Rapporto 2019 di Amnesty International sull’Asia

Un’ondata di proteste guidate dai giovani ha sfidato la crescente repressione e il complessivo giro di vite nei confronti della libertà di espressione e di manifestazione pacifica in tutta l’Asia.
Lo ha dichiarato oggi Amnesty International in occasione della pubblicazione del rapporto “I diritti umani nella regione Asia – Pacifico: cosa è successo nel 2019”, che descrive e analizza la situazione dei diritti umani in 25 stati e territori.
Il rapporto descrive come una nuova generazione di attivisti abbia contrastato politiche brutali contro il dissenso, la narrazione tossica dei social media e un’ampia censura politica.
“Il 2019 in Asia è stato un anno di repressione, ma anche di resistenza. Se i governi hanno cercato di demolire le libertà fondamentali, le persone hanno reagito e i giovani sono stati in prima fila in questa lotta”, ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia orientale, l’Asia sudorientale e il Pacifico.
“Dagli studenti di Hong Kong protagonisti di un movimento di massa contro la crescente influenza cinese a quelli che in India sono scesi in strada contro le politiche antimusulmane, dai giovani elettori della Thailandia confluiti in un nuovo partito di opposizione ai manifestanti che a Taiwan hanno chiesto l’uguaglianza delle persone Lgbti, le proteste popolari guidate dai giovani, in piazza come nella Rete, hanno sfidato l’ordine costituito”, ha aggiunto Bequelin.
La sfida di Hong Kong, conosciuta in ogni parte del mondo
Cina e India, le due principali potenze asiatiche, hanno dato il là alla repressione col loro palese rifiuto dei diritti umani. Il sostegno di Pechino alla proposta di una Legge sull’estradizione a Hong Kong, che avrebbe dato al governo locale il potere di estradare sulla terraferma persone ricercate dalle autorità cinesi, ha scatenato proteste di massa di dimensioni senza precedenti.
Da giugno, i cittadini di Hong Kong sono costantemente scesi in strada per chiedere giustizia per le violente tattiche della polizia che hanno compreso l’uso indiscriminato dei gas lacrimogeni, arresti arbitrari e maltrattamenti e torture durante la detenzione. Questa sfida all’ordine costituito si è ripetuta in ogni parte del continente.
In India, milioni di persone hanno contestato pacificamente una nuova legge che discrimina i musulmani; in Indonesia le persone hanno protestato contro una serie di leggi che minacciano le libertà pubbliche; in Afghanistan, i manifestanti hanno rischiato la vita per chiedere la fine del decennale conflitto; in Pakistan il Movimento Pashtun Tahaffuz, rigorosamente nonviolento, ha sfidato la repressione mobilitando l’opinione pubblica contro le sparizioni forzate e le esecuzioni extragiudiziali.
La repressione contro il dissenso
Alle manifestazioni pacifiche e agli atti di dissenso le autorità statali hanno spesso reagito in modo vendicativo.
I governi dell’Asia sudorientale hanno preso duri provvedimenti per ridurre al silenzio gli oppositori e mettere il bavaglio ai mezzi d’informazione. I manifestanti sono andati incontro agli arresti in Vietnam, Laos, Cambogia e Thailandia; numerosi di loro sono stati uccisi in Indonesia ma i responsabili tra le forze di sicurezza non sono stati individuati né tantomeno arrestati; in Pakistan e Bangladesh attivisti e giornalisti sono stati colpiti da leggi draconiane che limitano la libertà d’espressione e criminalizzano le espressioni di dissenso online.
Sempre a Hong Kong le forze di polizia hanno impiegato tattiche indiscriminate e sconsiderate per stroncare le proteste pacifiche, compreso l’uso della tortura in carcere, ma le richieste di un’indagine adeguata sulla loro condotta non è stata ancora accolta.
“Il tentativo dei governi di stroncare ogni espressione critica e di sopprimere la libertà di espressione è stata brutale, come prevedibile, e coloro che hanno osato sfidare questa repressione hanno spesso pagato un prezzo elevato”, ha commentato Biraj Patnaik, direttore di Amnesty International per l’Asia meridionale.
