D’IVO. Mostra antologica di Ivo Compagnoni a Brescia

Mostra D'IVO

Verrà inaugurata domani, 5 gennaio, alle ore 17.00, a Brescia, presso la Sala SS. Filippo e Giacomo (via delle Battaglie, 61), la mostra antologica “D’IVO” dell’artista bresciano Ivo Compagnoni. Una vasta selezione di opere che tratteggiano i quarant’anni di attività pittorica del nostro.

Giusto nel 1974, infatti, Ivo inizia ad affacciarsi sul mondo dell’arte, della pittura, curiosando tra stili e generi. Abbiamo gli inizi figurativi, quasi poi impressionisti, ma soprattutto divisionisti; c’è il figurativo che pare avvolto nella nebbia e la limpidezza dei casolari e dei paesaggi, c’è l’ammissione sempre del proprio essere autodidatta anche nella ricerca più matura, avanzata, provata e riprovata nello scegliere supporti e temi che scaturissero dall’anima e non dalla volontà di farsi un nome. E come una persona colta e appassionata, l’autodidatta è diventato padrone della materia, in senso stretto e figurato: delle tecniche e anche dei supporti, dei pennelli e dei colori. I suoi quadri si animano di pezzetti di stoffa, di specchio, di giornali; fino alle ultime bellissime opere che ospitano nidi di vespe e calabroni. E fino alla scultura in cui la materia si anima di tocchi di polistirolo e fibre metalliche per realizzare la tridimensionalità, quasi l’artista volesse guardare i suoi quadri in 3D o 4 D addirittura. Ivo Compagnoni, così, nella sua spontaneità che è la ricchezza più grande che potrebbe regalarci, non diventa “maestro”, non diventa “genio creativo”, ma resta colui che è, ammirato dalla natura che interpreta lasciandosi interpretare. La sua arte sgorga dal profondo e diventa una miriade di colori.

Questo, infatti, è il più grande merito di Ivo: l’uso del colore che si mescola, che sgorga, che ripiega, che nasce e che si espande, ma che sempre ha qualcosa da dire. Campeggia all’inizio del percorso un quadro di Borgonato con un grappolo di uva, perché tra le sue tele abbiamo anche molte dediche ai vigneti, per poi passare all’acqua, agli alberi, ai girasoli, e a molto altro ancora che il visitatore potrà trovare nella libertà assoluta di interpretare l’opera come la vuole vedere, come vuole che sia.

Tra i colori di questo grande artista bresciano, sono state poste le poesie di “Versi Distillati 7″, concorso letterario organizzato dall’Associazione Sidus e dall’associazione A.D.I.D. Delegazione di Brescia, proprio per la rilevanza che prende l’arte accostata. Sapere leggere tra le pagine e tra le tele non è facile, infatti, e la completezza dell’opera si vede dalla capacità del suo creatore di mettersi a confronto e di trovare ispirazione. Nell’ambito della mostra, poi, la settimana prossima, verrà organizzata la cerimonia di premiazione del concorso, giunto alla settima edizione.

L’inaugurazione della mostra avverrà in presenza dell’artista e dei curatori Alessia Biasiolo e Renato Hagman. La mostra si avvale del patrocinio del Comune di Brescia e dell’egida dell’Associazione Sidus.

A.B.

Francesco Clemente: Frontiera di Immagini

La mostra nasce all’interno di un articolato progetto espositivo in progress dal titolo La Transavanguardia italiana, ideato da Achille Bonito Oliva in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia e inaugurato nel 2011 dalla mostra collettiva omonima apertasi in Palazzo Reale a Milano sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Tra il 2011 e il 2012 il progetto ha coinvolto le maggiori istituzioni museali della Penisola in una serie di giornate di studio, cui hanno preso parte filosofi, critici e storici dell’arte, per poi articolarsi in 5 esposizioni personali dedicate ai protagonisti storici della Transavanguardia: Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, Mimmo Paladino, tese a ripercorrere l’evoluzione nel tempo e gli esiti ultimi delle loro diverse personalità artistiche.

La personale di Francesco Clemente a Palermo è la penultima tappa di questo progetto espositivo. Curata da Achille Bonito Oliva, promossa dalla Provincia Regionale di Palermo e prodotta in collaborazione con Civita, essa offre l’occasione di ospitare, per la prima volta in Sicilia, l’opera di uno degli artisti italiani più noti e apprezzati a livello internazionale.

Nei prestigiosi saloni di Palazzo sant’Elia – sede della Fondazione Sant’Elia – la mostra raccoglie, fino al 2 marzo 2014, una sessantina di opere rappresentative dei temi, delle scelte iconografiche e delle problematiche linguistiche, con le quali l’artista si è confrontato dalla metà degli anni 80 a oggi e, in particolare, negli ultimi 20 anni di attività segnati dall’importante retrospettiva organizzata dal Salomon R. Guggenheim Museum di New York e Bilbao nel 1999-2000, che ha ratificato la fama e il riconoscimento internazionali raggiunti dall’artista, facendo di lui uno dei maggiori rappresentanti della cultura e del talento italiani nel mondo.

