chilometri da Castelletto. Le trincee erano pronte in caso di seconda linea, cioè di sfondamento delle difese italiane da parte del nemico austriaco, e Dosso Merlo fu ripetutamente bombardato dall’artiglieria pesante durante la guerra. Sul Garda era in azione anche la Marina, perché naturalmente i combattimenti potevano avvenire anche sul lago. La congregazione delle Piccole Suore della Sacra Famiglia voluta da don Nascimbeni coadiuvato da suor Maria Mantovani, per tutte poi Madre Maria, era ampiamente impiegata in attività infermieristiche sia per il soccorso alla popolazione, che negli ospedali. La caratteristica delle Piccole Suore era l’amore e la dedizione, ma anche lo studio e l’approfondimento, la cura. Venivano mandate in missione in Italia e poi anche all’estero suore preparate, addestrate alla temperanza, alla pazienza, alla santità proprio da Madre Maria. Anche quando non era affatto semplice. L’Istituto possedeva una casa anche a Trento, infatti, dal 1904, ma venne poi acquistato un terreno alle spalle del castello simbolo della città, il Buonconsiglio, dove prese avvio la scuola elementare nel 1911, mentre nel 1912 si avviò il laboratorio di maglieria. Lo scoppio della Grande Guerra costrinse a rimandare dai parenti o in orfanotrofi le orfane che venivano accudite dalla suore, mentre alcune suore italiane (cioè nate fuori dai confini austriaci) vennero arrestate e inviate in un carro bestiame a Innsbruck, quindi raggiunsero Rossbach, in Boemia, dove vennero impiegate come operaie o nei campi o in cucina o in altre mansioni. Altre suore vennero internate a Katzenau, nei pressi di Linz. Lì si occupano di dispensare il latte, avendo poco da mangiare (il pane era confezionato con segatura di tiglio, ad esempio) e condizioni di vita assolutamente precarie, tanto che ben presto dovettero diventare le infermiere del campo. La casa trentina venne trasformata in un ospedale militare.
In quei tristi frangenti faceva riflettere la posizione del papa Benedetto XV che aveva definito la guerra una “inutile strage”, delineando chiaramente la sua contrarietà non soltanto all’interventismo italiano, ma a quella carneficina europea. Di certo altrettanto importante fu la figura di don Luigi Sturzo che, nel 1919, fu fautore di una democrazia nel Regno italiano ispirata a principi cattolici e cristiani più in generale, fondatore poi del partito cattolico. Intorno alla Madre delle Piccole Suore erano in atto rivolgimenti che cambieranno completamente l’Italia e mantenere il corretto vedere la realtà di tutti i giorni non era di certo facile, tra mancanza di cibo, disoccupazione, orfani e vedove. L’avvento del nuovo partito, che diverrà il partito unico del Paese, condusse altri cambiamenti che dovettero essere affrontati anche dalla Chiesa, e dalle suore, per il nostro discorso.
Lo scontro che c’era stato tra i cattolici durante la prima guerra mondiale, nel dibattito su cosa fosse giusto fare e quale fosse la posizione corretta, con personalità del calibro di don Primo Mazzolari e padre Agostino Gemelli per citare solo alcuni esempi, permané anche durante gli anni che videro l’Italia diventare un regime.
Madre Maria lasciò la vita terrena nel 1934, avendo tracciato una giusta via per le Piccole Suore alle quali aveva insegnato non soltanto i primi passi, ma aveva dato anche l’età per poter continuare le scelte che renderanno sempre più grande e santo l’Istituto.
Il nostro viaggio (in automobile, in bicicletta, con i mezzi pubblici) che prende come spunto il volume “Il diverso tra passato e futuro. La giudeofobia nella nostra società”, edizioni Nuova Cultura, parte da Brescia, dalla Biblioteca Queriniana, istituita nel 1747 dal vescovo di Brescia, il cardinale Angelo Maria Querini che, oltre a stabilire la destinazione ad uso pubblico delle raccolte librarie e a dotare la biblioteca di fonti di rendita, provvide anche alla costruzione del palazzo che ancora oggi ne è la sede.