“Agli asiatici viene detto che i loro desideri di una società più equa sono fantasie, che le disparità economiche non possono essere modificate, che il riscaldamento globale è inesorabile e le catastrofi naturali inevitabili. Soprattutto, viene detto loro che sfidare questa narrativa non sarà tollerato”, ha sottolineato Patnaik.
Un nazionalismo intollerante contro le minoranze
In India e Cina il mero rischio di assistere a un’insubordinazione nelle aree ufficialmente autonome è stato sufficiente per scatenare reazioni a tutta forza da parte dello stato e per definire le minoranze come una “minaccia alla sicurezza nazionale”.
Nella provincia cinese dello Xinjiang, fino a un milione di appartenenti all’etnia uigura e ad altre minoranze etniche musulmane sono stati chiusi a forza nei cosiddetti campi per la “deradicalizzazione”.
Lo statuto di autonomia del Kashmir, l’unico stato dell’India con una popolazione in maggioranza musulmana, è stato annullato e le autorità hanno imposto il coprifuoco, tagliato l’accesso a tutte le forme di comunicazione e arrestato dirigenti politici locali.
Nello Sri Lanka, dove all’indomani degli attentati di Pasqua si è scatenata la violenza antimusulmana, l’elezione del presidente Gotabaya Rajapaska ha affievolito le speranze in un progresso nel campo dei diritti umani. Un altro sedicente uomo forte, il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, ha proseguito la sua omicida “guerra alla droga”.
I governi hanno cercato di giustificare la repressione demonizzando i loro critici come pedine di “forze straniere”, rafforzandola attraverso sofisticate operazioni sui social media. Né l’Associazione economica delle nazioni del sudest asiatico né l’Associazione sudasiatica per la cooperazione regionale, i due principali organismi regionali, hanno provato a chiamare i loro membri a rispondere delle loro azioni, neanche quando sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani.
È stato il Tribunale penale internazionale a indagare sui crimini contro l’umanità commessi nel 2017 dall’esercito di Myanmar contro i rohingya. Il tribunale sta anche indagando sulle migliaia di omicidi commessi dalla polizia nelle Filippine mentre è in corso un appello contro la sua decisione di non autorizzare indagini sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità in Afghanistan.
Nel frattempo, le crudeli politiche di detenzione oltremare portate avanti dall’Australia hanno lasciato rifugiati e richiedenti asilo a languire in condizioni mentali e fisiche sempre peggiori sulle isole di Manus (Papua Nuova Guinea) e Nauru.
Progressi contro ogni pronostico
Chi ha preso la parola per denunciare le atrocità è stato regolarmente punito ma la sua azione ha fatto la differenza. Vi sono stati molti esempi di tentativi riusciti di ottenere progressi nel campo dei diritti umani.
A Taiwan una campagna di lungo periodo ha fatto sì che i matrimoni fra persone dello stesso sesso diventassero legali; nello Sri Lanka avvocati e attivisti hanno avuto successo nell’impedire la ripresa delle esecuzioni capitali; le autorità di Brunei hanno dovuto rinunciare a introdurre una legge che avrebbe punito con la lapidazione l’adulterio e le relazioni sessuali tra uomini; per la prima volta il primo ministro della Malesia, Najib Razak, ha dovuto comparire in giudizio per l’accusa di corruzione; il governo del Pakistan ha assunto l’impegno di agire contro il cambiamento climatico e l’inquinamento; per la prima volta due donne sono state nominate giudici della Corte suprema delle Maldive.
Infine, a Hong Kong, la forza delle proteste ha costretto il governo a ritirare la proposta di Legge sull’estradizione. E, dopo mesi di mancati provvedimenti contro i responsabili delle violenze contro i manifestanti, le proteste vanno avanti.
“Le persone che hanno preso parte alle proteste del 2019 in Asia hanno conosciuto il sangue ma non sono state spezzate; sono state sgomberate ma non sono state ridotte al silenzio. Tutte insieme, hanno lanciato la sfida a quei governi che continuano a violare i diritti umani allo scopo di rafforzare la loro presa sul potere”, ha concluso Bequelin.