Il percorso espositivo segue la riflessione dell’artista e il suo procedere per cicli successivi di lavoro, nei quali i lunghi soggiorni in India e i viaggi in Europa, nei Caraibi, Egitto, Sud America, Giamaica danno vita a un vocabolario costantemente in divenire. Un grande laboratorio di ideogrammi ed emblemi apotropaici, in cui gli opposti convivono, di simbologie e associazioni spesso messe in scena dall’artista attraverso il proprio autoritratto, che dalla fine degli anni 70 costituisce la cifra della sua poetica.

Tra le opere presenti in mostra: il trittico Crown (1988, MAXXI-Museo delle arti del XXI secolo, Roma), che richiama la corona di spine, simbolo della passione di Cristo; Place of Power I (1989, Madre-Museo d’Arte contemporanea Donna Regina, Napoli), ispirato alle camere funerarie della Valle dei Re visitate dall’artista a fine 1986; i quadri della serie Tandoori Satori (2003-2004), che coniugano il Buddismo Zen e la cucina dell’Asia meridionale con le stilizzazioni underground della New York anni ottanta segnata dalla pittura di Keith Haring.

Nato a Napoli nel 1952 e attivo tra l’Italia, New York e Madras, Francesco Clemente incentra il proprio lavoro sulla citazione di elementi iconografici di paesi lontani  sottoposti a variazioni e innesti con immagini e simboli della tradizione mediterranea, della cultura classica e di quella contemporanea dei mass media. Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo, civiltà antiche e pensiero moderno si mescolano e si confondo nelle opere dell’artista all’interno di una ricerca che molto condivide con la storia e l’identità culturale stessa della Sicilia, formatasi attraverso conquiste, invasioni e il confronto stringente tra popoli e civiltà diversi per provenienza, etnia, tradizioni e religione. Clemente è membro dell’American Academy of Arts and Letters. Nel 2012 il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, nomina l’artista e gli altri rappresentanti della Transavanguardia Cavalieri della Repubblica e Achille Bonito Oliva Grande Ufficiale per meriti artistici.

Il catalogo, edito da Giampaolo Prearo, Milano, e concepito da Francesco Clemente in collaborazione con lo studio grafico londinese Inventory Studio, è corredato dai saggi critici di Achille Bonito Oliva e Francesco Gallo Mazzeo.

La mostra è finanziata con fondi del Programma operativo F.E.S.R.

 “Francesco Clemente: Frontiera di Immagini”, Palermo, Palazzo Sant’Elia

Via Maqueda, 81. Fino al 2 marzo 2014, dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 13.30 e dalle 16.00 alle 19.30.

Chiuso il lunedì.

Biglietto intero:  € 5,00; ridotto € 4,00 (universitari e over 65); € 2 scolaresche (utenza sino a 18 anni). Gratuità sotto i 12 anni.

Articolo di Antonio Gerbino e Rosanna Piscione

 

L’Ordine e la Luce: a Palazzo Te tornano gli dei

Leggere un monumento straordinario come Palazzo Te o la basilica di S. Andrea a Mantova, cercando i fili che li legano all’intera storia dell’architettura occidentale: questo l’ambizioso e affascinante obiettivo della mostra “L’ordine e la luce. Un viaggio virtuale nell’evoluzione degli spazi interni nella storia dell’architettura: dai greci al Rinascimento”, organizzata dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te per iniziativa del comitato scientifico presieduto da Sylvia Ferino, con il contributo di Regione Lombardia e il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, del Comune di Mantova, del Museo Civico di Palazzo Te, del Politecnico di Milano, Polo territoriale di Mantova (con il Laboratorio di Ricerca Mantova, He.Su.Tech – Heritage Surveying Technology group), di LAC e dell’Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Mantova.

Un’ambizione che potrebbe apparire fin troppo grande, come infatti apparve molti anni fa anche a Raffaello Sanzio, che nel 1514 così scriveva a Baldassarre Castiglione: “ma io mi levo col
pensiero più alto. Vorrei trovar le belle forme degli edifici antichi, né so se il volo sarà d’Icaro…”

Curata da Stefano Borghini e Raffaele Carlani, con il progetto multimediale di KatatexiLux e la consulenza scientifica di Alessandro Viscogliosi, la mostra, va subito premesso, è un “mai visto” nella tradizione delle esposizioni in tema di architettura. Qui le nuove tecnologie trasformano un’analisi storica tanto interessante quanto ”distante” per il grande pubblico, in uno spettacolo multimediale in grado di “immergere” il visitatore dentro monumenti che appartengono all’immaginario comune, offrendo la sensazione di muoversi all’interno di essi, con il semplice spostamento del corpo.

Attraverso un innovativo sistema di motion sensing input device sarà possibile navigare all’interno di queste architetture proiettate in scala 1:1 su grandi superfici, senza l’ausilio di strumenti quali mouse, tastiere o dispositivi touchscreen. Mediante il movimento del corpo, si avrà la sensazione di abitare gli ambienti di questi spazi virtuali, riuscendo così a percepirne non solo gli aspetti dimensionali, ma anche ad apprezzare le raffinate soluzioni estetiche che architetti e artisti furono in grado di realizzare nell’antichità. Tutto ciò per capire come si è evoluta la modulazione e la realizzazione degli spazi interni a partire dalle imponenti architetture antiche, per giungere a quella che fu la loro riproposizione ed esaltazione con il Rinascimento.