Venne aperta al pubblico nel 1750 e, per alcuni decenni successivi, svolse anche una funzione museale e di sede di accademie cittadine.
A partire dal secondo Settecento, e per tutto l’Ottocento e i primi del Novecento, confluirono in biblioteca numerosi legati privati, per la maggior parte smembrati e fusi con il patrimonio librario generale. Nel 1797 il Governo Provvisorio cittadino trasformò la Queriniana in “Libraria Nazionale”, destinandola a sede delle biblioteche di enti ecclesiastici e religiosi che nel frattempo erano stati soppressi.
Il patrimonio della Queriniana è di circa 600.000 volumi a stampa, tra antichi e moderni (150.000 circa costituiscono il fondo antico, di cui 1158 incunaboli e 8386 cinquecentine) e oltre 10.000 manoscritti, tra codici, documenti sciolti e materiali epistolari.
Attualmente la Queriniana è biblioteca centro-sistema del Sistema Bibliotecario Urbano di Brescia, che comprende anche l’Emeroteca scientifica con oltre 6.000 testate di periodici storici e correnti, l’Emeroteca d’attualità, otto biblioteche decentrate, una biblioteca specialistica, la Mediateca e una sala di lettura esterna.
Particolare dell’interno della Torre Civica di Lonato del Garda
Giungiamo quindi a Lonato del Garda dove, accanto alla bellissima torre civica (aperta in questa stagione il giovedì, il sabato e la domenica dalle 10 alle 17, ma meglio verificare), alla basilica dedicata a San Giovanni Battista, alla bellissima chiesa di Santa Maria del Corlo o alla chiesa di Sant’Antonio Abate, troviamo la Rocca e la Casa del Podestà.
La Rocca di Lonato, una delle prima fortificazioni in pietra della zona, fatta risalire a prima del Mille, si trova in una magnifica posizione, su una collina morenica che domina il lago di Garda e la pianura Padana, permettendo di essere un punto di osservazione unico. La Rocca dalla merlatura guelfa frutto di restauri eseguiti nel corso del tempo, è stata di proprietà viscontea e scaligera; è visitabile e, prima di arrivarci, si passa dalla bellissima Casa del Podestà, sorta verso la metà del Quattrocento come sede del podestà appunto, il rappresentante della Repubblica di Venezia che dominava il territorio.
Anche Lonato, come dimostra il Leone di San Marco posto in piazza, era sottoposta alla dominazione veneta dal 1441 e lo rimase per 350 anni, fatto salvo il periodo dal 1509 al 1516, quando dominò Francesco Gonzaga.
Con l’arrivo di Napoleone Bonaparte e la cessione di Venezia all’Austria, la Casa divenne caserma austriaca e poi passò al Comune lonatese.
Caduta in disuso, venne acquistata all’asta dall’avvocato Ugo Da Como (poi senatore del Regno) nel 1906; egli la fece restaurare, la abitò fino al 1941 quando morì, quindi venne lasciata alla Fondazione alla morte della moglie Maria Glisenti avvenuta nel 1944.
Oltre alla casa museo, la Casa del Podestà ospita una meravigliosa biblioteca ricca di 50mila volumi, tra le più importanti biblioteche private d’Italia. Ne fanno parte 400 incunaboli e 500 codici manoscritti dal XII al XIX secolo. Tra i tanti gioielli ricordiamo la copia de “I Promessi Sposi” con le correzioni di Manzoni e le lettere di Ugo Foscolo.
Il nostro viaggio prosegue verso Salò dove gli ebrei, argomento del volume, vivevano già dal Quattrocento, in una sorta di ghetto chiamato La Grola, occupandosi soprattutto di prestare denaro, e da lì allontanati a ondate. Salò, dal bellissimo lungolago e con prestigiosi musei e raccolte, sarà argomento di ulteriori approfondimenti.