Amnesty International Italia

Giornata Internazionale della Donna

Anche se non in manifestazioni esterne, la Giornata dell’8 marzo deve essere celebrata e, perché no, festeggiata.

La chiamiamo Festa della Donna, pensiamo si tratti di comperare mimosa e cioccolatini, ma in realtà è una Giornata ONU per riflettere sulla condizione femminile in tutto il mondo, anche ricordando la manifestazione prettamente femminile sotto il Palazzo d’Inverno dello zar, che ha fatto sì che la Giornata venisse decretata internazionalmente da celebrare in un unico giorno in tutto il mondo, quel 23 febbraio russo che corrispondeva all’8 marzo nel mondo dal calendario gregoriano.

Quindi festeggiamo, tutti, senza permettere a niente e a nessuno di farcelo dimenticare. Anche se stiamo chiusi tra le mura domestiche e sorridiamo dietro ad una mascherina.

la Redazione

Rapporto di Amnesty International sull’Arabia Saudita

Un nuovo rapporto pubblicato da Amnesty International mostra come, nonostante tutta la loro retorica sulle riforme, le autorità dell’Arabia Saudita stiano usando il Tribunale speciale come un’arma per ridurre sistematicamente al silenzio il dissenso.
In occasione della pubblicazione del rapporto, Amnesty International ha lanciato una campagna per chiedere il rilascio immediato e incondizionato di tutti i difensori dei diritti umani in carcere solo per aver esercitato il loro diritto alla libertà d’espressione.
Il rapporto documenta l’enorme impatto dei processi di fronte al Tribunale speciale nei confronti di difensori dei diritti umani, scrittori, economisti, giornalisti, figure religiose, riformisti e attivisti politici, compresi quelli appartenenti alla minoranza sciita, che hanno subito dure condanne, anche alla pena di morte, per vaghe accuse basate sulle leggi antiterrorismo e contro i reati informatici.
Il rapporto è basato su un ampio esame di atti processuali, di dichiarazioni del governo e di norme nazionali così come su interviste ad attivisti, avvocati e persone legate ai casi approfonditi nel testo.
Amnesty International ha scritto alle autorità saudite il 12 dicembre 2019 e ha ricevuto un’unica replica dalla Commissione governativa sui diritti umani nella quale si forniscono sommarie informazioni su norme e procedure vigenti ma non si risponde direttamente sui casi presentati nel rapporto.
“Il governo saudita sfrutta il Tribunale speciale per dare una falsa idea di legalità sull’uso distorto delle norme antiterrorismo per ridurre al silenzio chi lo critica. Ogni fase dei procedimenti di fronte al Tribunale speciale è segnata da violazioni dei diritti umani, quali il negato accesso alla difesa, la detenzione senza contatti col mondo esterno e le condanne emesse solo sulla base di ‘confessioni’ estorte con la tortura”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.
“Le nostre ricerche sbugiardano la nuova immagine riformista che l’Arabia Saudita sta cercando di promuovere: il governo usa un organo giudiziario come il Tribunale speciale per sopprimere spietatamente coloro che hanno il coraggio di esprimere opposizione, difendere i diritti umani o chiedere riforme autentiche”, ha aggiunto Morayef.
La retorica governativa sulle riforme, aumentata dopo la nomina del principe della corona Mohammed bin Salman, è profondamente in contrasto con la situazione reale dei diritti umani nel paese. Proprio mentre introducevano provvedimenti in favore dei diritti delle donne, le autorità avviavano un duro giro di vite nei confronti delle attiviste più note che per anni avevano lottato per quelle riforme e di altri cittadini che spingevano per un cambiamento.
Il Tribunale speciale è stato istituito nell’ottobre 2008 per processare imputati di reati di terrorismo. Dal 2011 è stato sistematicamente usato per giudicare persone incriminate in modo del tutto vago di reati di terrorismo che spesso non sono altro che pacifiche azioni politiche.