Proprio dal modello greco prenderà le mosse la prima sezione della mostra, che invita ad entrare negli spazi del Partenone per poi proseguire nel Tempio di Apollo Epicurio a Bassae e, ancora, nel Tempio di Apollo Sosiano a Roma. Queste tre gemme dell’architettura classica si lasceranno percorrere e riscoprire come se il tempo non fosse mai trascorso, nella loro bellezza primigenia di edifici ideati e creati più per gli dei che per gli uomini.
Dal modello architettonico greco si passerà poi a quello romano, nella seconda sezione, che schiuderà le meraviglie degli interni della Domus Aurea e delle Terme di Traiano, tra i massimi esempi della maturità dell’architettura imperiale. Anche qui, il viaggio in 3D mostrerà la bellezza abbacinante degli spazi e decori di due capolavori romani, che, rispetto ai precedenti di origine greca mostrano di essere concepiti pienamente a misura d’uomo.
Infine, nella terza e ultima sezione, ad essere svelato sarà proprio il legame stretto tra Mantova e l’antico, attraverso materiali e documenti didascalici che mostreranno la stretta derivazione di gioielli come Palazzo Te e la basilica di S. Andrea, tra i massimi esempi rinascimentali, dal modello antico esaminato nelle precedenti sezioni dell’esposizione e restituito alla sua, se pur virtuale, integrità e splendore.

La mostra e i contenuti proposti all’interagire dei visitatori non sono riducibili a puro e semplice spettacolo, ma rappresentano un’esperienza ricca di precisi contenuti e spunti per nuove riflessioni in campo artistico, scientifico e progettuale. Ogni immagine e ogni sensazione da essa generata trova ragione e origine in approfondite ricerche storiche sulle fonti antiche e sulle più autorevoli, successive interpretazioni.

Ma ciò che ancor più va sottolineato è il grandissimo potenziale di queste strumentazioni e tecniche multimediali nell’ottica di uno studio approfondito rivolto all’eterna bellezza di architetture che il tempo e altri fattori hanno gravemente compromesso, restituendoli alla contemporaneità, se pur nella loro intramontabile suggestione, sotto forma di rovine.

Articolo di S. E.

Nomachi. Le vie del sacro

A Roma, al Centro di Produzione Culturale “La Pelanda” (Piazza Orazio Giustiniani, 4), fino al 4 maggio 2014, sarà visitabile la mostra “Nomachi. Le vie del sacro”, la più grande mostra antologica di Kazuyoshi Nomachi e la sua prima assoluta in Occidente. Con circa 200 scatti, il percorso espositivo articolato in sette sezioni ricostruisce il viaggio di una vita attraverso la sacralità dell’esistenza quotidiana, un’esperienza vissuta dall’artista in terre tra loro lontanissime, ma accumunate da quella spiritualità che dà un ritmo e un senso alle condizioni di vita più dure.

Kazuyoshi Nomachi è sempre stato un fotografo documentarista, sin dal suo primo viaggio nel Sahara quando aveva venticinque anni. In Africa è rimasto affascinato dai grandi spazi e dalla forza della gente che vive in ambienti così difficili. Per oltre 40 anni, intorno al tema “della preghiera della ricerca del sacro”, ha rivolto la sua attenzione alle più diverse culture tradizionali che sono l’espressione di popoli che abitano nelle terre più aspre, ai quattro angoli del mondo. Nomachi ha saputo cogliere la spiritualità che percorre quei paesaggi di unica e straordinaria bellezza, dove i ritratti e le figure umane assumono una dignità assoluta e si fondono con il contesto in composizioni quasi pittoriche, dominate da una luce abbagliante, reale e trascendentale al tempo stesso.

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I pellegrini partecipano alla funzione della Notte del Destino (Laylat al-Qadr), il 27° giorno del Ramadàn. La celebrazione commemora la rivelazione del Corano al Profeta. La Mecca, Arabia Saudita 1995

Nomachi nasce in Giappone nel 1946 a Mihara, un villaggio nel Distretto di Hata, Prefettura di Kochi. Studia alla Kochi Technical High School e inizia a scattare fotografie fin dall’adolescenza. Nel 1969 studia fotografia con Takashi Kijima. Nel 1971 inizia la sua carriera come fotografo pubblicitario free-lance e l’anno successivo compie il suo primo viaggio nel Sahara,

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Un ragazzo attraversa una valle di dune Kerzaz, Algeria, 1972

dove rimane colpito dalle dure condizioni di vita degli abitanti di un ambiente così ostile. Decide a quel punto di dedicarsi al foto-giornalismo. Quasi a fare da contrappunto alla sua lunga esperienza nel riarso deserto matura in lui l’ispirazione del Nilo come tema, “Il Nilo, perenne flusso d’acqua che mai si prosciuga scorrendo nell’arido Sahara”. È questo concetto che dal 1980 guida la sua ricerca lungo il Nilo Bianco, dal delta fino alla fonte in un ghiacciaio dell’Uganda, poi lungo il Nilo Blu fino alla sorgente negli altopiani dell’Etiopia. Strada facendo, egli cattura nei suoi scatti la forza dell’ambiente e della gente di questa vasta regione dell’Africa. Dal 1988 rivolge la sua attenzione all’Asia. Mentre esplora le aree occidentali della Cina, viene attratto dalle popolazioni che vivono nelle estreme altitudini del Tibet

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e dal Buddismo. Questo incontro lo porta, fra il 2004 e il 2008, a visitare quasi l’intera area di cultura tibetana, spingendosi poi alla scoperta delle origini nelle terre del sacro Gange, dove nacque l’Induismo. Dal 1995 al 2000 Nomachi accede alle più sacre città dell’Islam e viaggia per cinque anni in Arabia Saudita, avendo l’opportunità di fotografare il grande pellegrinaggio annuale alla Mecca e a Medina.