Proseguiamo verso Toscolano Maderno, dove troviamo la Fondazione Valle delle Cartiere, costituita dal Comune, dalla Società Burgo Group e dall’Associazione Lavoratori Anziani Cartiera di Toscolano con lo scopo di promuovere la cultura della carta.
La fabbricazione della carta nel territorio di Toscolano Maderno risale al tardo Medioevo e fu favorita dalla presenza del torrente Toscolano. Se l’uso delle acque del fiume mediante seriole è attestato già alla fine del Duecento, bisogna attendere il secolo successivo per ritrovare nei documenti il riferimento esplicito alle cartiere. È datato 17 ottobre 1381 il primo documento che attesta in maniera certa la presenza di una cartiera lungo il fiume Toscolano.
Nel corso del Quattrocento la manifattura della carta si diffuse a tutta la Valle e furono costruiti insediamenti produttivi lungo il tratto del fiume che da Promontorio arriva fino a località Camerate. La vera affermazione delle cartiere della Valle si avrà a partire dalla fine del Quattrocento, quando alla domanda di carta da scrivere si aggiunse, in maniera sempre più crescente, quella di carta da stampa. Tra il XV e il XVI secolo la Valle delle Cartiere, con il suo incomparabile addensamento di fabbriche, divenne il polo produttivo principale della Repubblica di Venezia. Sarà solo la peste del 1630 a fermare la consolidata produzione manifatturiera di Toscolano Maderno.
Tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento però le cartiere che erano rimaste inattive o abbandonate furono ripristinate, gli impianti potenziati e l’attività produttiva riprese più vigorosa di prima.
Con la caduta della Serenissima nel 1797 iniziò una fase d’inesorabile declino per la Valle delle Cartiere.
Da Toscolano Maderno proseguiamo fino al punto estremo del lago, in territorio trentino, e arriviamo a Riva del Garda.
Un’importante stamperia ebraica prese avvio anche a Riva del Garda nel 1557.
La fondò un medico, Jacob Marcaria, che arrivò a Riva da Cremona a seguito della Bolla papale Cum nimis absurdum di Paolo IV, che vietava ai medici ebrei di curare pazienti cristiani.
Jacob si industriò per trovare per prima cosa la carta, fatto semplice in zona di cartiere come quella che caratterizzava il lago di Garda; quindi diede inizio ad un’attività che ebbe sede nella casa di Antonio Broini in quadra di Mezzo (tenendo conto che a Riva del Garda gli ebrei non vivevano in un ghetto, ma avevano case contigue tra la Piazza Granda, la Contrada Lata, detta poi Via Larga e poi Via Fiume, e Vicolo delle Larve che viene comunque indicato come Vicolo degli Ebrei; accanto a Casa Olivieri, in Vicolo del Ferro, Vicolo del Fabbro, Vicolo della Lucertola).
La tipografia fiorì anche grazie alla stampa delle opere in latino per il Concilio di Trento nell’ultima fase del 1563.
Gli ebrei rivani godevano della protezione di Cristoforo Madruzzo e gli stampatori, in modo particolare, godevano anche di privilegi; questo consentì la stampa di libri ebraici, compreso il Talmud, malgrado la proibizione imposta dallo stesso Paolo IV.
Cristoforo Madruzzo era il successore, dal 1539, di Bernardo Clesio, principe vescovo di Trento con giurisdizione su Riva; Madruzzo (di famiglia imparentata con la grande aristocrazia italiana ed europea) era di posizione erasmiana, considerato protettore dei più seri riformatori.
Riva del Garda
Partecipò a sei conclavi parteggiando per i candidati degli Asburgo e promuovendo a Trento il Concilio. Concilio che segnò un alto momento per la zona, dal momento che vi conversero alte personalità ed eminenti studiosi da tutto il mondo.