La legge antiterrorismo, che presenta una formulazione del tutto generica e ampia di “terrorismo” e “reato di terrorismo”, contiene norme che criminalizzano la pacifica espressione delle idee.
Il rapporto di Amnesty International descrive l’attività del Tribunale speciale tra il 2011 e il 2019 attraverso l’analisi dei casi di 95 persone, per lo più uomini, processate, condannate o rinviate a giudizio.
Dei casi esaminati, 52 stanno scontando condanne da cinque a 30 anni e altri 11 sono tuttora sotto processo, sempre per l’esercizio pacifico della libertà di espressione o di associazione.
Tra i casi analizzati da Amnesty International, molti riguardano appartenenti alla minoranza sciita e comprendono anche imputati processati per “reati” che avrebbero commesso quando erano minorenni e che sono attualmente a rischio di esecuzione a seguito di processi gravemente irregolari.
Dal 2016 sono stati messi a morte almeno 28 esponenti della minoranza sciita, nella maggior parte dei casi condannati dal Tribunale speciale unicamente sulla base di “confessioni estorte con la tortura”.
Processi gravemente irregolari
Amnesty International ha esaminato accuratamente gli atti giudiziari di otto processi del Tribunale speciale che hanno riguardato 68 imputati della minoranza sciita, incriminati per lo più di aver preso parte a proteste antigovernative, e altre 27 persone processate per l’espressione pacifica delle loro idee e per il loro attivismo in favore dei diritti umani.
Rispetto a ognuno dei 95 imputati, l’organizzazione ha concluso che i processi sono stati gravemente irregolari. Le condanne, in molti casi alla pena capitale, sono state inflitte sulla base di accuse vaghe legate alla criminalizzazione dell’opposizione politica o per fatti di violenza.
Le accuse più comuni nei processi analizzati da Amnesty sono: “disobbedienza alla famiglia reale”, “messa in discussione dell’integrità dei funzionari dello stato e del sistema giudiziario”, “incitamento alla disobbedienza attraverso l’invito a manifestare” e “costituzione di un’organizzazione priva di autorizzazione”. Si tratta di atti protetti dai diritti alla libertà di espressione, di manifestazione e di associazione.
Ogni singolo imputato nei processi esaminati da Amnesty International non ha avuto accesso a un avvocato dal momento dell’arresto e per tutti gli interrogatori. Gli appelli contro le sentenze del Tribunale speciale si svolgono a porte chiuse in assenza degli imputati e degli avvocati.
Uno degli aspetti più sconvolgenti è l’affidamento privo di dubbi sulle “confessioni” estorte con la tortura. Almeno 20 sciiti processati dal Tribunale speciale sono stati condannati a morte sulla base di tali “confessioni” e 17 condanne sono state già eseguite.
Ridurre al silenzio i dissidenti pacifici
Praticamente tutte le voci indipendenti dell’Arabia Saudita (difensori dei diritti umani, scrittori, esponenti religiosi e altri ancora) stanno scontando lunghe condanne inflitte a partire dal 2011 dal Tribunale speciale o da altre corti oppure sono sotto processo per accuse relative alle loro attività pacifiche.
Il Tribunale speciale ha condannato tutti i fondatori dei gruppi indipendenti per i diritti umani, sciolti nel 2013. Tra questi, gli 11 fondatori dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici e altri difensori dei diritti umani quali Mohammad al-Otaibi, fondatore dell’Unione per i diritti umani, condannato a 14 anni per aver cercato di costituire un organismo indipendente per i diritti umani. Al-Otaibi è stato successivamente raggiunto da nuove accuse per aver comunicato con organizzazioni internazionali e aver cercato asilo politico all’estero.
Sotto processo di fronte al Tribunale speciale è anche Salman al-Awda, un religioso riformista arrestato nel settembre 2017 che rischia la pena di morte solo per aver esercitato in modo pacifico i suoi diritti alla libertà di espressione e di associazione.
Complessivamente, Amnesty International ha analizzato i processi e le condanne di 27 esponenti religiosi e considera 22 di loro prigionieri di coscienza di cui chiede l’immediato e incondizionato rilascio.
Stroncare il dissenso nella Provincia orientale
Dal 2011 oltre 100 sciiti sono stati processati dal Tribunale speciale per aver criticato pacificamente il governo nel corso di interventi pubblici o tramite i social media e per aver preso parte a proteste antigovernative. Erano accusati, in modo generico e vago, di aver organizzato o sostenuto proteste, aver preso parte ad azioni violente o aver spiato in favore dell’Iran.
Il 2 gennaio 2016 le autorità saudite hanno annunciato l’esecuzione di un noto religioso sciita, Nimr al-Nimr, noto per le sue critiche al governo. La sua esecuzione ha scatenato nuove proteste nella Provincia orientale. Nel luglio 2017 Youssuf al-Muhsikhass è stato messo a morte insieme a tre sciiti dopo un processo gravemente irregolare e nell’aprile 2019 c’è stata l’esecuzione di massa di 37 persone, per lo più sciite.
Il Tribunale sociale ha anche condannato a morte diversi imputati per reati commessi da minorenni a seguito di “confessioni” estorte con la tortura o sotto costrizione. Alcune condanne a morte sono state eseguite.
Tre minorenni al momento del reato (Ali al-Nimr, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon), arrestati nel 2012 quando avevano 17, 16 e 17 anni per aver partecipato a proteste antigovernative e processati dal Tribunale speciale, rischiano l’esecuzione da un momento all’altro.
Occorrono riforme urgenti
Amnesty International sollecita l’immediato e incondizionato rilascio di tutti i prigionieri di coscienza e l’introduzione di riforme fondamentali alle procedure del Tribunale speciale in modo che possa condurre processi equi e tutelare gli imputati dalla detenzione arbitraria e dalla tortura.
L’organizzazione per i diritti umani chiede anche l’avvio di indagini indipendenti sulle denunce di maltrattamenti e torture in carcere e che sia fornita piena riparazione alle vittime della tortura e di altre violazioni dei diritti umani commesse da funzionari dello stato o da altri su loro comando.
“Se il re e il principe della Corona vogliono essere seri quando parlano di riforme, devono anzitutto rilasciare immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri di coscienza, assicurare che le loro condanne siano annullate e dichiarare una moratoria ufficiale su tutte le esecuzioni con la prospettiva di abolire la pena di morte”, ha concluso Morayef.
Nel marzo e nel settembre 2019 il Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani ha adottato dichiarazioni congiunte senza precedenti sull’Arabia Saudita individuando una serie di criteri su cui basare riforme sui diritti umani. Poiché nessuno di questi è stato rispettato, è necessario che gli stati membri del Consiglio continuino a seguire da vicino la situazione istituendo un meccanismo di monitoraggio e reportistica sulla situazione dei diritti umani.
Il rapporto “Muzzling critical voices: Politiced trials before Saudi Arabia’s Specialized Criminal Court” è online all’indirizzo:
https://www.amnesty.org/en/documents/mde23/1663/2020/en