È stato così il primo a documentare in modo così ampio e approfondito il prodigioso pellegrinaggio di oltre 2 milioni di musulmani verso la loro città santa, la Mecca. Dal 2002 visita anche gli altopiani delle Ande, il Perù e la Bolivia, per indagare l’intreccio fra cattolicesimo e civiltà Inca, ricerca che prosegue a tutt’oggi.

Raccolte in 12 grandi edizioni antologiche, le sue fotografie sono pubblicate in tutto il mondo e appaiono nelle principali riviste di fotografia, come The National  Geographic, Stern e GEO. I lavori realizzati nel Sahara, lungo il Nilo, in Etiopia, in Tibet e in Arabia, hanno suscitato negli anni una grande ammirazione, anche nei paesi occidentali e hanno vinto numerosi premi, tra cui l’Annual Award of the Photographic Society del Giappone nel 1990 e nel 1997 e, nel 2009, la Medal of Honor with Purple Ribbon (riconoscimento del governo giapponese per meriti accademici o artistici).

Nel 2005 i suoi 30 anni di attività vengono presentati  in una grande mostra dal titolo Il pellegrinaggio del fotografo, un viaggio attraverso le “preghiere” che l’obiettivo di Nomachi ha raccolto in ogni parte del mondo.

La mostra è resa possibile dall’accordo sottoscritto da Civita con l’artista per l’organizzazione di eventi espositivi in Italia e in Europa. Nella prima sede a Roma, un sorprendente allestimento, progettato da Peter Bottazzi per gli spazi espositivi della Pelanda, propone ai visitatori un percorso affascinante e coinvolgente. Titta Buongiorno con Volume ha progettato le luci. Canon ha curato tutte le stampe, garantendo una straordinaria qualità delle riproduzioni. Il catalogo è pubblicato da National Geographic Italia.

La mostra è promossa dall’Assessorato alla Cultura, Creatività e Promozione Artistica di Roma Capitale, dal MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma e da Civita, con il sostegno di Canon e con la collaborazione di Crevis e della Fondazione Italia Giappone.

 Nomachi. Le vie del sacro

La Pelanda – Centro di Produzione Culturale, Roma, Piazza Orazio Giustiniani, 4; da martedì a venerdì dalle 16,00 alle 22,00; sabato e domenica dalle 11,00 alle 22,00 (l’ingresso è consentito fino alle ore 21.00); chiuso il lunedì, 24, 25, 31 dicembre 2013 e 1 gennaio, 1° maggio 2014.

Biglietti: intero € 10,00, ridotto € 8,00 per minori di 18 e maggiori di 65 anni, gruppi di oltre 15 persone, universitari con tesserino e titolari di apposite convenzioni; ridotto speciale € 4,00 per gruppi di studenti delle scuole elementari, medie e superiori; gratuito per minori di 6 anni, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti con tesserino, disabili con un accompagnatore.

Articolo di Barbara Izzo e Arianna Diana

 

 

Una storia americana. Gordon Parks a Palazzo Incontro

È stata inaugurata il 5 dicembre a Palazzo Incontro, a Roma, la mostra dedicata a Gordon Parks, un progetto realizzato dalla Gordon Parks Foundatione di New York, in collaborazione con la Fondazione Formia per la Fotografia, promosso salla Provincia di Roma e dalla Regione Lazio. Gordon Parks è un narratore unico dell’America, in grado con il suo apparecchio fotografico e la sua capacità di comprendere e scavare dentro le pieghe della società, rivelare le ingiustizie e i soprusi, portare alla luce la storia di chi non aveva voce per gridare la propria storia. Tra i fotografi più importanti del ventesimo secolo, dagli anni Quaranta fino alla sua morte, nel 2006, Parks ha raccontato al mondo, soprattutto attraverso le pagine della rivista Life, la difficoltà di esser nero in un mondo di bianchi, la segregazione, la povertà, i pregiudizi, ma anche i grandi interpreti del ventesimo secolo, il mondo della moda e perfino le grandi personalità del mondo in pieno cambiamento, come Malcom X, Muhammed Ali e Martin Luther King.

La mostra a cura di Alessandra Mauro, è accompagnata da un volume edito da Contrasto e resterà aperta sino al 16 febbraio 2014.

L’esposizione è anche l’occasione per festeggiare i 3 anni dall’apertura di Palazzo Incontro che, voluto con determinazione dal Presidente Nicola Zingaretti, rappresenta il luogo dove il Progetto ABC Arte Bellezza e Cultura, ideato dalla Provincia di Roma e da Civita, ha avuto la sua consacrazione. Oggi il Palazzo è diventato un luogo di tendenza che ha ampliato, qualificandola, l’offerta culturale della Capitale rispondendo alle sollecitazioni e alle aspettative di un pubblico singolare, curioso, attento, esigente, giovane e per nulla usuale per consumi e fruizione di eventi.