Madruzzo abolì il segno distintivo per gli ebrei e agevolò la loro vita pubblica, tanto che la comunità ebraica aumentò a Riva, causando le rimostranze della cittadinanza.
Il vescovo rimase comunque favorevole agli ebrei, cosa che non venne seguita dal nipote Ludovico che gli successe nel 1567, quando Cristoforo gli cedette la carica essendo stabilmente impegnato a Roma.
Ludovico iniziò a rendere operative a Riva le decisioni del Concilio, imponendo restrizioni alla comunità ebraica rivana che, per esempio, era sottoposta al pagamento di una tassa più alta rispetto agli altri cittadini. Venne ripreso l’obbligo di segno distintivo per uomini e donne ebrei, compreso un segno bianco sulla spalla per le prostitute, e furono severamente proibiti tutti i tipi di rapporti tra ebrei e cristiani, pena la scomunica di questi ultimi.
Vennero poi emessi bandi per la cacciata degli ebrei che si conclusero con quello definitivo del 1776.
Cristoforo Madruzzo volle che le edizioni dei libri stampati a Riva del Garda riportassero il suo nome e che in tre di esse fosse impresso il pregevole stemma del suo governo; edizioni che sono l’orgoglio delle più prestigiose biblioteche del mondo.
I testi stampati erano prevalentemente di carattere religioso, come le cinque megillot cioè il Pentateuco, il Cantico dei Cantici, le Lamentazioni, l’Ecclesiaste, il Libro di Ester e il Libro di Ruth, poi la Mishnah, tra gli altri; si aggiungono un testo satirico, alcuni testi filosofici, testi di belle lettere e due testi dedicati alla Qabbalah.
Dell’attività della stamperia ebraica di Riva, soprattutto per quanto riguarda le pubblicazioni del Concilio, non se ne seppe nulla per molto tempo, visto che non si doveva pubblicizzare troppo il fatto di utilizzare una tipografia ebraica per stampare opere cattoliche, che prevedevano elementi di lotta contro gli eretici, anche ebrei.
Anche Riva ha la sua torre, che campeggia su Piazza III Novembre con i suoi 34 metri d’altezza, mantenendo la sua antica funzione di sorveglianza a partire dal XIII secolo. È una torre visitabile salendo 165 gradini che permettono di avere un bellissimo panorama sul lago e i territori limitrofi di entrambe le Gardesane.
L’argomento è stato esposto, in forma sintetica, nella trasmissione “BrixiaChannel Cultura” che andrà in onda su Brixia Channel domani sera.
Il Cortile della piazza d’Armi del Museo di Castelvecchio è intitolato alla memoria di Licisco Magagnato e Carlo Scarpa, ideatori ed esecutori, tra il 1958 e il 1964, dell’importante restauro e riallestimento del museo scaligero. È stata questa l’ultima tappa dell’ampio programma di eventi realizzato quest’anno dal Comune in occasione del centenario della nascita di Magagnato. Storico dell’arte e direttore dei Musei e delle Gallerie veronesi dal 1955 al 1986, Magagnato è oggi una fra le figure intellettuali più rappresentative dello sviluppo del sistema museale cittadino. L’apposizione della targa commemorativa è stata effettuata alla presenza dell’assessore alla Cultura Francesca Briani. Sono intervenuti anche Tobia Scarpa, figlio di Carlo Scarpa e Alba Di Lieto, responsabile Archivio Scarpa Musei Civici.
Promossi dal direttore Licisco Magagnato e realizzati dall’architetto Carlo Scarpa tra il 1958 e il 1964, costituiscono un punto di riferimento della felice stagione museografica italiana del secondo dopoguerra. Il Museo di Castelvecchio, infatti, offre una testimonianza esemplare del dialogo tra la committenza pubblica e illuminata di un direttore di museo e di un maestro dell’architettura, la cui memoria si salda tangibilmente nella doppia intitolazione del giardino di Castelvecchio.