 

Amnesty International Italia

Amnesty International apprezza l’annuncio della riforma del reato di violenza sessuale in Spagna

Il 3 marzo scorso il governo spagnolo ha annunciato una serie di misure per contrastare la violenza sessuale, tra cui la modifica della definizione giuridica di stupro.
“Apprezziamo l’annuncio del governo spagnolo, che rappresenta una vittoria delle sopravvissute allo stupro e delle innumerevoli donne che, con le loro proteste e azioni, hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di riforme legislative, politiche e di prassi”, ha dichiarato Monica Costa Riba, campaigner di Amnesty International.
La riforma del reato di violenza sessuale dovrebbe prevedere che il consenso s’intenderà negato a meno che la persona coinvolta “non abbia manifestato liberamente, attraverso atti esterni conclusivi e inequivocabili, in relazione alle circostanze, la propria volontà esplicita di partecipare all’atto”.
L’annuncio del governo spagnolo è arrivato dopo una serie di gravi casi di stupro di gruppo che il sistema giudiziario aveva affrontato in modo del tutto inadeguato. Tra questi, quello de “La Manada” (Il branco), che indignò tutta la Spagna, oggetto nel 2018 di una sentenza di un tribunale di primo grado che condannò cinque stupratori per il reato più lieve di abuso sessuale.
Questa modifica farà della Spagna il decimo stato su 31 analizzati da Amnesty International in Europa a dire chiaramente che il sesso senza consenso è stupro, in linea con le norme e con gli standard del diritto internazionale. È giunto il momento che altri stati europei seguano l’esempio”, ha“ sottolineato Costa Riba.
“Tra questi stati c’è anche l’Italia. A breve avvieremo una campagna per chiedere al parlamento di riformare la definizione giuridica di stupro, basando tale modifica sul criterio dell’assenza del consenso”, ha dichiarato Tina Marinari, campaigner di Amnesty International Italia.

Amnesty International Italia

 

L’appello alla squadra e ai tifosi del Bologna: “Sabato 22 tutti per Patrick Zaky!”

“Forza Bologna!” è una delle poche frasi che Patrick Zaky, lo studente egiziano dell’università Alma Mater Studiorum attualmente detenuto in Egitto, è riuscito a pronunciare prima dell’udienza che sabato 15 ha purtroppo confermato la sua permanenza in carcere almeno fino al 22 febbraio.
Per questo Amnesty International Italia, Sport 4 Society, UsigRAI e Riccardo Cucchi, presidente del premio “Sport e diritti umani”, hanno rivolto un appello alla squadra e ai tifosi del Bologna affinché – dopo l’affettuoso augurio di pronto ritorno allo stadio pubblicato dall’account ufficiale Twitter della società – in occasione della partita interna col Brescia sia mostrata nel modo più visibile possibile solidarietà nei confronti di Patrick Zaky, esponendo striscioni come “Forza Zaky”, “Patrick libero” ecc.
La partita, in programma sabato 22 febbraio alle ore 15, si svolgerà nello stesso giorno in cui una nuova udienza deciderà se prolungare la detenzione di Zaky o disporre la sua scarcerazione. 

L’appello “Libertà per Patrick” è online all’indirizzo:

https://www.amnesty.it/appelli/liberta-per-patrick/

 

Amnesty International Italia

 