Articolo di Barbara Izzo

Paesaggi lontani e meravigliosi

Un paese favoloso era la Russia immaginata dal resto d’Europa nel corso dell’Ottocento. L’infinita distanza, i territori sconfinati, il clima estremo delle pianure ghiacciate e delle notti senza tramonto, i molti popoli dai costumi sconosciuti ne facevano un miraggio, tinteggiato dalle  suggestioni dell’Oriente. Meta avventurosa di un Grand Tour per pochi eletti, era per i più un nebuloso mistero. In una cultura come la nostra, in cui le immagini virtuali raggiungono tutti e largamente sostituiscono la realtà, è difficile comprendere come, nel corso di una storia millenaria, sia stato impossibile alla  maggior parte delle persone non solo costruirsi una visione sufficientemente credibile di luoghi lontani, ma anche semplicemente di sognarli.

Fu dunque un fenomeno di portata straordinaria quello costituito dalla circolazione delle immagini a stampa, la cui vasta produzione travolse a partire dal Settecento la civiltà occidentale, raggiungendo ampi strati della popolazione, per la quale divenne il maggior veicolo di conoscenza e il più accessibile strumento di meraviglia.

Lo capì perfettamente Giuseppe Daziaro, commerciante trentino originario della valle del Tesino, che si trasferì in Russia alla fine degli anni Venti dell’Ottocento, aprendo grandi negozi di stampe a Mosca e a San Pietroburgo. Attorno al 1840 divenne editore e iniziò a produrre decine di immagini per illustrare l’impero del nord, con la moderna tecnica della litografia, seducente ed economico sostituto della pittura. I fastosi palazzi dello zar, i giardini, i viali maestosi e le immense piazze, ma anche le usanze dei molti popoli del grande paese, ritratti fra satira e realtà, furono diffusi in tutta Europa,  incontrando i desideri di un vastissimo pubblico.

Proprio da Mosca, dal prestigioso Museo Puškin , giunge ora in Italia un prezioso  gruppo di stampe, dai soggetti affascinanti e curiosi, facendo a ritroso la strada un tempo percorsa  dalla caparbia e intraprendente famiglia Daziaro, tanto avventurosa quanto legata alla sua terra d’origine.

La mostra “Paesaggi  lontani  e  meravigliosi”, organizzata dal museo del Castello del Buonconsiglio in collaborazione con il museo russo e con il Centro Tesino di Cultura, illustra così una singolare pagina di storia, esponendo una selezione delle immagini che contribuirono a diffondere la conoscenza di un mondo irraggiungibile.

La mostra si svolge nelle sale espositive del terzo piano di Castelvecchio, la parte più antica del Castello del Buonconsiglio, e comprende oltre cento stampe di particolare interesse, scelte tra quelle presenti nel museo Puskin di Mosca e nelle collezioni del Buonconsiglio. Si tratta di vedute delle principali città dell’impero zarista, affiancate da un interessante nucleo di illustrazioni di costumi russi, che, da un mondo ancora irraggiungibile e misterioso, posto al confine tra l’Europa e l’Oriente, portarono in Occidente, alla metà dell’Ottocento,  immagini nitide e seducenti, che univano la certezza della veduta prospettica al fascino di architetture ed usanze sconosciute.

Paesaggi  lontani  e  meravigliosi. L’antica  Russia nelle stampe tesine del Museo Puškin  di Mosca.

Trento, Castello del Buonconsiglio, dal 20 dicembre 2013 al 4 maggio 2014.

Articolo de Castello del Buonconsiglio

 

Il Cibo Immaginario. 1950- 1970 Pubblicità e immagini dell’Italia a tavola

Il Cibo Immaginario. 1950- 1970 Pubblicità e   immagini dell’Italia a tavola, mostra ideata e curata da Marco Panella, prodotta da Artix in collaborazione con Coca-Cola Italia, Gruppo   Cremonini e Montana,   racconta venti anni di vita e costume italiani attraverso iconografia, stili   e linguaggi della pubblicità del cibo e dei riti del mangiare.

Oltre 300   immagini rendono fruibile, per la prima volta al grande pubblico, un percorso   ragionato che recupera un giacimento culturale che ha segnato la modernità   italiana; immagini da osservare una ad una, cogliendone l’evoluzione dei   paradigmi di comunicazione e, soprattutto, la portata evocativa ed   emozionale; una storia visiva suggestiva, nella quale rintracciare i segni   del cambiamento di un’Italia che corre veloce dalla Ricostruzione fino   all’Austerity e che, nel cibo e nei modi del mangiare, trova un media   fortissimo e misura il suo affrancamento sociale.

“Il punto di osservazione scelto per il racconto de Il Cibo Immaginario”,   dichiara Marco Panella “è quello della   memoria e del linguaggio estetico delle pubblicità del cibo che hanno sorriso   agli italiani dalle pagine dei rotocalchi, testate con milioni di copie   vendute a settimana e che offrivano ai lettori una straordinaria sintesi tra   informazione e lettura popolare d’evasione. Da quelle pagine, le pubblicità   del cibo precorrevano i tempi, ne esaltavano le tendenze, alimentavano un   sistema di ambizione e di rincorsa sociale e, viste oggi, a distanza di   decenni, ci restituiscono intatta l’immagine di una Nazione che aveva fiducia   in se stessa e che, pur con tutti i suoi tratti d’ingenuità, era in cammino   verso la modernità”.