“Continuare a dare memoria è fondamentale – dichiara l’assessore Briani –, in particolare quando si mantiene vivo il ricordo di quelle figure che hanno contribuito a rendere Verona lo straordinario patrimonio culturale che oggi conosciamo e ammiriamo. A Licisco Magagnato e a Carlo Scarpa viene dedicato il Cortile della piazza d’Armi in quanto luogo simbolo della lungimirante progettualità e della sintonia ed amicizia che si creò tra il direttore e l’architetto”.
Licisco Magagnato è direttore del Museo Civico di Bassano del Grappa tra il 1951 e il 1955. Dal 1955 al 1986, è alla guida dei civici Musei e Gallerie d’Arte di Verona. Tra il 1958 e il 1964 è protagonista, con l’architetto Carlo Scarpa, del restauro e del riallestimento del Museo di Castelvecchio, secondo un progetto d’avanguardia tra i più rappresentativi della museografia del Novecento. Protagonista della resistenza vicentina e poi membro del Partito d’Azione e quindi del Partito Repubblicano, si dimostra sempre profondamente coinvolto nella vita politica, sociale e culturale del Paese e contribuisce alla creazione del Ministero dei Beni Culturali, istituito nel 1974, e nel 1977 è nominato vicepresidente del Comitato di settore per i Beni artistici e storici del ministero. Libero docente di Storia dell’Arte dal 1967, di-venta professore incaricato stabilizzato di Storia dell’Arte presso la facoltà di Economia e Commercio (Corso di Lingue) dell’Università di Padova (sede distaccata di Verona) a partire dall’anno accademico 1970-1971.
Tra il 1970 e il 1973 apre il Museo degli Affreschi, intitolato a G.B. Cavalcaselle, e la Casa di Giulietta. Nel 1982 riapre al pubblico il Museo Lapidario Maffeiano, su progetto dell’architetto Arrigo Rudi; avvia il restauro dell’isolato e del Palazzo Emilei Forti, su progetto dell’architetto Libero Cecchini. Come studioso, è attento a un ampio ventaglio di argomenti di storia dell’arte, con particolare riferimento all’arte veneta, a partire dagli studi sul Teatro Olimpico di Vicenza e su Jacopo Bassano, a temi palladiani e sulla storia dell’arte, la cultura, la trattatistica dal Medioevo al Settecento.
L’icona più importante delle comunicazioni nel terzo millennio è in mostra nel pronao di Palazzo Barbieri. È stata infatti posizionata lì l’antenna dalla quale il premio Nobel Guglielmo Marconi fece partire le prime onde elettromagnetiche. Fino a fine gennaio 2022 si potrà ammirare il simbolo della comunicazione tecnologica che, negli anni, si è sempre più evoluto fino all’attuale Wifi.
A custodire il prezioso simbolo, il Museo della radio di Verona che l’ha messo a disposizione di curiosi, appassionati e turisti nel centro della città. Sul supporto dell’antenna e sul cancelletto davanti al pronao sono stati posti due QR Code che, se inquadrati con telefono cellulare o tablet, permettono di ascoltare un messaggio registrato dalla figlia di Gulglielmo Marconi, la principessa Elettra.
La stessa Elettra è intervenuta per un saluto telefonico all’inaugurazione fatta dall’assessore alla Smart city e Innovazione tecnologica Francesca Toffali, dalla consigliera comunale Paola Bressan, dal presidente del Museo della radio Francesco Chiantera e dal fondatore Alberto Chiantera. È inoltre intervenuta la classe 5^ della scuola primaria dell’Istituto Seghetti.
“Ringrazio a nome di tutta l’Amministrazione il Museo della radio per averci dato la possibilità di esporre l’antenna – ha detto l’assessore Toffali -. Credo che sia importante scoprire quale sia l’origine delle nostre telecomunicazioni, tanto utilizzate, a volte anche fin troppo. Tutto però è iniziato da questa antenna, è un’importante occasione per tutti avere la possibilità di ammirarla”.