Rapporto di Amnesty International sulla Somalia

La Somalia è diventata uno dei luoghi più pericolosi al mondo per fare giornalismo. Lo ha dichiarato oggi Amnesty International, presentando un rapporto sull’aumento degli attacchi, delle minacce, delle intimidazioni e delle uccisioni nei confronti di giornalisti e giornaliste.
Il drastico deterioramento della libertà di espressione e di stampa è conciso con l’inizio, nel febbraio 2017, della presidenza di Mohamed Abdullahi “Farmajo”. Gli attacchi mirati del gruppo armato “al-Shabaab” e delle forze governative somale hanno inasprito la censura e causato un aumento degli arresti arbitrari. Da allora, sono stati uccisi almeno otto giornalisti e altrettanti, a partire dall’ottobre 2018, sono stati costretti a lasciare il paese.
“In Somalia i giornalisti sono sotto assedio. Sopravvissuti per miracolo ad attentati, assassinati, picchiati e arrestati arbitrariamente, si trovano a operare in condizioni terribili”, ha dichiarato Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale.
“Il giro di vite nei confronti della libertà di espressione e di stampa va avanti nell’impunità: raramente le autorità aprono indagini o processano i responsabili degli attacchi contro i giornalisti”, ha aggiunto Muchena.
Uccisioni
Dall’inizio della presidenza Farmajo, sono stati uccisi almeno otto giornalisti: cinque in attacchi indiscriminati di “al-Shabaab”, uno da un poliziotto e due da soggetti non identificati.
Abdirirzak Qassim Iman, 17 anni, operatore di ripresa di Sbs Tv, è stato ucciso il 26 luglio 2018 da un poliziotto che gli ha sparato alla testa nel quartiere Waberi della capitale Mogadiscio. Insolitamente, il responsabile è stato condannato per omicidio, in contumacia, a cinque anni di carcere e a risarcire la famiglia della vittima con 100 cammelli.
Abdullahi Osman Moalim è morto il 13 settembre a causa di un attentato suicida in un ristorante di Beledweyne, nello stato di Hirshabelle. Ali Nur Siyad è stato una delle oltre 500 vittime di un camion bomba fatto esplodere a Mogadiscio il 14 ottobre 2017. Awi Dahir Salad è stato ucciso in un attentato a Mogadiscio nel dicembre 2018. Infine, Mohamed Sahal Omar e Hodan Nalayeh, sono risultati tra le 26 vittime dell’attentato di “al-Shabaab” contro un albergo a Kisimayo, nel luglio 2019.
Ismail Sheikh Khalifa, attivista e giornalista di Kalsan Tv, è sopravvissuto miracolosamente a una bomba piazzata nella sua automobile e fatta esplodere a distanza il 4 dicembre 2018. Si trova attualmente in Turchia, dove sta ricevendo cure mediche per le gravi ferite riportate.
Assediati da ogni lato
Zakariye Mohamud Timaade, già giornalista di Universal Tv, ha lasciato la Somalia nel giugno 2019 dopo essere stato minacciato sia da “al-Shabaab” che da ambienti governativi a causa di due diversi servizi che aveva realizzato. Il gruppo armato lo aveva minacciato di morte per aver riferito della cattura di tre miliziani da parte delle forze di sicurezza, il governo si era infuriato per aver rivelato la presenza attiva di “al-Shabaab” a Mogadiscio.
“La paura più grande era la Nisa [Agenzia nazionale per la sicurezza e l’intelligence]. So che volevano uccidermi. A Mogadiscio puoi nasconderti da ‘al-Shabaab’ ma non dalla Nisa. Possono venirti a prendere in ufficio in ogni momento. Per questo ho deciso di lasciare il paese.
Tentativi di corruzione
Amnesty International ha documentato casi di censura e tentativi di corruzione dei giornalisti da parte del governo somalo. Funzionari dell’ufficio del presidente pagano regolarmente tangenti mensili ad alcuni editori e direttori affinché non pubblichino articoli “sfavorevoli”.
Un ex direttore ha dichiarato: “Ricevevo la telefonata dal funzionario, mi recavo in un albergo per incontrarlo e mi dava il denaro in contanti. Non ha mai accettato di versarli sul mio conto bancario”.
Alcuni giornalisti hanno raccontato ad Amnesty International che i loro editori gli hanno ordinato di non scrivere articoli critici nei confronti degli uffici del presidente e del primo ministro o sui temi dell’insicurezza, della corruzione e delle violazioni dei diritti umani.
Amnesty International ha verificato che in quattro casi altrettanti giornalisti sono stati licenziati dai loro datori di lavoro.
“L’esigenza di fornire di sé un’immagine positiva ha spinto le autorità somale ad adottare tattiche repressive che violano gli standard internazionali sui diritti umani. Le autorità hanno però l’obbligo di rispettare i diritti alla libertà d’informazione, di espressione e di stampa”, ha sottolineato Muchena.
Inseguimenti sui social media
Il clima di censura ha costretto molti giornalisti a spostarsi sui social media per poter esprimere le loro opinioni. La reazione delle autorità è stata di costituire unità dedicate specificamente a monitorare e a segnalare post contenenti critiche.
Giornalisti hanno riferito che ricevono frequenti e minacciose telefonate in cui vengono invitati a cancellare i loro post.
Un giornalista ha perso il posto di lavoro per aver appoggiato un candidato dell’opposizione sulla sua pagina Facebook. A seguito dei suoi rifiuti di cancellare quei contenuti, dall’ufficio del presidente hanno chiamato persino un suo ex insegnante per convincerlo ad abbandonare del tutto la professione giornalistica.
Amnesty International ha documentato la disattivazione permanente di 16 pagine Facebook, 13 delle quali appartenenti a giornalisti, tra il 2018 e il 2019, sempre per aver violato “gli standard della comunità”.
“Facebook deve garantire di non essere manipolata dalle autorità somale, specialmente in vista delle elezioni in programma nel corso dell’anno, e assicurare la massima diligenza quando si tratta di esaminare denunce di violazione degli standard della comunità”, ha commentato Muchena.
“Il presidente Farmajo deve prendere misure immediate per assicurare indagini rapide, esaurienti, indipendenti ed efficaci sulle miriadi di denunce di violazioni dei diritti umani e della libertà di stampa e per sottoporre a processi equi i presunti responsabili”, ha concluso Muchena.
Il rapporto “We live in perpetual fear” è disponibile online all’indirizzo:
https://www.amnesty.it/somalia-giornalisti-attaccati-minacciati-uccisi-e-costretti-allesilio/