Il   linguaggio espositivo de Il Cibo   Immaginario è quello dei materiali cartacei sopravvissuti e   recuperati dalla dispersione, cercati e trovati nelle case e nelle cantine,   nei mercatini del piccolo modernariato e sui siti di aste telematiche,   materiale povero e al tempo stesso ricco di vita vissuta: riviste, dalle   quali sono state tratte le inserzioni pubblicitarie, e poi depliant,   cataloghi premio, agende per la casa, calendari, locandine, cartoline   illustrate, fotografie, figurine, fumetti e, a completamento della memoria   cartacea, una selezione di piccole latte pubblicitarie, oggetti ed utensili   promozionali di quando la parola gadget non era ancora entrata nell’uso   quotidiano.

L’impianto   culturale della mostra ha raccolto le immagini in dodici grandi temi:   dall’Italia che cambia il suo paesaggio domestico con nuove forme, oggetti e   colori all’Italia dei baby boomer, dall’Italia del tempo libero all’Italia   degli intenditori, dall’Italia che sogna con i concorsi a premio all’Italia   che scopre il risparmio e le offerte speciali, dall’Italia che seduce   all’Italia in famiglia.
In ultimo, a fine percorso, 28 fotografie restituiscono l’immagine dal vivo   di com’era l’Italia alla quale quelle pubblicità parlavano e che, anche   attraverso quelle pubblicità, sognava il suo futuro.

“Dal punto di vista pubblicitario, venti anni significano una produzione   iconografica sterminata e l’evoluzione di stili completamente diversi. La   scelta finale delle immagini è stata faticosa e spesso cambiata sino   all’ultimo minuto utile, facendo prevalere a volte la logica ed altre la   passione” continua Marco Panella   “e il tempo passato a cercarle ed a sceglierle è stato un tempo scandito   dall’incontro con la creatività degli illustratori, dei grafici, dei   pubblicitari che hanno saputo inventare linguaggi e suscitare emozioni.   Grandi firme alcuni, meno noti altri e sconosciuti altri ancora, tutti, però,   veri artisti dell’immaginario ai quali va indistintamente il tributo di   questo lavoro, che ha la pretesa di raccontare un po’ d’Italia e l’ambizione   di far sorridere”.
Un lavoro che è stato accolto, recepito e sostenuto da due protagonisti   dell’immaginario del cibo, Coca-Cola   Italia e il Gruppo Cremonini.

“Coca-Cola è un’azienda internazionale fortemente radicata sul territorio   italiano, e per questo siamo orgogliosi di partecipare al progetto di Cibo   Immaginario” dichiara Vittorio Cino, Direttore Comunicazione e   Relazioni Istituzionali di Coca-Cola Italia “Attraverso le   pubblicità, questa mostra celebra due decenni di storia e di valori del   nostro bellissimo Paese. Anni di grande fermento, di cambiamenti sociali e di   fiducia nel futuro, che Coca-Cola ha accompagnato con i valori positivi che   da sempre contraddistinguono la marca. Siamo una delle più grandi aziende al   mondo, e siamo consapevoli del ruolo che possiamo e dobbiamo ricoprire nelle   comunità nelle quali operiamo. Per questo, oggi come allora, con le nostre   pubblicità e tutte le nostre azioni, desideriamo condividere la nostra   visione del mondo, promuovendo un cambiamento positivo nelle persone”.

“Il marchio Montana è stato un protagonista assoluto nella storia della   comunicazione d’impresa in Italia” dichiara Luigi Scordamaglia, Amministratore Delegato In.al.ca (Gruppo Cremonini)   “dalle iniziali campagne alla fine degli anni ’50, al primo spot tv curato   da Paul Campani, fino alla nascita del “Gringo”, nel 1966, un   personaggio entrato profondamente nell’immaginario collettivo, al punto da   tornare protagonista anche nelle campagne pubblicitarie più recenti. Per   questo riteniamo che la mostra sul “Cibo immaginario”, oltre ad   avere un forte significato storico, offre alle aziende nuovi spunti e   incoraggiamenti creativi per portare oggi le eccellenze alimentari italiane   nel mondo in un mercato che è diventato globale”.

La mostra è aperta fino al 6 gennaio 2014 presso il Palazzo delle   Esposizione di Roma.

Elisabetta   Castiglioni

 

 

Giorgio Vasari e l’Allegoria della Pazienza

La Galleria Palatina di Palazzo Pitti, a Firenze, organizza una mostra incentrata su uno dei più significativi dipinti delle collezioni medicee, lAllegoria della Pazienza, oggi conservata nella Sala di Prometeo, ed appartenuta al cardinale Leopoldo de’ Medici.