 

Amnesty International Italia

 

Cile: Amnesty International presenta le conclusioni delle sue indagini

Le forze di sicurezza sotto il comando del presidente Sebastián Piñera – principalmente le forze armate e i carabineros (la polizia nazionale) – sono responsabili di attacchi generalizzati e dell’uso di una forza non necessaria ed eccessiva con l’obiettivo di colpire e punire i manifestanti. Queste azioni hanno finora causato cinque morti, mentre migliaia di persone sono state torturate, sottoposte a maltrattamenti o ferite in modo grave.
Lo ha dichiarato Amnesty International, al termine di una missione di ricerca in Cile.
“Le intenzioni delle forze di sicurezza cilene sono chiare: colpire chi manifesta per disincentivare la partecipazione, ricorrendo all’atto estremo di praticare la tortura e la violenza sessuale contro i manifestanti. Invece di prendere misure per fermare la gravissima crisi dei diritti umani, le autorità sotto il comando del presidente Sebastián Piñera appoggiano questa politica della punizione da oltre un mese, col risultato che le vittime di violazioni dei diritti umani aumentano ogni giorno”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.
“La responsabilità penale individuale non può limitarsi a processare gli autori materiali delle violazioni dei diritti umani. Garantire la giustizia e la non ripetizione implica sanzionare coloro che hanno dato gli ordini nella piena consapevolezza dei crimini commessi o li hanno tollerati”, ha aggiunto Guevara-Rosas.
Secondo l’Istituto nazionale dei diritti umani, almeno cinque persone sono morte per mano delle forze di sicurezza e oltre 2300 sono state ferite: di queste, 1400 sono state raggiunte da colpi di arma da fuoco e 220 hanno subito gravi traumi agli occhi.
La Procura ha registrato oltre 1100 denunce di maltrattamenti e tortura e 70 denunce di violenza sessuale a carico di pubblici ufficiali. Secondo i carabineros, nessun pubblico ufficiale è stato ucciso e vi sono stati circa 1600 feriti – 105 in modo grave – tra le forze di sicurezza.
Le manifestazioni, iniziate a metà ottobre per protestare contro l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico, si sono poi estese alla richiesta di una società più giusta in cui lo stato garantisca diritti quali quelli alla salute, all’acqua, all’educazione e alla qualità della sicurezza sociale, in un paese profondamente iniquo.
Amnesty International ritiene che le violazioni dei diritti umani e i crimini di diritto internazionale commessi dalle forze di sicurezza non siano fatti isolati o sporadici ma, invece, costituiscano una costante del modus operandi praticato in tutto il paese principalmente dai carabineros. Il livello di coordinamento richiesto per sostenere la repressione violenta delle proteste nel corso di un mese fa ragionevolmente concludere che vi siano responsabilità ai più alti livelli per aver ordinato o aver tollerato la repressione. Ciò, naturalmente, dovrebbe essere chiarito attraverso indagini indipendenti e imparziali.
La decisione del presidente Piñera di dispiegare l’esercito nelle strade a seguito della proclamazione dello stato d’emergenza ha avuto conseguenze catastrofiche. Sia coloro che hanno deciso di affidare all’esercito il controllo delle manifestazioni con l’uso della forza letale, sia coloro che hanno sparato contro le persone che manifestavano, causando morti e feriti gravi, devono essere sottoposti a indagini e, ove vi siano prove sufficienti, essere giudicati da un tribunale indipendente e imparziale.
Durante e dopo lo stato d’emergenza i dirigenti dei carabineros, così come coloro con funzioni superiori, invece di esercitare un controllo effettivo per prevenire o reprimere la commissione di atti di violenza hanno permesso che tutto ciò continuasse col conseguente aumento delle denunce di maltrattamenti, torture e danni oculari irreversibili. La mancata prevenzione di queste azioni, quando in presenza dell’obbligo di farlo, è motivo di responsabilità individuale secondo il diritto internazionale.
Finora, Amnesty International ha documentato 23 casi di violazioni dei diritti umani nelle regioni di Valparaíso, Tarapacá, Bío-Bío, Antofagasta, Coquimbo, Maule e Araucanía e in 11 comuni della regione metropolitana di Santiago, verificatisi tra il 19 ottobre e l’11 novembre. Attraverso i suoi esperti, l’organizzazione per i diritti umani ha convalidato oltre 130 contenuti fotografici e video sull’uso non necessario ed eccessivo della forza.
Raccomandazioni preliminari di Amnesty International
Le autorità devono porre urgentemente fine alla repressione, dando precisi ordini alle forze di sicurezza affinché esercitino la massima moderazione nell’uso della forza, nel rispetto degli standard internazionali. Un messaggio particolarmente chiaro dev’essere inviato rispetto all’uso di armi potenzialmente letali, affinché non vengano mai usate come mezzo di dissuasione.
Gli organi di giustizia devono indagare sulla catena di comando nelle violazioni dei diritti umani e nei crimini di diritto internazionale commessi nel contesto della crisi dai militari o dai carabineros, come previsto dagli standard internazionali e dall’ordinamento giuridico cileno.
Le autorità devono assicurare che le legittime richieste della popolazione vengano ascoltate, avviando le riforme legislative e politiche necessarie per garantire a tutti i diritti economici, sociali, culturali e ambientali, senza discriminazione e con particolare attenzione alle persone maggiormente vulnerabili, nonché per assicurare un processo partecipativo e inclusivo verso una nuova costituzione che promuova e protegga tutti i diritti umani.
Le autorità devono intraprendere una seria riforma delle forze di polizia per far sì che diventi un’istituzione a garanzia di tutti e che esistano rigorosi meccanismi di controllo e di assunzione delle responsabilità.