L’opera, assegnata al Parmigianino negli inventari di Palazzo Pitti, catalogata nelle prime guide del museo sotto il nome di Francesco Salviati, attribuita poi a Girolamo Siciolante da Federico Zeri ed oggi riconosciuta come frutto di collaborazione tra Giorgio Vasari e lo spagnolo Gaspar Becerra, ha una storia collezionistica complessa, che coinvolge alcuni importanti personaggi legati alla corte di Cosimo I e allo stesso Giorgio Vasari.

Fu infatti Bernardetto Minerbetti, vescovo di Arezzo e ambasciatore di Cosimo I, nonché fine uomo di lettere, patrono dell’Accademia degli Umidi, a chiedere all’aretino, poco dopo il 1550, un dipinto che rappresentasse in modo nuovo ed emblematico la virtù principale del suo carattere, ovvero l’arte della Pazienza. Vasari accetterà, proponendo al suo committente un’invenzione ispirata alla statuaria antica, arricchita da un raffinato repertorio simbolico allusivo al tempo e alla vita umana. E così prende corpo l’invenzione di una giovane donna avvinta da una catena ad una roccia, attende pazientemente che dal vaso ad acqua sgorghino le gocce necessarie a corrodere la pietra restituendole la libertà.  Questa immagine, erudita e coltissima, avrebbe raccolto un grande successo ben oltre i confini di Firenze, giungendo ben presto alla corte ferrarese di Ercole II d’Este, che non esitò a ricavarne la sua ‘impresa’. A pochi anni dal dipinto per Minerbetti,  il duca Ercole II d’Este commissionò  infatti una nuova  versione della Pazienza  a Camillo Filippi, per destinarla alla cosiddetta “Camera della Pazienza”, nella torre di Santa Caterina del castello ferrarese. Il duca fece introdurre la stessa personificazione anche nel verso di una celebre  medaglia coniata da Pompeo Leoni nel 1554, sul basamento di un  suo busto scolpito da Prospero Sogari Spani e in una serie di monete coniate dalla zecca di Ferrara.

Ma perché l’invenzione vasariana ebbe tanto successo? E perché la virtù della Pazienza era considerata così importante nell’arte e nella letteratura del pieno Rinascimento?

La mostra, a cura di Anna Bisceglia così come il catalogo edito sa Sillabe, indaga su questi aspetti seguendo il filo delle committenze, le fonti letterarie, i percorsi degli artisti, sullo sfondo complesso e affascinante dell’Italia delle corti. Accanto all’Allegoria della Pazienza figura la versione dello stesso tema eseguita da Camillo Filippi e conservata presso la Galleria Estense di Mantova (1554 ca), da cui proviene anche il busto di Ercole II scolpito da Prospero Sugari (1556 ca), sul cui basamento è effigiata la stessa virtù, e le medaglie di Pompeo Leoni sempre per il Duca (Firenze, Bargello, 1558 ca). Accanto a queste, ad illustrare il motivo iconografico nella sua complessa genesi, è prevista una grande tavola proveniente dall’Accademia di Venezia. Essa è parte di un soffitto a scomparti lignei eseguiti per la famiglia Corner nel 1542; inoltre la  piccola  tavoletta degli Uffizi, nota erroneamente come Artemisia che piange Mausolo,  ma che deve riconoscersi invece come una Pazienza, alcuni disegni e incisioni del Gabinetto Disegni e stampe di Firenze e del Cabinet del Dessins du Louvre.

“Giorgio Vasari e l’Allegoria della Pazienza”, Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Firenze, fino al 5 gennaio 2014.

Articolo di Barbara Rizzo

 

 

La Galassia di Arp

Frutto di una collaborazione con la Città di Locarno, l’esposizione, a cura di Rudy Chiappini e Lorenzo Giusti che si terrà al MAR di Nuoro fino al prossimo 16 febbraio, ricostruisce la complessa rete di rapporti intrattenuta dall’artista franco-svizzero con alcuni tra i maggiori protagonisti dell’avanguardia europea attraverso la presentazione di un gruppo significativo di opere provenienti in massima parte dalla collezione della Città di Locarno, ma anche dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, dalle collezioni di Intesa Sanpaolo e da altre raccolte private.

In mostra, insieme a un’importante serie di sculture, bassorilievi, arazzi e carte di Jean Arp (Strasburgo 1887-Basilea 1966), vengono presentati lavori significativi di grandi autori del primo e secondo Novecento, tra cui Alexander Calder, Max Ernst, Paul Klee, André Masson, Meret Oppenheim, Francis Picabia, Kurt Schwitters e ancora Josef Albers, Julius Bissier, Sonia Delaunay, Theo Van Doesburg, Piero Dorazio, Viking Eggeling, Fritz Glarner, Richard Huelsenbeck, Johannes Itten, Marcel Janco, Richard Paul Lohse, Alberto Magnelli, Sebastián Matta, Aurélie Nemour, Hans Richter, Arthur Segal, Italo Valenti, Victor Vasarely.

Nell’importante mostra al MAN vengono riunite alcune tra le più celebri sculture di Arp, come Hurlou, Pas encore de titre, Feuille-miroir e Torse-amphore realizzate tra l’inizio degli anni Cinquanta e la metà dei Sessanta, rappresentative della sua singolare attitudine alla creazione di forme organiche, insieme a dodici straordinari rilievi, realizzati da Arp nel periodo della piena maturità creativa, due arazzi e una serie di collage e découpage di grandi dimensioni.

Una seconda sezione ospita, invece, i lavori del gruppo di artisti che con Arp hanno condiviso, oltre che un sentimento di amicizia, una parte significativa del loro percorso creativo. Tra questi Paul Klee, uno dei più noti artisti del XX secolo, sperimentatore delle possibilità espressive della linea come elemento figurativo indipendente; Max Ernst, esponente di punta del Surrealismo, autore di immagini in cui figurazione e astrazione convivono; Alexander Calder, autore dei famosi mobiles, sculture astratte sospese, mosse dalle correnti d’aria, influenzate dal linguaggio di Arp. In mostra anche opere di Theo Van Doesburg, in rappresentanza della corrente neoplastica, Sonia Delaunay, pittrice ucraina, moglie di Robert Delaunay, che affiancò il marito nella ricerca pittorica del simultaneismo, Alberto Magnelli, che tra il 1939 e il 1944, in stretto contatto con i coniugi Arp e Delaunay, sperimentò nuove forme espressive in linea con le ricerche del gruppo Abstraction-Création, e ancora Meret Oppenheim, pittrice e scultrice svizzera, autrice di sorprendenti oggetti di ispirazione surrealista, e Victor Vasarely, pittore e grafico, di origine ungherese, prima in contatto con il gruppo Abstraction-Création e quindi fondatore del movimento “optical.

Nata nel 1965 grazie a una donazione dei coniugi Jean e Marguerite Arp, la collezione della Città di Locarno contava originariamente sei sculture e venti rilievi dello stesso Arp, oltre a un cospicuo numero di opere di altri artisti che di Jean e Marguerite erano stati amici: Sophie Taeuber, prima moglie dell’artista, Theo Van Doesburg, Marcel Janco, Wilfredo Arcay, Alexander Calder, Richard Mortensen, Antoin Poncet, Lajos Kassak, Günther Fruhtrunk, Arthur Segal e Victor Vasarely. A questo primo nucleo di opere se ne sono in seguito aggiunte altre che hanno contribuito a definire il profilo attuale della collezione, che oggi comprende autori di primo piano nella storia dell’arte europea del ventesimo secolo. Pur essendosi costituita in maniera spontanea, senza un preciso piano di sviluppo, la Collezione Arp di Locarno ha assunto nel tempo una fisionomia definita, sviluppata principalmente nel campo dell’astrazione, che oggi permette di vedere rappresentata una parte importante della storia dell’avanguardia europea.

Nato a Strasburgo da madre alsaziana e padre tedesco, Arp usò per tutta la vita due nomi: quello tedesco (Hans) e quello francese (Jean). Noto per il contributo giovanile ai movimenti del Dadaismo – di cui fu tra i fondatori a Zurigo e a Colonia – e del Surrealismo, Arp deve la sua fama all’elaborazione di un linguaggio astratto originale, di matrice organica e naturale, rivolto all’individuazione di un principio creativo e primigenio della forma.

Un’attitudine che l’artista sviluppò nel corso degli anni Trenta, con la partecipazione ai movimenti astrattisti Cercle et Carré e Abstraction-Création, e successivamente, nella maniera caratteristica che lo ha reso noto in tutto il mondo occidentale, tra l’immediato dopoguerra e la metà degli anni Sessanta.
Completa la mostra un catalogo pubblicato da Silvana Editoriale con una presentazione di Lorenzo Giusti, direttore del Museo MAN.

MAN_Museo d’arte Provincia di Nuoro, Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro

Articolo di S. E.

 

Melotti guarda Melotti

Il Museo Marino Marini presenta sabato 30 novembre 2013, alle ore 19.00, “Melotti guarda Melotti”, un progetto che mette a confronto il ritratto di Fausto Melotti eseguito da Marino Marini del 1937, nella sua versione in cera, della collezione del museo fiorentino, e Teorema del 1971 di Fausto Melotti, una delle sue opere più leggere e trapunte d’aria, come scrive Fabrizio D’Amico nel testo che accompagna l’esposizione.

Poste una di fronte all’altra, nel sacello della cripta del Museo, le due opere stabiliscono un dialogo tra i due artisti escludendo, data la lontananza nel tempo delle due sculture, riferimenti filologici e caricando di fascino evocativo questo immaginifico dialogo.

“Melotti guarda Melotti”, grazie alla collaborazione con la Collezione Merlini, offre l’opportunità di iniziare a esplorare in maniera approfondita il rapporto tra i due artisti, permettendo agli studiosi di potersi soffermare grazie a indagini accurate su ciascuna delle due sculture.

L’esposizione si collega a The Player. Viaggio nelle passioni contemporanee, un progetto annuale del Museo Marino Marini, curato dal direttore artistico Alberto Salvadori, dedicato a preziose collezioni private italiane e soprattutto alla passione che anima il collezionista nella continua ricerca e nella scelta delle opere, nella conoscenza dell’arte e degli artisti.

Melotti guarda Melotti” rimarrà aperta fino al 4 gennaio 2014.

Museo Marino Marini, Piazza San Pancrazio, Firenze.

Orario: 10:00 – 17:00, chiuso il martedì, la domenica e i giorni festivi.

Biglietti: intero: euro 4, ridotto euro 2.

Articolo di Davis & Franceschini