Amnesty International Italia

Cile, Amnesty International ricorda al presidente Piñera i suoi obblighi in materia di diritti umani

In una lettera aperta inviata al presidente Sebastián Piñera, Amnesty International ha ricordato alle autorità del Cile i suoi obblighi in materia di diritti umani e le ha invitate ad ascoltare le richieste della popolazione e ad attuare misure concrete per darvi seguito.
Durante lo stato d’emergenza sono morte 11 persone, 37 sono state ferite a colpi d’arma da fuoco e oltre 1330 sono state arrestate.
“Invece di paragonare le manifestazioni a uno ‘stato di guerra’ e di definire coloro che protestano nemici dello stato, aumentando così il rischio che subiscano violazioni dei diritti umani, il governo del presidente Piñera dovrebbe ascoltare e prendere seriamente in considerazione le ragioni del malcontento”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.
“Criminalizzare le proteste non è la risposta. Se le autorità cilene devono prendere misure per prevenire ed evitare azioni violente, in nessuna maniera queste azioni possono essere usate come pretesto per limitare i diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica o per fare uso eccessivo della forza. La popolazione ha tutto il diritto e molte ragioni per protestare”, ha commentato Guevara-Rosas.
Amnesty International ha aperto i seguenti canali dove potranno essere inviate prove di possibili violazioni dei diritti umani: Whatsapp +52 55 62170608, e-mail: crisiamerica@amnesty.org e Twitter #EvidenciaCrisisChile.
“Il popolo cileno non è solo. Stiamo monitorando la reazione delle autorità alle proteste e i nostri analisti digitali stanno esaminando i materiali audiovisivi che possano fornire prove solide dell’uso eccessivo della forza e di altre violazioni dei diritti umani”, ha aggiunto Guevara-Rosas.
Le autorità cilene hanno l’obbligo di indagare in modo approfondito, rapido e imparziale su tutte le denunce di uso eccessivo della forza, arresti arbitrari, maltrattamenti e torture e su ogni ulteriore violazione dei diritti umani commessa durante lo stato d’emergenza, così come investigare sulle circostanze e sulle responsabilità nei casi in cui persone hanno perso la vita.

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